Dame a caccia e a cavallo (1929)

Da La Lettura, Anno XXIX, N. 7, luglio 1929.
Di Luigi Suttina.

” ■ Le prime donne che montarono a cavallo si crede che siano state le Amazzoni, il cui nome è servito poi via via, nel tempo, ad indicare le donne, alle quali piacque di dedicarsi all’equitazione.
■ La storia delle Amazzoni si perde nel mito, il quale, secondo i più recenti e autorevoli studi, pare siasi formato da narrazioni sull’ardore guerriero di un popolo di donne della Scizia, che si ritiene abbia dimorato nel Ponto. Ma sembra che le Amazzoni abitassero anche in Asia Minore. Esse debbono la loro popolarità agli artisti, che amavano sovente raffigurarle così in sculture come in pitture vascolari. Appaiono effigiate con una veste che copre loro la intera persona. Le gambe talvolta ignude, sono più spesso avvolte in pantaloni che finiscono nella calzatura appuntita o leggermente ricurva o negli stivali di pelle. Il tronco e le braccia sono ricoperti di una corta tunica a maniche, chiusa alla vita da una cintura con sopra un mantello o una seconda tunica più ampia; tali vesti sono qualche volta fatte di pelli di fiera o a fiori e a stelle. In capo hanno un berretto frigio o un casco di pelo. Le loro armi sono l’arco, la faretra, le frecce, la lancia, la spada e lo scudo. Combattono a piedi o a cavallo. A cavallo ce le ha tramandate, a esempio, un venerando sarcofago vaticano, nel quale le Amazzoni pugnano armate di spada corta e di uno scudo. Tutte hanno una mammella nuda. Al centro, Achille sostiene Penthesilea mortalmente ferita, la regina delle Amazzoni, che era accorsa ad aiutare i Troiani.

“Il Principe di Piemonte e la Contessa di Bergolo al Carosello di Torino.”

■ La tradizione di questo popolo di donne guerriere, che vivevano a cavallo e che nell’arte di cavalcare eccellevano, è stata seguita di continuo traverso le varie epoche insino a noi.
■ Fin dal tempo remoto dei romanzi cavallereschi e delle canzoni dei trovatori, nobili dame gradirono addestrarsi nell’arte del cavalcare, sia che si piacessero compiere passeggiate, per diporto, di castello in castello, sia che traessero a partite di caccia, sia che dovessero intraprendere dei viaggi anche lunghi e faticosi, sia che, in fine, si trattasse di intervenire a solenni cerimonie, come le feste nuziali.
■ Come sedevano a cavallo le dame, nei primi secoli del medio evo? Sembra che la sella delle signore, nei tempi più antichi, constasse di una specie di sedile con spalliera, sul quale si collocavano, poggiando i piedi su di una scranna sottoposta. La moderna sella da donna fu introdotta in Francia, secondo che narra Brantôme, soltanto da Caterina dei Medici perché essa diceva che l’arcione era poco confacente alla grazia femminile.
■ Erano riccamente bardati i palafreni che uscivano condotti dai paggetti fuor dalle scuderie degli aviti manieri ed avevano il mantello perfetto ed erano pieni di vigore e di fuoco. Le dame vi salivano in ricche vesti e spesso vi si collocavano insieme al cavaliere. La testa dei cavalli aveva speciali adornamenti di metallo e di fiori, che si chiamavano «testiere». Era prescritto che le dame dovessero guardare innanzi; se, per avventura, dirigevano lo sguardo all’indietro, una punizione le attendeva. Nel cavalcare, la dama non poteva sedere, come gli uomini, a cavallo ed anche le mani doveva essa tenere pudicamente sotto la veste.

“La vergine Camilla. Da una miniatura in un manoscritto esistente a Berlino.”

■ Di frequente le dame cavalcavano sui sicuri e tranquilli muli. Per far salire le dame a cavallo, si usava una predella o si sollevavano in sella, come si aiutavano nel discendere. Solo una volta Ulrico di Lichtenstein parla di uno speciale strumento chiamato Hebeisen, col quale si ponevano in sella le signore. Si trattava di una specie di pala di ferro che solo un uomo forte poteva reggere. La dama si collocava su questa e poscia si metteva in sella o si faceva deporre delicatamente sul terreno, appoggiandosi al suo cavaliere.
■ Nulla si conosce di preciso intorno alla sella delle dame nell’età medievale. Era ritenuto molto sconveniente che una dama sedesse a cavallo come un uomo; tuttavia sembra che questa usanza abbia avuto applicazione generale solo nel Duecento, perché, nell’Eneide di Enrico di Veldeckes, Didone, quando vuole recarsi a caccia, si fa agganciare due speroni. Essa sicuramente sedette a cavallo come un uomo, perché, diversamente, uno degli speroni, sarebbe stato superfluo. Di questa foggia di cavalcare parla il Waelscher Gast, poema didascalico in tedesco, dovuto a Tommasino di Cerclaria, poeta friulano del primo Duecento. Nella fuga della imperatrice Matilde all’assedio di Worchester, Jean le Maréchal la consiglia di cavalcare da uomo e Florenzio di Worms parla di una donna che era salita a cavallo secondo l’uso maschile.
■ Sulla sella si costumava mettere una coperta di feltro per renderla più soffice e sopra vi andava una coperta riccamente drappeggiata con frangie e pizzi. Era quella che i Francesi chiamano Sambue e cioè la gualdrappa, che si colloca, di consueto, sotto la sella. Specialmente per le signore era necessaria perché le ricche vesti non avessero a soffrire causa il sudore dei cavalli. Per maggior comodità, si collocava sulla sella un cuscino che veniva saldamente fissato; esso era solitamente ricoperto di cuoio.

“Castello di Moncalieri: «Cavalcata» (sec. XVII).”

■ Il cavaliere, durante il viaggio, aveva l’obbligo non solo di divertire la sua dama, ma di renderle, altresì, tutti i servigi cavallereschi. Se c’era mancanza di cavalli, egli collocava galantemente la dama dinanzi a sé sul suo stesso cavallo. Di questa consuetudine è cenno nel romanzo di Perceval. A dame anziane o ad alte principesse, un cavaliere conduceva il cavallo per la briglia.
■ Nel Due e nel Trecento, i signori uscivano dai castelli a cavallo per escursioni nella circostante campagna o per recarsi alla caccia. In queste nobili brigate, non mancavano le dame. Spesso i canti accompagnavano le liete comitive.
■ Eccellenti dame, che lasciarono gran rinomanza di sé, erano molto appassionate di cavalcare. Si narra che Beatrice d’Este, l’avvenente sposa di Lodovico il Moro, possedeva numerosi e magnifici cavalli.

“Miniature del «Livre du roi Modus et de la reine Ratio» (sec. XIV).
Biblioteca Nazionale di Parigi.”

■ Meno ricche erano, invece, le scuderie della sorella di lei, Isabella d’Aragona, ma i suol cavalli erano, soprattutto, mansueti. Il Carri, che aveva, una volta, preso parte ad una caccia a Vigevano, adoperò un cavallo di lei così tranquillo che ne fu tutto contento e disse che era un «roncino da signora veramente» e che non aveva mai cavalcato «bestia più soave». Beatrice ed Isabella avevano imparato a cavalcare fino dalla infanzia. La piccola sella che si fece fare per loro costò 1 lira e 10 soldi. A quel tempo, il prezzo di una sella era di 22 scudi. Allora le dame cavalcavano di solito sedute. A Ferrara era in uso una frangia pesante da piedi, che faceva le veci della moderna amazzone. Ampi cappelli di paglia, che si vendevano a Cremona, servivano a riparare dal sole le cavalcatrici. Nel 1440, Bianca figlia di Filippo Maria Sforza venne in Ferrara davanti al conte Francesco Sforza, che doveva essere suo marito. Lasciata la barca che l’aveva condotta, essa salì sopra un cavallo bianco coperto d’una gualdrappa d’oro. La nobile dama portava un mantello di stoffa fiamminga color bleu, foderato di ermellino.
■ Nelle occupazioni fanciullesche di Elisabetta Gonzaga, figlia del marchese Federigo, e di Margherita di Baviera, entrambe decenni, erano comprese le passeggiate a cavallo.

“La caccia col falcone. – Miniatura del Trattato di falconeria e di caccia per Francesco Sforza. Museo di Chantilly (sec. XV).”

■ Nel 1492, Beatrice d’Este era stata veduta a Milano «sopra un corsero leardo grandissimo, con li fornimenti de raxo cremesino carico de rose et lavoreri de argento masizo indorato molto richo et bello: vestiva una camora de raxo negro con li Radij da capo a piedi de brochato d’oro rizo, facti a fiame et il collo et pecto ornatissimo de riche et belle gioie et uno capello de seta nigra peloso in testa, nel quale haveva uno bello penacchio per modo che la pareva una regina, ed era seguita dalle sue dame e damigelle ornatissime».
■ In una grande caccia al daino offerta nel 1493, Isabella d’Aragona apparve a cavallo, «tutta vestita de veluto incarnato con fiori de persico cum lo capello con zoie grandi et penne de garza accanto a Beatrice, pure a cavallo, indossante una veste de grana de rose secche, uno capello de seda cum magna zoia et penne de garza».

“La duchessa di Morignano.”

■ Pietro Aretino racconta che, nella Roma del Cinquecento, la Nanna, che fu una cortigiana famosa, montava a cavallo per le vie della città all’uso maschile. «Ella era atta come un ragazzino da barbari, e cavalcava meglio che non fa una soldata.» Ma anche le altre cortigiane del tempo gradivano passeggiare a cavallo per le strade dell’Urbe, vestite alla foggia virile, sebbene ciò fosse loro interdetto. Caterina, una cortigiana greca, dice, nell’interrogatorio cui fu sottoposta il 31 maggio 1544: «Io mi diverto come le altre donne; da venti giorni io giro a cavallo, in sella e non in groppa, ora con l’uno, ora con l’altro, con Vitelleschi, Benzoni ed altri gentiluomini, che non conosco».

“La contessa della Noce in un audace salto a Viggiano.”

■ La sella da uomo fu usata anche nel secolo XVIII da molte dame che partecipavano alle cacce a cavallo e disegni ed incisioni del tempo ritraggono, a esempio, la principessa Cunegonda di Sassonia nel Castello di Coblenza e la principessa Guglielma di Prussia in questa posizione.


■ Una grande attrattiva hanno, fin da’ più lontani tempi, costituito per le signore le cacce a cavallo. Non manca, infatti, l’intervento di nobili dame alle partite di caccia cantate da’ più antichi poeti e a quelle ritratte al vivo nelle rime di Folgore da San Gimignano e di Franco Sacchetti. Freschi, arazzi, tele, miniature, mettono innanzi a’ nostri occhi tali scene dove ti accade di scorgere le festanti compagnie adorne della presenza di eleganti cavalcatrici. Un antico inventario estense registra «cortine da sala de razo» che adornavano i castelli estensi del Rinascimento con scene di amore e di cavalleria, di cacce, di lieti ritrovi di uomini e di donne, e poi «una splendida cortina di razo detta della fontana con più figure de homeni e de done e cum una fontana in mezo che sparze aqua e septe canelle cum una dona apresso che sona una arpa… E uno homo vestido de rosso cum uno capelo peloso, a cavalo, cum un bastone in mano da uno capo e da l’altro capo una dona vestita de zetanino alexandrino cum uno capuzo de zetanin verde in capo; a cavalo de uno cavalo bianco».

“La signorina Marchetti Senni nella campagna romana.”

■ E ancora troviamo Beatrice d’Este a trarre godimento dalla partecipazione alle cacce mattutine nella estesa pianura lombarda, resa più verde dai fiumi e dai corsi d’’acqua. In una lettera del 18 marzo 1491, la piacente compagna di Lodovico il Moro narra con gustosa vivacità alla diletta sorella i suoi passatempi di Villanova.

lo mi trovo di presente qui a Villanova, dove per la bontà delle campagne et dolcezza dell’aere, el quale se porria equiparare a quello del mese di magio, tanto è temperato et splendido, ogni giorno me ne monto a cavallo cum li cani et falchoni, et nesuna volta tornamo a casa, el Signor mio consorte et io, che non habiamo ricevuti infiniti piaceri ala caza de avroni et de ucelli de rivera. De fare correre non gli dico più oltra, perchè tanto è el numero de le lepore, che saltano de omne canto, che non sapemo qualche volta dove se habiamo a volgere per havere piacere, perchè l’ochio non è capace de vedere tutto quello che el desiderio nostro appetisse et che la campagna ne offere dei animali suoi. Non pretermettarò ancora de dirli che omne di lo Ill.mo M. Gaileatio et io, cum alchuni altri de questi cortesani, prehendiamo piacere al giocho de la balla et mavo, dappoi el disnare; et spesse volte invitamo et desideramo la presentia della S. V.

“Contessa Alleen Macchi di Cellere.”

■ Come Beatrice anche le altre nobili dame si piacevano intervenire a partite di caccia a cavallo. Era questo uno svago preferito allora, come adesso del resto, dalle gentildonne. Di Beatrice, il consorte Lodovico il Moro racconta che era così esperta nella caccia col falcone che lo «avanzava». Ma soprattutto dilettava la leggiadra signora il prender parte alla grande caccia sul suo cavallo, insieme con la sorella. Erano pericolose cacce ai lupi ed una volta le due sorelle cavalcarono per trenta miglia, superando difficoltà ed ostacoli. Il 16 maggio 1491, Lodovico il Moro scriveva ad Isabella spiacente ch’essa «non la sia stata presente alle cacce dei lupi» e soggiungeva: «benchè cognosco tale esser l’animo de la Ill.ma mia consorte sua sorella, che quando la fosse stata presente alle dicte cacie, non sciò come havesse potuto reportare la victoria, havendo epsa doppo la partita della S. V. facto grandissima perfectione ne l’arte de cavalcare et de caciare».

“Una graziosa amazzone.”

■ Egli, il principe, si augurava di vedere altra volta le due sorelle gareggiare in animosità. In un’altra lettera di Lodovico ad Isabella è cenno del pericolo corso da Beatrice, in una caccia al cervo. Un cervo rincorso e spaurito, s’era avventato contro il cavallo di Beatrice e s’era alzato diritto «quanto è una bona lanza», ma essa se ne rimase salda e tranquilla: accorsi il marito e gli altri cacciatori, la trovarono che «la rideva», benché il cervo l’avesse tocca in una gamba pur senza ferirla. Altra volta, durante una delle cacce di Cusago, un cinghiale pericolosissimo ferì molti levrieri. Accorse Beatrice, lo colpì, permettendo così agli altri cacciatori di finirlo.
■ Non senza audacia le donne e, prima fra esse, Beatrice d’Este cavalcavano alla caccia del cinghiale e del cervo.
■ La caccia grossa era interessante nell’autunno; e talvolta anche in qualche giornata d’inverno la Corte sforzesca, abbandonata la città, allestiva partite di caccia nelle piane lombarde.

“Edda Mussolini a Villa Borghese.”

■ A calendimaggio, la Corte sforzesca, che verso la fine di aprile, soleva trasferirsi nei castelli di Pavia e di Vigevano, se ne usciva in gioconda brigata. Principi e cortigiani erano insieme ed alle graziose citelle delle due duchesse s’accompagnavano eleganti cavalieri. Il pittoresco corteggio recavasi a compiere escursioni nei prati e nei boschetti delle brughiere lombarde, e quivi lietamente trascorrevano fra canti e suoni la bella giornata, i cavalieri offrendo alle dame ghirlande di fiori, a guisa di simbolo della gioiosa stagione rinnovellantesi. La balda comitiva andava a «torre el majo, secundo se sole fare in simile dì», come scriveva, nel suo Diario, Cicco Simonetta, primo cancelliere ducale. Con quel mese fiorito, avevano inizio i divertimenti della Corte: passeggiate nella campagna, cavalcate, cacce, e alle danze e ali conviti campestri andavano uniti i giochi d’amore e gli idilli. L’ambasciatore estense a Milano, il Trotti, ritrae a colori vivaci, una di queste celebrazioni di calendimaggio, che fu poi una pittoresca cavalcata. In essa prevalevano le amazzoni che erano al seguito delle duchesse. Narra, adunque, il Trotti :

Hogi, ch’è il primo de mazo, quisti Ill.mi S.ri, con la Ill.ma Duchessa sua consorte, con tutta la corte de homini et done, molto per tempo sono andati in campagna lontani preso tre miglia con li loro falconi a fare volare, et dapoi andassemo per maij con gran triumpho et con grandissima comitiva. Le duchesse haveuno conza la testa ala francese, cioè con il corno in capo con li villi longhi de seda, li loro corni erano guarniti de bellissime perle tramezate con molte zoglie de diamantini, de robini, de smiraldi et altre dignissime prede che era una cosa molto sumtuosa et richa, ma le perle dela duchessa de Bari erano molto più grosse et belle de quelle dela duchessa di Milano. Erano vestite tutte de tabi verde si de veste come de camore et maniche, et il simile era la Ill.ma M.na Bianca, figlia delo Ill.mo S.re Ludovico senza diferenzia alcuna. Erano a cavallo de chynede tutte bianche bellissime tutte guernite de raxo verde sì de fornimenti come de coperte. La mazore parte dele loro donzelle le quale etiam erano conze tute con gli corni ala francese et con li villi de seda longhi fino in terra, ma senza zoglie. Tute quasi erano vestite de verde tra de damascho de raxo et de zendali verdi. Numero circha quaranta. Et pigliati li mazi con gran triumpho et festa se ne tornassemo a casa a desinare.

“Un’amazzone al Carosello di Torino.”

■ Ma i tempi non mutano e con essi non mutano le consuetudini. Per accennar solo all’Italia, amazzoni intrepide hanno, in buon numero, frequentato, fin dal secolo scorso, i meets della caccia alla volpe, che, nella stagione invernale, hanno luogo nella campagna romana e nelle brughiere lombarde. A questi settimanali convegni, in sommo grado si sono sempre appassionate le dame fin da quando, nel 1836, lord Chesterfield, venuto a Roma, con i suoi cavalli e una muta di cani, ebbe iniziato codesto aristocratico svago. Ed esso, che ebbe tosto fortuna, durò in Roma fino nell’anno 1848, in cui Pio IX lo proibì, secondo che si volle far credere, ad evitare il ripetersi di disgrazie, in seguito a cadute da cavallo; ma fu ripristinato successivamente ed agli appuntamenti non mancarono principi ed alte personalità, come, quand’era a Roma, ne’ suoi giovani anni, Gabriele d’Annunzio. Ed anche ora, nella ripresa dei meets, rimasti sospesi durante la guerra, le dame dànno attrattiva singolare alle cavalcate, formando, accanto alle rosse marsine dei gentiluomini, gruppi pittoreschi nel paesaggio caratteristico della campagna romana. Le dame montano all’inglese, cioè all’uso tradizionale, ovvero, secondo la moda americana, a califourchon e dànno prova di particolare ardimento. Chiuse nelle irreprensibili amazzoni o negli snelli abiti maschili, esse gareggiano in valentia con i più provetti cavalieri nelle lunghe galoppate o negli ardui salti degli ostacoli.”