Da Il Giardino di Esculapio, Anno II, N. 2, gennaio 1929.
Un frate sbagliato
” ■ Ecco il medico che più d’ogni altro medico lasciò nella storia della letteratura un’impronta possente: Francesco Rabelais.
■ Egli domina la letteratura francese. Si può dire che egli e Montaigne ne tracciano le grandi vie. In ogni più raffinato scrittore della Francia c’è sempre qualche cosa dell’uno o dell’altro o di tutt’e due insieme. E non v’è persona al mondo mediocremente colta che non conosca l’opera burlesca, trascendente di amenità ora sottile ora — e più spesso — grossolana, di erudizione e di genialità per cui splende imperituro il nome di questo medico.
■ Un vero medico, intendiamoci; non un letterato che avesse studiata e lasciata da parte la medicina.
■ Il padre voleva che venisse su nel santo timor di Dio e all’ombra sacra e tranquilla d’un convento, ma la natura dell’uomo decise altrimenti.
■ Il padre — non s’è potuto ancora assodare — era forse un farmacista (e allora questa gloria della medicina si rifletterebbe anche sulla farmacia), forse un oste. Non si sa insomma se facesse pagar cara l’acqua come vino o come farmaco. A ogni modo voleva che il figlio — ultimo di una brigatella di cinque — camminasse senz’altro sulle vie del Signore e gli diede per protettore San Francesco.
■ Ma lo spirito di Francesco Rabelais era per l’appunto l’antitesi perfetta di quello del Santo d’Assisi; e come frate minore non diede che delle noie a’ suoi superiori. Questi, secondo che comunemente si racconta la cosa, diffidavano profondamente della gran passione del fraticello per la coltura, che era insomma coltura pagana; e avevano particolarmente in abominio il greco, vero orto lussureggiante della paganità. Andò a finire che il fraticello scappò dal convento e riparò in una abbazia, sotto la protezione d’un vescovo ch’era stato suo compagno di scuola e lo apprezzava molto e che se lo tenne spesso nel proprio castello.
■ Realmente, i francescani contro cui egli tanto s’indignò e contro i quali così facilmente s’indignano certi biografi, non potevano amare questa specie di fratello. San Francesco era nemico della scienza inflativa ma rispettava la coltura. Tra il Duecento e il Cinquecento una serie di dottissimi frati minori sta a dimostrare che nei conventi dei seguaci di San Francesco non era regola l’ignoranza. Il fatto è che quel giovane frate si occupava il meno possibile di religione e si sprofondava invece nello studio delle cose mondane, antiche e recenti. E il séguito dimostrò poi che tutta la mentalità del Rabelais era quanto di più laico, di meno pio si potesse immaginare. Il contrasto era inevitabile e il torto era o del padre che non aveva capito il figliuolo o dei tempi, che spingevano tradizionalmente verso la Chiesa i ragazzi intelligenti.
■ In questo contrasto la leggenda, che lavorò molto sulla biografia del Rabelais, lo rappresentò addirittura come un diavolo trasvestito da frate, capace di far ingoiare inconsciamente ai compagni del convento droghe eccitanti per indurli al peccato, e punito quindi di prigionia, che poteva essere perpetua, in cupi sotterranei, donde amici autorevoli lo avrebbero salvato. È il costante tipo di leggenda che lo accompagna sino alla morte per farlo ridere d’un riso sonoro, grasso, spesso empio.
■ Cercando di uscire in una via migliore, egli domandò e ottenne di passare dai francescani ai benedettini, perché l’ordine di San Benedetto ha sempre dato importanza allo studio; ma la prova del suo torto di fronte ai conventi è che non si curò neanche di fare il benedettino. Si diede ad approfondire le lettere e le scienze. Coltivò molto la botanica: ci teneva a essere un grande conoscitore d’erbe. E si dedicò alla medicina, che condusse sino alla laurea nell’Università di Montpellier, una delle più famose del mondo allora, specialmente per questi studi.
■ Non si sa bene quando sia nato. Si sa che a Montpellier entrò verso la fine del 1530 e si crede che avesse allora passato la quarantina o vi fosse vicino. Certo era uno studente maturo e la maturità del suo ingegno dimostrò subito facendo stupire maestri e scolari con la sua dottrina. Ma era più che mai giovane per prender parte alla gaia vita universitaria; per esempio, alla rappresentazione della «commedia morale» di colui che aveva sposato una donna muta.
Medico, chirurgo e farmacista in commedia
■ Questa commedia morale, specie di farsa, rifiorì or è qualche decennio nell’arte elegante e arguta di Anatole France col medesimo titolo. E poiché è una commedia in cui ha parte la medicina di parecchi secoli fa, mette conto di accennarne la tela.
■ Colui che ha sposato una donna muta è ser Leonardo Botal, giudice. A maestro Adamo, avvocato, che è venuto a parlargli d’un processo, egli dice che il mutismo di sua moglie Caterina lo attrista.
— Non si era accorto, quando la sposò, del difetto? — Sì, ma allora pensava: è bella e ha una buona dote. Ora però vorrebbe che parlasse, anche perché una moglie di giudice che sa adoperar la lingua riesce ad aver regali da tutti quelli che si raccomandano pei processi; regali che il signor giudice non può chiedere direttamente. — Ma è anche sorda? — Oh no! — Ebbene, allora c’è rimedio. «È una bazzecola, per un medico — dice maestro Adamo — sciogliere la lingua in questi casi. L’operazione costa così poco che la si fa tutti i giorni ai cagnolini che tardano ad abbaiare…. Maestro Simone Collin è rinomato per tagliar il filetto alla dame di Parigi. In un batter d’occhio egli farà scorrere dalla bocca della vostra consorte il chiaro fiotto delle parole armoniose, come girando un rubinetto si dà corso a un rivo che fluisce con dolce mormorio».
■ Breve, ecco maestro Simone che arriva, in compagnia del chirurgo-barbiere (allora i barbieri esercitavano correntemente la chirurgia sotto la direzione dei medici) maestro Giovanni Maugier. Ed essi aspettano maestro Serafino Dulaurier, farmacista, per procedere, in corpo completo, all’operazione. — Veramente — domanda il giudice — occorre un farmacista per far parlare una muta? —. — Sì, signore — risponde il medico — e chiunque ne dubiti ignora totalmente la relazione degli organi fra loro e la loro mutua dipendenza.
■ Si vede che un buon clistere era considerato il buon principio di ogni operazione e cura. Del resto, anche adesso per quasi ogni malattia si comincia con un purgante.
■ Gli strumenti di maestro Giovanni, il barbiere-chirurgo, sono da commedia, ma non troppo lontani, a ogni modo, dalla realtà d’allora: «una sega lunga tre piedi, con dei denti di due pollici, coltelli, tenaglie, forbici, una brocca, un trapano, un gigantesco succhiello, ecc.».
■ Si beve. — Questo vinello non è cattivo — dice il medico —. — Bontà vostra. È delle mie vigne —. Bene — aggiunge il medico — me ne manderete un barile —. Maestro Simone è di gran buon umore e non manca di apprezzare ad alta voce le robuste grazie della cameriera. Arriva il farmacista e beve anche lui. Anzi, quando salgono dalla muta, egli porta con sé, a buon conto, una bottiglia.
■ Secondo atto. Torna l’avvocato che ha dato il buon consiglio. Ebbene? Ebbene: «il medico — racconta ser Leonardo — ha esaminato Caterina, mia moglie, dai piedi alla testa per sapere se era muta. Poi, il chirurgo ha tagliato il filetto alla mia cara Caterina, il farmacista le ha fatto un clistere ed ella ha parlato —. — Ha parlato? E le bisognava un lavativo per questo? — . — Sì, a causa della simpatia degli organi —. — Ah! Insomma, l’essenziale è che ha parlato. Che cosa ha detto? —.
Ha detto: «Portatemi lo specchio». E, vedendomi tutto commosso, ha aggiunto: «Tesoro mio, voi mi darete per la mia festa un abito di raso e una cuffia orlata di velluto». — E ha continuato a parlare? —. — Non s’è fermata più —.
■ La scena più comica è quando Caterina scende e comincia a parlare, mentre il giudice vorrebbe studiare il processo. È una fontana, una gora, un torrente, una cataratta. A ser Leonardo par d’impazzire. La cosa arriva a tal punto ch’egli ne diventa furioso e disperato. Quando l’avvocato torna, con la cliente di cui ha raccomandato il processo, trova il giudice che s’è rifugiato su un armadio, coi segni in volto dello smarrimento e del terrore. Nella coscienza della sua sciagura, egli ha mandato a chiamare i tre seguaci d’Esculapio, i quali arrivano premurosamente. Il giudice vuole che facciano ridiventar muta la moglie. Impossibile! Come, impossibile? Impossibile! «La mia arte è grande dice il medico ma non arriva sin lì». — Tutte le nostre cure — conclude il farmacista — non riuscirebbero a nulla —. Neanche i clisteri, si vede. «Ahimè — insiste mastro Simone il medico — non c’è, messer lo giudice, elisire, balsamo, magistero, oppio, unguento, impiastro, topico, elettuario, panacea per guarire in una donna l’intemperanza della lingua. La teriaca e l’orvietano vi mancherebbero affatto di virtù, e tutte le erbe descritte da Dioscoride non opererebbero nulla di buono».
■ E allora il giudice dichiara che va a gettarsi alla Senna con una pietra al collo. O il suicidio o un rimedio!
■ Mastro Simone ha un’idea: se non ci sono rimedi per lei, ce n’è per lui. Come? «A cicaleccio di moglie, sordità di marito». L’arte gli offre la «cofosi», vulgo, sordità. Ah no! Questo è troppo. Che? una polvere? Niente polvere. Ser Leonardo non vuol essere sordo. Ma ecco scende Caterina, impassibile, serena e torrenziale. Parla, parla, parla, finché il povero marito grida: — A me la polvere! —.
■ Il sacrificio è compiuto. Caterina gli parla ancora, ma il medico l’avverte che egli non può più udirla. — Oh, egli mi udrà! — grida la moglie — vedrete —. Che gusto aver la parola e un marito sordo? — Mio caro amico, amor mio, cuor mio, metà dell’anima mia…. Non capite? (lo scuote). Olibrio, (dal nome dell’imbecille marito di Placidia, figlia di Valentiniano III), Erode, Barbablù, becco! —. E séguita a scuoterlo e a picchiarlo.
■ E ser Leonardo: — Io non la odo più con le orecchie, ma la odo fin troppo con le braccia, con le spalle, con la schiena —. La donna diventa rabbiosa e lo morde. — Dove fuggire? grida il disgraziato Ella mi ha morsicato e io sento di esser preso dalla rabbia come lei —.
■ Tale la commedia di Anatole France. La vecchia commedia morale finiva, non con questa comica catastrofe, ma con una malizia del giudice. Soppressogli l’udito, la triade medica vuol essere pagata ma egli non risponde: se non ci sente più né da quell’orecchio né da quell’altro! Almeno il medico, il chirurgo-barbiere e il farmacista, autori di quel maledetto taglio del filetto con accompagnamento di lavativo, non piglieranno altro denaro dalla vittima di tanta sciagura.
■ Si possono immaginare le risate della studentesca di Montpellier, spettatrice, e degli attori stessi della commedia, fra i quali brillava il futuro principe della facezia, Francesco Rabelais. Non diciamo il dottor Rabelais perché egli fu laureato soltanto qualche anno dopo, sebbene prima della laurea — singolare licenza — avesse tenuto all’Università stessa dei corsi su Ippocrate e Galeno.
Tra Montpellier, Lione e Roma
■ Egli era possessore d’un codice greco degli Aforismi di Ippocrate che gli servì a correggere errori trascorsi nei testi adoperati per l’insegnamento; e il testo così corretto pubblicò presso il famoso tipografo Sebastiano Gryph (in latino Gryphius) tedesco stabilitosi a Lione verso la fine del secolo XV, che fece guadagnare del danaro a Rabelais anche come correttore di bozze. Era il tempo in cui questo mestiere si gloriava degli uomini più dotti e dei più valenti scrittori. E con quella sua aria canzonatoria diceva nella dedica latina all’amico e protettore, vescovo Goffredo d’Estissac: — Se gli errori sono un brutto vizio da per tutto, nei libri dei medici sono cose degne d’espiazione, perché in questi libri basta una paroletta, o aggiunta o tolta, basta una virgola spostata per far correre pericolo di morte a molte migliaia di uomini —.
■ Si racconta che, mentre stava a Montpellier, ebbe dall’Università l’incarico di recarsi a Parigi per invocare dal Cancelliere Duprat la restaurazione o concessione di non si sa bene che privilegi per quello studio; e che egli, arrivato alla casa del Cancelliere e trovando grande difficoltà a ottenere udienza, si mise a passeggiare davanti al portone vestito d’un abito verde e truccato con una gran barba grigia, con un’aria che gli fece raccogliere subito intorno un buon numero di curiosi. Pretendeva di essere uno scuoiatore di vitelli e che chi voleva essere il primo a farsi scuoiare non aveva che da dirlo. L’assembramento diventa chiassoso e il Cancelliere manda un servo a vedere chi sia quello strano tipo. Rabelais risponde in latino. Viene giù un gentiluomo che sa questa lingua e lo strano tipo risponde in greco. C’era dal Cancelliere anche chi sapeva il greco, ma allora l’interrogato risponde in spagnolo; e così sfoggia successivamente l’italiano, il tedesco, l’inglese, l’ebraico. Infine lo conducono dal Cancelliere ed egli allora può spiegare in buon francese lo scopo della sua venuta e riesce a ottenere ciò che l’Università domanda.
■ Lasciata Montpellier — dove tornò alcuni anni dopo per prendere la laurea — si stabilì a Lione ed esercitò la medicina anche nell’ospedale grande, con lo stipendio di quaranta lire tornesi l’anno. Una sua lettera di quel tempo parla con disprezzo d’un altro medico letterato, italiano stabilitosi in Francia, Giulio Cesare Scaligero […]. Un libello anonimo contro certo Bernardo di Salignac, amico e benefattore del Rabelais, era attribuito a Gerolamo Aleandro di Motta Trivigiana, dottissimo, che era allora arcivescovo e divenne cardinale qualche anno dopo. Ma il Rabelais sapeva come stavano le cose e al Salignac scriveva:
«Ho appreso recentemente che voi preparate non so che contro le calunnie di Gerolamo Aleandro, sospetto d’avere scritto contro di voi sotto la maschera di un falso Scaligero. Io non sopporterò più che voi siate incerto e ingannato da tale sospetto, perché questo Scaligero esiste realmente, è di Verona, discendente dalla famiglia esiliata degli Scaligeri ed esule lui stesso. Ora egli esercita la medicina a Agen. Questo calunniatore io lo conosco bene: non manca di qualche conoscenza di medicina, ma quanto al resto è uomo per nulla stimabile e assolutamente ateo, come nessuno fu mai. Non ho ancora visto il suo libro; dopo tanti mesi, nessuna copia è arrivata sin qui, onde io suppongo che sia stato soppresso a Parigi dai vostri amici».
■ Assai maggiore stima egli aveva d’un altro italiano, il medico ferrarese Giovanni Manardi, conoscitore profondo della botanica in servizio della farmacia, che fu tra i primi a ribellarsi contro le tradizioni imperanti e a richiamare la coltura medica dagli arabi ai greci. Il Rabelais, umanista e spirito portato a ribellarsi contro le tirannie intellettuali e spirituali, ebbe in tale considerazione il ferrarese da curare e pubblicare — sempre a Lione — la seconda parte delle «Epistolae medicales» di lui, quattro anni prima che il Manardi morisse. E vi premise una lettera dedicatoria in cui se la pigliava appunto con quelli che chiudono gli occhi ai progressi delle arti e delle scienze.
■ La luce, del resto, veniva allora ancora dall’Italia: ancora l’Italia era la madre delle arti e delle scienze, il rinnovato e sfolgorante focolare della coltura. L’erudizione italiana giocò anzi un brutto tiro all’umanista medico francese, perché egli fece ristampare due frammenti di Roma antica, un testamento di Lucio Cuspidio e un contratto di vendita, prendendoli per genuini, mentre erano due falsificazioni, la prima di Pomponio Leto e la seconda di Gioviano Pontano. Però confessava di non aver visto l’originale; ma quando la falsità fu chiara egli rise certamente d’un riso meno allegro, meno suo.
■ D’un altro italiano dottissimo, il milanese Bartolomeo Marliani, che conobbe a Roma, il Rabelais si occupò due anni dopo, pubblicandone la «Topografia di Roma antica» presso il solito Sebastiano Gryph.
■ Egli aveva lasciato Lione per seguire a Roma in qualità di medico (era la professione a cui teneva e di cui viveva) il vescovo di Parigi Giovanni du Bellay, che vi andava per una speciale missione politica. Naturalmente, non la salute del vescovo gl’importava e neppur tanto lo stipendio quanto la conoscenza dell’alma città, della eterna capitale spirituale del mondo. E anche a Roma la leggenda non permise ch’egli facesse soltanto la figura dello studioso e che in questo modo si dissimulasse, anzi si eclissasse, il principe della facezia. E la leggenda raccontò probabilmente inventando che maestro Francesco, avendo visto l’arcivescovo di Parigi baciare il piede del Santo Padre, uscì a dire: Se un così gran signore di Francia non può baciare che il piede, io, che conto molto meno, domando di baciargli il deretano, purché glielo lavino —.
■ Questo episodio è suggerito da un passo del suo poema burlesco, e generalmente i più buffi degli aneddoti attribuitigli hanno la stessa origine. Dopo che lo scrittore ha fatto l’opera, l’opera fa a sua immagine e somiglianza lo scrittore: la creatura crea a sua volta il creatore. E viene in mente quel famoso tratto di spirito: — Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma l’uomo gliel’ha reso bene —; volendosi intendere che certa gente, in buona fede magari, figura a sé e agli altri un Dio piuttosto scadente.
■ Più verosimile è un altro aneddoto che si racconta di lui nella dimora romana. Il papa gli domandò che grazia desiderasse. — La grazia di essere scomunicato — rispose serio serio Rabelais. Stupore del papa, ma il medico letterato spiega il suo desiderio: — Nel venire a Roma siamo passati per la Tarantasia, dove faceva un gran freddo. Fermatici alla casa d’una buona donna, la pregammo di accenderci un po’ di fuoco. Per accontentarci ella prese una parte della paglia del letto, ma il fuoco non prendeva; ond’ella esclamò: — Questa paglia dev’essere scomunicata dalla propria bocca del papa, se non può bruciare! —. Ora, siccome al mio paese c’è una certa inclinazione per bruciare le persone, io spero che, scomunicato dalla propria bocca del Santo Padre, non correrò mai il rischio di ardere, come la paglia della donnetta di Tarantasia —.
■ Tutti sanno che in quei tempi coloro che si permettevano di pensare e di parlare o scrivere liberamente in materia di religione — o soltanto di filosofia e di scienza — potevano finire sul rogo; e il Rabelais ebbe occasione di temere sul serio una arrostitura così sgradevole.
■ Tornò a Roma l’anno dopo con lo stesso Du Bellay nominato cardinale e allora maestro Francesco cercò di regolare la propria posizione di frate mezzo sfratato e di sacerdote che viveva del tutto a modo proprio. Chiese e ottenne l’assoluzione per quella sua specie di apostolato e il permesso di rientrare nell’ordine di San Benedetto ma nello stesso tempo di poter esercitare la sua propria e vera professione, quella di medico, entro i limiti ammessi dalla Chiesa, cioè sino all’uso del ferro e del fuoco escluso. Perché la Chiesa, la quale «abhorret a sanguine» tollera nei religiosi l’esercizio della medicina ma non della chirurgia, e quello della medicina per solo spirito di umanità, senza che se ne tragga guadagno. Maestro Francesco era disposto a fare il medico gratuitamente, purché gli fosse consentito di seguitare a far il medico. È una prova d’amore alla professione.
■ In verità più tardi fu la medicina che, in ore difficili, gli permise di guadagnarsi il pane.
Le ultime vicende
■ Passa un po’ di tempo alla badia benedettina di San Mauro, un paradiso; poi torna a Montpellier a prendervi la laurea e vi tiene un corso sui Pronostici di Ippocrate e lezioni di anatomia. Perché, mentre il Vesalio era ancora molto giovane, questo medico letterato già tagliava cadaveri e imparava e insegnava anatomia nel modo più utile e allora meno ammesso. Un poeta latino lo vanta tanto bravo da poter richiamare gli uomini da morte a vita e un altro dice che intere regioni sono piene della sua fama di medico. Intanto, per confermare la buona volontà di rimettersi sulla via del Signore, in due anni ha e perde un figlio di nome Teodulo. Ma il peccato è veniale: anche il Petrarca ebbe e perdette in pochi anni un figliuolo.
■ Poi torna in Italia, con un altro Du Bellay, e si ferma a Torino, sempre in qualità di medico del signore che accompagna.
■ Egli ha già cominciato la pubblicazione dell’opera che lo renderà immortale: la vita di Gargantua e i fatti e prodezze di suo figlio Pantagruel. L’opera esce un libro per volta e con uno pseudonimo — Alcofribas Nasier — che è l’anagramma del suo nome. L’opera è piena di elementi scandalosi per i professori della Sorbona, specialmente pei teologi, dei quali parla in tono schernevole. Ma sono tempi terribili pei liberi pensatori e maestro Alcofribas Nasier deve pensare ai casi suoi. Per fortuna egli ha amici potenti, che lo raccomandano al re Francesco I, e quel re galante e gaudente si diverte alla lettura e concede la sua protezione. Allora lo scrittore mette fuori il suo nome. La grande opera è di «maestro Francesco Rabelais, medico». Ci tiene: è il suo titolo di nobiltà, quel dottore in medicina; e non ne ha certo bisogno per darsi importanza, perchè il poema burlesco va a ruba e tutti gli uomini dotti di Francia lo conoscono per uomo dottissimo. Non importa: egli è dottore in medicina.
■ Ma Francesco I si ammala e le cose si guastano seriamente. Rabelais, a cui il fuoco piace, ma non in forma di rogo, fiuta odore di bruciaticcio e scappa. Si rifugia a Metz e vi ottiene il posto di medico condotto della città, con lo stipendio di 120 lire l’anno (la lira d’allora non ha niente a vedere con quella d’oggi); ma egli non ha stoffa d’uomo da vivere quietamente in esilio. Per mezzo del solito cardinal Du Bellay torna probabilmente in Francia: a ogni modo, nel 1549 egli era di nuovo a Roma con lui e assisteva alle feste per la nascita del secondo figlio di Enrico II e di Caterina dei Medici.
■ Il Rabelais si faceva beffe delle principali superstizioni medievali, tra le quali principalissima l’astrologia; ma un erudito della sua forza non poteva essere ignaro di questa materia, ed egli volle tirare l’oroscopo del regal neonato e trovò che questi avrebbe avuto l’avvenire favorevole, «una volta sfuggito a qualche tristo aspetto nell’angolo occidentale della settima casa». Come si sa, gli astrologi dividevano il cielo in varie linee incrociantisi. E l’astrologo andò a capofitto nella costellazione del granchio perché il figlio del re morì in culla prima di arrivare alla settima casa.
■ La lotta contro di lui divenne sempre più aspra da parte dei benpensanti, cioè di coloro che non pensavano se non sulla misura delle autorità sacre e profane, ma sopra tutto da parte di quanti sentivano i colpi della satira rabelaisiana; e tuttavia quest’uomo fortunato riuscì ad assicurarsi anche la protezione di Enrico II. In mezzo al clamore degli avversari, ottenne il benefizio della cura di Meudon con obbligo di esercitare le funzioni. Eccolo dunque curato, un buon curato, di cui il gregge si mostrava soddisfatto, poiché egli curava diligentemente le loro anime e i loro corpi; e probabilmente la soddisfazione derivava sopra tutto dalla cura dei corpi, essendo risaputo che gli uomini dànno praticamente più importanza alla pelle che all’anima, più alla salute terrena che alla salute eterna. Almeno davano importanza in quel tempo. Certo è che il Rabelais fu poi chiamato per eccellenza il buon curato o l’allegro curato di Meudon.
■ Ma nella veste di curato egli si trovava a disagio. Il creatore di Panurgo era imbarazzato in un ufficio che lo obbligava a severità di condotta e di letteratura. Rinunziò. Forse anche i suoi superiori ecclesiastici non gli dimostrarono benevolenza e d’altra parte come pretendere la loro benevolenza se intanto dava alle stampe il quarto libro di Pantagruel, ridanciano e grasso e — in un certo senso almeno — scandaloso quanto i precedenti?
■ L’anno dopo Francesco Rabelais moriva in un’età incerta fra i sessanta e i settant’anni. E la leggenda si affrettò a raccontare ch’egli volle essere vestito d’una di quelle vesti con cappuccio che ancor oggi si chiamano «domini» per aver il piacere di far un giuoco di parole col «Beati qui in Domino moriuntur». Peggio, si disse che, ricevuta l’estrema unzione, mormorasse: — Il grasso è stato dato agli stivali; si può partire —. Si aggiunse che avesse dettato questo testamento: «Io non ho il becco d’un quattrino e sono pieno di debiti; lascio il resto ai poveri». E avrebbe anche mostrato di essere poco buon cattolico dicendo: — Me ne vado in cerca di un gran forse —; anzi sarebbe stato abbastanza cinico pronunziando queste ultime parole: — Calate la tela, la farsa è finita —.
■ Ma ripetiamo, su tutti gli aneddoti rabelaisiani bisogna fare una gran tara. Certo egli doveva amare le arguzie, e si sa che amatori di arguzie non guardano pel sottile agli argomenti per prendersi il gusto di ridere e far ridere. Poco o molto, un uomo parla come scrive, nella sostanza se non nella forma. Inoltre egli aveva pienamente l’ebbrezza di ribellione intellettuale del Rinascimento, non soltanto ne’ suoi meriti ma anche ne’ suoi eccessi. E tuttavia era uomo di troppo ingegno per abbandonarsi a esagerazioni d’una mentalità angusta. Non poteva essere eretico, perché la riforma in realtà non rivendicava la libertà del pensiero ma sostituiva una servitù a un’altra.
■ Pensiamolo amante del buon vino, ma non ubbriacone, portato al parlare sboccato ma non dispregiatore d’ogni verecondia: un galantuomo nauseato delle varie tirannidi che opprimevano il pensiero ed eccedente nella ribellione, ma insomma un galantuomo, a cui d’altra parte aggiungeva umanità e un certo equilibrio la professione di medico.
Medicina e comicità
■ Occorre poi dire che un critico e burlone così ardente non poteva astenersi dal beffarsi anche dei medici e della medicina? No certo; ma egli più di molti altri era in grado di distinguere fra medici buoni e cattivi, fra medicina e ciarlataneria. In fondo, la ricchissima letteratura satirica riguardante l’arte salutare ha fra i suoi fondamenti questo: che l’eccellenza stessa e l’altissimo valore, non soltanto sociale ma morale, dell’arte ha sempre portato a innalzare la figura ideale del medico e quindi a giudicare duramente quelli che a tale altezza non si levavano.
■ Il vero giudizio di Francesco Rabelais si può simboleggiare nel fatto ch’egli parla male di certi medici nell’atto di dare al pubblico le Lettere mediche del Manardi. La dedica dell’edizione è al giureconsulto Andrea Tiraqueau, uno dei suoi amici protettori, noto per il gran numero di libri e il gran numero di figli; onde qualcuno disse ch’egli dava ogni anno allo Stato un figlio e un libro. Si parlò di trenta figli; ma forse furono soltanto una quindicina, come le sue opere. Il Tiraqueau aveva molto lodato al Rabelais la prima parte delle lettere del medico ferrarese; e quindi a lui questi dedicava l’edizione lionese della seconda, parlandogli di certuni (non tutti, ma «quidam inter me- dicos») «i quali fanno professione di medicina ma, guardati addentro, appaiono vuoti di dottrina, di fede e di avvedimento, e pieni invece di albagìa, d’invidia e di sudiceria», uomini «che fanno esperimenti con la morte altrui (secondo l’antica deplorazione di Plinio) e che incombono talvolta ai malati più pericolosamente delle stesse malattie». Ma il Tiraqueau aveva giudicato e il Rabelais aveva riconosciuto in Giovanni Manardi «medicum solertissimum doctissimunque» e le sue lettere tali che avrebbe potuto dettarle Peone (l’arcaico medico degli dei) o lo stesso Esculapio.
■ La vita di Gargantua e i mirabili fatti di Pantagruel suo figlio sono atti, opinioni e vicende di giganti mescolati con atti, opinioni e vicende di uomini dalle proporzioni normali. I giganti, padre e figlio, sono brava gente. L’altro personaggio predominante è Panurgo, un fior di canaglia, ma così lepidamente malizioso che a furia di far ridere sembra far dimenticare la sua bassezza morale. Egli è una specie di Sancio Panza di Pantagruel, ma un Sancio Panza briccone e cinico, che sembra messo lì a far la critica spietata, all’ombra di un certo idealismo gigantèo, dei vizi, dei difetti, delle sciocchezze degli uomini — donne largamente comprese. Coi giganti, tutti i particolari sono enormi, e si ride di quelle proporzioni colossali che hanno carattere d’immaginazione popolare; con Panurgo e i compagni, nel séguito di Pantagruel, i particolari sono assai spesso triviali e, nella esagerazione comica più o meno caricaturale, realistici; e si ride di quelle verità che spogliano l’uomo del suo virtuoso manto d’ipocrisia. Giganti e uomini normali corrispondono al grande miscuglio di falso e di vero, di burlesco e di sensato, di grossolano e di sottile, di pazzesco e di razionale, di assurdo e di logico che dànno all’opera rabelaisiana la sua possente originalità di commedia umana. Una commedia mastodontica, in cui fiotti di luce si versano sopra un groviglio di gente che beve, beve, beve, e mangia, e soddisfa alle altre necessità corporali — delle quali si parla continuamente, e quella luce dà un maraviglioso rilievo a figure indimenticabili. Lì per lì, si direbbero fantocci più o meno grotteschi; ma le parole, quasi si potrebbe dire il tono di voce, del genialissimo burattinaio, le sue risate, le sue malizie, la sua sapienza brillante attraverso i camuffamenti, dànno ai fantocci una vita che l’ammirazione di quattro secoli ha proclamata immortale.
■ Ora, Pantagruel e Panurgo non sono estranei del tutto all’arte del medico creatore.
■ Pantagruel, nella sua prima giovinezza, andò a Montpellier, dove trovò «assai buoni vini e allegra compagnia (queste sono le cose più importanti e il motivo dominante dell’opera nel suo valore esteriore); e pensò di mettersi a studiar medicina, ma considerò che la professione era troppo fastidiosa e malinconica, e che i medici puzzavano di clisteri come vecchi diavoli». Furono dunque l’amore della comodità e l’estetica che lo dissuasero dalla medicina. Panurgo, invece, era stato a un certo momento — nella varietà di trovate e di ripieghi della sua vita — un venditore di rimedii. Egli aveva «gridato la teriaca», cioè aveva esercitato quel mestiere di cantambanco per cui si mescolavano lazzi e giuochi allo spaccio del famoso antidoto o di qualsiasi pomata o polvere o radice spacciata come una panacea alla docile stolidità del volgo. Alla medicina, quindi, il padrone s’era accostato da studioso e il subalterno da ciarlatano.
■ Perciò quando Pantagruel stabilisce che si chieda consiglio, sul caso di Panurgo che vuol prender moglie e ha paura delle corna, a un teologo, a un medico e a un avvocato, Panurgo trova assurdo un mondo in cui si affida il nostro corpo ai medici, che per conto loro aborrono dai medicamenti e non ne prendono mai. Ma il savio Pantagruel risponde: «I buoni medici danno si buon ordine alla parte profilattica e conservatrice della propria salute che non hanno bisogno della parte terapeutica e curativa per mezzo di medicamenti».
■ Per il resto, la scienza medica nel poema burlesco è burlesca anch’essa, qualche volta con un fondo di buon senso, più spesso tirata in ballo soltanto per far ridere, in mezzo a una selva di citazioni erudite e di vocaboli tecnici che aumentano la comicità.
■ Gargantua fu portato dalla madre undici mesi prima di darlo alla luce. Che c’è di strano? Le autorità abbondano. Quanto ai dieci mesi, basta ricordare la famosa ecloga di Virgilio; e poi ci sono le leggi e i commenti. «Per mezzo delle quali leggi le vedove possono francamente giocare di groppa a piacer loro, anche due mesi dopo la morte del marito». E la risata prosegue su questo tema delle vedove allegre. Mandato a educare a Parigi, Gargantua si svegliava la mattina tra le otto e le nove e si metteva ad agitar gambe e braccia e a rivoltarsi nel letto per meglio rallegrare gli spiriti animali, poi andava di corpo, pisciava, vomitava, ruttava, spetezzava, sbadigliava, sputava, tossiva, singhiozzava, starnutava e si soffiava il naso da arcidiacono; e faceva colazione con belle trippe fritte, dei pezzi di carne arrostiti sulla graticola, bei prosciutti, begli arrosti di capretto, non senza abbondanza di zuppe. (Bisogna tener a mente che si tratta d’uno smisurato gigante al quale, appena nato, furono provvedute 17913 vacche per l’allattamento). Il pedagogo Ponocrate lo rimproverava di mettersi a mangiare senza aver fatto esercizio; ma egli accampava le giravolte per il letto. «Non basta? Papa Alessandro faceva così, per consiglio del suo medico ebreo, e visse fino alla morte, a dispetto degl’invidiosi». E quando Ponocrate gli diceva che non era igienico mettersi a bere vino subito dopo il sonno pomeridiano, il buon gigante obbiettava una caratteristica singolarità del suo sonno: diceva ch’egli dormiva «salato» e che quindi dormire per lui era come mangiare prosciutto. Onde ci volle, per consiglio d’un medico chiamato maestro Teodoro, una cura per rimettere Gargantua sulla buona strada.
■ Allora Gargantua si mise a fare molti esercizi fisici. Quanto ai pasti, il pranzo (cioè il pasto di mezzogiorno) era frugale: quel tanto che bastava a calmare gli stimoli dell’appetito; ma la cena era copiosa. Mangiava, cioè, finché n’aveva voglia: «che è la vera dieta prescritta dall’arte di buona e sicura medicina, quantunque un mucchio di medicastri, venuti fuori dall’officina degli arabi, consiglino il contrario».
■ Si noti il dispregio per gli arabi, che è una caratteristica del Rinascimento medico.
Ricette e beffe
■ Il caldo è eccellente per i disturbi di natura reumatica. Panurgo, nella sua vita avventurosa, corse il rischio di morire arrostito dai turchi. Era già legato a uno spiedo e girava sul fuoco quando riuscì a scampare da morte: «quell’arrostimento mi guarì perfettamente d’una sciatica che avevo da più di sette anni». Ma la malattia più grave, la malattia cronica di Panurgo era un’altra e i medici non ci potevano far nulla: egli aveva un «flusso di borsa» per cui si trovava quasi sempre senza danari.
■ Povero Panurgo! Almeno egli conosceva un rimedio sovrano contro la stitichezza: la paura. E prese in viaggio una tale paura che frate Giovanni, avvicinandosigli, sentì un terribile odore.
■ Sicuro. «Messer Pandolfo della Cassina, senese — racconta il Rabelais — passando per Chambery e fermandosi presso il saggio massaio Vinet, prese dalla stalla una forca e gli disse: — Da Roma in qua io non sono andato del corpo. Di grazia, piglia in mano questa forca e fammi paura — Vinet con la forca si mise a fare dei movimenti di scherma come se lo volesse deliberatamente colpire. Il senese gli osservò: — Se non fai altrimenti non fai nulla. Sforzati di adoperarti più gagliardamente —. Ed ecco Vinet gli dà un sì gran colpo sul collo che lo butta per terra». Così il senese poté andar di corpo «più copiosamente che non avrebbero fatto nove bufali e quattordici arcipreti di Ostia».
■ Medicina, dunque, senza medicine. Nel regno di Quintessenza, questa dama guariva i malati soltanto sonando loro delle canzoni adatte alla loro malattia. Il curare i malati con la musica è antico quanto Pitagora; e del resto sappiamo che Apollo, dio della medicina, era anche dio della musica, e che il centauro Chirone, maestro di medicina, era anche maestro di musica. Dama Quintessenza sonava un organo che aveva le canne di cassia, il registro di guaiaco, i pedali di rabarbaro, la tastiera di scamonèa. Ella però non curava che gl’incurabili. Altri della sua corte procedevano altrimenti: uno guariva i sifilitici soltanto col toccar loro la vertebra dentiforme con un pezzo di zoccolo, tre volte; un altro sanava dalla gotta soltanto con ordinare ai gottosi di chiudere la bocca e aprire gli occhi (sulla qual cura è probabilmente simboleggiata la necessità di una dieta rigorosa — tenendo la bocca chiusa — e di molta attenzione a ciò che si mangia — tener gli occhi aperti). Uno, più bravo, per procedere a sicura disinfezione gettava le case dalle finestre. Un altro guariva i tisici e in generale le persone emaciate e mal ridotte facendoli vivere tre mesi con frati (allusione satirica alla vita di gaudenti che costoro erano accusati di condurre). E c’era anche chi fondeva le vecchie e ne faceva delle giovinette.
■ Ben altra faccenda fu la cura di Pantagruel quando s’ammalò di stomaco ed ebbe per giunta un riscaldamento all’uretra. Per questo i medici, a forza di droghe lenitive e diuretiche, gli fecero pisciare il suo male; ed era la sua orina così calda che sino a oggi non si è ancora raffreddata, come si può constatare nei luoghi dov’essa si trova ancora, che sono le così dette acque termali, comprese quella di Abano e della Porretta, checché ne dica «un mucchio di pazzi filosofi e medici i quali perdono il tempo a disputare donde venga il calore di quelle acque, se dal borace o dallo zolfo o dall’allume o dal salnitro». Per il mal di stomaco egli cominciò col prendere quattro quintali di scamonea colofoniaca, ventisei più diciotto carri di cassia, undicimilanovecento libbre di rabarbaro, senza contare altri intrugli. Poi si fecero sedici grosse palle di rame che si potevano aprire e chiudere. In una di esse entrò uno dei suoi con una lanterna e una fiaccola, e Pantagruel l’inghiotti come una piccola pillola. In cinque entrarono altri grossi servitori ciascuno con un piccone in ispalla; in tre tre contadini con le pale e nelle altre sette sette uomini con canestri. Quando furono nello stomaco ciascuno aprì la sua palla e uscì, primo di tutti quello che aveva la lanterna, e così cercarono più di mezzo miglio dov’erano gli umori corrotti e un orribile baratro più puzzolente e infetto di Mefitide o della palude Camarina o del cimicesco lago di Sorbona (l’Università di Parigi che gli era ostile e contro la quale ogni occasione gli era buona per scagliare delle frecce). I sedici uomini ne sarebbero stati asfissiati se non avessero preso in tempo antidoti convenienti. In quella materia immonda gli uni picchiarono coi picconi, gli altri raccolsero con le pale e ne riempirono i canestri, che gli ultimi sette portarono alle palle. Quando tutto fu ben pulito, ognuno si ritirò nella sua. Allora Pantagruel si eccitò il vomito e le sedici palle vennero fuori coi loro uomini sani e salvi.
■ Belle cure, in verità, e degne di questo nostro mirabile organismo, di cui maestro Francesco parla con entusiasmo quando vuol dimostrare che tutte le funzioni della vita in esso si svolgono in un rapporto di creditori e debitori. «La vita consiste nel sangue: il sangue è la sede dell’anima; onde tutte le parti del corpo lavorano alla produzione del sangue, e la loro gerarchia è tale che continuamente l’una piglia a prestito dall’altra e presta a sua volta. Per procurare gli alimenti le mani lavorano, i piedi camminano, gli occhi conducono. L’appetito, nell’orifizio dello stomaco, per mezzo di un po’ di malinconia acidula che gli è trasmessa dalla milza, ammonisce che bisogna infornare cibo. La lingua l’assaggia, i denti lo masticano, lo stomaco lo riceve, digerisce e chilifica. Le vene meseraiche ne succhiano ciò che è buono e idoneo, lasciano gli escrementi, che, per virtù espulsiva, sono messi fuori per condotti espressi, poi portano la materia succhiata al fegato; il quale la trasforma di nuovo e ne fa sangue. E pensate che gioia fra tutti questi lavoratori quando vedono il ruscello d’oro che è il loro solo ristoratore! Non è più grande la gioia degli alchimisti quando, dopo lunghe fatiche e grande cura e spesa, vedono i metalli trasformati nei loro fornelli. Dunque ogni membro si prepara e si adopera di nuovo a purificare e raffinare questo tesoro. I reni, per mezzo delle vene emulgenti, ne traggono l’acquosità che si chiama orina e attraverso gli ureteri la fanno scorrere giù, dove essa trova il suo ricettacolo, la vescica, che a tempo opportuno la espelle. La milza ne tira fuori la feccia, che si chiama malinconia. La bottiglia di fiele ne sottrae la collera superflua. Poi quel tesoro è trasportato in un’altra officina per esser meglio raffinato, cioè nel cuore, il quale co’ suoi movimenti diastolici e sistolici lo assottiglia e scalda in modo che col ventricolo destro lo riduce a perfezione e per le vene lo manda a tutte le membra. Ogni membro l’attira a sé e se ne alimenta a sua guisa: piedi, mani, occhi, tutti; e così diventano debitori, da creditori che erano prima. Col ventricolo sinistro il cuore lo fa tanto sottile da esser detto spirituale e lo manda a tutte le membra per mezzo delle arterie, a scaldare e ventilare quello delle vene. Il polmone, co’ suoi lobi e mantici, non cessa di rinfrescarlo. In riconoscimento di questo bene, il cuore gliene manda del migliore per mezzo della vena arteriale. Finalmente, tanto è raffinato nella rete meravigliosa, che in seguito ne son fatti gli spiriti animali, per mezzo dei quali si immagina, critica, giudica, risolve, delibera, ragiona e ricorda. In verità io mi annego, mi perdo, mi smarrisco quando entro nel profondo abisso di questo mondo che così presta e così s’indebita. Credete: cosa buona è prestare; e cosa eroica avere dei debiti».
■ Queste sono le conoscenze di fisiologia e questa la morale che maestro Francesco mette in bocca all’intelligente e squattrinato Panurgo. «E non è tutto ancora. Questo mondo che presta, che è in debito, che piglia a prestito è così buono che, compiuta l’alimentazione, pensa già a prestare a quelli che non sono ancora nati e così, se gli riesce, col prestito perpetuarsi e moltiplicarsi in immagini simili a sé, cioè figli. A questo scopo, ogni membro separa e sottrae una parte di ciò che è più prezioso nel suo nutrimento e lo rimanda in basso. Natura vi ha preparati vasi e ricettacoli opportuni per mezzo dei quali discendendo ai genitali in lunghi ambagi e flessuosità, riceve forma competente e trova luoghi idonei, tanto nell’uomo quanto nella donna, per conservare e perpetuare il genere umano. E il tutto si fa per prestiti e debiti dall’uno all’altro: quindi si dice Dovere di matrimonio. La natura infligge pena a chi rifiuta, acre vessazione fra le membra e furia nei sensi; a chi presta, occupazione assegnata, piacere, allegrezza e voluttà».
Il dottor Rondibilis
■ Ma la parte più importante per la medicina nel poema di questo medico geniale è quella dei capitoli dedicati al dottor Rondibilis maschera trasparente del nome che aveva un suo collega di Montpellier, il dottor Rondelet, uno degli attori di quella rappresentazione studentesca della Donna muta a cui abbiamo già accennato.
■ Il dottor Rondibilis non iscredita la classe con la parte che ha nel libro del suo immortale collega. Egli, in realtà, non interviene da medico ma da filosofo, con tutta l’arguzia che l’autore gli presta, nella delicata questione di Panurgo che ha voglia di ammogliarsi ma che vorrebbe evitare le corna.
— Arduo è il problema — dice il dottor Rondibilis —. Poichè voi affermate di sentire i pungenti stimoli della sensualità, io trovo nella nostra facoltà di medicina che la concupiscenza carnale può essere frenata con cinque mezzi. Primo: col vino. (Credo bene! esclama frate Giovanni des Entommeures io, quando sono ubbriaco, non desidero che di dormire). Con l’uso intemperato del vino si ha snervatezza e inebetimento dei sensi. Bacco, dio degli ubbriaconi, è rappresentato senza barba, in abito femmineo, come effeminato, eunuco e scoglionato. Usato invece temperatamente, dà ragione al proverbio secondo il quale Venere ha bisogno della compagnia di Bacco e di Cerere. Secondo: con certe droghe e piante, che rendono l’uomo freddo e inetto alla generazione. (Tra i rimedii c’è strano a dirsi la mandragora; e anche la pelle dell’ippopotamo). — Terzo — prosegue Rondibilis — con l’assiduo lavoro. Così, Diana è casta perché continuamente occupata nella caccia. Invece l’ozio è padre della lussuria. Perciò lo scultore Canaco, di Sicione, volendo far intendere che ozio, pigrizia, accidia sono al governo della ruffianeria fece la statua di Venere seduta invece che in piedi, come avevano fatto tutti i suoi predecessori. Quarto: col fervore dello studio. Pallade, dea della sapienza, è vergine. L’uomo studioso è tutto sospeso nell’attenzione, tutto assorbito dalla meditazione: le altre funzioni del suo organismo sembrano obliate. Quinto: con l’atto venereo (Questo è per l’appunto — osserva burlescamente frate Giovanni — ciò che si chiama «macerazione della carne»). Panurgo è ben fatto, troverà la donna che gli andrà e ci farà de’ bei figliuoli —.
— Va bene — dice Panurgo —, ma rimane quel tal punto: sarò io becco? —.
— Becco? — esclama il dottor Rondibilis —. Scrivete nel vostro cervello con uno stile ferreo che ogni uomo ammogliato è in imminente pericolo d’essere becco. Non più naturalmente l’ombra segue il corpo che le corna gli ammogliati. E quando udirete dire queste tre parole: egli è ammogliato, dite subito: dunque egli è o è stato o sarà o può essere becco. «Quando dico donna — proclama questo misògino dottore — dico un sesso tanto fragile, tanto variabile, tanto mutevole, tanto incostante e imperfetto che natura mi sembra (parlando col massimo rispetto) avere smarrito quel buon senso con cui aveva creato e formato ogni cosa quando ha costruito la donna. E avendoci pensato cento volte e cinquecento, non so che cosa concludere se non che, foggiando la donna, la natura ha avuto di mira la dilettazione sociale dell’uomo e la perpetuazione della specie umana assai più che la perfezione della muliebrità individuale. Certo, Platone non sa in qual grado collocarla, o tra gli animali ragionevoli o tra i bruti. Perchè la natura le ha messo in corpo, in luogo segreto e intestino, un animale, un membro — che gli uomini non hanno — in cui si generano talvolta certi umori salsi, nitrosi, boracinosi, acri, mordicanti, taglienti, amaramente solleticanti; e per la puntura e vibrazione dolorosa di tali umori (perché questo membro è tutto nervi e di vivace sensibilità) tutto il corpo in lei ne è agitato, tutti i sensi rapiti, tutte le affezioni rese incerte, tutti i pensieri confusi. Di modo che se la natura non le avesse irrorata la fronte d’un po’ di pudore, voi la vedreste come forsennata correre la cavallina….».
■ Il dottor Rondibilis non si ferma a questa terribile presentazione dell’utero, ma seguita a dichiararne la vitalità con citazioni di Aristotele, di Platone, di Galeno, e a rilevarne la tirannide. Appunto per ciò — dice — «non piccola gloria è quella delle savie donne che sono vissute pudicamente e senza biasimo e hanno avuto la virtù di ridurre questo sfrenato animale all’obbedienza della ragione». E seguita raccontando come Giove assegnasse a ogni dio la sua festa e il suo speciale dominio e dimenticasse il Cornutismo, che si trovava allora a Parigi, e come poi costui tanto annoiasse Giove da farsi concedere gli stessi onori, celebrandosi la sua festa nello stesso giorno di quella della dea Gelosia.
■ Panurgo si secca di non essere stato rassicurato dal medico e lo punzecchia, ma riceve pan per focaccia. Alla fine il candidato al matrimonio e annessi inconvenienti si avvia per andarsene, ma prima gli mette in mano, senza dir nulla, delle buone monete. Rondibilis le prese, poi disse stupito e indignato: — Oh oh oh, messere, non bisognava! Tante grazie a ogni modo. Dalla gente cattiva io non accetto nulla: nulla rifiuto dalla gente per bene. Sempre agli ordini vostri —.
— Pagando — disse Panurgo. — S’intende — rispose Rondibilis. E con questa frecciata che bisognava aspettarsi dalla malizia di maestro Francesco il dottor Rondibilis dispare dalla scena.
L’ubbriachezza del Rinascimento
■ E tra i suoi personaggi l’animatore malizioso e giocondo va avanti a ridere, quasi tenga d’occhio i lettori perché continuino a divertirsi senza un’ombra di stanchezza. Il dottore in medicina si occupa di loro come si occuperebbe de’ suoi malati. Questo mondo è pieno di noie e di miserie, di turbamenti e di esasperazioni, che sono peggio dell’aria infetta — oggi si direbbe dei bacilli — donde nascono e si svolgono le epidemie. Non è verità eterna, da prima di Ippocrate all’ultimo momento in cui si parla e si scrive, in cui si soffre, si invecchia, si decade, che i dispiaceri sono i peggiori nemici della buona salute? Ebbene, purché si rida i dispiaceri rimangono inermi. Egli lo sa. «Non essendo possibile che da tutti i mali io sia chiamato e tutti li prenda in cura, perché si dovrebbe togliere agl’infermi e agli abbattuti il piacere e il gioioso passatempo (senza offesa di Dio, del re o d’altro) ch’essi prendono seguendo in mia assenza la lettura di questi libri giocondi?». Egli afferma di sapere che «non poca gente abbattuta, malata o in altro modo turbata e desolata ha, con la lettura di queste mitologie pantagrueliche, ingannato la noia, passato allegramente il tempo e ricevuto allegrezza e consolazione novella». La sua intenzione era appunto «dare per iscritto questo po’ di sollievo che potevo agli afflitti e malati assenti: sollievo che dò volentieri, quando c’è bisogno, di persona a coloro che si valgono della mia arte e de’ miei servizi».
■ Il primo dovere del medico è di rasserenare con la sua presenza il malato. Egli ricorda che Ippocrate paragona l’esercizio della medicina a un combattimento o farsa rappresentata da tre personaggi: il malato, il medico e la malattia. La prima operazione del medico è confortare spiritualmente il malato. Gli antichi maestri ammonivano che tutto il contegno del medico deve mirare a uno scopo: «rallegrare il malato senza offesa di Dio e non contristarlo per alcuna ragione». Erofilo biasimò grandemente il medico Callianax perché a un malato che gli domandava: — Morirò? Morirò? — rispose: — Anche Patroclo morì, che era più valente uomo di te —, e a un altro che gli faceva la stessa domanda: — Giudichi tu dall’orina che io debba morire? — fece una risposta dello stesso genere: — No, tu non morirai se sei stato generato da Latona, madre dei bei figli Apollo e Diana —.
■ Dunque il poema di maestro Francesco è un ottimo rimedio. «C’è stata della gente (e non racconto frottole) che, essendo terribilmente tormentata dal mal di denti, dopo avere speso un patrimonio in medici senza alcun profitto, non ha trovato rimedio più efficace che mettere le cronache di Gargantua fra due pannilini ben caldi e applicarseli sulla parte dolorante, senapizzandoli con un po’ di polvere d’oribus». Il quale oribus sarà un po’ difficile trovarlo nelle farmacie.
■ Il mondo, anche se non se ne serve per il mal di denti, séguita, — quando vuol farsi buon sangue, — a leggere le storie di Gargantua e di Pantagruel e ha fatto di Panurgo un beniamino di quel mondo della fantasia artistica dove i personaggi letterarii sono più reali d’ogni real vivente. Nessun medico filosofo o letterato ha scritto nulla di più famoso, di più universalmente famoso. Anzi tra i grandi scrittori questo medico s’avanza, senza timore d’esser respinto ai posti di dietro.
■ Egli è gigantesco, in un certo senso, come le sue creature. Con la forza sorprendente del suo spirito epicamente grossolano e del suo genio sottile, che traspare anche dalle più triviali facezie, maestro Francesco Rabelais, medico, si trae dietro gran parte della coltura e della mentalità dei clerici vaganti e degli scrittori di «fabliaux» del medio evo, ma trascina tutto in una luce nuova, ridendo luminosamente sopra la materia popolaresca e soffiandole un’anima ribelle. Ah, la libertà! L’uomo medievale si inebbria dell’aria nuova del Rinascimento, che diede alla testa a molti, come un vino frizzante e poderoso. Se si volesse prendere per simbolo il motivo dominante del vino nel poema, si potrebbe dire che esso rappresenta appunto questa ebrezza del pensiero libero che rutta (la parola è bassa, ma alle facezie rabelaisiane conviene assai spesso) che rutta il suo dispetto e il suo scherno contro le ostinate tirannidi intellettuali. Sì. E avanti con le stravaganze, con le strampalerie, sotto le quali ferve la coscienza nuova. Egli fa fondare nella sua opera la Badia di Thelème, un maestoso convento laico, sulla cui porta è scritto: Fa quello che vuoi.
■ Il medico si è vestito da buffone in un carnevale indiavolato. Sembra agitarsi follemente; ma quasi a ogni gesto si sente che egli osserva il mondo malato, sa dove sono i suoi mali, vede come procedono le sue infezioni, e va indicando la cura. Bisogna stare attenti per capire la diagnosi in mezzo al clamore del carnevale; ma la diagnosi è giusta: liberare lo spirito, cercare la verità, creare la disciplina della coscienza e non alla coscienza imporla come la museruola e il guinzaglio a un cane. E prender gli uomini per quello che sono.
■ Maestro Francesco Rabelais è un gran vanto nella storia della varia genialità dei medici. Un verso nella dedica della sua opera potrebbe essere inciso sul tempio di Esculapio: — Mieux est de ris que de larmes escrire —. Difesa, offesa, ribellione dell’uomo di fronte ai guai: il riso!”

