Da La Donna, Anno XIII, N. 297, 15 settembre 1917.
Di Francesco Bernardini.
” ■ All’aborrita dominazione austriaca del Lombardo-Veneto fece degno riscontro, nel Mezzogiorno d’Italia, quella del Governo borbonico, bollato da Gladstone con una frase divenuta celebre: La negazione di Dio.
■ Fra coloro che ne affrettarono la caduta noi troviamo, all’epoca del Risorgimento, una singolare figura di donna in persona di Antonietta De Pace, morta nell’aprile del 1893 a Napoli, dove io ebbi modo di conoscerla e di frequentarne per parecchi anni la casa, essendo ella maritata, credo in seconde nozze, ad un mio carissimo amico, il prof. Beniamino Marciano, trapassato egli pure.
■ La De Pace, nata da nobile famiglia gallipolina il 2 febbraio 1818, soffriva, quando io la conobbi, una fiera bronchite, che l’aveva assai mal ridotta e spesso la costringeva a ricevere gli intimi stando a letto; ma conservava, insieme al contegno aristocratico, la vivacità dello spirito ed una meravigliosa lucidezza di mente che le consentiva di rievocare, con evidente compiacimento, le drammatiche vicende politiche della sua giovinezza.
■ Del resto, i documenti storici parlavano esuberantemente per lei. La defunta era cognata a quel fiero cospiratore di Epaminonda Valentino che, ascritto alla Giovane Italia, dirigeva in provincia di Lecce, insieme al Duca Castromediano (mio illustre concittadino e compagno di catena di Settembrini), il movimento rivoluzionario. Non è quindi meraviglia che la De Pace, ardentissima di anima, strappasse il segreto al cognato, divenendone poscia nell’attiva propaganda il braccio destro. Svelta, ardita, ma prudente fino all’astuzia, non poteva non rendere utilissimi servizi alla causa della libertà, a cui, dimenticando il mondo femminile, si era dedicata.
■ Scatenatasi, dopo il 15 maggio 1848, la reazione nel regno delle Due Sicilie, anche Lecce ebbe i suoi processi e le sue condanne; e il Duca Castromediano insieme al Valentino, arrestati come capi del movimento, vennero condannati, il primo alla galera, il secondo nel capo. Senonché il Valentino era morto durante l’istruttoria nel carcere centrale di Lecce, lasciando la moglie con due figliuoletti, il cui dolore inenarrabile valse ad instillare nella De Pace un odio ancor più profondo contro la tirannide. Trasferitasi a Napoli con la sorella e gli orfani nipoti, principal sua cura, giunta colà, fu di riannodare le relazioni del defunto suo cognato, e legossi ben tosto in amicizia con la madre di Alessandro e di Carlo Poerio, con la moglie di Settembrini e dell’Agresti e, più intimamente, con la signora Antonietta Poerio, sorella del barone Giuseppe, l’oratore del Parlamento napoletano del 1820, e zia di Carlo.
■ Da quest’epoca comincia per la De Pace la propaganda più attiva. Era il tempo buio del presidente Navarra e del procuratore generale Angelillo, e si faceva la celebre causa, politica s’intende, dei Quarantadue. Conosciute le famiglie più povere fra gl’imputati, andava d’attorno per le case dei liberali agiati, raccogliendo abiti, danaro, tutto ciò che era offerto, per venire in soccorso di queste famiglie. Seppe poi che in Napoli v’era un centro della Giovane Italia con a capo l’avv. Nicola Mignogna di Taranto; lo avvicinò e per suo mezzo conobbe gli altri cospiratori mazziniani fra i quali il Mignogna non era il più di talento, ma il più indomito ed audace.
■ Non par verosimile ciò che la De Pace facesse per servire il partito. Un parrucchiere a nome Vincenzo Vetrò le recava nascostamente da Procida la corrispondenza dei reclusi politici, che a sua volta ella faceva pervenire al Comitato di Genova, ove risiedeva Nicotera: di là a Lugano, altro centro rivoluzionario, e finalmente a Londra dov’era Giuseppe Mazzini.
■ Avvedutasi che la casa di sua sorella Rosa, presso cui viveva, le era d’impaccio, se ne liberò, ritirandosi nel tempio di S. Paolo, ove, mancandole il mezzo di pagare, fu ricevuta come corista; la qual cosa la obbligò ad imparare il latino per adempire l’ufficio assunto.
■ Là dentro ebbe cura di caparrarsi coi suoi modi l’affetto e le simpatie di quante erano chiuse con lei, ma in ispecial modo delle persone addette alla portineria ed al parlatorio, dovendo ricevere per la propaganda segreta lettere, comunicazioni ed ambasciate d’ogni genere.
■ Manco a dirlo, la De Pace suggestionò a tal segno tutte quelle ignoranti creature, che esse divennero facile ed inconscio strumento nelle sue mani. Le abbisognava non di meno maggior libertà. Che pensa? Nel bagno di Procida erano a scontar la pena, di venticinque e fin di trent’anni, parecchi liberali processati, fra cui il già mentovato Duca Castromediano di Lecce e Schiavoni Carissimo di Manduria. Essendo ritenuta donna eminentemente pia, la De Pace espresse il desiderio ed ottenne di recarsi periodicamente a Procida col pretesto di curare la biancheria dello Schiavoni, del quale si qualificò parente, ed a fine di visitare, per opera di misericordia, i carcerati. Poi, siccome la scusa della parentela era un filo troppo tenue, ella inventò un legame amoroso ed un matrimonio di là da venire col più giovine dei reclusi, Aniello Ventre, condannato a 15 anni di ferri. Così la parentela immaginaria ed il romanzo dei… promessi sposi finirono per burlare la polizia e il Comando del bagno, di guisa che la signorina De Pace poté per mesi e mesi andare e venire da Procida, dando e ricevendo comunicazioni.
■ Intanto nel 1853 falliva il tentativo insurrezionale nel Lombardo-Veneto, e nove patrioti, fra cui il prete don Enrico Tazzoli, Tito Speri, Carlo Montanari, conosciuti sotto il titolo di Martiri di Belfiore (valletta mantovana dove furono rizzate le forche), scontavano con la vita il loro grande amore per l’Italia. Lo scacco di lassù non affievolì l’ardore dei rivoluzionari napoletani, i quali cominciarono a lavorare fra i soldati dell’esercito borbonico per seminarvi il lievito della ribellione. Anima di questo nuovo atteggiamento fu la De Pace. Ma la polizia, a capo della quale era il feroce commissario Campagna, ebbe tosto sentore della cosa e, venuto a capo delle fila della congiura, decise l’arresto dei settari e, principalmente, di Nicola Mignogna e di Antonietta De Pace, che fu rintracciata e presa in casa Valentino il 26 agosto di quell’anno: non così presto, però, che ella, ratta come il baleno, non trovasse il tempo di togliersi dal petto due proclami di Mazzini, farne una pillola ed ingoiarla in presenza dei birri, per fare sparire il corpo del reato.
■ Se ne avvidero pertanto costoro e, credendo si avvelenasse, gridarono:
— Che fate?!…
— Nulla — rispose la De Pace, senza scomporsi — era l’ora di prendere una pillola; non ho alcuna ragione di avvelenarmi.
E, rivolgendosi al commissario Campagna — che obbiettava essere quelli, da lei ingoiati, dei proclami simili agli altri presi nel cappello del Mignogna — soggiunse sorridendo: Quel signore è pazzo!
■ Tratta al Commissariato, riuscirono inutili tutte le arti a cui si ricorse per strapparle confessioni compromettenti. Ma quando, una volta, dopo vane minacce il Campagna si lasciò andare fino alla viltà di alzare le mani, la mansueta signorina, fatta subito leonessa, dié di piglio ad una sedia per battergliela sul muso, gridando:
— Giù le mani, commissario Campagna, o io reagisco, mancandovi di rispetto!
■ Ad onta che le raffinate arti di questo sbirro non riuscissero nell’intento di farle confessare la colpa, la De Pace fu ugualmente mandata dinanzi ai giudici sotto l’accusa di cospirazione repubblicana per abbattere il governo esistente. E siccome il Mignogna, fatto passare per le verghe (che egli aveva sostenuto impavido, senza un lamento, fino al numero di sessanta battiture) si era mantenuto negativo, tutto l’interesse pubblico si acuì sulla persona della De Pace, dalla quale dipendeva la sorte di tante altre a lei legate dalla stessa fede.
■ Ma il contegno della imputata durante il processo che durò ben quarantasei giorni, e nel quale la cospiratrice fu difesa cavallerescamente dai più valorosi avvocati del foro napoletano — noto tra questi il Pessina e il Lauria — fu pari in tutto alla fama che ella godeva di donna cioè fiera, audace, ma prudente. Non una parola, non un atto di debolezza tradì in lei il fermo proposito di salvare, senza compromettere chicchessia, la causa della libertà.
■ Innumerevoli naturalmente furono, durante il dibattimento, gli episodi che ci lasciano intravedere le torture morali della De Pace per schermirsi dalle abili domande investigatrici del Presidente e del Procuratore Generale Nicoletti, inquisitore ed aggressivo. Ma tipico fra tutti il seguente: una lettera vien fuori in cui si parlava di capponi da far tenere a D. Peppino della villeggiatura. I capponi, manco a dirlo, erano dei proclami di Mazzini, e Don Peppino della villeggiatura era Giuseppe Libertini di Lecce, l’amico di Mazzini, il fiero cospiratore al quale i miei concittadini hanno innalzato un monumento nella piazza omonima. Il caso era per la De Pace terribile; il Tribunale voleva ad ogni costo spiegazioni dall’imputata.
— E che debbo dire io? — rispose costei, sorridente. — Mi furono mandati sette capponi, perché li facessi arrivare a destinazione.
— Ma no, ma no! — saltò su il Procuratore Generale, gongolante — i sette capponi sono altrettanti proclami!
E la De Pace senza scomporsi:
— Scusi, signor Presidente, abbia la bontà di vedere la lettera che data porta.
Il Presidente lesse: Diciannove dicembre.
— Bravo! — risponde lei di rimando — la spiegazione è data: siamo quasi alla vigilia di Natale, ed in quei giorni si usa, se non erro, mandare in dono dei capponi. Perché torturare una povera donna, quando le cose procedono chiare da sé?
■ In quanto al nome, ella, dopo aver chiesto un giorno di tempo a rispondere, col pretesto che le sofferenze del carcere le avessero indebolita la memoria, fece quello di un innocuo cittadino, tal Peppino Ventre, capo urbano, che nulla affatto sapeva e che era stato sempre devoto al Borbone. Ma la De Pace, appunto per questo, ne faceva il nome, sapendo che, col procurare a costui una seccatura, salvava gli altri da un grave pericolo.
■ E per vero il Ventre fu arrestato e tradotto dinanzi al generale Wiel; ma questi, dopo un sommario interrogatorio, non poté che rimetterlo in libertà.
■ Così, fra il contegno negativo degli imputati e le sospette testimonianze di alcuni agenti, il processo senza prove si protrasse fino alla requisitoria del Procuratore Generale, il quale, scagliando con enfasi retorica i suoi fulmini e dipingendo l’imputata e la sua setta coi più neri colori della sua tavolozza, chiese per la De Pace la pena di morte, che ella ascoltò senza battere ciglio; anzi, avendo seco dei confetti, si mise, con la maggiore disinvoltura di questo mondo, a mangiarne, mentre, alla richiesta del rappresentante della legge, un fremito di orrore correva per tutta l’aula, gremita di pubblico.
■ Ma il dubbio era ormai penetrato nell’animo del Presidente e dei giudici, la maggior parte dei quali non somigliava per fortuna al Procuratore Nicoletti; perché, dopo le eloquenti arringhe dei difensori, la De Pace a parità di voti, avendo tre giudici votato per la morte e tre per l’assoluzione usci a libertà, mentre il Mignogna veniva mandato in esilio, ed a pene egualmente miti erano condannati gli altri imputati.
■ Questo può dirsi il periodo più tempestoso e drammatico della De Pace, la quale, dopo la morte di Ferdinando II e la spedizione dei mille, vide avverarsi l’agognato sogno dell’unità e dell’indipendenza italiana. E fu la nostra eroina che mosse incontro Garibaldi, a Salerno, e circondata da signore, signorine, e dai componenti del Comitato, strinse la mano al Generale, dandogli in nome di tutti il benvenuto. Al quale saluto Garibaldi rispose, baciandola:
— Sono felice di esser venuto a spezzare le catene ad un popolo generoso, il cui governo non aveva rispetto neppure per le donne!
■ Nessuno però osava domandare a Garibaldi che cosa avrebbe fatto il giorno appresso; e tutti gli sguardi si appuntavano sulla De Pace, la quale ne intese il significato e chiese animatamente:
— Generale, ed a Napoli quando andremo?
— Domani — rispose Garibaldi con voce ferma, risoluta — e lei si tenga pronta a venire con me.
■ E il giorno appresso Garibaldi, infatti, avendo al proprio seguito la De Pace ed accanto, nella stessa carrozza, il ministro Liborio Romano (che lo aveva invitato telegraficamente a venire a Napoli) entrava nella capitale del Mezzogiorno fra le clamorose manifestazioni di gioia che il popolo delirante tributava all’eroe leggendario.
■ Era il 7 settembre del 1860.!

































