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La stamperia Remondini di Bassano e le Carte di Varese

Da Emporium, Vol. LIX, N. 349, gennaio 1924.

“Roma, due volte — se il ricordo di quel tempo d’anteguerra non mi s’è annebbiato — ho avuto l’onore di conversare di cose che garbano agli studiosi o agli artisti con quella fine, colta e nobile donna ch’è la contessa Pasolini. Una volta, la prima, mi accompagnò a quella signorile e ospitale casa nel palazzo Sciarra il Pascarella, e tanto della casa e dell’accoglienza sì piacquero la Musa dialettale del Tevere e quella del Sebeto da non opporsi al grazioso invito a una colazione che certo sarebbe stata, come fu, assai lontana dall’abito dell’umile merenda vernacola. La benevolenza delle Minerve che anche li proteggono s’induce spesso a preparare a’ poeti, appartengano pur essi a un succinto Parnaso, di simili saporosi trattenimenti.

Era intorno a quella candida tavola bandita con copiosa ospitalità pantagruelica tutta la cara famiglia Pasolini: cara agli uomini di lettere per l’alta e costante comunione che da tempo sapeva mantenere con essi: cara agli artisti che ne conoscevano l’amabile buon gusto, l’amicizia e la protezione: cara pur ad uomini politici che talvolta venivano qui a rifarsi della freddezza della loro scienza e quasi a rivestirsi, a ricomporsi di sincerità. La contessa Pasolini, narratrice e colorita rievocatrice, sempre fervorosa in quelle sue vivaci discussioni, sempre o ideatrice o fomentatrice di cose nobili e opportune, ripigliava poi nel vasto suo salotto qualche tema intorno al cui spunto, tra una portata e l’altra, ella s’era aggirata co’ suoi commensali. Quella volta, come, tra tante cose, s’era chiacchierato di libri, di biblioteche, del secolo decimottavo e di alcune sue suggestive e pur pratiche espressioni ornamentali, da un tavolinetto barocco, che aveva a portata di mano, la signora tolse e ci mostrò, sorridendo e compiaciuta, un mazzetto di ritagli di carta greve, su ciascun dei quali era lo stampo multicolore e imitativo d’ una stoffa un po’ rossa ma di vivace tonalità e di piacevole combinazione di disegno.

— È un minuscolo campionario delle carte Remondini, e suppongo che le conosciate.
Certo, le conoscevo, e me ne rifornivo a quando a quando. Le avevo adoperate e continuavo ad adoperarle per le coperture de’ miei libri, per quelle, anche, di parecchi volumi della Lucchesiana, per le cartelle che ne serbano i manoscritti e gli autografi, e in casa, ancora, per foderarne qualche cassetto della scrivania o d’un canterano.

Ma dove ora si continuava a stampare quei caratteristici e curiosi fogli che fin dai primi decennii del settecento erano penetrati in tutte le case veneziane e occorsi a tanti lieti usi decorativi? La storia della loro origine m’era sconosciuta, e davvero mi seccava un poco di non poterla narrare a quanti, come me, s’ invogliavano, e io stesso invogliavo, a provvedersi di quelle carte. Forse la contessa me l’avrebbe esposta, se altri argomenti, quella volta, con l’arrivo di altri visitatori, non l’avessero distolta: ora si discorreva di scoperte archeologiche, della difesa del paesaggio, delle ultime pubblicazioni d’arte e di letteratura — e la mia curiosità peculiare n’era travolta. Forse, se avessi protratto o replicata la mia visita, la illustre e buona signora mi avrebbe detto per quali ragioni ella si interessava così affettuosamente a quelli stampi Remondiniani che per me, come per tutti gli appassionati del secolo di Goldoni e di quel rompicollo che fu Giacomo Casanova, costituivano, tra’ moltissimi, un de’ più aggraziati documenti del gusto inventivo dell’epoca. E forse io avrei potuto scorrere in quel punto la lettera di cui or ora ho copia e in cui il professor Martello metteva a giorno la Pasolini del bel passato di quella famosa Casa Remondini, una parte della cui scampata produzione ultimamente le capitò in possesso.


Al padovano Giannantonio Remondini che intorno al 1649 cominciò a stampare e vender libercoli di devozione, risale la non certa fastosa origine della Casa. Giannantonio – come forse accadeva pur a Napoli di quelli anni, e a Venezia e in altre principali città e più folte — ebbe l’ umile officina che parimenti i nostri impressori di San Biagio dei Librai e quelli di Venezia occuparono in qualche scura botteguccia d’un vicolo o d’ una stradicciuola popolana.

Gli bastò pel momento un picciol torchio e di quello usò, e di pochi caratteri rozzi, per stampare gli opuscoletti in sedicesimo sul cui frontispizio appariva quasi sempre l’ immagine d’un Santo venerato, di cui l’opuscolo intesseva in poche pagine le lodi. Passarono vent’anni: la stamperia del Remondini — ormai possiamo chiamarla così — s’era accresciuta, dilatata in nuovi locali, fornita di nuovo e più copioso materiale, affollata di garzoni compositori e frequentata, con parecchio suo vantaggio, da letterati e professori. Breve, nel 1670 ecco itorchi tipografici di Giannantonio diventar dodici, e da quelli, che non gemevano più pe’ Santi e per i beati, spuntar fuori nientemeno che un dizionario: il famoso calepino di Cesare Calderino, nelle cui fitte e larghe pagine ficcavano avidamente lo sguardo gli scolaretti del tempo.

Lanciata, come si dice, la stamperia, accresciuta la sua fama ogni giorno, accresciuto il suo fecondo lavoro, il lucro del Remondini andò così aumentando pur esso che al 1711 l’ottimo Giannantonio poteva lasciare a’ suoi figliuoli una sostanza di centocinquantamila ducati in terre e case, la stamperia ch’era salita al valore di oltre seicentosessantamila lire, e alcune officine di panni di lana e di seta che ne avevano uno superiore alle settecentomila.

Quale talento di commerciante possedesse l’attivissimo e intraprendentissimo Giovanni Antonio Remondini — il cui nome si legge su centinaia di libri editi qua e là nel Veneto — è facile immaginare: la sua filosofia mercantile e la sua prudenza s’esprimono per altro, e chiaramente, da questo ch’è un de’ comma del suo testamento e che non ha bisogno di glosse:
«Esorto et impono alli miei Figliuoli et a tutta la Posterità che non facciano mai sicurtà alcuna nisi inter fratres, et che parimenti non s’ingeriscano mai in alcun manegio di danaro pubblico, Commissarie e altre Casse, né in materia di Dazi, Appalti o altro dipendente in qual si sia modo e forma, altrimenti siano tuti e cadauno rispettivamente, et in perpetuo, et qualunque volta succedesse la contravenzione privi di robba e beni tutti di qual si sia sorte. E sopra il tuto comando non solo a miei Figliuoli, ma anco alla Posterità tuta, che sieno fedeli et obedienti al serenissimo principe».


I primi anni del settecento videro — ancora perché nessuno di questi ammonimenti fu dimenticato da’ figliuoli e da’ nipoti di Giannantonio — cresciuto in fama e in ricchezza il fortunato stabilimento tipografico-editoriale. Ad esso fu aggiunto, nel 1732, uno studio d’ incisione in legno, da prima diretto da Giuliano Giampiccoli e Antonio Duratti, poi frequentato dal famoso Volpato, un nome da porre senz’altro accanto a quelli di Bartolozzi e del Piranesi, di Raffaello Morghen e del Calamatta, incisori non pure insigni per la robustezza e la personalità del loro tratto quanto per la suggestiva soggettività che ad esso quasi sempre presiedeva. Successore di Giovannantonio era in quel punto il figliuolo di lui Giuseppe: e a costui — come poi avrebbe fatto col famoso avventuriero Giacomo Casanova, tipo ben diverso e a cui si potevano affidare incarichi anche più difficili e delicati in vantaggio della Serenissima — il Senato di Venezia si rimetteva, pel tramite del Magistrato dei Cinque Savii alla Mercanzia, perché tentasse d’ introdurre nello Stato Veneto la fabbricazione della carta dorata di cui la Repubblica era costretta di rifornirsi ricorrendo a produttori forestieri. Giuseppe vi riuscì. E alla industria novella appaiò quella, che non lo fece meno vantato, della produzione di immagini miniate e di ritratti a una tinta.

Nel 1796 lo troviamo Conte di Gorumbergo. Egli ha comprato quel castello e l’ usa, con la sua famiglia, ne’ pochi ozi che si può concedere durante la turbinosa, moltiplicata e incessante sua fatica.

Già nel 1791 egli ha comprato dal Santini di Venezia tutti i rami degli atlanti da costui pubblicati e già in tutta Europa ha diffuso a migliaia di copie le nuove edizioni, migliorate, di quelle carte geografiche.


Casa Remondini principiò a declinare quando a Giuseppe Remondini successe il figlio, Francesco. E ancor più, quando alla costui vedova si sostituì la contessa Giuseppa Remondini, incapace, non meno di quest’altra, di rafforzare il pericolante edificio. La contessa Teresa Remondini, ultima erede, quando, nel 1848, gli davan l’ultimo crollo quelli avvenimenti politici, cercò di restituire all’antico splendore la vecchia ditta stipulandone la cessione a una Società di capitalisti padovani che ne sarebbero venuti in potere, pel compenso di quasi un milione di lire, se avessero accettato di mantenere in servizio in quelle officine tutti, vita loro durante, gl’’impiegati e gli operai che vi si ritrovavano.

Dopo tredici anni ancora — peggiorando le cose e non trovando soluzione migliore — donna Teresa Remondini chiuse lo stabilimento. E nel 1861 — dopo due secoli e dodici anni dalla sua fondazione — la celeberrima Casa Remondini disparve dal mondo industriale, in cui lasciava orma davvero gloriosa e indimenticabile. La cartiera di Oliero fu venduta ai Randi di Padova; a’ migliori compratori furono cedute le opere rilegate; i libri intonsi e in fascicoli acquistarono l’Antonelli di Venezia e il Basadonna di Torino; le carte stampate il Pozzato, il Menegazzi ed altri; le tavole e i modelli di legno del Zackson e d’altri maestri passarono al conte Negri, allo stesso Menegazzi, al Pozzato — o andarono al fuoco.

E a tutto questo assistettero, a mano a mano, con una stretta al cuore, quanti, amici d’ogni bella e vantata cosa nostra, seguivano le vicende ultime di quell’industria famosa. E disperarono di vederla risorta gli artisti, i collezionisti, gli amatori del libro e della incisione, i teneri di quel secolo armonioso, lieto, fresco, seducente e pittoresco perfino in quelle carte da parati o da rilegature di certi libri che oramai sono spariti addirittura dalle panchette de’ rivenduglioli e forse pur dalle librerie di qualche ultimo appassionato signore, costretto a disfarsene……


Nel 1790 il De la Lande pubblicava la terza edizione del suo Voyage en Italie, conosciuta e ormai rarissima opera. E vi ristampava quel che nella prima edizione aveva scritto su Bassano e sui Remondini.

«Bassano – egli dice – è una cittadina di dodicimila abitanti e si trova a sette leghe a nord di Vicenza, a dieci da Padova, sulle rive del Brenta com’esso scende dalle Alpi, e sulla via della Germania. E’ in bel luogo ameno, circondata da popolati villaggi e da colline ove prosperano vigne ed oliveti. Se ne ignora la prima origine, ma la si crede antichissima.
Dovette il suo principale accrescimento agli Ezelini, che la scelsero per stabilirvisi. Gli Ezelini appartenevano alla Marca Trevigiana e, alla morte dell’ultimo di loro, Bassano ridiventò libera sotto la protezione degli abitanti di Padova, poi passò agli Scaligeri, ai Carrara, ai Visconti. Finalmente, nel 1404 l’ebbe la Repubblica di Venezia, che l’abbellì e la fortificò…
Nacque in Bassano il poi famoso meccanico Bartolomeo Terracini, al quale, nel 1783, è stato dedicato un bel monumento: vi nacquero Lazaro Buonamico, il poeta Campesano, il teologo Vittorelli, lo scultore Marinali. E in questo momento vi si trovano l’abate Roberti, conosciuto scrittore, Giambattista Veri, storico ed archeologo, il poeta Vittorelli, il Volpato, eccellente incisore di Roma.

Ma il De la Lande si sbaglia qui, togliendo a Bassano un’altro de’ suoi figli maggiori. A Bassano nacque il Volpato, e non in Roma, nel 1738: a Roma morì nel 1803, a sessantacinque anni, e dopo d’avervi sposato a un altro famoso incisore, Raffaello Morghen, la prima, mi pare, delle sue figliuole. A Venezia era stato scolaro del Bartolozzi, e le sue prime incisioni avea firmato Rerard. A Bassano fu chiamato, quando già era divenuto assai noto, dal Remondini, e precisamente dal figliuolo di Giannantonio, Giuseppe Remondini.
Di costui e delle sue officine così, seguitando, parla il De la Lande, che certo le visitò avanti di recarsi a Rovereto.
«La stamperia dei Remondini è il più grande stabilimento che di questo genere abbia l’Europa. Vi sono occupate mille persone, senza contare quelle che lavorano a Venezia, ove pur il Remondini fa stampare cose sue. Vi sono diciassette torchi per i libri, ventuno per le stampe, quattro per le carte marmorate e dorate, undici incisori in legno (taille-douce), tre cartiere, che sono fornite di dieci enormi tine.
Nel 1783 il Remondini ha fatto costruire dei cilindri sull’uso d’Olanda per la fabbrica di un certo suo tipo di carta; ha iniziato manifatture di carte dipinte al modo di Francia o delle Indie ; ha impiantato fonderie di caratteri. Insomma si trova a Bassano quel che sarebbe assai difficile ritrovare nelle più grandi città, e ciò si deve al conte Remondini. Egli possiede un vasto feudo che gli conferisce quel titolo nobiliare e gode d’una rendita di sedicimila ducati infuori di quella che gli somministra il suo immenso commercio. Nel maggio del 1783 il Boscovich s’è andato a stabilire a Bassano per farvi stampare dal Remondini tutte quante le opere sue matematiche, in cinque volumi in-4°, dei quali si pubblica uno ogni due mesi».


Chi volesse, per aggiungerla alla non inutile storia della stampa in Italia e dei suoi stampatori rinomati, radunar quella delle vicende delle parecchie collezioni xilematiche Remondiniane — magnifiche collezioni de’ legni che i Remondini avevano fatto intagliare per usarne la quasi rudimentale impressione delle carte uscite da fabbriche loro medesime — potrebbe rimettersene ad alcune lettere del Martello alla contessa Pasolini. Le costei sollecitazioni e le risposte di lui sono, d’ un periodo che corre dal 1900 al 1902, quando l’illustre signora trovò nelle sue parenti della famiglia Ponti le comproprietarie degli stampi della Casa Remondini di Bassano Veneto e insieme pensarono alla risurrezione, addirittura, di quell’industria famosa, commerciale, sì, naturalmente, ma sentimentale ancor più e attesa da tutti coloro che la fomentavano quasi come per devozione familiare.
Gli stampi, scriveva il professor Martello, sono ben quattro o cinquemila, forse più forse meno, e ciascuno si compone di due a cinque pezzi. Il processo della impressione somiglia a quello della primitiva cromolitografia; si preme, per esempio, con un di que’ pezzi sulla carta lasciandovi tutta la parte rossa del disegno: con un altro pezzo, che combina col primo, si stampa la parte verde; con un terzo, che combina col secondo, si stampa la parte gialla.

Ma, — soggiungeva l’accurato informatore a cui la Pasolini commetteva quelle indagini e dal quale s’aspettava opportuni consigli — per quanto mi si dica che ogni stampo conservi tuttora i suoi pezzi, e che alcun d’essi sia mai stato disperso o distrutto, occorre assolutamente che siano riordinati, e, quando lo saranno, occorre avere sottocchi il vecchio campionario, per procedere alla composizione del nuovo. Ma dove trovare l’operaio specialista che, immergendo i pezzi degli stampi in diverse soluzioni colorate, e imprimendoli a prova di stampa su carta speciale, riesca a ordinare questa immensa quantità di legni scolpiti e anche intarsiati talvolta di metallo ?

E il professor Martello, che non si dà pace, e cerca, e fruga e appura, riesce finalmente a trovar l’operaio che lo aiuterà nella ricostruzione del catalogo e s’impegnerà di bene e sollecitamente riuscire in quella paziente fatica di rassegna e di rinnovellamento. Chi è costui? Non altri se non un vecchio fruttivendolo che egli ha ripescato in una stradicciuola suburbana di Bassano, un che ha lavorato quasi mezzo secolo fa con gli stessi stampi, che li conosce, che li ama, che assai volentieri li tornerebbe a maneggiare. Or che cosa occorre per la nuova esercitazione di quella industria? Tre cose occorrono: i colori che non siano a base di anilina, la carta fatta appositamente fabbricare, l’operaio istruttore, infine. A Bassano i colori tratti da speciali corteccie di legno si conoscono, e si sanno trovare e preparare. La carta potrebbe soltanto esser fabbricata dalle cartiere di Fabriano, o da quella di Oliero di Valstagna a ll km. da Bassano. L’operaio istruttore? Ma non s’è trovato quel tal fruttivendolo?
Sì, ma nel punto in cui il Martello lo scopre, ecco che il fruttivendolo s’ammala …..


Bisogna ora saltare una quantità di circostanze tra favorevoli e sfavorevoli — moltissime pur difficili — che hanno battagliato in quest’epopea più recente delle carte Remondiane.
Importante conoscere che allora l’industria riprese l’interrotta sua vita e che oggi l’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, ha stipulato il contratto per la vendita delle carte Remondiane con le nobili signore contessa Maria Pasolini Ponti, donna Ester Esengrini Ponti, la contessa
Antonia Suardi Ponti, la marchesa Remigia Ponti Spitalieri, e gli eredi del marchese senatore Ettore Ponti, comproprietarî, tutti quanti, degli stampi ei mmagini, giuochi, caricature ecc. ecc. della Casa Remondini di Bassano. È da ricordare che per mezzo di quelli stampi s’ ebbe dalla cartiera Molina di Varese la prima produzione delle carte antiche, così che esse corrono pur sotto il nome di Carte di Varese. A Varese le ebbe in deposito per la vendita la Ditta Giuseppe Rizzi.


Il piacere di avere sottocchi di somiglianti documenti di un secolo pieno di vita e di letizia, di spensieratezza e di filosofia, di buon gusto e di nobiltà, è di quelli che solamente i suoi rievocatori affezionati possono intendere con un sorriso d’assentimento. È il piacere di un quasi protratto assaporamento, d’ una beatitudine da bibliomani, che mentre dura vi lascia pur rincorrere tante care ombre, le quali vi appaiono e fuggono, in tricorno e mantello.

Ecco, sì, novellamente stampato e allestito con ogni cura, e ricoperto da un de’ più belli di quei fogli preziosi, il catalogo delle Carte Remondini, in formato d’albo, ricco di oltre 300 modelli — ecco, ancora, pel più vivo interessamento, per la più completa gioia degli occhi de’ temporis acti laudatores, quei minuscoli campionarîi del secolo di Giannantonio e di Giuseppe Remondini, quelli che si chiamavano della Carta Cambrich sopraffina o della Marmorata Reale, o della Sbruffata o Tartarugata, oppur della Calicot, che ha novissimo assortimento di vaghi disegni a somiglianza delle tele di Calicot e si vende per buon prezzo a diciotto lire la risma. Ecco, edito a Bassano, nel 1766 e il Catalogo delle stampe incise e delle carte di vario genere della Ditta Giuseppe Remondini e figli; ecco la sua appendice del 1826, su carta verdina, co’ prezzi di qualche poco calati e segnati a mano or nella colonna che addita i pittori de’ varii soggetti di quell’iconografia, or in quella degli xilografi. E questi due cataloghi — de’ quali ormai tornerebbe difficilissimo ritrovar qualche esemplare — non sono essi la storia, appunto, quasi completa della incisione nel settecento e a’ primi del secolo decimonono?

E adesso, ditemi, non vi trascorrono davanti certe figure e certe figurette che approfittano di questo vostro incantamento retrospettivo e si vogliono daccapo far ricordare da quella simpatia onde le seguiste attraverso l’educato lor costume letterario e le loro contingenti preferenze? lo ne vedo tante! Si spargono, qua e là, in tepidi salotti come quelli di Marina Tuirini Benzon o di Giustina Renier, di Caterina Dolfin Tron o di Adriana Foscarini, nella pubblica libreria dello Zatta o in quella dell’Antonelli, nelle quete stanze da biblioteca degli Zeno, de’ Mocenigo, dell’aureo, arguto amico del Casanova, Pietro Zaguri, tra gli associati alle commedie del signor avvocato Carlo Goldoni, tra quelli ancora, che da Padova si fanno spedire la traduzione che dell’Iliade, in dialetto veneziano, va pubblicando l’ erudito figliuolo della famosa Zanetta. E, a braccetto, provvisti anche loro di alcuni fogli di quelle carte in voga, che ha loro additato l’autor del Teatro alla moda Benedetto Marcello, non pare anche a voi di vedere, per qualche viottolo di Venezia, il napoletano maestro di cappella don Gaetano Latilla e il non meno grave suo conterraneo e collega Traetta? Qualche loro arietta, qualche cantatina, qualche amoroso duettino non han bisogno d’ una bella copertura Remondini per andar tra mani di signore protettrici ?…
Fantasticherie? Come vi pare. Eppur quanto ci riappressano al profumo di quel vecchio tempo, e al dolce valore delle memorie preferite!…

S. di Giacomo.”

Come si fabbrica il linoleum

Da Sapere, Anno III, Volume V, N. 60, 30 Giugno 1937.

“di L. Sinigalli.
Sulla linea Orte-Terni-Ancona che segue la Valle del Nera, in un paesaggio a tratti pettinatissimo e poi di sorpresa boscoso e rupestre, c’è lo scalo di Narni-Amelia, una stazioncina così vivida del colore dei manifesti, così rumorosa per le assidue manovre dei carri merce che portano, a volta a volta, cisterne di olio di lino, balle di sughero, enormi bobine di iuta, barili di resina, e sacchi di colore. Sono le materie prime che entrano nei magazzini della Fabbrica del Linoleum e sono conservate in capaci serbatoi e sotto vaste tettoie.
L’olio di lino è la materia base nella fabbricazione del linoleum (quella che dà il nome al prodotto finito): entra nella proporzione del 25% circa in tutti i tipi. È un olio vegetale spremuto dal seme delle linum usitatissimum, essiccante al grado massimo, e per questo assai ricercato nell’industria delle vernici.

Il mercato europeo dell’olio di lino è Amsterdam e il migliore olio sembra quello dei paesi baltici. L’indice di qualità dell’olio rispecchia la proprietà di assorbire l’ossigeno dell’aria e disseccarsi, formando una pellicola elastica. (Dall’osservazione di questo fenomeno partì appunto Walton, l’inventore del linoleum.) Questo indice di qualità, espressione vaga se pure suggestiva, ha trovato una misura precisa nel cosiddetto “indice di iodio” che è un numero discriminante degli olii, direttamente proporzionale al grado di essiccatività e che misura la quantità di iodio espressa in milligrammi che può essere fissata da mille grammi di sostanza. Per l’olio di lino questo numero oscilla tra 195 e 171. Un calo di valore deve far supporre un eccesso di impurità o addirittura far sospettare una adulterazione. Per esaltare questo potere essiccante dell’olio, questa sua simpatia per l’ossigeno, l’olio viene cotto in caldaie da 2000 kg a una temperatura di 230° e sotto l’azione del litargirio fino a quando assume una certa consistenza viscosa.
Per effetto dell’ “ossidazione” l’olio di lino cotto subisce una modificazione profonda: secca in pelli sottili all’aria, dando una materia più o meno elastica, trasparente, la “linossina”.

“Fig. 2: Mescolatore a trafila.”

Questa gelatinizzazione dell’olio cotto a causa dell’ossidazione, può essere chiarita in parte coi principii della chimica colloidale.
L’olio di lino cotto si solidifica per azione dell’ossigeno e del calore. Perché questa trasformazione dell’olio di lino in linossina sia completa, bisogna garantire una vasta superficie di contatto con l’ossigeno dell’aria. A questo riguardo Walton per primo pensò di irrorare con olio dei lunghi teli di cotone. L’ossidatoio classico si presenta quindi come una grande camera divisa in un certo numero di campate. In prossimità del soffitto alcune intelaiature meccaniche portano trasversalmente i sostegni di sospensione delle tende, distanti l’una dall’altra di alcuni centimetri e ancorate alla base per garantirne l’intercapedine. Un carrello mosso elettricamente lungo le guide di sospensione lascia scorrere per circa due ore una lama di olio che va a irrorare le tende. Questo accade ogni giorno per ogni campata. Alla temperatura di 40° l’olio trova le condizioni adatte per ossidarsi fino alla coagulazione. La carica di olio alle tende si ripete per parecchi mesi fino a quando lo spessore della linossina sul sostegno di cotone raggiunge i 3 centimetri circa. Ma per compensare l’immobilizzo del capitale per tanti mesi (un vecchio ossidatoio Walton carico può contenere 120-130 tonnellate di linossina) si ricorre a processi di ossidazione più rapidi che pur dànno un prodotto soddisfacente (nuovo Walton, Bedford).

Con la fusione delle linossine di varia provenienza nelle resine (a 130°-135°), in grandi caldaie dette di “cementazione” (vedi fig. 1), e riscaldate da una camicia di vapore, si perviene a una soluzione colloidale, a un gelo elastico il quale dopo 5 ore non fonde più per riscaldamento. Sembra che il punto di fusione dei solventi (le resine) abbia un’importanza risolutiva sulle qualità fisiche del cemento, la durezza, la resistenza, l’elasticità. Questa fusione di due colloidi, di due sostanze elastiche, le resine e la linossina, bisogna situarla tra le soluzioni propriamente chimiche e quelle cristalline (le leghe metalliche). Si lascia maturare il cemento in magazzino per parecchie settimane, Quando è fresco ancora, il cemento è molle e gommoso; dopo un certo tempo diventa “nervoso” e duro e presenta una grande elasticità alla pressione delle dita.

La colofonia, oggi largamente usata, è ottenuta per distillazione diretta a mezzo di vapore acqueo delle trementine colanti da pini di famiglie diverse; scaldando cioè continuamente tali trementine in speciali apparecchi a distillazione, finché tutto l’olio contenutovi sia passato. Il residuo fluido e caldo che rimane si versa in barili ove raffredda e solidifica. Il punto di fusione della colofonia è assai variabile, da 70° a 135° secondo il modo di preparazione e secondo il tipo. Tutte però rammolliscono intorno ai 70°.

Viene usata su vasta scala oltre che nell’industria delle vernici e del linoleum, nella fabbricazione dei saponi e nella fabbricazione della carta. I suonatori degli istrumenti ad arco la sfregano sul crine dell’archetto perché aderisca meglio alle corde e le faccia meglio vibrare, gli schermidori la spargono sulla pedana per dare al piede un appoggio più sicuro.
Le coppali si distinguono in dure e molli, si chiamano anche commercialmente gomme e le più richieste, quelle a maggior grado di durezza, vale a dire a più elevato punto di fusione, sono le resine fossili che si estraggono dai fusti di antiche foreste interrate. Citeremo fra le coppali, la “dammar” che cola spontaneamente in grande quantità da molte piante e che è molto adoperata nell’industria. Le coppali, insomma, sono le gomme prodotte dai fusti di piante speciali, conifere, ombrellifere, euforbie. Non bisogna quindi confondere le coppali che sono gomme naturali con la colofonia che è un prodotto di distillazione.
I primi cementi fabbricati da Walton contenevano troppe resine.
Oggi la percentuale delle resine è stata ridotta. Ecco la dose approssimativa di un tipo di cemento vecchio Walton: linossina 590 kg, colofonia 132 kg, coppale 68 chilogrammi.

Il sughero che serve all’industria del linoleum è il cosiddetto sughero maschio, vale a dire la corteccia esterna del quercus suber, una pianta che cresce nella Maremma Toscana, in Sardegna, in Sicilia e in certe zone del Lazio. Il sughero è ridotto, a mezzo di martelli che agiscono per urto, in parti della grossezza di una nocciola, poi viene aspirato nei silos per la macinazione che avviene attraverso mulini a palmenti. La separazione delle diverse farine si fa per passaggi successivi attraverso un buratto a scosse. Quando si vuol dare vivacità ai colori, si fa pure uso della farina di legno mista al sughero o in applicazione integrale. I colori che trovano impiego nella fabbricazione del linoleum e che ai fini del commercio possono tante volte far la fortuna di un tipo, di un disegno (tralasciamo di parlare del “valore decorativo” del linoleum come materiale di pavimentazione e di rivestimento) sono quasi tutti colori minerali naturali o artificiali da distinguere dai colori organici, detti anche derivati del catrame o colori d’anilina, che servono invece nell’industria della tintoria, dei tessuti, delle carte e alla preparazione di alcune lacche. Le ocre e i calcari trovano largo impiego perché, dovendo colorare una pasta e non un liquido, il colore deve possedere anche una certa massa per mescolarsi ad ogni particella dell’impasto. I colori bianchi sono usati soprattutto come ricoprenti: in certo senso essi fanno l’ufficio dell’intonaco sui muri che poi dovranno essere affrescati. Eliminati i bianchi a base di piombo e di zinco, era rimasto, fino a qualche anno, il litopone (miscela ottenuta in certe speciali condizioni per doppia precipitazione del solfato di bario e solfuro di zinco). Negli ultimi tempi invece è entrato nell’uso l’ossido di titanio, di produzione nazionale.

Preparati così i vari ingredienti: cemento di linoleum, farina di sughero, farina di legno, e colori, si passa nei reparti di mescolazione (vedi fig. 2).
Nella fabbrica di Narni esistono tre complessi meccanici per tre mescolazioni tipiche determinate dalla necessità di poter disporre di tre prodotti base che richiedono esigenze diverse di lavorazione.
Il processo di mescolazione, puramente fisico-meccanico, può essere continuo e intermittente. Quest’ultimo, benché più antico e meno veloce, ci dà maggiori garanzie sull’omogeneità della pasta.
Riguardo ai diagrammi di lavoro, e cioè ai passaggi dei diversi componenti la miscela nelle macchine successive (passaggi che si attuano per gravità), ricorderemo che gli sbriciolatori servono a disgregare la pasta, ridotta già in foglie sottili nei treni di laminazione, per degassificarla. I mescolatori cosiddetti “a trafila” (fig. 2) hanno la funzione più importante: agiscono con un meccanismo che ricorda molto da vicino, dal punto di vista cinematico, le macchine domestiche per tritare la carne. Cemento, farina di sughero, farina di legno, e colori, dopo una mescolazione quanto più è possibile integrale, sono sbriciolati e passati nella tramoggia che alimenta la calandra: questa provvede a spalmare la pasta sulla tela iuta.

La calandra (che in una fabbrica di linoleum fa un po’ la parte dell’elefante [vedine l’insieme e un particolare nelle figg. 5 e 6]) si compone di un supporto portante due paia di cilindri comandati da ingranaggi a chevron, per dare al contatto fra i denti elicoidali una progressione graduale ed evitare l’urto causato ad ogni passaggio da un dente all’altro nelle ruote a profilo diritto.
Sul largo nastro di linoleum si verrebbe a formare un solco per ogni urto, se pure appena percettibile. La distanza fra gli assi dei cilindri è regolabile e varia col variare dello spessore da dare al telo di linoleum. I cilindri sono cavi, fusi in conchiglia, del diametro di 900 mm, possono essere scaldati dal vapore o raffreddati dall’acqua. Lo stato termico dei cilindri ha una grande importanza nella lavorazione. Il cilindro intorno a cui si ‘avvolge la iuta è tenuto ad una temperatura di circa 80°, l’altro che lamina la pasta sul traliccio tessile arriva anche a 120°. La pasta premuta a 80 chilogrammi per cm2 è nello stesso tempo spalmata, ossia fissata contro e dentro la trama del tessuto di iuta. I cilindri lucidatori, invece, hanno un diametro più piccolo (600 mm) e sono raffreddati. Il cilindro ultimo, di rame, è più grande e serve per la dispersione del calore del nastro. Si sono fatte a Narni delle esperienze per sostituire la iuta con la ginestra: si può dire solo che i risultati sembrano promettentissimi.
Il filato è richiesto molto uniforme e confezionato sotto uniforme tensione dei fili dell’ordito, ché, se a ciò non si provvedesse, la trama soggetta alla calandratura formerebbe “borse” nelle zone dei fili meno tesi e “strappi” dove la tensione fosse più elevata.
Il telo dopo aver subito sul rovescio di iuta una verniciatura antiumida passa ai caratteristici essiccatoi verticali, mantenuti a circa 60°. Sono camere alte dove avviene la maturazione o stagionatura con notevole modificazione delle proprietà del prodotto. La durata varia a seconda dello spessore del telo, in media da 10 a 20 giorni. I teli sono appesi verticalmente all’armatura del soffitto sotto forma di nastro continuo svolto a festoni. Dopo passano alla finitura, subiscono una prima ceratura, sono ravvolti in rotoli di una trentina di metri di lunghezza e conservati nei magazzini, dove continua il processo di stagionatura.

Alla grande calandra si lavorano nel modo descritto i tipi uniti, (a un colore) e anche gli striati e i graniti. Per i tipi di linoleum che mi piace chiamare “di fantasia”: mosaici, lintarsi, stampati il processo di fabbricazione è lo stesso all’incirca fino alla fase di mescolazione. I lintarsi (fig. 3) si preparano in sfoglie di vario disegno e di colore cangiante che vanno composte sul nastro di iuta secondo il modello, e poi pressate. I mosaici, invece, si formano con un procedimento speciale: su delle lastre di zinco, tante quanti sono i colori base del disegno, si riporta il contorno di ogni colore e si scava il pieno della forma (fig. 4). Queste lastre si dispongono in fila sopra il banco e si regola la distanza in modo che l’intercapedine dia lo spessore voluto. Si fa scorrere al disotto la tela iuta sopra cui si lascia cadere lo strato di pasta. Gli “sciabloni” (cioè le lastre) si sollevano ritmicamente, la tela avanza di un “passo” (variabile a seconda del disegno), finché al passaggio dell’ultimo sciablone il disegno è tutto coperto (fig. 8). Viene quindi pressato a caldo sulla iuta prima a 60, poi a 340 atmosfere (fig. 7).
La lavorazione degli stampati si fa con un procedimento che ricorda molto da vicino quello della stampa a colori e quindi il disegno resta superficiale. Hanno comunque una durata soddisfacente in ambienti non soggetti a grande traffico. Per ciò che riguarda il linoleum adatto per rivestimento di muri e di mobili (copertina, lincrusta, vandolino, silusta), il quale anziché presentarsi col supporto di iuta ha il rovescio di cotone o di cartoncino, oppure è tagliato in semplici sfoglie come la silusta, o addirittura già pressato e incollato su lastre di compensato, o di metallo, esso non ha differenze sostanziali dall’altro usato per pavimentazione. Questi tipi che devono presentare una notevole flessibilità sono in genere di uno spessore che raramente supera il millimetro e la larghezza del telo varia dai 50 cm a 1 metro, fino a 1,5 m a differenza dei teli di linoleum che hanno una larghezza di 2 metri.

La fabbrica delle cifre

Da Sapere, Anno I, Volume II, N. 23, 15 Dicembre 1935.

“di A. Molinari
La produzione di cifre statistiche ha avuto in questi ultimi decenni uno sviluppo imponente in tutti i Paesi più civili. Il mondo moderno è insaziabile di statistiche e lo sarà ancor più in avvenire: conseguenza inevitabile dell’incessante progresso tecnico e scientifico; della complessità della moderna economia mondiale; dell’accresciuto livello intellettuale dei popoli, che li rende assetati di conoscenze; e, particolarmente, dell’intervento dello Stato — che si accentua sempre più in tutte le Nazioni — nel controllo o nella direzione della vita economica, nelle questioni demografiche, nei rapporti sociali, negli scambi.
Le cifre diventano, così, non solo elementi indispensabili di documentazione dei fatti e della loro dinamica, ma delicati e preziosi strumenti di comando, in un mondo che è divenuto un immenso laboratorio di grandiose esperienze tecniche, economiche e sociali.
Mai come oggi appaiono attuali le massime che ornano i frontoni dell’Istituto Centrale di Statistica, la più grande fucina nazionale delle cifre: numerus rerum omnium nodus; numerus reipublicae fundamentum.

E la statistica invade, ormai, ogni campo dell’attività umana; si può dire che nessun giornalista, nessun imprenditore, studioso, scienziato, uomo di governo, non sia oggi costretto a ricorrere alle copiose fonti delle cifre ufficiali, la cui massa si accresce ogni anno: la “produzione” annua dell’Istituto Centrale di Statistica da circa 5.000 pagine nel 1930 si avvia ora verso le 20.000!
Ultimo campo, in ordine di tempo, con il quale la statistica è venuta a contatto, è la cinematografia. Le prime realizzazioni in questa zona sono state fatte in Italia, da italiani, valendosi di una tecnica speciale (cfr. SAPERE n. 17 e n. 19), che si avvicina a quella dei cartoni animati, che tanto successo hanno avuto nel mondo. Sono così nuove prospettive, luminose… e sonore, che si schiudono alla statistica come mezzo di propaganda, di cultura e di educazione.
Se l’efficacia espressiva e l’eloquenza delle cifre sono ormai un luogo comune, il gran pubblico ignora quanto lavoro si celi dietro le tabelle che sintetizzano e condensano, in pochi numeri, fenomeni d’importanza capitale.
La preparazione e la pubblicazione delle statistiche si possono, oggi paragonare a una vera e propria azienda industriale con le sue materie prime, i suoi cicli e i suoi processi di lavorazione, i suoi operai specializzati, il suo imponente macchinario moderno, i suoi prodotti intermedi e finiti, i suoi consumatori.
Vediamo come si svolge nelle sue linee schematiche questa curiosa “industria” presso il nostro Istituto Centrale di Statistica, che è fra i più importanti e i più modernamente attrezzati uffici di statistica d’Europa (vedi contro il diagramma di lavoro).
La materia prima è costituita da immense quantità di moduli, fogli, schede, questionari, dei formati più diversi — i cosiddetti modelli di rilevazione — raccolti ordinatamente in grandiosi magazzini (fig. 1) che ne possono contenere alcune centinaia di milioni. Questi modelli — predisposti dopo pazienti studi in collaborazione con esperti e scienziati — portano la descrizione, più o meno dettagliata, di fenomeni relativi alla vita dei singoli e della nazione: nati, matrimoni, immigrati, emigrati, malati, morti; fogli dei censimenti demografici, delle aziende industriali, commerciali, agricole; produzione; importazione, esportazione; prezzi, consumi; ecc., ecc.

I modelli trasmessi, in bianco, dal centro alla periferia, vi ritornano compilati in base a norme che debbono essere rigorosamente rispettate. Questa materia grezza, prima di essere utilizzata subisce uno speciale “trattamento”, inteso ad assicurare l’attendibilità e l’esattezza delle notizie raccolte. I modelli, uno per uno, sono attentamente esaminati, per scartare quelli incompleti o contenenti notizie errate, o, come viene detto in gergo statistico, fra loro “incompatibili”. Questo oneroso lavoro — nonostante gli accorgimenti tecnici che consentono di rilevare con rapidità errori o lacune — assorbe talvolta fino al 30-40% della spesa. Questa fase, in cui domina ancora sovrano il lavoro dell’uomo,è la più delicata, ma anche la più necessaria, per non compromettere la bontà del prodotto finale. Oggi l’insegna della Statistica è quella che il Capo del Governo — da cui l’Istituto, da lui ideato e fondato nel 1926, direttamente dipende e che Egli segue, vigila, aiuta e sprona con interessamento quotidiano — ha dettato fin dall’epoca della fondazione: «il segno della statistica deve essere quello della piena verità, piacevole o spiacevole che sia».
Prima di iniziare il processo vero e proprio di trasformazione, la materia prima deve subire un altro “trattamento” importante: ogni indicazione descrittiva, contenuta nei modelli di rilevazione, deve essere numerata, con un numero convenzionale preventivamente fissato in base ai cosiddetti “piani di spoglio”: nell’officina delle cifre tutto deve essere trasformato in numeri! (fig. 2)
Solo quando la materia prima è stata così “confezionata” può entrare nel regno delle macchine. La lavorazione si compie con un macchinario speciale, oggi prevalentemente di invenzione americana, il cui principio informativo, quello delle cartoline perforate, è stato derivato dal telaio Jacquard. Il primo brevetto risale al 1889.
La prima macchina che entra in funzione è la cosiddetta “perforatrice” automatica (a funzionamento elettrico) che ha essenzialmente il compito di sostituire ai modelli di rilevazione — di qualsiasi formato e contenenti un qualsiasi numero di notizie — delle cartoline statistiche (fig. 2), del formato-tipo (di centimetri 18,7 x 8,8), più o meno perforate a seconda del numero delle notizie contenute nel modello di rilevazione. Sulla cartolina statistica sono stampate 45 (e talvolta fino a 90) colonne verticali di numeri: in ogni colonna sono stampati i numeri dall’1 al 12. Una cartolina a 45 colonne contiene, quindi, 540 numeri. Ad ognuno di questi numeri si può far corrispondere — in base ad un piano di numerazione convenzionale all’uopo predisposto — una delle notizie contenute nei modelli di rilevazione, per modo che ai numeri che si trovano nella stessa posizione (che occupano cioè nella stessa colonna lo stesso posto) corrispondano notizie identiche. Accorgimenti aritmetici consentono talvolta di riferire ai 540 numeri della cartolina statistica un numero di notizie molto maggiore.
La perforatrice (fig. 3) è munita di una tastiera di 12 tasti, che corrispondono ai 12 numeri di ciascuna colonna della cartolina; l’operatore batte sulla tastiera i numeri che si trovano scritti sul modello di rilevazione e la cartolina, immessa automaticamente nella macchina, viene perforata. (fig. 2) nella posizione dovuta e gettata in un serbatoio di raccolta. Gli operatori più esperti compiono questo lavoro con una velocità di 5-6 battute per secondo.
Occorre però accertarsi che l’operatore, nel perforare le cartoline non abbia commesso errori: è necessario, quindi, verificare, una per una le schede, ciò che oggi può essere fatto con apposite ingegnose macchine “controllatrici”, che hanno struttura e funzionamento analoghi a quelli delle perforatrici e che scattano automaticamente le cartoline errate.

Spetta ora alle macchine di assolvere il compito fondamentale, quello di separare, da tutta questa immensa massa di cartoline e di dati, le notizie e le caratteristiche comuni che interessa di mettere in evidenza per sommarle o classificarle secondo le combinazioni più espressive che dovranno figurare nelle pubblicazioni (ad es., per i nati, tutte le cartoline dei nati dello stesso ordine di generazione partoriti da madri della stessa età, nati da padri aventi la stessa professione, ecc., ecc.).

La massa delle schede perforate viene, per così dire, versata in apposite macchine (meccaniche o elettriche) dette “classificatrici” o “selezionatrici” (fig. 4) dove, una per una, con una velocità di circa 25.000 e più schede all’ora, vengono fatte passare — con un apposito dispositivo — sotto un pettine dotato di un movimento dall’alto in basso. I denti del pettine sono costituiti da 12 aghi (corrispondenti ai 12 numeri delle colonne di ciascuna cartolina) che si abbassano sulle schede; se gli aghi incontrano, nella scheda; sottostante, un foro, lo attraversano e, a seconda della posizione del foro, la cartolina viene trasportata, da rulli in movimento, e gettata in un serbatoio (vi sono 12 serbatoi corrispondenti ai 12 numeri di ciascuna colonna della cartolina). Contemporaneamente, su appositi contatori, di cui sono muniti i serbatoi, viene contato il numero delle schede in essi versate. Nei serbatoi si raccolgono quindi solo le cartoline aventi eguali caratteristiche. Attraverso successivi passaggi delle cartoline, queste si possono classificare secondo tutte le combinazioni volute.

Le cifre indicate dai contatori vengono, via via, trascritte, a mano o automaticamente, su apposite tavole (tavole di macchina) che, dopo successivi riepiloghi e controlli (con il sussidio di diversissime macchine addizionatrici e calcolatrici ormai in uso in tutti gli uffici) sono quasi pronte per la pubblicazione: manca solo una rifinitura finale, compiuta da specialisti, affinché sia curata l’estetica delle tavole statistiche, estetica altamente apprezzata dai consumatori e dai tecnici e che affatica gli statistici ed… i tipografi.

Così da una massa gigantesca di modelli — che si susseguono in un ordine qualsiasi — vengono estratte tutte le schede che contengono le stesse notizie o combinazioni di notizie, come se speciali calamite fossero state immerse nella massa informe dei dati e ciascuna avesse attratto a sé le schede aventi determinate caratteristiche e solo quelle.

“Fig. 3/c: le “perforatrici”: particolari della macchina.”

Le cartoline perforate — che costituiscono i “prodotti intermedi” della nostra industria — sono custodite in speciali mobili di ferro (fig. 1), pronte ad essere “spagliate” per nuove ricerche.
Il ciclo è così chiuso. Ma perché le fasi del lavoro siano mantenute, come debbono, rigorosamente in “parallelo”, la massa della materia prima, delle cartoline e dei prodotti intermedi deve essere in continuo e regolato movimento per smistarsi fra i 5 piani dell’Istituto — allo scopo di rifornire il personale e alimentare le voraci macchine — e per ricomporsi, a lavoro esaurito, nei magazzini.

A queste macchine, che possono chiamarsi fondamentali, altre ne ha aggiunte la tecnica moderna più recente. Così si hanno tabulatrici — macchine composte di più di 20.000 pezzi — che oltre a contare le cifre delle cartoline perforate le sommano e ne imprimono i risultati e altre — veramente prodigiose — che eseguono in uno stesso tempo somme, differenze, moltiplicazioni, divisioni selezionano e scrivono i risultati.

Accanto a queste moderne macchine automatiche complesse vivono ancora, con onore, le prime macchine classificatrici, costruite 36 anni or sono, e che per certi tipi di lavoro raggiungono ancora rendimenti elevati: si tratta delle cosiddette macchine March (fig. 5), dal nome dell’inventore (un eminente statistico francese da poco scomparso, che le costruì) che vanno ricordate anche perché 18 anni prima ne brevettò e ne costruì alcuni esemplari, in tutto analoghi alle March, un italiano: l’ing. Luigi Perozzo.

La rapida e progressiva meccanizzazione della fabbrica delle cifre non è solo dovuta alle ragioni tecniche, economiche e sociali che hanno dato così grande impulso alla diffusione della macchina in ogni campo, ma ad un principio che — con quello della esattezza — deve costituire la caratteristica fondamentale delle statistiche moderne: la rapida elaborazione e pubblicazione dei dati.
Un tempo le statistiche avevano essenzialmente il carattere di notizie “storiche”; oggi, per rispondere ai bisogni dei consumatori, esse. debbono essere “attuali” e ”immediate”…

In luogo dei modesti uffici statistici di un tempo, polverosi e poveri, confinati ai margini della vita amministrativa, troviamo oggi ampie sale luminose, razionalmente disposte e tecnicamente attrezzate, in un palazzo appositamente costruito e organizzato, nel quale si raccolgono fino a 2000 persone che lavorano con alti rendimenti, col sussidio di centinaia di macchine modernissime e costose.
È qui che viene scritta e documentata la storia in cifre della Nazione in tutti i suol più svariati aspetti, dall’insieme del Regno fino alle più minuscole cellule comunali.”