Da La Lettura, Anno X, N. 1, gennaio 1910.
Di Arturo Vecchini.
” ■ Antonio Bertolotti, archivista di Stato, scrisse sui Cenci, fin dal 1877, un volume denso di documenti, cumulati con grande pazienza, ma con diligenza scarsa e più scarso lume di critica.
■ In un recentissimo studio sull’argomento il padre Ilario Rinieri, esaminate le carte processuali, (che l’archivista avea potuto vedere solo in piccola parte) ha ripreso le tesi del Bertolotti spingendo le conclusioni anche più infondate ed audaci. Ora a me, che possiedo intero il processo, piace dare intorno al tragico caso le notizie di fatto più certe, gli apprezzamenti che più mi paiono ragionevoli.
■ Francesco Cenci parve allo Stendhal un Don Juan, non dolcemente scettico e giocondamente grazioso come l’arte lo figurò, ma quale poteva essere il prodotto d’istituzioni ascetiche in Italia, nel tempo della Controriforma; al Guerrazzi piacque rappresentarlo un mostro neroniano tuffato in un bagno di Rinascimento, un misto di Mefistofele e di Faust. In verità non fu né l’una cosa né l’altra.
■ Nato l’11 novembre 1549 di madre adultera e ladra, di padre né laico né prete, ma adultero e ladro anche lui, sbocciò precocemente con la espansione d’un fiore velenoso.
■ Ne’ cinquant’anni della sua vita, in quella Roma, per le cui vie era passata la festa dell’umanesimo, infuriava la cupa insania cattolica; tramezzo a una plebe misera e supinamente servile sorgeva l’insolenza d’un patriziato quasi tutto senza tradizioni e senza fini; da presso al Papato, imperversante contro le eresie e quanto più ambizioso di governo tanto meno capace di energie civili, compresovi quel Sisto V, che tra’ violenti fu una violenta bufera, s’accalcava una curia corrotta e venale; su la luce crepuscolare della civiltà vigorosa e gentile, che era parsa reintegrare il concetto ed il senso del fine umano, s’addensavan le nebbie d’una barbarie imbelle.
■ Gli elementi così molteplici e diversi, che, nella prima meravigliosa metà del cinquecento, venivan componendo un novus ordo nella vita e nell’arte, urtati e scompigliati dal suscitarsi e impennarsi della reazione, avevano fatto possibile il fenomeno dell’individuo quasi avulso dalla società e come isolato e inselvatichito, onde il brigantaggio nelle campagne, la irruenza feudale nelle città, l’audacia de’ vizi e de’ delitti grandi in duello aperto con la legge e il costume.
■ Come il secolo declina, il fenomeno s’attenua e trasforma; vizi piccoli, ma continui, delitti feroci, ma volgari, strisciano nell’afa greve di santimonia; la ipocrisia, inoculamento gesuitesco, atteggia e penetra le coscienze, pur rispettando e carezzando le forme, fino alle gale, alle etichette, ai sussieghi importati di Spagna.
■ Francesco Cenci riassume tutte le brutture di quella sconsolata ultima metà di secolo, portandovi di suo quel che gli deriva dal temperamento e dalla eredità famigliare. La prepotenza patrizia, senza lampi di generosità, gli veniva dalla gens Cincia in lui imbastardita; l’avarizia rapace de’ chierici dal padre concussore; le oscenità innaturali dal cupido materno sangue spagnuolo e dalla coscienza chiusa a norme di morale e a fantasmi di bellezza. Colto quel che bastava a vantarsi di leggere e intendere il latino curialesco, ebbe in tutto l’essere suo, non la immensa potenza di sentire, di pensare, d’operare, sia pur volta al male, prestatagli dal Guerrazzi, ma insieme alla plebeità dei gusti e dell’opere, la viltà querula che si genuflette e invoca misericordia. Undicenne appena, conobbe le procedure criminali, e una serie di querele e di giudizi (non tutti noti e scovati dall’Archivio di Stato lo balestrò per tutte le carceri, da quella di Castello a Tor di Nona, da quella della Curia Capitolina alla Corte Savella. Ebbe l’aspra voluttà di premere sui deboli, d’incrudelire sulla povera gente indifesa, che le leggi del resto non solamente proclamavan soggetta, ma reputavano materia bruta.
■ La legislazione criminale del tempo, a Roma, come nell’altre terre d’Italia, informata al criterio, che non sui due elementi del fatto e dell’animo, ma doveva trovarsi e commisurarsi il reato alla stregua dell’evento, era o doveva essere regolata dagli Statuti; ma una folla di bandi, editti, bolle, decreti li veniva rimutando e sformando facendo smarrire il senso dell’equità in una selva selvaggia di formole, di casistiche, di contraddizioni. Parrebbe che nello Stato Pontificio, in cui la giustizia emanava dal Pontefice, principe e sacerdote, dovesse riscontrarsi nella legge quella mitezza evangelica che è il fondo storico del Cristianesimo; invece è più che altrove persecutrice, perché il peccato traduce in reato, con sottilità teologica lo moltiplica, con inquisizione sapiente spia e coglie reato e peccato all’infuori dell’atto esterno, nelle profondità della coscienza, nella santità del pensiero e del sentimento intimo.
■ Le processure iniziate collo spionaggio, proseguite colla suggestione, concluse colla tortura; le pene atroci, inspirate nella più parte alla iniqua parità meccanica del taglione, inflitte sulla carne viva mutilata e tanagliata, infurianti fin sui caldi cadaveri macellati in quarti ed esposti a educazione del popolo.
■ Sopra la legge e ne’ dintorni della processura, solo scritta e segreta, una torma di causidici, con nome di giureconsulti, armati de’ ferruzzi del cavillo per scarnificare e incasellare la dottrina, forniti di bilance in cui pesare, con sottil computo aritmetico, la prova e le frazioni di prova, attorniati di barattoli contenenti le presunzioni, gli usi, le autorità, tutto un ricettario di cataplasmi chiamato giurisprudenza. La ineguaglianza tra’ ceti è nella legge; si tratti di raccogliere la prova o di punire il delitto.
■ I servi, i pupilli, le donne, pur che di umile condizione, non sono intesi ne’ giudicii come testimoni, se non sottoposti al- la purgazione della corda; il plebeo che percuota, patisca sulla scalea Capitolina la percossa medesima, e per giunta la tortura e la carcere ad arbitrio del Senatore; se pronunci blasfema (laddove il nobile ha pena di 50 ducati d’oro) abbia perforata la lingua e berlina e, perfino, trireme.
■ Oltre e sopra la ineguaglianza della legge è l’arbitrio del sovrano e del giudice. L’instituto della composizione (specie di guidrigildo non più destinato a estinguere la faida privata, ma diventato pubblica pena in pro dell’erario e de’ ricchi) muta il seggio del magistrato in banco di mercatura.
■ Fra gli accorrenti a permutar crimini e pecunia Francesco Cenci fu tra’ più assidui. Neppure diciassettenne, sotto il pontificato di Pio V, sostenuto due volte nelle carceri d’Aquila per delitti che ignoriamo, compone per 5000 scudi una volta; l’altra per maggior somma.
■ Dal 1566 al 1572, quando, regnando Gregorio XIII, la licenza de’ malandrinaggi e la impunità degli omicidi aveva ridotto Roma quale il Montaigne la vide e descrisse, non riesce a salvarsi di doppia prigionia e vien bandito dallo Stato. Ferisce in agguato un cugino; colpisce di pugnale un suo mulattiere; percuote a sangue un servitore; riduce in fin di vita una domestica; uccide per via, con un colpo d’archibugio, un passante; alla violenza aggiunge lo scherno; ma imprigionato e convinto, nonostante dagli Statuti sia stabilito che la clemenza de’ Papi non conceda grazia due volte, patteggia e compone.
■ Ricco di titoli e di sostanze, barone d’Assergio, di Filetto, di Pescomaggiore, domicello di Santa Chiesa; con latifondi nell’agro romano, con tenute nel reame di Napoli, con palazzi e pinguissime rendite; per legittimazione entra nella casa de’ Cenci sebbene nato di donna unita ad altri in matrimonio; per composizione serba la eredità paterna, cumulata quasi interamente con ladronecci in pubblici uffici, pagando una prima volta 25,000 scudi, appena mortogli il padre; altri 25,000 nel 1590 per volere di Sisto V.
■ Nel 1591 ha querela d’una sua ganza per ferimento e percosse continue; nel 1593 da uno spenditore fatto uscire di casa col viso pesto e sanguinante, in camicia; nel 1594, quando non ancora un anno è passato dalle seconde nozze con Lucrezia Petroni (vedova con quattro figliuoli d’un Felice Velli), è novamente costretto in carcere, e uomini, donne, fanciulli, Matteo Bonavera, Clemente Anai, Maria Spoletina, Andrea da Cortona, ecc., gli gittano in faccia l’accusa di oscenità senza nome, tentate o consumate, in casa o per le stalle, con la violenza o con l’esca di miserabili compensi, largendo e soffrendo infezioni, come bestia sudicia in brago. Il Rinieri, dopo aver trovato che tali fatti costituivano in lui solo una bizzarria di carattere, insinua qualche dubbio sulla verità delle accuse pel solo fatto, che alle testimonianze oppose audaci dinieghi, pur riferendo la lettera con la quale supplicava umilmente non la giustizia, ma la misericordia e la benignità del Pontefice. Difatti, gli Statuti comminavano al Caput XLVIII «si quis infandum sodomiae scelus commiserit igni comburatur ita et taliter quod moriatur»; ma Francesco Cenci, poiché la purgazione del fuoco è serbata a’ plebei, per benignità di Clemente VIII, dopo solo un mese e mezzo di prigionia, a prezzo di cento mila scudi, compone.
■ Dal Bertolotti, che primo pubblicò il documento di tali gesta, ebbe lode (e Rinieri la rinfrescò) d’uomo religioso, per avere, nel giubileo del 1575, ornata e compiuta la chiesetta di San Tommaso al Monte de’ Cenci della quale era patrono, e invocati e propiziati all’anima sua, nel testamento del 22 agosto 1586, nonché Nostro Signore e la Vergine, i Santi tutti e le Sante della Corte Celestiale, e per avere desiderato e disposto fossero pagati una dozzina di preti e frati ne’ funerali e suffragio largo di messe.
■ Di questa specie di religione è quasi tutta penetrata questa fine di secolo triste. Stimolato dalla Riforma alle ardenze implacabili della difesa; uscito dal Concilio di Trento aspro di dogmi nuovi o rinfrescati; con la bolla di Pio IV «In coena Domini», acquistata continenza politica, il cattolicismo giunge a dominare sulle coscienze; ma ne’ volghi plebei e patrizi, e fin tra il chiericato, la fede è sommissione supina alla pratica e al rito, non mai freno e regola morale; o, sulla base del vecchio scetticismo italiano, è anch’esso una composizione del dentro e del fuori, dell’opera e del pensiero, che a nuovi dilettosi peccati si riconsacra nelle indulgenze del confessionale e concilia lo scapolare benedetto col pugnale dell’assassino.
■ Di Francesco Cenci, scrisse il Bertolotti medesimo, che fu anche amantissimo della famiglia.
■ Sposo a 14 anni di Ersilia Santacroce, è da presumere quali gioie le consentisse, tra mezzo a processi continui e a vizi di multiforme lussuria; due documenti ci attestano in modo indubbio quale reverenza ed affetto le ebbe.
■ Ne’ primissimi tempi di matrimonio trascina pe’ tribunali lo zio di lei, litigando per ragione di dote; nel 1567, quando ella non gli aveva dato che un figlio, nel suo primo testamento, le vieta la potestà patria sui nascituri e vuole, con perfidia nuovissima, che non debban convivere con lei.
■ De’ maschi, quattro gli morirono nella prima infanzia; Giacomo, che alla morte della madre, avvenuta nel 1584, non aveva più che 17 anni, odiò, pensò diseredare nel testamento del 1586, denunciò ingiustamente al Pontefice nel 1594; Cristoforo e Rocco cacciò di casa e, nonché inviarli all’Università di Salamanca, come vuole la tradizione, per quante istanze gliene facessero i parenti, non volle mettere a studio; tutti e tre spinse a litigi giudiziali, perché anche i fidecommissi dell’avo e dello zio paterno non si sperdessero in composizioni; e ad altri litigi, troncati dalla intromissione del Papa, li trasse per ottener congrui alimenti.
■ Miseri rami di tale pianta, pe’ trattamenti e l’esempio, difficilmente poteano dar frutti disformi, o avere altra sorte da quella che ebbero; Giacomo, infatti, lasciò la vita sul patibolo; Cristoforo fu ucciso da un Paolo Bruno Corso, per gelosia di una Cilela trasteverina; Rocco, in duello notturno, da un Amilcare Orsini bastardo del Conte di Pitigliano.
■ In un libro-giornale, incominciato da Rocco Cenci nel 1515, proseguito da Cristoforo e da Francesco, questi (tra le segnature che riguardano l’agenda domestica e agricola e il ricordo di non pochi ignorati incidenti della vita pubblica romana, specie nel pontificato di Leone X), annotava di suo pugno tranquillamente «Cristofano n. li 19 aprile 1572 morse di mala morte nel 1595; Rocco n. li 5 gennaio 1576 morse di mala morte nel 1598».
■ Tra le figlie predilesse Lavinia, natagli all’Aquila d’un amorazzo, vivente ancora la Santacroce, ne’ primi tempi anzi del matrimonio, e, legittimatala, la dotò e maritò nell’aprile 1593. L’altre due mancarono nella puerizia della custodia materna e furono collocate nel monastero di Montecitorio.
■ Quale fosse, sul finire del secolo XV, la vita dei monasteri, licenziosamente giocondi e tumultuanti di contese femminili, fu narrato dall’Infessura; più tardi, quando parve decoroso estendere anche alle donne qualche rivoletto di coltura classica, le fanciulle di nobile condizione vi appresero un po’ di latino e di greco e la mondana arte del liuto. Fu il tempo, in cui le cortigiane si chiamarono Imperia e Tullia d’Aragona, e Lucrezia Borgia, bionda incantatrice, stillava il filtro della bellezza e de’ malefici, e la Marchesana di Pescara, casta e fredda, rimava la fedeltà e l’amore. A’ giorni de’ quali scriviamo, i monasteri eran tornati scuri e silenziosi; e le fanciulle vi mortificavano il fervore de’ primi sogni tra gli elementi della teologia e l’industria de’ ricami monacali. La pratica religiosa o penetrava, come stillicidio, ne’ cuori fino al bigottismo, o costituiva una bella formalità, che rendeva la donna cristianamente composta e ne chiudeva e custodiva la vita quotidiana, come in una cornice severa.
■ Nel monastero di Montecitorio le fanciulle de’ Cenci stettero certamente più anni.
■ Antonina, pienotta, bianca di carnagione, con bei denti ed occhi neri, bella, sebbene un po’ corta del collo, per la quieta natura e l’umor giocondo, vi si venne avvezzando più al vivere modesto che alle agiatezze.
■ Beatrice, nata il 12 febbraio 1577, vi passò l’età delle carezze e dei trastulli. Gracile fior di serra, in quegli anni, dai sette in su, si venne svolgendo in una adolescenza magnifica. La pietà popolare la evoca e recinge di simpatia di sul ritratto, né suo, né dipinto dal Reni, che incisori e pittori hanno sparso pel mondo; ma a ridarcela quale dovette essere bastano gli avvisi alle Corti di Toscana e di Modena, che la dicon «bellissima», e le cronache manoscritte, che, se pur cominciate a diffondersi nella seconda metà del secolo XVII, costituiscono tuttavia sulla immagine Beatriciana una attestazione di chi forse la vide o raccolse la tradizione orale ancor fresca. La più parte di quelle cronache la descrivono «piccola, ma di portamento grazioso, con occhi belli, naso profilato, guance rotonde con fossette tali che parea sempre sorridere e pure al mento una fossetta, e bella bocca e bionda capigliatura inanellata, che cadendole giù per la fronte le dava una grazia bellissima».
■ Dovette avere agitata fin la più tenera età, della quale ricorda, in una lettera al confessore, le visioni e fantasime che la spaventavano; certo, ebbe cuore memore e gentile, se negli ultimi giorni di vita, beneficando di tre distinti legati le monache di quel monastero e suor Ippolita che le fu maestra e Lavinia che le fu compagna, tornò col pensiero, quasi a indimenticabile oasi di pace, a quella vita claustrale pur così deserta di giovanili allegrezze.
■ Quando uscissero di convento non apparisce; forse quando il padre nel 1593 sposò Lucrezia. Or nella casa al Monte de’ Cenci fosca e ristretta tra viottoli, ora in quella alla Dogana nella piazza di S. Eustacchio, vissero una vita trepida di sgomenti, in un aere triste di corruzione. La matrigna, nella pingue placidità romanesca, o vegetava, o piegava sorpresa ai voleri del marito; dei fratelli maggiori, Giacomo aveva moglie e parecchi figliuoli, Cristoforo e Rocco, cacciati di casa, neppur mutavano il saluto col padre; Bernardo, sui dodici anni, tra minacce e percosse (un giorno rincorso dalla furia paterna saltò d’un corridoio nel cortile e vi fu raccolto per morto!) cresceva tra lo scemo e il viziato; Paolo esile e malaticcio fin dalla prima infanzia (il Rinieri fantastica di veleno propinatogli dai fratelli e da Olimpio, nonostante cinque medici lo avessero in cura, e neppure un’ombra di sospetto sia nel processo!) piegava lentamente alla morte che lo colse il 23 dicembre 1599, non ancor quindicenne.

■ Beatricciola (la chiamavano così nella casa) faceva la credenza; pativa in silenzio le percosse di bastone che il padre le dava; raccoglieva negli occhi e nell’anima la visione di tutte le cose dolorose e spaventose di quella vita.
■ In una lettera, scritta nel giugno 1594 a Clemente VIII, il cardinal di Montalto ricorda alla Santità del Pontefice, che, innanzi la sua partita da Roma, l’aveva già supplicato e torna quanto sa e può a supplicarlo, che, conoscendo la mala natura del Cenci, non gli permetta più di straziare tanto contro ragione i figliuoli e le figlie.
■ Il Beatissimo Padre, che appunto in quei giorni l’aveva nelle carceri Capitoline tutto sozzo di turpitudini, lo restituiva, come abbiamo visto, in libertà, a prezzo di scudi 100,000, e, ordinatogli che assegnasse a maschi provvisioni convenienti, s’intrometteva (è attestato in una lettera di Sofonisba Strozzi Savelli, sorella allo sposo), perché la figlia Antonina dotasse e sposasse a Luzio Savelli vedovo di Placidia Colonna. Rimanevano tra mano a Francesco i due figli minori, Bernardo e Paolo, e li mise a dozzina in una scuola sotto il Campidoglio a S. Maria del Sole: e le due donne, Lucrezia e Beatrice, o per talento d’esercitare lontano da Roma tirannia senza richiami o per schivare l’obbligo della dote maritando la giovinetta, conduceva nel 1595 e restringeva nella Rocca Petrella.
■ Il territorio di Cicoli, a valle degli Appennini più aspri d’Abruzzo, frastagliato di rivi e colline, coperte sulle vette e su’ fianchi da selve dense di cerri, querce e castagni, era fatto poco accessibile al Reame di Napoli, cui era soggetto, dai monti di Tornimparte, Lucoli, Paterno ed Antrodoco; era diviso dallo Stato Pontificio, che vi esercitava giurisdizione di anime con la diocesi lontana di Rieti, da’ monti della Sabina. In quel territorio Cicolano è il paese di Petrella, giacente, con poche case in semicerchio, alle falde d’un monticello di vivo sasso, sul quale sorgea la Rocca, arnese feudale di cui non rimangono ora che grossi ruderi e macerie sformate.
■ Era signore del feudo quel Marzio Colonna che in Ispagna, chiamatovi da Filippo II, ebbe governo di milizie, e doveva comandare più tardi la infanteria pontificia alla impresa di Ferrara. E, certo, Francesco Cenci ebbe facoltà d’intrattenervisi ad intercessione di Luzio Savelli, per ragione delle prime nozze stretto in rapporti d’affinità coi Colonnesi.
■ La rocca, munita d’alta torre merlata e del cellario civile e criminale, era da tredici anni custodita e abitata da Olimpio Calvetti.
■ Sarto nella prima giovinezza, era costui da tempo uomo de’ Colonna; e, come soldato nell’armata navale di Pio V, nel 1571, aveva, sotto gli ordini di Marcantonio, combattuto a Lepanto, poi, al seguito di Marzio, era diventato castellano nella Petrella. Non si va discosti dal vero pensando dovesse essere un di quegli uomini d’arme che le case patrizie assoldavano; certo, sappiamo di lui che due omicidi aveva sulla coscienza; uno commesso in Banchi su di un bargello a’ tempi di Gregorio XIII; l’altro in persona d’un oste, nel 1590. Giusto di statura e olivastro di colorito, aveva brevi mustacchi e, nonostante fosse sui cinquantacinque anni, coi capelli brizzolati di bianco, la vista fosca e certi denti de nanze mancanti, aveva nera e folta la barba; nell’insieme animo e portamento tra di soldato e bandito.
■ Nella parte superiore della Rocca abitava da prima costui con la moglie Plautilla; i Cenci e le donne nella inferiore; poi, nella inferiore il castellano ed i servi; e i signori nella superiore, dove eran camere dipinte e gallerie. Solitudine sopra il castello, vegliato dalla montagna nera di Staffoli; solitudine intorno, fievolmente animata dal brusio umano che uscia dai miseri tuguri del borgo; solitudine sotto, rotta dalla fiumana del Salto scrosciante al piano fra’ macigni; solitudine desolata per tutto.
■ Francesco non usava scendere nel paese, ma, fuor della porta occidentale, amava passar le giornate a Villa Marzia, ricovero di banditi, o nel convento de’ Francescani, a un tiro di archibugio dall’abitato, passar talvolta la notte. Documento nuovo dell’uomo e de’ tempi questa mista predilezione di briganti e di frati!
■ Le donne intanto, nelle stanze ampie e deserte, intristivano sole, oltraggiate, percosse con la verga di bue, che il Cenci tenea appesa a una parete della sua stanza. Le domestiche, unica compagnia di quelle misere, portavano in giro, quasi ignude, le vesti sbrindellate; se chiedevano la mercede de’ servigi, avevano in risposta la minaccia d’essere gettate da’ merli.
■ Non bastandogli il tormento delle verghe, vituperava la moglie e la giovinetta figliuola costringendole a bassezza d’uffici indicibili. Infetto di malattia schifosa alla pelle, volea da Beatrice essere stropicciato in letto, con canovacci, su per le gambe fin dove il pudore repugna. Non era ingiuria, volgarità, crudeltà, privazione di cui non le opprimesse. E passavano i giorni, i mesi, le stagioni, gl’inverni nevosi, orridi, fra il fischiare de’ venti nelle forre.
■ Lucrezia chiedeva invano di essere rimandata alla casa vedovile; Bernardo e Paolo, venuti alla Rocca nella primavera, erano dovuti fuggire a precipizio; Beatrice guardando giù nella valle, in mezzo al Borgo S. Pietro, dove era il monastero di S. Filippa, a cui una gentil donna de’ Mareri, antichi signori di quella Rocca, aveva chiesto rifugio, fra pensieri d’angoscia infinita dovette pensare che gran pace sarebbe pe’ suoi dieciotto anni prendere il velo di monaca.
■ E durante l’assenza del padre, che di tratto in tratto tornava a Roma, scrisse al fratello Giacomo, esortandolo a trovar modo di metterla in convento; scrisse allo zio Marcello Santa Croce invocandone aiuto, supplicando la liberasse, se non volea facesse qualche pazzia; mandò un memoriale al Pontefice (il Rinieri lo nega e s’intende, ma d’ogni parte del processo risulta), scongiurandolo a toglier lei e la madre da quel misero stato.
■ Come il Cenci ebbe notizia della cosa, o dal cardinal Salviati, che gli mandò dire finisse di torturare quelle donne, o in altro modo che non sappiamo, cacciò prigione Marzio Catalano che aveva portata a Roma la prima lettera, e s’avventò contro Beatrice, e così sconciamente la percosse col nerbo di bue, da strapparle l’unghia al dito medio della mano sinistra, e, serratala in una stanza buia, ve la tenne più giorni, portandole e lasciandole egli stesso sulla soglia di che scarsamente nutrirsi.
■ Poi, affinché nessuna voce di lamento uscisse più mai di quella Rocca, cui non bastava esser lontana e tra monti, nel tempo delle sue assenze, che eran lunghe e continue, confinate le donne in quattro stanze, fece inchiodar l’uscio che vi dava adito ed eseguire una piccola apertura, per la quale un servo le provvedesse di cibo, e, inchiodate anche le imposte delle finestre, vi lasciò solo un pertugio per l’aria e la luce.
■ Il 10 settembre 1599, in giorno di mercoledì, Francesco Cenci fu trovato giacere appié d’un mignano (specie di terrazzino con parapetto in muratura) già cadavere freddo, con la tempia sinistra ferita da presso l’occhio e una grave fenditura all’occipite. E poiché le tavole del mignano eran rotte e chi vi fosse caduto tramezzo potea percuotere sulle rame d’un sambuco che gli sorgea di sotto, fu detto e corse notizia pel paese, che il Cenci fosse morto cadendo e urtando su di un troncone dell’albero.
■ Fattegli esequie modeste e sepoltolo nella chiesuola di Santa Maria alla Petrella, le donne in compagnia di Giacomo, Bernardo e Cesare Cenci, venuti a toglierle dalla Rocca, tornarono a Roma.
■ Il 5 novembre ad denunciam secreti instigatoris, il processo comincia. Può parere meraviglioso che di tale uomo, morto per giunta fuor dello Stato, vi fosse chi togliesse così pronto il carico di vendicare la memoria. Ma la meraviglia vien meno, chi pensi quel che lasciò detto uno scrittore del tempo, che «in Roma, di que’ giorni, oltre il popolo delle spie minori, trecento ve ne erano grassamente salariate e gentiluomini e cappe lunghe che non disdegnavano approvecciarsi in quel mestiero».
■ Imprigionati nelle carceri di Tor Savella, e interrogato il 16 novembre un cocchiere di Giacomo Cenci, interrogati Giacomo e Beatrice lo stesso giorno nelle case al Monte dei Cenci, Lucrezia nella casa de’ Velli, in Trastevere, mostrarono ritenere che in nessun modo potesse dubitarsi di delitto. Ebbero obbligo di non allontanarsi dalle case rispettive, sotto cauzione di scudi 50,000 i figliuoli, 5000 la vedova; e più che un mese vissero così, nelle abitazioni circondate di birri, senz’altri interrogatori.
■ Su nella terra di Petrella le voci di morte violenta crescevano intanto ogni giorno più, e, come la notizia de’ maltrattamenti sofferti da’ figliuoli li facea sospettare non estranei al proposito, così la scomparsa dal paese d’Olimpio e Marzio Floriani (calderaio e rusticano istruttore di balli, sopranominato il catalano), li faceva additare e ritenere esecutori della strage. Marzio Colonna, per quei rumori, avea dato incarico a Biagio Quercia, suo commissario, di fare inchieste sul luogo; da Napoli il conte Olivarez viceré aveva comandato il 10 dicembre all’auditore d’Abruzzi di prendere notizie e scovare i fuggiaschi.
■ Il 12 gennaio i baroncelli della Curia romana e le genti dell’auditore colsero Marzio, in Poggio Friano, appollaiato sul tetto della casa d’un suo cognato, e, assicuratolo in ceppi, lo trassero a Roma. Nel primo costituto, che è del 14 gennaio, costui gitta intorno accuse e sospetti, ma vagamente, e sovratutto cercando escludere ogni propria compromissione. Olimpio gli narrò, è vero, d’essere risoluto a far morire quel traditore del Cenci, ma non lo richiese di consiglio e di aiuto; anzi venne a Roma senz’altro dirgli; e, solo tornatone, gli mostrò una certa radice rossa e un’ampollina di oppio, che disse aver ricevuta da Giacomo, ma egli non seppe se l’adoperasse. Vide Beatrice parlare dalla Rocca ad Olimpio; e da lei, dopo la morte del padre, ebbe in dono venti scudi ed un ferraiolo, ma per carità, non per altro.
■ Le stesse cose ripete il 17 gennaio, e il 19 conferma, nonostante lo sperimento della corda.
■ Il 3 febbraio, posto in confronto de’ birri che l’avevano arrestato, e contestatogli che ne’ primi momenti avea dichiarato essere Olimpio l’uccisore del Cenci, dopo le scherme e i dinieghi, tratto ad locum tormentorum, confessa: «Beatrice e Paolo, il figliuol quindicenne, avevano eccitato Olimpio al delitto. E questi avea pensato da prima di spingere il conte tra mani ai banditi, così da spremergli fuori qualche migliaio di scudi ed ammazzarlo poi più giocondamente.
«Chi aveva reso vano il disegno era stato esso Marzio, che, toltosi l’incarico d’indettare i banditi, non l’aveva fatto. Fu allora che Olimpio si recò a Roma ad ottenere il consenso de’ fratelli e ne tornò con la radice e con l’oppio, che Beatrice doveva ministrare nelle vivande. Non riusciti neppure a ciò, pensarono di tenere altra via. La domenica che precedette la morte, esso Marzio ed Olimpio entrarono nella Rocca con una scala e s’intesero con Beatrice che avrebbono fatto l’effetto la mattina del lunedì. Ma il primo giorno passò senza che la occasione e il coraggio si prestassero, e solamente la mattina del martedì s’avviarono. Anche questa volta furono impediti da Lucrezia; era giorno di festa, sacro alla Natività della Vergine, e troppo grave peccato era il funestarlo col sangue.
«La sera dello stesso giorno rinnovarono il tentativo, e già erano presso la stanza del Cenci, quando una tosse importuna, da cui Olimpio fu colto, li persuase a desistere.
«Beatrice li rampognò fieramente: acché quelle malizie da poltroni? acché quegli indugi codardi? ella aveva da confessarsene a Dio e prendea il carico della cosa sopra di sé.
«Uscirono dalla Rocca, dove nei giorni antecedenti eran rimasti appiattati, e vi tornarono all’alba della dimane. Beatrice li precedette nella stanza e aprì la finestra perché la prima luce del giorno vi penetrasse.
«Olimpio, gettatosi col corpo traverso il letto, si dié a percuotere il Cenci sulla testa e sul petto, di piatto e di punta, col martel da lombardo; esso Marzio non menò che due botte, con lo stenderello, sugli stinchi al giacente.»
■ A queste dichiarazioni si sovrappongono e annodano tutte le fila del processo. Di Marzio, dopo la confessione, non esistono che i confronti coi Cenci: essi negano, egli riafferma; risoluti da una parte e dall’altra. Dal 13 febbraio in poi, non più voce o notizia di lui; solo la tradizione racconta che soggiacesse ai tormenti. Che lo tenessero elevato per la durata d’un credo, e ne’ confronti, ad tollendam omnem maculam, tornassero a purgarlo con la corda, è segnato nelle carte processuali; non è detto se con gl’inasprimenti che la praxis intorno al processo informativo insegnava, «Opportet pro arbitrio pluribus ictus funis concutere et quassare. Pondere, puta lapides vel ferrei compedes, pro veritate eruenda, ad ipsius torti pedes appendere, inhumanum non est», dicevano i trattatisti; e se non pareva inumano e quel corpo valido e indurito alle asprezze della fatica e de’ monti non poté durare allo strazio, l’arbitrio del giudice dovette esercitarsi in esperimenti men discreti di quelli che il notaio ci lasciò registrati.
■ Ad ogni modo è strano singolarmente che né il processo né alcun documento di qualsiasi specie, faccia più mai parola di costui, sulla cui fede proseguirono le ricerche e sulla cui traccia, ut in speculo, gli accusati furono tratti alla confessione, solo fra le strette della tortura.
■ Che era avvenuto intanto d’Olimpio? Allontanatosi da Roma prima che incominciasse il processo, erasi avviato per Lombardia, assieme con un Camillo Rosati, messogli attorno da monsignor Mario Querro. Di costui, che le cronache ed il processo chiaman Guerra e fu cugino a Francesco e a’ figliuoli di lui compagno di crapule, novellatori e romanzieri hanno fatto il tenero ideale amatore di Beatrice. In verità, fu uomo, nel tempo di cui narriamo, sulla quarantina, piccolo di statura, di pel rosso ed assai pingue persona e alla giovinetta indifferente o malviso. Nondimeno spinto da affinità ed amicizia, quando i Cenci eran già nelle carceri, stimò prudente togliere Olimpio di mezzo. Di fatto, quando Olimpio e il Rosati furono giunti a Novellara, questi, denunciatolo alla contessa del luogo, quale bandito e omicidiario, lo fe’ imprigionare nella torre di quel castello. Ma riuscito Olimpio a scamparne, dopo molto vagabondare, o non sapendo, o non temendo la taglia postagli sul capo dal Reame di Napoli, tornò nello Stato della Chiesa, in quel di Piediluco. Dove, capitato tra mezzo a ribaldi della sua specie, costoro, sguinzagliatigli contro dal Querro e stimolati insieme dalla sicurezza del lucro e dell’impunità, simulando amicizia, gli furono addosso nella mattina del 29 maggio e, dappresso all’osteria di Cantalice, l’uccisero e per segno del premio guadagnato gli mozzarono il capo.
■ Venuti meno, così, gli unici che del fatto poteano con diretta incolpazione convincere i Cenci, l’istruttoria prosegue circuendo e premendo una lunga fila di testimoni per trarne dichiarazioni di confidenze ricevute, di voci raccolte e indizi più o meno prossimi e urgenti. La tortura è largita anche a testimoni (le ossa di fra Calvetti, fratello ad Olimpio, la sperimentarono tre quarti d’ora), ma è rimedio sussidiario: l’arte vera dell’inquisitore si rivela nelle domande, nelle contestazioni, nelle reticenze; singolarmente in certa industria di psicologia positiva, con la quale anzitutto si cerca di rendere malleabili e incapaci di resistenza gl’inquisiti. Quando il testimone — ammoniva il magnifico ed eccellente signor Tranquillo Ambrosino, che in quella causa fu tra’ sostituti fiscali — è di sua natura verboso, e il giudice lo stanchi con dimande estranee, e se il tempo sia nuvoloso o sereno, se la stanza gli sembri piana od acclive ed altrettali quisquilie: quando è uomo di qualche dottrina, lo compulsi con solidi ragionari e luoghi topici, desunti dal processo; se iroso, concitandolo e aizzandolo tanto finché estenuato non quieti; se timido, terrificandolo di grida e minacce.
■ Così, dal febbraio alla fine di luglio, la procedura si svolge lentamente, fra testimonianze che al fisco non sembrano sufficienti ed ammissioni parziali e irrilevanti degli imputati.
■ Nel frattempo, e precisamente il 29 giugno una prima volta, il 20 luglio la seconda, Beatrice scrive a Pietro Aldobrandini, il butterato, tossicoloso e astuto cardinal nepote, nel cui grembo Clemente avea finito col nascondere la testa, scongiurandolo a presentare una petizione al Pontefice in nome di lei, che, fanciulla senza guida e consigli, martoriata ed oppressa dal suo sangue medesimo, non ebbe chi la proteggesse e salvasse e nella miseria presente non ha chi la ricordi e difenda.
■ La risposta di Clemente, ne’ primi dell’agosto, è un motu proprio, che pare esplosione d’uomo iracondo più che parola di magistrato supremo, col quale si commette a Ulisse Moscato, giudice adibito al processo dai primi costituti alla sentenza, di procedere contro i Cenci con ogni genere di tormenti, e, dove gl’indizi gli paiano legittimi, non tenersi costretto alle forme ordinarie dei giudizi, non concedere le copie del processo, non ammettere le difese, pronunciare le sentenze di confisca e di morte.

■ Giacomo, Lucrezia, Bernardo, posti allo sperimento della corda, si confessano rei. Chi legga ne’ verbali, puntualmente raccolti ed espressi, gli urli, i gemiti, le invocazioni, che escono dai miseri petti angosciati, in quello spasimo delle carni straziate, non può non domandarsi qual valore abbiano e qual valore dovessero dare a quelle confessioni i martoriatori. De’ quali neppur può dirsi, che, per atavistica consuetudine de’ cervelli, non avessero coscienza della assurda atrocità di quel mezzo. Il ricordato Tranquillo Ambrosino nel suo trattato sul Processus informativus, notando in una minuta casistica quel che i sottoposti al tormento usano rispondere, li avverte, che, quando lo strazio diventi intollerabile, è buon consiglio concludere: «Signore, misericordia! che volete che io dica? ditemelo voi che dirò quel che volete». Parole che sembrano d’ironia scettica e sono di spietata ingenuità!
■ Beatrice, che in dieci costituti ha negato sempre, tutto, fino i maltrattamenti paterni; che ha negato in confronto di coimputati e di testimoni; immota in cospetto de’ fratelli e della matrigna fattisi tra i tormenti accusatori di sé stessi e di lei, viene anch’ella, il 10 agosto, spogliata, legata, e, con attorte dietro il dosso le braccia, levata in alto.
■ Il corpo delicato non regge; fattasi calare, ella parla. È vero, è vero: aveva patito percosse e prigionia; aveva inteso Lucrezia ripeterle che vivente quell’uomo le era sopra continuo il vituperio (et egli te vitupererà e te toglierà l’onore e te farà mille mali): aveva udito Olimpio, offeso nell’onore della moglie, poi fatto cacciare dalla Rocca, parlar di morte; aveva saputo che i fratelli consentivano, che perfino Marzio Colonna per suoi fini volea quella morte. Era vero quel che gli altri dicevano; vero quel che avevano asserito il Catalano, la matrigna, i fratelli.
■ E non cerca discolpe; non narra quali oppressioni e martirî patisse; non gl’inutili richiami alla protezione dello zio, dei fratelli, del Papa; accenna solo a quel che già le fu contestato e da prima ha negato.
■ Ma in quello stesso 10 d’agosto scrive al Farinaccio, ringraziandolo d’averne accettate le difese. «Io non so che mi fare per non cadere da un male in un altro».
■ Qual’era il male che pareggiasse l’effetto della confessione?
■ Dieci giorni più tardi, il 20 agosto, scrive al cardinale Pietro, perché le interceda di far giungere al Papa «la verità dell’orrendo suo caso. Quando S. Santità e V.S. saran compiaciuti di saper la verità del fatto, mi contento patire ogni supplizio e non mi sarà duro per grave che sia».
■ Qual’era la verità del fatto, per la cui rivelazione non le dolea di gittare, quasi sfida, ogni ultima speranza di salvezza?
■ Il Bertolotti, non gli parendo abbastanza di aver preteso che Francesco Cenci fosse amantissimo de’ suoi, pensò presentarlo e dimostrarlo vindice dell’onor della casa.
■ E pubblicò un codicillo fatto da Beatrice due giorni innanzi la morte, nel quale, tra altri lasciti, son legati a Caterina De Santis scudi 500 con obbligo di porre i frutti in sustentare un povero fanciullo pupillo, ed altri 500 a Margherita Birago Sarocchi con patto che, venendo ella a morte, anche i frutti di tale somma fossero destinati all’istessa opera di carità. Si noti: il pupillo beneficato de’ 500 scudi destinati alla De Santis, finché ella vivesse doveva aver solo i frutti; di quelli legati alla Birago-Sarocchi neppure i frutti; e solo alla morte di lei (che, nata nel 1569, aveva soli 30 anni), avrebbe potuto disporre della somma e degli interessi.
■ Quale meraviglia che la giovinetta, dopo avere beneficato nel testamento gl’infermi degli spedali, i prigioni delle quattro carceri romane, le zitelle povere, le maestre, le compagne di monastero, le domestiche, pensasse anche a un povero trovatello, la cui sorte l’avesse mossa a compassione? Non lasciava Bernardo mille scudi alla piccola Cinzia, figlia naturale al fratello Rocco premorto? Non è ragionevole che lei pure, memore di quanti aveva conosciuto, volesse provvedere a qualche misero frutto delle dissolutezze fraterne? Non è da credere se qualche più vivo affetto o dovere la stimolasse, che ella, larga ad estranei di somme ingenti, avrebbe disposto, nel caso, di somma men tenue? Non aveva legati 1000 scudi a tre sorelle De Santis, e 3300 alle chiese di Roma e 11,000 per dotare fanciulle bisognose? e solo i frutti di 500 avrebbe destinati a una sua creatura? E qual congettura può trarsi dal non avere nominato il fanciullo, se nello stesso codicillo segreto provvede alla dote di tre zitelle senza nominarle e riferendosi a quel che a voce aveva comunicato al confessore? E non era maggior segretezza, se tanto le premeva nascondere questa sua provvidenza, designare la legataria e lasciare il legato secondo la propria intenzione, come aveva fatto e mostrato saper fare nel testamento?
■ Ebbene, no; il Bertolotti di queste domande non s’occupa; egli ha i lampeggiamenti dell’intuizione e sentenzia reciso, senza pur ombra di dubbio, che in quel pupillo s’ha da ravvisare un figliuolo di Beatrice.
■ Dove e quando l’avrebbe ella avuto? Il Rinieri, non solo dà per cosa certissima la gravidanza ed il parto, ma per aver qualcosa da dire più e meglio del Bertolotti, ne indica il luogo ed il tempo: alla Petrella: tra il luglio e l’agosto del 1598. E a dimostrarlo comincia con l’affermare, che Olimpio fu cacciato della Rocca dal Cenci due anni prima che la strage avvenisse. E l’essersi il Cenci avveduto di rapporti colpevoli fra il Castellano e la figlia, allega come motivo della cacciata e, insieme, della lunga clausura cui furono costrette le donne. Insussistente l’una e l’altra cosa: perché Olimpio fu allontanato d’ordine di Marzio Colonna, per tutt’altra ragione da quella che il Rinieri suppone, e solo un mese o un mese e mezzo prima della uccisione del Cenci, mentre Lucrezia e Beatrice da circa due anni pativano prigionia.
■ Perchè, secondo il Rinieri, il preteso parto sarebbe avvenuto tra il luglio e l’agosto?
■ Per certi suoi computi di probabilità che hanno il torto di mancare anch’essi d’ogni fondamento. Egli afferma che in quei due mesi Bernardo e Paolo furono fatti fuggire dalla Rocca per consiglio e con l’aiuto d’Olimpio; che il padre tenne dietro a’ figliuoli per raggiungerli e ripigliarli; che in quella assenza… di tutti fu agevole nascondere il parto. Non importa che la fuga, determinata dagli intollerabili rigori paterni e non da consiglio d’altrui, avvenisse nella primavera; il buon padre Rinieri può anche spostare di qualche po’ la cronologia. Ma, indiscreto, egli vuol perfino fissarci il luogo ed il tempo precisi cui il bambino fu trafugato…. Risulta dal processo, che Olimpio in un giorno d’agosto si recò all’Aquila.
■ L’Aquila, di poco discosta, era la città dove gli abitanti della Petrella, specie i Cenci, avevan modo di provveder meglio a loro interessi e bisogni; all’Aquila Olimpio doveva recarsi frequente e in quella occasione vi si recò per certa seta della signora Giulia Colonna. Non importa…. Il Rinieri ci fa sapere, che Olimpio, toltosi proprio quel giorno il neonato sotto il mantello, lo portò…. a balia!
■ Eh via, quando si fa critica storica con tal lestezza non è il caso di discutere a lungo!
■ E possiamo riproporci la domanda: dove e quando il preteso parto sarebbe avvenuto? Non alla Petrella, dacché servi, domestici, paesani, nel picciol ambito della casa e del borgo, ne avrebbero avuto e diffuso, per lo meno il sospetto; non a Roma, ne’ due mesi vissuti in libertà, dacché, oltre a non risultare, neanche per lievissimi indizi, correvano già trattative di nozze con uno de’ Caetani; non dopo, negli undici mesi di prigionia, che le tracce resterebbero nel processo.
■ La ricerca della paternità fu studio speciale del Bertolotti.
■ Il filo conduttore gli è dato da una lettera di Baldassare Paolucci, agente a Roma del duca di Modena. Questi, tra mezzo ad altri fatti che afferma e sono dal processo risolutamente smentiti, raccoglie, fra molte voci, anche questa:
aver Beatrice, conduttili in faccia i complici, confessato che per voler fare morir il padre, si era procurata la morte a sé stessa e quel che più preme, perdutavi la verginità, toltale da quel tale che fece l’effetto.
■ Senza indugiarci a valutar le voci, molte e discordi, che correvano di que’ giorni, — alcune delle quali affermavano esser provata la innocenza di Beatrice, bellissima giovine e valorosa —, basta rilevare che della pretesa confessione non è alcun sentore in processo; né, se una confessione vi fosse stata, potrebbero tacerne i verbali, senza che tutta la istruttoria rimanesse colpita dall’accusa di adulterazione.
■ Quali altri fatti e argomenti i due valentuomini (poiché il Rinieri segue anche in ciò il Bertolotti) aggiungono alla loro asserzione?
■ Nel tempo che il delitto si veniva maturando, ne’ giorni che precedettero la morte del Cenci, i due sicari stettero nascosti entro la Rocca, e Olimpio si trattenne in colloqui frequenti nella stanza di Beatrice. Non importa che Lucrezia avvisasse e assistesse più volte a quei colloqui, né la ragione evidente del cauto indettarsi e prepararsi, tra incertezze ed ostacoli, a raggiungere l’effetto!
■ Nel tempo che Giacomo Cenci si manteneva tenace ne’ dinieghi, interrogato dal giudice, perché, dopo averlo avuto a lungo ospite in Roma, aveva allontanato Olimpio di casa, rispose che l’aveva fatto portare via dal Rosati per ombra che gli davano i confidenti discorsi di costui con Beatrice. Non importa che apparisca chiarissimo il motivo della risposta a chi pensi che Giacomo non voleva dire d’aver pensato a sopprimere il correo che poteva diventare il più terribile accusatore!
■ Nel tempo che Olimpio aveva a’ fianchi il Rosati e dubitava, come gli avvenne, d’esser tradito in mano de’ birri, s’atteggiò certe volte in fuggevoli accenni a delinquente passionale, per concludere che Beatrice e perfino il Colonna non potevano volere ch’ei fosse preso e interrogato in giudizio. Non importa che il Rosati, il quale riferisce la cosa, soggiunga subito che mostrò credergli per non eccitarne le diffidenze e non isdegnarlo e quasi lo beffi dell’interessata vanteria!
■ Non importa tutto ciò, il Bertolotti e il Rinieri concludono che il preteso figliuolo, frutto d’osceno compenso al delitto, era di Beatrice e d’Olimpio.
■ Non li fa trepidanti il pensiero ch’ella era giovine di 20 anni, colta, patrizia; egli nei 55, rozzo, per nascita e costume plebeo, omicidiario due volte; che a consumar la strage senza altri allettamenti aveva la capacità dell’animo fiero, il rancore dell’offesa fattagli dal Cenci nell’onore della moglie e nell’averlo fatto cacciare dalla Rocca dopo tredici anni che n’era il castellano; il prezzo, infine, pattuito con Giacomo, in scudi duemila, con che dotare la figliuola Vittoria.
■ Troppa repugnanza fisica e morale, troppa mancanza di prove, d’indizi, di ragionevoli congetture, contrasta all’ipotesi audace del Bertolotti e de’ suoi seguaci.
■ Se fosse possibile accoglierla in qualche parte e ritenere che una creatura fosse veramente uscita dalle viscere materne di Beatrice, l’opinione e la tradizione, larga, viva, tenace, che la disse violata dal padre, n’avrebbe maggiore e più terribile conferma.
■ Il grido disperato col quale la giovinetta invocava che il Pontefice sapesse la verità del fatto, la verità dell’orrendo suo caso, ci lascia ancor oggi commossi. Non si chiede narrare al giudice la colpa orribile e vile, non si dichiara d’affrontare lietamente ogni più duro supplizio, se la verità da rivelare non sia tale che ne tremino le vene e i polsi a chi l’oda. La povera anima angosciata pensò forse, dagli abissi di miseria in cui era caduta, che, in cospetto alla verità, la bianca testa del sacerdote si sarebbe fatta pensosa, e il cuor dell’uomo si sarebbe aperto ad un’immensa pietà!
■ Ma a che proseguire ipotesi vaghe? Nel processo è la prova dei modi che Francesco Cenci teneva per essere e dimostrarsi gelosissimo dell’onore famigliare. Abbiamo visto di quali lubricità, innaturale o naturale e bestial rigurgito di foia, si compiacesse a Roma costui; vediamo ora come giungesse a contaminare le soglie e i riposti penetrali della casa.
■ Le testimonianze son di umile gente, per lo più di domestici, e furon raccolte quando il giudice avea esaurito le ricerche ad accusa: ma il sospetto che tenta per questo di gittar su di esse il Rinieri mostra da un lato com’egli ignori le leggi del tempo, che solo dopo la ratifica delle confessioni fissavano i termini alle difese; mostra dall’altro com’egli dimentichi le ragioni, nonché della legge, della equità. Illi de domo in primis examini subiciuntur; e chi più e meglio de’ famigliari potea dar notizia di quello che nella intimità della famiglia si consumava d’illecito e vergognoso? e qual maggior presunzione di verità di quella derivante da tutta la vita dell’uomo? Mentre Francesco Cenci era alla Rocca, vi si recò per visita a Lucrezia sua madre Curzio Velli, giovinetto sul fior degli anni. Il Cenci, postigli gli occhi sopra, e vanamente pretesa la complicità della madre, volle piegarlo colla violenza all’estrema sozzura. E soltanto con la fuga, traendo sassi contro il satiro turpe che l’inseguia, il malcapitato fanciullo riuscì a scampare.

■ Ed è ben certo che con la fuga dovettero, pur essi, sottrarsi a chissà quali pericoli i due minori figli del Cenci, Bernardo e Paolo; e, sebbene siavi stato chi, esaminati taluni documenti dell’archivio privato de’ Cenci, affermò averne il padre corrotta l’inconsapevole puerizia, non essendo di ciò traccia in processo, ci repugna, nonché crederlo, immaginarlo. È fuori di dubbio che la sensualità del Cenci, straccata dal vizio, cercava ormai d’eccitarsi in concupiscenze mostruose e i nati del suo sangue avevano nelle pareti domestiche oltraggio perpetuo alla natia verecondia.
■ Nella stanza maritale era il letto anche di Beatrice, davanti alla quale usava il padre mettere in mostra le nudita sconce del corpo non sparagnandosi della presenza di lei (per usare la frase testuale de’ testimoni) quando avea che fare con la moglie. Ne’ capitoli di prova fu dedotto che un giorno, nel cocchio in cui Beatrice si trovava, volle conoscere carnalmente Lucrezia; un altro giorno in presenza d’un testimone e della figliuola, che s’allontanò subito dalla stanza, colto da un subitaneo estro di lussuria, non si tenne dal buttarla sul letto.
■ Ma non sempre potevano esservi testimoni a quella specie d’intimità; né altro bisognerebbe a far presumere il resto ed il peggio.
■ Tuttavia è nel processo la dichiarazione d’una domestica, stata più tempo a servizio del Cenci nella Rocca, che illumina più interamente la figura di quel padre e la sorte di Beatrice.
■ Una sera, avanti il Natale (del 1597), verso le tre ore di notte, quando tutti giacevano nel castello, Lucrezia, discinta e piangente, venne dalla stanza maritale in quella dappresso che era delle domestiche. E mentre vi si trattenne un quinto circa di ora, s’udì dalla prossima stanza di Beatrice gridare: non voglio essere abrugiata. La mattina seguente richiesta dalla domestica di che si dolesse e che significassero le parole pronunciate, la giovinetta si schermì dal rispondere. Poi, alle insistenze, raccomandandole di non dirne parola a chicchessia, le narrò, che il padre s’era colcato nel letto di lei ed ella l’aveva respinto.
■ Quali altri tentativi dopo questi, quali orribili fatti minacciarono o soverchiarono le resistenze di Beatrice?
■ Il processo non ha altre testimonianze in proposito. Ma dato il Cenci e l’indole sua, lo spregio di ogni pudore e l’esercizio abituale della violenza e la specie di scelleraggine, che fin dell’ombre dovea spaventarsi, quest’unica dichiarazione è d’una singolare eloquenza.
■ E ben s’intende come il Farinaccio ponesse a fondamento della difesa il fatto dello stupro tentato o commesso dal padre. Se è vero, egli dice, come si crede verissimo, che Francesco Cenci tentò violare la pudicizia della figlia, non è contro il diritto affermare che ella è degna d’alcuna commiserazione.
■ Il ragionamento del gravissimo dottore non ha proposizione di diritto che non sia sostenuta dalle autorità del divo Adriano e Bartolo e Menocchio e Rolando; né le allegazioni di fatto mancano di copiosi riscontri con casi evocati dalla classica antichità veneranda, e nonché Oreste, per causa d’onore uccisor della madre, e Virginio della figliuola, è perfin ricordato il leggendario Nino, che fu violento contro Semiramis che l’aveva ricercato d’incesto.
■ Non critica di testimoni; né psicologia d’uomini e fatti; né affetto, né arte; ma così volevano il costume ed i tempi, ne’ quali il Farinaccio fu principe de’ criminalisti più ponderosi, e, sebbene maculato di lordure molte e non lievi, giunse nella magistratura romana a ufficio di procuratore del fisco.
■ Uomo esperto era dunque e sapea di rivolgersi a tale, che, avendo inquisito nel processo, ne aveva cognizione sicura; e non avrebbe edificato sull’arena ponendo come premessa di fatto un pensier del suo capo. E molto meno avrebbe gravato, come in effetto gravò, il maggior carico delle accuse su Beatrice, se non avesse fermamente pensato che dovea essere credibile e creduta la causa che l’avea mossa. Se artificio di difesa fosse stato l’affermare, come Farinaccio affermò, «excusanda videtur Beatrix, quae patrem delinquentem et stuprum committere volentem occidit» non sarebbe stato artificio scemo e impudente in cospetto di tale giudice? Perché Beatrice non protestò ella la sciagura della quale era vittima innocente?
■ È a dubitarsi che le carte processuali contengano schiette ed intere le dichiarazioni degli imputati e de’ testimoni, se si pensi che la procedura inquisitoria fu spesso in que’ tempi strumento adatto a coprire bramosie di vendetta e cupidigia di lucri.
■ E il dubbio cresce quando si legga nella istanza rivolta da Lucrezia al Pontefice le doglianze che ella fa per molte circostanze appostele e non mai dette da lei; la lettera scritta pochi anni dopo da Bernardo al governatore di Roma, nella quale giura e protesta che il giudice ed il fiscale l’avevano sempre esaminato con minacce e avevano registrato a lor modo, senza suo detto o consenso; il carteggio infine dell’agente segreto del Duca di Toscana, nel quale si afferma che interrogata Beatrice cur fecit occidi molte cose rispose che non furono scritte.
■ Ma anche a ritenere schietto il processo, la povera fanciulla dové dimandarsi se peggior male fosse perdere la vita o, con tenue speranza di camparla, perdere insieme l’onore.
■ E «non so più che mi fare per non cadere da un male nell’altro» scrivea al Farinaccio, quando si dibattea negli spasimi dell’intima lotta.
■ Poi, quando insorse l’istinto della giovinezza, della bella giovinezza, che non avrebbe visto più mai, sotto la terra fredda ed oscura, la dolce luce del sole, tese le mani supplicando di rivelare al Pontefice la verità del fatto, la verità dell’orrendo suo caso….
■ La sentenza è nota; né la ferina atrocità delle pene era sola barbarie romana e italiana. Giacomo Cenci fu condannato ad essere tanagliato con tanaglie roventi lungo la via del supplizio e mazzolato sul palco e squartato e appese ai rostri le carni; Beatrice e Lucrezia ad aver mozza la testa.
■ Quella che fu barbarie squisita e solamente di tribunale pontificio (e fu proclamata benignità grande del Papa) fu avere costretto Bernardo ad essere spettatore della strage orrenda dei suoi; dopo di che doveva sotto strettissima custodia essere chiuso murato nel carcere per un anno, mandato quindi alle triremi, per quivi remigare in perpetuo, onde la vita gli fosse di supplizio e di sollievo la morte.
■ L’11 settembre 1599, su piazza di Ponte, la giustizia ebbe luogo. Tra il popolo e nelle Corti d’Italia non parve a tutti giustizia; e la confisca del patrimonio ricchissimo, compresi i beni fidecomissari, per legge non confiscabili, e l’esser gran parte di essi caduta in mano agli Aldobrandini, parve legittimare il sospetto e alimentò l’opinione.
■ Il tempo del nepotismo politico, pel quale i Papi miravano a dar governo di Stati a figliuoli e nipoti, s’era chiuso coi Farnese; quelli che seguirono stettero contenti ad ingrandire borghesemente la casa di peculio abbondante. Né Clemente sdegnò tale grandezza pe’ suoi; e fra l’eccidio de’ Cenci e l’impresa di Ferrara, il rogo di Bruno e la conversione del Navarrese, lasciò acquistare al cardinal Pietro il superbo palazzo dei Della Rovere e costruire la villa Aldobrandina magnifica. E pur nella riforma del clero mostrò in qual conto anche da uomini religiosi debbano essere tenute le ricchezze; che gli ordini mendicanti premette di rigide discipline e lasciò piena balia a’ prelati e chierici ricchi. Traiano Boccalini, che sotto il pontificato di lui fu giudice in Campidoglio, poté scrivere che nelle altre città l’oro era il secondo sangue, in Roma il primo; e i magistrati rendeano giustizia secondo il genio dei padroni e de’ protettori, menando il coltellaccio a rovescio se una borsa di scudi non sospendeva i lor colpi.
■ Tutte circostanze e ragioni non valevoli certo a dimostrare che l’avarizia fu estranea alla strage consumata in nome della giustizia.
■ Ma anche a non dubitare di ciò (che è difficile) la coscienza del pontefice doveva dire a sé stessa quel che non osarono i difensori, e cioè la impunità largita per consuetudine, anche in delitti atroci egualmente; non ultima né men vergognosa quella concessa a’ quattro figliuoli dei Massimi, che avevano crivellata di colpi la matrigna, il giorno dopo le nozze, nella casa e quasi sotto gli occhi paterni.
■ E più vivamente ancora gli dovea rimordere, come colpa, il pensier d’aver chiuso l’orecchio ai lamenti di donne indifese, aver lasciato mutar la casa in carcere e luogo di corruzione, indulgendo per prezzo e non curando la infezione del malo esempio e la ribellione delle vittime. Questi pensieri non ebbe o non reputò gravi abbastanza, e nella sentenza chiamò Francesco Cenci figliuol diletto al suo cuore e alla Chiesa.
■ Correano tempi assai tristi, ma fatti tali da uomini che, pure avendo le nozioni del bene e aspirando alla santità nella vita, eleggevano il male. E di ciò, né il Dio che impetravano co’ cilizi, né la storia che pretendevano muta, potrà assolverli mai.
■ Può essa assolvere la sciagurata famiglia per ciò che ebbe avversi gli uomini e i tempi? Non crediamo; ma non in tutto, fra l’orrore del tragico fatto, ci sembra indegna di compianto. Singolarmente la fragile creatura, a’ cui occhi la vita negò anche uno solo di quei sorrisi, che fan germogliare le nascoste gentilezze dell’anima. Meglio avrebbe fatto piegando con rassegnata dolcezza all’oscuro destino ed opponendo agli oltraggi supremi la dignità non tocca dall’altrui vizio o delitto.
■ Ma nessuno può negare che è rivolta de’ nervi e del sangue, se non sia anche d’un ideal senso di giustizia, «cacciare da una forma umana uno spirito del profondo inferno».”









