Da La Scienza per Tutti, Anno XIX, N. 78, 15 aprile 1912.
Di Giacomo Lo Forte.
” ■ In ttesa dell’alimentazione chimica preconizzata dal Berthelot, che vi permetterà di far colazione con una pillola e cena con un cachet, vi siete mai domandato quel che mangiate per ora?
■ I saggi, tra il vecchio pregiudizio il quale indicava la carne come il migliore degli alimenti, e il quasi nuovo vegetarismo che predica l’uso dei soli vegetali per la nutrizione, si sono attenuti a una via di mezzo, alternando sapientemente i due tipi di cibo. Ma i saggi hanno torto. La carne, ingerita in quantità anche moderate, non è l’ideale degli alimenti per un organismo umano adulto; essa può giovare ed esser anche necessaria nella prima giovinezza, quando i tessuti sono in via di sviluppo. In seguito è fuor di dubbio che un’alimentazione esclusivamente vegetariana basterebbe alla nutrizione perfetta dell’uomo. Non dimentichiamo che Harting, il quale si sottopose all’esperimento di mangiare soltanto un chilogrammo e mezzo di carne al giorno, in breve pervenne a un grado di debolezza estrema. È lo zucchero, e lo zucchero soltanto, che mantiene le nostre forze; è lo zucchero che produce il calore animale, e che rende i nostri muscoli capaci di lavoro. Esso brucia dentro i nostri tessuti, così come brucia il carbone nel fornello di una locomotiva, e infatti il componente principale dello zucchero è il carbonio.
■ Si calcola, molto approssimativamente, che un uomo di media statura, che sappia equilibrare il lavoro fisico con quello intellettuale, abbia bisogno di un chilogrammo di zucchero al giorno. Certo non vi è forse alcuno che ingerisca quotidianamente tale quantità della dolce sostanza; ma vengono invece mangiati in abbondanza dei farinacei, dei legumi, delle verdure. Sono questi alimenti, ricchi di fecole, di amidi e altre sostanze simili, che si trasformano in zucchero. Però anche le carni e i grassi possono fornire dello zucchero all’attività del nostro organismo, ma abbiamo già citato il caso dell’Harting. Di soli vegetali si vive, e si vive bene; di sola carne non si può, a lungo andare, vivere!

■ È adunque direttamente dalla terra, che noi dobbiamo ricavare i nostri alimenti; è l’agricoltura che ci deve nutrire. Se gli uomini potessero accettare un regime veramente razionale, la pastorizia e l’allevamento del bestiame dovrebbero rapidamente decadere. La meccanica finirà con l’uccidere la bestia da soma; ma l’alimentazione razionale finirà anch’essa col sopprimere la bestia da macello? Ciò è meno sicuro. Un buon roast-beef sarà sempre il benvenuto… Come è vero che l’uomo non vive di solo pane!
■ Anzi di pane, esclusivamente di pane di farina di frumento, non vivono che un numero di uomini esiguo, relativamente al totale della popolazione del globo. Se è opinione generale che l’umanità tutta si divida in due grandi classi di mangiatori, i mangiatori di frumento e i mangiatori di riso, non bisogna dimenticare che esistono delle rispettabili frazioni che si nutrono principalmente di altri cereali, quali la segala, l’orzo, la dura.
■ Ma, del resto, è proprio vero che la base della nutrizione della razza bianca sia il frumento, e quello della razza gialla il riso? È lecito dubitarne, dando una semplice occhiata a una carta che mostri la grande estensione che occupa sul globo la cultura della patata. La patata è il cibo veramente universale, coltivata quasi dappertutto, cosa affatto strana sì è che la patata è velenosa in tutte le sue parti, analogamente alla belladonna, nel fusto, nelle foglie, nei fiori, nella bacche… in tutto, meno che nei tuberi, in questi preziosi panini, che la natura ci fornisce belli e pronti per mandarli al forno.

■ La patata, importata in Europa dagli Spagnuoli, è originaria dell’America; la sua vera patria è forse il Cile. Le prime patate si videro in Europa verso il 1580, ma prima che esse entrassero nelle abitudini dei coltivatori e dei consumatori ce ne volle! Si racconta che Parmentier, ambasciatore di Francia alla Corte di Madrid, comprese tutto l’utile che si poteva ricavare dal prezioso tubero, e lo portò in patria, ove ne cantò le lodi senza alcun successo. Ma Parmentier era testardo, inoltre conosceva gli uomini. Egli piantò un campo a patate, e vi appose una scritta, con la quale vietava severamente di toccarne una sola. Fu proprio quel divieto che eccitò il desiderio e l’avidità dei vicini, i quali rubarono… a man salva, con grande soddisfazione del proprietario, che si fregava allegramente le mani. E fu così che la patata si diffuse.
■ I più grandi consumatori di patate sono gli Inglesi. Non è possibile calcolare la produzione totale nel mondo del preziosissimo tubero, perché molto spesso la coltivazione vien fatta in numerosi piccoli campi, e consumata localmente, sì che sfugge a ogni controllo statistico. Si sa però che nel 1905 giunsero sui mercati delle città della Gran Bretagna ben 7.185.745 tonnellate di patate, prodotte localmente, cioè in Inghilterra, Scozia ed Irlanda. Sembra una quantità enorme, non è vero? Eppure tutte quelle patate non bastarono a soddisfare il mastodontico appetito degli Inglesi. Infatti nello stesso anno il Regno Unito importò dalle colonie e dall’estero delle patate per 1.404.607 sterline, cioè per più di trentacinque milioni di lire! È quasi incredibile! È però vero che una parte di tale importazione fu destinata a usi industriali; nondimeno la quantità è pur sempre enorme, quando si pensi che i prodotti industriali ricavati dalle patate servono quasi esclusivamente anch’essi all’alimentazione.
■ Man mano che guardiamo più al sud, l’importanza della patata diminuisce. In Germania essa gode una riputazione quasi uguale a quella che ha nel Regno Unito, riputazione che decresce un poco nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale, sebbene anche in queste regioni un contorno di patate, sotto qualunque forma, sia abbastanza apprezzato. Ma sulle coste del Mediterraneo, specialmente su quelle meridionali, la patata, più che un alimento per sé stessa, rappresenta un cibo occasionale. Nei mesi autunnali essa è completamente sostituita, nell’alimentazione del popolo, dai fichi d’India.
■ Anche il fico d’India ci venne dall’America, forse dal Messico, patria delle cactee, ma esso si diffuse rapidissimamente sulle coste settentrionali dell’Africa, occidentali dell’Asia, e sulle più meridionali dell’Europa. Le popolazioni meridionali trovano in esso un alimento abbondante e saporito. Ricco di zucchero, il fico d’India in alcune regioni della Sicilia rappresenta in settembre l’elemento principale, ed anche unico, dei contadini, che lo sostituiscono quasi completamente al pane. L’ingestione del fico d’India in grandi quantità è possibile; si possono mangiare da chicchessia, e senza inconvenienti da dieci a venti fichi d’India; ma vi sono anche degli stomachi che giungono a contenerne sessanta, settanta, o anche cento, ingoiati l’un dopo l’altro! La digestione ne è facile.

■ La moltiplicazione delle piante si fa per mezzo di articoli, che vengono staccati dalla pianta e messi in terra a guisa di talee. Ma oltre alle coltivazioni, il fico d’India si scorge su tutte le aride coste, sui nudi monti e sulle più inaccessibili rupi, ove viene disseminato dagli uccelli, i quali, mangiando la polpa, ingoiano anche i semi, che, essendo durissimi, passano inalterati per il tubo digestivo.

■ In Sicilia il commercio dei fichi d’India è importantissimo dalla fine d’agosto a tutto ottobre; la maggior parte del prodotto viene però consumata localmente, perché i frutti sono in generale poco resistenti. Quelli destinati all’esportazione per pacchi postali, vengono raccolti piuttosto immaturi; del resto è opinione generale che il fico d’India sia più saporito quando non è ancora perfettamente maturo. Ne esistono due varietà princi- pali, la bianca e la gialla; la bianca è più ricercata, ma quella gialla è più indicata per l’esportazione. Opportu- namente conservati, i fichi d’India possono resistere fino al dicembre o anche al gennaio, ma non presentano più quel gusto che hanno appena raccolti.
■ Più al sud è invece il dattero che tiene ancora il primo posto nella nutrizione delle masse, sebbene ora buona parte del raccolto venga accaparrata per l’esportazione. La palma del dattero vegeta abbondantissima dal Senegal sino alla vallata dell’Indo, entro i 15° e i 30° di latitudine. Al di qua e al di là di questi limiti, il dattero va insensibilmente diventando più raro. Oltre i 20° e i 35° i suoi frutti non presentano più quella completa maturità, che è necessaria a renderli gustosi e perfettamente commestibili. Al di qua dei 20° di latitudine, i datteri, per il sopravvenire dell’autunno, restano immaturi. In Sicilia, per esempio, le palme da datteri raggiungono lo sviluppo che hanno in Arabia e sulle coste africane, fioriscono meravigliosamente; i fiori femminili vengono normalmente fecondati, e gli ovari si sviluppano sino a raggiungere la grossezza solita dei datteri. Ma in ottobre i frutti, ancora immaturi, cominciano a cadere dalla pianta e quelli che resistono non maturano ulteriormente. Al di là dei 35° di latitudine, i datteri maturano invece molto prima dell’agosto, ma sono piccoli e poco zuccherini, perché la loro polpa non ha avuto il tempo di svilupparsi completamente.
■ Ma in Arabia il dattero rappresenta proprio il pane quotidiano sin dai più antichi tempi. I Musulmani hanno un rispetto quasi religioso per questa benefica palma, e nelle loro scorrerie la risparmiano sempre, perché dicono sentenziosamente che essa è il principale sostegno dell’uomo; ma gli eserciti stranieri che invasero nelle antecedenti epoche storiche il paese, non ebbero pietà per l’elegante e utile albero, tagliandolo alla base, per affamare i nemici.
■ Ora questo prodotto si trasforma sempre più in genere voluttuario. Il dattero si vende da noi a buon mercato, relativamente, cioè da una lira e quaranta a due lire il chilogrammo, e il suo consumo aumenta sempre. Gli Arabi trovano maggior profitto nel venderci il loro nutrimento, e nutrirsi invece quasi esclusivamente dei cereali, più economici e meno gustosi.

■ Ed eccoci all’alimento più completo per l’uomo, quello che, rigorosamente parlando, potrebbe bastare da solo alla nostra alimentazione.
■ Donde ci venne il frumento?
■ Per rispondere alla domanda bisognerebbe essere sicuri sulla identità della specie selvatica, dalla quale le nostre varietà di frumento sono derivate, e questa sicurezza non possiamo averla. Approssimativamente possiamo stabilire che la patria del cereale prezioso sia stata la regione dell’Eufrate; ma la sua cultura dovette essere iniziata nelle più antiche epoche preistoriche, poiché se ne è perduta ogni memoria. Oggi essa si estende, nell’emisfero boreale, sino a 60° di latitudine; nell’emisfero australe, ove il grano è stato introdotto in tempi recenti, occupa una notevole superficie nella regione del Capo, nell’Argentina, nell’Australasia e nella Nuova Zelanda.
■ Ma la regione più produttrice di frumento, malgrado l’enorme sviluppo dell’agricoltura americana, resta pur sempre l’Europa. Seguono immediatamente gli Stati Uniti e il Canadà, quindi, in ordine decrescente, l’India, l’America del Sud, l’Australasia e l’Africa per ultima.
■ Nel 1905 la produzione approssimativa del fru- mento fu la seguente:

[(1) Lo staio è calcolato uguale a ettolitri 36,347.]
■ La produzione dell’Europa fu così ripartita:


■ Il consumo del frumento cresce incessantemente, e non solo per l’aumento delle popolazioni, ma anche perché ogni bocca oggi consuma realmente una maggior quantità di farina di grano che per il passato. Se nei tempi andati si possono citare dei mangiatori della forza di Luigi XIV, col quale ben pochi ora saprebbero gareggiare, è certo d’altro canto che la media dell’alimento è cresciuta per tutti. Noi mangiamo più dei nostri avi, fors’anco mangiamo troppo, ed è per questo che l’umanità contemporanea soffre terribilmente allo stomaco.
■ Per quel che riguarda specialmente il frumento, poi, bisogna osservare ch’esso oggi non viene offerto al nostro appetito soltanto nella sua sobria forma di pane. La farina di grano serve alla fabbricazione di una enorme quantità di paste gustose di vario genere e di leccornie, che aguzzano enormemente, non già l’appetito, ma la ghiottoneria. E il nostro stomaco è costretto a compiere un lavoro molto maggiore di quello al quale è destinato. Così tutte le nazioni europee, meno la Russia, importano grano dall’America, dall’India e dalle regioni meridionali del mar Nero. Odessa è il porto donde viene approvvigionata l’Europa meridionale; l’Europa occidentale e centrale viene invece soccorsa dalla esuberante produzione americana; la Gran Bretagna trae dall’India il grano supplementare di cui ha bisogno, importandone annualmente per 35 milioni di sterline, cioè 875 milioni di lire italiane.

■ Immediatamente dopo il frumento, occupa il primo posto nella economia alimentare dell’umanità, il riso, il cereale dei popoli mongolici. Ma il riso non possiede le qualità nutritive del frumento, restando di molto inferiore a questo. Certo, questo genere di alimento deficiente, continuato per millenni presso i popoli gialli, ha dovuto contribuire al carattere della razza. Quattrocento milioni di Cinesi e cinquanta milioni di Giapponesi si nutrono da tempo immemorabile di riso. E anche trecento milioni di Indiani si nutrono tuttora, prevalentemente, di riso, sebbene essi non appartengano alla razza gialla, poiché è l’India la patria indubitata di questo cereale, che per la prima volta venne forse coltivato sulle rive del Gange e dell’Indo, donde si diffuse poi in tutta la Cina. La più antica menzione del riso la troviamo in Teofrasto, il botanico greco, che seppe come nella lontana India gli uomini si nutrissero non di frumento, ma di riso. In Europa la prima coltivazione di esso si ebbe solo nel 1468, nei dintorni di Pisa, ove fu importato dai mercatanti che visitavano l’Oriente. In America il riso venne introdotto nel 1647.
■ La produzione europea ed americana di questo cereale è irrisoria; in Italia ammonta a poco più di due milioni di ettolitri. Enorme è invece nell’Asia orientale, ma, per ragioni facili a comprendersi, mancano i dati, anche approssimativi, del prodotto annuale, che viene consumato quasi tutto sul posto.
■ Ma l’alimento sovrano, del quale abbiamo già fatto menzione, è per l’uomo lo zucchero.
■ Se date un’occhiata alla carta, vedrete che lo zucchero è prodotto in quasi tutte le regioni del globo; la coltivazione dello zucchero è forse più remunerativa dei vegetali da granaglie, e certo verrà tempo che questa sarà la principale produzione agricola, mentre il frumento e il riso verranno coltivati solo sussidiariamente, e serviranno come condimenti non necessari dello zucchero. Lo zucchero è il cibo dell’avvenire! Ogni anno si mettono in commercio dieci milioni di tonnellate di zucchero. E pensare che soltanto cinquant’anni or sono la produzione era appena di un milione e mezzo di tonnellate! L’importanza dello zucchero nell’alimentazione è ormai riconosciuta, tanto che il Governo inglese ha fatto sì che esso possa acquistarsi al massimo buon mercato in tutto l’impero. Anche la Francia ha da recente abolito qualsiasi dazio protettivo, sì che anche i nostri vicini d’oltr’Alpi hanno a disposizione zucchero in abbondanza e a buon mercato. In Italia lo paghiamo ancora carissimo…

■ Due sono le piante produttrici di zucchero coltivate, la barbabietola e la canna da zucchero: la prima largamente diffusa in tutte le regioni temperate, l’altra soltanto nei paesi tropicali. Gli antichi ignoravano lo zucchero, essi adoperavano soltanto il miele. La canna da zucchero è originaria della Concincina, e furono i Cinesi che verso la fine del secolo XII la fecero conoscere in Arabia e in Egitto, donde passò in Etiopia, e quindi, a poco a poco, anche sulle coste dell’Africa occidentale. Fu nel 1740 che Don Enrico, reggente di Portogallo, fece importare le prime canne da zucchero da Madera in Sicilia. Ma nell’Europa meridionale la coltivazione di questa graminacea non diede mai risultati molto soddisfacenti; lo zucchero divenne quel prodotto a larga diffusione che è al presente, quando si iniziarono le grandi piantagioni americane, nel secolo XVII. A quel tempo lo zucchero era venduto a piccole dosi dai farmacisti!
■ L’altra pianta produttrice di zucchero nelle regioni temperate, la barbabietola, era invece conosciuta sin dai tempi antichi; i Romani ne adoperavano le foglie come alimento, ed anche oggi alcune varietà di barbabietole rappresentano un’eccellente verdura. Della barbabietola da zucchero le foglie sono adoperate come foraggio per le bestie, mentre lo zucchero viene estratto dalle enormi radici carnose.
■ Ecco la produzione mondiale annnua dello zuc- chero di canna:


■ La maggior quantità di zucchero di barbabietola viene prodotta in Europa, 5.771.000 tonnellate, mentre l’America ne produce soltanto 170.000.
■ Ma l’umanità non vuol soltanto mangiare, essa vuole anche bere! E beve dalla più remota antichità il succo fermentato dell’uva.
■ Donde ci viene la vite?
■ Si può dire che tutti gli autori più antichi menzionano la vite; essa, con tutta sicurezza, è nativa dell’Asia Minore e della regione del Caucaso, ma venne coltivata nell’infanzia della civiltà, poiché Arii e Semiti conobbero il vino, e largamente ne usarono in ogni tempo. Il monte Carmelo, il Libano e la valle di Gerusalemme ebbero fama di ottime regioni vinicole; l’uva anzi rappresenta nella storia biblica, incidente di Noè a parte, una delle meraviglie della terra promessa. E pare che tale riputazione non sia stata esagerata, perché si cita un duca di Portland che coltivò nelle sue serre un esemplare di vite originario della Palestina, ottenendone un grappolo che pesava nove chilogrammi, e che egli inviò in dono a lord Buckingham, il primo ministro di Giorgio III.
■ Alla vite e al vino si riannodano molti miti delle antiche religioni. Bacco e Noè, sebbene amanti del vino, si rassomigliano… come due goccie d’acqua! Il liquore inebriante sembrò certo agli uomini primitivi un vero dono del cielo, ed essi attribuirono ai loro dèi l’origine della coltivazione della vite. In Egitto infatti fu Osiride che insegnò a coltivare e a spremere il succo della preziosa pianta. Ma le viti coltivate in Italia nei primi secoli della storia di Roma davano dei vini di qualità inferiore, tanto che venivano ricercati quelli prodotti in Grecia e sulle coste asiatiche. Fu dopo la conquista della Grecia, che, insieme a molte altre piante, i Romani importarono le migliori qualità di vite, che dovevano servire a produrre i vini generosi delle orgie della decadenza.

■ La vite oggi è diffusa in tutta la regione mediterranea, e largamente coltivata in Francia e in Ungheria; meno nell’Europa centrale e sulle rive del mar Nero e del Caspio. Attualmente si compiono dappertutto degli esperimenti, per introdurre la vite anche nelle regioni temperate delle altre parti del mondo, ma a quanto pare soltanto in California i tentativi hanno dato buoni risultati.
■ Da tali tentativi si potrebbe certo arguire che la richiesta del vino aumenti, e che quindi è urgente che ne aumenti anche la produzione. Eppure in Francia e in Italia esiste una questione vinicola! I produttori si lamentano che i loro prodotti non trovino sbocchi! D’altro canto non è facile per il consumatore procurarsi del vino che sia veramente vino, e che, relativamente, non costi troppo. Tutti questi fatti sono apparentemente in contraddizione tra loro, eppure basta a spiegarli la… disonestà industriale. Oggi la maggior parte del vino che si mette in commercio o è alterato, o è addirittura fabbricato artificialmente. Il liquore in tal modo si può dare più a buon mercato, ma quasi sempre è di pessimo gusto, e sempre esiziale all’organismo. Per questa stessa ragione non è possibile dare delle cifre approssimativamente esatte sulla produzione totale del vino; quanto è il vino vero, infatti, e quanto l’orribile miscela artificiale che per vino si vende? Senza contare che i vini meridionali vengono inviati in grandi quantità nelle regioni settentrionali, per essere tagliati coi vini più leggeri del nord, e quindi nelle statistiche la cosa più facile è che essi figurino due volte.
■ Di un’importanza forse non minore della vite è l’ulivo, nativo delle stesse regioni; la storia delle due piante è la stessa. Entrambe hanno seguito lo stesso cammino nella loro diffusione sulle coste del Mediterraneo, e a quanto sembra seguiranno la stessa sorte nelle altre regioni ove ne viene tentata la coltivazione. Infatti, finora anche l’ulivo non ha dato buoni risultati che nella sola California.

■ E perché la simiglianza sia perfetta, aggiungeremo ancora che il prodotto dell’ulivo, l’olio, è soggetto, come quello della vite, alle sofisticazioni di ogni genere, specialmente nei paesi ove viene importato. Un europeo meridionale difficilmente può assuefarsi all’olio che gli viene fornito nelle trattorie e negli alberghi dell’Europa centrale, ove una quantità di oli di altre piante vengono smerciati sotto il nome di olio di ulivo.
■ Noi siamo abituati a considerare gli agrumi come il terzo tipo di vegetali propri del Mediterraneo, eppure la patria dell’arancio originario non si trova sulle coste del Mediterraneo. Come pianta coltivata, esso ci venne, insieme con gli altri agrumi, dall’Asia meridionale e orientale, ma, a quanto sembra, nemmeno queste regioni sono la sua patria. Gli agricoltori cinesi produssero, forse, soltanto le belle e utili varietà delle piante coltivate, ma l’arancio spontaneo si trova oggi soltanto sull’altipiano etiopico.
■ L’arancio venne introdotto molto tardi nella civiltà mediterranea. Al principio dell’impero romano, esso era un semplice albero ornamentale delle ville dei patrizi. Il suo pregio maggiore consisteva in ciò, che sebbene fiorisse e fruttificasse abbondantemente una volta all’anno, pure portava sempre, in tutte le stagioni, un certo numero di fiori e anche qualche frutto. Meravigliosa pianta a fecondità continua!
■ Ma fu l’invasione araba dapprima, e le crociate poi, che diffusero nell’Europa meridionale gli agrumi. La produzione e il commercio degli agrumi crebbe rapidamente d’importanza, quando le piante già acclimatate poterono vivere all’aria aperta, in piena terra, senza bisogno di protezione contro le intemperie.
■ Il commercio degli agrumi fu uno dei più importanti cespiti delle popolazioni mediterranee; ma esso è ora seriamente minacciato dalla produzione californiana, che rapidamente cresce.
■ Anche il caffè è una pianta che ha fatto la sua fortuna fuori di patria. Originario dell’Abissinia, esso venne coltivato per la prima volta in Arabia verso la fine del secolo XV. Nel 1554 fece la sua prima comparsa a Costantinopoli, donde si diffuse molto lentamente nel resto dell’Europa. La profumata bevanda fu accolta dapprima molto male. Il nostro Redi cantò:
Beveria prima veleno,
Che un bicchier che fosse pieno
Dell’amaro e reo caffè!

■ A Venezia il caffè venne conosciuto nel 1615, a Marsiglia nel 1654, a Parigi nel 1657. Si può seguire storicamente la diffusione della bevanda, in tempi così vicini ai nostri.
■ Oggi la produzione totale annua del caffè è valutata a un miliardo e 250 milioni di lire; il Brasile ne produce la maggior quantità, vengono in seguito il Venezuela e il Guatemala, quindi, quasi in pari grado, Portorico, San Domingo, la Martinica e l’Arabia. La sua cultura non è possibile che tra i tropici, ma dentro questi limiti si può dire che non esista regione ove l’elegante arbusto non venga coltivato.

■ Uguale importanza e riputazione forse maggiore ha presso i popoli settentrionali, Slavi, Germanici e Anglo-Sassoni, il the, pianta originaria dell’Asia meridionale, coltivata da tempo immemorabile in Cina e nel Giappone, e in tempi più recenti in India, nel Caucaso, nelle regioni del mar Nero e del Caspio, e in parte anche negli Stati Uniti e nella Colonia del Capo.
■ La pianta si può considerare come una piccola camelia; sono le foglie di essa, seccate al sole o al forno, che servono a preparare la bevanda eccitante e sudorifera ben nota. In Europa i primi pacchetti di the vennero importati nel cinquecento, ma la novità non ebbe fortuna nel Mezzogiorno, ove prevalse la concorrenza del caffè.
■ Diversamente andarono le cose nel nord; a Londra, nel 1657, il the era già di uso tanto comune, che fu aperta una casa da the in Exchange Alley.

■ II the che si esporta dalle regioni che lo producono, non tenendo naturalmente conto di quello consumato localmente, ha un valore di 400 milioni di lire, così divise per regioni:

■ Il caffè e il the non sono che delle bevande corroboranti ed eccitanti; il cacao invece, insieme con lo zucchero, è una bevanda di alto valore nutritivo. La pianta che produce i semi, che ridotti in farina rappresentano il cacao che si trova in commercio, è un albero indigeno nell’America tropicale, dal bacino dell’Amazzone sino al Panama e al Guatemala. Dalla sua patria è stato introdotto anche nelle regioni tropicali degli altri continenti. La sua produzione annua totale ascende a 146.552 tonnellate, così distribuite:


■ Ma il consumo mondiale del cacao è molto maggiore! Donde proviene adunque il resto del cioccolatte, che, sotto forme diverse, viene offerto all’alimentazione umana? Dalle patate, principalmente, e da altri farinacei. Con le fecole e con le farine la quantità del cioccolatte consumato ogni anno viene duplicata e forse triplicata. La cannella e la vainiglia si incaricano di rendere profumato il prodotto messo in commercio allo stato solido, nascondendo la sua dubbia origine. I dentini femminili molto spesso si illudono di sgretolare del cioccolatte delizioso, ma altrettanto spesso non masticano che della fecola di volgarissima patata!

■ Ma l’umanità ha anche bisogno di vestirsi. E anche la materia prima delle vestimenta è tratta dalla grande madre terra. La lana non entra che in minima parte nella manifattura dei tessuti. Il prodotto principale che serve a coprirci è ormai il cotone. Il lino fece già il suo tempo; nel nostro ambiente democratico ora costerebbe troppo; d’altro canto l’igiene lo respinge, accordando tutte le sue sapienti preferenze al modesto e benefico cotone. La vera patria del cotone è l’Asia meridionale, e precisamente l’India, ove esso è coltivato sin dai tempi più antichi; ne fanno menzione le vecchie scritture, sin da otto secoli prima dell’èra volgare. Dopo aver detronizzato il lino e la canapa, il cotone è oggi coltivato in tutte le parti del mondo, tra 40° di latitudine nord e 30°di latitudine sud. La regione che ci dà il prodotto in maggior quantità è l’America tropicale, ma è molto disagevole stabilire un’esatta statistica della quantità di cotone che ogni anno si mette in commercio. Anche in questo caso siamo di fronte all’ostacolo insormontabile della falsificazione; però, mentre i prodotti precedentemente menzionati vengono falsificati, il cotone a sua volta falsifica! Quanti tessuti di cotone vengono smerciati come pura lana? Quanta falsa tela si fabbrica col cotone? Le imitazioni sono perfette, tanto che, molto spesso, anche le accorte massaie ci cascano, specialmente per quel che riguarda la lana, quando non usano la volgare precauzione di bruciare un pezzettino del tessuto. Il fuoco rivela subito se si tratta di lana o di cotone.

■ Ed ecco ancora un prodotto a larga base, utilizzato nelle più svariate industrie: il cauciù.
■ La gomma elastica viene ricavata da parecchie piante, appartenenti a famiglie diverse, quali la Ficus elastica, la Castilloa elastica, l’Hevea brasiliensis, la Funtumia elastica, la Manihot Glaziovii e molte specie di Landolphia, alberi tutti che vegetano bene e dànno un buon prodotto nelle regioni equatoriali e tropicali.
■ Il cauciù proviene dal latice abbondante contenuto nel tronco di questi alberi, che si raccoglie facendo delle incisioni sulla corteccia nelle stagioni opportune.
■ La produzione del cauciù aumenta sensibilmente di anno in anno. Ecco i quantitativi dal 1900 al 1906:

■ Chi avrebbe mai supposto che la civiltà contemporanea avesse bisogno di… tanta gomma elastica? Coscienziosamente, non sembra quasi un simbolo?
■ Anche per la produzione del cauciù l’America mantiene il primo posto. Nella produzione del 1906 l’America è infatti rappresentata da 42.800 tonnell., l’Africa da 23.400; il resto appartiene all’Asia e alla Polinesia. Gli Stati di Parà e di Manaos esportarono da soli, in tale anno, per 34.767 tonnellate di cauciù. Ma l’aumento della produzione non pare possa continuare indefinitamente, anzi verrà tempo in cui, necessariamente, dovrà decrescere. L’enorme prodotto americano del cauciù proviene infatti, per la maggior parte, dallo sfruttamento delle foreste, che finiranno per esaurirsi, poiché gli alberi sottoposti a un periodico salasso deperiscono e muoiono in pochi anni. Per ovviare a ciò, si è già pensato di coltivare razionalmente gli alberi da cauciù, e le prime piantagioni di Hevea brasiliensis, sono state fatte, con buoni risultati, a Ceylan. Anche sulla costa settentrionale d’Africa si vanno compiendo degli esperimenti per la coltivazione della Ficus elastica, pianta che potrebbe forse dare buoni risultati anche in Sicilia, ove è acclimatata da lunghi anni.
■ Però se l’uomo si contentasse di ricavare dalla terra soltanto ciò che è indispensabile alla vita, egli sarebbe un animale come tutti gli altri. Ma, appunto perché uomo, egli sa ricavare dal suolo anche le soddisfazioni per i suoi piaceri e per i suoi vizi, il tabacco, per esempio. Ma l’uso del tabacco è proprio un vizio?
■ Ecco ciò che non è prudente asserire, poiché il tabacco è un energico e benefico disinfettante della bocca, ove non è certo pratico introdurre altri disinfettanti. Vi pare che il vantaggio sia poco, oggi che conosciamo tanti microrganismi che insidiano la nostra vita? È raro che un fumatore, un vero fumatore, vada soggetto alla carie dei denti, malanno che invece affligge specialmente le signore.
■ Il tabacco, coltivato dappertutto nelle regioni tropicali e in parte anche in quelle temperate, ci viene, insieme con la patata, dall’America; entrambe le piante appartengono alla stessa famiglia delle solanacee, ed entrambe sono tossiche. Eppure i vantaggi ch’esse ci forniscono non sono lievi.
■ Qui ancora ritroviamo il nuovo continente alla testa della produzione. Tanto l’America settentrionale quanto quella meridionale buttano ogni anno sul mercato mondiale per 428 milioni di lire di tabacco; l’Asia non ne produce che per 267 milioni e 250 mila lire, e l’Europa soltanto 192 milioni. In Oceania il centro più produttivo e più rinomato di tabacco sono le Filippine, che ne mettono in commercio per 13 milioni e mezzo di lire.
■ Tutto questo tabacco viene dall’umanità tranquillamente fumato, poiché quello da fiuto non rappresenta che una minima frazione del totale.
■ Bisogna proprio confessare che noi dobbiamo essere molto ricchi, dal momento che ogni anno convertiamo in fumo una somma che si avvicina al miliardo!”













