All posts by Scienza e Storia.it

La Biblioteca Vaticana

Da Emporium, Vol. LXXII, N. 428, agosto 1930.

“Se ogni chiesa importante ebbe nei secoli la sua biblioteca, come poteva mancarne la Chiesa Romana? Fin dalle origini possedette lo scrinio, ad uso del Pontefice e dei familiari. Accanto all’Evangelo che fu il primo suo libro, i dottori deposero i chirografi di loro fede, e vennero copiosi i codici liturgici, le lettere di condanna contro gli eretici, i Regesti, ossia quei libri in cui erano trascritte le lettere dei Pontefici, ecc. Fin dai tempi di papa S. Antero, o Anterote (235-236) si ricorda un luogo destinato a conservare gli atti dei martiri e le carte della Romana Chiesa, luogo detto Scrinium, Vestiarium, Chartularium, o anche Chartarium. Purtroppo l’incendio diocleziano del 303 distrusse questo prezioso tesoro di memorie. Da ciò la penuria di documenti lamentata da S. Gregorio Magno.


Fra il 305 e il 384 Papa San Damaso, eretta a Roma la Basilica di San Lorenzo, ordinò, negli ultimi decenni del IV secolo, di stabilirvi gli Archivi e la Biblioteca Apostolica. Dopo il 418 Papa San Bonifacio I nominava, in una lettera diretta al Vescovo di Tessalonica, gli Archivi della Santa Sede.
Non si può dire con precisione quando questa Biblioteca embrionale si trasportasse al Laterano; certo vi era già nel VII secolo. Nel 649 Martino I accordava facoltà di trascrivere Codici. Nel 654 Eugenio I volle che parecchie memorie concernenti cose della Santa Sede fossero custodite al Laterano, e nel 687 Sergio I affidò la custodia della Biblioteca a Gregorio Suddiacono e Sacellario, divenuto poi, nel 715, Gregorio II.
Nel 745 Papa Zaccaria volle classificati i libri della Lateranense, ed ornò di portico, torre, triclinio, pitture e cancelli di bronzo il vecchio Scrinio. Fu di qui che Paolo I trasse nel 757 i libri che mandò a Re Pipino, mentre Adriano |nel 772 offri a Carlo Magno i libri liturgici gregoriani, assicurando alla Biblioteca gli atti greci autentici del Sinodo Secondo di Nicea, insieme alla loro versione latina. Poco dopo la liberalità nel dare era giunta a tanto che Gregorio IV (827-844) non poté offrire che un solo antifonario, l’ultimo rimasto, all’Imperatore Ludovico.
Ma se Roma donava, riceveva pure. Nel 783 Carlo Magno regalò ad Adriano I il Salterio della sua defunta consorte Ildegarda. Altri doni si ebbero Gregorio IV e Benedetto III, e quando chierici e monaci greci, fuggendo la persecuzione degli iconoclasti, si rifugiarono a Roma, non pochi furono i codici che portarono con loro dall’Oriente donandoli allo Scrinio ricordato nel 948 da una bolla di Agapito II.

Silvestro II nel 999 si dedicò molto all’incremento della Biblioteca, acquistando numerosi libri dappertutto, e sul finire del X secolo i monasteri posti sotto l’immediata dipendenza del Pontefice, erano obbligati ad offrire come tributo un certo numero di opere liturgiche alla Biblioteca Lateranense, una parte della quale erasi trasferita, fin dal 705, come in posto più sicuro, nella villa eretta da Giovanni VII sul Palatino.
L’incendio del 1084 provocato da Roberto Guiscardo, e le guerre combattute fra Papi ed Antipapi, produssero danni gravissimi in tutte le biblioteche di Roma, e se quella Apostolica, benché in parte distrutta, durava ancora era già un miracolo. Per tutto il XII secolo i Regesti, almeno quelli dei successori di Gregorio VII, esistevano ancora. Ma dopo Onorio III (1216-1227) tutto scompare senza lasciar traccia. Si perdono, così, inestimabili tesori e si forma nella storia del mondo un’incolmabile lacuna. Il Gregorovius, toccando delle fortunose vicende che il vetustissimo Scrinio dovette traversare, deplora con belle e nobili parole, che le lotte sempre rinascenti, di cui Roma fu teatro nell’età di mezzo, abbiano cagionato tanta dispersione: dispersione, dice, non solo di ricchezze inapprezzabili, che riguardano il Governo mondiale dei Romani Pontefici, bensì di documenti che avrebbero rischiarata la storia politica e civile d’Europa, e lo stato della lingua latina in quei secoli, con le vicende della letteratura romana nella prima metà del Medio Evo.
Per buona sorte, se tutti i regesti antichi furono perduti, si salvarono, però, nei varii archivi e nelle diverse biblioteche d’Europa, in buona parte, le spedizioni, e lettere originali, e tante raccolte di Canoni, Decretali, ecc. La famosa Bibbia, poi detta Amiatina-Laurenziana (Amiatina, perché fin dal IX secolo custodita nel Monastero longobardo del Salvatore sul Monte Amiata, e Laurenziana, perché oggi si conserva a Firenze nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana) questa Bibbia, ch’è il più antico esemplare della Vulgata, e perciò di capitale importanza per la critica sacra, rimane l’unico libro superstite del disperso Apostolico Scrinio, come ha ben dimostrato il De Rossi. E l’unica tavola giunta a salvamento dopo il naufragio.
Con Innocenzo III (1198-1216) si apre la serie dei Regesti chiamata appunto Innocenziana, e Nuova perché da lui comincia e giunge fino a noi, succedendo ai vecchi distrutti Regesti. Questa Nuova Serie, salvo qualche lacuna, procede continuando fino a Sisto V, il quale la interrompe istituendo quindici Congregazioni, e perciò quindici tribunali; con altrettante Cancellerie ed Archivi distinti.
Durante il XIII secolo la Biblioteca segue i Papi ad Orvieto, Viterbo, Anagni, e Perugia. Eppure sotto Bonifacio VIII (1294-1303) era la prima del suo tempo, possedendo libri miniati e perfino 33 codici greci, cifra allora alta. Nel 1295 fu redatto il primo inventario dei libri della Sede Apostolica di cui abbiamo notizia. Nell’attentato di Anagni questi libri andarono in parte dispersi, tanto che nella Biblioteca Vaticana non esiste nessun codice che possa provarsi appartenuto alla Biblioteca Bonifaziana.
Col trasferimento della Sede Papale in Avignone anche i libri emigrarono. E soltanto con Gregorio XXII (1316-1334) che comincia a formarsi la nuova Biblioteca Avignonese, in parte con acquisti, in parte con doni, ed in parte col diritto degli spogli, vale a dire col diritto della Camera Apostolica, di impadronirsi di tutto quanto possedette un prelato morto in Curia, tranne, si intende, dei suoi beni patrimoniali. Da questi spogli vennero la maggior parte dei codici alla Biblioteca, che fu accresciuta assai da Benedetto XII (1334-1342) e dal suo successore Clemente VI (1342-1352), il quale aumentò la preziosa raccolta più con l’opera dei copisti che con i le compere, oltre, si intende, col diritto degli spogli. Soltanto, mentre Benedetto aveva fatto lavorare in Curia gli amanuensi, Clemente fece scrivere i libri a Parigi piuttosto che ad Avignone; forse perché egli era stato monaco in quella città nella Chaisedieu. Sotto di lui, la Biblioteca giunse, forse, al colmo del suo splendore.

Innocenzo VI (1352-1362) e i suoi successori, sino al termine dello scisma, comprarono pochissimi libri, pochissimi ne fecero trascrivere. Però alla scarsa compera supplivano gli spogli, i quali, per esempio, in soli sette anni, dal 1343 al 1350, recavano in Biblioteca circa milleduecento volumi. Fino dagli esordi, anzi, del Pontificato di Innocenzo, tanta era la copia dei codici acquistati con tale mezzo, e spesso rappresentanti una stessa opera, che questo Papa ed il suo successore Urbano V ne largheggiarono coi Collegi da loro fondati a Montpellier, a Tolosa ed a Bologna.
Il 28 Gennaio del 1352 si compilò un nuovo Inventario della Biblioteca e nel 1369 Urbano V ne fece stendere un altro.
Spetta al dotto Pontefice Gregorio XI (1371-1378) il riordinamento della Biblioteca, compreso l’Inventario, diviso in tre parti, i cui lavori pare abbia diretti egli stesso nel 1375. In questo ordinamento i primi 408 volumi sono distribuiti per scrittori gli altri, dal 409 al 1309, per materia. Diversi degli attuali codici della Vaticana risalgono a tale periodo. E importante sapere come la libreria pontificia, non solo si approvvigionava allora, cioè nel periodo avignonese, ma continuò ad arricchirsi dopo. Fu con compere, conduzioni di appositi amanuensi, spogli, doni e lasciti, specialmente dei singoli Papi. Che poi degli autori troppo vicini non se ne avessero molti, ciò si spiega col fatto che gli spogli venivano da prelati vecchi, i quali possedevano per lo più libri studiati nella loro giovinezza.
Fino al 1411 la Biblioteca Avignonese (e con essa il Tesoro) fu allogata nella Torre degli Angeli, costruita in Avignone da Benedetto XII. Nel triste periodo dello scisma d’occidente, l’antipapa Benedetto XIII la arricchì, ma la volle in parte trasferire al Castello di Peniscola (1408). A pace ristabilita, solo una parte dei libri ritornò ad Avignone, e, più tardi, a Roma; ma il loro grosso finì nella biblioteca privata del Principe Borghese posta in vendita nel 1891.
Un piccolo nucleo della Nuova Biblioteca comincia ad esistere sotto Martino V (1417-1431) ma è col suo successore Eugenio IV che a Roma si cercò di far giungere tutti i libri di Avignone. Eravamo nel 1443 e la Biblioteca Vaticana conteneva 350 codici di cui soltanto 3 greci. Fu Nicolò V (1447-1455) che fondò la vera Biblioteca Vaticana, divenuta poi così celebre. Sotto di lui i codici raggiunsero il numero di 807 latini e ben 353 greci. Le sue armi con le chiavi ed il P. P. si scorgono difatti nella volta della Biblioteca greca. La libreria di Nicolò V sarebbe divenuta magnifica se egli fosse vissuto di più. Papa Callisto III, suo successore, vi aggiunse i preziosi manoscritti greci e latini salvati quando la città di Costantinopoli cadde nelle mani dei Turchi, si dice con la spesa di 40.000 scudi d’oro.
Si deve a Sisto IV (1471-1484) la preparazione della degna sede della Biblioteca Vaticana. La Cappella Sistina e la Biblioteca costituiranno nei secoli il vanto di questo Pontefice. Egli scelse per sua residenza la parte del Palazzo decorata da Pio II, e che oggi è conosciuta col nome di appartamento del Pappagallo. E nel Cortile che si chiama anche del Pappagallo in quelle stanze terrene dov’è l’ attuale Floreria, collocò l’odierna Biblioteca.
Anche oggi vediamo la porta antica con gli stipiti di marmo e l’arme dei Della Rovere sull’architrave. Le stanze furono affrescate dal Ghirlandaio e da Melozzo da Forlì, e l’aula maggiore reca i ritratti degli autori accompagnati da carmi. Sisto IV volle che l’oro rilucesse sulla porta principale, fece scolpire gli armadi e i banchi da valorosi artisti del tempo ed eseguire i pavimenti in mosaico. Le vetrate a colori furono dipinte da Ermanno Teutonico.
Sisto IV fece venire codici da tutta Europa; comprò, fra le altre, nel 1482, la raccolta di Gaspare di Sant’Angelo e si servì con larghezza dell’opera dei copisti. Fu una dotazione tutta di carattere ecclesiastico. Confrontando l’inventario di Sisto IV con quello di Niccolò V si scorge che la Vaticana possedeva tre volte più manoscritti nel pontificato del munifico Della Rovere, che non sotto quello del grande Parentuccelli. Sotto Sisto abbiamo, infatti, 2527 volumi: cioè 770 greci e 1757 latini.

È nell’inventario del 1475, che vediamo comparire per la prima volta il famosissimo codice della Bibbia Greca (oggi Vat. 1209), il più autorevole strumento biblico che si conosca, e che ad ogni altro sovrasta per età (prima metà del secolo IV) e per rinomanza mondiale.
Un altro impulso alla ricchezza della Biblioteca Vaticana venne da Leone X il gran papa mecenate, che mandò una schiera di dotti in giro per l’Europa alla ricerca di manoscritti.
Dopo il sacco di Roma del 1527, che arrecò danni e perdite alla Biblioteca, la preziosa raccolta crebbe sempre di numero e di pregio sino a raggiungere la cifra approssimativa attuale di 40.000 codici, di 3.500incunabili e di oltre 350.000 volumi a stampa, non tenendo conto del distacco dell’archivio, pur esso ricchissimo, dalla Biblioteca, avvenuto sotto Paolo V. Non va dimenticato l’ampliamento fatto da Sisto V con le belle sale ricche di decorazioni. Col concorso dell’architetto Fontana, questo papa divise in due il cortile del Belvedere, fissò in questa sala, risultata magnifica per semplicità di linee e nobiltà di decorazioni, l’aula magna della biblioteca (m. 69,80 per 15,85) ed affidò ai pittori Cesare Nebbia, Giovanni Guerra, ed altri dell’ultimo 500, gli affreschi che ritraggono le opere da lui compiute e che hanno una speciale importanza per la topografia e i monumenti di Roma, mostrandoci gli aspetti dei luoghi e lo stato degli edifici quali erano prima degli ampliamenti e dei restauri del Pontefice.
Sisto V fissò per primo un vero e proprio organico della Biblioteca e impiegò 40.000 scudi per la fondazione della Tipografia. Fu allora compilato l’Index Bibliotecae Vaticanae a tempore Nicolai V ac deinceps usque ad Xystum V, che oggi non si trova più, ma che conteneva perfino saggi della paleografia dei più insigni ed antichi codici.
Non è possibile trattare a fondo, e forse neppure sommariamente, lo sviluppo che ebbe la Biblioteca sotto gli altri papi, fin verso la fine del passato secolo, quando Leone XIII le impresse un carattere di vera magnificenza. Sotto Pio VIII, tornati da Parigi i codici presi dalla Francia e già ceduti al Direttorio per il trattato di Tolentino, veniva alla Vaticana il grande Angelo Mai, che nel 1822 pubblicava i frammenti del perduto De Republica, invano ricercati dal Petrarca.
E noto che la Biblioteca Vaticana si è messa insieme con vari più o meno larghi gruppi di opere (manoscritti e libri) raccolte in diverse epoche. Nel 1591 essa si arricchì della collezione del cardinale Antonio Carafa; nel 1602 di quella di Fulvio Orsini: nel 1622 di quella dell’elettore palatino di Heidelberg; nel 1658 dell’Urbinate, fondata da Federico di Montefeltro, duca di Urbino (1482); di quella della regina di Svevia Cristina Alessandra (1690); e di Pio II (1705) ; della Capponiana, donata per testamento dal marchese A. G. Capponi (1764); dell’Ottoboniana (1748), già degli Altemps e in origine del bibliotecario Marcello Cervino; in fine della libreria Cicognara incorporata sotto Leone XIII.
Al cardinal Mai succedeva nella prefettura della Vaticana il famoso Mezzofanti, continuando così la serie illustre dei prefetti i cui nomi sono celebri fra gli studiosi non meno di quelli dei cardinali bibliotecari: Marcello Cervino, Guglielmo Sirleto, Cesare Baronio, Girolamo Casanate, Domenico Passionei, Antonio Tosti, G. B. Pitra, Alfonso Capecelatro, Aidano Gasquet.

Sotto Pio IX erano entrati alla Vaticana i libri del cardinal Mai, quelli di Antonio Ruland, i manoscritti del dotto Gian Maria Mazzuchelli, autore del poderoso lavoro Gli scrittori d’Italia, ed i famosi autografi di San Tommaso.
Ma nella storia della biblioteca il pontificato di Leone XIII è di una importanza eccezionale: a lui è dovuta dal 1880 la libera consultazione dell’archivio segreto; a lui l’ordine di pubblicare i cataloghi dei manoscritti. E la serie dei manoscritti veniva, durante il suo pontificato, arricchita dal carteggio Mazzuchelli, dai codici ebraici della Casa dei neofiti in Roma, dal manoscritto etiopico, donato a lui dal re dello Scioa Menelik; dall’acquisto fatto col suo danaro privato, dei famosi codici Borghesiani, avanzi della biblioteca papale avignonese, dell’archivio di casa Borghese e del breviario del Petrarca.
L’antica biblioteca allogata da Sisto IV nei locali dell’attuale Floreria apostolica venne poi trasportata in quelli costruiti, come abbiamo detto, da Domenico Fontana per ordine di Sisto V, dove ancora oggi si trova e dove sono raccolti magnifici doni offerti dai regnanti e dai popoli a Leone XIII per il suo giubileo. Negli eleganti 46 armadi, sui quali spiccano magnifici vasi etruschi, erano, fino a questi ultimi tempi, chiusi i codici. Gli stampati, da Gregorio XVI in poi, occuparono le sale Borgia, nascondendo in parte la bellezza degli affreschi del Pinturicchio. Leone XIII restaurò, come dicemmo, l’appartamento Borgia, facendo trasportare i libri nella nuova biblioteca leonina in sei magnifiche ed ampie sale, decorate nello stile degli Zuccari.
Nel 1902 due importanti raccolte entravano alla Vaticana; i codici Borgiani e la Biblioteca Barberiniana.
Sotto Leone XIII, Pio X e Benedetto XV prosperò l’opera dei cataloghi e verso la fine del pontificato di Benedetto XV un altro prezioso contributo veniva alla Vaticana con l’acquisto della Biblioteca Rossiana, già della Compagnia di Gesù, ma esulata a Vienna. Lunghe e difficili furono le trattative diplomatiche; ma l’intero patrimonio era infine assicurato alla Santa Sede. Si tratta di ben mille codici sceltissimi, 2500 incunabuli e circa 6000 stampati preziosi.
Nel 1911 Pio X nominava Mons. Achille Ratti, chiamandolo a Roma dall’Ambrosiana di Milano, Viceprefetto della Vaticana. Colui che doveva diventare, poco più di dieci anni dopo, Pio XI, resse la Vaticana fino al 1918, quando andò a Varsavia come Visitatore Apostolico. Con la sua elezione a Sommo Pontefice comincia per la Vaticana l’età aurea. Molti furono i doni di libri rari che da tutte le parti del mondo pervennero al Papa bibliotecario, ma il dono più gradito dovette essere quello fattogli dal Governo Italiano della Biblioteca Chigi, che Egli, fin dal 1918 aveva proposto a Benedetto XV di acquistare tanto ne stimava l’importanza. La Biblioteca del Principe Chigi, fondata da Alessandro VII, ed accresciuta dai doni di tre cardinali di casa Chigi, ha più di tremila manoscritti, tra cui i codici di varie abbazie benedettine, primissima fra esse Farfa, e le biblioteche dei due papi Piccolomini, Pio II e Pio III. Tra i manoscritti, 84 sono miniati. Vi si trovano, poi, 300 incunabuli e 30.000 stampati.

Per lo studio della storia e della letteratura italiana, latina, francese, spagnuola, inglese, è, poi, di grande utilità la biblioteca della nobile famiglia Ferraioli che il marchese Filippo Gaetano donava nel 1926 alla Vaticana in esecuzione anche della volontà dei fratelli Gaetano (cui in particolare è dovuta la raccolta) ed Alessandro. Il nuovo legato, alla catalogazione del quale, come a quella della Chigiana, alacremente si sta attendendo, venne ad arricchire i fondi vaticani di 40.000 stampati e di circa 1200 manoscritti, fra cui rarissimi autografi.
Grande incremento aveva avuto la sezione Orientale — beneficiandone anche moltissimo la Biblioteca del Pontificio Istituto Orientale — dagli acquisti fatti a varie riprese durante appositi viaggi, compiuti per ordine del Santo Padre in Oriente da Mons. Tisserant e da Padre Cirillo Korolevskij. Ma un contributo notevolissimo le venne dalla Biblioteca di Mons. Luigi Petit, già arcivescovo di Atene, acquistata dal Santo Padre e comprendente circa 8000 volumi, quasi la metà greci, 80 manoscritti greci relativi sopratutto al diritto canonico, 20 esemplari originali di lettere patriarcali, documenti di archivio sulla storia di Naxos ed una collezione rarissima di acolutie.
L’accrescimento del numero di codici e stampati fu tale in questi pochi anni che nessun’altra biblioteca del mondo può vantarne l’uguale.
Abbiamo, nel corso di questo articolo, accennato alla biblioteca lateranense, a quella avignonese e a quella Vaticana: in conclusione, una sola biblioteca vi è sempre stata, la cui storia si divide bensì in tre periodi, ed ha subito varie vicende, ma non ha sofferto alcuna discontinuità, almeno morale, dalle origini del Cristianesimo ai giorni nostri, e questa è la biblioteca detta sempre della Sede Apostolica, o della Santa Sede o della Chiesa Romana, proprietà dei papi non in quanto sovrani temporali, ma in quanto capi della Chiesa Universale. Ed è di questa universalità che, a differenza di tutte le altre raccolte similari del mondo, la biblioteca Vaticana rispecchia l’immagine.
Molti sono i doni che i Pontefici le fecero, non solo di libri, ma anche di oggetti d’arte per abbellirla sempre più e renderne gradevole l’aspetto. Pio IX le offri le due colonne di alabastro della porta d’ingresso della Sala Sistina; tre grandi vasi di porcellana avuti in dono dal Re di Prussia; un Crocifisso di metallo dorato con la base di malachite; la vasca di porcellana di Sèvres, che alla Metropolitana di Parigi servì per il battesimo del figlio di Napoleone II; il grande vaso di alabastro egiziano offertogli dal Card. Antonelli; un gran masso di malachite. E, poi, la copia del Giudizio Finale di Michelangelo eseguita a matita dal Minardi; un inginocchiatoio riccamente intagliato, offerto a lui dai vescovi della provincia di Tours; un magnifico messale in pergamena, con belle miniature, dono dell’Imperatore d’Austria ; un leggio di metallo dorato e smaltato offertogli dalle Religiose di Tournay; infine, la collezione delle stampe del Louvre e quattro affreschi antichi trovati nelle fondamenta di una casa in Via Graziosa, insieme ad altri quattro più piccoli venuti fuori dagli scavi di Ostia. La raccolta degli antichi affreschi romani, iniziata da Pio VII e che una volta fu unica del suo genere, deve, quindi, molto a Pio IX.

Noteremo per ultimo che Papa Mastai, fin dal 1867, volle iniziata la collezione degli Indirizzi giunti a lui da tutto l’orbe cattolico; indirizzi elegantissimi per ricchezza di fregi e rilegature e che ascendono al numero di varie migliaia. Essi sono custoditi ed esposti in magnifici armadi e formano un importante gruppo di documenti.
Con tutti questi acquisti, con tutti questi doni, la Biblioteca aveva assunto uno sviluppo così enorme, che quando Pio XI ascese al pontificato, dovette per prima cosa porsi il problema di trovarle nuovi locali e nuove scaffalature. Era indispensabile per non soffocarla. Col suo occhio clinico, il Papa bibliotecario a tutto provvide rapidamente. Abolite le scuderie, ebbe subito libera una Galleria del Bramante, lunga circa 70 metri, e la trasformò in un vasto magazzino a tre piani, che potrà accogliere parecchie delle Sezioni del Fondo Stampati, ora sparsi in camere di insufficiente capacità, e troppo lontani dalla sala di consultazione. Quattro grandi finestre sono state riaperte dopo varii secoli; le scaffalature metalliche oggi in uso nelle più importanti biblioteche del mondo si sono subito adottate, mentre i pavimenti si facevano in marmo e veniva provveduto ad un moderno e sicuro impianto di illuminazione elettrica.
Quanto alle comunicazioni, una via di accesso assai più agevole di quella odierna si è aperta nell’angolo nord-est del Cortile di Belvedere. Gli studiosi non saranno più costretti a salire la lunga scala che dal Portone di Bronzo conduce al Cortile di San Damaso, ma, da Borgo Pio, per la Porta di Sant’Anna e il magnifico Cortile di Belvedere, entreranno subito nei locali della Biblioteca.

Ma vediamo quali sono stati i lavori architettonici per questa nuova sede, e come essa oggi si presenti. La Corte di Belvedere è rinata a nuova vita. Tutt’intorno all’immenso rettangolocorre un largo marciapiede, e, parallelamente ad esso, un vastissimo viale. Otto grandi aiuole, cinte di travertino e di bosso, e adorne di ciuffi di piccole palme, si aprono ai due lati della grande fontana centrale. Il piano dell’Esedra che chiude il cortile a mezzogiorno è stato rifatto di travertino e mattoni a spina. Esso reca nel centro a grandi lettere metalliche l’iscrizione: Pius XI P. M. Anno VII. È stata rimossa la piccola vasca di granito, che giaceva a terra da tempo immemorabile, inalzandola sopra il grande bacino della fontana di Paolo V, che ora, completata, restaurata e rifornita di acqua e di zampilli sul disegno originale, rivive al centro della Corte.
Il nuovo ingresso della Biblioteca è stato aperto nella seconda arcata a destra del Palazzo che Sisto V fece costruire, spezzando in due la Corte del Belvedere. Oltrepassato l’ingresso, troviamo una scala maestosa, sui ripiani della quale sono fregi di marmo e capitelli antichi. Questa scala d’accesso comunica con un’altra scala più piccola, costruita in prosecuzione della scala vecchia e che sbocca tuttora sul Cortile posto tra la Basilica e il braccio Nuovo del Museo, cortile anche esso decorosamente sistemato. Dal nuovo accesso volgendo a destra si giunge al grande braccio nel quale Pio XI ha creato posto per il collocamento di almeno 250.000 volumi.
Il nuovo salone della biblioteca misura 75 metri di lunghezza per circa 10 di larghezza ed è interamente occupato dalla scaffalatura in acciaio. Gli scaffali sono costruiti su tre piani, collegati tra loro da tre scale. Un ascensore conduce da questo nuovo locale al soprastante salone di Urbano VIII. Il terzo piano è in comunicazione con la sala dove si stanno compilando i Cataloghi.
Gli scaffali sono quanto di più moderno vi sia in materia di custodia di libri. L’ossatura, a palchetti mobili, regolabili secondo l’altezza dei libri, è traforata perché l’aria vi circoli, impedendo l’accumularsi della polvere e la conseguente nascita delle tignole.

Tutto è stato eseguito col danaro personale di Pio XI (la fondazione Carnegie ha dato i fondi solo pei Cataloghi) che, con la sua lunga e profonda esperienza di bibliotecario, ha vagliato i varii progetti sottopostigli, prima di prescegliere quello da realizzare.
Questo mecenatismo di Pio XI, degno di un Papa della Rinascenza, è consacrato in due lapidi apposte sulle pareti del nuovo salone. Una di esse dice: «Providentia Pii XI, Pont. Max. — Ante VII Princ. annum accesserunt — Bibliothecae Apost. Vaticanae — Bibliotheca Principum Chisiorum – Bibliotheca Marchionum Ferraioli — Bibliotheca Lud. Petit. Episc. Athen. — Ios. Caprotti Codices arabici CCCXL — Vercellone biblia mss et impressa — Aliique codd. omne genus supra MCC». E l’altra «Pius XI Pontifex Maximus — Conclavibus adiunctis peramplis — In quibus volumina reponerentur — Aut. Schedulis describerentur — Adscensu commodiore aedificato – Cavaeditis utrimque continentibus – In pristinum decorem restitutis — Bibliothecam ac tabularium Vatic. Auxit et ornavit Anno S. Princ. VII».
Ma i lavori di indole bibliografica iniziati alla Vaticana non sono meno grandiosi di quelli stabiliti per la sistemazione materiale dei libri. Come si apprese in America che il Papa si era proposto di catalogare i libri della Vaticana, la fondazione Carnegie mise a sua disposizione il non poco danaro occorrente. Pio XI, pure mostrandosi compiaciuto non volle, però subito accettare, poiché temeva che l’intervento americano potesse in certo modo mettere delle restrizioni alla libertà della Santa Sede. Fu solo in un secondo tempo, quando gli venne assicurato che gli scienziati americani avrebbero col massimo disinteresse messo tutta la loro esperienza ed attività al servizio della Biblioteca Vaticana, coadiuvati da aiuti finanziari largiti senza condizioni dal fondo Carnegie, che si decise ad accogliere l’offerta.

Subito dopo Mons. Tisserant, uno dei più autorevoli scrittori della Biblioteca Vaticana, parti per gli Stati Uniti per stabilire il piano dei lavori, e più tardi una commissione di tre inviati della stessa biblioteca, presieduta da Mons. Enrico Benedetti, lo raggiunse per prendere conoscenza dei sistemi tecnici adottati dalle maggiori biblioteche d’America. Le spese di viaggio e permanenza negli Stati Uniti furono sostenute dalla Fondazione Carnegie, la quale mandò a sua volta a Roma un gruppo di personalità americane per studiare le innovazioni tecniche che possono adottarsi alla Vaticana. Questi bibliotecari americani si sono affrettati ad assicurare che la Biblioteca Vaticana gode molti amici ed ammiratori negli Stati Uniti, poiché nessun’altra può vantare la sua storia ed importanza. Nella Vaticana il servizio è compiuto con una prontezza (relativamente alla distanza da percorrere per trovare il manoscritto o il libro richiesto), una cordialità ed una cortesia uniche. Questo rilievo sulla sveltezza del servizio, che non oltrepassa mai i dieci minuti, ha tanto maggior valore in quanto è fatto da William Warker, organizzatore di quelle biblioteche americane dove, di solito, la consegna di un libro si ottiene entro uno o due minuti.

Il Warker ha notato molte sapienti modificazioni che Pio XI ha introdotto alla Biblioteca. Lo spirito è lo stesso dei tempi di Leone XIII, ma i mezzi sono più moderni e più ricchi. I libri stampati si trovano ben disposti in scaffali aperti e mirabilmente catalogati. Per averli e nel numero che desidera, il lettore incontra il minimum di formalismo e il maximum di aiuto.
Per la quantità dei manoscritti posseduti, la Vaticana è superiore a qualsiasi altra biblioteca. Per dare un’idea dei tesori che accoglie diremo che il Bibliotecario Card. Mai, sui principi dello scorso secolo, scoprì, dimenticati sotto un cumulo di libri, un gran numero di preziosi manoscritti, tra cui varie Orazioni di Cicerone, lettere inedite di Marco Aurelio, due volumi delle Cronache di Eusebio ed i libri VI e XIV della Sibilla.
Si dice che molti manoscritti siano nascosti tra i libri non ancora catalogati e tra essi quello dell’Epistola di San Paolo ai Tessalonesi. Certo abbiamo un esempio di manoscritto celato per molto tempo nella Vaticana, nel supposto rapporto di Ponzio Pilato all’Imperatore Tiberio sugli eventi che culminarono nel Giudizio e nella Crocifissione di Gesù; manoscritto questo che, scoperto nel 1896, suscitò grande emozione presso tutti gli studiosi del mondo.
Un altro importante manoscritto rinvenuto alla Vaticana tempo fa è la Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste, che pare sia stato il primo geografo cristiano. Fu scritta tra gli anni 518 e 527, ma venne rinvenuta soltanto poco prima del 1908. Egli descrive la terra come perfettamente piana ed attaccata, tutt’intorno al suo margine, ai cieli.
Il maggior tesoro della Biblioteca è rappresentato, come dicemmo, dal Codex Vaticanus che è il più antico e quasi completo manoscritto esistente della Bibbia Greca. Diciamo quasi completo, perché vi mancano i primi 46 capitoli della Genesi, i Salmi 106 e 138, l’ultima parte dell’Epistola agli Ebrei, le Epistole Cattoliche e tutto l’Apocalisse. Di interesse non minore è il Palinsesto della Republica di Cicerone, segnato sotto a un manoscritto della traduzione dei Salmi, fatta da Sant’Agostino. Questo palinsesto è il più antico manoscritto latino esistente al mondo. Accanto ad esso si trovano un manoscritto di Virgilio del IV secolo, un manoscritto di Plinio con interessanti figure di animali, ed un manoscritto del libro IX di Ovidio.
Prezioso è un manoscritto dell’Inferno di Dante, nella delicata calligrafia del Boccaccio, e preziosi sono ancora gli autografi del Petrarca e del Tasso, i numerosi manoscritti di Martino Lutero, e tre autografi di Enrico VIII. Due di questi ultimi consistono in lettere amorose dirette ad Anna Bolena, che più tardi egli doveva far decapitare, ed il terzo è una copia dell’opuscolo col quale il Re difendeva i Sette Sacramenti contro Martin Lutero.
La Biblioteca Vaticana, ora che i lavori di ampliamento e di sistemazione sono compiuti, è diventata un’attrattiva immensa per il non tanto ristretto pubblico degli studiosi. Ma bisogna convenire che lo era anche prima, quando per arrivarvi bisognava percorrere un’infinità di scale, cortili e corridoi. Alla tavola direttoriale, finché non venne innalzato alla dignità della porpora, era la caratteristica figura del Padre Ehrle, che sorvegliava i lettori, parlava tutte le lingue di Europa, mostrandosi sempre di una cortesia e di un buon umore piacevolissimi. Ora lo ha sostituito Mons. Mercati.
Gli studiosi sono ammessi alla Vaticana con una liberalità che può parere perfino eccessiva. Il Bishop, che ha fatto una specie di studio psicologico sui frequentatori della Vaticana, afferma che quando le Università germaniche concedono una sosta primaverile tra i due semestri, l’aula è gremita. «Vi si possono vedere in mezzo ad abiti talari, il cappello alto del prete greco, insieme ad una collezione di barbe e di costumi, quali solo Roma può adunare». Molti di quei frequentatori che attendono alla loro opera con costanza e modestia son delle celebrità, e voi spesso conoscete il nome del vostro vicino solo quando lo trovate stampato sul frontespizio di un libro.

Arturo Lancellotti.”

La stamperia Remondini di Bassano e le Carte di Varese

Da Emporium, Vol. LIX, N. 349, gennaio 1924.

“Roma, due volte — se il ricordo di quel tempo d’anteguerra non mi s’è annebbiato — ho avuto l’onore di conversare di cose che garbano agli studiosi o agli artisti con quella fine, colta e nobile donna ch’è la contessa Pasolini. Una volta, la prima, mi accompagnò a quella signorile e ospitale casa nel palazzo Sciarra il Pascarella, e tanto della casa e dell’accoglienza sì piacquero la Musa dialettale del Tevere e quella del Sebeto da non opporsi al grazioso invito a una colazione che certo sarebbe stata, come fu, assai lontana dall’abito dell’umile merenda vernacola. La benevolenza delle Minerve che anche li proteggono s’induce spesso a preparare a’ poeti, appartengano pur essi a un succinto Parnaso, di simili saporosi trattenimenti.

Era intorno a quella candida tavola bandita con copiosa ospitalità pantagruelica tutta la cara famiglia Pasolini: cara agli uomini di lettere per l’alta e costante comunione che da tempo sapeva mantenere con essi: cara agli artisti che ne conoscevano l’amabile buon gusto, l’amicizia e la protezione: cara pur ad uomini politici che talvolta venivano qui a rifarsi della freddezza della loro scienza e quasi a rivestirsi, a ricomporsi di sincerità. La contessa Pasolini, narratrice e colorita rievocatrice, sempre fervorosa in quelle sue vivaci discussioni, sempre o ideatrice o fomentatrice di cose nobili e opportune, ripigliava poi nel vasto suo salotto qualche tema intorno al cui spunto, tra una portata e l’altra, ella s’era aggirata co’ suoi commensali. Quella volta, come, tra tante cose, s’era chiacchierato di libri, di biblioteche, del secolo decimottavo e di alcune sue suggestive e pur pratiche espressioni ornamentali, da un tavolinetto barocco, che aveva a portata di mano, la signora tolse e ci mostrò, sorridendo e compiaciuta, un mazzetto di ritagli di carta greve, su ciascun dei quali era lo stampo multicolore e imitativo d’ una stoffa un po’ rossa ma di vivace tonalità e di piacevole combinazione di disegno.

— È un minuscolo campionario delle carte Remondini, e suppongo che le conosciate.
Certo, le conoscevo, e me ne rifornivo a quando a quando. Le avevo adoperate e continuavo ad adoperarle per le coperture de’ miei libri, per quelle, anche, di parecchi volumi della Lucchesiana, per le cartelle che ne serbano i manoscritti e gli autografi, e in casa, ancora, per foderarne qualche cassetto della scrivania o d’un canterano.

Ma dove ora si continuava a stampare quei caratteristici e curiosi fogli che fin dai primi decennii del settecento erano penetrati in tutte le case veneziane e occorsi a tanti lieti usi decorativi? La storia della loro origine m’era sconosciuta, e davvero mi seccava un poco di non poterla narrare a quanti, come me, s’ invogliavano, e io stesso invogliavo, a provvedersi di quelle carte. Forse la contessa me l’avrebbe esposta, se altri argomenti, quella volta, con l’arrivo di altri visitatori, non l’avessero distolta: ora si discorreva di scoperte archeologiche, della difesa del paesaggio, delle ultime pubblicazioni d’arte e di letteratura — e la mia curiosità peculiare n’era travolta. Forse, se avessi protratto o replicata la mia visita, la illustre e buona signora mi avrebbe detto per quali ragioni ella si interessava così affettuosamente a quelli stampi Remondiniani che per me, come per tutti gli appassionati del secolo di Goldoni e di quel rompicollo che fu Giacomo Casanova, costituivano, tra’ moltissimi, un de’ più aggraziati documenti del gusto inventivo dell’epoca. E forse io avrei potuto scorrere in quel punto la lettera di cui or ora ho copia e in cui il professor Martello metteva a giorno la Pasolini del bel passato di quella famosa Casa Remondini, una parte della cui scampata produzione ultimamente le capitò in possesso.


Al padovano Giannantonio Remondini che intorno al 1649 cominciò a stampare e vender libercoli di devozione, risale la non certa fastosa origine della Casa. Giannantonio – come forse accadeva pur a Napoli di quelli anni, e a Venezia e in altre principali città e più folte — ebbe l’ umile officina che parimenti i nostri impressori di San Biagio dei Librai e quelli di Venezia occuparono in qualche scura botteguccia d’un vicolo o d’ una stradicciuola popolana.

Gli bastò pel momento un picciol torchio e di quello usò, e di pochi caratteri rozzi, per stampare gli opuscoletti in sedicesimo sul cui frontispizio appariva quasi sempre l’ immagine d’un Santo venerato, di cui l’opuscolo intesseva in poche pagine le lodi. Passarono vent’anni: la stamperia del Remondini — ormai possiamo chiamarla così — s’era accresciuta, dilatata in nuovi locali, fornita di nuovo e più copioso materiale, affollata di garzoni compositori e frequentata, con parecchio suo vantaggio, da letterati e professori. Breve, nel 1670 ecco itorchi tipografici di Giannantonio diventar dodici, e da quelli, che non gemevano più pe’ Santi e per i beati, spuntar fuori nientemeno che un dizionario: il famoso calepino di Cesare Calderino, nelle cui fitte e larghe pagine ficcavano avidamente lo sguardo gli scolaretti del tempo.

Lanciata, come si dice, la stamperia, accresciuta la sua fama ogni giorno, accresciuto il suo fecondo lavoro, il lucro del Remondini andò così aumentando pur esso che al 1711 l’ottimo Giannantonio poteva lasciare a’ suoi figliuoli una sostanza di centocinquantamila ducati in terre e case, la stamperia ch’era salita al valore di oltre seicentosessantamila lire, e alcune officine di panni di lana e di seta che ne avevano uno superiore alle settecentomila.

Quale talento di commerciante possedesse l’attivissimo e intraprendentissimo Giovanni Antonio Remondini — il cui nome si legge su centinaia di libri editi qua e là nel Veneto — è facile immaginare: la sua filosofia mercantile e la sua prudenza s’esprimono per altro, e chiaramente, da questo ch’è un de’ comma del suo testamento e che non ha bisogno di glosse:
«Esorto et impono alli miei Figliuoli et a tutta la Posterità che non facciano mai sicurtà alcuna nisi inter fratres, et che parimenti non s’ingeriscano mai in alcun manegio di danaro pubblico, Commissarie e altre Casse, né in materia di Dazi, Appalti o altro dipendente in qual si sia modo e forma, altrimenti siano tuti e cadauno rispettivamente, et in perpetuo, et qualunque volta succedesse la contravenzione privi di robba e beni tutti di qual si sia sorte. E sopra il tuto comando non solo a miei Figliuoli, ma anco alla Posterità tuta, che sieno fedeli et obedienti al serenissimo principe».


I primi anni del settecento videro — ancora perché nessuno di questi ammonimenti fu dimenticato da’ figliuoli e da’ nipoti di Giannantonio — cresciuto in fama e in ricchezza il fortunato stabilimento tipografico-editoriale. Ad esso fu aggiunto, nel 1732, uno studio d’ incisione in legno, da prima diretto da Giuliano Giampiccoli e Antonio Duratti, poi frequentato dal famoso Volpato, un nome da porre senz’altro accanto a quelli di Bartolozzi e del Piranesi, di Raffaello Morghen e del Calamatta, incisori non pure insigni per la robustezza e la personalità del loro tratto quanto per la suggestiva soggettività che ad esso quasi sempre presiedeva. Successore di Giovannantonio era in quel punto il figliuolo di lui Giuseppe: e a costui — come poi avrebbe fatto col famoso avventuriero Giacomo Casanova, tipo ben diverso e a cui si potevano affidare incarichi anche più difficili e delicati in vantaggio della Serenissima — il Senato di Venezia si rimetteva, pel tramite del Magistrato dei Cinque Savii alla Mercanzia, perché tentasse d’ introdurre nello Stato Veneto la fabbricazione della carta dorata di cui la Repubblica era costretta di rifornirsi ricorrendo a produttori forestieri. Giuseppe vi riuscì. E alla industria novella appaiò quella, che non lo fece meno vantato, della produzione di immagini miniate e di ritratti a una tinta.

Nel 1796 lo troviamo Conte di Gorumbergo. Egli ha comprato quel castello e l’ usa, con la sua famiglia, ne’ pochi ozi che si può concedere durante la turbinosa, moltiplicata e incessante sua fatica.

Già nel 1791 egli ha comprato dal Santini di Venezia tutti i rami degli atlanti da costui pubblicati e già in tutta Europa ha diffuso a migliaia di copie le nuove edizioni, migliorate, di quelle carte geografiche.


Casa Remondini principiò a declinare quando a Giuseppe Remondini successe il figlio, Francesco. E ancor più, quando alla costui vedova si sostituì la contessa Giuseppa Remondini, incapace, non meno di quest’altra, di rafforzare il pericolante edificio. La contessa Teresa Remondini, ultima erede, quando, nel 1848, gli davan l’ultimo crollo quelli avvenimenti politici, cercò di restituire all’antico splendore la vecchia ditta stipulandone la cessione a una Società di capitalisti padovani che ne sarebbero venuti in potere, pel compenso di quasi un milione di lire, se avessero accettato di mantenere in servizio in quelle officine tutti, vita loro durante, gl’’impiegati e gli operai che vi si ritrovavano.

Dopo tredici anni ancora — peggiorando le cose e non trovando soluzione migliore — donna Teresa Remondini chiuse lo stabilimento. E nel 1861 — dopo due secoli e dodici anni dalla sua fondazione — la celeberrima Casa Remondini disparve dal mondo industriale, in cui lasciava orma davvero gloriosa e indimenticabile. La cartiera di Oliero fu venduta ai Randi di Padova; a’ migliori compratori furono cedute le opere rilegate; i libri intonsi e in fascicoli acquistarono l’Antonelli di Venezia e il Basadonna di Torino; le carte stampate il Pozzato, il Menegazzi ed altri; le tavole e i modelli di legno del Zackson e d’altri maestri passarono al conte Negri, allo stesso Menegazzi, al Pozzato — o andarono al fuoco.

E a tutto questo assistettero, a mano a mano, con una stretta al cuore, quanti, amici d’ogni bella e vantata cosa nostra, seguivano le vicende ultime di quell’industria famosa. E disperarono di vederla risorta gli artisti, i collezionisti, gli amatori del libro e della incisione, i teneri di quel secolo armonioso, lieto, fresco, seducente e pittoresco perfino in quelle carte da parati o da rilegature di certi libri che oramai sono spariti addirittura dalle panchette de’ rivenduglioli e forse pur dalle librerie di qualche ultimo appassionato signore, costretto a disfarsene……


Nel 1790 il De la Lande pubblicava la terza edizione del suo Voyage en Italie, conosciuta e ormai rarissima opera. E vi ristampava quel che nella prima edizione aveva scritto su Bassano e sui Remondini.

«Bassano – egli dice – è una cittadina di dodicimila abitanti e si trova a sette leghe a nord di Vicenza, a dieci da Padova, sulle rive del Brenta com’esso scende dalle Alpi, e sulla via della Germania. E’ in bel luogo ameno, circondata da popolati villaggi e da colline ove prosperano vigne ed oliveti. Se ne ignora la prima origine, ma la si crede antichissima.
Dovette il suo principale accrescimento agli Ezelini, che la scelsero per stabilirvisi. Gli Ezelini appartenevano alla Marca Trevigiana e, alla morte dell’ultimo di loro, Bassano ridiventò libera sotto la protezione degli abitanti di Padova, poi passò agli Scaligeri, ai Carrara, ai Visconti. Finalmente, nel 1404 l’ebbe la Repubblica di Venezia, che l’abbellì e la fortificò…
Nacque in Bassano il poi famoso meccanico Bartolomeo Terracini, al quale, nel 1783, è stato dedicato un bel monumento: vi nacquero Lazaro Buonamico, il poeta Campesano, il teologo Vittorelli, lo scultore Marinali. E in questo momento vi si trovano l’abate Roberti, conosciuto scrittore, Giambattista Veri, storico ed archeologo, il poeta Vittorelli, il Volpato, eccellente incisore di Roma.

Ma il De la Lande si sbaglia qui, togliendo a Bassano un’altro de’ suoi figli maggiori. A Bassano nacque il Volpato, e non in Roma, nel 1738: a Roma morì nel 1803, a sessantacinque anni, e dopo d’avervi sposato a un altro famoso incisore, Raffaello Morghen, la prima, mi pare, delle sue figliuole. A Venezia era stato scolaro del Bartolozzi, e le sue prime incisioni avea firmato Rerard. A Bassano fu chiamato, quando già era divenuto assai noto, dal Remondini, e precisamente dal figliuolo di Giannantonio, Giuseppe Remondini.
Di costui e delle sue officine così, seguitando, parla il De la Lande, che certo le visitò avanti di recarsi a Rovereto.
«La stamperia dei Remondini è il più grande stabilimento che di questo genere abbia l’Europa. Vi sono occupate mille persone, senza contare quelle che lavorano a Venezia, ove pur il Remondini fa stampare cose sue. Vi sono diciassette torchi per i libri, ventuno per le stampe, quattro per le carte marmorate e dorate, undici incisori in legno (taille-douce), tre cartiere, che sono fornite di dieci enormi tine.
Nel 1783 il Remondini ha fatto costruire dei cilindri sull’uso d’Olanda per la fabbrica di un certo suo tipo di carta; ha iniziato manifatture di carte dipinte al modo di Francia o delle Indie ; ha impiantato fonderie di caratteri. Insomma si trova a Bassano quel che sarebbe assai difficile ritrovare nelle più grandi città, e ciò si deve al conte Remondini. Egli possiede un vasto feudo che gli conferisce quel titolo nobiliare e gode d’una rendita di sedicimila ducati infuori di quella che gli somministra il suo immenso commercio. Nel maggio del 1783 il Boscovich s’è andato a stabilire a Bassano per farvi stampare dal Remondini tutte quante le opere sue matematiche, in cinque volumi in-4°, dei quali si pubblica uno ogni due mesi».


Chi volesse, per aggiungerla alla non inutile storia della stampa in Italia e dei suoi stampatori rinomati, radunar quella delle vicende delle parecchie collezioni xilematiche Remondiniane — magnifiche collezioni de’ legni che i Remondini avevano fatto intagliare per usarne la quasi rudimentale impressione delle carte uscite da fabbriche loro medesime — potrebbe rimettersene ad alcune lettere del Martello alla contessa Pasolini. Le costei sollecitazioni e le risposte di lui sono, d’ un periodo che corre dal 1900 al 1902, quando l’illustre signora trovò nelle sue parenti della famiglia Ponti le comproprietarie degli stampi della Casa Remondini di Bassano Veneto e insieme pensarono alla risurrezione, addirittura, di quell’industria famosa, commerciale, sì, naturalmente, ma sentimentale ancor più e attesa da tutti coloro che la fomentavano quasi come per devozione familiare.
Gli stampi, scriveva il professor Martello, sono ben quattro o cinquemila, forse più forse meno, e ciascuno si compone di due a cinque pezzi. Il processo della impressione somiglia a quello della primitiva cromolitografia; si preme, per esempio, con un di que’ pezzi sulla carta lasciandovi tutta la parte rossa del disegno: con un altro pezzo, che combina col primo, si stampa la parte verde; con un terzo, che combina col secondo, si stampa la parte gialla.

Ma, — soggiungeva l’accurato informatore a cui la Pasolini commetteva quelle indagini e dal quale s’aspettava opportuni consigli — per quanto mi si dica che ogni stampo conservi tuttora i suoi pezzi, e che alcun d’essi sia mai stato disperso o distrutto, occorre assolutamente che siano riordinati, e, quando lo saranno, occorre avere sottocchi il vecchio campionario, per procedere alla composizione del nuovo. Ma dove trovare l’operaio specialista che, immergendo i pezzi degli stampi in diverse soluzioni colorate, e imprimendoli a prova di stampa su carta speciale, riesca a ordinare questa immensa quantità di legni scolpiti e anche intarsiati talvolta di metallo ?

E il professor Martello, che non si dà pace, e cerca, e fruga e appura, riesce finalmente a trovar l’operaio che lo aiuterà nella ricostruzione del catalogo e s’impegnerà di bene e sollecitamente riuscire in quella paziente fatica di rassegna e di rinnovellamento. Chi è costui? Non altri se non un vecchio fruttivendolo che egli ha ripescato in una stradicciuola suburbana di Bassano, un che ha lavorato quasi mezzo secolo fa con gli stessi stampi, che li conosce, che li ama, che assai volentieri li tornerebbe a maneggiare. Or che cosa occorre per la nuova esercitazione di quella industria? Tre cose occorrono: i colori che non siano a base di anilina, la carta fatta appositamente fabbricare, l’operaio istruttore, infine. A Bassano i colori tratti da speciali corteccie di legno si conoscono, e si sanno trovare e preparare. La carta potrebbe soltanto esser fabbricata dalle cartiere di Fabriano, o da quella di Oliero di Valstagna a ll km. da Bassano. L’operaio istruttore? Ma non s’è trovato quel tal fruttivendolo?
Sì, ma nel punto in cui il Martello lo scopre, ecco che il fruttivendolo s’ammala …..


Bisogna ora saltare una quantità di circostanze tra favorevoli e sfavorevoli — moltissime pur difficili — che hanno battagliato in quest’epopea più recente delle carte Remondiane.
Importante conoscere che allora l’industria riprese l’interrotta sua vita e che oggi l’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, ha stipulato il contratto per la vendita delle carte Remondiane con le nobili signore contessa Maria Pasolini Ponti, donna Ester Esengrini Ponti, la contessa
Antonia Suardi Ponti, la marchesa Remigia Ponti Spitalieri, e gli eredi del marchese senatore Ettore Ponti, comproprietarî, tutti quanti, degli stampi ei mmagini, giuochi, caricature ecc. ecc. della Casa Remondini di Bassano. È da ricordare che per mezzo di quelli stampi s’ ebbe dalla cartiera Molina di Varese la prima produzione delle carte antiche, così che esse corrono pur sotto il nome di Carte di Varese. A Varese le ebbe in deposito per la vendita la Ditta Giuseppe Rizzi.


Il piacere di avere sottocchi di somiglianti documenti di un secolo pieno di vita e di letizia, di spensieratezza e di filosofia, di buon gusto e di nobiltà, è di quelli che solamente i suoi rievocatori affezionati possono intendere con un sorriso d’assentimento. È il piacere di un quasi protratto assaporamento, d’ una beatitudine da bibliomani, che mentre dura vi lascia pur rincorrere tante care ombre, le quali vi appaiono e fuggono, in tricorno e mantello.

Ecco, sì, novellamente stampato e allestito con ogni cura, e ricoperto da un de’ più belli di quei fogli preziosi, il catalogo delle Carte Remondini, in formato d’albo, ricco di oltre 300 modelli — ecco, ancora, pel più vivo interessamento, per la più completa gioia degli occhi de’ temporis acti laudatores, quei minuscoli campionarîi del secolo di Giannantonio e di Giuseppe Remondini, quelli che si chiamavano della Carta Cambrich sopraffina o della Marmorata Reale, o della Sbruffata o Tartarugata, oppur della Calicot, che ha novissimo assortimento di vaghi disegni a somiglianza delle tele di Calicot e si vende per buon prezzo a diciotto lire la risma. Ecco, edito a Bassano, nel 1766 e il Catalogo delle stampe incise e delle carte di vario genere della Ditta Giuseppe Remondini e figli; ecco la sua appendice del 1826, su carta verdina, co’ prezzi di qualche poco calati e segnati a mano or nella colonna che addita i pittori de’ varii soggetti di quell’iconografia, or in quella degli xilografi. E questi due cataloghi — de’ quali ormai tornerebbe difficilissimo ritrovar qualche esemplare — non sono essi la storia, appunto, quasi completa della incisione nel settecento e a’ primi del secolo decimonono?

E adesso, ditemi, non vi trascorrono davanti certe figure e certe figurette che approfittano di questo vostro incantamento retrospettivo e si vogliono daccapo far ricordare da quella simpatia onde le seguiste attraverso l’educato lor costume letterario e le loro contingenti preferenze? lo ne vedo tante! Si spargono, qua e là, in tepidi salotti come quelli di Marina Tuirini Benzon o di Giustina Renier, di Caterina Dolfin Tron o di Adriana Foscarini, nella pubblica libreria dello Zatta o in quella dell’Antonelli, nelle quete stanze da biblioteca degli Zeno, de’ Mocenigo, dell’aureo, arguto amico del Casanova, Pietro Zaguri, tra gli associati alle commedie del signor avvocato Carlo Goldoni, tra quelli ancora, che da Padova si fanno spedire la traduzione che dell’Iliade, in dialetto veneziano, va pubblicando l’ erudito figliuolo della famosa Zanetta. E, a braccetto, provvisti anche loro di alcuni fogli di quelle carte in voga, che ha loro additato l’autor del Teatro alla moda Benedetto Marcello, non pare anche a voi di vedere, per qualche viottolo di Venezia, il napoletano maestro di cappella don Gaetano Latilla e il non meno grave suo conterraneo e collega Traetta? Qualche loro arietta, qualche cantatina, qualche amoroso duettino non han bisogno d’ una bella copertura Remondini per andar tra mani di signore protettrici ?…
Fantasticherie? Come vi pare. Eppur quanto ci riappressano al profumo di quel vecchio tempo, e al dolce valore delle memorie preferite!…

S. di Giacomo.”

Come si fabbrica il linoleum

Da Sapere, Anno III, Volume V, N. 60, 30 Giugno 1937.

“di L. Sinigalli.
Sulla linea Orte-Terni-Ancona che segue la Valle del Nera, in un paesaggio a tratti pettinatissimo e poi di sorpresa boscoso e rupestre, c’è lo scalo di Narni-Amelia, una stazioncina così vivida del colore dei manifesti, così rumorosa per le assidue manovre dei carri merce che portano, a volta a volta, cisterne di olio di lino, balle di sughero, enormi bobine di iuta, barili di resina, e sacchi di colore. Sono le materie prime che entrano nei magazzini della Fabbrica del Linoleum e sono conservate in capaci serbatoi e sotto vaste tettoie.
L’olio di lino è la materia base nella fabbricazione del linoleum (quella che dà il nome al prodotto finito): entra nella proporzione del 25% circa in tutti i tipi. È un olio vegetale spremuto dal seme delle linum usitatissimum, essiccante al grado massimo, e per questo assai ricercato nell’industria delle vernici.

Il mercato europeo dell’olio di lino è Amsterdam e il migliore olio sembra quello dei paesi baltici. L’indice di qualità dell’olio rispecchia la proprietà di assorbire l’ossigeno dell’aria e disseccarsi, formando una pellicola elastica. (Dall’osservazione di questo fenomeno partì appunto Walton, l’inventore del linoleum.) Questo indice di qualità, espressione vaga se pure suggestiva, ha trovato una misura precisa nel cosiddetto “indice di iodio” che è un numero discriminante degli olii, direttamente proporzionale al grado di essiccatività e che misura la quantità di iodio espressa in milligrammi che può essere fissata da mille grammi di sostanza. Per l’olio di lino questo numero oscilla tra 195 e 171. Un calo di valore deve far supporre un eccesso di impurità o addirittura far sospettare una adulterazione. Per esaltare questo potere essiccante dell’olio, questa sua simpatia per l’ossigeno, l’olio viene cotto in caldaie da 2000 kg a una temperatura di 230° e sotto l’azione del litargirio fino a quando assume una certa consistenza viscosa.
Per effetto dell’ “ossidazione” l’olio di lino cotto subisce una modificazione profonda: secca in pelli sottili all’aria, dando una materia più o meno elastica, trasparente, la “linossina”.

“Fig. 2: Mescolatore a trafila.”

Questa gelatinizzazione dell’olio cotto a causa dell’ossidazione, può essere chiarita in parte coi principii della chimica colloidale.
L’olio di lino cotto si solidifica per azione dell’ossigeno e del calore. Perché questa trasformazione dell’olio di lino in linossina sia completa, bisogna garantire una vasta superficie di contatto con l’ossigeno dell’aria. A questo riguardo Walton per primo pensò di irrorare con olio dei lunghi teli di cotone. L’ossidatoio classico si presenta quindi come una grande camera divisa in un certo numero di campate. In prossimità del soffitto alcune intelaiature meccaniche portano trasversalmente i sostegni di sospensione delle tende, distanti l’una dall’altra di alcuni centimetri e ancorate alla base per garantirne l’intercapedine. Un carrello mosso elettricamente lungo le guide di sospensione lascia scorrere per circa due ore una lama di olio che va a irrorare le tende. Questo accade ogni giorno per ogni campata. Alla temperatura di 40° l’olio trova le condizioni adatte per ossidarsi fino alla coagulazione. La carica di olio alle tende si ripete per parecchi mesi fino a quando lo spessore della linossina sul sostegno di cotone raggiunge i 3 centimetri circa. Ma per compensare l’immobilizzo del capitale per tanti mesi (un vecchio ossidatoio Walton carico può contenere 120-130 tonnellate di linossina) si ricorre a processi di ossidazione più rapidi che pur dànno un prodotto soddisfacente (nuovo Walton, Bedford).

Con la fusione delle linossine di varia provenienza nelle resine (a 130°-135°), in grandi caldaie dette di “cementazione” (vedi fig. 1), e riscaldate da una camicia di vapore, si perviene a una soluzione colloidale, a un gelo elastico il quale dopo 5 ore non fonde più per riscaldamento. Sembra che il punto di fusione dei solventi (le resine) abbia un’importanza risolutiva sulle qualità fisiche del cemento, la durezza, la resistenza, l’elasticità. Questa fusione di due colloidi, di due sostanze elastiche, le resine e la linossina, bisogna situarla tra le soluzioni propriamente chimiche e quelle cristalline (le leghe metalliche). Si lascia maturare il cemento in magazzino per parecchie settimane, Quando è fresco ancora, il cemento è molle e gommoso; dopo un certo tempo diventa “nervoso” e duro e presenta una grande elasticità alla pressione delle dita.

La colofonia, oggi largamente usata, è ottenuta per distillazione diretta a mezzo di vapore acqueo delle trementine colanti da pini di famiglie diverse; scaldando cioè continuamente tali trementine in speciali apparecchi a distillazione, finché tutto l’olio contenutovi sia passato. Il residuo fluido e caldo che rimane si versa in barili ove raffredda e solidifica. Il punto di fusione della colofonia è assai variabile, da 70° a 135° secondo il modo di preparazione e secondo il tipo. Tutte però rammolliscono intorno ai 70°.

Viene usata su vasta scala oltre che nell’industria delle vernici e del linoleum, nella fabbricazione dei saponi e nella fabbricazione della carta. I suonatori degli istrumenti ad arco la sfregano sul crine dell’archetto perché aderisca meglio alle corde e le faccia meglio vibrare, gli schermidori la spargono sulla pedana per dare al piede un appoggio più sicuro.
Le coppali si distinguono in dure e molli, si chiamano anche commercialmente gomme e le più richieste, quelle a maggior grado di durezza, vale a dire a più elevato punto di fusione, sono le resine fossili che si estraggono dai fusti di antiche foreste interrate. Citeremo fra le coppali, la “dammar” che cola spontaneamente in grande quantità da molte piante e che è molto adoperata nell’industria. Le coppali, insomma, sono le gomme prodotte dai fusti di piante speciali, conifere, ombrellifere, euforbie. Non bisogna quindi confondere le coppali che sono gomme naturali con la colofonia che è un prodotto di distillazione.
I primi cementi fabbricati da Walton contenevano troppe resine.
Oggi la percentuale delle resine è stata ridotta. Ecco la dose approssimativa di un tipo di cemento vecchio Walton: linossina 590 kg, colofonia 132 kg, coppale 68 chilogrammi.

Il sughero che serve all’industria del linoleum è il cosiddetto sughero maschio, vale a dire la corteccia esterna del quercus suber, una pianta che cresce nella Maremma Toscana, in Sardegna, in Sicilia e in certe zone del Lazio. Il sughero è ridotto, a mezzo di martelli che agiscono per urto, in parti della grossezza di una nocciola, poi viene aspirato nei silos per la macinazione che avviene attraverso mulini a palmenti. La separazione delle diverse farine si fa per passaggi successivi attraverso un buratto a scosse. Quando si vuol dare vivacità ai colori, si fa pure uso della farina di legno mista al sughero o in applicazione integrale. I colori che trovano impiego nella fabbricazione del linoleum e che ai fini del commercio possono tante volte far la fortuna di un tipo, di un disegno (tralasciamo di parlare del “valore decorativo” del linoleum come materiale di pavimentazione e di rivestimento) sono quasi tutti colori minerali naturali o artificiali da distinguere dai colori organici, detti anche derivati del catrame o colori d’anilina, che servono invece nell’industria della tintoria, dei tessuti, delle carte e alla preparazione di alcune lacche. Le ocre e i calcari trovano largo impiego perché, dovendo colorare una pasta e non un liquido, il colore deve possedere anche una certa massa per mescolarsi ad ogni particella dell’impasto. I colori bianchi sono usati soprattutto come ricoprenti: in certo senso essi fanno l’ufficio dell’intonaco sui muri che poi dovranno essere affrescati. Eliminati i bianchi a base di piombo e di zinco, era rimasto, fino a qualche anno, il litopone (miscela ottenuta in certe speciali condizioni per doppia precipitazione del solfato di bario e solfuro di zinco). Negli ultimi tempi invece è entrato nell’uso l’ossido di titanio, di produzione nazionale.

Preparati così i vari ingredienti: cemento di linoleum, farina di sughero, farina di legno, e colori, si passa nei reparti di mescolazione (vedi fig. 2).
Nella fabbrica di Narni esistono tre complessi meccanici per tre mescolazioni tipiche determinate dalla necessità di poter disporre di tre prodotti base che richiedono esigenze diverse di lavorazione.
Il processo di mescolazione, puramente fisico-meccanico, può essere continuo e intermittente. Quest’ultimo, benché più antico e meno veloce, ci dà maggiori garanzie sull’omogeneità della pasta.
Riguardo ai diagrammi di lavoro, e cioè ai passaggi dei diversi componenti la miscela nelle macchine successive (passaggi che si attuano per gravità), ricorderemo che gli sbriciolatori servono a disgregare la pasta, ridotta già in foglie sottili nei treni di laminazione, per degassificarla. I mescolatori cosiddetti “a trafila” (fig. 2) hanno la funzione più importante: agiscono con un meccanismo che ricorda molto da vicino, dal punto di vista cinematico, le macchine domestiche per tritare la carne. Cemento, farina di sughero, farina di legno, e colori, dopo una mescolazione quanto più è possibile integrale, sono sbriciolati e passati nella tramoggia che alimenta la calandra: questa provvede a spalmare la pasta sulla tela iuta.

La calandra (che in una fabbrica di linoleum fa un po’ la parte dell’elefante [vedine l’insieme e un particolare nelle figg. 5 e 6]) si compone di un supporto portante due paia di cilindri comandati da ingranaggi a chevron, per dare al contatto fra i denti elicoidali una progressione graduale ed evitare l’urto causato ad ogni passaggio da un dente all’altro nelle ruote a profilo diritto.
Sul largo nastro di linoleum si verrebbe a formare un solco per ogni urto, se pure appena percettibile. La distanza fra gli assi dei cilindri è regolabile e varia col variare dello spessore da dare al telo di linoleum. I cilindri sono cavi, fusi in conchiglia, del diametro di 900 mm, possono essere scaldati dal vapore o raffreddati dall’acqua. Lo stato termico dei cilindri ha una grande importanza nella lavorazione. Il cilindro intorno a cui si ‘avvolge la iuta è tenuto ad una temperatura di circa 80°, l’altro che lamina la pasta sul traliccio tessile arriva anche a 120°. La pasta premuta a 80 chilogrammi per cm2 è nello stesso tempo spalmata, ossia fissata contro e dentro la trama del tessuto di iuta. I cilindri lucidatori, invece, hanno un diametro più piccolo (600 mm) e sono raffreddati. Il cilindro ultimo, di rame, è più grande e serve per la dispersione del calore del nastro. Si sono fatte a Narni delle esperienze per sostituire la iuta con la ginestra: si può dire solo che i risultati sembrano promettentissimi.
Il filato è richiesto molto uniforme e confezionato sotto uniforme tensione dei fili dell’ordito, ché, se a ciò non si provvedesse, la trama soggetta alla calandratura formerebbe “borse” nelle zone dei fili meno tesi e “strappi” dove la tensione fosse più elevata.
Il telo dopo aver subito sul rovescio di iuta una verniciatura antiumida passa ai caratteristici essiccatoi verticali, mantenuti a circa 60°. Sono camere alte dove avviene la maturazione o stagionatura con notevole modificazione delle proprietà del prodotto. La durata varia a seconda dello spessore del telo, in media da 10 a 20 giorni. I teli sono appesi verticalmente all’armatura del soffitto sotto forma di nastro continuo svolto a festoni. Dopo passano alla finitura, subiscono una prima ceratura, sono ravvolti in rotoli di una trentina di metri di lunghezza e conservati nei magazzini, dove continua il processo di stagionatura.

Alla grande calandra si lavorano nel modo descritto i tipi uniti, (a un colore) e anche gli striati e i graniti. Per i tipi di linoleum che mi piace chiamare “di fantasia”: mosaici, lintarsi, stampati il processo di fabbricazione è lo stesso all’incirca fino alla fase di mescolazione. I lintarsi (fig. 3) si preparano in sfoglie di vario disegno e di colore cangiante che vanno composte sul nastro di iuta secondo il modello, e poi pressate. I mosaici, invece, si formano con un procedimento speciale: su delle lastre di zinco, tante quanti sono i colori base del disegno, si riporta il contorno di ogni colore e si scava il pieno della forma (fig. 4). Queste lastre si dispongono in fila sopra il banco e si regola la distanza in modo che l’intercapedine dia lo spessore voluto. Si fa scorrere al disotto la tela iuta sopra cui si lascia cadere lo strato di pasta. Gli “sciabloni” (cioè le lastre) si sollevano ritmicamente, la tela avanza di un “passo” (variabile a seconda del disegno), finché al passaggio dell’ultimo sciablone il disegno è tutto coperto (fig. 8). Viene quindi pressato a caldo sulla iuta prima a 60, poi a 340 atmosfere (fig. 7).
La lavorazione degli stampati si fa con un procedimento che ricorda molto da vicino quello della stampa a colori e quindi il disegno resta superficiale. Hanno comunque una durata soddisfacente in ambienti non soggetti a grande traffico. Per ciò che riguarda il linoleum adatto per rivestimento di muri e di mobili (copertina, lincrusta, vandolino, silusta), il quale anziché presentarsi col supporto di iuta ha il rovescio di cotone o di cartoncino, oppure è tagliato in semplici sfoglie come la silusta, o addirittura già pressato e incollato su lastre di compensato, o di metallo, esso non ha differenze sostanziali dall’altro usato per pavimentazione. Questi tipi che devono presentare una notevole flessibilità sono in genere di uno spessore che raramente supera il millimetro e la larghezza del telo varia dai 50 cm a 1 metro, fino a 1,5 m a differenza dei teli di linoleum che hanno una larghezza di 2 metri.