Una curiosa questione d’attualità: I cavalli pensanti di Elberfeld (1913)

Da La Scienza per Tutti, Anno XX, N. 97, 15 febbraio 1913.
Del dott. Cipriano Giachetti.

La questione dei così detti “Cavalli pensanti di Elberfeld” — da che se n’è impadronita la stampa quotidiana — interessa un po’ tutti. Ecco perché, tenendoci estranei ad ogni polemica, che lasciamo agli studiosi e agli specialisti di psicologia sperimentale, abbiamo gradita l’occasione offertaci dal nostro Prof. Giachetti di informare i nostri lettori delle clamorose esperienze di Elberfeld che interessano la storia naturale non meno della psicologia.

■ Dice il Darvin nell’Origine dell’ uomo: «Gli animali sociali son spinti in parte da un desiderio di porgere aiuto ai membri della medesima comunità in un modo generale, ma più comunemente a compiere certe azioni definite. L’uomo è spinto dallo stesso desiderio generale di assistere i suoi simili, ma ha, pochi o non affatto istinti speciali. Differisce pure dagli animali sottostanti per le facoltà che ha di esprimere i suoi desiderî colle parole, che così divengono la guida dell’aiuto richiesto ed accordato.»
■ Se la prima parte del ragionamento surriportato può andare anche oggi, ho gran timore che l’ultimo periodo debba ormai cancellarsi, o quanto meno ritenersi come il residuo di un vecchio pregiudizio, Carlo Darwin nelle sue mirabili esperienze sulle piante e sugli animali, esperienze che lo portarono alla concezione dell’evoluzione delle specie, non pensò a far discorrere le bestie.

“FIG. 1. VON HOSTEN, KRALL E HANS 1.”

■ Fortunatamente gli uomini camminano, e mentre si sforzano di approfondire i misteri della psiche che ci appartiene, volgono l’inquieto sguardo all’ingiro e vedono fenomeni altrettanto degni di attenzione. Pareva che fossimo eternamente paralizzati e soffocati fra le sottigliezze del sub-cosciente e le meraviglie, che non ci decidiamo ancora ad interpretare, del medianismo: pareva che fossimo costretti a girare sempre intorno ai problemi della coscienza, dell’associazione e del corso del pensiero. Un bel giorno invece abbiamo saputo che dei cavalli parlavano e facevan di conto, e gli sguardi di tutti si son rivolti con riconoscenza verso quella cittadina tedesca che, con la nuova luce, sembrava liberarli da quel fastidioso lavoro di Sisifo.
■ Raccontiamo, anzi tutto, i fatti.


■ I primi che fra noi hanno parlato dei cavalli pensanti sono stati — se non mi sbaglio — il professor G.C. Ferrari nelle sue Riviste di Psicologia, il dottor William Mackenzie, in un articolo della Tribuna, in una conferenza al Congresso delle Scienze di Genova e nella Rivista di Psicologia, il dott. Roberto Assagioli (1) in una conferenza da lui tenuta a Firenze ed altrove.
■ Il dott. Mackenzie e l’Assagioli hanno anche partecipato alle esperienze di Elberfeld e quindi danno, sotto ogni punto di vista, le maggiori garanzie.
■ Il precursore dell’attuale movimento di studi psicologici sui cavalli fu un modesto insegnante, il Von Hosten, che avendo notato dei segni spiccati d’intelligenza nel suo cavallo Hans cominciò a insegnargli ad ubbidire a certi comandi alla voce, poi a contare con un ingegnoso sistema tipsologico, a fare alcune piccole operazioni aritmetiche: Hans era riuscito ad associare i suoni e i caratteri scritti all’idea di numero, quindi riconosceva i numeri ed era, fino ad un certo punto, capace di valersene (fig. 1).

“FIG. 2. VON HOSTEN ISTRUISCE HANS.”

■ Ma le esperienze, del von Hosten furono messe in dubbio: la scienza ufficiale le condannò. L’unico o quasi che aveva avuto fiducia in quel pioniere oscuro, il signor Carlo Krall, gioielliere ad Elberfeld, ereditò da lui il sapiente Hans e riprese per conto suo e con maggior lena gli esperimenti su altri cavalli che hanno dato, in poco tempo, dei risultati veramente straordinari. Molte di queste esperienze sono state pubblicate dal Krall stesso nel suo libro Denkende Tiere (bestie pensanti) che ha provocato in quest’anno un gran chiasso fra gli scienziati e più che altro fra gli psicologi. Alcuni di questi, ottenutane l’autorizzazione dal Krall, si sono recati ad Elberfeld per esaminare alla lor volta i famosi cavalli, forse con la segreta speranza di scoprire quel trucco che è la più nobile aspirazione di ogni scienziato serio: se ne ritornarono con le pive nel sacco, o, per usare un linguaggio meno indegno di uomini illustri, se ne vennero con la persuasione che il trucco non c’era, che non esistevano segni convenzionali fra l’esperimentatore e i cavalli, che i cavalli erano insomma capaci di funzioni mentali che fino ad ora si credevano riservate all’uomo.

“FIG. 3.- ZARIF AL LAVORO.”

■ Così, pur non compromettendosi e giustamente sul valore psicologico di tal fatto, scienziati e studiosi quali Kraemer, Sarasin, Ziegler, Besredka, Claparéde, von Buttel, e fra i nostri Mackenzie ed Assagioli, convennero nell’autenticità del fenomeno e parvero anche persuasi dell’urgente necessità di ulteriori studî tantoché non hanno esitato a fondare una società per lo studio della psiche animale o, come la chiamano, di zoopsicologia.
■ Vediamo, con l’aiuto del Mackenzie, dell’Assagioli e del Claparéde, di riassumere le più interessanti esperienze.
■ I cavalli osservati sono diversi, ma quelli che sono stati seguiti meglio e che hanno dato prova di maggior intelligenza sono due stalloni arabi di 6 anni Zarif e Muhamed.
■ Questi stalloni, istruiti per alcuni mesi dal Krall, hanno rapidamente appreso, col metodo che dirò più sotto, a conoscere i numeri, a contare, a fare alcune operazioni matematiche, (fino all’estrazione di radici quadrate e cubiche) a riconoscere gli oggetti, a rispondere ad alcune domande, e, cosa quanto mai interessante, ad esprimere anche dei pensieri spontanei.

“FIG. 4. – LA SCUOLA DEI CAVALLI.”

■ Il Mackenzie indica così i risultati più sorprendenti ottenuti in sua presenza:

«a) risultato giusto di operazioni aritmetiche scritte in lettere (grafia fonetica) sulla lavagna, in una o due lingue, senza alcuna manifestazione verbale dell’operatore: p. es.:

b) soluzione di problemi come questo, scritto sulla lavagna e spiegato a voce:

c) soluzione di problemi come i seguenti, scritti senza parlare:

d) indicazione, mediante la tiptologia convenzionale, dell’ora e dei minuti segnati su un quadrante d’orologio; della data segnata sul calendario, col mese e coll’anno; di altre date seguenti o precedenti p. es.: fra due giorni, tra un mese, tre settimane or sono, ecc.;
e) indicazione, collo stesso sistema, di nomi proprî uditi per la prima volta al momento stesso della prova;
f) designazione, in grafia fonetica tedesca, di oggetti mostrati al cavallo anche per la prima volta (naturalmente quando esso conosca già la parola generica relativa);
g) dimostrazione di conoscere, in senso umano, colori ed altre qualità di oggetti mostrati;
h) espressioni tiptologiche spontanee ma perfettamente intelligibili, di moti affettivi, desiderî e simili» (2).

■ Queste esperienze che ho voluto citare tali e quali son riportate dal Mackenzie per non alterarne involontariamente i particolari e sono fatte per mezzo di un linguaggio convenzionale che mi affretto a spiegare. Intanto come si è arrivati a far comprendere ai cavalli il concetto di numero? Von Hosten procedeva con dei birilli (fig. 2): ne mostrava prima uno al cavallo dicendo forte la parola uno, poi due con lo stesso sistema, ecc., e facendo battere un colpo, due colpi via di seguito con lo zoccolo. Il Krall ha ripreso il sistema perfezionandolo, facendo battere cioè ai cavalli le unità colla zampa anteriore destra, le diecine colla sinistra. Poi vengono mostrati ai cavalli degli oggetti, indicati ad alta voce col loro nome: per esprimere le lettere il cavallo batte a destra e a sinistra un piccolo numero convenzionale di colpi, secondo una tabella alfabetica, in cui le lettere sono contrassegnate da numeri (v. figg. 3 e 4).
■ Non riporto la tabella e non mi addentro nel meccanismo pedagogico dei cavalli, per non andar troppo per le lunghe: chi voglia più ampî schiarimenti sa ormai dove andarli a trovare.
■ Quello che importa qui è il risultato: quando i cavalli sono disposti all’esperimento (talvolta sono svogliati e dànno apposta delle risposte falsate) sbagliano raramente. Anche delle operazioni matematiche assai difficili vengono da loro compiute con rapidità.
■ Uno degli esperimenti che mi sembra più decisivo è questo riferito dall’Assagioli, perché dimostra nei cavalli dei poteri logici, la possibilità non solo di associare, ma anche di indurre.
■ Fu presentato a un cavallo (mi pare Muhamed), il ritratto di una ragazza, domandandogli che cos’era. Il cavallo compitò Mädchen (ragazza). Gli fu poi domandato perché avesse detto che quella era una ragazza. Il cavallo rispose: capelli lunghi (cioè: «perché ha i capelli lunghi»). Gli fu domandato anche se vi fosse un’altra ragione per distinguere una ragazza da un uomo e il cavallo rispose: (perché) non (ha i) baffi.
■ Non mi dilungherò sugli altri molti interessanti risultati: questi che ho esposto posson bastare per dare un’idea al lettore della grande portata del fenomeno. Credo anzi che più d’uno rimarrà incredulo, e, dico la verità, incredulo sarei rimasto anch’io se quelli che hanno studiato e riferito non fossero superiori ad ogni sospetto, gente pratica di esperienze e non facile: a lasciarsi prendere di sorpresa.


■ La meraviglia e l’incredulità nostra si spiegano con le novità della cosa: tutte le scoperte sono passate per questo stadio di prova ed hanno in principio provocato le risate dei ben pensanti. Se i cavalli e gli altri animali non ci avevano dati finora segni d’intelligenza attiva, se non eran potuti entrare in relazione con noi, se non a traverso alla fantasia di Swift o ai racconti delle Fate, è stato probabilmente perché non ci siamo mai occupati d’insegnar loro a conoscere ed a parlare, tanto eravamo sicuri delle nostre smisurate superiorità mentali, o piuttosto della loro incalcolabile inferiorità. Ora noi li studiamo con metodi nostri e con preoccupazioni ancora antropocentriche: chi sa che fra loro gli animali non abbiano modo di corrispondere in altra maniera da quella che è venuta in testa al signor Krall d’insegnare ai cavalli!
■ Naturalmente tutte queste sono semplici ipotesi, che potrebbero anche non aver fondamento di verità: i cavalli di Elberfeld se per alcuni dànno prova di un vero intelletto raziocinativo, se si dimostrano insomma capaci di pensare, per altri non sarebbero niente altro che dei meccanismi ben combinati, e le esperienze loro si dovrebbero o a dei segnali convenzionali fra i cavalli stessi e l’esperimentatore, o ad un fenomeno di suggestione, o trasmissione del pensiero, o di rievocazione del subcosciente.
■ Tuttavia mi pare, da quello che è stato osservato e scritto, che le ipotesi dei segni convenzionali et similia possano ormai escludersi anche perché sono più complicate di tutte. L’uomo è così attaccato alle proprie credenze, e così misoneista nell’animo, che preferisce ricorrere alle spiegazioni le più difficili pur di ammettere ciò che può andar contro alle sue idee ormai radicate ed accomodate in un pacifico equilibrio!
■ Del resto i professori Kraemer, Sarasin e Ziegler per non citare altri, hanno fatto e stampato tali dichiarazioni che possono mettere la coscienza in pace anche ai più severi e ai più scettici. È bene riprodurle tali e quali per mostrare che i fatti di Elberfeld non sono un esercizio da circo equestre, ma costituiscono una tappa importante nella storia della psicologia. Ecco il risultato delle osservazioni che i detti scienziati non hanno esitato a pubblicare:

1. È accertato che i cavalli leggono dalla lavagna numeri e parole esprimenti numeri (in scrittura fonetica, tedesca o francese) e che eseguiscono con quei numeri le operazioni di calcolo loro indicate a voce o per iscritto.
2. È accertato che i cavalli istruiti da alcuni mesi soltanto eseguiscono calcoli relativamente semplici, ma non possono risolvere problemi più difficili.
3. È accertato che i cavalli istruiti da tempo più lungo — e cioè Muhamed e Zarif — dànno la soluzione giusta anche per calcoli più difficili. A questo proposito si può osservare una differenza individuale nelle disposizioni naturali. Inoltre si osserva che talvolta i cavalli si rifiutano di risolvere quesiti anche facilissimi. Questo fatto è in modo evidente collegato ad una alterazione di umore, che spesso si riconosce con chiarezza anche dal comportamento generale degli animali in esame.
4. È accertato che i cavalli sono in grado di esprimere in lettere, mediante la tabella apposita, numeri, nomi ed altre parole, anche se non mai da loro udite prima dell’esperimento. La grafia è data dal suono della parola ed è spesso affatto inattesa.
5. È accertato che qualche volta i cavalli esternano spontaneamente manifestazioni intelliggibili, secondo la tabella delle lettere.
6. È accertato che tutto il lavoro dei cavalli ha luogo all’in fuori di una qualsiasi segnalazione. Ciò risulta tanto dal genere di molte risposte, quanto dal fatto che parecchi esperimenti (anche di calcoli difficili) riuscirono pure in assenza dello stalliere e mentre il signor Krall stava fuori del locale, cosicché egli non poteva esser veduto dai cavalli. Anzi il successo si ottenne perfino in casi, nei quali tutti i presenti si erano allontanati dal locale, rimanendo invisibili ai cavalli stessi.

Elberfeld, 25 Agosto 1912.
Prof. Dr. H. KRAEMER (Hohenheim-Stoccarda).
Dr. PAUL SARASIN (Basilea).
Prof. Dr. E.H. ZIEGLER (Stoccarda).

■ Bisognerebbe ora vedere quali sono le conseguenze che derivano dalle esperienze di Elberfeld: ma io credo che in questo primo stadio di tentativi sia veramente prematuro ed imprudente trarre delle illazioni che potrebbero esser domani smentite dai fatti. Se questi, come pare certo, verranno confermati, sarà distrutta una volta per sempre la credenza, accettata dai più svariati sistemi filosofici, per lo meno da Aristotele fino a Cartesio, che nega agli animali un’intelligenza o, come più volentieri si diceva, un’anima.
■ Si verrebbe forse a una più esatta valutazione delle energie psichiche naturali, che è probabile non siano riassunte nell’uomo, per quanto in esso abbiano il loro culmine, ma siano più o meno latenti in altri animali che aspettano il fiat vivificatore. Ciò porterebbe senza dubbio a una modificazione dei concetti odierni sull’evoluzione e sui mezzi di essa, per esempio sulla selezione naturale che avrebbe conservato per secoli organi adatti ad una funzione che non è stata finora mai compiuta.
■ Tuttavia anche in ciò bisogna andar cauti, poiché, come abbiamo visto in nostri articoli precedenti, il concetto evolutivo non è più quello fisso del Darwinismo, ma ha una larghezza comprensiva che può includere benissimo altre scoperte ed altre ipotesi.
■ Quello che è ora necessario è studiare, studiare senza falsi rispetti umani, ma anche senza fretta di concludere. E quelli che invocano il solito: «dove si andrà a finire?» sono pregati di chetarsi e di aspettare. Non sarebbe la fine del mondo se l’uomo venisse detronizzato: ma per ora i cavalli… hanno molto da camminare prima di giungere a questo risultato. Non conviene scordarsi che, caso mai, è l’uomo che ha insegnato a parlare ai cavalli e non viceversa!

Nota. — Al momento di licenziare questo articolo mi giungono diverse pubblicazioni sull’argomento. Notevoli specialmente quelle di Cesare Vesme sulla Stampa, negli Annales des Sciences Psychiques, ecc. I fatti sono presso a poco quelli cui ho accennato nel presente articolo, essendo riferiti dagli autori cui ho attinto io stesso: mutano invece le interpretazioni. Ma di queste ho detto di non voler per ora discorrere: non mancherà il tempo di farlo in un altro articolo nel quale passerò in rivista i principali modi di vedere sulle manifestazioni dei cavalli. L’argomento è di un grande interesse e di una grande importanza e la letteratura in proposito aumenterà certo ogni giorno in maniera impressionante. Quanto a me credo sarebbe utile discorrere meno ed esperimentare di più!

(1) Debbo alla cortesia dell’egregio dott. Assagioli le fotografie che illustrano il presente articolo.
(2) V. articolo di Mackenzie in Rivista di Psicologia — Anno VIII, N. 6.”