Da La Lettura, Anno XLIV, N. 2, febbraio 1944.
Di Adrianna.
” ■ Non esiste bambino che non aspiri al possesso di un ombrello: è una passione inesplicabile per gli adulti, inesplicabile quanto la quinta malattia. Aggrappati al manico nodoso dell’ampio parapioggia del nonno, i fanciulli si lanciano da piccoli rialzi del terreno, con l’ingenua illusione di ripetere le audacie dei più celebri paracadutisti; con lo stesso ombrello, convenientemente sistemato, fingono di costruirsi una tenda degna di Robinson Crusoe, e via dicendo.
■ Queste immagini si affacciavano al mio cervello durante la visita al Museo degli ombrelli a Gignese. Un piccolo caseggiato raccoglie e cataloga ombrelli e parasoli di ogni qualità e foggia: parapioggia storici e parapioggia anonimi, leggerissimi parasoli e truculenti paracqua di cotone verde e rosso, manici di avorio, di ebano, di madreperla, intagliati, semplici, cesellati, pomi raffiguranti teste di draghi o ingenui musetti canini, ombrellini a forma di fiori, ultimo ricordo di qualche attrice ormai dimenticata.
■ Alcune fotografie, alle pareti, rammentano ancora una volta la passione di alcuni uomini politici per l’ombrello adoperato anche come bastone da passeggio e la pomposità dei preti copti, tutti infagottati di bianco, con il nero viso riparato dal parapioggia.
■ Il museo degli ombrelli, forse unico in tutto il mondo, è stato costruito con lo scopo di ricordare ai visitatori, non la storia dell’ombrello che è varia e si perde in tempi remotissimi, ma la vita di sacrificio e di vocazione degli «ombrellée» che, per la maggior parte, provenivano da Gignese. Questi partivano dalla loro piccola casa, fedelmente riprodotta nel museo, e sciamavano in tutto il mondo, raddrizzando forcelle, aggiustando impugnature, cambiando stecche. Portavano a tracolla, come una faretra domestica, una cassetta verde con gli utensili, sempre rigurgitante di ombrelli ed ombrellini, e, chiusi come in una casta, si stabilivano in tutte le nazioni, anche le più lontane. Alcuni arricchivano, fondavano floride industrie nel Brasile, in Argentina, e poi ritornavano al paese per costruirvi, fra il verde dei campi, una villa dove trascorrere gli anni della vecchiaia; e gli ultimi esemplari di questa razza industriosa ancora girano di strada in strada, nelle città e nei paesi, con la nostalgia del paese natio chiusa nel grido, ora roco ora squillante, con cui chiamano alla finestra la massaia, avvertendola che è arrivato il medico degli ombrelli.
■ Certamente nessuno di questi «ombrellée» sa che la storia del paracqua è antichissima, forse quanto l’uomo stesso e che anche la storia dell’ombrello ha origine simbolica e significato sacro. Attributo di molte divinità, in Atene solo il sacerdote di Iside poteva aprire sopra la sua veneranda testa un ombrello bianco, e la sacerdotessa di Pallade Atena era l’unica donna cui fosse concesso il privilegio di quell’ammennicolo che le donne moderne dimenticano spesso e volentieri sul tranvai. Durante le feste in onore di Bacco, fra pampini verdi e grappoli turgidi, unica reverente e composta era la baccante che, nel corteo, seguiva la statua del dio riparandola con un ombrello. Ancora ai nostri giorni è in uso, nella liturgia cristiana, in occasione di processioni o per il trasporto dei Sacramenti, il baldacchino, il quale non è altro che una variante dell’ombrello vero e proprio.
■ Del baldacchino, che ha origine orientale (il nome deriva da Baghdad), già si trova traccia negli antichi inventari ecclesiastici dell’XI secolo. Questo antico drappo sontuoso e variamente ricamato si trasforma a poco a poco in una specie di copertura drappeggiata, sorretta molto spesso da quattro aste rigide, copertura che può anche essere fissa e pendere dall’alto. Il Medioevo, cambiandole nome e denominandola ciborio la pone sugli altari principali delle basiliche. Ed è a proposito della copertura dell’altar maggiore in S. Pietro in Vaticano che il Muñoz osserva come al ciborio ed al tabernacolo tradizionale si sostituisca un baldacchino vero e proprio «ossia a un elemento architettonico un elemento pittorico».
■ Nel Medioevo il baldacchino è un panno di lino o di seta, fissato su quattro o sei aste: in seguito si arricchisce di pendoni a linee dritte o centinate, per definirsi alla fine, in un drappo di forma rigida e fissato su un vero e proprio telaio.
■ Il baldacchino, fisso o mobile, per il suo significato sacro diventa privilegio del Papa; un primo accenno a questo privilegio si trova in un ordo del 1443, ma già sin dal Medioevo il baldakinus accompagnava il vescovo nella processione e più tardi venne usato per introdurre in Chiesa i regnanti di religione cattolica. In tempi meno remoti Paolo III riceve Carlo V stando seduto su un alto trono protetto da un sontuosissimo baldacchino e Francesco I se ne sta, immobile sul suo cavallo, all’ombra di un baldacchino che quattro gentiluomini del seguito sostengono senza alcuno sforzo apparente. Se poi dobbiamo credere a Nicola Beatrizet ed alle sue stampe, in un corteo di Carlo V il baldacchino era una tela riccamente ricamata e trapunta, stesa orizzontalmente sul quadrato di un telaio e fissata a quattro lunghe aste, ai cui lati scendevano i pendoni in pieghe rigide e fastose.
■ Dopo aver conquistato chiese e cortei, ecco che il baldacchino penetra nei palazzi signorili e le famiglie di alto lignaggio lo innalzano, in segno di suprema nobiltà, sopra il trono: ancora lo si può vedere all’ingresso della casa Massimo della Colonna e nel palazzo Barberini a Roma. Ai nostri tempi i cardinali tengono, nella sala d’ingresso, un piccolo trono sormontato da un baldacchino di forma semplice, come simbolo di autorità. Tutti sanno, poi, dei baldacchini sui tronetti dei cardinali riuniti in Conclave.
■ Un’edizione più «borghese» del baldacchino, però, sin dal ‘300-400 aveva anche un uso più profano e proteggeva, nelle case più ricche, i sogni soavi di una madonna o i sonni bellicosi di un condottiero. Non più quadrato, ma rettangolare è il baldacchino del ‘500 che, durante il Rinascimento, vien chiamato sparaviere. Isabella d’Este, duchessa di Mantova, intreccia i suoi sogni letterari e le sue visioni di eleganza sotto uno sparaviere di broccato, dagli ampi tendaggi: nido di polvere e di microbi, decreterebbe con facile autorità una massaia moderna. Nel ‘700 le frivole marchese, oltre alla pettinatura a vascello, inventano un’altra forma di baldacchino stretto in cima, ampio di tende e cortine in basso. Più tardi, dopo la Rivoluzione, l’imperatrice Giuseppina fa erigere alla Malmaison un baldacchino rotondo nella sua camera da letto, che sembra l’esposizione di un tappezziere ben fornito.
■ Ma ritorniamo all’ombrello. Lo conoscevano gli Assiri, come insegnano i bassorilievi del British Museum e del Louvre e lo conoscevano i Persiani; e poiché neppure gli Egizi ignoravano quest’arnese, perché non immaginare la bella Neferti proteggere la sua conica pettinatura con un parasole di piume, fissato al carro che la trasporta nelle sue passeggiate?
■ Verso il V secolo a. C. l’ombrello, in Grecia, diventa d’uso comune e, come tale, lo si vede riprodotto su vasi e bassorilievi, ma si mantiene pur sempre un oggetto di lusso, ornato com’è di frange e fiocchi e affidato alle cure di uno schiavo. Anche le matrone romane lo tengono in pregio e lo vogliono con manici d’avorio o d’oro, per riparare le loro chiome rese rossicce a furia di spuma batava e proteggere dal sole gli abbondanti quanto velenosi strati di cerussa che si spalmano sul viso.
■ Alti e bassi si riscontrano nella storia dell’ombrello, come in tutte le storie che si rispettano, ed infatti nei primi secoli dell’era cristiana, una rinnovata semplicità di costumi lo abolì completamente per sostituirlo, nel Medioevo, con ampi cappucci adatti a riparare dalla pioggia. Si deve attendere sino al 1400 per poter trovare, a Parigi, parasoli e parapioggia con manici di legno tornito; in Italia la voga dilagò soltanto nel XVI secolo con ombrelli grandissimi e pesanti.
■ Lenta, ma sicura, è l’evoluzione dell’ombrello: verso la fine del XVII secolo è di gran voga la chaise à parasol ed ogni nobile dama che voglia mantenere il proprio rango si sente obbligata ad uscire accompagnata da un domestico in livrea che le regga, come un candeliere di foggia bizzarra, un ombrello dal lungo manico.
■ Anche la virile amica di Cartesio, Cristina di Svezia, ripara i suoi preziosi merletti con questo arnese che, oggi, soltanto i vecchi signori in vena di apparire diplomatici a riposo usano ancora correntemente, senza sapere che solo verso la fine del ‘600 i Gesuiti introdussero dall’Estremo Oriente l’uso di ombrelli di seta leggera, sostituendo il cuoio o la pelle, con cui sino ad allora erano stati ricoperti, con il taffetà o l’armesino.
■ Coloro che con facile quanto abusato umorismo ripetono la storiella del «fu vera gloria», alludendo alla qualità di seta adoperata per ricoprire gli ombrelli ai primi del ‘900, ignorano quasi certamente che Madame de Pompadour ebbe un parasole tutto guarnito di applicazioni di mica, preziosamente e minutamente dipinta a scene giapponesi.
■ Sempre più piccolo ed elegante, un gingillo di frange e merletti, è il modello che Madame Bertin, la modista di Maria Antonietta, crea per proteggere la pelle delicata dell’Austriaca. Neppure la ghigliottina abolisce l’ombrello: le ultime marchese salgono, talvolta, sulla trista carretta nascondendo il pallore fiero del volto con un parasole, ed i primi incroyables accompagnano le prime merveilleuses riparandole con assurdissimi ombrellini a forma di pagode cinesi. Ai primi del XIX secolo compare sulle carrozze il parasole con manico pieghevole: la bella e languida signora lo può adattare a seconda delle necessità e le bianche mani, inguainate nelle mitaines di merletto, hanno un gran daffare a chiudere, aprire l’ombrellino e piegarne il manico; ma subito se ne stancano e nel 1820 il parasole e l’ombrello assumono una forma semplice quanto grande. Nel 1830 nuovo colpo di scena, almeno per l’ombrello: è di moda la forma quadrata.
■ Eugenia di Montijo trova il tempo di trasformare il classico parasol di Granata in un ombrellino minuscolo, pieghevole, ricoperto di trine nere o bianche su trasparente contrastante, dal manico di avorio o di tartaruga, e d’intonarlo alle crinoline e alle capelines di paglia di Firenze.
■ Ma è destino dell’ombrello e del parasole di alternare a periodi di gale, fiocchi e nastri, periodi di austera semplicità: così verso il 1850 è di moda l’ombrello grezzo, foderato di seta azzurra o verde, su cui la regina Vittoria appoggia la grassoccia persona, durante le passeggiate fra i campi con Albert e Brown. Ormai però questo aggeggio si avvia a diventare usuale, non più simbolo sacro, non più privilegio di nobili, non più oggetto di trasformazioni ardite o bizzarre.
■ Negli ultimi anni del XIX secolo tenta ancora di adornarsi con nastri e gale, ma già dal 1758 aveva ricevuto un brutto colpo, quando Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, presentò al re di Napoli un panno impermeabile; e un altro ne ricevette quando i nostri nonni inventarono l’ulster.
■ Una cosa è certa: l’ombrello ha ormai perduto almeno tre quarti del suo regno di un tempo, dopo aver lanciato il suo canto del cigno nel 1920 con un rifiorire di bizzarrie: pomi racchiudenti piccoli astucci di bellezza, manici con orologetti nascosti nell’incurvatura, e simili. Dopo aver riparato dalle offese del sole la carnagione delicata di Poppea, dopo aver protetto il viso di madame Tallien che, in anticipo sulla teoria delle vitamine, faceva ogni giorno un bagno di fragole, dopo aver aiutato Rossella O’Hara nei suoi maneggi di civetteria ai danni di Ashley, dopo aver servito alle madri per correggere le ragazze con energici colpetti dall’abitudine di stare con le spalle curve, l’ombrello tradizionale vede ogni giorno scemare il numero dei suoi proseliti, conquistati dai cento tessuti impermeabili che invadono i mercati. Tuttavia il numero dei fedeli all’ombrello è sempre grandissimo: lo usano gli uomini e lo usano le donne che spesso inalberano enormi paracqua di seta blu o rossa dal lungo manico di ciliegio, oppure ne nascondono uno, minuscolo e snodabile, in fondo alla borsetta.
■ Sia pure succintamente, la storia dell’ombrello e del parasole è esposta nel Museo degli ombrelli di Gignese con umorismo sottile e sapiente; il fragilissimo ombrellino a forma di fiore si trova accanto al prepotente paracqua dei carrettieri toscani, le teste pesanti dei draghi minacciano sottilissimi puntali d’avorio; la storia, la vita, le gesta degli «ombrellée» sono raccontate al pubblico con grande semplicità.
■ L’attività degli ombrellai dell’Alto Vergante risale a circa il 1840, quando riuscirono a scacciare dal Piemonte, con una battaglia incruenta, alcuni immigrati francesi che vi si erano stabiliti, dedicandosi all’arte degli ombrelli. I montanari scesi da Gignese, da Graglia, da Brovello e da altri paesetti vicini seppero ben presto imporsi, prima come riparatori e venditori ambulanti, poi come artigiani con posteggi più o meno fissi, infine come negozianti, dilagando dal Piemonte in tutta Italia ed all’estero. Ed è a quel tempo che risale il loro dialetto, il cosidetto tarusc, linguaggio astruso e complicato che permetteva loro d’intendersi senza essere intesi; un vero e proprio linguaggio con caratteristiche proprie che deve, forse, la sua origine ai contrabbandieri che, a quell’epoca, vivevano tra Italia e Svizzera.
■ I paesi d’origine degli «ombrellée» sono elencati in una curiosa carta geografica: ogni paese aveva un nomignolo proprio, nomignolo che nei giorni di cameratismo assumeva significato di paternità e di nostalgia, per diventare invece, in occasione di rivalità e litigi, un insulto sanguinoso. Gli abitanti di Gignese si chiamavano uluc, quelli di Baveno tri goss, quelli di Belgirate sciatt (rispettivamen te tradotti: allocchi, tre gozzi, rospi) e via dicendo. Se caratteristici erano gli appellativi che i montanari si appioppavano a vicenda, a seconda del paese in cui abitavano, ancora più singolari erano i vocaboli del loro linguaggio, in cui al me tona voleva significare io, lavagiou: lago; smessar: coltello: vocaboli ed espressioni che sono ancora motivo di studio per glottologi e filologi.
■ In questo modo Gignese riassume la vita e la storia dei montanari che cercarono di ovviare alle limitate risorse della loro terra con la tenacia, l’ingegnosità, il lavoro. E se, spinti dal bisogno, gli ombrellai dovettero andarsene dal loro paese in cerca di fortuna senza mai dimenticarlo, il paese si ri-orda costantemente di loro.
(Foto Emmer)”





















