Da Emporium, Vol. XXXIV, N. 202, ottobre 1911.
Di Pasquale de Luca.
” ■ Il titolo non meravigli. Il programma delle feste cinquantenarie assegnava le Belle Arti all’Esposizione di Roma, e le attività d’ogni altro genere, specie quelle del lavoro, all’Esposizione di Torino; ma una vasta e degna e notevolissima mostra internazionale d’arte pura sulle rive del biondo Tevere non escludeva né punto né poco, nelle intenzioni dei promotori, una mostra d’arte applicata alle industrie sulle rive del verde Po, e noi ve l’abbiamo vista trionfare in tutti i suoi molteplici aspetti, e non soltanto nell’apposito padiglione, ch’è il primo, per chi entri dall’ingresso principale, ad attrarre, con le sue imponenti linee architettoniche e le sue fontane gorgoglianti la nota fresca e refrigerante nella inconsucta intensità del calore estivo. Avrebbe forse potuto accadere diversamente in un paese come l’Italia, millenario giardino di ogni fiore d’arte, e in un momento come l’attuale, in cui la divina animatrice accompagna con tanta amorevolezza tutte le più elette forme del lavoro umano e, affinando il gusto, sussidia si validamente e armonicamente la nostra vita intima e sociale?
■ E i visitatori dell’Esposizione internazionale di Torino che han finora triplicato il milione cui accennavo nel precedente articolo si sono imbattuti in essa, e continuano a sorriderle lietamente, fra i movimentati deliziosi viali del Valentino e lungo la verde collina dell’altra sponda, che moltiplica la grandiosità e la pittoricità delle mostre extra-nazionali; l’han vista intorno ai provvisorii edifizii che, nella gioiosa kermesse, han saputo si modernamente accordarsi con quelli che l’abate Juvara trasse dalle geniali ispirazioni berniniane per improntarne la città del secolo XVIII, e nelle ampie, luminose, numerosissime sale caratterizzanti non di rado, e quasi sempre degnamente, il gusto nostro e quello di altri paesi, di altre razze, di altre genialità.

■ Gli architetti dell’ Esposizione di Torino, come quelli dell’ Esposizione di Roma, non han creato nulla di nuovo, è vero; ma, pur non creando — e oggi riesce assai più difficile che in altre epoche — non hanno recato, in generale, alcuna offesa all’arte, non hanno avvilito alcun pregio delle creazioni altrui alle quali attinsero e s’ispirarono. È il carattere, del resto, di tutta la nostra architettura, amorosa e sagace segnatamente nello studio e nella ricostruzione delle più belle forme che fiorirono col ridestarsi della coscienza italica tra le brume crepuscolari imperanti sì a lungo dopo lo sfacelo dell’Impero d’occidente. Ed è buona ventura che del movimento accentuatosi all’alba di questo nostro secolo dietro quello inglese e tedesco non sopravviva, generalmente, fra noi, che il desiderio di mantenere un degno equilibrio fra contenente e contenuto, specie nell’abitazione, quell’equilibrio che le precedenti prossime generazioni, attratte com’erano da altre idealità, avevan trascurato, negligendo troppo spesso il meraviglioso insegnamento degli avi gloriosissimi.
■ Accennai già al contenuto del dovizioso Palazzo delle Industrie artistiche — «nuova affermazione di quanto si è saputo fare sussidiando l’industrie delle cose più necessarie e talora più umili della vita quotidiana, con un caldo soffio d’arte, con un sentimento elevato del buon gusto, con una paziente educazione estetica» — e ho dianzi detto ch’esso è il primo che s’ incontri entrando dal modesto ma simpaticissimo ingresso del chilometrico corso Vittorio Emanuele II, un ingresso che arieggia quello di una grandiosa villa settecentesca. Ma può forse bastare un accenno riassuntivo per dare un’idea di quanto è sì bellamente raccolto nel salone ottagonale, ricco di decorazioni e di statue, e nelle lunghe gallerie che ad esso fan capo: oggetti metallici e ceramiche, piccole riproduzioni di capolavori marmorei e bronzei e mobili e decorazioni di ambienti dai più semplici ai più fastosi, dai più usuali della nostra vita paesana a quelli di altre lontanissime vite, di altri svariatissimi costumi? E potrà bastare quando avrò aggiunto che sui banchi di questa Mostra noi notiamo sempre più acuto il desiderio dei produttori d’oggi d’imitare, in ciò che fa bella la casa e rallieta l’esistenza, gli artefici di altri tempi; i quali, non distratti dalla molteplicità e dal fervore sbalorditivo di una vita cosmopolita, si raccoglievano nel breve cerchio di un sogno regionale, e accordavano mirabilmente il loro senso estetico con le tradizioni sempre vive d’intorno, le necessità della limitata vita intima con le grandi espansività dell’Arte ispiratrice?

■ Le agitazioni della vita cosmopolita, che poco prima e durante l’ultimo secolo s’imposero a tutto e a tutti nei nostri grandi centri e gettaron lo scompiglio dovunque, ci avevan fatto perdere quasi totalmente il gusto della bellezza e della semplicità, e la lotta di pochi artisti e di numerosi appassionati contemporanei ha dovuto superare ostacoli veramente eccezionali. Ma la vittoria è stata ugualmente straordinaria, e oggi, grazie ad essa, noi possiamo circondarci, senza alcuno sforzo economico, di cose semplici e belle, così nella ornamentazione della casa come in tutti i bisogni della vita, di quelle cose semplici e belle che fino a ieri, nelle innumeri folle cittadine, furono la delizia dei pochi privilegiati dalla fortuna e che, abilmente riprodotte, moltiplicate, diffuse, sono oggi alla por tata di tutti i desiderii e di tutte le borse.
■ N’è nuova conferma questa Mostra, dove si posson notare tutti i progressi nazionali, in ogni ramo dell’arte applicata alle industrie, e in ispecial modo nella imitazione degli antichi modelli di creta e di porcellana, di marmo e di bronzo, di cristallo e di vetro, di metalli preziosi, di stoffe ornamentali, di cuoi lavorati, concilianti, quale più quale meno, come in altri tempi, il buon gusto, con la praticità della vita, l’Arte ch’è emanazione divina, con la realtà ch’è si spesso volgare espressione sociale.
■ Tutto, o quasi tutto, il contenuto di queste sale risponde al bisogno estetico dei più raffinati, dalla argenteria, la porcellana e la cristalleria da mensa — piatti, fruttiere, bottiglie, coppe, calici, gruppi ornamentali, portafiori, posate, che richiamano talora, per la squisitezza della composizione, il lavoro dei più gloriosi artisti del Rinascimento, tal altra la commozione di Stelio Effrena e della Foscarina «dinanzi al bel miracolo foggiato dall’artefice popolano incosciente e grande» — alla varia produzione del cuoio artistico — mobili, decorazioni di soffitti e di pareti, cuscini, cornici, portafogli e portamonete, portasigari e legature di libri, sottolampade, allacciatovagliuoli, tagliacarte incisi, dorati a fuoco, dipinti a mano, con rilievi a sbalzo o disegni cromati —; dalle stoffe tessute o dipinte, nelle quali l’Italia, come si verifica sopra tutto nel grande padiglione delle Manifatture, al Pilonetto, raggiunse la più alta magnificenza, al prodotto delle piccole e grandi industrie femminili ricami a colori, trine svariate, merletti a fuselli e ad ago, tessuti a colori vivacissimi, lavori di grano, di palma, di corallo, di perline, nei quali le popolane delle varie terre d’Italia continuano, ignare e grandi come il soffiatore del vetro, la stupefacente tradizione: la bandera di Val d’Aosta, il pouncetto della Valsesia, i nodi miciani d’Asti, i merletti irlandesi di Novara, quelli a tombolo di Cogne e di Bardonecchia, e il punto ispano-moresco dell’Umbria, il guipure del Trasimeno, le riproduzioni di modano della scuola Briantea, i tessuti policromi di Miralogo, i lavori di grani, di corallo e oro di Lucchesia, le reti fantasticamente infiorate e i tappeti delle brevi capanne sarde….
■ E c’è il ferro battuto, o fucinato, in cento gustose fogge antiche e moderne, prodotto di un’arte risollevata a ogni sua nobiltà in quest’ultimo movimento edilizio industriale; c’è il rame foggiato a vasi, pentole, secchielli e piatti decorativi; ci sono il bronzo e gli ottoni applicati alle decorazioni murali e all’arredamento, scolpiti per i grandi candelabri e adattati con ogni grazia alle esigenze della modernità più pratica ed evoluta.
■ Né manca, in questo Palazzo, l’espressione artistica di altri popoli, e i visitatori indugiano con speciale predilezione nelle sale del Giappone e della Cina, dove sorridono tante caratteristiche squisitezze, sulle soffici stoffe policrome e sulle carte paglierine più morbide della seta, sui mobili di lacca dorata e sulle porcellane fantasticamente istoriate e rabescate, sugli umoristici idoli lucidi di vernice e sugli ornamenti femminili, sui denti d’elefante lavorati e sui fiori di seta, sui grandi cortinaggi sfolgoranti di cicogne d’oro e sui piccoli ninnoli da salotto e da specchiera, sui famosi paraventi e sugli svariatissimi ventagli, su tutta, insomma, la tipica produzione che tanto entusiasmo suscitò alle prime esposizioni internazionali del Cinquantennio e die’ voga a quella giapponeseria e a quella «chineseria» che infierirono non soltanto nei salotti, come in altrettanti bazar, ma sulla letteratura spicciola e nell’arte alla moda.

■ Non altrimenti accadde alla produzione più caratteristica degli altri paesi orientali, da quella della vicina Turchia, anche qui rappresentata, a quella della Persia, del Siam, di altre terre lontanissime. E se il forte e rifiorente Giappone si è limitato, qui come alla Mostra artistica di Roma, alle piccole deliziose manifestazioni di genialità e di buon gusto delle fabbriche di Kioto, Nagoya e Canazava, la Cina, oltreché nel Palazzo delle Industrie artistiche, dove primeggiano fabbriche e scuole di Pechino, di Konautchou, di Vu-si, di Hounan e di Soutchou, nel Padiglione delle Industrie Manifatturiere, in quello dell’Agricoltura e nello speciale reparto della Musica, dà commendevoli saggi delle sue complesse attività e di quella civiltà ch’è la più antica del mondo. Senonché l’ammirazione più immediata è per le cose delicate che aggiungono un sorriso all’intimità della nostra esistenza, le quali anche nelle diverse mostre del Celeste Impero si fan preferire alle altre energie e alle altre ammirevolissime iniziative.
■ Similmente ne attirano con maggior compiacenza, negli altri padiglioni stranieri, le mostre di altre riproduzioni artistiche di marmo, bronzo e porcellana, le altre numerose e spesso magnifiche stoviglierie e vetrerie da tavola create oltre Alpi e oltre mari, gli altri mobili che architetti ed ebanisti di vario gusto ma di non scarsa genialità foggiarono su classici esempi o con nuove ispirazioni in quest’ultimo decennio propizio, le stupende oreficerie, le ricche argenterie, le lavorazioni metalliche d’ogni genere che raggiungono talora, pur con migliaia d’esemplari, quel grado di perfezione che gli antichi potevano ottenere unicamente coi pochi oggetti ch’eran frutto di tutta la loro esistenza.
■ Ecco, nell’originalissimo Padiglione dell’ Ungheria, oltre la severa tenda di Attila flagellum Dei, custodita dagli antichi Dei guerrieri barbarici, i tessuti, i ricami e i gioielli ritrovati nelle tombe antiche e riprodotti con rara sapienza, le caratteristiche suppellettili moderne o antiche modernizzate attorno al noto candido gruppo di Geza Maróthi e alle due meravigliose corti d’acqua fantasticamente piovente dall’alto su piastrelle nere rabescate d’oro, la complessa produzione della fertile nazione e della sua capitale Budapest, la Firenze del Danubio; ecco, fra le grandi ricchezze naturali del Caspio e degli Urali, nel massiccio e strano Padiglione russo, metà tempio metà palazzo, i lavori di ceramica, porcellana, argento e cuoio delle scuole d’arte industriali e delle piccole industrie dei contadini: stoviglie, ricami, oggetti di legno e giocattoli che rendono mezzo miliardo di lire l’anno; ecco, nel Padiglione del Belgio, finemente intonato allo stile Luigi XVI, con mobili autentici della «Compagnie des Bronzes», i ricchissimi gobelins con le favole del La Fontaine, i mobili di stile moderno, le preziose raccolte di merletti, di trine e di pizzi, che alla mente di Napoleone il grande richiamavano i fantastici ricami marmorei della Cattedrale di Anversa.
■ Ogni tanto l’arte d’altri tempi ci attrae pure in questa Esposizione, al Valentino, come sull’opposta sponda, dove talora son ricostruiti ambienti di squisito sapore storico ed artistico: ad esempio, il Palazzo della Città di Parigi, riproducente, all’imbocco del Ponte Monumentale, l’architettura del Castello di Versailles, con aiuole, fiori e cascatelle all’esterno e interni deliziosi, ricchi di arazzi antichi e moderni gobelins, di mobili settecenteschi della Manifattura di Beauvais, di antiche porcellane e di statuette moderne di Sèvres. Nella prima sala verso ponente, arredata co’ tesori del Garde Meuble, grandeggia l’arazzo di Mardocheo, eseguito dal Desnoy a Roma nel 1770; nella seguente si ammiran quelli moderni dello Chéret. In due salotti speciali e in un salottino di stile Luigi XIV trionfano le collezioni di merletti, ventagli e miniature di M.me L. E. Rigaut, con mobili e bocche d’opera del Museo Carnavalet, quadri del Fragonard, il delizioso poeta del pennello, del Roslin (collezione Cain), di H. Robert e della Vigée Lebrun, ritratti di Chauvin, Chateneuf e Mercier eseguiti dal 1616 al 1761, due poltroncine già appartenenti a M.me Pompadour, e pannelli di legno scolpito e dipinto a festoni provenienti da vecchi palazzi demoliti del Faubourg St. Germain, mensole, al soffitto, in bianco e oro riproducenti quelle del Castello di Maison Laffitte.
■ Un altro padiglioncino d’arte decorativa ha inoltre preparato l’industria privata francese, anche al Valentino, di fronte al Castello Medievale, sfoggiandovi un non comune buon gusto, quel buon gusto che predomina, in generale, nel grande Palazzo della riva destra del Po, dov’è notevole, fra l’altro, la mostra retrospettiva delle relazioni tra Francia e Italia, durante gli ultimi quattro secoli, con opere di artisti italiani che lavorarono in Francia, ritratti, busti, medaglioni di principi e principesse di Casa Savoia alleati alla Francia, una ricostruzione del Salone Mazarino del Museo Carnavalet, documenti pittorici, stampe ed autografi riferentisi alla campagna del 1859 e ai patrioti italiani esulati in Francia nella lunga e dolorosa vigilia del Risorgimento. Fra lettere di Manin, di Garibaldi, di Bixio, v’era quella scritta dall’Orsini all’Imperatore, nel carcere di Mazas, alla vigilia della esecuzione capitale, e il dispaccio delle vittorie franco-italiane in Lombardia spedito da Milano a Parigi l’8 giugno: L’Empereur et le Roi de Sardaigne entrent à Milano. Le reception est magnifique et pleine d’enthousiasme. Un’ aspirazione angosciosa; la realtà conseguita.
■ Il buon gusto artistico francese d’oggi, chi ne dubita?, sfolgora poi intorno al «Pensatore» di Rodin, segnatamente nelle vetrine della moda, dove le grandi case parigine che dànno il la dell’eleganza a tutta l’Europa, han disposto le solite bambole squisitamente abbigliate, pettinate, scintillanti di gioielli, di accessorii ornamentali.
■ Ma la volubile, la capricciosa, la tirannica Dea dell’eleganza, ha all’Esposizione di Torino un tempio specialissimo, erettole da un gruppo di artisti italiani, che ben può assumere l’importanza di un documento storico di questo principio di secolo: il Palazzo della Moda. Questa non vi attira soltanto l’ammirazione del pubblico d’ambo i sessi, come gli oggetti più squisitamente preziosi esposti nelle bacheche e nei diversi reparti delle fabbriche produttrici, ma v’insegna qualcosa di più che vestir modernamente, e acconciar secondo gli ultimi consigli figareschi i capelli propri o altrui, sul capo più o meno fragrante di giovinezza e di bellezza, e prescegliere un vezzo di gemme, una borsetta, un ventaglio, un ombrellino, un ninnolo purchessia, secondo il dettame di questo o quel Petronio Arbitro della Moderna Lutezia. Non basta abbigliarsi secondo il gusto dei più raffinati: occorre dare all’abbigliamento personale una cornice degna ed armonica; occorre che l’eleganza abbia a trasparire da ogni particolare del vestito e della casa, da ogni più minuto ornamento personale, da ogni più minuto oggetto famigliare, da ogni regola di «bon-ton», da ogni azione svolta nella società in cui si vive, ch’è fatta di un mondo di piccole finezze unite fra loro come i piccoli anelli di una catena.

UN’INCISIONE IN LEGNO ESEGUITA NELL’OFFICINA DEL BORGO MEDIEVALE.”
■ Chi entra nel «Palazzo della Moda» — graziosa palazzina sorta di qua dal fiume, nel verde di una prateria ondulata del Valentino, e fra pittoresche macchie d’alberi — si trova immediatamente a contatto con una folla di…. bambole e di fantocci che, riproducendo con molta approssimazione la folla elegante delle persone non sempre agevolmente osservabili da vicino, si muovono, o quasi, in una bella casa signorile, come per solito, in quelle case, si muovono le persone vive e vere.
■ «Non fu tanto — semplice spiegava ad un valente collega uno dei signori del Comitato — la fabbricazione di tutte quelle dozzine di personaggi che per un’estate intera abiteranno il Palazzo della Moda, loro Sovrana. Furono tutti ordinati a Parigi, la patria naturale delle bambole, e costarono una rispettabile somma. Ma il curioso è che gli artefici parigini, chauvinisti anche in questo, ci mandarono una prima volta una schiera di bambole maschi e femmine fatte tutte sullo stampo francese capelli di un rosso acceso, visi carichi di rossetto, labbra… dipinte, occhi… allungati col bistro, sorrisi… artificiosi; insomma delle vere e proprie parigine, alle quali i nostri occhi non sono avvezzi. Noi invece si volevano delle «persone vere» sia pur di cera e del nostro paese, diamine! E allora… si rimandarono a casa loro, quelle signore parigine, accompagnate con ritratti di autentiche bellezze… italiane, brune, bionde e così così; grasse e magre; con occhi azzurri e castani; con tanto poco rossetto quanto occorre a dare a un viso pallido di cera l’incarnato soave della gioventù. E così ritornarono, le damine e i cavalieri, accomodati all’italiana, cosa necessaria specialmente in un cinquantenario patriottico. Ma qui giunti dovettero subire più di una difficile e dolorosa operazione prima di prendere quelle pose delicate e naturali che noi ammiriamo in loro!».

■ E la naturalezza loro è davvero grande e dà l’illusione, sotto la diversa luce dei lampadarii, di trovarsi di fronte a dame e gentiluomini in carne e… stoffe bellissime, nell’atto in cui entrano in una casa amica dall’anticamera secentesca, dove i servitori si fan premura di sbarazzarle delle pellicce, dei pastrani, dei cappelli; e poi nella biblioteca stile Luigi XVI, dove una signorina osserva, sorridendo, un documento, due signore, appoggiate ai tavolini, aspettano il richiesto libro in voga, un’altra, provocantemente seduta, cerca forse leggere… negli occhi del sollecito bibliotecario ciò ch’egli invano tien nascosto nell’anima; e poi, nel sontuoso «buffet» stile Rinascimento, dove due amiche — la coppa levata in alto — scambiano, in magnifiche scollature ingemmate, le impressioni della festa attigua, due gentiluomini assediano una crudele beltà, un ufficialetto d’artiglieria non sa decidere, fra due fortezze muliebri, a quale dar prima l’assalto con probabilità di capitolazione, mentre un’altra bellezza spia di là, seguendo con gli occhi furbi la manovra di chissà quale altra coppia, nel salone, e il maggiordomo dai candidi scopettoni, che tutto vede e tutto ascolta, se ne sta impassibile e pronto dietro la tavola.
■ Ed eccoci di fronte al salone Luigi XV ricco di buon gusto nell’arredamento e di personaggi della gran vita, mentre sulla pedana una cantante modula i suoi gorgheggi e un capelluto maestro l’accompagna al Beckstein; una dama coronata, dal lungo mantello principesco, muove col suo cavaliere verso la padrona di casa, un ufficialetto di cavalleria fa con l’ardenza de’ suoi detti abbassare il capo pudibondo di una ch’è forse al suo primo assedio, un gruppo di tre altre dame commentan forse l’abbigliamento della nuova arrivata, forse il flirt dell’ufficiale e dell’amica novellina, imitato, in un angolo, da una coppia di ragazzi, fra un casto profumo d’ innocenza…
■ Eccoci nel tranquillo boudoir del Settecento piemontese, in cui una vaga signorina ascolta il saggio consiglio dell’ancor giovane ed avvenente mammina prima di entrar nel salone da ballo; eccoci nella camera verginale di un’altra fanciulla, alla quale la cameriera, preparata l’acconciatura intima, mostra la fine biancheria che riporrà nell’armadio, mentre attorno ridono gli ornamenti dello stile Luigi XV.
■ Deliziosa la seguente nursery, tutta linda e arrisa da Igea oltreché dalla dea Moda, con gruppi di bimbi nei vari atteggiamenti da quello che sorride al prosperoso seno della balia montanina, a quella che prova sulla bambola ciò che più tardi proverà sulla leggiadria delle proprie forme.
■ Un intermezzo all’aria libera è il trittico mondano che segue, un campo di pattinaggio, la brughiera di una caccia alla volpe, il famoso «paper-hunt», e la rotonda di uno stabilimento balneario, con folle e gruppi eleganti e diorami vivacissimi preparati da tre artisti cui principalmente si deve la riuscita di questo Palazzo della Moda, i professori Ceragioli, Giani e Pizio. E dopo il lieto intermezzo, la camera in istile Luigi XVI stile che continua ad imperare con la signora che n’è la dea in elegantissima vestaglia di pizzi; il vicino boudoir nello stesso stile e con non minore raffinata eleganza; la sala da pranzo, in imponente stile moderno, con magnifiche argenterie, tovaglierie, accessorii decorativi; il salottino in barocco piemontese, il vestibolo in un bel Seicento…..
■ E dovunque una meravigliosa armonia tra figure e ambienti, fra il buon gusto del vestito e quello del mobile, della tappezzeria, dei dipinti che sono alle pareti, delle statuette e dei gingilli che sobriamente sono disposti intorno, dei tappeti, dei fiori sboccianti dai vasi, di tutto quel complesso di raffinatezza che forma gli anelli della suaccennata catena e rende più dolce la vita, più preziosa la bellezza muliebre, più cara ogni mutualità di affetti, e di sensazioni spirituali….
■ L’arredamento della casa e l’abbigliamento personale sussidiati dal buon gusto artistico non hanno tuttavia, all’Esposizione torinese, quest’unica sede importantissima — come accennavamo — essendo sparsi un po’ dovunque, come i ninnoli artistici e le riproduzioni di cose d’arte pura, mobilia e vestiti, elegante biancheria e svariata materia prima concorrente ad accrescere il fàscino della donna e del suo regno, ch’è spesso dolce nido riposante e rigeneratore di ogni energia mascolina. Al Pilonetto c’è una speciale sezione per la mostra della mobilia, che attrae cogli ambienti signorili o modesti composti con fine percezione e talora con grazia somma. Non sono animate da bambole, come non lo sono gli altri stands del genere nelle sezioni del Pilonetto e della riva destra, in cui appare il Lavoro degli Italiani all’estero – genialità spesso naturalizzata in altre terre col fecondo seme della nostra razza civilizzatrice; ma, in compenso, le bambole e i fantocci più o meno artistici riappaiono nelle sezioni delle Industrie manifatturiere, formanti quadri plastici su diorami luminosi, e nelle vetrine di alcune mostre esotiche, orientali o balcaniche, americane od occidentali, di grandi e piccoli teatri caratteristici.
■ Così il complesso lavoro tecnico della Manifattura della seta è, nel davanti, illuminato da belle ricostruzioni di ambienti e soggetti storici italiani, che mettono abilmente in rilievo, in quattro grandi vetrine, i progressi della produzione serica dal Medioevo all’epoca moderna. In un primo gruppo è rappresentato Leonardo da Vinci nell’atto di ritrarre le fini sembianze di Eleonora d’ Este, e i due protagonisti e gli altri personaggi del quadro son vestiti di sete fabbricate dal 1450 al 1550. In un secondo, del periodo mediceo (1550-1650), raffigura Donna Aldobrandini che, accesa d’amor patrio, rifiuta un ballo a Maramaldo, il vile uccisore di Ferruccio. In un terzo, comprendente il periodo 1550-1750, ci presenta il poeta modanese Fulvio Testi invitante Carlo Emanuele I di Savoia al riscatto d’Italia. E in un quarto, che comprende il secolo fra il 1750 e il 1850, è tutta la festività dell’epoca goldoniana, col geniale commediografo che legge a’ suoi comici un nuovo lavoro. A questi quadri plastici, dalle figure grandi come il vero, son poi aggiunti otto diorami, ricordanti i fatti più salienti della sericoltura, con speciale riguardo all’Italia: 1.° Coltivazione del baco da seta in Cina (3000 anni avanti Cristo); 2.° Importazione del seme bachi dalla Cina alla Corte dell’imperatore Giustiniano a Costantinopoli (533 anni d.C.); 3.° Introduzione della sericoltura in Sicilia sotto Ruggero il Normanno (a. 1130); 4.° Palazzo della seta presso Orsanmichele, a Firenze (a. 1400); 5.° Due operai Piemontesi presentano ai Consoli di Lione i tessuti serici (1530); 6.° Emanuele Filiberto fa piantare i primi gelsi in Piemonte nel suo Parco alla Venaria Reale (1557); 7.° Napoleone Bonaparte visita Jacquard, inventore del telaio omonimo (1806); 8.° Il più grande mercato di bozzoli in Italia a Cuneo (epoca presente).



■ Il pittore Carpanetto e l’ing. Dalbesio formarono, su dati storici del cav. G.B.L. De Angelis, segretario delle Associazioni seriche, i gruppi plastici; i quadri storici furono ideati dal prof. G. Magistretti con la collaborazione del barone Bagatti-Valsecchi e del vestiarista A. Zamperoni, tutt’e tre milanesi. Ma non sono certo meno degni di ammirazione, nella grande Mostra serica, l’arte e il buon gusto degli industriali moderni, nella composizione dei disegni per ornare, infiorare e damascare le loro stoffe, per accoppiare le tinte, armonizzare tutte le sfumature della ricchissima gamma coloristica, ciò che moltiplica il pregio delle nostre sete, mettendole, anche sotto questo riguardo, fra le più belle e le più apprezzate del mondo e in seria concorrenza con quelle di Lione e dell’Estremo Oriente.
■ Fantocci poco belli, dal lato artistico, ma non meno significativi, son diffusi nelle gallerie e negli improvvisati accampamenti dei cortili, dov’è schierata la Difesa del Paese, ossia la sola compatibile funzione, ai nostri giorni, dell’arte della guerra, fra le arti della pace. Fantocci presso i pezzi di artiglieria dell’Arsenale di Napoli o presso i proiettili dell’officina di costruzioni di Genova, difensori in piena tenuta di marcia in pianura, o vigilanti sulle nevose cime delle Alpi, plastici della vita della caserma e dell’ospedale in azione; ma sopra tutto e in preponderanza mostre pacifiche del Genio, della Sussistenza, del Commissariato, della Croce rossa con due efficaci diorami rappresentanti una improvvisata scena di ambulanza e una manovra di dislocamento in montagna.
■ Un grande fantoccio bronzeo, la statua del Kaiser in assisa di Ammiraglio, impera nel salone quadrato dell’imponente Padiglione della Germania, dove, intorno alla cupola, si legge la divisa di Ulisse «Vivere non est necesse navigare necesse est» e nelle sale adiacenti son disposti i modelli in sezione ridotta della potenza navale del grande Stato, eseguiti, con finezza d’arte, negli Arsenali, a cui sono aggiunti dodici modelli di navi antiche in argento, lavorati da esperti orafi dell’impero e offerti a Guglielmo II in occasione delle sue nozze d’argento. Meno artistici appaiono spesso, i fantocci vivi di quella e d’altre Nazioni che, attraversando il vasto edifizio, si fermano innanzi ai diversi ambienti casalinghi, alle maioliche e alle porcellane di Charlottenburg — collezione dell’Imperatore — o, durante le ore calde, a riposare nelle salette della Musica meccanica tedesca, per udire i rumorosi organi da fiera, i pianoforti elettrici perfezionatissimi, i concerti automatici di violino e pianoforte che riproducon talora, e con tutte le sfumature, se non con l’inimitabile sentimento di ciascun artista, pezzi eseguiti dai più illustri concertisti.
■ E fantocci vivi, di carne e d’ossa, riempiono il Borgo Medievale, nella tipografia cinquecentesca e nella improvvisata cartiera: chi fabbrica la carta a mano, immergendo lo staccio rettangolare nell’ampio mastello della lattea poltiglia di stracci e colla, chi incide sul legno le antiche vignette, chi stampa col torchio primitivo cartoline e codici rari, chi «allumina» le grosse lettere già impresse nei contorni, chi, dritto innanzi a un leggio, corregge le bozze, chi attende alla prenotazione delle future edizioni numerate della Divina Commedia di Foligno o di altri incunabuli preziosissimi. E una fruttivendola, sempre in costume medioevale, vende prodotti…. d’oggi, nel cortile, e una ragazza le smerletta accanto, col faccino reso ancora più fresco dal cappuccio arcaico, e un vecchio fabbro riproduce a freddo lampade e lucerne della lontanissima epoca. Una mostra retrospettiva dell’arte dell’incisione, con esempi interessantissimi, è poi ordinata nelle sale superiori, aumentando il pregio di quella ricostruzione della primitiva arte della stampa. A questa si allaccia la vasta mostra moderna, nel Palazzo del Giornale, con le più recenti macchine per la stampa di libri e giornali, in nero e a colori, per la fabbricazione automatica della carta, per tutta la complessa produzione dell’arte libraria odierna, e con le mostre speciali degli editori, — dove l’arte non di rado si eleva alle più alte sfere, — degli stabilimenti fotomeccanici, della rilegatura del libro, della calcografia, delle macchine sussidiarie, degli inchiostri ecc. ecc..
■ E, naturalmente, l’Arte, nel Palazzo del Giornale, attrae pur nello speciale riparto della Gioielleria e Oreficeria, con lavori spesso squisiti per eleganza e buon gusto, che avrebbero potuto rivaleggiare coi più famosi magnificati dalla leggenda e dalla storia.
■ Anche qui qualche attraente bambola fantasticamente ingemmata come le regine delle fiabe; e di fronte a quelle, come di fronte alle rigide bambole del Palazzo della Moda italiana e dei reparti muliebri parigini, nel Padiglione della Francia, un’incessante processione di bambole fatte di polpa e di desiderii senza fine, di segrete invidie e d’inconsapevoli rimpianti, d’occhi cupidi e di anime trepidanti, d’invincibile ambizione e di pericoloso compiacimento.
■ Chi può udirli, fuor di queste bambole vive in adorazione di fronte a quelle bambole dall’anima di legno, tutti i consigli che sogliono dare quelle sorridenti e insensibili labbra di carminio, quegli occhi soverchiamente bistrati, quelle chiome troppo rosse o troppo nere, quei colli troppo rosei, quell’epidermide troppo liscia, tutto quel complesso fittizio, intorno a cui le cucitrici più abili drappeggiarono serici veli e morbidi velluti, i parrucchieri più raffinati composero le loro parrucche, gli orafi più geniali, dal francese Lalique al napoletano Miranda, accesero bagliori diamantini e fulgide iridescenze di smalti, esaltarono tutte le virtù delle sette pietre con tutta la poesia del genio latino, magnificarono tutte le debolezze della creta con la fiamma dell’idealità più pura e subblime? Ahimè! Quanta perfidia, talora, in quei consigli! O incaute, scappiamo subito via! Fuori, fuori da questo fatato regno di seduzioni e di oblianza, di fantasticherie e di tormenti, di torbidi allettamenti e di sottili concupiscenze fatali…. E se ancor volete ricreare il vostro spirito nell’arte, ch’è in ogni angolo, lo avete visto, dell’Esposisione di Torino, andiamo a cercarla in una più pura e meno fatale espressione, al «Torinetto», il caratteristico villaggio alpino, la cui meridiana, sulla facciata del Municipio, ammonisce: «Tempus temperat tempora» ossia: «il tempo modera i tempi», concettosa massima che ben si attaglia al caso nostro. Nelle sale di quel rustico «palazzo comunale» i pittori Giacomo Grosso, Cesare Maggi, Giorgio Belloni e Giuseppe Ciardi ordinarono una breve ma attraentissima mostra di quadri d’alta montagna ch’è un’elevazione nell’aria pura e un fine refrigerio, come, durante l’arsura, una capace fresca tazza della vicina latteria bevuta a piccoli sorsi. Emilio Longoni vi riespone il suo bellissimo Ghiacciaio ammirato, premiato e acquistato nel 1906 a Milano; C. Cressini il suo lago alpino che, l’anno scorso, fu vanto della Mostra di Brera; Cesare Maggi sei di quelle faticate efficaci e suggestive tele che gli han fatto tanto largo fra gli amatori delle alte giogaie alpine.
■ Altro fervido cultore del genere, fedele al divisionismo ma che non manca, quando occorra, di appiattir la pennellata, è Andrea Tavernier, uno della vecchia solida guardia, che qui riafferma il suo valore. E lo riaffermano Carlo Pollonera nel quadro di cime e nubi in una bella fioritura montana; il Bertolotti che dal mare passa alla montagna con egual perizia di visione e di tecnica; il Carozzi con le sue pregevoli note crepuscolari; il De Stefani che s’interna con intelligenza in una foresta; il Falchetti che anima con piena disinvoltura cinque o sei impressioni.
■ Il principe dei marinisti lagunari, Pietro Fragiacomo, non lascia sull’acqua, passando al paesaggio, alcune delle sue antiche virtuosità; Beppe Ciardi trasporta dal piano ai monti, intorno al suo pastore, la penetrazione psicologica e la bravura coloristica che lo misero in breve in primissima linea, nella giovane e balda schiera italiana, e lo resero degno della fama paterna. Carlo Follini con le sue gustose macchiette, Emo Mazzetti co’ suoi specchi d’acqua fra le cime, A. Rossi, L. Albarello, il Cairati, 1’Ubertalli, il Talamini, il Bozzallo coi loro vari studi, concorrono tutti, chi più chi meno, a rendere importante la breve raccolta, come vi concorrono degnissimamente alcuni artisti stranieri, fra i quali: Albert Gos, il Compton, il Ménard, l’Urban e lo Schrader.
■ E il buon successo della breve raccolta è tanto maggiore e il gradimento è tanto superiore, in quanto che, essendo mancati i soliti strombazzamenti, ben pochi, inerpicandosi per le ciottolose vie del rozzo Villaggio alpino, e dopo aver curiosato negli ambienti della chiesuola, della canonica e delle casupole circostanti le collezioni del Duca degli Abruzzi, — ricordi e cimelii delle esplorazioni al Polo Nord e sul Ruwenzori, — della fauna e della flora alpina, delle piccole industrie delle alti valli; ben pochi sospettavano quel repentino tuffo nell’arte pura schietta e luminosa….”
















