Da La Lettura, Anno XIV, N. 2, febbraio 1914.
Di Fr.
” ■ Pochi certo hanno sentito nominare il Mancala; eppure è uno dei giuochi più diffusi del mondo, pur essendo caratteristico dell’Africa, tanto da meritare d’esser chiamato da un etnologo americano «il giuoco nazionale dell’Africa». Gli scacchi africani, insomma.
■ Ma intendiamoci: ogni cultura ha i giuochi che le si convengono, e non bisogna aspettarsi nel giuoco dei Niam-Niam l’elegante ingegnosità e la meravigliosa complicazione degli scacchi. Gli scacchisti non hanno da temere la concorrenza: non avremo mai circoli mancalisti né giornali e disquisizioni sul lab-magnuni o partita sciocca e sul lab-akila o partita intelligente, che sono le due forme più importanti del mancala. Questo rappresenta tutto lo sforzo di cui è capace un’intelligenza che fatica a passare nella numerazione oltre le dita delle due mani: tuttavia potrebbe essere interessante ed anche utile per i nostri ragazzi.
■ Cominciamo a spiegare le regole del giuoco, in una almeno delle sue varietà: il kpo, diffuso nella Liberia settentrionale.
■ La scacchiera usata consta di due file di sei buche o caselle ciascuna, oltre due ricettacoli isolati, uno a destra e uno a sinistra. I due giocatori si accoccolano dalle parti e in ognuna delle dodici caselle sono collocate quattro pedine, che sono di solito grossi semi, sassolini o piccole conchiglie.
■ Il primo giocatore prende le quattro pedine da una qualsiasi delle proprie caselle e ne lascia cader una nella prima casella vicina a destra, una nella seconda e così via: se comincia, poniamo, dalla penultima casella a destra, dopo collocata una pedina nell’ultima, prosegue lasciando cader la seconda nella casella di fronte, della fila dell’avversario (la prima a sinistra di questo) e prosegue così da destra a sinistra su quella linea. Il secondo giocatore fa la stessa manovra cominciando da una qualsiasi della proprie caselle, e così via. Il nome di kpo imita appunto il suono del sassolino che cade.
■ Quando uno riesce a far cadere la sua ultima pedina in una casella dell’avversario ove ci sia soltanto una pedina o due, egli vince questa o queste due, le prende insieme con la propria ultima pedina e le pone nel ricettacolo alla propria destra. Allorché rimangono in giuoco così poche pedine che non c’è più possibilità di vincerne altre, si contano quelle messe da parte da ciascuno e chi ne ha di più ha vinto.
■ Una pedina rimasta sola nell’ultima casella a destra non può vincere quella della casella avversaria che ha di contro. Se una casella contiene dodici o più pedine, sì che si dovrebbe fare un giro completo della scacchiera o più, il giocatore deve saltare, con la dodicesima pedina, la casella di partenza.
■ Abbastanza semplice, nevvero? Pure questa partita farebbe già parte del «giuoco intelligente», poiché richiede avvedutezza nello scegliere i fori. I bravi neri della Liberia ne sono così entusiasti, che usano apparecchi persino d’avorio ornati d’oro con palline d’avorio: ve ne sono del valore di…. venti schiavi!
■ Viceversa in Abissinia un viaggiatore ne osservò di quelli costrutti con escrementi bovini induriti! Laggiù il giuoco, che un ambasciatore portoghese già vi trovò nel 1520 col nome di mancal, si fa su tre file di sei caselle e si chiama ora gabattà. Si può dire, del resto, che ogni tribù ha la varietà propria, con diverso numero di buche e nomi diversi: pu, mbau, oki, abangah, mungala, ecc. Nel Mascionaland, ove si chiama isafuba, il giuoco è fatto su scacchiere enormi, scavate in intieri tronchi di alberi, con sessanta caselle!
■ Non c’è forse regione dell’Africa che non conosca questo passatempo. Ma lo si giuoca anche in America e in buona parte dell’Asia, specie nelle regioni arabe. Bisogna notare infatti che il mancala è d’origine asiatica.
■ L’Asia fu la culla delle religioni ma (gli estremi si toccano!) anche dei giuochi: ne vennero i dadi, gli scacchi, le carte; ne venne anche il mancala. Mancala del resto è il nome arabo. Il Corano non fa, è vero, questo nome; ma già lo si trova nel Libro dei Sogni che è di poco posteriore. Un orientalista inglese, Hyde, lo osservò sulla fine del 600 presso i turchi. La grande famiglia umana ha una prova di più della propria unità.”





