Da Il Giardino di Esculapio, Anno II, N. 5, ottobre 1929.
” ■ La fama del Dottor Guillotin, che durerà fino a quando l’imitazione degli americani — uno dei caratteri fondamentali dell’Europa odierna — porterà a sostituire la sedia elettrica alla ghigliottina, né si oscurerà del tutto anche dopo d’allora, dipende principalmente dal fatto che un medico, cioè un uomo esercitante la professione di contrastare la vita degli uomini alla morte, passò per l’inventore di un mezzo terribilmente spiccio di togliere agli uomini la vita, e per disgrazia a questo strumento macabro rimase attaccato il suo nome.
■ La millenaria satira del medico omicida è soffusa d’un sorriso. Si sa che cosa valgono gli scherzi di questa specie se si pensa alla sollecitudine e trepidazione con cui gli autori o echeggiatori di tali scherzi invocano il medico quando con la malattia cade ogni baldanza d’ironia e di satira. I medici sono stati sempre i primi a ridere del riso che voleva colpirli, e così hanno mostrato uno spirito che dovrebbe servire d’esempio ad altre categorie di persone. Di carattere opposto è la storia dei medici realmente omicidi, che prestarono la loro scienza ad azioni criminose; ma è una storia in gran parte piena d’incertezze e a ogni modo appartiene alla delinquenza, in cui s’incontrano i rifiuti di tutte le classi, di tutte le categorie, di tutte le professioni; a cui convengono l’accoltellatore dalla taverna dei bassifondi, il sacerdote dall’altare e il re dal trono.
■ Ma il caso del dottor Guillotin è unico.
■ Mette conto, dunque, di evocarne ancora una volta la memoria per ricordare ancora una volta che si tratta, non d’un bevitore di sangue umano, ma di un galantuomo e d’un filantropo. Il destino fu crudele con lui. Come ha detto Victor Hugo, «vi sono degli uomini disgraziati: Cristoforo Colombo non può legare il proprio nome alla scoperta che ha fatta; Guillotin non può staccare il suo dalla propria».
Da alunno dei gesuiti a deputato.
■ Giuseppe Ignazio Guillotin nacque a Saintes nel maggio del 1738 da un avvocato e fu mandato a studiare a Bordeaux presso i gesuiti, nei quali — a giudicare da uno dei nomi di battesimo imposti al bimbo — l’avvocato di Saintes doveva avere grande fiducia. A ventitré anni egli passò dalla condizione di studente all’ufficio di professore in un collegio della Compagnia di Gesù; e pareva che il suo destino fosse di entrare nell’ordine e vivere modestamente nella chiusa carriera dell’insegnamento gesuitico; ma appunto questo destino egli non voleva subire. C’era nell’aria il soffio di ben altre idee e il germe di ben altre tendenze. E in lui c’era a ogni modo l’inclinazione per altri studi: precisamente, quelli di medicina.
■ Così, un bel giorno il Guillotin salì sulla diligenza che faceva servizio fra Bordeaux e Parigi, deciso a scuotere per sempre dai calzari la polvere del collegio dei Padri.
■ Aveva ventotto anni, ma si mise allo studio della medicina col fervore d’un giovinetto: anzi, col fervore d’un giovine abbastanza maturo per sapere ciò che volesse e per saper volere con energia. E per due anni seguì i corsi d’uno dei più illustri e valorosi medici del tempo, Antonio Petit.
■ Di Antonio Petit è stato già fatto cenno in questa rassegna. Basti ricordare ch’era figlio d’un umile sarto di Orléans e che sin da studente aveva dato segni brillanti del suo talento e delle sue attitudini. La sua fama oltrepassò i confini della Francia; e fu lui — come s’è ricordato — che, chiamato alla Corte di Spagna per una grave malattia della Regina e impedito di arrivare al letto della malata perché il re era a caccia e l’etichetta vietava di accostarsi alla regina senza la presenza del re, risalì in carrozza e se ne tornò in Francia senza voltarsi indietro.
■ Quando Guillotin entrò alla sua scuola, il professore aveva quarantotto anni. Morì nel 1794, a settantasei, arricchito dalla sua professione di chirurgo e di ostetrico, dopo avere generosamente destinata la propria ricchezza a opere di beneficenza. Fu anche un fautore dell’inoculazione in un tempo in cui ancora aspre erano le opposizioni. Vissuto scapolo, ebbe fama di aver considerato le donne soltanto come una — diremo — distrazione passeggera e igienica. Il Desforges, scrittore licenzioso, affermava di essere suo figlio naturale e, per vendicarsi di non essere riconosciuto da lui come tale, nel «Poète libertin», sua opera pornografica, lo dipinse come uomo vizioso. Ma di lui rimase memoria come di brav’uomo e di valente professore.
■ Con questo professore Giuseppe Ignazio Guillotin fece rapidi progressi. In due anni fu, oggi si direbbe, laureato. Andò per un po’ di tempo a fare il medico a Reims, ma Parigi lo attirava più che mai, e ben presto vi tornò per rimanervi sino alla morte. Nel 1787, avendo già la matura età di anni quarantanove, pensò ad accasarsi e sposò la figlia d’un libraio.
■ Ciò che lo attirava a Parigi era probabilmente anche il gusto della politica. Il Guillotin, come tantissimi altri medici — di cui non pochi hanno per ciò lasciato un nome nella storia — aveva la passione della politica e i tempi erano gravidi d’immensi avvenimenti. L’anno dopo, annunziata la convocazione degli Stati Generali, preludio della Rivoluzione, si discuteva molto sulla loro funzione e anche sulle riforme necessarie alla loro costituzione. Il Guillotin, che s’era fatta una certa popolarità, pubblicò allora un opuscolo intitolato: «Pétition des citoyens domiciliés à Paris», «umilissimo indirizzo di ringraziamento presentato al Re da’ sei corpi della città di Parigi», in cui tra l’altro si domandava che i membri del Terzo Stato fossero in numero uguale a quello degli altri due — clero e nobiltà — presi insieme. Domanda di carattere rivoluzionario, che lo fece processare; ma il processo finì con l’assoluzione e giovò a renderlo anche più popolare: cosicché alle elezioni, quantunque combattuto da avversari politici, o piuttosto appunto perché combattuto, fu eletto deputato della città di Parigi. Era il maggio del fatidico 1789.
■ Un mese dopo lo vediamo salire alla tribuna per una questione che aveva attirata la sua attenzione di medico. La sala dei «Minuti Piaceri», a Versailles, dove si tenevano le sedute dei rappresentanti dei tre stati, era a suo parere malsana: i banchi erano troppo addossati gli uni agli altri, in modo che appena si poteva respirare, ed erano incomodi per delle sedute che duravano dodici e anche quattordici ore, Proponeva quindi che, almeno, i banchi avessero la spalliera. Non era una grande pretesa. E quando la Corte impedì con un pretesto la riunione dei rappresentanti, fu lui che propose di riunirsi al Giuoco della Pallacorda, che fu la culla della libertà costituzionale nel continente europeo. I rappresentanti di quel Terzo Stato che — secondo la famosa definizione dell’abate Sieyès — era nulla e doveva diventare tutto, avevano già imposto a quelle assise dei nuovi tempi democratici il nome di Assemblea Costituente.
■ Trasportata nel novembre l’Assemblea a Parigi nella sala del Maneggio, ecco di nuovo il dottor Guillotin occuparsi della salute dei colleghi, facendo installare due stufe a vapore, alle quali fu aggiunta un’altra di maiolica, offerta da un cittadino del mestiere, che rappresentava la Bastiglia con gli emblemi del dispotismo. E lo si trova socio del Club o Società del 1789, in compagnia del poeta Andrea Chénier e di non pochi altri che erano destinati a morire sotto il ferro dello strumento che fu battezzato col suo nome. Naturalmente fu anche massone, perché i franchi-muratori (con parola più strettamente francese detti fra noi anche frammassoni) rappresentavano allora in tutto il mondo civile la tendenza alla libertà e alla democrazia, sebbene vi si mescolassero — come sempre accadde in quell’associazione — molti avventurieri, cupidi di pescare nel torbido e di approfittare per fini personali di quella solidarietà che non conosceva frontiere. La loggia massonica a cui fu iniziato si chiamava Il Candore e vi apparteneva tra gli altri il generale Lafayette, che si era fatto così gran nome nella guerra d’indipendenza d’America e tanta parte doveva avere nella Rivoluzione.
■ Fu il 10 ottobre del 1789 che il dottor Giuseppe Ignazio Guillotin salì alla tribuna per proporre l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla morte. Il buon medico non intendeva allora l’ironia della sua mozione. L’uguaglianza nella vita è una cosa ben difficile. La Rivoluzione la proclamò, ma la realtà, cioè la malizia degli uomini, fece in modo che la proclamazione rimanesse in gran parte retorica, allora e nell’avvenire, sino a oggi e forse sino alla fine dei secoli. Ma l’uguaglianza nel modo di morire — di morire per volontà e per mano degli uomini — era più facile e fu ottenuta con appena quell’indugio che è inevitabile nelle questioni trattate dalle assemblee parlamentari. Il primo articolo del suo progetto diceva: «I delitti dello stesso genere saranno puniti con lo stesso genere di pena, quale che sia la posizione sociale dei colpevoli». Ci furono grandi applausi e una parte dei deputati domandò la votazione immediata; ma prevalse l’idea d’aggiornare la proposta, rimandandola alla questione più generale della riforma del codice penale. Il primo dicembre, incominciata la discussione su questa riforma, il deputato Guillotin propose: «Il delinquente sarà decapitato, e la decapitazione avverrà per mezzo di un semplice meccanismo». Non era, a suo parere, una cosa difficile. E disse, volgendo ai colleghi un sorriso bonario: «Con la mia macchina io vi faccio saltare la testa in un batter d’occhio, senza che sentiate alcun dolore». L’Assemblea rise, non pensando che molti dei presenti avrebbero fatto fra breve quella fine. Un’altra frase, più macabra, gli fu attribuita, che sembra invece appartenere allo stile lepido del chirurgo Louis: l’operazione non doveva dare nessun dolore – appena un senso di fresco….
■ La sua idea precisa e veramente civile era che gli uomini condannati a pagare con la vita le loro colpe dovessero morire senza essere straziati. Se la società crede di dover provvedere alla propria difesa sopprimendo una certa categoria di delinquenti, essa non ha però il diritto d’imporre a costoro le più crudeli sofferenze, degne di gente che si vendica ferocemente ma indegne di un’opera di giustizia. L’Assemblea approvò, ma le conclusioni furono ancora rimandate; e solo il 21 gennaio dell’anno seguente (quel 21 gennaio che tre anni dopo doveva diventare la data della esecuzione capitale di Luigi XVI) fu approvato il seguente decreto nella forma datagli dal deputato Guillotin:
«Articolo I – I delitti dello stesso genere saranno puniti con lo stesso genere di pena, quale che sia la condizione sociale dei colpevoli.
«Articolo II – I delitti e crimini essendo personali, il supplizio d’un colpevole e qualsiasi condanna infamante non recano alcuna specie d’infamia alla sua famiglia. L’onore di quelli che gli appartengono non è in alcun modo macchiato e tutti continueranno a essere ammessi a ogni sorta di professione, impiego, carica onorifica.
«Articolo III – In nessun caso si potrà pronunziare la confisca dei beni dei condannati.
«Articolo IV – Il corpo del suppliziato sarà consegnato alla famiglia, se ne è fatta domanda. In ogni caso sarà ammesso alla sepoltura ordinaria, e nel registro mortuario non sarà fatta alcuna menzione del genere di morte».
■ Come si vede, il decreto era eccellente: degno di quei primi tempi della Rivoluzione, in cui l’ubbriachezza del sangue, la più profonda e più accecante di tutte, non aveva ancora tolto agli uomini nuovi lo spirito di generosa giustizia che li aveva portati a iniziare un così memorabile mutamento nella storia del mondo. È da notare sopra tutto l’articolo che vieta la confisca dei beni, la quale non colpisce il colpevole, privato con la vita dello strumento unico di godere qualsiasi bene, ma la sua innocente famiglia o parentela. È da notare anche il fatto che quegl’idealisti non pensarono a porsi l’altro problema: se la società avesse il diritto, per punire le colpe d’un uomo e assicurarne per l’avvenire il corpo sociale, di uccidere quell’uomo. L’abolizione della pena di morte — che in Francia fu promessa dalla Convenzione nazionale nella seduta del 26 ottobre 1795, dopo la fine del Terrore, senza che poi la promessa fosse mai mantenuta — è una teoria che appartiene alla filosofia politica degl’italiani (non occorre ricordare il nome famoso di Cesare Beccaria).
■ Stabilito dunque il principio della responsabilità unicamente personale, senza danno e infamia pei parenti (questo è lo scopo più alto del dottor Guillotin), e del supplizio uguale per tutti senza sofferenze, bisognava pensare allo strumento.
■ L’idea del semplice meccanismo, presentata dal dottor Guillotin, fu concretata per opera d’un altro medico, il dottor Antonio Louis, segretario perpetuo dell’Accademia di chirurgia.
La ghigliottina prima di Guillotin.
■ Il principio della esclusione della sofferenza nell’esercizio della giustizia è ormai indiscutibile. L’accanirsi sul reo non si spiega che col furore della reazione privata, passionale e portata agli eccessi. La società non può far legge del furore.
■ D’altra parte, chi può pensare senza raccapriccio alle punizioni tremende dei vecchi tempi? La squisita crudeltà asiatica, di cui rimane traccia anche nei nostri modi di dire, quando per esempio si parla di supplizi cinesi, ha avuto una fiera concorrente nell’Europa che si vanta di essere essenzialmente cristiana. Arrotare, squartare, attanagliare, amputare, accecare, bruciar vivo: l’elenco potrebbe essere allungato. Le cronache della così detta giustizia criminale attraverso i secoli del medio evo e anche dell’età moderna, fino al secolo decimottavo, sono piene di descrizioni macabre, che fanno poco onore agli uomini viventi fra una selva di campanili, all’ombra della croce su cui morì, inchiodato e percosso di lancia, abbeverato con l’aceto e col fiele, il Redentore.
■ E indipendentemente dalla volontà d’incrudelire, gli stessi sistemi di esecuzione, nella loro rozzezza che si stenta a chiamare semplicemente barbarica e sarebbe ingiusto per le bestie definire bestiale, portavano allo strazio più atroce dei colpevoli, che in quel momento vien fatto di chiamare sopra tutto vittime. Per restare nel paese del dottor Guillotin, c’è da scegliere largamente nella lista delle sofferenze volute e degli strazi che dipendevano soltanto dal modo dell’esecuzione. Nel primo campo occorre ricordare la morte nell’olio bollente (in Italia Federico II puniva così, tra gli altri, i falsificatori di monete) e il piombo fuso versato nella gola? Il regicida Damiens cominciò con l’avere la destra, colpevole del gesto sacrilego, serrata in una manetta per essere bruciata con fuoco di zolfo e poi fu legato per le mani e per i piedi a quattro cavalli, che misero più d’un’ora a squartarlo tirando, mentre il boia gli lardellava di colpi la parte superiore delle cosce. Si ricorda il supplizio, nel 1625, d’una ragazza di ventidue anni, condannata a morte per infanticidio, sebbene si dichiarasse innocente fino all’ultimo momento. Il boia, e per la giovanile età e per le affermazioni d’innocenza della disgraziata, era in uno stato di grande turbamento, ma per fortuna — se è lecito dire — della giustizia d’allora, oltre il boia c’era — con un cuore assai più duro — la moglie del boia. Lui s’era confessato e comunicato la mattina e sul palco dell’esecuzione si scusò col popolo spettatore di non esser certo di far bene il suo dovere, allegando una febbre che lo tormentava da tre mesi. Barcollava, si torceva le braccia, le alzava al cielo; s’inginocchiò persino, si prostrò davanti alla fanciulla, domandandole perdono. Poi cominciò il suo macabro lavoro. Ma il primo colpo di coltello ferì la vittima alla mascella sinistra, ed ella stramazzò. Il popolo si mise a urlare e a scagliar pietre. Il boia gettò la scure e disse che preferiva morire lui stesso. Ma ecco la boia avanzarsi, raccogliere il coltello e presentarlo al marito. Un altro colpo abbatte di nuovo la fanciulla, ma la ferita è soltanto alla spalla destra. Altra sassaiola. Il boia si tira in disparte; ma la boia incomincia a tempestare di pedate la condannata, poi le lega una corda al collo, poi prende le forbici con cui le erano stati tagliati i capelli e cerca di scannarla, senza riuscire a ucciderla, ma riuscendo a farla sanguinare in più parti. La folla esasperata si slancia contro il palco, mentre il carnefice e i cappuccini venuti ad assistere la condannata se la danno a gambe. Questa è strappata alla moglie del boia. Si contano le ferite: due colpi di coltello e sei di forbici, senza contare le sassate e le lividure prodotte dalle pedate; e intanto il boia e la moglie sono massacrati a pietrate, a martellate, a pugnalate.
■ Ma già dal 1780 la tortura è scomparsa dalla pratica dei processi per ordine di Luigi XVI. I tempi sono maturi. L’idea del dottor Guillotin è, per così dire, la consacrazione e il coronamento d’un’aspirazione civile che ha avuto già i suoi caldi sostenitori e d’una pratica di economia — diremo — del supplizio che esisteva sin dall’antichità e aveva già avuto come mezzo…. la ghigliottina.
■ Sì, perché come accade di tante invenzioni la ghigliottina non fu concepita, come non fu inventata, dal dottor Guillotin. Il medico bordolese ebbe soltanto il merito di far sanzionare definitivamente una tale economia e di renderla caratteristica dei nuovi tempi in tutto il mondo, e la sfortuna di veder dare allo strumento di questa economia il proprio nome.
■ Basti dire che si è trovata in Francia una ghigliottina che risalirebbe, nientemeno, all’età della pietra — antica, dunque, di molte migliaia d’anni. Futrovata nel 1865 negli scavi di Linné, nel cantone di Sains, ed è una grossa selce in forma di mannaia del peso di circa un quintale. Per persuadersi del suo reale carattere, furono fatti esperimenti con dei montoni, che ne ebbero la testa regolarmente troncata. Né manca l’affermazione che questo genere di supplizio fosse noto agli antichi cinesi, come l’uso della carta, della stampa e di tante altre belle scoperte europee. Giuseppe Giusti se ne ricordò in quella poesia che comincia
Hanno fatta nella China
Una macchina a vapore
Per mandar la guigliottina:
Questa macchina in tre ore
Fa la testa a centomila messi in fila
in cui quel «far la testa», come si dice far la barba, dà in modo efficacissimo l’impressione della facilità con cui poteva operare il nuovo strumento, che del resto i parigini avevano subito battezzato col nome, fra gli altri, di «rasoio nazionale».
■ Lasciando da parte i cinesi, l’Italia potrebbe farsi avanti a disputare il merito dell’invenzione o, se si vuole tener conto di quella selce dell’età della pietra, della rinvenzione. La parola «mannaia» è italiana: la cosa e il vocabolo; e non significò soltanto la scure usata a mano, ma anche quella che funziona meccanicamente. Il bolognese Achille Bocchi ne pubblicò il modello nella diciottesima delle sue «Simbolicae quaestiones de universo genere», un libro stampato a Bologna nel 1555: la figura dello strumento vi è riprodotta da un disegno di Giulio Bonasone. La somiglianza con la ghigliottina è notevolissima. E con quella specie di ghigliottina sembra che fosse decapitata, sulla fine del Cinquecento, Beatrice Cenci. Anche nella Scozia — dice il Robertson nella storia di quel paese — la ghigliottina esisteva nel secolo XVI: era «un ferro tagliente, messo in una cornice di legno, che, scorrendo fra due scanalature dei sostegni, cadeva sul collo del condannato». Lo strumento scozzese fu poi meglio descritto da un viaggiatore francese, l’abate De la Porte, in questo modo: «La nobiltà in Iscozia è decapitata in un modo che è speciale per quel paese. L’istrumento consiste in un ferro quadrato, largo un piede, col filo molto tagliente. Alla parte opposta è un pezzo di piombo d’un peso così considerevole che occorre una gran forza per sollevarlo. Al momento dell’esecuzione, si innalza il ferro in cima ad una cornice di legno alta dieci piedi (tre metri) e quando il segnale è dato e il reo ha già la testa sulla base di legno, l’esecutore lascia liberamente cadere il ferro, che sempre al primo colpo stacca la testa dal collo». In Germania lo strumento non doveva essere ignoto nel principio del Quattrocento, quando il pittore Enrico Aldegrever incise un supplizio di ghigliottinato: l’incisione si trova nella raccolta delle «Incisioni di Giovanni di Baviera, principe, vescovo di Liegi, conte d’Olanda». E si parla d’altre incisioni consimili dei pittori Pencz e Luca Cranach. Fu adoperato anche in Francia nel 1632 per tagliare la testa al maresciallo di Montmorency, reo di ribellione. L’esecuzione avvenne nella corte del Campidoglio di Tolosa, ed è così descritta nelle Memorie di Puységur: «Il signor di Montmorency se n’andò al patibolo, sul quale entrò da una finestra che era stata aperta e che conduceva direttamente al palco innalzato nella corte del Palazzo di Città. (Anche il re d’Inghilterra, Carlo I, fu decapitato su un palco a cui poté arrivare da una finestra vicina. Era un riguardo pei gran signori che mancò a Luigi XVI, il quale fu condotto a far conoscenza col «semplice meccanismo» del dottor Guillotin in una delle famose carrette del Terrore). Sul palco era un blocco ove gli fecero appoggiare la testa. In quella città si servono d’un ferro tagliente che è posto fra due assi di legno, e, quando la testa è appoggiata al blocco, si lascia andare la corda, e il ferro scende e stacca la testa dal corpo. Come ebbe messa la testa sul blocco, sentì che la ferita che aveva ricevuta al collo (precedentemente) gli faceva male, e si mosse, ma disse: — Non mi muovo per apprensione, ma perché la ferita mi fa male…. Si lasciò andare la corda della mannaia: la testa fu staccata dal corpo. L’una cadde da una parte e l’altro dall’altra».
■ Nihil sub sole novi: neanche il rasoio nazionale. Cioè: spettava al dottor Guillotin rendere quel rasoio veramente nazionale, far adottare in tutta la Francia, per tutti i condannati a morte, quel genere meno crudele di morte, e ottenere che della vecchia mannaia si facesse veramente un rasoio, cioè uno strumento così perfetto da assicurare la morte istantanea, con la minima sofferenza fisica possibile, perché alle sofferenze della paurosa attesa non vi può essere altro rimedio o scampo che la ferrea risolutezza e la intrepidità eccezionale di qualche condannato o troppo cinico o perfettamente eroico: gli estremi, anche in questo caso, si toccano.
Dopo il medico il chirurgo.
■ Ma la preparazione della ghigliottina non fu opera del dottor Guillotin. Nella creazione o rinnovazione di quello strumento di morte i medici furono due, come si è detto: Giuseppe Ignazio Guillotin, l’idealista che giudicò necessario ridurre la pena di morte alla forma più rapida e quindi meno straziante, e Antonio Louis, il consulente scientifico.
■ Il primo non s’era subito occupato della materialità della cosa. Era anzi abbastanza incerto per sentire il bisogno di consultare un chirurgo d’altro genere, specialista nelle operazioni di amputazioni della testa, il boia Sanson che tenne ereditariamente per assai lungo tempo quel posto, se non invidiabile, cospicuo. La risposta esiste ed è interessante: «Perché l’esecuzione possa aver luogo secondo l’intenzione della legge, bisogna che, senza ostacolo dalla parte del condannato, l’esecutore sia molto destro e il condannato molto saldo; altrimenti non si riuscirà mai a terminare l’esecuzione con la spada…. A ogni esecuzione la spada non è più in condizione di farne una seconda, perché il taglio si guasta. È assolutamente necessario che sia riaffilata, se vi sono parecchi condannati da decapitare nello stesso tempo. Quindi converrà avere un numero sufficiente di spade pronte…. L’esecutore di Parigi non ne possiede che due, le quali gli sono state date dall’ex Parlamento di Parigi. («Esecutore» era il nome ufficiale e questi impiegati dallo Stato erano riusciti a ottenere qualche anno innanzi un decreto di Luigi XVI che relegava nelle bassure del linguaggio triviale il vocabolo di boia: quante volte il nome interessa più della cosa!)…. Bisogna considerare che, quando vi saranno parecchi condannati da decapitare nello stesso tempo, il terrore che quella esecuzione dà per l’immensità del sangue che si produce e che rimane sparso porterà lo spavento e la debolezza nell’animo del più intrepido fra quelli che rimarranno all’opera. Queste debolezze produrranno un ostacolo invincibile all’esecuzione. I soggetti non potendo più sostenersi, se si vorrà seguitare ugualmente, l’esecuzione diverrà una lotta e un massacro. A giudicare dalle esecuzioni d’altro genere che sono lungi dall’imporre le precisioni che questa esige, si sono visti i condannati perdere i sensi all’aspetto dei loro complici suppliziati, o per lo meno cadere in prostrazione e aver paura: tutto ciò si oppone all’esecuzione della testa tagliata con la spada. Infatti, come sopportare la vista della più sanguinosa esecuzione senza debolezza? Negli altri generi d’esecuzione era molto facile sottrarre questa debolezza al pubblico, perché non si aveva bisogno, per terminarla, che un condannato restasse fermo e senza terrore; ma in questa, se il condannato si sgomenta, l’esecuzione fallisce. Come si può essere padroni d’un uomo che non vuole o non può più contenersi?».
■ La spada, dunque, l’abituale mezzo di decapitazione, era disapprovata da Carlo Enrico Sanson, che se ne intendeva. Il guaio principale era nel caso di parecchie esecuzioni da compiere nello stesso tempo, in immediata successione: pareva ch’egli presentisse l’imminenza del grande salasso rivoluzionario. Ci voleva quindi una macchina che tenesse saldo il paziente in posizione orizzontale.
■ E, una volta che s’entrava nel campo della meccanica, ci voleva una forza operativa più fredda e più sicura della mano dell’uomo. Perché, come si vede da questa prosa di Sanson, anche i carnefici hanno la loro sensibilità davanti al sangue versato in profusione.
■ Della macchina s’interessò il dottor Louis.
■ Antonio Louis era già vecchio allora, essendo nato a Metz nel 1723 da un padre che era chirurgo maggiore dell’ospedale militare di quella città. Anche il figlio, dopo brillanti studi e inizii professionali, era stato chirurgo militare: aveva anzi tenuto il posto di capo chirurgo dell’esercito nella guerra di Germania. Tornato all’esercizio civile della professione, aveva fatto mettere sulla porta del suo gabinetto a Parigi questa iscrizione abbastanza impertinente (se non le si vuol dare un significato filantropico trovandovi un accenno al desiderio che gli uomini in buona salute non avessero bisogno di chirurghi): «Quelli che vengono da me mi fanno un onore; quelli che non ci vengono mi fanno un piacere».
■ La ragione per cui si diede a lui l’incarico di esaminare la questione dello strumento di morte era probabilmente la sua gran pratica di problemi legali connessi con la medicina. Egli era un’autorità nel campo della medicina legale e il suo nome era noto nei tribunali più ancora che presso la clientela privata. L’incarico fu da lui eseguito con cura. Il 7 marzo 1792 egli presentava agli uffici dell’Assemblea nazionale un «Avviso motivato sul nuovo modo di decollazione, di Louis, segretario perpetuo dell’Accademia di chirurgia».
■ L’avviso cominciava: «Il Comitato di legislazione mi ha fatto l’onore di consultarmi su due lettere scritte all’Assemblea nazionale riguardanti l’esecuzione dell’articolo 3 del titolo I del Codice penale, secondo il quale ogni condannato a morte dovrà avere la testa tagliata». Come si vede, appena conosciuto il decreto, non erano mancati cittadini di buona volontà che avevano mandato per iscritto le loro opinioni e i loro suggerimenti.
■ Egli si rendeva conto della preoccupazione del Governo e del Parlamento circa il mezzo di tagliare la testa, temendosi che «per la difettosità del mezzo o per mancanza d esperienza e di abilità il supplizio diventasse orribile per il paziente e per gli spettatori e il popolo, per umanità, non avesse missione di essere ingiusto e crudele verso l’esecutore». Le quali parole si riferivano ai casi piuttosto frequenti in cui il popolo prendeva una parte, per così dire, attiva nelle scene dei supplizi e se la pigliava col boia come il pubblico dei teatri se la piglia con gli artisti cattivi, oltre all’accennata ragione della «missione» di umanità. Lo stesso Avviso proseguiva ricordando il caso recente del conte di Lally. «Egli era in ginocchio, con gli occhi bendati: l’esecutore colpì alla nuca, ma il colpo non separò e non poteva separare la testa. Il corpo, alla cui caduta nulla s’opponeva, si rovesciò sul davanti, e ci vollero tre o quattro colpi di sciabola perché la testa fosse separata dal tronco: una tale «pestata», se è lecito servirsi di questo vocabolo, fu vista con orrore».
■ Dopo aver accennato a ciò che avveniva in Germania e in Danimarca, il dottor Louis faceva un’osservazione acuta e giusta. «Nessuno ignora che gli strumenti taglienti hanno poco o nessun effetto quando colpiscono perpendicolarmente; ed esaminandoli col microscopio si vede ch’essi non sono che delle seghe più o meno fini, che bisogna far agire scivolando sulle parti da dividere. Non si riuscirebbe a decapitare d’un sol colpo con una scure o mannaia il cui filo fosse in linea retta; col filo convesso, invece, come nelle antiche asce militari, il colpo assestato agisce perpendicolarmente soltanto in mezzo alla porzione del circolo, ma lo strumento, penetrando nella continuità delle parti che divide, ha un’azione obliqua scivolando e raggiunge sicuramente lo scopo».
■ Questo è un punto — diciamo pure, senza voler scherzare — capitale nella questione della decollazione; un punto «elegante» di scienza meccanica. Data poi la struttura del collo, che il chirurgo esamina con un rapido cenno anatomico, la separazione perfetta — continuava l’Avviso — non può essere affidata «a un agente suscettibile di variare in forza e in abilità per cause morali e fisiche». Quindi la necessità dell’agente meccanico; necessità riconosciuta in Inghilterra. Là «il corpo del delinquente, fissato tra due pali, è steso prono. Dall’alto d’una traversa che unisce i due pali, per mezzo d’una molla (o lasciando andare la corda avvolta a una carrucola — niente di più semplice) si fa cadere l’ascia convessa il cui dorso dev’essere abbastanza forte e pesante per operare efficacemente…. si sa che la sua forza aumenta in ragione dell’altezza da cui cade».
■ Ecco dunque l’Inghilterra, paradiso della praticità, già provvista d’una ghigliottina prima del dottor Guillotin. Probabilmente l’accenno si riferisce ancora allo strumento scozzese descritto dal Robertson e dall’abate De La Porte.
■ Conclusione dell’Avviso: «L’effetto d’una simile macchina, di facilissima costruzione, è immancabile; la decapitazione sarà fatta in un attimo, secondo lo spirito e il voto della nuova legge; sarà facile farne la prova su dei cadaveri e anche su un montone vivo. Si vedrà se non sarà necessario fissare la testa del paziente con una mezza luna che abbraccerebbe il collo al livello della base del cranio….; questo apparecchio, se risultasse necessario, non farebbe alcuna impressione e sarebbe appena intravisto».
■ Questo vecchio di sessantanove anni ha l’aria soddisfatta dalla visione di quel congegno e del suo effetto come dalla visione d’una operazione chirurgica preparata e compiuta perfettamente a regola d’arte. Aggiungiamo subito che il dottor Antonio Louis morì due mesi e mezzo dopo, d’una «idropisia di petto»; ma si disse anche che soccombesse rapidamente al suo male pel dispiacere di veder il suo nome in pericolo di rimaner legato al nuovo strumento. Infatti ci fu un momento in cui il rasoio nazionale era chiamato luisetta, oltre che ghigliottina. Luisetta, ghigliottina: la moda capricciosa esitò per breve tempo e si decise a usar il secondo nome. Tra i due medici, fu Guillotin che passò alla storia nel veicolo della popolarità.
Si costruisce la macchina.
■ Verso la fine di marzo l’Assemblea autorizza il potere esecutivo «a far la spesa necessaria, per arrivare a un tale tipo di esecuzione (quello particolareggiatamente proposto dal Louis), in modo che sia uniforme in tutto il regno».
■ Ci fu, al solito, un po’ di protocolleria fra il procuratore-sindaco del dipartimento di Parigi e il ministro delle contribuzioni pubbliche; ma insomma l’incarico fu dato al falegname Guédon, fornitore ordinario «dei legni di giustizia», di fare il preventivo. Veramente il dottor Louis, che seguitava a occuparsi direttamente della cosa, aveva cominciato col proporre il signor Tobia Schmidt, un tedesco costruttore di clavicembali, in una lettera al governatore-sindaco del dipartimento di Parigi, Roederer, in cui dice che il tedesco «ha creduto di poter esercitare il suo genio per la macchina da decollare» (il chirurgo preferisce questa parola decollazione) e che l’ha escogitato in modo ideale. «Il paziente non sarà né legato né disteso: la testa, sul blocco, sarà troncata in modo sicuro con un colpo obliquo». Ma Roederer non vuol saltare il fornitore ufficiale dei «legni di giustizia» e lo prega di mettersi d’accordo col signor Guédon. Il dottor Louis obbedisce e fa venire a casa sua il fornitore e gli dà l’istruzione preparata per iscritto, molto minuziosa. Subito il giorno dopo Guédon torna dal chirurgo e gli presenta un preventivo di 5660 lire. È caro; ma il lavoro sarà fatto bene: le assi di sostegno saranno di quercia della migliore qualità con scanalature di ottone; e poi c’è da pagar salato gli operai costruttori, che hanno dei pregiudizi e accettano mal volentieri di occuparsi in un lavoro simile. (Alcuni però — nota il chirurgo — si sono offerti di lavorare con un salario notevolmente inferiore a patto che il loro nome non sia conosciuto dal pubblico). L’impresario cercò da par suo di far ingoiare la pillola: lo strumento sarà costruito così solidamente che potrà durare cinquant’anni e, una volta costruito il primo esemplare, gli altri potranno essere dati a un prezzo molto minore. 1200 o tutt’al più 1500 lire. Nel prezzo sono compresi i gradini, il recinto e via dicendo. Ma il ministro respinge il preventivo e si rifà innanzi quel predecessore della vittoriosa concorrenza industriale tedesca che fu Tobia Schmidt. Il suo preventivo è di sole 824 lire. Come si vede, ci sono sempre stati dei bei salti nei prezzi riguardanti le forniture di Stato. Questa volta almeno lo Stato non perde, perché la costruzione è affidata al tedesco.
■ L’uomo che deve per primo far conoscenza col nuovo mezzo di decollazione è pronto: è un certo Pellettier, condannato a morte per avere, con un complice rimasto sconosciuto, aggredito a colpi di bastone un passante a scopo di rapina. La condanna era stata pronunziata nel gennaio ma non era stata eseguita subito appunto perché si voleva dargli la non chiesta soddisfazione di togliere il fiore della verginità a madamigella Ghigliottina. Un giudice del tribunale penale si rivolse a Roederer per fargli osservare che quel disgraziato aspettava oramai da tre mesi (ne dové aspettare ancora uno): a proposito di sofferenze da evitare, era giusto considerare lo stato d’animo terribile d’un uomo che sapeva di dover morire e che si aspettava ogni giorno di essere chiamato al passo fatale; senza contare, secondo il giudice, che l’esemplarità del castigo perdeva a essere tirata così in lungo, compromettendo — e qui forse esagerava — la sicurezza del cittadino. Roederer risponde subito che il lavoro è in corso. Il costruttore promette la macchina per sabato: sabato stesso, o domenica, si potrà far la prova su dei cadaveri e lunedì o martedì si potrà procedere all’esecuzione.
■ Il bravo alemanno fu in verità rapidissimo fornitore: in otto giorni la macchina era pronta. «Il fattore di istrumenti musicali» — riferisce col suo tono faceto il chirurgo — si occupò alacremente della costruzione di quello che aveva tutt’altra destinazione. Al martedì 15 aprile è fissata la prova. Vi assisterà come incaricato ufficiale un altro medico, il dottor Cullerier, chirurgo dell’ospedale generale, e naturalmente vi opererà Sanson, il boia. Il quale infatti vi si trovò coi suoi due fratelli e con suo figlio. E si dice che, ammirando da buon conoscitore lo strumento, mormorasse: — Bella invenzione! Purché non si abusi della facilità….. — C’era anche un bel gruppo di seguaci d’Esculapio: il dottor Guillotin, che non si era occupato della preparazione materiale ma voleva rendersi conto dell’effetto, il chirurgo Louis, l’ideatore diretto della macchina, e persino il famoso Cabanis. Si porta un primo cadavere: il coltello scende sulla nuca e taglia netto il collo: un po’ di sangue scorre. Si fanno due altre prove. Sanson fa scattare la molla e l’operazione avviene ancora in modo perfetto. Il dottor Louis gode della precisione ch’egli ha voluta e prevista, il dottor Guillotin è soddisfatto di quella rapidità che rende tanto meno crudele il supplizio; e su quel gruppo di carnefici e di medici ride il dolce sole di primavera dal cielo sereno.
■ Pochi giorni dopo, l’esecuzione di Pelletier avviene in quella piazza di Grève che doveva acquistare così lugubre rinomanza. Il Roederer, preoccupato del fatto che la novità del supplizio avrebbe richiamato senza dubbio sul luogo una folla maggiore del solito (allora questi spettacoli erano pubblici, appunto perché dovevano servire d’esempio), scrisse al generale Lafayette, comandante generale della guardia nazionale, di prendere le disposizioni convenienti, e in particolare di ordinare ai gendarmi di restare sul luogo dopo l’esecuzione per proteggere lo smontamento della macchina e del palco dalla curiosità della folla.
■ Grande infatti fu il concorso del pubblico, ma il successo non fu corrispondente all’attesa. Non che la macchina non avesse funzionato bene. Troppo bene, a giudizio degli spettatori: con tanta rapidità e semplicità che non s’erano, diciamo cosi, goduti i particolari. Uno spettacolo deve durare il suo tempo. Più tardi la rapidità fu compensata dalla quantità delle esecuzioni e nessuno si dolse che ventuno girondini fossero decapitati in trentotto minuti e più tardi ancora, per un attentato a Napoleone, ventisei condannati in ventisette minuti: il «record» forse.
■ Allora, con una delle solite canzonette parigine sui fatti del giorno il cui ritornello era
Rendez-moi ma potence de bois,
Rendez-moi ma potence,
il popolo, che ha un gran fondo conservatore e tradizionalista, parve rimpiangere il «suo» patibolo di legno; ma a guarirlo subito di quella nostalgia ci furono le canzonette numerose sul nome e sopratutto sull’uso politico del nuovo strumento.
La moda del nome e dello strumento.
■ Il nome di ghigliottina aveva le maggiori probabilità di fortuna anche perché era stato il primo ad apparire. Già nel 1789, appena dopo la prima mozione del Guillotin all’Assemblea nazionale, il giornale «Atti degli Apostoli» aveva esaminato in tono faceto la questione e aveva detto: «Si prenderà, per arricchire la lingua, il nome dell’inventore? Quelli che sono di questa opinione non fanno difficoltà a riconoscere che la denominazione di ghigliottina è dolce e fluente». Soltanto, si poteva tener conto dei saggi di Mirabeau sulla giurisprudenza criminale e vedere se non fosse il caso di battezzare la macchina col non meno grazioso nome di «mirabella». Abbiamo visto poi sorgere la possibilità del nome di «luisetta » Ma si disse definitivamente ghigliottina il nome divenne serio, ufficiale. Per sorridere dello strumento macabro i francesi avevano la definizione già accennata di «rasoio nazionale», che comportava il titolo di «barbiere nazionale» per l’illustre Sanson. Il quale vide, con l’istituzione del nuovo strumento, riesaminata la questione degli stipendii. In pieno «anno terribile» un decreto della Convenzione nazionale fissava in 10 mila lire l’anno lo stipendio dell’esecutore di Parigi, in 6 mila quello degli esecutori operanti in città dai cento ai trecentomila abitanti e via dicendo, in ordine decrescente. Non era il Perù per della gente che aveva tanto lavoro — e di quel genere. Un altro, che aveva anche lui del lavoro e pareva contentarsi d’un guadagno discreto, era quel bravo Tobia Schmidt, che, ora fabbricava ghigliottine a tutt’andare per dipartimenti gelosi dello zelo di Parigi e le dava al modesto prezzo di 329 franchi, accessori compresi; ma non si sa se, da fornitore classico dello Stato, si rifacesse del basso prezzo con la cattiva qualità o se, data l’urgenza delle richieste, lasciasse fare il lavoro troppo frettolosamente: fatto è che in provincia gli strumenti apparivano difettosi.

■ A ogni modo l’onesto Tobia, fra ghigliottine e altre forniture e imprese, diventò milionario e cercò di passare il tempo più allegramente della clientela forzata delle sue macchine. Si ricorda di lui che prese una cotta per una ballerina di costumi più che leggeri «una bella impura», come si diceva allora conosciuta nel salotto della cantante italiana Grassini, che è rimasta nei bassifondi della storia quale ganza, per un po’ di tempo, di Napoleone. La ballerina tirava fuori di bei quattrini dalla tasca dell’innamorato ghigliottinaio e si cercava altrove, come accade, gli amanti del cuore: uno di questi fu probabilmente il figliastro di Napoleone, Eugenio di Beauharnais, prima che il padrigno, divenuto imperatore, lo mandasse a fare il viceré a Milano. Intanto il nome di Guillotin correva per le canzoni in cui si sfogava l’entusiasmo rivoluzionario o l’odio monarchico o quel terribile buonumore popolare che sembra in certi momenti aspirare con soddisfazione, senza troppo distinguere, l’odore del sangue e l’odore del vino, per non parlare d’altri odori meno facilmente nominabili. Un realista anonimo ne compose una intitolata «Sulla inimitabile macchina del medico Guillotin adatta a tagliar le teste e detta dal suo nome ghigliottina» che cominciava:
Guillotin,
médecin
politique,
imagine un beau matin
que pendre est inhumain
et peu patriotique.
Aussitôt
il lui faut
un supplice
qui sans corde ni poteau
supprime du bourreau
l’office.
E prosegue con l’inevitabile accenno al discepolo d’Esculapio, soddisfatto di uccidere non solo impunemente, ma con diritto all’esclusività, conchiudendo
Et sa main
fait soudain
la machine
qui simplement vous tuera
et que l’on nommera
guillotine.
■ Un’altra canzone comincia
Monsieur Guillotin,
ce gran médecin
que l’amour du prochain
Occupe sans fin….
■ Un’altra, che aveva maggior ragione di restare anonima, accennava con sarcasmo a quel bel modo trovato dai fautori dell’uguaglianza: «bisogna — diceva — accorciare i giganti e rendere i piccoli più grandi: tutti della stessa altezza, ecco la vera felicità». E proseguiva col ritornello della Carmagnola :
Dansons la Carmagnole,
vive le son,
dansons la Carmagnole,
vive le son
du canon!
Nella qual parola «son», che, come si sa, vuol dire tanto «suono» quanto «crusca», uno storico francese vuol trovare un accenno alla ghigliottina per il fatto che le due parti in cui era diviso il suppliziato erano gettate in due diversi panieri riempiti di crusca a trattenere la fuga del sangue. Quando le esecuzioni divennero — durante il Terrore — molto numerose, il prodotto della macelleria era gettato addirittura nelle carrette.
■ Una variante nel nome dello strumento era quello di «la fille à Guillotin», nelle canzonette scherzose. Ma c’erano i canti gravi, così detti patriottici, in cui il nome del medico, nella denominazione della macchina, sonava con solennità «O tu, amabile ghigliottina — diceva la Marsigliese della Ghigliottina — che accorci regine e re, per la tua influenza divina noi abbiamo riconquistato i nostri diritti…»
■ Ci furono persino la litanie di Santa Ghigliottina:
Sainte Guillotine protectrice des patriotes, priez pour nous.
Sainte Guillotine, effroi des aristocrates, protégez-nous.
Machine aimable, ayez pitié de nous.
Machine admirable, ayez pitié de nous.
Sainte Guillotine, délivrez-nouz de nos ennemis…
■ Ma a Parigi, in mezzo al sangue, si voleva piuttosto ridere e aver l’aria disinvolta, tanto più che ci si avvezza a tutto. Si cantava per esempio: «La ghigliottina è una cosa carina, che oggi è molto di moda; voglio farmene una di mogano, che metterò sul mio cassettone». E non era soltanto un modo di cantare. Fra i torvi entusiasmi, che spingevano un cittadino a offrire alla Convenzione una somma per provvedere alle spese di manutenzione e di riparazione della ghigliottina, un enfatico impiegato a celebrare Saint-Just per aver assicurato alla Santa Ghigliottina «la più brillante attività», degli sciocchissimi fanatici a decapitare…. le statue dei portali di Notre-Dame — e la viva bianchezza del marmo all’orlo della rottura faceva una forte impressione in contrasto col grigio del resto, come il rosso del sangue col pallore della carne nei suppliziati —, degli speculatori avveduti si mettevano a costruire piccole ghigliottine pei bambini: il giocattolo d’attualità, che diamine! Nei teatrini di burattini all’aria aperta Pulcinella non vedeva più erigere la solita vecchia forca, ma una ghigliottina in regola col tempo, fra burattini e risate infantili.
■ E quando il Terrore, che di sangue s’era ubbriacato, perì nel sangue, i termidoriani, che se la pigliavano volentieri coi terroristi, accusarono il deputato Léjeune di essersi fatta fare una ghigliottina da tavola, «con cui tagliava il collo ai polli che gli erano serviti; e l’adoperava persino per tagliare le frutta», tra le esclamazioni ammirative degli invitati, che volevano esaminare da vicino il grazioso strumento. Caso non unico, se bisogna credere alle Memorie di Marmontel, secondo le quali c’erano veramente delle piccole ghigliottine da tavola: altra ingegnosità di fabbricanti alla ricerca di novità stuzzicanti. E, dopo ciò, non occorre dire che si videro in giro delle tabacchiere con sul coperchio l’effige della macchina sbrigativa.
Un terribile dubbio.
■ E il dottor Guillotin intanto?
■ Il dottor Guillotin lasciava cantare e fare. Secondo alcuni egli ebbe a soffrire di quella non desiderata celebrità largita al suo nome; secondo altri la sopportò serenamente, perché la coscienza non aveva nulla da rimproverargli. Egli aveva voluto una innovazione di carattere veramente civile. Che colpa aveva lui se la furia rivoluzionaria s’era buttata su quello strumento per agevolare lo sfogo de’ suoi odii politici?
■ Piuttosto, quale effetto gli fece il dubbio sollevato dai medici sulla permanenza, per alcuni momenti, della vita, anzi della coscienza, nella testa tagliata? Il dubbio fu certezza per alcuni dottori anche in tempi non lontani dal nostro. E la conclusione di costoro è terribile. Il dottor Séguret — secondo i «Ricordi della Marchesa di Créquy» — affermava che la ghigliottina è uno dei mezzi di morte più orribili e più inumani che siano stati mai inventati e citava episodii terrificanti. Due teste di ghigliottinati, esposte ai raggi del sole, richiusero con brusca vivacità le palpebre che erano state sollevate, come non potessero sopportare quella luce, mentre la faccia assumeva un’espressione di sofferenza. Una delle teste aveva la bocca aperta e la lingua fuori: uno studente di chirurgia ebbe l’idea di pungerla con la punta di una lancetta e vide la lingua ritirarsi rapidamente e la faccia esprimere una sensazione di dolore. La testa d’un altro ghigliottinato, un assassino di nome Térier, dopo un quarto d’ora dalla decollazione girava ancora gli occhi dalla parte donde udiva pronunziare il proprio nome.
■ Si arrivò persino a raccontare un episodio più terribile del canto di Dante dove Ugolino morde il cranio dell’arcivescovo Ruggieri. Nel sacco di pelle dove talvolta si mettevano le teste dei suppliziati, la testa d’un convenzionale — cioè d’un estremista — morse quella d’un girondino — cioè d’un moderato — così accanitamente che non si riusciva a separarle. Secondo il dottor Séguret la strangolazione è assai meno dolorosa.
■ Ma i Ricordi della Marchesa di Créquy non meritano troppa fede. Possono servire a ogni modo a testimoniare che il dubbio sorse presto. Si diffuse, per esempio, e rimase, il racconto dell’oltraggio inflitto alla testa di Carlotta Corday, la pugnalatrice di Marat. Un aiutante del carnefice la sollevò, staccata dal corpo, in conspetto del pubblico e la schiaffeggiò. Vi fu allora chi assicurò che si vide la faccia arrossire, non soltanto nella guancia colpita ma anche nell’altra: arrossire dunque di sdegno, mentre gli occhi gettavano sguardi di collera e d’indignazione. E il dottor Séguret affermava che la cosa era probabile. Un altro medico, il dottor Gastellier, scrisse a breve distanza dall’esecuzione che quel rossore favoriva l’ipotesi d’una testa non ancora morta, che non aveva ancora perduto il suo colore né il meccanismo delle fibre.
■ Una cinquantina d’anni fa un altro medico francese, il dottore Dassy, fece un altro esperimento macabro, tentando di rianimare la testa d’un giustiziato riappiccata al tronco dopo più di tre ore dalla esecuzione, per mezzo della trasfusione del sangue d’un cane. «Sin dal primo getto di sangue arterioso, sotto l’impulso del cuore, la faccia arrossì, le labbra si colorarono e divennero turgide, i lineamenti si rilevarono, tutta la fisionomia si schiarì…. E allora vidi assai nettamente, per lo spazio di due secondi, le labbra agitarsi come per balbettare, le palpebre vibrare, come sforzandosi d’aprirsi…. Affermo che in quei due secondi il cervello pensò….». Questo esperimento però non sembra giustificare la conclusione: «Non c’è supplizio peggiore della decapitazione con la macchina di quel signor Guillotin, deputato umanitario e sensibile…. Quando il coltello ha fatto la sua opera, quella testa rotolata nella segatura ode le voci della folla. Il decapitato si sente morire nel paniere. Vede la ghigliottina e la luce del giorno». Il tono acre, l’accenno al «deputato umanitario e sensibile», fa sospettare che quel dottor Dassy non mirasse a colpire soltanto il collega ma l’uomo politico di opinioni diverse dalle sue.
■ È ben verosimile che la vita rimanga per alcuni istanti nella testa troncata, appunto per l’effetto fulmineo della decollazione, ma rimane la coscienza? Ecco una domanda a cui le polemiche e le citazioni di episodii molto drammatici ma poco seriamente controllati non hanno dato una risposta persuasiva. Rimane il dubbio, già di per sé drammaticissimo, che suggerì a Villiers de l’Isle Adam una delle sue novelle da brividi.
■ Altra questione. Qualcuno si è domandato: — Se il dottore Guillotin non avesse avuto quell’idea del «semplice meccanismo», ci sarebbero state tante vittime della rivoluzione? È vero che i terroristi non badavano a mezzi e procedevano anche a cannonate e ad affogamenti in massa, ma la gran facilità di tagliar le teste non influì per nulla sul gran numero di teste che furono tagliate? —. La domanda lascia per lo meno perplessi.
Il placido tramonto d’un brav’uomo.
■ A ogni modo il dottor Guillotin non prese parte alle pazze vicende del Terrore. Senza mettersi in aperto contrasto con la corrente furiosa, seppe rimanere nella penombra. Chi sa? Forse la popolarità acquistata con la proposta di quello strumento che riusciva di tanta comodità al Tribunale rivoluzionario giovò ad allontanargli dal capo la tempesta che si addensava così facilmente sul capo di qualunque non urlasse coi lupi. Quando la convenienza dei profittatori di tempi torbidi e infami portava a darsi l’aria di bevitori di sangue, il medico che nel primo periodo dell’azione parlamentare si era fatto notare preferì diventare una quantità trascurabile.
■ Il Terrore passò — come passa ogni cosa a questo mondo, turpe o bella che sia, come passò la potenza napoleonica —; passarono i sollazzi e il cinico spirito di corruzione del Direttorio, e passò il Consolato e si avviò al tramonto l’Impero. La chiave di volta della Rivoluzione, come fu chiamato dai rivoluzionari feroci il carnefice, vide scemare alla fine il suo lavoro e la ghigliottina perdette il suo carattere d’incubo e in una parabola che fu un solco di luce sanguigna ridiscese all’ufficio per cui il buon medico l’aveva auspicata: terrore dei delinquenti comuni e castigo severo ma senza orrore di sofferenze.
■ Quando l’Impero diventò il carnevale delle coscienze accomodevoli e si videro uomini che erano stati rivoluzionarii feroci e corrotti, specialmente quelli che alla ferocia avevano largamente aggiunto la corruzione, darsi da fare per ostentare la propria devozione ad dispotismo napoleonico, il dottor Guillotin rimase nella sua quieta e modesta esistenza un fedele e onesto repubblicano. Persino Lequinio, una delle più bestiali figure secondarie del Terrore, promotore di carnefici volontarii, nemico dichiarato di Dio, poi, nel periodo della fortuna di Robespierre, pronto a inchinarsi all’Ente supremo, trovò indulgenza e impiego sotto quell’epico versipelle che fu Napoleone, a cui la stoffa con cui si fa ogni sorta di adattabili opinioni non poteva dispiacere, se non altro perché era la sua. Robespierre aveva respinto le lusinghe di quel tristo Lequinio, che si era mostrato cinico nella prodigalità così del sangue come delle sostanze altrui, ma Bonaparte lo mise in un piccolo posto diplomatico.
■ Il dottor Guillotin attese a fare il medico. Era un buon medico. Il principio della sua fortuna a Parigi era stato appunto nell’esercizio intelligente e generoso della professione, con cui si era acquistata moltissima simpatia. Ebbe la sua clientela; lavorò per gli altri e visse in pace con la sua coscienza. Vide il primo Console spadroneggiare e non batté le mani e non chiese onori. Vide il luogotenente d’artiglieria che era stato ammiratore di Robespierre proclamarsi imperatore e circondarsi, con avidità plebea, del più gran fasto possibile, abolendo sostanzialmente ogni diritto della rivoluzione, e non salutò il nuovo dispotismo con l’enfasi caratteristica dei procacciatori.
■ Quella sua tranquilla dignità dovette riuscire straordinariamente antipatica a’ suoi colleghi d’una volta che ora si lavavano con acque profumate le mani tinte dal sangue del Terrore e portavano abiti gallonati e ottenevano cariche. Costoro non potevano permettere, per il fastidio del confronto, che il dottor Guillotin fosse preso in considerazione. E poi egli passava per l’inventore della ghigliottina; e del macabro lavoro di questa si erano serviti molti che ora respingevano con gesti d’orrore il ricordo delle stragi, ma i molti dovevano giudicare indesiderabile l’inventore.
■ Il medico tirò innanzi a fare il medico. Aveva settantasei anni quando vide oscurarsi la fulgida meteora napoleonica e i Borboni rientrare in Parigi dietro gli eserciti stranieri. Poteva morire: il gran dramma arrivava all’epilogo.
■ Morì alla fine di marzo del 1815, d’un tumore alla spalla destra, di natura non maligna, ma grave per la sua età e per la stanchezza che la vita aveva accumulata in lui.
■ Un’idea del suo carattere può essere data da questo aneddoto. Sotto l’Impero, quando la polizia era odiosamente vessatoria verso gli uomini che si permettevano di rimaner fedeli alle proprie idee, egli fu denunziato come un oppositore. Oppositore quieto, aveva probabilmente in più d’una occasione parlato privatamente con antipatia del regime napoleonico e la cosa era stata riferita alla polizia da qualcuna delle innumerevoli spie che sostenevano il trono all’interno come gli eserciti lo sostenevano all’estero. Ma non c’era proprio materia né per un processo né per altra forma attiva di persecuzione. All’ufficio di polizia si contentarono di dirgli in tono ammonitorio: — Signor Guillotin, voi passate per uno che non ama l’Imperatore —. Questo è vero —. — Ma perché non lo amate? —. — Perché non lo trovo amabile —. Risposta arguta nella sua dignitosa semplicità.
■ E tornò a curare i suoi malati.”








