La tragedia della superstizione e dell’odio — Le indemoniate di Loudun (1934)

Da Il Giardino di Esculapio, Anno VII, N. 4, ottobre 1934.

” ■Una sera di più di trecento anni or sono, il curato di San Pietro nella città di Loudun, che era ed è fra le più importanti del Poitou, camminava tranquillamente quando si vide venire incontro con aria furibonda un ricco e ragguardevole cittadino che, senza far troppe parole, gli si scagliò addosso con la spada in pugno e lo ferì così gravemente da lasciarlo mezzo morto per terra. La mattina dopo non si parlava che del fattaccio. Il signor Moussaut du Fresne, marito geloso, a cui era stato fatto credere che il curato se la intendesse con la moglie, aveva immaginato ch’egli si dirigesse appunto verso la sua casa e s’era voluto vendicare. Ma la gente sorrideva. Messer Urbano Grandier, se cercava una porta, non cercava quella della signora Moussaut: altro marito, se mai, avrebbe avuto motivo di pigliarsela col prete galante.


Il curato si coltiva nemici

■ I mariti, a ogni modo, nelle focose conversazioni biasimavano, più che la violenza dell’aggressore, la condotta dell’aggredito, il quale non teneva abbastanza conto del suo abito sacro nelle relazioni con le belle penitenti. Ma le mogli erano d’altro parere. Le ludunesi avevano una fama molto diffusa, e pare largamente giustificata, di non dare soverchia importanza alla virtù della castità; e il curato di San Pietro e canonico della collegiale di Santa Croce era un bell’uomo, grande, di nobile portamento, con occhi neri assai vivaci, con un naso ben fatto, piuttosto lungo che non guasta, dicono e una bocca ben modellata. Vestiva sempre con raffinata eleganza. I baffi e la barba a punta, che allora erano di moda nel clero secolare, gli conferivano un’aria più di cavaliere che di sacerdote. E aveva una splendida voce, che incantava l’uditorio femminile quando teneva dal pergamo le sue prediche dotte ed eloquenti, piacevolmente drogate di allusioni mordaci contro i frati di varii ordini dimoranti nella città, ch’egli non amava perché li trovava invadenti e intriganti e che ricambiavano d’odio la sua antipatia. Le divote, dunque, più erano giovani e piacenti più si attardavano in chiesa, e parecchie di loro secondo la pubblica maldicenza col pretesto di confessarsi, ne uscivano con qualche peccato di più. Naturalmente, mai lo scandalo irreparabile, perché egli era discreto e attento; ma tutto si finiva col risapere, o almeno su tutte le apparenze si lavorava di disegno e di frange.
■ Si riseppe della corte che aveva fatto alla cugina del giudice Hervé, il quale teneva la giovine donna in casa come governante prima di prendere moglie e probabilmente avrebbe voluto goderne lui la troppo viva simpatia ch’ella dimostrava al curato di San Pietro: donde un’acre avversione pel rivale. E fece molto parlare tutta la città la sua avventura con Filippina Trincant, una delle figlie del procuratore del Re. Urbano Grandier frequentava le migliori famiglie di Loudun e in casa Trincant, se per un po’ si contentò di prendere in giro, col suo spirito pungente, due parenti del padron di casa, il chirurgo Mannoury e il farmacista Adam, poi volse lo sguardo alla bella Filippina e la soggiogò al punto che la ragazza finì con l’abbandonarglisi. Anche questa volta il segreto durò poco. Il pubblico non aveva alcuna prova certa, ma l’ebbe il disgraziato padre quando si accorse che la figlia era incinta. La gente notò le frequenti visite da Trincant del medico Fenton e sopra tutto il fatto che per un pezzo Filippina non fu più vista fuori di casa, e quando riuscì aveva tutt’altro aspetto. Una compagna della giovine Trincant, per liberare l’amica dallo scandalo, ebbe la generosità di attribuirsi la maternità del neonato e il padre, smanioso di sviare la pubblica opinione, ebbe la crudeltà di far arrestare l’amica e di costringerla a riconoscere pubblicamente a battesimo il figlio di Filippina come proprio.
■ È facile immaginare l’odio del procuratore, nonché del chirurgo e del farmacista suoi parenti, per Urbano Grandier. Tra frizzi e avventure galanti, il curato andava gettando a larga mano i semi della messe velenosa che doveva farlo perire.

“IL SERMONE DEL CAPPUCCINO (DA UNA STAMPA DEL SEICENTO)”

■ Passata Filippina, fu la volta di Maddalena de Brou, una nobile orfana che la madre, morendo, aveva raccomandata al Grandier. In questo episodio la condotta del curato fu particolarmente deplorevole. Trascinato dalla foga dei sensi — e quella volta forse da un sentimento più profondo — egli intraprese una lunga opera di seduzione sulla giovine donna, che era religiosa e casta e oppose una forte resistenza. Ma il curato era affascinante ed ella ne fu affascinata. Non voleva però cedere se egli non acconsentiva a contrarre con lei un matrimonio segreto; e Urbano Grandier scrisse apposta per lei un trattato contro il celibato dei preti — manoscritto che fu ritrovato nell’ora tragica della sua vita — e commise il sacrilegio di sposare Maddalena nella propria chiesa, davanti alla desolata pazienza del Crocifisso.
■ Un avvocato del Re, certo Menuau, che sperava di sposare la De Brou, attribuì giustamente il rifiuto al rivale vittorioso e gliene serbò lungo rancore. E il farmacista Adam, che già ce l’aveva con lui per le beffe di casa Trincant, non mancò di parlare della tresca in modo così aperto e brutale che fu querelato e condannato, e la condanna servì a renderne l’odio più ardente.
■ Frati, dunque, preti (con un canonico d’altra collegiale e col nipote di lui venne persino alle mani), magistrati: il curato baldo e orgoglioso non contava i suoi nemici e non se ne curava. Si sentiva forte, con gli uomini e presso le donne, e della sua forza s’inebriava.
■ Un altro episodio c’era stato nella sua vita, in quei primi anni di Loudun, al quale la sua memoria, finché il tempo fu sereno, non dové dare importanza. In occasione d’una grande festa a Santa Croce, per la quale s’erano radunati tutti i dignitarii ecclesiastici del Ludunese, egli osservò che il vescovo di Luçon aveva preso un posto superiore al suo nell’ordine della cerimonia e non ebbe ritegno a protestare, affermando che, come canonico della chiesa, egli aveva diritto di superiorità su quel prelato; il quale, per evitare maggiore turbamento, cedette. Quel vescovo si chiamava Armando du Plessis ed era destinato a diventare, col nome di cardinale di Richelieu, uno fra i più celebri statisti della storia — e ciò che sopra tutto contò poi pel povero Grandier — l’uomo più potente della Francia.
■ Urbano Grandier era dunque tutt’altro che uno stinco di santo. Una carne troppo calda e prepotente vestiva i suoi stinchi. La rapida carriera gli aveva dato alla testa. La coscienza del proprio valore soffocava alquanto in lui il culto di quelle virtù cristiane delle quali doveva dare ad altri l’esempio. Ma, per ciò che riguarda la sua carnalità, bisogna tener conto anche del tempo e del luogo. Rabelais diceva che quando il diavolo tentò Gesù, offrendogli tutto il mondo, si riservò alcune proprietà, fra le quali era la città di Loudun. Le tentazioni erano frequenti e forti per un curato sulla trentina; e se egli non frenava abbastanza la lingua, gli altri non dovevano essere da meno, nel vizio se non nel potere. Di più, egli era superiore a molti. E se era mordace non era né cattivo né meschino. Si sono ritrovati documenti della sua larga liberalità verso gli amici. In una città dove molti protestanti vivevano, assicurati da quell’editto di Nantes che Luigi XIV doveva una cinquantina d’anni dopo stoltamente abolire, il Grandier seppe regolarsi in modo da acquistarne la stima per la saggia moderazione con cui si conduceva. Era un uomo — si direbbe oggi — di idee larghe; cattivo pastore d’anime, tutto sommato, ma senza acredine e senza quella mortificante ipocrisia che non sappiamo se davanti a Dio non sia vizio peggiore del libertinaggio.
■ A ogni modo, se la sua biografia si arrestasse qui, certamente non vi sarebbe ragione d’averlo in simpatia. La simpatia per Urbano Grandier nacque dalla pietà della sua sorte, e dura in proporzione del tenace ricordo ch’è rimasto della ferocissima e iniquissima persecuzione di cui fu bersaglio e vittima. Il castigo sproporzionato fa, nel giudizio degli spettatori sereni, inclinare la bilancia in favore del peccatore. E oggi, nel terzo centenario della sua morte, la figura del curato di San Pietro campeggia in un quadro di martirio che offre allo studioso un documento importante dei tempi forse superati e dà all’uomo, conscio della propria debolezza e insieme del diritto alla giustizia, un brivido di compassione e di orrore.
■ Il medico, che sa quanto progresso abbia fatto la scienza nell’indagare le cause e i fenomeni dell’isteria, sente meglio la fierezza del progresso compiuto quando torna col pensiero all’orribile e pur recente barbarie della superstizione e dell’ignoranza congiurate a strazio della carne e dello spirito dell’uomo.


I nervi delle Orsoline

■ Nel 1626 si stabilì a Loudun un piccolo convento di orsoline.
■ L’Ordine delle Orsoline era stato fondato poco più d’un cinquantennio prima dalla beata Angela Merici di Desenzano; aveva súbito avuto il potente favore di San Carlo Borromeo in Lombardia e si era esteso in Francia nei primi anni del secolo decimosettimo. Il più celebre dei fondatori francesi, il padre Romillon, merita di essere ricordato perché il suo nome è legato a un’altra storia tragica svoltasi in Provenza pochi anni innanzi alla tragica storia di Loudun, con caratteri quasi simili.

“I VARII ORDINI RELIGIOSI FEMMINILI DEL SEICENTO. (L’ULTIMA A DESTRA È L’ORSOLINA).”

■ Nel convento di Aix, che il padre Romillon aveva istituito con l’aiuto di pie donne e a cui teneva moltissimo, una giovine orsolina, di nobile famiglia, Maddalena di Demandolx, diede segni di grave turbamento fisico e spirituale. Il suo pensiero era dominato dalla figura di un giovane prete piacente e vivace, Luigi Gaufridy, che frequentava la sua casa a Marsiglia. Come il turbamento crebbe, ella confessò col prete rapporti peccaminosi e si persuase d’esserne stata stregata. Suore e frati intervennero ad aggravare il male reale e lo scandalo di cui rimangono dubbii i fondamenti; chi in buona fede, come il padre Romillon, per difendere la reputazione dell’ordine nascente e del monastero provenzale; chi, specialmente le donne, per acre gusto, se pure inconscio, di frugare nella trista vicenda o per contaminazione isterica.
■ Il Gaufridy era, in proporzioni più modeste, una specie di Grandier, almeno per la troppo calda simpatia che ispirava alle donne. Si sospettava che fosse già stato l’amante della madre di Maddalena. Anche presso di lui le penitenti indugiavano volentieri, e in compagnia egli era d’una giovialità non proprio confacente al suo ministero. Forse fu l’amante della giovanissima Maddalena. Gli atti del processo, istruito come si istruivano allora processi di questo genere, non sono documenti a cui si possa prestar piena fede. Può darsi ch’egli credesse alle operazioni magiche e può darsi che s’immaginasse di poterle esperimentare qualche volta pel raggiungimento de’ suoi desiderii; ma nulla ci permette di esserne sicuri. Sappiamo invece che il disgraziato, accusato di stregoneria ai danni di Maddalena Demandolx, fu incarcerato e liberato una prima volta (come doveva poi accadere al Grandier), poi rimesso in carcere, sottoposto alla succhiellante vigilanza di frati, torturato, ridotto in uno stato miserando di terrore e di follia, nel quale confessò ciò che si volle, poi si disdisse, e lasciò dichiarazioni confuse e incerte che attestano soltanto la sua rovina mentale, prima che la così detta giustizia umana gli facesse espiare sul rogo un peccato di cui non si sa se fosse veramente reo e un’arte magica e una frequentazione di streghe e di diavoli che erano soltanto la cupa epopea di fantasie ignoranti e paurose.
■ Maddalena Demandolx si salvò; visse lunghi anni di travagliato pietismo; fu riprocessata per imputazione di stregoneria una quarantina d’anni dopo e condannata alla segregazione — perpetua causa involontaria, con la sua isteria, agli altri e a sé di tremende sofferenze.
■ D’altra parte, si vedevano streghe da per tutto; si udivano da petti cristiani erompere blasfematrici parole di demonii, che avevano nomi ormai letterarii, come Belzebù, Asmodeo, Astarotte, e si allogavano volentieri, spesso in gran numero, in corpi anche di monache e di preti. Dopo molti esorcismi Maddalena dichiarò un giorno che 6600 diavoli avevano sgombrato il suo corpo, ma che un centinaio d’altri vi rimaneva ostinatamente. Un’altra volta, quando già il prete era stato sacrificato, spiegò che Dio le teneva Belzebù chiuso dentro come in una prigione rigorosa e se ne rallegrava; e diceva che alle volte il povero diavolo le chiedeva almeno un quarto d’ora di libertà per andar a sbrigare qualche sua faccenda personale, e lei, la carceriera, dura niente permesso d’uscita.

“IL PADRE G. B. ROMILLON (FONDATORE FRANCESE DELLE ORSOLINE).”

■ Un’altra fra le numerose vittime dell’accusa di magia fu un certo Boullé, che finì sul rogo nella stessa piazza di Rouen dove più di due secoli prima era stata bruciata, anch’essa come strega, Giovanna d’Arco. Il Boullé dové morire abbracciato al cadavere dissepolto d’un suo amico Picard, ritenuto suo complice in operazioni di magia.


Comincia la ridda de’ demonii

■ Si istituì dunque a Loudun un convento di Orsoline con una eccellente madre superiora che fu presto trasferita a più importante ufficio e lasciò il suo posto a suor Giovanna degli Angeli, nata Belciel dei Baroni di Coze, giovane donna di carattere bizzarro e di cattiva salute, orgogliosa e fantastica, la meno adatta, anche per certi suoi atteggiamenti d’arbitraria indipendenza, a governare un convento; ma il convento di Poitiers, dov’ella si trovava prima, era povero e la famiglia della superiora era ricca, e questo fece passar sopra ai gravi difetti quando si trattò di assegnarle il nuovo posto, tanto più ch’ella mostrò per un po’ d’essere divenuta tutta dolce e pia.
■ A Loudun ella sentì parlare subito del curato di San Pietro, della sua prestanza fisica, della sua eleganza, della sua eloquenza, dell’entusiasmo che suscitava fra le signore ludunesi e la sua immaginazione infiammabile la spinse a farne la conoscenza. Qualche anno dopo, essendo morto il direttore spirituale del convento, ella fece pregare Urbano Grandier di prenderne la successione; ma il curato, che aveva capito il temperamento della bella superiora e aveva ormai l’animo pieno della sua sposa segreta, oppose un ostinato rifiuto. La delusione e il dispetto che suor Giovanna degli Angeli ne provò ebbero senza dubbio un nefasto influsso su’ suoi nervi disordinati. Qualche altra causa intervenne probabilmente a turbarne le condizioni fisiche e su questo turbamento isterico il desiderio e il rancore, aggravati da una violenta scena di quasi aperta gelosia avvenuta tra lei e Maddalena de Brou, si svilupparono in una forma che si potrebbe ben dire mostruosa.
■ Intanto la vita del Grandier seguitava a non essere tranquilla: colpa in parte del suo carattere orgoglioso e in più gran parte dell’odio subdolamente operoso de’ suoi nemici. Già nel 1629 aveva avuto un contrasto con un certo Thibault, che un giorno lo colpì col bastone presso alla chiesa; donde un aspro processo. Mentre per il processo egli era a Parigi i suoi nemici lo denunziarono quale corruttore di donne e prete di vita dissoluta al vescovo di Poitiers. Il Grandier dové recarsi alla sede vescovile e subirvi, in discreta prigionia, l’inchiesta e il processo, che fu poi portato davanti all’arcivescovo di Bordeaux e si concluse finalmente con l’assoluzione, sebbene nessun intrigo e nessuna calunnia fossero stati risparmiati per rovinarlo e molti preti, invidiosi della fortuna del curato di San Pietro, avessero contribuito a metterlo in cattiva luce.
■ Dopo l’assoluzione, l’arcivescovo di Bordeaux lo aveva consigliato a lasciare Loudun e prendere altrove un’altra cura; ma l’orgoglio e il temperamento bellicoso non permisero al Grandier di accettare il saggio consiglio. Volle rimanere a Loudun e vi tornò nel novembre del 1631 in atteggiamento trionfale, a cavallo, con un ramo d’alloro in mano, tra gli entusiastici applausi del popolo, che lo amava per la sua generosità e senza dubbio anche pel suo coraggio. E al popolo egli diede di lì a poco nuova prova di amore assistendo impavidamente i malati e i bisognosi durante un’epidemia di peste, mentre i suoi nemici, sempre più velenosi, cercavano di accreditare la voce che la peste fosse stato lui a diffonderla!
■ Ed ecco, appena cessato il flagello, scoppiare la notizia che nel convento delle Orsoline ci sono delle indemoniate. La superiora soffriva già da tre anni d’una malattia nervosa che nessun medico era riuscito a vincere. Un mal di stomaco e una grave anemia contribuivano a darle degl’incubi, come era stato constatato anche dal quel chirurgo Mannoury, che il Grandier aveva preso in giro e s’era inimicato al tempo delle conversazioni in casa Trincant. Gl’incubi divennero poi vere e proprie allucinazioni; e in quei momenti — com’ebbe poi a raccontare — si vedeva apparire una figura con le fattezze del curato di San Pietro, che le parlava d’amore e con illecite carezze cercava d’indurla in pieno peccato. Il male cresceva e le allucinazioni si facevano più intense: il seduttore trionfava dei sensi infiammati di suor Giovanna. Come suol accadere, il turbamento della superiora si attaccò ad altre suore, fra le quali era suor Chiara, della famiglia di Sazilly, imparentata col cardinale Richelieu.
■ Il canonico Mignon, direttore delle Orsoline e nemico del Grandier, alimentò, invece di combattere, quel pericoloso disordine, insistendo sul tema degli spiriti e de’ demonii in modo da turbare ancor più profondamente l’immaginazione delle suore; quindi ricorse ai Carmelitani, altri nemici del curato, per gli esorcismi. Preti e frati s’impadronirono delle disgraziate, combattendo l’ossessione con sistemi adatti piuttosto ad aggravarli. Episodii comici si mescolavano ai drammatici. Asmodeo, il diavolo che s’era installato nel corpo di suor Giovanna, resisteva a tutti gli scongiuri; ma un giorno l’esorcista ebbe un’idea geniale: si rivolse al farmacista Adam uno dei più feroci tra i nemici del Grandier che era sempre attorno alle suore per somministrare rimedii e cogliere notizie da servire ai frequentatori della farmacia, e gli chiese di andar a cercare il diavolo nella propria sede con l’acqua santa, che infatti fu somministrata con un lavativo. Asmodeo inondato non poté più resistere e se ne uscì.
■ Intanto i particolari fantastici si moltiplicavano: una suora si era sentita toccare da mani invisibili e s’era trovate in mano tre spine di biancospino. Un’altra volta un demonio si presentò in forma d’un animale, che risultò poi essere il gatto del convento. Il nome di Grandier seguitava a circolare nei racconti delle indemoniate. L’autorità civile ritenne opportuno intervenire e il baglivo ebbe subito l’impressione d’una montatura deplorevole e la manifestò agli esorcisti, che ne furono intimiditi e dissero che le ossessioni andavano cessando. Quanto al curato di San Pietro, per un po’ non diede importanza a quello che gli sembrava un pettegolezzo, ma, come le cose andavano in lungo, si rivolse al baglivo per un intervento più energico.
■ Bisognava sentire la parola, della scienza. Nel convento si dava un gran da fare il chirurgo Mannoury, col suo amico e complice farmacista; ma, come le convulsioni e le allucinazioni ripigliavano più forti, egli ritenne opportuno chiamare a consulto uno dei migliori medici della città, Gaspare Joubert. Il Joubert credette opportuno avvisarne il baglivo, al quale, fatta la visita, presentò la relazione, che il Mannoury non osò rifiutarsi di firmare. La relazione diceva che, esaminate le inferme in presenza degli esorcisti, questi erano poi stati pregati di allontanarsi, come «suscettibili di sospetto pel contatto assiduo che avevano presso le pretese indemoniate» e, proseguito «molto seriamente» l’esame, le suore erano apparse «transportées ès leur sang en émotion», cioè col sangue agitato; e aggiungeva: «ma riteniamo che non sia opera di demonii e di spiriti, sì bene per l’eccitazione ricevuta dalla efficacia di alcuni rimedii come l’antimonio e altri simili liquori fomentati, e questo è tutto ciò che ci è apparso della pretesa ossessione, la quale ci sembra più illusoria che reale».
■ Bisogna notare l’accenno all’antimonio. Il rimedio era allora nuovo e suscitava ancora violente polemiche.

“IL CARDINALE RICHELIEU”

■ Un gran fautore dell’antimonio era proprio un medico di Loudun stabilitosi a Parigi e diventato celebre per aver fondato con la Gazette de France il primo giornale francese e uno dei primi d’Europa: Teofrasto Renaudot, del qua- le i lettori del «Giardino» ricordano la commemorazione qui pubblicata in occasione del terzo centenario della fondazione del giornale [Vedi qui. N. d.S.e.S.]. Giova ora, a vanto del medico giornalista e filantropo, ricordare anche ch’egli conobbe e stimò Urbano Grandier ed ebbe il coraggio — raro allora e in tempi meno lontani — di farne pubblicamente l’elogio, dopo il supplizio, proprio in quella «Gazette de France» che era l’organo ufficiale di Richelieu. Ma il dottor Joubert era contro l’antimonio, d’accordo con un medico più celebre d’allora, lingua perforatrice — Guido Patin —, e gli parve di poter togliere di mezzo il diavolo nel convento delle Orsoline per darne il malefico posto all’aborrito rimedio. A ogni modo gli resta il merito di avere in un tempo come quello escluso, almeno in quel caso, l’inferno dalla patologia.
■ Nel caso delle monache, si è sospettato che il farmacista amministrasse alle malate del «crucus metallorum» invece di «crucus mortis», cioè un preparato antimoniale molto eccitante invece d’un rimedio ferruginoso tonico, per aggravare i sintomi del male.
■ Fatto è che l’isteria seguitò a infierire e la cura dell’esorcismo seguitò a prevalere. Il baglivo ne scrisse scetticamente al vescovo di Poitiers dando anche qualche particolare umoristico. Un esorcista, per esempio, voleva mettere le dita in bocca a una indemoniata, ma questa era abbastanza in sé per rifiutare, dicendo che erano sporche.
■ Quando però appariva un medico imparziale i diavoli si facevano mogi. L’arcivescovo di Bordeaux mandò il suo e le suore gli dissero che stavano meglio e non erano più ossesse; cosicché anche il medico bordolese concluse in senso negativo. L’arcivescovo prese provvedimenti rigorosi e per alcuni mesi i diavoli lasciarono tranquille le Orsoline di Loudun.
■ Ma questo non era che il primo atto della tragedia.


Il secondo atto della tragedia

■ Era destino che Urbano Grandier si trovasse sempre in qualche conflitto. Proprio in quel tempo la popolazione di Loudun fu agitata dalla questione del castello, una splendida fortezza a cui i ludunesi tenevano molto ma che era stata condannata a morte da Parigi. Già da anni il Consiglio del Re, per suggerimento — o piuttosto volontà — di Richelieu, aveva deciso la demolizione di tutte le fortezze interne del Regno, che potevano servire a movimenti di ribellione. Il grande ministro vedeva giusto; ma quando venne la volta del castello di Loudun, i ludunesi si agitarono e Urbano Grandier, naturalmente, prese le loro parti. Per qualche tempo parve che la resistenza ottenesse il favore del Re, ma infine la volontà del Cardinale prevalse; e i nemici del curato misero in conto anche questo suo errore, gonfiandone la gravità e trasformandolo nella calunniosa accusa di favoreggiamento dei protestanti di Loudun, che nel castello vedevano uno strumento della loro libertà. Si arrivò ad affermare che il curato s’era fatto addirittura protestante. A presiedere alla demolizione del castello arrivò il barone di Laubardemont, tristo figuro di opportunista feroce e senza scrupoli, a cui si attribuisce la paternità di una frase divenuta universalmente famosa: «Datemi due righe di scritto d’un uomo e io lo farò impiccare». Laubardemont doveva essere l’inquisitore, il giudice, il boia di Urbano Grandier.
■ Richelieu era uomo di tenace memoria e forse non aveva dimenticato l’affronto della precedenza ricevuto nella chiesa di Santa Croce dal canonico Grandier. Ora il canonico riappariva tra gli oppositori della demolizione del castello. Ed ecco che un’altra formidabile accusa si levava contro di lui, per opera di nemici spietati alla cui testa rimaneva il procuratore del re Trincant, il padre di Filippina. Il Grandier non era un ammiratore del Cardinale: nelle conversazioni di casa Trincant non aveva lesinato i motti pungenti all’indirizzo dell’uomo di Stato. E non poteva darsi che fosse egli l’autore d’un violentissimo libello contro Richelieu, intitolato «Lettera della calzolaia della Regina Madre al signor di Baradas»?
■ Questa calzolaia, certa Caterina Hammon, era di Loudun e, durante la disgrazia della sua reale padrona, aveva fatto ritorno per un paio d’anni in patria e vi era vissuta in molta dimestichezza col Grandier, tanto da far sospettare che ne fosse l’amante; poi, tornata in grazia la padrona, aveva ripreso la via di Parigi. Dell’opuscolo ella non aveva colpa, ma da una frase risultava ch’esso era stato scritto a Loudun. Ora, con chi s’era confidata la Hammon? E chi, a Loudun, si mostrava abbastanza arditamente anticardinalista? Urbano Grandier.

“PADRE GIUSEPPE, L’EMINENZA GRIGIA”

■ Così si formò il groppo vipereo che doveva rovinare il disgraziato curato. Non è escluso che almeno una variante del libello potesse essere opera sua; pare che una copia gli si trovasse in casa quando vi furono fatte perquisizioni. Le ossessioni ricominciarono nel convento delle Orsoline. Il Laubardemont sostenne presso il cardinale che l’autore del libello era il Grandier e che qualche cosa ci doveva essere nelle dichiarazioni delle indemoniate accusanti l’opera magica del curato. Ad aggravare la sorte di questo, intervenne presso l’onnipotente ministro il padre Giuseppe, cappuccino, il quale aveva ricevuto una lettera denunziatrice dai cappuccini di Loudon, anch’essi nemici acerrimi del Grandier.”

“STATUA SECENTESCA DELLA DEMENZA. (UNA VOLTA NEL GIARDINO DEL MANICOMIO A AMSTERDAM).”

■ Padre Giuseppe è un nome che può riuscire insignificante a chi ha dimenticato la storia; ma dall’ombra dell’oblio emerge subito quando si richiama la sua importanza nella vita di Richelieu. Padre Giuseppe è l’Eminenza grigia. Il soprannome è diventato di fama universale. Si dice «eminenza grigia» a chi ha un dissimulato potere sugli uomini potenti. Padre Giuseppe, vestito del grigio panno dei cappuccini, fu il consigliere autorevole, l’organizzatore della polizia segreta del Cardinale, l’uomo di fiducia che può moltissimo avendo l’aria di non ambire nulla.
■ L’Eminenza grigia diede il colpo di grazia alla fortuna di Urbano Grandier. Il Cardinale s’infischiava delle gesta dei diavoli nel convento delle Orsoline di Loudun, ma i diavoli gli erano utili per vendicarsi del prete che poteva avere scritto il libello vituperoso.
■ Una mattina di dicembre assai per tempo questi usciva di casa per recarsi alla chiesa di Santa Croce quando il tenente della polizia gli si avvicinò per arrestarlo. Questo tenente lo aveva già segretamente informato dell’incarico avuto, ma il Grandier, fiero della propria innocenza, non aveva voluto fuggire. E si lasciò arrestare e condurre, fuori di Loudun, prigioniero al castello di Angers. Nella piazza dove ebbe luogo l’arresto si erano dati convegno tutti i suoi nemici, per assaporare il primo piacere della vendetta.
■ Le Orsoline ridivennero più che mai indemoniate. Gli esorcismi ripresero con moltiplicata energia. A curare le ossesse furono chiamati, nelle diverse case — tutte di nemici del curato — dov’erano state collocate separatamente per ordine dell’arcivescovo, medici di non buona reputazione; come perito fu nominato il chirurgo Mannoury, che ora poteva dare libero sfogo al suo rancore; il fornitore e applicatore di rimedii fu naturalmente il farmacista Adam. E le indemoniate si proclamarono più che mai vittime delle nefande stregonerie del curato: Grandier.


La parte dei medici

■ La scienza doveva ora collaborare con l’odio e con la superstizione per determinare la rovina del disgraziato.
■ La pratica dei progressi di stregoneria insegnava che sul corpo di ogni operatore di magia si devono trovare dei punti d’insensibilità, prove della possessione del demonio. Questo segno si chiamava appunto, nel linguaggio tecnico, «signum» o «sigillum diaboli». Gli esorcisti ne chiesero la rivelazione a uno dei diavoli che abitavano nel corpo della superiora e ne ebbero risposta — nel latino che gli spiriti infernali usavano — ch’essi si trovavano «in duobus natibus circa anum et in duobus testiculi»
■ Il chirurgo Mannoury fu incaricato di verificare la designazione e procedette in modo spietato alla turpe impresa. Fece spogliare completamente l’infelice, lo fece bendare e radere da per tutto, e poi si mise a pungerlo e a ferirlo in varie parti del corpo, senza curarsi delle grida e dei gemiti della vittima. Bisognava seguitare con la lancetta a esplorare il corpo finché si trovassero i punti insensibili, in cui la lama penetrasse senza provocare dolore. E non fu quella la prima volta in cui medici iniqui, per favorire persecutori o per giustificare le pretese della superstizione, finsero di averli trovati toccando la carne del paziente col pollice invece che con la lama. Così fece a un certo punto il Mannoury, ma un farmacista di Poitiers che assisteva ed era un galantuomo vide l’inganno, tolse la lancetta di mano al chirurgo, punse la parte che questi dichiarava insensibile e mostrò che la sensibilità vi era normale. Allora i medici dovettero redigere un rapporto negativo; ma Laubardemont lo soppresse, sostituendone un altro dei due tristi compari Mannoury e Adam.
■ Il bestiale Laubardemont arrivò ad allegare agli atti il patto con cui il curato aveva venduto la sua anima al diavolo. Di questo gli aveva affermato l’esistenza il demonio Asmodeo, ospite del corpo di suor Giovanna degli Angeli, che andò espressamente a prenderlo nello studio del suo padrone Lucifero. Si sa che questi patti si scrivono col sangue: ebbene, i medici riscontrarono una leggera ferita nel pollice destro dell’imputato. Invano il disgraziato sostenne che se l’era fatta tagliando il pane con un coltello prestatogli da un guardiano della prigione di Loudun dov’era stato trasportato: la spiegazione pareva assurda di fronte all’estrema verosimiglianza del bisogno di scrivere col sangue l’atto di cessione dell’anima al diavolo.
■ Per l’onore della medicina, di fronte a un Mannoury stanno le nobili figure di due medici insigni, che vollero assistere alle pratiche esorcistiche e rendersi personalmente conto dei fenomeni della pretesa ossessione: il dottor Duncan di Saumur e il dottor Quillet di Chinon. Il dottor Duncan, di origine scozzese, era a Saumur, oltre che medico, professore di filosofia e direttore del collegio calvinista. Naturalmente, come protestante, non aveva simpatia pei frati e preti che si occupavano delle indemoniate; ma in verità la sua indagine aveva uno scopo scientifico. Il Quillet era medico e poeta assai stimato e uomo argutissimo. Essi colsero più volte i diavoli in contradizione e non dissimularono né la loro incredulità né la loro repugnanza pei sistemi adoperati da uomini che confondevano l’ufficio sacro dell’esorcista con quello del manutengolo di giudici iniqui. Il Duncan pubblicò poi un «Discorso sull’ossessione delle monache orsoline di Loudun», ma per allora dové affrettarsi a tornarsene a Saumur e raccomandarsi alla marescialla di Brézé, sua cliente, perché il Laubardemont aveva emesso mandato di cattura contro di lui. Anche il Quillet se la vide brutta ed ebbe tanta paura della persecuzione di quei ribaldi, protetti da Richelieu, che preferì andarsene in Italia a far da segretario al maresciallo D’Estrée.
■ Delle convulsioni e degli esorcismi si dava spettacolo pubblico. I diavoli parlavano e scrivevano lettere: una del diavolo Beherit, con cui prometteva di togliere il berretto dalla testa di Laubardemont, si trova nella collezione di manoscritti della Biblioteca nazionale di Parigi. Una volta — e fu appunto in presenza del medico Duncan — si diede al pubblico lo spettacolo d’una prova veramente straordinaria: suor Giovanna degli Angeli doveva essere ferita alla presenza di tutti da mano invisibile. I medici (racconta il Duncan nel suo opuscolo) furono pregati, prima dell’esperimento, di constatare che sul seno della superiora non era traccia di ferite; ma, sebbene fosse stato loro promesso di far legare mani e piedi all’indemoniata per evitare qualsiasi sospetto, la veste non fu scrutata ed ella fu lasciata libera col pretesto che non si poteva privare il pubblico dello spettacolo delle convulsioni, e ci fu chi asserì di aver visto suor Giovanna adoperare una punta di ferro per prodursi le scalfitture. Così l’isterismo serviva anch’esso alla perfidia dei persecutori, poiché le disgraziate donne erano ormai strumenti passivi nelle mani degli uomini congiurati alla rovina del curato di San Pietro.
■ Secondo il racconto del Duncan, avendo un esorcista affermato che sei persone robuste non sarebbero riuscite a impedire le convulsioni d’una ossessa, egli ne prese il braccio destro e lo tenne fermo contro tutti gli sforzi. Allora l’esorcista gli disse che bisognava lasciar libero sfogo alle convulsioni diaboliche e l’arguto medico rispose: — Se è il diavolo, deve avere più forza di me —.
■ Si noti che il Duncan, uomo del suo tempo, non nega in generale la possessione diabolica (per lo meno non osa negarla pubblicamente), ma nel caso delle Orsoline ha il coraggio di una verità più rispondente alla scienza. «Non può darsi che, per follia ed errore d’immaginazione, credano di essere possedute dal demonio e non siano?». Altri invece, in buona fede, credevano. Altri dovevano far finta di credere, come il dottor Fenton di Loudun, che, avendo cominciato col mostrarsi scettico, si vide iniziare per ordine del Laubardemont un procedimento penale e si affrettò a proclamarsi convinto dell’ossessione.

“UN PROCESSO DEL SEICENTO”

■ Parecchi medici dunque affermarono tutto quello che gli organizzatori della tragica farsa volevano; parte per superstizione, parte per convenienza. E il processo s’imbastiva con documenti, testimonianze e rapporti di questo genere. L’opinione pubblica era favorevole alla vittima, ma non aveva forza contro il Laubardemont e i suoi complici. La povera Maddalena de Brou era insultata e perseguitata anch’essa e fu persino arrestata sotto accusa di magia, ma la parentela intervenne energicamente e ottenne che fosse rilasciata. Alcuni onesti rappresentanti della autorità civile, con a capo il baglivo, rivolsero una protesta al Re, ma Luigi XIII non era uomo da opporsi a cosa approvata dal suo formidabile ministro.


Il fuoco e la sua luce

■ I giudici riuniti nel convento dei Carmelitani condannarono Urbano Grandier, come reo di magia, a essere bruciato vivo, previa la tortura. Era il 18 agosto 1634. La mattina il chirurgo Mannoury si presentò alla prigione per radere il curato. Come si sa, la professione di chirurgo comportava allora uffici inferiori a quelli esercitati dal medico. Un altro chirurgo, certo Fourneau, fu condotto da due arcieri presso l’infelice; e, come il Mannoury si ritirava confuso davanti alle rampogne della vittima, toccò a lui raderlo di tutti i peli che aveva in qualsiasi parte del corpo. Il Laubardemont, sopravvenuto, pretendeva che gli fossero anche rase le sopracciglia e levate le unghie; ma l’onesto chirurgo si rifiutò indignato e nessuna minaccia riuscì a piegarlo. L’altro dovette cedere ed egli si mise a radere il Grandier dopo avergli chiesto perdono.
■ Vestito di panni grossolani, con le mani legate fu portato alla sala del Palazzo di giustizia, dov’erano convenute allo spettacolo molte signore. Gli fu letta la sentenza ed egli negò l’imputazione per cui era condannato, opponendo l’altera affermazione della propria innocenza a tutte le incitazioni che gli erano rivolte di confessare la propria colpa. Fu allora portato nella sala della tortura. Il boia e i suoi aiutanti lo spogliarono, lo stesero sul pavimento, gli legarono le braccia e ai due lati di ciascuna gamba applicarono due assi, legandole strettamente sopra la caviglia e al ginocchio e legando quindi le gambe in modo che le corde lasciassero fra le assi interne un piccolo spazio per introdurvi i cunei, che furono cacciati dentro a colpi di martello. E come i cunei forzavano l’apertura, si sentivano le ossa scricchiolare. Il condannato gettò un grido e svenne. Ma il padre Lattanzio, che sorvegliava l’operazione, incitava: — Picchia, picchia! — Urbano Grandier, rinvenendo, gli disse dolcemente: — Ah padre, dov’è la carità di San Francesco? — Erano stati ficcati quattro cunei e ne rimanevano altri quattro. Non voleva confessare? La vittima eroica rispondeva che non aveva nulla da confessare perché era innocente. Padre Lattanzio e un suo compagno, esasperati, presero essi i cunei e i martelli. Ma la vittima, se svenne più volte pel dolore, non perdette mai il coraggio di negare ogni accusa.

“I PRINCIPALI SUPPLIZI DEL SEICENTO (DA UNA STAMPA DEL CALLOT).”

■ Questo strazio durò tre quarti d’ora e fu smesso perché si temeva ch’egli morisse prima di andare al rogo. Quando le assi furono tolte, le midolla uscivano dalle ossa infrante. Più tardi, vestito d’una camicia sparsa di zolfo, con la corda al collo, fu caricato sopra un carretto tirato da sei mule e trasportato in piazza Santa Croce, dove era già pronto il rogo fatto di legna, di fascine e di paglia.
■ Così perì, indomito, Urbano Grandier. Le sue ultime parole, mentre la fiamma e il fumo lo avvolgevano, furono: — Signore, perdona a’ miei nemici —. Già prima, nelle lunghe giornate di silenzio e di solitudine in carcere, dove mai fu permesso alla vecchia madre di portargli una parola di conforto, aveva chiesto perdono a Dio de’ peccati suoi, ai quali era preparata una così tremenda espiazione.
■ Egli aveva predetto mala fine a’ suoi persecutori, e l’ebbero. Il chirurgo Mannoury, per esempio, una sera che tornava, in compagnia di due altre persone, dall’aver visitato un malato, si fermò a un tratto esclamando: — Ah! Ecco Grandier! Che vuoi da me? —. Un grande tremito lo invase. Non tornò più in sé e tremando e delirando spirò alcuni giorni dopo.

“IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI. (QUADRO DEL GOYA).”

■ Le ossessioni continuarono nel convento delle Orsoline. Suor Giovanna degli Angeli fu una volta in condizione da far credere che non passasse la notte, ma la mattina appariva quasi guarita e raccontava che la notte le era apparso San Giuseppe e le aveva dato un unguento miracoloso, di cui cinque gocce si vedevano sulla camicia. La camicia di suor Giovanna diventò famosa, specialmente per la guarigione dei mali delle donne gravide. Ne fece uso, con grande soddisfazione, anche Anna di Austria, ch’era allora incinta di Luigi XIV. Richelieu più tardi volle rivedere l’Orsolina, alla quale aveva già dato segno della sua protezione, ma non le chiese la camicia pe’ suoi mali. A tentar di liberarsi dalle emorroidi egli aveva già mandato a prendere a Meaux le reliquie di san Fiacre, ma non gli avevano giovato. Suor Giovanna seguitò ad avere allucinazioni, che ora prendevano il nome più rispettabile di visioni. Ella morì trentun anni dopo il supplizio di Urbano Grandier e la sua testa diventò una reliquia, come la camicia, per le Orsoline, finché un vescovo di Poitiers ne vietò l’esibizione e un altro vescovo, più radicale, soppresse addirittura il convento delle Orsoline di Loudon.
■ Il Laubardemont fu colpito in suo figlio, che, datosi alla mala vita, fu ucciso una sera mentre con altri malfattori dava l’assalto a una carrozza. «Non è questa una punizione divina nella famiglia dello sciagurato giudice, per espiazione della morte crudele e spietata di quel povero prete il cui sangue grida vendetta?». Così scriveva il medico Patin, negando anch’egli fede alla magia e agli invasamenti demoniaci della tragedia di Loudun.
■ Tragedia dell’odio, ma anche della superstizione che opera credendo d’essere nel vero. Quei monaci feroci che si accanivano sul curato si vendicavano, sì, delle critiche sofferte, ma credevano senza dubbio di infierire contro un alleato di Satana e di rendere un servizio alla religione mandando a morte un prete che aveva gettato la confusione e lo strazio, con una masnada di diavoli, in mezzo a un mite gregge di pecorelle del Signore. Coloro che fanno la storia dell’isterismo registrano tra i fatti più degni di memoria questo delle indemoniate di Loudun e si rallegrano che la scienza abbia messo in fuga un buon numero di demonii. Il che non toglie che le donne isteriche seguitino a essere molto pericolose pel prossimo e a provocare drammi talvolta non meno dolorosi, se pure assai meno spettacolosi e memorabili, di quello che portò alle fiamme trecento anni or sono Urbano Grandier, curato di San Pietro.”