I vecchi passaporti (1908)

Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XIV, N. 3, marzo 1908.
Di Jacopo Gelli.

” ■ Quando la bicicletta non si conosceva, quando l’automobile rappresentava una utopia di sognatori; quando i treni non c’erano, o se esistevano, trotterellavano lemme lemme a venti o a trenta chilometri all’ora; quando la maggior parte del genere umano viaggiava a piedi o in diligenza, ci voleva il passaporto, viatico indispensabile a tutte le persone che si allontanavano di qualche chilometro dal focolare domestico. Perché, in allora, ad ogni bivio, a tutti i ponti, a ciascuna porta, uno stuolo di gabellieri e di birri gareggiava nel mettere a dura prova la pazienza e la tolleranza dei santi viaggiatori. E li assoggettava ad ogni specie di angherie, sotto la forma di controlli, e pedaggi, praticati da codesti bietoloni con tutta l’impertinenza di una autorità corruttibile, ma mai corrotta quanto bastasse, da una buona mancia.
■ Codesto flagello pei viaggiatori forse fu meno crudele nei tempi remoti, che non in epoche recenti; quando, cioè, si riteneva che in Italia e fuori governasse la Libertà, legata a doppia corda all’Eguaglianza e alla Fraternità e, anche dopo, sino alla breccia di Porta Pia, come avremo campo di constatare in seguito.


■ I primi passaporti per uomini e per cose non presentano elementi di studio a chi li raccoglie ed esamina; generalmente hanno la forma di semplici lettere autografe, firmate da principi, da signori, o da vassalli, con le quali si autorizza il cittadino di recarsi altrove per un tempo determinato (pena la confisca dei beni e peggio se non rientrerà nello Stato o nella città nel tempo assegnatogli), o per importare, o esportare una determinata quantità di una particolare mercanzia. Ma i passaporti del secolo XVII assumono invece l’aspetto di salvacondotti — specialmente in Italia e in Francia — ove le lotte religiose e quelle politiche inducono signori e non signori a un continuo battagliare. A partire da codesta epoca i passaporti offrono allo studioso svariatissimi elementi di esame, perché sovente assurgono a documento, storico e… filologico.
■ Infatti, esaminando i passaporti del secolo XVII e quelli del XVIII, troveremo che la forma primitiva delle patenti del cinquecento è stata sostituita da una specie di certificato, redatto con frasi stereotipate e già entrate nell’uso comune della burocrazia di quei tempi sino… alla Libertà elargita ai popoli dalla rivoluzione francese.
■ Il primo esempio di codesta novella forma di passaporto lo trovo (tra i quattrocento della mia raccolta) in quello rilasciato al conte Claretti di Ponzone da Franesco di Bonne duca di Lésdiguiers, del quale è qui riprodotta la firma (fig. 1). È un documento raro e interessante.

“(FIG. 1) — FIRMA DI LÉSDIGUIER NEL PASSAPORTO DEL 1617.”

■ Il conte Claretti o Claret di Ponzone, segretario del duca Carlo Emanuele I; addetto al seguito del protettore di Alessandro Tassoni, l’ambizioso e dissipatore cardinale Maurizio di Savoja, e grande amico ed estimatore egli stesso del poeta modenese, fu ambasciatore presso le Corti di Francia e di Roma e poi presso la Serenissima di Venezia per conto del suo signore.
■ Il Lésdiguiers, pari, maresciallo e connestabile di Francia, rilasciava il passaporto al Claretti il 31 di marzo 1617, mentre si trovava ad Asti, nella sua qualità di generalissimo dell’esercito francese. Come si sa, il Lésdiguiers, da semplice gregario, assurto in breve al comando generale degli eserciti dei Calvinisti, aveva messo in rotta i cattolicissimi De Vins e duca d’Epernon, assicurando in tal guisa il trono ad Enrico IV.

“(FIG. 2) — PASSAPORTO TOSCANO PEL DOTT. CAMBIAGI 1778.”

■ Più tardi il temuto calvinista tornò in grembo alla Chiesa Romana, ciò che gli fruttò nuovi e grandi onori, e ricchezze non poche.
■ La forma letteraria francese, usata dal Lésdiguiers nel 1617, differisce ben poco da quella italiana, praticata nel 1625 dal cardinale Alderano Cybo, segretario di Stato di Urbano VIII, nel passaporto (fig. 3) rilasciato al conte Orazio Caisotti romano (sebbene fosse piemontese) gentiluomo del fastoso cardinale Colonna, protettore di letterati e di artisti.
■ Il documento porta la firma autografa del cardinale Cybo, poiché, quando si trattava di rilasciare un passaporto a persona di nessun rango, o si negava, o si faceva firmare da un maggiordomo qualunque, infarinato di lettere.
■ Verso la metà del secolo XVIII veggono la luce i passaporti stampati, con le solite raccomandazioni ai Ministri, Officiali di Giustizia e Guerra, ecc. che non gli diano (al viaggiatore) molestia, ecc.
■ La figura 2 rappresenta il passaporto rilasciato dal ministro di Pietro Leopoldo, Tommaso Piccolomini, al dottore Giovacchino Cambiagi per intraprendere un viaggio in Francia, in Inghilterra in Olanda ed in Germania.

“(FIG. 3) — PASSAPORTO PEL CONTE CAISOTTI A FIRMA CARD. CYBO 1627.”

■ Altri cinque passaporti rilasciati dai ministri d’Austria e di Baviera seguono e proteggono nella lunga peregrinazione il dott. Cambiagi, il quale rimane assente da Firenze per quasi tre anni. Tanti quanti forse occorsero al buon medico fiorentino (nato nel 1740) per raccogliere il materiale necessario onde scrivere la Storia della Corsica e quella della Sardegna; ovvero per dar prova della sua amicizia e della sua liberalità ai fuorusciti côrsi, ch’egli protesse ed aiutò con cuore di italiano, quando pel mercato fatto dell’isola, la Francia sostituì la Repubblica Genovese in quel dominio.
■ Ed ecco un passaporto austriaco (fig. 4) del 1793, rilasciato ad Antonio Sabasti il familiare di fiducia di Giuseppe Doria, nunzio in Francia prima, in Sassonia poi e quindi cardinale Doria Pamphili, ricco e magnifico signore, che spendendo danari, seppe ammassarne parecchi. Ebbene, anche questo passaporto ben poco differisce da quelli in uso altrove, e in Italia particolarmente, dei quali anzi pare una fedele traduzione.


■ Dalla leggenda stereotipata sul finire del secolo XVIII si allontanò il Piemonte; perché, governato da persone nate, ed educate quasi sempre in Francia, non poteva sottrarsi a quella specie di mania, che spesso si riscontra nel meno.., grande, di imitare, per quanto possibile, i grandi, a fine di non essere considerati inferiori a quelli.
■ La figura 5 rappresenta infatti la testata di un passaporto piemontese del 1796, quando Carlo Emanuele III già sentiva sfuggirsi di mano lo scettro. Il documento è rilasciato a favore di Giuseppe Melano, corriere di gabinetto, che da Torino andava a Roma, portatore di un piego diretto al cavaliere di Priocca, ministro plenipotenziario presso la Corte romana.
■ Ed in quel piego c’era… la nomina del Priocca a ministro sardo degli affari esteri; nomina che due anni dopo lo costrinse a pubblicare la fiera protesta contro la prepotenza e la slealtà dei francesi; protesta rimasta senza effetto in allora, ma profondamente impressa nell’anima degli italiani per le sacrosante verità che vi si contenevano.


■ Passiamo ai passaporti tristi, perché sono documenti irrefutabili di tristissimi tempi. Ecco quello rilasciato al mite barone Scoppa da Fabrizio Ruffo,cardinale, nato a San Lucido. Come si sa, questo prelato si incaricò di fare insorgere le Calabrie contro la Repubblica Partenopea. A tale scopo egli si pose alla testa di un’orda di briganti, da lui battezzata: Esercito della Santa Fede (fig. 6).
■ L’orda da lui diretta si impadronì, tra il 1798 e il 1802, di quasi tutte le città calabre, commettendo orribili eccessi. Incendi, ammazzamenti, stragi, stupri, violenze, ruberie e… peggio, codesto ministro di Dio permise e incoraggiò non solo contro i fautori di nuove idee, ma anche contro coloro che alle idee nuove erano fermamente avversi. Un tal procedimento del resto non è nuovo ed il cardinale Ruffo doveva saperlo, da ché egli imitò Facino Cane, capitano del Ghibellini, il quale, entrato in Pavia, come era convenuto, saccheggiò soltanto i beni dei Guelfi, e quando questi furono finiti, cominciò le sue scorrerie nelle case dei Ghibellini; e perché questi andarono a lagnarsi di essere stati spogliati, essendo della stessa fazione: «Voi dite la verità, disse Facino, voi siete tutti Ghibellini, ma i beni sono Guelfi!»

“FIG. 4 — PASSAPORTO AUSTRIACO DEL 1793.”

■ La Repubblica francese, avendo aboliti gli stemmi di ogni sorta, introdusse la costumanza di ornare la parte superiore dei documenti e delle lettere che da’ suoi uffici partivano vignette allegoriche, nelle quali talvolta si profuse la genialità dei migliori artisti di codesta epoca non felice per gli italiani. Ed infatti il Panizza disegnò la testata del passaporto che è riprodotto nella vignetta N. 7 e il rinomato incisore piemontese Stagnon ne fece il rame. Dello stesso Stagnon è pure il biglietto di cinquanta lire emesso dalla tesoreria di Carlo Eman. IV nel 1799, a somiglianza dei famosi assegnati repubblicani. L’incisione è quanto di più delicato si poteva desiderare dalla mano di un artefice rinomato (fig. 9), quale era lo Stagnon. Ma le lodi per la finezza della esecuzione dettero alla testa al bravo incisore, il quale per essere certo che tali lodi meritava, si dié a riprodurre il proprio lavoro, sicché in breve il mercato — come oggi si direbbe — fu invaso da codesti duplicati esattissimi. E la eguaglianza perfetta tra i buoni biglietti e quelli falsi, fece sospettare nell’incisore il falsario. Sorpreso in flagrante e processato, lo Stagnon fu mandato a incidere le cedole nelle galere piemontesi.
■ Ma torniamo al passaporto repubblicano del dipartimento dell’Eridano (fig. 7). È il primo di questi documenti nel quale la formula antica è sostituita dalla nuova; o per essere più esatti: ai titoli nobiliari e cavallereschi di chi rilasciava il passaporto furono sostituiti i connotati del cittadino a cui veniva rilasciato, affinché altri (i nobili perseguitati e profughi, per esempio), non se ne servissero per isfuggire alle ricerche della polizia di Marat, di Robespierre e successori loro.

“FIG. 5. — PASSAPORTO PIEMONTESE DEL 1796.”

■ In quell’epoca di sedicente Libertà, il passaporto assurse a documento di importanza grandissima; da ché, non solo era necessario averne possesso per andare da una città ad una altra; ma anche per girare con una relativa tranquillità nella stessa borgata o città. E coloro che dalla propria residenza si allontanavano senza passaporto, erano certi di vedersi mettere al bando e trattati da fuorusciti e peggio. E così e non altrimenti la Commissione esecutiva della Nazione Piemontese ai 15 di ottobre del 1800 trattò l’arcivescovo di Torino, per essersi allontanato dalla sua diocesi e dalla Nazione Piemontese senza il passaporto, e quindi senza la dovuta autorizzazione; e perciò: «decreta che il cittadino Rubotti, già vicario generale del vescovo di Tortona, amministratore della Mensa arcivescovile, passi all’Ospedale Generale di Carità del Comune di Torino due terzi delle rendite di codesta Mensa arcivescovile». Il decreto porta la firma del De Bernardi e del Marochetti, nonno del barone Marochetti, onore della scultura italiana.


■ Colla restaurazione il passaporto italiano assunse tutti i caratteri di un documento poliziesco; e sebbene nella forma e nella fraseologia rimanesse quale lo aveva trovato la invasione francese, non era possibile ottenerlo, se prima il capo della Polizia locale non consegnava un certificato di buona condotta; e quando s’era ottenuto il passaporto non era possibile rimanere in una data località, se mancava un nuovo certificato di una autorità qualsiasi, ma benvisa alla polizia, la quale garentisse che il nuovo arrivato non era carbonaro, che professava sentimenti ostili a qualsiasi rinnovamento e che… si confessava e comunicava almeno a Pasqua di Resurrezione. E se taluno aveva ottenuto il passaporto dal proprio Governo,non trovava asilo, se il principe lo avesse richiamato in patria, ed egli non avesse prontamente ubbidito.

“FIG. 6. — PASSAPORTO RILASCIATO DAL CARDINALE RUFFO NEL 1799.”

■ È noto il caso toccato al marchese del Borgo, ricchissimo signore piemontese. Non potendo egli sopportare il clima di Torino aveva chiesto ed ottenuto di stabilirsi a Pisa. E quivi, al tiepido clima dell’Arno, il buon marchese chiedeva ristoro per la incerta salute, quando Vittorio Amedeo III gli fece pervenire un «biglietto regio» col quale gli ingiungeva di acquistare uno dei lati della piazza S. Carlo di Torino, fatta costrurre dal Re, e di edificarvi un magnifico palazzo, sopra un piano che gli venne prestabilito, e di mobigliarlo con grande magnificenza. Il marchese morse il freno, ma pagò la terra e costrusse un lato della piazza S. Carlo; fece scegliere la mobiglia, disporla nell’appartamento e… ne pagò il conto, purché lo lasciassero in pace a godere del sole dell’Arno. Ma un altro «biglietto regio» ordinò al povero marchese di abitare una residenza così magnifica, e perché egli era restio, gli fu ritirato il permesso di rimanere fuori del regno.
■ Se non vecchio, certo acciaccoso per la triste salute, il marchese, ingoiando fiele, venne a Torino; si stabilì in una stanza da servitore, lasciando il resto del magnifico appartamento alla disposizione della capra che gli forniva il latte. Ciò prova come a’ quei tempi il principe avesse il tempo di occuparsi anche delle cose private dei sudditi suoi.
■ Napoli fu meno reazionaria del Piemonte e, pur ritornando al vecchio passaporto, anteriore alla rivoluzione, solo impose la vidimazione di partenza e di arrivo per non rimanere indietro degli altri Stati italiani.

“FIG. 7. — TESTATA DEL PASSAPORTO DELLA CISALPINA (1800 CIRCA).”

■ E così il passaporto rilasciato a Napoli da D. Luigi De Medici a D. Antonio Sapienza di Pietroburgo (ma napoletano), maestro di cappella, per venire a Milano, fu visto e vidimato dal ministro degli affari esteri; dall’autorità militare austriaca e da quella borbonica; dal direttore di polizia; dal console generale di Toscana; dalla Nunziatura apostolica, di Napoli; prima di ricevere il visto sortire al Reclusorio e visto passare dal sergente Pascali!… E quando don Antonio Sapienza arrivò a Milano, il suo passaporto aveva ricevuto 36 visti e 26 bolli d’ogni specie! E questo era… il meno giacché ad ogni bollo e ad ogni visto bisognava pagare, e don Sapienza pagò per codesto diritto di farsi vedere tra Napoli (7 gennaio) e Milano (26 gennaio) la bella somma di quasi 18 lire delle nostre.


■ Andiamo oltre. Ecco il nuovo passaporto degli Stati pontifici posto in essere dopo la cacciata dei francesi e il ritorno all’antico. E non avrebbe una importanza straordinaria se non portasse la firma del genovese Luigi cardinale Lambruschini, flagello dei liberali durante il pontificato di Gregorio XVI; odiato, detestato dalle popolazioni per la sua crudeltà contro chiunque fosse sospettato di essere meno ortodosso del рара.
■ Nel 1847 lo troviamo membro della Consulta di Stato, poi nel 1849 profugo a Gaeta con Pio IX; ma senza passaporto!
■ Più interessanti quelli rilasciati dal cardinale Lambruschini sono i passaporti dati dalle varie Legazioni straniere presso la Santa Sede durante il periodo burrascoso sì, ma glorioso per tanti eroi della indipendenza italiana; vo’ dire: durante la Repubblica Romana.
■ Codesti passaporti non differiscono dai soliti in alcuna loro parte esteriore; ma solo nel visto: che è seguito dal viatico fornito, in ragione d’un baiocco al miglio, a chi veniva munito di codesta specie di passaporti. Ed erano rilasciati generalmente a persone di fiducia, le quali si incaricavano di portare fuori di Roma notizie ed altro alle autorità rimaste fedeli al Governo Pontificio e agli emissari di questo. Di tal genere di passaporti, sortiti quasi tutti dalla Legazione di Baviera, ne conto una ventina nella mia raccolta, e tutti sono intestati a italiani di umile condizione, i quali, pare, si adattavano per convincimento o per danaro a praticare il lucroso mestiere di emissario o di spia; e tutti portano il visto e il bollo della Intendenza della prima Divisione Militare di Roma. Talvolta, invece di pagato il viatico all’emissario, vi si legge: non pagato per mancanza di fondi; tal’altra, al visto arrivare è aggiunto: e trattenuto per sospetto o per informazioni dalla Direzione di Polizia; e quando capita di leggere codesta annotazione, il visto di partenza si fa attendere otto o dieci giorni dall’arrivo. E chi veniva sospettato, non c’è bisogno di ripeterlo, passava l’attesa al coperto, nelle carceri locali, se non era una finzione poliziesca il sospetto.

“FIG. 8. — PASSAPORTO PEI LAVORATORI.”

■ Ad un disgraziato, Jacopo Noci, che da Roma andava a Venezia, prima di giungere ad Ancona, capitarono quattro sospettazioni, con l’accompagnamento obbligato di ventidue giorni di arresto in sorveglianza. Finalmente giunto ad Ancona, venne fatto tornare a Roma… probabilmente con le risposte alle lettere da lui portate alle autorità che lo avevano incarcerato in sorveglianza. Sta di fatto che il signor Noci non pensò mai di metter piede a Venezia e più volte nel 1849 fece e rifece la commedia di andare a… Venezia e di farsi trattenere per informazioni.

“FIG. 9. — CARTA MONETA PIEMONTESE INCISA DALLO STAGNON.”

■ Francesco V, duca, di Modena, aveva istituito il passaporto pei lavoratori, riprodotto alla figura 8. Quello veniva rilasciato dal Ministero di Buon Governo; e differiva dagli altri passaporti per la gratuità del rilascio.
■ Per ultimo ecco il passaporto rilasciato a donna Elisabetta Ruspoli dal cardinale Giacomo Antonelli. Il documento è del 1863 e porta la firma autografa del figlio dello spaccalegna di Sonnino, che per 26 anni diresse la segreteria di Stato e il patrimonio di S. Pietro e suggeri a Pio IX la politica del non possumus.
■ Trattandosi di una dama di qualità il cardinale Antonelli dimenticò l’origine sua boschereccia e volle essere cavaliere, rilasciando il passaporto gratis e senza i connotati alla richiedente. Ma, sebbene esperto in materia femminile, il cardinale dimenticò di essere cavaliere completo, facendo inscrivere in testa ai soppressi connotati gli anni dell’ottima principessa. Da quando alla donna è stato contestato il diritto di dimenticare le primavere trascorse?

“FIG. 10. — PASSAPORTO CHINESE RILASCIATO AL PITTORE CANEVA.”

■ La figura 10 riproduce un passaporto concesso nel 1863 dall’imperatore celeste al pittore romano Caneva, su richiesta del console generale francese a Shangai. Cosa dica codesto monumentale passaporto io non saprei; solo posso accertare che riuscì efficace; in seguito. Taluni anni dopo il Caneva corse il rischio di rompersi l’osso del collo in Roma in una avventurosa ascensione aeronautica da lui tentata con una mongolfiera.


■ Ho qui accennato superficialmente ad una piccola parte delle cose curiose che a uno studioso può rivelare una raccolta di passaporti vecchi; e se non potessi tornare sull’argomento, nutro fiducia che la persona la quale possedesse un maggior acume dello scrivente, da codeste vecchie carte potrebbe trarre aneddoti ora piccanti e gai; ora tristi e dolorosi, ovvero strani, da formarne un volume, meno noioso di queste righe, e capace di persuadere il lettore della strada percorsa in meno di mezzo secolo dalla civiltà e convincerlo una volta di più, che a codesto assalto vittorioso alle barriere tra popoli e regioni, inciampanti ogni progresso, hanno validamente concorso la bicicletta, l’automobile e specialmente il nostro benemerito Touring col suo potente e vivo organismo di oltre sessantamila soci.”