Da Il Giardino di Esculapio, Anno IX, N. 2, Aprile 1936.
” ■ L’acuto e ingegnoso istriano il cui nome appartiene, con una luce che il tempo non ha spenta, alla storia della medicina è — si può dire — un prodotto del clima galileiano. In lui, come del resto in Galileo, le tradizioni non sono troncate, se non altro per non suscitare troppo scandalo presso i potenti seguaci dell’«ipse dixit», ma è profonda l’orientazione verso le revisioni suggerite o imposte dall’evidenza.
■ Meno fortunato di Galileo, che si occupava di scienze esatte, egli dedicava l’acume del suo ingegno a un ramo dello scibile in cui ogni progresso d’oggi può essere sopraffatto da un nuovo progresso di domani e la sapienza d’un secolo è fatalmente condannata a invecchiare in gran parte davanti alla sapienza dei secoli seguenti. Tuttavia la sua, si può dire, scoperta della perspirazione insensibile rimane come una conquista di quella che è la parte scientifica della medicina e, se il metodo di misurarla, alquanto macchinoso, è fuori d’uso e se si è attenuata l’importanza di essa nella vigilanza e cura delle malattie — importanza che pareva capitale allo scopritore — non è possibile non tenerne il debito conto ed è doveroso mantenere con l’utilità dell’accertamento il nome dell’accertatore. Oltre a ciò, nel vasto campo dei meriti relativi, nella necessità di riferire il valore d’un medico sopra tutto allo stato della medicina nel suo tempo, Santorio Santorio può essere proclamato grande e considerato esemplare. La sua volontà di riesaminare nell’esperienza ogni passata autorità, di tenere sempre la teoria in vivificante contatto con la pratica, ne fa un modello di scienziato e di medico.
■ E un’altra cosa bisogna aggiungere: sin da giovane, appena laureato, egli ispirò fiducia nella sua capacità di medico pratico; fiducia che andò sempre crescendo, obbligandolo in fine a lasciare l’insegnamento per dedicarsi tutto alla vasta clientela. Egli valeva dunque al letto dell’ammalato anche più che sulla cattedra, pur circondato dall’ammirazione di assai numerosi discepoli; e gli strumenti inventati per rendere più efficaci le cure dimostrano quanta attenzione egli ponesse nell’esercizio professionale, di quanto superasse quella certa abitudine passiva di assistere i clienti con una coltura già fatta e pigramente trascinata che fa di molti medici i burocrati della medicina. Purtroppo i medici pratici sono come gli oratori estemporanei e i cantanti: il loro valore tramonta con la vita. Anzi oggi gli oratori e i cantanti hanno i dischi, ma il medico che per lunghi anni diede continue prove di benefica genialità al letto dei malati perisce tutto. Del Santorio fortunatamente rimangono i libri.
Un giovane e già celebre medico
■ Santorio Santorio nacque il 29 marzo 1561 a Capodistria, dove il padre, nativo di Spilimbergo, era stato nominato dalla Repubblica veneta bombardiere e soprintendente alle munizioni.
■ Fatti i primi studii nella città nativa fu mandato dal padre a Venezia, dove li proseguì in compagnia dei fratelli Morosini, il cui palazzo doveva poi diventare il più famoso luogo di ritrovo degli uomini colti veneziani o che capitavano a Venezia, da Galileo a Paolo Sarpi. E a quattordici anni era già in grado d’iscriversi all’Università di Padova per lo studio, allora ancora associato, della filosofia e della medicina. Studiò sette anni, si laureò nel 1582 e cominciò a esercitare la professione con sollecita fortuna, dovuta alla bella riputazione di coltura e di talento che s’era già fatta negli anni universitarii; tanto è vero che nel 1587, quando fu chiesto in Padova un medico per il re di Polonia, il vicario Nicolò Galerio rispondeva il 20 ottobre a nome dell’Università, nel suo latino ufficiale: «Abbiamo persona molto eccellente, di nome e cognome Santorio, giustinopolitano di patria. (Giustinopoli era il nome classico di Capodistria). Questi è per scienza, fede e diligenza provatissimo da noi tutti e può essere facilmente indotto al viaggio».
■ La scienza, la fede, la diligenza: ecco le tre virtù che, riunite in un medico, lo fanno quanto è umanamente possibile perfetto.
■ Il Castiglioni, che è il più compiuto biografo del Santorio, riferisce l’affermazione di altri biografi, secondo i quali il Santorio sarebbe rimasto in Polonia circa quattordici anni, ma fa osservare che dové però tornare in quel tempo più volte e per non breve dimora in Venezia e che nel luglio del 1599 il dott. Zarotti offriva da Venezia all’autorità municipale di Capodistria, che lo aveva richiesto d’un buon medico, appunto il conterraneo Santorio, che vi sarebbe andato per duecento ducati l’anno.
■ È strano che della permanenza del nostro medico in Polonia non facciano parola gli scrittori che si sono particolarmente occupati delle relazioni fra l’Italia e la Polonia nei secoli scorsi. La prima notevole affluenza d’italiani in Polonia incominciò sotto il regno di Sigismondo I, che sposò in seconde nozze Bona Sforza, figlia dell’infelice Gian Galeazzo e di Isabella d’Aragona ridottasi a vivere nel suo ducato di Bari. Bona condusse seco un certo numero di connazionali, fra i quali dei medici: per esempio, Giovanni Andrea de Valentinis di Modena, che era anche sacerdote e s’impinguò di buone prebende, e Giacomo Zofo di Bari, che scrisse un libro sul modo di evitare o curare le infezioni. Seguirono poi parecchi altri: Andrea Bolconello, astrologo e medico di Sigismondo II, uno Stancari, medico e prete, e un gruppo di medici agitati dalle lotte delle varie eresie del tempo, quali Giorgio Biandrata di Saluzzo, Nicola Boccella padovano, il quale fece venire anche il medico Menabeni alcuni anni prima che vi arrivasse il Santorio, Simone Simoni di Lucca e Camillo Marcello Squarcialupi da Piombino.
■ Il Biandrata, il Boccella, il Simoni, lo Squarcialupi erano, come non pochi altri italiani e molti polacchi, seguaci dell’eresia di Lelio e Fausto Socino, zio e nipote, ch’ebbero molta fama e non poca fortuna al loro tempo. Venuti su nell’aura sovversiva delle prime lotte luterane, avevano dovuto fuggire ed erano andati errando per l’Europa prima di riparare in Transilvania e poi in Polonia. La loro qualità di medici li aiutava a trovare da vivere e la sorte si volse loro del tutto propizia quando il principe transilvano Stefano Bátory diventò re di Polonia. Ma le loro credenze religiose non erano salde e le loro rivalità diedero un brutto spettacolo, che divenne scandaloso quando, morto quasi improvvisamente il re, assistito dal Boccella e dal Simoni, sorsero polemiche sulla responsabilità. I due medici curanti si accusarono a vicenda e due partiti si formarono a difesa dell’uno o dell’altro. Lo Squarcialupi intervenne anche lui nella lotta, scagliandosi contro il Simoni. I polacchi potevano ben pensare che, tutto sommato, re Stefano s’era messo in cattive mani affidandosi a quei medici italiani. Il Biandrata se ne stette in disparte e così anche Vincenzo Cetti da Vicenza, medico della regina.
■ Stefano Bátory morì nel 1586. Si ebbe un periodo d’interregno, per l’ostilità dei due grandi partiti d’allora, ciascuno dei quali scelse un successore; ma finì col prevalere Sigismondo di Svezia, che fu incoronato alla fine del 1587. Qualcuno affermò che il Santorio fosse chiamato dall’altro principe eletto, Massimiliano, figlio dell’imperatore Rodolfo II, il quale nella lotta finì col cader prigioniero dell’avversario. Come avrebbe dunque potuto rimanere in Polonia dopo il rapido tramonto di Massimiliano? È falso che Massimiliano abdicasse soltanto nel 1614, e quindi falsa l’ipotesi che quell’anno, avvenuta l’abdicazione, il Santorio se ne tornasse in Italia. Massimiliano fu una meteora ed è quindi più probabile che lo stesso Sigismondo III, prima ancora d’essere incoronato, pensasse a procacciarsi un medico diverso da quei cani ringhiosi che s’erano messi a rissare sul cadavere del suo predecessore, e si rivolgesse all’Italia, la quale aveva già dato così grande contributo allo sviluppo intellettuale e artistico della Polonia, e a Padova, ch’era ancora, specialmente per la medicina, la più celebre università d’Europa, la più largamente frequentata da studenti di tutte le nazioni.
■ Quando dunque il Santorio arrivò a Cracovia, ch’era allora la capitale della Polonia e portava nel suo aspetto l’impronta del genio e del gusto italiano, trovò ancora il Boccella, il Simoni, il Biandrata, lo Squarcialupi ed altri, che non dovevano certo essere soddisfatti di vedere che il nuovo re aveva preferito far venire un nuovo medico da Padova. Come si svolgessero i rapporti fra loro non sappiamo. In realtà non sappiamo nulla del modo come il Santorio visse nel paese straniero e perché non lo sedusse a lungo l’ufficio in Corte, che pur doveva essere ben retribuito. Probabilmente lo pungeva la nostalgia del suo bel paese dal clima più mite e dai costumi più gentili e lo tenevano inquieto le continue agitazioni polacche per la condotta del re, prorompenti sino alle aperte sollevazioni.
■ È verosimile che col principio del nuovo secolo egli fosse stabilito a Venezia, a proseguire tranquillamente i suoi studi e a esercitare con largo profitto la professione. In casa Morosini egli respirava l’aria vivificatrice della miglior coltura del tempo, tutta volta alle ricerche sperimentali, e diventava amico di Galileo, che dal 1592 insegnava a Padova, e di quel genialissimo frate servita, Paolo Sarpi, teologo della Serenissima, che sosteneva fiere polemiche contro la Santa Sede in sostegno della Repubblica ed era di tanta e così varia dottrina e di così perspicace ingegno che i biografi lo affermarono precursore delle maggiori invenzioni e scoperte del tempo, compresa quella della circolazione del sangue. Nel 1607, quando un gruppo di sicarii — armati, si disse, dai gesuiti — lo assalì a colpi di pugnale ferendolo gravemente, uno dei primi ad accorrere fu appunto il Santorio: dopo, la direzione della cura fu assunta dal più grande dei medici d’allora, Fabrizio d’Acquapendente.
■ La larga dottrina del capodistriano era però insufficientemente valutata dalla soddisfazione della clientela. Egli aveva qualche cosa da dire, oltre che da fare. Si occupava già della perspirazione insensibile e stava facendo, su di sé e sugli altri — compreso il Galilei — gli esperimenti con la sua curiosa stadera. La «medicina statica» si presentava come un ramo nuovo della scienza ed era naturale ch’egli pensasse a bandirla da una cattedra della gloriosa università padovana.
■ Quindi, nell’ottobre del 1611, la sua nomina a professore di medicina teorica, per sei anni, con lo stipendio annuo di ottocento ducati d’argento, che era uno dei più alti; nomina confermata dopo i sei anni con un notevole aumento di stipendio. Le sue lezioni erano sempre affollate e il tempo lasciatogli libero dall’insegnamento era in gran parte preso dalla clientela, che non di rado lo obbligava ad assentarsi dall’Università. Questo fu anzi motivo di malumori che nel 1624 condussero a un’aperta accusa di negligenza del suo ufficio d’insegnante e a un processo che finì bensì con l’assoluzione ma che dové disgustare il Santorio, inducendolo a dare le dimissioni. Probabilmente egli dava tutto il loro peso ai grassi guadagni che gli venivano dall’esercizio professionale e non intendeva rinunziarvi per adempiere rigorosamente a’ suoi doveri di professore, ora che aveva avuto campo di far apprezzare la sua medicina statica e la sua critica della medicina tradizionale dalla gioventù di tutta Europa. Oramai non la cattedra dava lustro a lui ma lui alla cattedra.
■ Il Senato cercò di dissuaderlo dalle dimissioni, ma, quando vide ch’egli era irremovibile, volle, a riconoscimento dei meriti dell’insigne uomo, mantenergli il titolo e, cosa ancora più notevole, l’intero stipendio. Dopo tutto il Santorio andava a stabilirsi a Venezia e poteva servire di medico di fiducia a quei senatori che si mostravano così larghi con lui: le offerte fattegli da principi e atenei erano state risolutamente respinte.
■ A Venezia aveva anche agio di curare la stampa delle proprie opere.
■ Egli aveva cominciato nel 1602 (quando aveva già passata la quarantina) la sua carriera di scrittore, pubblicando un «Methodus vitandorum errorum omnium qui in arte medica contingunt». Titolo ambizioso, se si pensa che nessun metodo è mai esistito né mai esisterà per evitare «tutti» gli errori che hanno luogo nell’eser-

cizio della medicina. Interessante è invece il seguito del titolo, in cui è detto che i principii ivi esposti sono desunti dall’autorità di principi dei medici e dei filosofi e tutti comprovati con esperimenti e ragioni analitiche. La tradizione sì, l’autorità sì, ma non ciecamente seguita, ma scelta con criterio e riesaminata con libertà di analisi e garantita dall’esperienza.
■ La seconda opera — i «Commentaria in artem medicinalem Galeni» — apparve soltanto dieci anni dopo, quando era già professore a Padova e fu seguita, nel 1614, dall’opera più originale, la più importante per la fama dell’autore, l’Ars Sanctorii Sanctorii de Statica Medicina, la quale esponeva per aforismi la dottrina del Santorio sulla perspirazione insensibile, i risultati de’ suoi esperimenti, le norme per valersene nel regolare specialmente la dieta dei malati.
■ Con la sua medicina statica il Santorio fonda lo studio moderno del ricambio o, con un termine più recente, del metabolismo. Gli antichi sapevano già (e che cosa non sapevano gli antichi?) che esisteva un’evaporazione invisibile e Galeno trattò d’una respirazione attraverso la cute da tutta la superficie del corpo; ma il Santorio si propose di studiare a fondo il fenomeno e di arrivare a quel grado di conoscenza, diremo, utilitaria, per cui una teoria diventa uno strumento nelle mani d’un medico pratico. Si fece per ciò costruire una sedia, sollevata appena d’un dito dal pavimento e appesa in una specie di gabbiotto a una misura da stadera e la dispose in modo che gli potesse servire anche da letto; quindi cominciò con ammirabile pazienza a esaminare le variazioni di peso del proprio corpo secondo ciò che vi introduceva e ciò che ne espelleva, tenendo conto delle secrezioni visibili e calcolando così con esattezza il peso di quelle invisibili e la diversa quantità di queste secrezioni invisibili secondo i diversi periodi del giorno e lo stato del corpo. Lo spostarsi della bilancia imprimeva un movimento alla sedia che si alzava o si abbassava in proporzione con la materia ingerita e con le escrezioni e secrezioni. Poté così precisare il rapporto inverso tra le une e le altre, diminuendo la quantità delle secrezioni invisibili quando cresce quella delle escrezioni e viceversa e concludere col mettere in rilievo l’importanza che ha per il medico il sapere in che ora del giorno vi sono perdite da riparare, quando può essere nocivo insistere con l’alimentazione del malato, quando, senza maggior uso di nutrimento né ritenzione di escrementi, ha luogo un difetto di perspirazione che concorre ad accrescere il peso del corpo, e via dicendo.
■ Con la spiegabile tendenza degli scopritori a esagerare il valore delle proprie scoperte egli era convinto che la conoscenza matematica della perspirazione insensibile, la possibilità di misurarla esattamente, doveva essere di grande ausilio nella cura di tutte le malattie e contribuire più che ogni altra regola a prolungare la durata della vita umana. Sapere con precisione quel che si perde vuol dire sapere con precisione quel che abbisogna: è il bilancio della vita in sicuro equilibrio. Per avere, del resto, un’idea della enorme importanza ch’egli attribuiva alla sua «Medicina statica» basta rileggere la lettera che scriveva il 9 febbraio 1615 da Venezia a Galileo, mandandogli con ritardo — ma non per sua colpa — una copia del libro.
«L’opera è condotta in aforismi, i quali nascono da due principii certissimi. Il primo è la definizione della Medicina propostaci da Ippocrate nel libro De Flatibus, dove dice: — Medicina est additio et ablatio: additio eorum quae deficiunt, et ablatio eorum quae excedunt —: definizione degna di un tanto vecchio… Il secondo principio di quest’arte è l’esperienza, la quale è prova del resto. Che quest’arte da me inventata sia importantissima è cosa chiara, perché per essa si può distintamente misurare l’insensibile traspirazione, che, alterata o impedita, secondo l’opinione di Ippocrate e Galeno, è origine di quasi tutti i mali; perché lei sola… è maggiore di tutti gli escrementi sensibili insieme del nostro corpo… Li medici de’ nostri tempi, che conchiudono di non far cosa alcuna al convalescente, procedono prudentissimamente, perché è cosa da savio il non far quello che non si sa, e saria anco un ingannare il paziente… poiché se il medico non sa di giorno in giorno quanto il paziente traspira, e quando più e quando meno, senz’altro si rende vana la sua arte…; dico quando più e quando meno perché non è lecito dar medicamento purgante o alterante, o il cibo quotidiano, nell’ora della maggior traspirazione, ma solo dopo essa… Onde resta ingannato chi crede a quel medico che dirà: — Mangia questo o quest’altro cibo, o bevi questo o quell’altro licore, in questa misura, a questa o quest’altra ora —, non sapendo di giorno in giorno quando e quanto il corpo traspira, e a che ora sia fatta la risoluzione del precedente cibo; il che solo da questa statica si può sapere: dico solo, perché è impossibile a pieno certificarsi per via de’ polsi e degli escrementi sensibili. Ma io non tedierò più V.S.E., perché lei, col suo mirabile ingegno e con l’esperienza che farà in detta mia fatica, scuoprirà gli arcani suoi, da me… osservati per spazio di venticinque anni in più di diecimila soggetti, tra’ quali è anco V.S. molto illustre».
■ Venticinque anni. Egli aveva dunque cominciata a studiare la questione da quando era in Polonia e se n’era tornato in patria probabilmente anche per proseguire lo studio in esperimenti nel paese dove una simile scoperta poteva avere più risonanza. E ogni anno centinaia di persone, malate e anche sane, s’erano sedute su quella curiosa bilancia e fra esse, anche Galileo Galilei. La sedia del Santorio doveva essere, nel principio del Seicento, una delle curiosità di Padova e di Venezia.
■ Certo il successo fu grandissimo, in tutta Europa, e fu confermato (come quasi sempre accade nei grandi successi) dalla vana polemica d’un medico e filosofo ferrarese, Ippolito degli Obizzi, che pubblicò uno scritto intitolato «Staticomastix» o Frusta della Statica, col sottotitolo ancor più catastrofico «Staticae medicinae demolitio», accusando tra l’altro il Santorio di aver rubato la paternità della dottrina al cardinal Cusano. Ma le edizioni si moltiplicarono e qualcuna ebbe l’onore del commento di uomini celebri quali Martino Lister, medico del re d’Inghilterra Carlo I, e il nostro grande Baglivi. Il Baglivi scrisse che dagli esperimenti del Santorio s’erano ritratti i più veri e più importanti principii sulle origini delle malattie e il Lister affermò che soltanto la circolazione del sangue era una scoperta superiore a quella della medicina statica.
Il costruttore geniale
■ A undici anni di distanza dalla pubblicazione della Medicina statica Santorio Santorio, ormai liberatosi dal peso dell’insegnamento padovano, diede alla luce i «Commentaria in primam Fen primi libri Canonis Avicennae».
■ Il Canone della Medicina di Avicenna era ancora nel Seicento uno dei grandi testi dell’insegnamento universitario. Diviso in cinque libri, ogni libro aveva una prima divisione in sezioni e la sezione si chiamava con l’originario nome arabo «fen». Il commento del Santorio alla prima «fen» del primo libro è interessante non soltanto per le osservazioni e discussioni ch’egli introduce nell’esame della dottrina del grande medico arabo ma anche per la riproduzione degli oggetti e strumenti che il commentatore aveva inventati a benefizio dei malati e che certi discepoli, tornati nelle varie parti d’Europa, avevano tentato di spacciare come frutto del proprio talento.
■ In verità uno di questi strumenti, quello che serviva al Santorio per misurare la temperatura del corpo umano, servì a qualcuno per accusare a sua volta lui stesso di plagio. Lo strumento era la prima rude forma del termometro e il termometro — si diceva, e si ritiene ancor oggi — fu inventato da Galileo. Galileo stesso, quando il suo amico Sagredo gli scrisse a Firenze parlandogli dello strumento del Santorio, e dicendogli che ne stava costruendo anche lui, rispose che l’invenzione era sua.
■ La questione non è neppur oggi ben definita. Nel se- colo scorso il Figuier, trattando delle «Grandi Invenzioni», attribuiva quella del termometro all’olandese Cornelio Drebbel, dicendo che dello strumento da lui inventato si fece uso per la prima volta in Germania nel 1621. Ma il Santorio non aveva certo aspettato notizie dalla Germania mettere in uso il suo a Padova. In verità l’ingegnosissimo matematico alessandrino del terzo secolo avanti Cristo, Erone, aveva già ne’ suoi «Spiritali» parlato nettamente dell’elasticità dell’aria e indicato l’esperimento del succhiar l’aria da un vaso di collo lungo e stretto per veder poi, tappata la bocca del vaso col dito, l’acqua salire dal fondo a prendere il posto dell’aria e indicato che l’esperimento si poteva fare anche col fuoco. Nel nuovo rigoglio degli studi fisici sarebbe stato strano che non si fosse rivolta l’attenzione alle indicazioni di Erone e che un uomo come Galileo non se ne fosse occupato anche prima del Santorio. Se ne occupò anzi prima e dopo, perché in una lettera del vescovo Baglioni del 1627 si parla d’un bicchiere inventato da Galileo il quale segnava i gradi di freddo o di caldo della bevanda che vi si metteva, e in una lettera di Galileo stesso, del 1626, in risposta al Marsili che da Bologna gli dava notizia d’un ingegnere il quale pretendeva con dell’acqua marina messa in un’ampolla di mostrare i flussi e riflussi del mare, che l’acqua marina era un trucco, che anche con l’acqua dolce si poteva ottenere per mezzo delle variazioni di calore quell’alto e basso, e aggiungeva: «un tale scherzo feci io venti anni sono in Padova»).
■L’idea dunque del termometro è di Galileo, il quale in uno de’ suoi «Pensieri» raccolti dal Viviani parla anche della sostituzione del vino all’acqua per misurare le temperature molto rigide; ma l’idea dell’applicazione del termometro a una conoscenza più sicura della temperatura d’un malato, in sostituzione della semplice impressione tattile del medico, è del Santorio, questo genio delle misurazioni, questo adepto della pazienza, della diligenza scrupolosa e perfetta. E si spiega, dato l’uso particolare che doveva avere per lui lo strumento, il fatto che il suo termometro o termoscopio (egli veramente non gli diede un nome preciso) fosse ad acqua. L’uso particolare lo indusse anche alla costruzione di termometri di diverso tipo: uno con in alto un recipiente concavo in cui si alitava, dando così allo strumento il calore del cuore; altri di vetro a serpentina con in cima una pallina che si metteva e si teneva per un certo tempo in bocca; altri con la parte superiore fatta in modo che si potesse applicare alle varie parti del corpo; senza contare quelli che si potevano tenere sul tavolo come sopramobile ornamentale e oggetto di curiosità istruttiva. E a questo modo fu veramente lui che divulgò lo strumento ideato da Galileo.
■ Un altro strumento ch’egli avrebbe preso dal genio inventivo del grande toscano sarebbe il pulsilogio, di cui si dice che Galileo avesse avuto l’idéa quando era ancora studente a Pisa, dopo aver osservato l’oscillazione della lampada nel Duomo, e che lo studente avrebbe addirittura costruito e fatto mettere in uso. Ma il pulsilogio che realmente si adoperò nel Seicento era quello di Galileo, come affermano i suoi biografi, o quello del Santorio, solo praticamente costruito sul fondamento dell’idea galileiana? Il fatto è che del suo pulsilogio il Santorio parla nel «Methodus vitandorum errorum» pubblicato nel 1602, quando il Galilei era ancora professore a Padova e il Santorio un semplice medico a cui avrebbe potuto facilmente rinfacciare il plagio, come si dimostrò sollecito a fare in altre occasioni.
■ D’invenzione in invenzione si vede sempre nel Santorio la brama della certezza, l’ambizione di dare alla medicina pratica basi più sicure del tradizionale procedere per impressioni, le basi che costituiscono appunto il maggior valore della medicina moderna.
■ Doveva avere importanza, al suo giudizio, anche la conoscenza esatta dell’umidità esistente nell’aria d’un dato luogo e per ciò immaginò un igrometro molto semplice, una fune tesa, collocata su una parete, con appesa nel centro una palla di piombo che si moveva su una scala di gradi. Secondo la qualità dei venti e dell’aria, cioè secondo la quantità di umidità, la corda si tendeva maggiormente o si rilasciava e la palla, alzandosi o abbassandosi, indicava il grado d’umidità. Oppure il pezzo di corda, invece d’essere disteso sulla parete, si arrotolava in un disco che aveva nel centro un quadrante con numeri, come un orologio, lungo i quali poteva girare una lancetta attaccata alla corda: secondo la diversa tensione di questa la lancetta si spostava sul quadrante.
■ Inventò poi varii strumenti di carattere strettamente professionale: per esempio una siringa atta a estrarre i calcoli della vescica. La siringa era un ferro vuoto, tricuspidale in alto, nel cui interno si metteva un altro ferro che aveva il compito di far aprire la siringa quando era stata introdotta nella vescica, che doveva essere piena d’orina. Il calcolo era attirato dalla siringa aperta, che poi si richiudeva col medesimo ferro interno governato dalla mano del medico.
■ Altri strumenti ancora: una boccia che si metteva sul fuoco, nella stanza del malato, con entro liquidi medicamentosi la cui evaporazione doveva servire o a operare direttamente sul malato o a modificare utilmente la composizione dell’aria; uno strumento, chiamato mitrechita, per portare i medicamenti nella cavità uterina; una pompetta d’irrigazione, che doveva servire, per esempio, nelle emorragie nasali e arrestarle per un doppio effetto: quello del freddo del liquido e quello della scossa che al getto riceveva il malato; un pentolino di rame col fondo tutto assai minutamente bucherellato da cui si poteva far piovere di continuo il liquido medicinale sulla parte malata; una cannula con ago dal capo a elsa per impedire la soffocazione: si forava con l’ago soltanto la parte anteriore della trachea e per il foro rimaneva introdotta la cannula, dando libertà di respiro fino a quando fosse superata la causa della soffocazione; un altro strumento, poco diverso da questa cannula, che applicava agl’idropici nell’ombelico per estrarne il liquido.
■ Poi mezzi ingegnosi per dare maggior comodità ai malati e risparmiarne le deboli forze, la cui conservazione è preziosa nella lotta contro il male: il sacco da bagno e il «letto artifizioso».
■ Il sacco da bagno permetteva al malato di fare il bagno senza scendere dal letto e senza fare il minimo sforzo. Il malato s’infilava facilmente nel sacco impermeabile, abbastanza ampio da contenere una buona quantità d’acqua, fredda o calda secondo il bisogno. La bocca del sacco era chiusa al collo in buona aderenza. Allora si applicava in alto a una conveniente apertura un imbuto nel quale si versava l’acqua finché il sacco fosse pieno. Passato il tempo che il bagno doveva durare, si apriva un rubinetto collocato in fondo al sacco e l’acqua usciva in un tino; quindi si slacciava il sacco e lo si tirava via, e il malato o si asciugava con panni preparati e messigli opportunamente sotto e intorno o si ravvolgeva nel letto abbastanza ampio per potersi asciugare in una parte e poi tornare nell’altra.
■ Il «letto artifizioso» era un sistema governato da un meccanismo che permetteva di avere un letto o un doppio letto o un letto e poltrona con sostegno davanti per il pasto o altro. Senza bisogno di alzarsi e senza essere condannato a quella uniformità di giacitura che finisce con essere penosa e lo rende più debole e più nervoso, il malato poteva girarsi, mettersi a sedere, sdraiarsi, rinfrescarsi, avere quasi una ginnastica della degenza.
■ Questo medico, dunque, non si contentava di visitare i malati con la testa piena d’Ippocrate, di Galeno, di Avicenna, del Conciliatore di Pietro d’Abano e via dicendo, pronto a trovare nella farmacopea ufficiale uno o più rimedii, magari incautamente scelti, ma aguzzava l’ingegno per trovare nuovi modi di render loro più apprezzabili servigi.
■ E quando il praticante aveva finito le visite, lo scienziato riprendeva i suoi diritti e radunava, per esempio, di sera i discepoli per dimostrar loro che anche la luna emana calore e per misurarne la forza. In una sera di luna piena faceva battere i raggi per un certo tempo misurato col suo pulsilogio in uno specchio concavo o in una palla di cristallo che li rifrangeva sulla parte superiore d’un suo termometro ad acqua e i discepoli vedevano in dieci pulsazioni del pulsilogio l’acqua (che in quello strumento funzionava dall’alto in basso invece che dal basso in alto) scendere di due gradi, per effetto appunto della rarefazione dell’aria determinata dal calore. Perché giudicassero poi dell’esatto rapporto col calore solare, li riuniva di nuovo in pieno mezzogiorno e mostrava loro come in dieci pulsazioni l’acqua si spostava di ben cen- todieci gradi.
La terra dovrebbe girare, ma non gira
■ Ma i Commentarii ad Avicenna non sono interessanti soltanto per la figura e la notizia di questi strumenti. Egli vi sa mettere in rilievo ciò che gli sembra buono del testo e, abbondando nelle citazioni dei maestri antichi o meno lontani, esercitare una critica spesso acuta, indizio, anche negli errori, d’una mente vigile e sottile, un «kluger Kopf», come lo dice il Sigerist, dando col più semplice aggettivo la definizione più comprensiva.
■ Ecco, per esempio, nella dedica al duca di Mantova, una eccellente osservazione sul giusto rapporto fra la Pratica e la Teoria: «Come la Pratica non si percepisce se non è corroborata dalla Teoria, quasi a priori, così la Teoria, se non è confermata dalla Pratica, quasi a posteriori, dev’essere ritenuta inutile e vana». Un medico che non sa, non può giovarsi dell’esperienza, e un medico senza esperienza non sa, con tutto il suo sapere, come comportarsi al letto d’un malato e fa venire in mente quel motto di Maurizio Barrès a proposito d’un illustre professore: «Egli sa tutto, ma non sa che quello».
■ Curioso è in questo libro il capitolo che tratta del movimento della terra. (I medici come Avicenna e in generale gli antichi facevano entrare nei loro trattati anche l’astronomia). Il Santorio esamina tutte le opinioni e una per una demolisce tutte quelle che sono contrarie al movimento della terra, insistendo particolarmente sull’errore di coloro che lo credono impossibile perché, se la terra girasse, le case e gli uomini, i fiumi e i mari sarebbero sbalzati via. Ma no — egli dice — noi siamo sulla terra come una formica addosso a un uomo; l’uomo può muoversi come vuole, non per questo la formica si sposta o cade. Ma la conclusione di tutti questi ragionamenti è ch’egli afferma di non credere che la terra giri e sostiene la sua affermazione con un ragionamento più puerile di quelli che ha combattuti: la terra non si può muovere da oriente a occidente perché questo movimento conviene al primo mobile (siamo in pieno sistema tolemaico ed egli conosce già la teoria di Copernico) e non si può muovere da occidente a oriente perché questo movimento conviene al sole. Per riguardo dunque al primo mobile e al sole bisogna che la terra se ne stia ferma.
■ Il nostro Santorio ha tutta l’aria di non essere in buona fede. Le novità copernicane e kepleriane allarmano la Chiesa, che sta commettendo l’errore di voler fermare la storia del pensiero umano al Vecchio Testamento, ed egli non vuole seccature. Né bisogna volergliene troppo ma ricordare che Galileo stesso, sebbene persuaso delle nuove dottrine, dalla cattedra di Padova seguitò prudentemente a insegnare il sistema tolemaico e soltanto più tardi si gettò allo sbaraglio, con quelle penosissime conseguenze che tutti conoscono e che lo hanno reso popolare più delle sue scoperte. Costretto a opportuna saviezza, il Santorio cade in pieno, contro la sua natura, nel più passivo tradizionalismo. Egli crede nella immobilità della terra perché ci hanno creduto Avicenna, Mercurio Trismegisto (personaggio più favoloso che altro), Ippocrate, Platone, Aristotele, Galeno e «innumerevoli altri felicissimi ingegni».
■ Più simpatica autorità, in confronto, è quella dell’imperatore Traiano, del quale egli cita l’arguzia sulla milza. La milza è come il fisco: se il fisco si arricchisce, il popolo s’impoverisce; ovverosia, in termini da ventesimo secolo, più s’ingrossa il bilancio d’uno Stato e più si assottiglia il benessere d’una nazione.
■ Lo zelo con cui attendeva a curare i suoi clienti lo rendeva meno scettico sulle possibilità della medicina, pur rendendosi conto di quanto sia difficile essere buon medico. (Non aveva detto Galeno: «se la durata della nostra vita fosse triplicata, ancora non basterebbe ad acquistare la completa cognizione dell’arte medica»?). Egli era convinto, per esempio, che con l’aiuto dell’arte si può diventare longevi anche se si è di non robusta salute, e ricordava che Platone e Aristotele parlano di un certo Erodiaco, malatissimo, che tuttavia raggiunse il secolo. Il famoso medico e filosofo del sec. XV, Niccolò Leoniceno, non era vissuto 106 anni, sebbene a 30 fosse stato colpito da apoplessia? Ora la sua Medicina statica doveva dare un grande aiuto a questo culto della longevità che gli stava molto a cuore e di cui sperava senza dubbio diventare un esempio.
■ I suoi «Commentaria in primam sectionem Aphorismorum Hyppocratis», pubblicati nel 1629, egli li dedicò al duca d’Urbino Francesco Maria II della Rovere, non solo perché era un ottimo principe (e in ciò non lo adulava), sapiente e amante e protettore delle arti e delle lettere, ma perché un grand’uomo deve avere due doti principali: una, quella già detta dell’eminenza nel sapere, la seconda, il coltivare con grande zelo la longevità e «dirigere l’incolumità sino agli anni di Nestore con retto e assiduo regime». Nessuno è più solerte del duca nel mirare alla salute e alla longevità. «Nella tua longevità tutti affisseranno gli occhi quando ti vedranno salvo e incolume presso al centesimo anno». Francesco Maria ne aveva allora ottantuno e dava da sperare, ma l’augurio fu vano: nel 1631, a ottantatré, morì e il medico che aveva fatto voti per lui morì cinque anni più tardi, a settantacinque, il 22 febbraio del 1636, d’un male alla vescica, dopo aver pubblicato ancora «De remediorum inventione», insieme col commento agli Aforismi d’Ippocrate.
Tanto per le messe e tanto per l’elogio
■ Morì in Venezia, dove gli era stata già dal 1618 concessa la cittadinanza, e la Signoria volle che il suo corpo fosse accompagnato con funerali particolarmente solenni alla chiesa dei Servi — tenuta dall’ordine a cui apparteneva fra Paolo Sarpi — dove si era fatta preparare la tomba. Pur troppo le sue ossa non trovarono in quel sepolcro un definitivo riposo perché furono rimosse in principio dell’Ottocento e affidate a un dottor Aglietti la cui vedova, disgustata di quel deposito macabro, se ne sbarazzò consegnandole a un professore d’anatomia di Padova, che le rimandò al cimitero, trattenendo il cranio, incompleto e non sicuro, nel gabinetto anatomico dell’Università. I suoi concittadini gli dedicarono un busto sulla facciata del Duomo di Capodistria.
■ Notevole è il suo testamento. Comincia con l’affermare che la sua facoltà (che si calcola di settanta od ottantamila ducati, pari a un 400 mila lire oro, con valore d’acquisto enormemente superiore) è stata da lui acquistata «con arte della medicina, non avendo mai goduto un soldo di beni paterni e materni». Lascia danari a tutti i parenti (egli era rimasto scapolo) e anche a una sorella di certo Angiolo Picciadei, «mosso a pietà perché quel mentecatto di Isidoro mio nipote abbi in casa mia ammazzato detto Angiolo fondamento della sua casa, per così dire, e questo non per obbligo alcuno ma per pura amorevolezza». Curiosa questa distinzione farisaica nell’atto di far del bene a una vittima di suo nipote.
■ Lascia una bella somma a’ suoi grandi amici Paolo e Andrea Morosini «per memoria della antica servitù di casa nostra per anni più di cento e ottanta»; la maggior parte de’ suoi averi al nipote Antonio e una rendita di cinquanta ducati l’anno al Collegio dei medici di Venezia, di cui dieci devono essere dati ogni anno a quel dottore che farà commemorazione di lui il giorno di San Luca, dopo la messa (San Luca è uno dei celesti patroni di quelli che pur si continuano a chiamare paganamente seguaci di Esculapio): se non faranno la commemorazione, il lascito sarà loro ritolto. Era un uomo che teneva alla durata della propria fama presso i posteri e sapeva quanto sia labile la memoria degli uomini e quanto debole il culto disinteressato dei valentuomini che non possono più procacciar cariche e distribuire raccomandazioni. Il compito del Collegio è stato abbandonato, forse verso la fine del secolo XVIII. Ma il culto del passato non si può spegnere quando vi sono titoli come quelli del Santorio. Sempre il suo nome brillerà a chi vorrà evocare i fasti della medicina:
Sanctorius, medicae lumen qui praebuit Arti,
come cantava uno de’ suoi discepoli.”
















