Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XVIII, N. 11, novembre 1912. Dell’avv. B. Mattiauda.
” ■ Ripenso talvolta il lavoro paziente e vastissimo compiuto dal Touring Club Italiano quando sotto l’ispirazione e la guida di L. V. Bertarelli, imprese la «revisione toponomastica dei documenti fondamentali che ci danno i nomi di casa nostra». Ripenso al contributo spontaneo di lavoro portato da un esercito di soci, ed alle 48000 comunicazioni cogli Informatori spogliate, discusse e utilizzate in poco più d’un anno rettificando 7197 nomi della Carta d’Italia…; e domando a me stesso di che cosa sarebbe ancora capace codesta attività con tanta coesione di buon volere e di forza morale.
“FIGURA D’UOMO CON ARATRO E BUOI IN «VAL FONTANALBA».”
■ E ripensando al lavoro compiuto di fronte a quello che rimane da compiere, si affacciano alla mia mente le NOTE TOPONOMASTICHE del Touring Club Italiano come prima correzione delle prove di stampa per un libro di valore immenso, quale sarebbe il libro più antico mondo; perché il libro più antico non è certamente la Bibbia, né possono esserlo i libri sacri dell’India o del Celeste Impero, né quelli sacerdotali d’Egitto, dove leggevansi le vicende di civiltà e di popoli scomparsi. Prima di Mosè, prima di ogni scrittura geroglifica dell’Egitto e del Messico, prima ancora del sacro vate che affidò al vetustissimo canto le prime istorie da tramandarsi ai venturi, esordiva la umana industria con un libro mirabile per vastità d’argomento e continuità di dettato e serie non interrotta di collaboratori, così da farne la storia più antica e fedele di tutti i popoli meritevoli di ricordanza. Questo libro antichissimo, perché anteriore alle prime parvenze di civiltà, è la superficie stessa della terra, e i suoi caratteri indelebili e le sue parole, sonanti lungo il corso di molti millennî, sono I NOMI LOCALI, testimonianze sicure delle vicende infinite dell’Umanità, delle sue divisioni, delle sue lotte, delle parentele remotissime, dei linguaggi misteriosi che germogliarono per secolari contatti di tribù e di popoli senza nome, prima assai che sorgesse il primo vate ripolitore di volgare linguaggio o il primo grammatico paziente e l’acuto glottologo a raccogliere le leggi arcane e mirabili della umana parola. In questo libro immenso, nei nomi dei monti, dei fiumi, dei golfi, dei promontorî, delle fontane e delle caverne stesse che raccolsero e protessero le umilissime origini degli umani consorzi, nei nomi delle città e dei villaggi più antichi è la storia prima e più certa delle vicende dell’umana famiglia. Ogni popolo ha in questo libro la sua pagina misteriosa. Ed una delle più splendide è certamente quella toccata alle genti d’Italia e scolpita indelebile su tutta quanta la superficie della penisola nostra nelle migliaia di nomi che più durevoli della pietra e del bronzo serbano le memorie dell’italica stirpe.
“UNA GRANDE SUPERFICIE LISCIA IN «VAL FONTANALBA» COPERTA DALLE FIGURE SCOLPITE.”
■ A leggere questa pagina, inesauribile per ricchezza di rivelazioni inattese, pochi si accinsero, distratti specialmente dalla volgare credenza che tutto s’abbi a trovare nei libri, senza pensare che prima d’ogni più antica scrittura, l’Umanità ebbe millennî di vita lasciandone sempre testimonianza NEI NOMI DEI LUOGHI ABITATI. I quali nomi accettati quasi sempre dai successivi occupanti, modificati in parte o storpiati pure talvolta dai conquistatori, ma più sovente ancora dalla incosciente superbia dei letterati, restarono però quasi sempre inalterati nella fonetica popolare dei volghi abitatori della regione specialmente nelle parti montane e di più difficile accesso. E in questa volgare fonetica sempre o quasi si possono rintracciare e riconoscere nelle loro forme antichissime, e possono essere purgati dalle eventuali sovrapposizioni e dalle storpiature che li deturpano. A leggere e a purgare la splendida pagina che porta il nome d’ITALIA si accinse da qualche tempo il Touring Club Italiano come apparisce in modo speciale dalle Note toponomastiche pubblicate nel 1908. E se la collaborazione dei numerosi consoci rispondesse ancora volonterosa all’appello, come prevede il Bertarelli, io vorrei pure sollecitarla non solo per aggiungere a molti nomi locali compresi o da comprendersi nella Carta topografica d’Italia la forma dialettale corrispondente, ma per raccogliere inoltre nelle rispettive forme volgari tutti quei nomi di regioni, di località, di rupi, di fontane, di caverne, ecc. ecc., che non possono essere compresi nella carta e che non avendo una ragione storica conosciuta, sieno in apparenza strani o difficilmente spiegabili. Io ciò vorrei perché una certa esperienza e ripetute osservazioni e pazientissime indagini da lungo tempo m’insegnano che nella forma volgare dei nomi proprî locali è a raccogliersi la più gran messe di voci comuni delle antichissime lingue italiche.
“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE DI ARMI, ARATRO, ECC.”
■ È in questi nomi la prova più certa che vive e si perpetua in moltissimi volghi italici l’idioma dei Liguri, stirpe più antica d’Italia, l’idioma stesso che i dotti immaginarono e proclamarono estinto, vaneggiando sorpresi dietro un errore colossale di Metrodoro Scepzio, divulgato da Plinio, riguardo al nome del maggior fiume d’Italia. ■ È in questi nomi la chiave di quell’arcano linguaggio degli Etruschi dalla cui civiltà assai prima che dalla Graecia capta si educava l’antica Roma all’imperio del mondo; di quell’arcano linguaggio che il Lattes (miracolo di lavoro e di pertinace pazienza tra i molti e dottissimi che ne tentarono il mistero) dice ancora, e giustamente, «un problema che da tre secoli almeno — altri potrebbe dire da venti — pesa come cappa di piombo sulla storia della civiltà e dell’Italia». E tale è davvero, perché delle sue migliaia d’iscrizioni scoperte finora NON UNA fu integralmente, con sicurezza e concordemente decifrata in tre secoli di lavoro, da una legione di dotti; NON UNA! neppur quella semplice e chiara di due sole parole conosciuta col nome di epigrafe di Tresivio (Fabretti, N. 2, del Primo Supplemento al Corpus inscriptionum italicarum), neppur quella sepolcrale davvero e chiarissima e di una sola parola al N. 1981 del Fabretti! senza contare le venti interpretazioni diverse e quasi tutte frammentarie della grande e completa epigrafe del Cippo di Perugia (al N. 1914 del Fabretti) attorno alla quale da 89 anni almeno si sta lavorando!
“TESTA CORNUTA CON RETTANGOLI DENTRO LE CORNA «VAL FONTANALBA»”
■ Sarebbe pure questa raccolta di forme dialettali dei nomi di casa nostra, il primo e più efficace contributo a un Dizionario Geografico d’Italia, utilissimo non solo alle ricerche geografiche, ma sì ancora, e più efficacemente forse, alle ricerche linguistiche ed etnografiche, essendo certissimo ad esempio, l’etimologia dei nomi stessi più noti, come quelli di Torino, Milano, Genova, Nizza, ecc., ecc. non potrà mai seriamente e utilmente ricercarsi se non partendo dalla forma volgare (Turin, Milan, Zena, Nissa, ecc.), cioè la forma ricevuta dal linguaggio d’origine. ■ E codesta verità intuirono forse coloro che (specialmente dalla Sardegna) contribuirono alle Note toponomastiche per la Carta del T. C. I. tentando di sostituire la forma dialettale nei nomi di molte località alla forma dei nomi stessi non sempre felicemente italianizzata, e immeritatamente accolta nelle Carte dell’Istituto geografico Militare, come già per lo innanzi nelle scritture notarili e burocratiche. Col quale tentativo intesero probabilmente affermare che i 3052 nuraghi inscritti nell’Elenco degli edifizi monumentali d’Italia pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1902 non valgono per lo storico e pel filologo quanto i nomi di pochi debitamente studiati e accertati nel rispettivo valore linguistico, e quanto valgono i nomi dei paesi dove s’incontrano ancora, come, ad esempio, il nome di Arzana, Bennari d’Usellus, Baiore, Isili, Narca, Oliena, ecc., ecc. e quanto i nomi dei nuraghi Izzi ed Aiga in Abbasanta, Bolessene in Aidomaggiore, Sa Nizza in Assolo, Sa Iba in Bari Sardo, Ruinenna ed Atza Cosu in Guamaggiore, Solene e Mene in Macomer, Sabadi in Muravera, Orene in Norbello, Ena longa in Ortueri, Benas in Solarussa, Mitza manna in Uras, S’Ena de Calvia in Alghero, Badena a Ittiri, Marena in Cheremule, S‘Ecca de S’Aghedue S’adde de sa chessa a Nulvi, ecc.
“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE.”
■ Non mi dissimulo le difficoltà che sovente s’incontrano dovendo scrivere un nome o vocabolo con giusta grafia corrispondente alla fonetica dialettale; ma giova considerare che tra un nome malamente scritto nella forma volgare (suscettibile sempre di correzione) ed un nome storpiato o travisato per ismania di tradurlo e vestirlo nella lingua comune della nazione, è preferibile sempre la imperfezione del primo caso, la quale non impedisce il riconoscimento, alla imperfezione del secondo, che fa irriconoscibile il nome a coloro stessi che ogni giorno lo ripetono e lo sentono. ■ Altro lavoro d’indagine utilissima alla storia qualche volta pure all’archeologia sarebbe di ricercare fra le centinaia di nomi locali desunti dal Cristianesimo i nomi precedentemente portati da quelle stesse località e probabilmente, nella maggior parte dei casi, desunti dalle credenze pagane o da ragioni storiche o topografiche. ■ Abbiamo, ad esempio, in Italia non meno di 529 comuni (senza contare un maggior numero di frazioni, molte delle quali vantano origine più antica del capoluogo) i quali portano nomi di Santi; ed è certo che molti tra questi aggregati di abitazioni hanno origine anteriore al Cristianesimo. Qual era di questi comuni o di queste frazioni il nome primitivo scomparso? E la ragione di quel nome qual era?… ■ Pochissimi sanno oggi, ad esempio, che al nome antico di VILLA MATUTIANA (tratto dal culto pagano) fu sostituito nei tempi cristiani il nome di San Remo; che il nome dell’antica PEDONA, nei liguri Vagienni, venne mutato in quello di BORGO SAN DALMAZZO; che S. Pietro di Bivona (Calabria Ult.) fosse l’antico IPPONIUM; che Borgo S. Sepolcro fosse altra volta BITURGIA, e S. Angelo in Vado il THIPHERNUM METAURENSE, e Borgo S. Donnino fosse FIDENZIA, e che sia stato San Gemini la CARSULAE degli Umbri antichissimi.
“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE.”
■ E non basta. Moltissimi passi alpini (conosciuti pure e frequentati dai Liguri, dagli Umbri, dagli Etruschi e dai Romani) portano oggi il nome di un Santo: San Bernardo, San Gottardo, San Giacomo, S. Marco, S. Martino, ecc. Qual era il nome antico, e da qual fatto storico o mitologica leggenda era esso desunto? ■ Quali avanzi di templi o sacelli, di teschi o d’are o d’erme solitarie del paganesimo esistono od esistevano un giorno, o quali nomi rimangono a indiziarne la disfatta dove sorgono oggi i santuarî, le cappelle, i piloni e le statue colossali del Redentore, testimonianze solenni alla fede vittoriosa del Crocifisso di Nazaret? ■ Ecco un campo vastissimo al buon volere, all’attività inesauribile del Sodalizio nostro. Coraggio dunque e all’opera! ■ Si apra dalla Rivista una rubrica speciale a queste indagini, a raccogliere le informazioni, le rettifiche ulteriori dei nomi sfuggiti al lavoro delle Note toponomastiche, le forme dialettali di quanti più nomi sarà possibile, i nomi antichi scomparsi o rimasti silenziosi o sconosciuti per alterazioni o per sovrapposizione di nuovi. ■ Il campo è vastissimo e la messe inesauribile forse, perché non ostante il lavoro immenso che in Italia e fuori si andò compiendo, molti sono ancora i punti oscuri e moltissime le oasi inesplorate nella storia delle genti italiche. Fino a qual punto si estese la irradiazione e il dominio dei Liguri, degli Umbri, degli Etruschi? Dove sorgevano e come quelle città d’Etruria delle quali appena il nome ci è noto, come Amitina e Arteña, e Blera o Bieda, e Fescennia, e Ferentino, e Fregena, e Gravisca ed Erbano, e Larteniano, e Larnia ossia Larina, e Ocricula, e Velete, e Solonio, e Suderto, e il celebratissimo FeroniaeLucus, e Syrenzio o Syrcento, e Falari o Faleri, e il FanumVoltumnae, e il VicusElbii, e Meonia, e Statonia, e Turrena, e Vetulonia e tante altre delle quali appena ci resta il nome ellenicamente o latinamente storpiato come quello, ad esempio, di Bondelia, lasciatoci da Tolomeo con tre lettere che l’alfabeto etrusco non ebbe (B, O, e D), e come quello di Eba? ■ E non potrebbero per avventura indiziarne l’ubicazione le scoperte frequenti di necropoli senza nome e la toponomastica della circostante regione?
“SUPPOSTI DISEGNI DI UNA CAPANNA CON RECINTO PER LE BESTIE IN «VAL FONTANALBA»”
■ Quali sono i castelli dei Liguri onde i Romani, tacendo i nomi nella storia, celebrarono l’espugnazione con trionfi ai quali Cicerone (estimatore non sospetto delle glorie romane) mordacemente preferiva un’orazione di Crasso? — Dove e quali sarebbero i campi memorandi in terra italica sui quali a Roma fu tante volte disputato l’imperio del mondo? — Dove apparve più lunga ed intensa in Italia la influenza della civiltà e della dominazione romana? — Dove ancora si riconosce e si accerta una traccia delle antiche religioni scomparse? — Perché il nome o i nomi molteplici dei due massimi fiumi d’Italia? — Perché il nome più modesto e non meno arcano del Bormida? e quelli perfettamente Liguri-etruschi del Ticino e dell’Adige, l’un dall’altro in apparenza tanto diversi e in realtà tanto affini? — Perché nelle Alpi marittime il nome di quel Monte Bego, circondato da nomi così arcani e paurosi e da quelle sette od ottomila incisioni rupestri che al più deserto di quei valloni dettero il nome delle meraviglie, e formano la disperazione dei dotti e il nobile perpetuo sogno di Clarence Bicknell, ricercatore infaticabile di quei geroglifici che speriamo non abbiano ad essere eternamente insolubile enimma? — E i nomi di Monte Viso, di Colle Ardente, di Rocca Barbena, di Pietra Ardena, o meglio Predenna, dei venti o più Monte Caro o Carmo o Calvo? delle Arme o Tane o grotte o caverne che furono abitazioni preistoriche anteriori all’alba di ogni civile consorzio? ■ Ecco il campo vastissimo che i centomila soci del Touring Club Italiano non avranno forse la sorte di percorrere intiero; ma potranno certamente avere il vanto di averne iniziato la cultura e di aver aperta o spianata la via a coloro che dopo di noi, e forse più fortunati di noi, verranno a raccogliersi attorno al vessillo che per la patria comune ci unisce e ci guida al lavoro. ■ Non avranno in questa impresa i nostri consocî lo stimolo di un premio accademico o la gloriola di aver vinto la gara come i cercatori di sciarade, di rebus e d’altri simili mezzi di ginnastica intellettuale adolescente; ma avranno essi di certo l’incitamento morale, assai più potente sopra intelletto d’uomini ai quali, dato il loro nome a un sodalizio, piace che questo raggiunga il suo scopo. ■ E lo scopo del sodalizio nostro, pur sotto il nome di modeste parvenze, è quello di conoscere, di correggere e di esporre nel fulgore della sua gloria una splendida pagina del più antico libro del mondo: quella pagina che chiamasi ITALIA.”
Da La Lettura, Anno XXXVII, N. 1, 1 gennaio 1937. Di G. G. Napolitano.
“BEVETE – PREFERITE – FIDATE NEL – CHIEDETE – RIVOLGETEVI SUBITO – RIFIUTATE – SOSTITUITE.”
” ■ Se penso al mondo di prima della guerra, al novecentoundici, per esempio, che è l’anno della guerra di Libia e anche il primo della mia vita di cui mi riesce di organizzare qualche ricordo, sento distintamente la musica di «Tripoli, bel suol d’amore», vedo mio padre vestito da ufficiale dei bersaglieri con il casco di sughero in testa, la garza azzurra arrotolatavi intorno a mo’ di nastro e il piumetto che arriva sin sulla spallina sinistra, sento l’odore dell’acqua di Colonia che adoperava mia madre, il sapore dei dolci di pasta di mandorle, mi ricordo di Re Vittorio in berlina di gala in mezzo ai corazzieri, del guardaportone di Palazzo Valdina col cappello napoleonico, il pastrano a pellegrina e la mazza col pomo d’argento, e risento la stessa trepidazione con cui, la testa fra le sbarre del gonfio balcone barocco di casa mia, ascoltavo il tonfo dei cavalli che zampavano nelle scuderie, il fischio dei cocchieri con la tuba e la coccarda, le braghe di pelle bianca e gli stivali alla scudiera di pelle lucida col risvolto giallo, o guardavo la processione di Santa Rosalia, le statue di cartapesta colorata, con la corona di similoro, le stanghe portate a spalla dalle confraternite, i lacchè e gli staffieri in parrucca bianca delle famiglie patrizie palermitane dietro quelle statue, in livrea, polpe e in mano il cero annodato col nastro, e le confraternite col cappuccio, allora mi torna l’odore dell’incenso e quello della calce viva che saliva dalla strada nei tempi d’epidemia e vedo le capre che portavano di porta in porta il latte e la febbre maltese e la pettinatrice alle prese con i capelli di mia madre, ogni mattina, e le passeggiate al Foro Italico dove si prendeva il gelato standosene a sedere nella carrozza scoperta. Se penso al mondo di prima della guerra, sento gli strilloni che annunziano l’uccisione del detective Petrosino, appena sbarcato dall’America, rivedo noi bambini vestiti di mussola ricamata a punto inglese, mia sorella col volano e i cerchietti e l’arrivo del «Corriere dei Piccoli» con la copertina rosa e della «Domenica del Corriere» sotto fascia, ogni settimana, e le scatole di latta con la mucca, e quelle del cacao con i due vecchietti, la cioccolata con l’orso nero, e le bottiglie di lozione con la testa e le gambe e le braccia che si battono a duello contro le volgari imitazioni, e il bebè nella nassa che gli è cresciuta la barba, e la grande enorme paurosa zanzara sulle stecconate dei palazzi in costruzione, e il leone con gli occhiali a pince-nez e le basette, e il soldato romano dell’acqua minerale, e l’uomo che si torce nella tenaglia dei reumatismi, e l’uomo cachettico e l’uomo grasso a tavola del carbone digestivo, e il diavolo che sputa fuoco dall’ovatta, e il pescatore col cappuccio e il pesce sulle spalle dell’olio di fegato di merluzzo, e il bambino contento dello sciroppo, e il signore dei pneumatici in cilindro grigio e barba bianca, e il signore dei rasoi di sicurezza con la scriminatura nel mezzo e i baffi neri, e il fachiro dei peli superflui, e le mille lire false dell’amido, e gli olandesini delle lampadine elettriche, e il monaco che dà i numeri del lotto e l’aquila sul mappamondo, e il sigaro, e la rivoltella a cento colpi dei pacchi sorpresa, e l’atleta con la cintura che dà le scintille, e i due bassotti che si contendono il cappello lobbia, e la bella signora con il cerotto in mezzo alle scapole, e il cane bianco del grammofono, e la zuppiera, la meravigliosa zuppiera, dove dei bambini con i capelli lisci, lunghi sino alle spalle, il berretto alla marinaia francese col pompon e i calzoni legati sotto il ginocchio s’arrampicano, cascano, giuocano come in una piscina; e finalmente il fonografo con la tromba d’ottone, da cui invece di note escono tanti omettini che si reggono in bilico sul pentagramma come su una scala di seta, vestiti da personaggi di opera lirica: Otello, Pagliacci, Trovatore, Tosca, Fanciulla del West e Cavalleria Rusticana. ■ Epoca felice, mondo fatato esemplare e immobile della pubblicità di prima della guerra. Ci aspettavamo di vederlo muovere da un momento all’altro come un presepe meccanico. Prima ancora di imparare a leggere e senza nessuna speranza al mondo di potersi procurare un fucilino, né una sveglia, né un orologio di nichel da L. 4,95 americano, né una bicicletta a premio, quelle figure, quegli oggetti diventavano familiari, entravano a far parte di diritto e da protagonisti di una società in cui prima ancora del testo c’erano le favole e le figure di Pinocchio, Robinson, Gulliver, e la ballerina e il soldatino di piombo del racconto di Andersen. Il mondo delle immagini che si animano di notte. ■ Era nel paese della pubblicità che i bambini di prima della guerra arruolavano i personaggi moderni per i loro giuochi. Un mondo che aveva i suoi mostri: gli storpi e gli artritici dell’ortopedico, l’uomo coperto dell’eczema dell’unguento; i suoi santi: il cappuccino della magnesia, e i suoi soldati: il bersagliere della motocicletta. ■ Un mondo puramente fantastico, esemplare, mirabolante, pieno di suggestioni, di inviti, di promesse. Ma i bambini vi credevano ciecamente. ■ La bella società! I signori portavano abiti nuovi di zecca, gilè crema, baffi domati dal piegabaffi, cappotti a tre quarti, scarpe all’americana, pantaloni stirati, guanti gialli con righe nere, e non uscivano di casa senza uno stuzzicadenti fra le labbra e una gardenia all’occhiello. Bei signori dallo sguardo ardente, piccolini, snelli, proporzionati, impeccabili, dei cartelloni di Cappiello, bei signori con il bastone dal manico d’argento, dove siete? ■ «Je ne connais pas de lecture plus attrayante que la lecture d’un catalogue». Per anni, senza aver letto una riga di Anatole France, non già consultare, ma sfogliare un catalogo, ci comunicava una sorta di aspettazione, il presentimento di un mondo dove non ci fossero più poveri, ma tutti sorridessero avendo avuto cura in precedenza di lavarsi i denti con un famoso dentifricio. Un mondo domenicale, profumato, pieno di fiori, di teatri brillanti, di caffè, di manifesti a colori, popolato di gente sana, bella, le donne con i capelli morbidi, meravigliosi, lunghissimi, il seno coltivato dalle pillole, il vitino di vespa. Non c’erano né grassi né magri, nessuno vi soffriva di stomaco, nessuno aveva insomma inconvenienti di sorta: non calvi, non magri, non miopi; un mondo dove per i bambini fosse sempre Natale, o le vacanze, e tutti si occupassero di ricoprirli di strenne, di regali, di libri illustrati a colori, di rimpinzarli di dolci e gli permettessero, alla fine dei pasti lauti e copiosi, serviti su tavole coperte di Fiandra, di ceramiche, di posate d’argento, di scolare il resto dello spumante «riserva reale» lasciato dai grandi nei bicchieri a calice. Oh, pubblicità pubblicità! in te sola era la felicità! ■ Era l’età mitologica della pubblicità, quella che si chiuse con il 1914. La pubblicità non era ancora una scienza che s’appoggia alla statistica, una scienza precisa, con le sue leggi di ferro, la sua dottrina, le sue massime, i suoi codici, la sua sintassi e la sua morfologia. Le cattedre di pubblicità non erano state fondate presso le Università Americane, nelle facoltà di commercio, l’Hemet e il Gerin non avevano scritto i loro libri, non si parlava ancora di prodotti tipo, né di stato del bisogno, né di punto di saturazione del mercato né di slogans, né di potere d’acquisto, né di teoria della scelta. Una pubblicità bambina parlava a una nazione bambina che s’andava rimettendo a poco a poco dallo sbalordimento d’essersi svegliata un bel giorno moderna. Una pubblicità cordiale, modesta, che sceglieva le stazioni, i treni, i teatri, gli imperiali dei tram, gli specchi dei barbieri e i primi bar all’americana come luoghi di convegno. Una pubblicità onesta che si valeva delle pezze di appoggio delle lettere delle celebrità mediche, che vantava le coppe, i grands prix vinti alle esposizioni, gli stemmi delle case regnanti. Una pubblicità ricoperta di medaglie come i campioni di tiro a segno delle società ginnastiche «Forza e Coraggio». ■ Ma così com’era tuttavia la pubblicità aveva scoperto la sua legge fondamentale, aveva trovato il suo credo, formulato il suo imperativo categorico: parlare all’immaginazione. Un quarto di secolo è passato, la pubblicità continua a mantenersi fedele a quella prima divisa: parlare all’immaginazione. Colpite, convincerete poi. Stupite, avrete tempo a persuadere. Sbalordite, le vostre ragioni non saranno che più efficaci.
■ Naturalmente c’è immaginazione e immaginazione, e di conseguenza pubblicità e pubblicità. Gli Stati Uniti d’America, per esempio, sono una contrada a costume pubblicitario. Industria, banca, giornalismo, politica, cinematografo, teatro, radio, religione, moda, turismo, persino scienza e letteratura, sono una questione di buona o cattiva pubblicità. La pubblicità ha finito per prendere, negli Stati, il posto di una vera e propria civiltà. È un paese dove si lancia un candidato alla presidenza come una marca di sigarette, dove una scoperta scientifica, come per esempio la televisione, il film a colori o le vitamine, non ha nessuna speranza di farsi strada se la pubblicità non se ne incarica. ■ Giornali, radio, cartelloni murali, insegne, vetrine, pubblicità al neon, prendono d’assalto l’uomo americano, l’uomo della folla, personaggio di Poe che non vuole essere solo. Un bello spirito americano, professore di psicologia pubblicitaria, ebbe a scrivere, dieci anni fa, che il libro di cui si sente una vera necessità in America è non già un manuale di pubblicità, ma il contrario. Come proteggere se stesso contro la pubblicità, voleva intitolarlo. Ed è questa la sostanziale differenza fra la pubblicità americana e quella europea e italiana. La pubblicità europea si serve anch’essa dei giornali, della radio, delle vetrine, del neon, ma è rimasta, «mutatis mutandis», un invito alla felicità. Suggerisce, consiglia, alletta. La pubblicità americana invece, nelle sue ultime forme, arrivata alle sue estreme conseguenze, agisce direttamente sul sistema nervoso dell’individuo, sul suo complesso d’inferiorità, non gli dà pace neppure nel suo letto. Acquistare un prodotto agli Stati Uniti diventa una necessità, senza di che l’uomo è condannato senz’appello all’infelicità. Il giovanotto perderà l’impiego, la signorina non troverà marito, l’uomo d’affari non farà carriera, l’automobilista si espone ai più macabri incidenti stradali; la ragazza che ama andare a ballare perderà misteriosamente tutti i suoi cavalieri; la massaia litigherà col marito, il marito perderà la pace, la moglie chiederà il divorzio, la felicità scomparirà dal piccolo ma civettuolo appartamento ammobiliato; in breve gli Stati Uniti, questa nazione di 120 milioni di abitanti, fieri del proprio destino, convinti di esser nati nel miglior paese del mondo, e di poter pretendere secondo la promulgazione dei diritti dell’uomo e la carta della Confederazione, alla «ricerca della felicità», si muterà in un’orrida contrada dove gli apparecchi radio saranno causa di tremende liti domestiche, la biancheria di tutti sarà sempre sporca, le massaie avranno perennemente mal di testa, i giovanotti il raffreddore a ogni inverno, una contrada inospitale, popolata di gente rozza, con la barba di due giorni, le unghie col lutto, nevrastenica, malata di stomaco, sofferente d’insonnia, che mangia male, fuma peggio, ha la digestione difficile, è assolutamente ridicola, inadatta a vivere, fallita, e in cui le vedove, numerosissime, piangeranno l’imprevidenza dei mariti che le hanno lasciate senza ghiacciaia e senza polizza d’assicurazione. La società respingerà senza scampo, rigorosamente, senza pietà, chi si rifiuterà di comprare saponi, rasoi, radio, automobili, d’ingerire medicinali d’ogni sorta, di prendere il caffè senza caffeina, di buttarsi sui vestiti su misura, cappelli, pianoforti, cedole d’assicurazione, di bere whisky, gin, birra, mangiare enormi quantità di insalata, dolci, masticare chewing-gum, viaggiare tutto l’anno, curarsi i calli, pescare, fumare pacchetti di 20 sigarette uno dopo l’altro e inghiottire otto volte al giorno compresse contro il mal di testa. L’europeo che arriva in America e vuol farsi un’idea della vita americana andando a spasso, leggendo riviste, giornali, ascoltando la radio, frequentando il cinematografo, passa le prime settimane di ottimo umore, divertendosi un mondo a queste intimidazioni. ■ In principio è la storiella dell’umpleasant breath, l’alito spiacevole. A un ballo una graziosa ragazza passa la serata a sedere. Una vecchia e amabile signora s’interessa ai casi suoi. «Cara Ruth… Perché non balli?» «Ho un terribile mal di testa, anzi vado per un momento nel giardino, a respirare.» Nel buio del giardino sorprende una conversazione, un sussurro: «È colpa sua, cara signora! Ruth dovrebbe andare a consultare un dentista, per il suo alito.» Ruth si sente morire dalla vergogna. L’indomani va dal dentista. «Cara Ruth… l’alito cattivo è causato spesso da particelle di cibo che rimangono fra i denti mal lavati. Usate la C.Dental Cream. La sua composizione chimica…» ■ Subito Ruth si precipita nel primo drug-store, compra il dentifricio, si rinchiude nel bagno: oh meraviglia! i «depositi maleodoranti» scompaiono fra dente e dente. Alla prossima festa la solita signora che s’interessa ai fatti altrui la complimenta: «Ma, cara Ruth, dozzine di uomini vi stanno a guardare.» «Questa è la ragione perché io la trattengo qui, signora Lee», risponde il boy in giacca nera che sta seduto accanto alla ragazza, certamente il suo fidanzato. Tutta questa odissea si svolge su una pagina di rivista, con l’aiuto di sei fotografie. ■ L’alito spiacevole è causa di guai molto peggiori. C’è la ragazza che è stata «alcune volte fidanzata, mai sposa». Sempre per via di quella sua piccola disgrazia che, con audace neologismo, viene chiamata anche alitosi. L’uomo anziano che è sul punto di ricevere una promozione ma, siccome la sua nuova occupazione richiede contatto col pubblico… ecc., ecc. Il giovane che vede scomparire tutti i suoi amici. Eppure è bello, elegante, simpatico, ecc. ecc. ■ Oppure si tratta del giovanotto che riesce ad ottenere dalle ragazze «il primo appuntamento, mai il secondo». Chissà perché? Tutta colpa del B. O. (Body Odor). Sissignori, egli entra facilmente in traspirazione, e non ha cura di lavarsi, docciarsi, ecc., con il celebre sapone L.B… Ventine di annunzi pubblicitari ripetono queste due storie con piccole varianti: fidanzamenti che si rompono, segretarie che vengono allontanate alla chetichella, ecc. ecc. Generalmente le cose si risolvono per il meglio: di mettere in guardia le vittime si incaricano le amiche, i fratellini della fidanzata, i vecchi dottori di famiglia, ecc. ■ Un’altra storiella è quella delle mercenary hands, «le mani mercenarie». Il marito di una signora dalle mani gonfie e arrossate si vergogna di sua moglie quando la porta come suol dirsi in società. La povera donna si dispera. Ma ecco l’amica che la mette sul chi vive. Perché continuare a fare il bucato da sé? c’è il meraviglioso apparecchio X che lo fa per voi. Oppure perché lavare i piatti, quando il ritrovato Z fa al caso vostro? Altra storia: quella della gita tragica. L’automobile si rovescia alla curva pericolosa. Un membro della famiglia muore. Perché? Non si usavano ruote ancorizzate. ■ Che altro? La coppia di sposi che litiga perché il marito la notte tiene la radio aperta fino alle due. Finalmente il marito sembra cedere. Ma no… che egli ha ascoltato la radio con il celebre microfono Beta, nascosto sotto il cuscino. ■ Oppure siamo nella serie dei ragazzini infelici. Il maschietto che non trova compagni, che non giuoca a rugby, che non è simpatico. Ma con i fiocchi d’avena della ditta X il rimedio è pronto. E c’è la ragazzina che ha il complesso d’inferiorità, è l’ultima della classe, è pallida, bruttina. Ma con l’alimento Tipo diventa grassa, allegra, intelligente. ■ Il giovanotto che non è popolare. Magro, debole, meschino e goffo, è il ridicolo delle spiagge, potrebbe riparare a tutto seguendo il corso di ginnastica Vigor. Quanto alla ragazza che non ha spirito, che è fuggita come la peste nelle parties, le basterebbero 12 lezioni di ukulele per corrispondenza e vedrebbe tutti perdere la testa per lei. ■ Come si vede, questo genere di pubblicità si rivolge alla classe media, alla piccola borghesia americana, ai figli di operai che hanno conquistato il loro primo abito nero, che cominciano ad avere delle preoccupazioni sociali. Divertirsi, essere ammirati, aver fortuna con le donne, essere differenti, ottenere degli aumenti di stipendio, sembrare un uomo navigato (per questo è necessario viaggiare, naturalmente, e servirsi delle crociere che offre la talaltra Compagnia) in una parola fare buona figura in società. È il genere di pubblicità che si trova nelle riviste popolari. Riviste che costano dai 5 ai 25 centesimi di dollaro. È vero che non è l’unica forma di pubblicità. Le automobili, le sigarette, i liquori, le bibite analcooliche, le acque minerali, i vestiti, i mobili, i cibi, i dolci, i cappelli, i gioielli, i profumi, gli alberghi, adoperano tutt’altro tono. ■ È un tono mondano, eccitante, che si raggiunge con la fotografia a colori di celebri clienti: dogaresse della buona società, campioni di ogni genere, ragazze di buona famiglia, attori di cinema, direttori di alberghi famosi, nobili europei, aviatori, giornalisti illustri. Tutta questa gente fuma soltanto celebri sigarette. Fuma durante i pasti, durante il lavoro e durante i divertimenti. Fuma sempre, e, oh miracolo, non diventa mai nervosa. ■ E questo genere di pubblicità tocca sempre e soltanto quel tasto: la vanità. Siate belle, eleganti, siate distinti, migliorate la vostra condizione sociale. «Fate come Clark Gable, o la signora Vanderbilt Jr. o la celebre Lady Eton.» È una pubblicità che non rifugge da certe bugie ingenue: una marca di sigarette celebre, per esempio, si vanta di usare soltanto tabacco turco. Ma tutto il tabacco turco di un’annata non basterebbe ad alimentare le stufe di quella fabbrica per una settimana. ■ E qui siamo arrivati al punto nevralgico della questione. Come si vende un prodotto? Con la pubblicità? Almeno in America. Il fatto che un prodotto sia buono è condizione necessaria, ma non sufficiente. Il prodotto medio è sempre un buon prodotto, altrimenti non può venir lanciato sul mercato. Ma c’è prodotto e prodotto. C’è il prodotto di lusso, il prodotto standard, il prodotto medio. Il prodotto di consumo locale, quello di consumo nazionale, ecc. ■ Il prodotto standard si vende attraverso le forme normali e combinate della pubblicità. È il prodotto che viene lanciato sui grandi circuiti. I grandi circuiti che servono il prodotto standard sono: la stampa a catena, questo o quel gruppo Hearst, o la Scripps Howard, le stazioni radio, gli affissi murali, la pubblicità al neon. Il prodotto viene lanciato attraverso degli «appelli tipo» ripetuti. A questa sigla s’accompagnano le illustrazioni, sempre di tipo verista. Per esempio, la ragazza in maglia da bagno verde d’una bibita ha compiuto un servizio eccellente. La pubblicità di un prodotto tipo di questa specie si compie sui giornali, attraverso i cartelloni. La sigla viene ripetuta sino all’esasperazione nel firmamento al neon di ogni città. Alla radio il prodotto tipo s’accaparra una audizione di 10 minuti. Dieci minuti di un programma nazionale, si badi bene, il più delle volte non pubblicitario. L’annunciatore si contenta di dire che il tale concerto, il tale cantante, il tale comico, il tale umorista esegue il suo numero alla radio per la cortesia della ditta. L’elogio della ditta si esaurisce in pochi secondi, viene subito il programma. Questa forma discreta di pubblicità è una delle più gradite dal pubblico, una delle più efficaci. Non è più una novità neppure in Italia. ■ Quello che occorre dire è che le spese dei meravigliosi programmi radio e degli straordinari giornali degli Stati Uniti vengono tutte ricoperte, con larghissimi profitti, solo e unicamente dalla pubblicità. Le riviste popolari offrono al prodotto standard tirature di 2 milioni, 2 milioni e mezzo, 3 milioni di copie. La sezione comica a colori domenicale dei giornali del gruppo Hearst viene letta da sei milioni di famiglie. Circa 20 milioni di lettori. Il 42 per cento dei lettori in 627 città con popolazione superiore ai 10 mila abitanti. In queste «città chiave» si verifica il 70 per cento del movimento delle vendite degli Stati Uniti. ■ Un altro esempio, quello che abbiamo studiato più da vicino e su cui abbiamo i dati più precisi. Una città: Detroit. Un giornale: il Detroit News. In questo giornale abbiamo speso quasi una settimana, studiandolo in tutte le sue attività: editoriali, politica interna, politica estera, fotografie, cronaca degli Stati Uniti, cronaca della città, mondanità, stazioni radio, spettacoli, sport, arte, ecc. Ma la sezione più importante, quella che richiedeva più impiegati, scrittori, giornalisti, disegnatori, e occupava un intero piano dell’enorme palazzo del giornale, era la sezione degli Ad. Degli Advertisings, della pubblicità. Era questa sezione che assicurava la prosperità, la tiratura, la diffusione, la ricchezza, in una parola, la vita, del giornale. La tiratura del Detroit News non è niente di straordinario. Al tempo della mia visita oscillava sulle 350 mila copie giornaliere. Più di un giornale italiano può vantare una tiratura superiore; tuttavia il Detroit News offriva ogni giorno un giornale di 60 pagine, che diventavano cento la domenica. Le spese di questo giornale che vanta circa duecento automobili, quattro aeroplani, un autogiro, 60 fotografi, occupa da solo un intero isolato al centro della città, e s’immagini il resto da queste cifre, venivano coperte dalla pubblicità, rimanendone naturalmente un vasto margine di profitto per i suoi proprietari. ■ Era un giornale in concorrenza con due o tre altri quotidiani: la Free Press e il Detroit Mirror, in special modo. Riusciva a batterli con la pubblicità. Vediamo come. ■ Bisogna prima di tutto stabilire alcuni dati essenziali, che valgano a farci identificare quel che il Detroit News poteva offrire alle industrie che si affidavano alla sua pubblicità. La città di Detroit è la quarta rispetto alla popolazione degli Stati Uniti, la terza rispetto al valore delle manifatture che produce (viene quindi dopo Nuova York e Chicago) e la quarta per il numero delle automobili dei suoi abitanti. Queste cifre vogliono dire qualcosa? Vogliono dire che Detroit è un paese popoloso, industriale, ricco e dove la media del buying power (potere d’acquisto) del cittadino è altissima. ■ Il Detroit News offriva questo stato di servizio: essere stato al primo, al secondo e al terzo posto tra i giornali degli Stati Uniti durante gli ultimi diciotto anni nella statistica ufficiale dei migliori produttori di pubblicità. Dunque: una vetrina sicura, dove gli industriali potevano i loro annunzi senza correre alee. Ma a che cosa si deve lo straordinario curriculum del giornale? Allo stato di benessere dei suoi lettori, s’è detto, alla loro capacità di acquisto. Detroit, centro dell’industria automobilistica, delle manifatture di scarpe, ecc. ecc., giustifica col solo nome di Ford l’agiatezza delle sue famiglie. ■ Ma non è tutto. Circa 5 milioni di persone rappresentano la popolazione dell’intero stato del Michigan, di cui Detroit è la capitale; 2 milioni e 315 mila, cioè il 48 per cento della popolazione dello Stato, vivono in Detroit. Per essere più esatti vivono nell’area degli affari del Michigan. L’area pubblicitaria. L’intera area è coperta ora per ora dal Detroit News e dalle sue edizioni. Andiamo avanti. Il giornale entra nel 70 per cento delle case che hanno un bilancio, una rendita o un guadagno che supera i tremila dollari annui. Praticamente tutte le famiglie di Detroit e del Michigan che vantano un potere di acquisto sensibile leggono dunque gli annunzi del Detroit News. ■ Tutto questo sta bene, dice l’industriale. Ma che convenienza offre il mercato di Detroit? The trading area? In altre parole qual è il mercato reale che offre la città di Detroit? Bé, risponde il giornale, in città ci sono 17 mila 187 negozi, che vendono ogni anno in ragione di 882 milioni 86 mila 767 dollari. Il nostro giornale riceve mezzo milione di lettere ogni anno, e, che volete di più? il 48 per cento degli annunzi di calzature, il 50 per cento degli annunzi di generi alimentari della città li pubblichiamo noi. ■ Quand’è così, risponde l’industriale, passate l’annunzio al Detroit News.
■ La pubblicità, dicono i tecnici, è una scienza. La mania scientifica è sempre stata una mania dei tecnici. Di quei tecnici per esempio che parlano di una coscienza pubblicitaria, di cui auspicano l’avvento in Italia. Che sia una scienza non ne sappiamo niente: certo si è che si rivolge direttamente alla natura umana. Ed è uno studio della natura umana, si potrebbe dire in linguaggio alla moda, dei suoi complessi, dei suoi desideri repressi. In altri termini è lo studio della subcoscienza. ■ Quanto grande dev’essere un Ad? leggiamo scritto su una pagina del New York Herald Tribune del sedici novembre scorso. «Grande abbastanza per arrivare dagli occhi al portafogli» è la risposta. Con questa battuta viene posto il problema dei piccoli circuiti pubblicitari. Ci sono dei prodotti che è inutile offrire nei grandi giornali, attraverso la radio e le insegne al neon. Sono i prodotti di lusso. Il prodotto di lusso ha però sempre una tendenza a mutarsi in prodotto tipo, in prodotto standard. ■ Così l’automobile, così l’apparecchio radio, così il bagno di maiolica, così il telefono e così domani la ghiacciaia elettrica, l’aspiratore, l’aria condizionata, ecc. Ma sino a che il prodotto di lusso, ecc. ecc. è conveniente lanciarlo come prodotto tipo? Voglio dire che l’annuncio pubblicitario di una ghiacciaia o di un servizio di cristallo, o di un aspiratore, su di un giornale popolare a forte tiratura è certamente prematuro. In altre parole: non paga le spese della pubblicità. ■ È necessario quindi organizzare la pubblicità di un prodotto di lusso su un piccolo circuito. E cioè su riviste di lusso, che costano da 15 a 50 cents, dedicate a una classe sociale più abbiente, lettrice più attenta, compratrice più probabile. Questo spiega la formidabile fortuna negli Stati Uniti di riviste come il New Yorker o come Esquire, e la nascita, ultimamente, di Coronet. Queste riviste sono redatte dalla giovane letteratura americana, dagli intellettuali, dalla intelligentsia, dalle persone sophisticated. Esquire, che ha provocato la cessazione della pubblicazione di Vanity Fair e la fusione di quest’ultima con Vogue, dello stesso gruppo editoriale, è nata due anni fa a Chicago, avendo a base i contratti di pubblicità di un’associazione di sarti e di fabbricanti di stoffe ed articoli maschili. Esquire «a magazine for men», una rivista per gli uomini, rinnovò la piccola rivoluzione che il New Yorker condusse a Manhattan nel 1925. ■ La pubblicità del New Yorker riguarda principalmente i negozi di moda della Quinta Strada, le automobili di gran marca, i grandi alberghi e club notturni di Nuova York, gli aperitivi costosi, i liquori stranieri, le pellicce, i ristoranti famosi, i profumi di lusso, i mobili «modello» e i negozi di antiquari. La formula del New Yorker, formula artistica e pubblicitaria, fu trovata da un gruppo di letterati d’avanguardia. La gente snob, dissero agli industriali, non vi crede. La gente con i quattrini ostenta di non credere ai prodotti che voi vi ostinate ad offrirle sulle riviste a buon mercato. ■ Affidate a noi la vostra pubblicità, noi entriamo nelle case in cui avete sempre desiderato di portare la vostra merce, i ricchi si fidano del nostro gusto, ripetono le nostre storielle, e per niente al mondo ammetterebbero di non aver letto i nostri autori. Lasciate a noi la cura di presentare i vostri prodotti, ecc. Così fu fatta la fortuna del New Yorker, la rivista che si vanta di scegliere i propri contratti di pubblicità. Su questa scia Esquire, con i suoi scrittori d’eccezione, i suoi disegnatori rivoluzionari e uno zinzino di «sesso», fu un affare, dal punto di vista della pubblicità se non della letteratura, anche migliore del New Yorker. ■ Di questo passo si potrebbe continuare per un pezzo.
■ Ma ci preme di ritornare alla pubblicità italiana. La pubblicità italiana non è la cosa più importante che il nostro Paese possa vantare. Ci si lasci addirittura dire che è ancora una giungla, una foresta vergine. Gli alberi giganti vi prosperano per questo forse più vigorosi. ■ La stessa organizzazione dei nostri giornali e delle nostre riviste, politica e letteraria prima che industriale, il limitato numero delle pagine dei giornali, insomma un cumulo di buone ragioni fanno sì che la pubblicità del nostro Paese sia un fenomeno di proporzioni ancora relativamente modeste. ■ Ha però un primato ed è quello dei cartelloni murali, primato che divide con la pubblicità francese. L’originalità, l’evidenza, l’audacia dei nostri cartelloni si domanderebbero difficilmente a quelli americani. Ci sono prodotti italiani che dispongono tuttavia di una macchina pubblicitaria notevole. Ci sono cartellonisti famosi, in Italia, abilissimi, veri maestri del genere. Cappiello ha dato il tono a tutt’un’epoca. Dudovich, Sacchetti, Seneca, Morelli, Garretto, Mondaini, lo seguono da presso. E vanno ricordati Terzi, Beltrame, Metlicovitz, Golia, tutta la vecchia guardia, insomma. ■ C’è un manifesto che non dimenticherò mai, quello dell’uomo col dito teso, che dice: «Voi dovete! Voi dovete sottoscrivere al Prestito Nazionale». Ricordarmi di quel cartellone e ritrovarmi nell’aura della guerra è tutt’uno.”
Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 14, 7 aprile 1883.
” ■ Ipazia, figlia di Teone, celebre filosofo e matematico di Alessandria, nacque verso la fine del quarto secolo dell’èra nostra, e fu educata dal padre. Dotata di rara intelligenza ed appassionata per lo studio gli consacrava i giorni intieri e gran parte delle notti; i suoi progressi nella filosofia, nella geometria, nell’astronomia e nelle matematiche furono tali che in breve salì in fama di essere la persona più dotta del suo tempo. ■ Per approfondirsi nella filosofia, Ipazia si portò ad Atene ove frequentò le lezioni dei più insigni maestri e specialmente quelle di Plutarco il giovine e della figlia di lui Asclepigenia. Ritornata in Alessandria preceduta dall’alta rinomanza acquistata, dettò pubbliche lezioni dalla cattedra già occupata dal celebre Fotino. Il suo nome divenne popolare dovunque e la sua scuola accolse un numeroso stuolo di persone venute espressamente dall’Asia e dalla Grecia per istruirsi. Un tanto onore, allora senza esempio, animò Ipazia a raddoppiare di zelo. ■ Socrate Scolastico ci conservò i particolari del di lei metodo di insegnamento, che incominciava colla matematica e poi continuava colle applicazioni di questa scienza e tutte le altre comprese nel nome generico di filosofia. L’eloquenza di Ipazia era dolce e persuasiva, e non parlava mai in pubblico senza esservisi preparata. Tra gli uomini celebri che ebbe a discepoli, devesi ricordare Sinesio, che fu poi vescovo di Tolemaide, il quale in una lettera la chiamò: “sua madre, sua sorella, sua benefattrice”. Ipazia univa alle doti della mente tutte le qualità esteriori e le virtù del suo sesso. Vestiva semplicemente, e quantunque bellissima, la sua condotta non fu offuscata nemmen dalla nube di un sospetto. Narrasi che uno dei suoi discepoli si accendesse per lei di folle amore e tutto mettesse in opera per essere corrisposto, ma sempre indarno, perché alle di lui sollecitazioni ella rispose sempre con argomenti filosofici, e ricusò costantemente di stringere legami che l’avrebbero distratta da’ suoi studj prediletti. ■ Tutti i reggitori dell’Egitto ambirono la di lei amicizia, sopratutto Oreste, governatore di Alessandria, che l’ammirava e spesso le chiedeva consigli. ■ Un merito si preclaro, tante doti preziose, destarono, come era da aspettarsi, l’invidia. ■ San Cirillo ed Oreste eransi inimicati, e siccome questi non voleva riconciliarsi col patriarca, il popolo credendo che la di lui condotta fosse ispirata da Ipazia, che era pagana come il governatore, concepì contro di lei un astio implacabile che andò sempre viemmaggiormente inasprendosi. ■ Alcuni sediziosi, guidati da un littore chiamato Pietro, appostarono Ipazia, l’arrestarono nel momento che si recava in iscuola, la forzarono a scendere dal carro e la trascinarono nella chiesa detta la Cesaria, ove, dopo averla spogliata, si diedero a lapidarla con cocci, con sassi e con frammenti di tegole. La rabbia di quegli sciagurati non si calmò colla morte della misera donna, ma, tagliatone a pezzi il cadavere, lo portarono per le vie d’Alessandria e lo arsero in un luogo denominato Cinaron. ■ Tale misfatto, scrive Socrate, avvenne nel quarto anno del patriarcato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio, nel mese di marzo, durante i digiuni, vale a dire nella quaresima dell’anno 415. ■ L’infelice donna aveva circa 35 anni. ■ Ipazia compose varie opere che non pervennero sino a noi, e perirono nell’incendio della biblioteca d’Alessandria. Eranvi un Commentario su Diofante, un Canone astronomico ed un Commentario sui conici di Apollonio di Perga; degli altri suoi lavori non si conoscono nemmanco i titoli. ■ Nelle opere complete di Sinesio trovansi sette lettere da lui scritte ad Ipazia, e fra queste una nella quale la prega di costruirgli un idroscopio che gli abbisogna per determinare la densità delle acque, di cui faceva uso per oggetto di salute. Egli descrive così l’istrumento, il quale evidentemente è una specie di pesa-liquori: “L’idroscopio è un tubo cilindrico sul quale sono segnate delle linee trasversali indicanti sino a qual punto il tubo si immerge nel liquido; e perché esso rimanga in posizione verticale, alla sua estremità inferiore si attacca un picciol peso conico che dicesi baryllion., Wernsdorf scrisse quattro notevoli dissertazioni sull’illustre figlia di Teone, che vennero stampate a Würtemberg nel 1747-1748.”
Da La Scienza per Tutti, anno III, N. 15, 14 aprile 1883.
“■ Le celebri fabbriche di vasellami della contea di Stafford, in Inghilterra, sono antichissime, ma la loro celebrità non incomincia che dal giorno in cui un povero operajo, che meritò il nome di Palissy inglese, vi introdusse notevoli perfezionamenti. Il nome di quell’operajo è Giosia Wedgwood. ■ Un primo progresso nella fabbricazione della majolica ordinaria nella contea di Strafford era avvenuto nel 1720 circa, quando un vasajo chiamato Atsburg pervenne a sbiancare la pasta della majolica introducendovi della silice. Ma Wedgwood, non solamente oltrepassò di gran lunga questo risultato materiale, ma giunse a dare ai suoi prodotti forme eleganti e svariate che sin da principio li resero ricercatissimi. ■ Giosia era il figlio minore di un vasajo di Burslem, il quale per aggiungere qualche guadagno ai proventi dell’arte coltivava un piccolo podere. Nacque nel 1730, e sin dall’infanzia fu iniziato nei misteri, in quell’epoca semplicissimi, dell’arte figulina. Perdette il padre in età di undici anni ed il fratello maggiore lo mise a lavorare al tornio. Il povero ragazzino fu poco dopo colpito dal vajuolo, e se per prodigio non soccombette, ebbe nondimeno a subire l’amputazione della gamba sinistra. Debole ed infermo si trovò allora ridotto ai soli suoi mezzi. La vita da principio fu dura per lui, e ad onta del suo coraggio bene spesso non poteva saziare la fame. Ma egli era dotato di molto buon gusto ed i modelli che si mise a creare, specialmente i suoi piatti da frutta cui dava la forma di foglie, i suoi manichi da coltello imitanti la madreperla, la tartaruga, l’agata, ecc., trovarono in breve notevole smercio. In quei tempi l’arte ceramica inglese era tuttora nell’infanzia, e nessuno si badava della forma. Tutti si stavan paghi a produrre majolica comune secondo modelli rozzi ma consacrati dall’uso, e senza fare il menomo tentativo per correggerli o trovarne di più eleganti. La ceramica di lusso si faceva venire dal continente. ■ Dopo che i risultati ottenuti nella sua piccola sfera lo ebbero messo in istato di poter ampliare la sua fabbrica, Wedgwood pensò che con qualche sforzo e con molta perseveranza avrebbe potuto creare nel suo paese una nuova industria, produttrice di quelle ceramiche artistiche per le quali era tributario all’estero. Si mise all’opera e vi riuscì. ■ Da principio egli trovò nella qualità scadente della pasta usata comunemente dai vasai un grave ostacolo, perciò, volendo superarlo, si dié a studiare tutte le specie di terra della regione, e finalmente ne scoprì una mista di silice che, nera prima della cottura, diventava candida dopo la prova del fuoco. L’applicazione era nell’ordine naturale: Wedgwood mescolò all’argilla rossa comune la silice in polvere ed ottenne majoliche bianche pari alle straniere. Questo risultato oltre al fare la sua fortuna doveva dar vita ad un’industria che occupa in oggi migliaja di braccia e rende accessibile anche ai più umili il vasellame elegante e fino. ■ Il successo lo animò ad intraprendere nuove ricerche ed a tal fine si accinse a perfezionare la sua rudimentale coltura collo studio della chimica, nella qual scienza fece progressi si rapidi che non tardò guari a trovarsi al paro degli scienziati più illustri. Egli mandò molte memorie alla Società reale di Londra ed inventò un termometro, o meglio il Pirometro Wedgwood, istrumento tuttora in uso per regolare il grado di cottura dei diversi generi di terraglie. ■ I suoi trionfi industriali crescevano sempre più, di maniera che per seguirne il movimento le sue fabbriche andavan sempre ampliandosi. In seguito scoprì la majolica color crema (cream-coloured ware) di cui la regina Carlotta si invaghì al punto di ordinarne immediatamente un servizio completo che volle fosse chiamato majolica della regina (queen’s ware) e di conferire all’autore il titolo di “Vasajo reale”. ■ Egli inventò successivamente sette od otto specie di majolica, e non pago di riprodurre i migliori modelli dell’antichità e del rinascimento, chiamò a sé il Flaxman perché gli componesse dei modelli originali. ■ Quando sir William Hamilton mise in vendita il celebre vaso Barberini, conosciuto di poi sotto il nome di vaso di Portland, Wedgwood, sperando di poter venderne molte copie, cercò di acquistarlo ed entrò in lizza colla duchessa di Portland. Pregato, acconsenti a non spingere le offerte ma a condizione che gli fosse permesso di ricavarne il modello e di venderne un certo numero di copie. In conseguenza il vaso fu aggiudicato alla duchessa che lo pagò 47,000 lire, e Wedgwood ne fece cinquanta copie che vendette a 1250 lire cadauna con grave perdita. ■ Una di queste copie del vaso di Portland figurò all’Esposizione universale del 1878, unitamente alla riproduzione del famoso servizio della regina, nel padiglione della casa Wedgwood che è sempre una delle primarie inglesi. ■ L’industria delle ceramiche artistiche creata da Wedgwood aveva già nel 1785 fatto salire a 20 mila il numero delle persone che vi attendevano, e ciò senza parlare dell’aumento di personale che quest’industria aveva reso necessario nelle miniere di carbon fossile che le fornivano il combustibile, nell’industria dei trasporti cui aveva dato un grande impulso, ecc. ■ Giosia Wedgwood morì nel 1795 ad Etruria, centro manifatturiero della contea di Stafford. ■ Molti furono i monumenti dedicati alla memoria del povero operajo infermiccio, divenuto colle sole sue forze, un potente industriale, un artista, uno scienziato, e meglio ancora un benefattore della sua patria, e fra questi menzioneremo, come i principali, un istituto a Burslem ed una statua di bronzo a Stoke-Upon-Trent.”
Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 13, 31 marzo 1883.
” ■ Francesco Richard, l’illustre manifattore, che dopo la morte del suo socio Lenoir, conservò il nome di Richard-Lenoir, nacque ad Epinay-sur-Odon, il 16 aprile 1765. Figlio di un povero affittajuolo, vegetò stentatamente nel nativo villaggio sino all’età di diciassette anni. ■ Accortosi che continuando a vivere in quella cerchia angusta le sue sorti non si sarebbero mutate, determinò di darsi al commercio e parti a piedi per Rouen. ■ Ivi fu accolto da un mercante che in luogo di insegnargli il commercio lo tenne per tre anni come famiglio. Trascorso questo tempo, Richard volle esperimentare qualche altra cosa e si fece cameriere in un caffè. ■ La posizione non era brillante, nondimeno, dopo un anno, Richard si trovava fortunato possessore di un capitale di… trenta lire. ■ Con quel peculio partì per Parigi, ove poco dopo il suo arrivo, ottenne impiego al Caffè della Vittoria in via Saint-Denis, e questo stabilimento fu il teatro de’ suoi primi successi. ■ A forza di economie e di alcune speculazioni condotte con molta prudenza ed abilità, in breve raggruzzolò un migliajo di lire colle quali determinò di lanciarsi negli affari. Lasciò quindi il caffè, e non lungi di là pose il centro delle sue operazioni consistenti in acquisti e vendite di bambagine inglesi, merce di contrabbando, il cui traffico fruttava molto bene agli audaci industriali che non temevano di esercitarlo. Richard guidò si accortamente la sua barca che in capo ad un anno i suoi guadagni ascendevano a 25 mila lire. ■ Forse un risultato sì splendido lo allucinò e lo rese meno prudente, poiché poco dopo fu vittima di un astuto speculatore, perdette oltre che tutto il suo una ingente somma e fu messo in prigione per debiti. ■ In quei tempi la prigione dei debitori era la Force. L’incendio della fabbrica di carta colorata Révillon, accaduto il 28 aprile 1789, permise ai detenuti della Force di evadere, e gli avvenimenti che poi sì rapidamente successero non lasciarono alla giustizia il tempo di rimettere i fuggitivi in prigione. D’altra parte la condotta di Richard dopo la sua evasione, provò che i suoi creditori avevan tutto da guadagnare lasciandolo in libertà. ■ Col soccorso di alcuni amici, Richard si rimise all’opera ed in due anni, ristabilì i suoi affari, pagò tutti i debiti e divenne quasi ricco. Egli scomparve da Parigi il domani del 10 agosto e non vi ritornò che dopo il 9 termidoro, ed in questo lasso di tempo visse nella paterna masseria. ■ Richard si rimise agli affari con nuovo ardore e nel 1797 trovatosi ad un incanto competitore di un negoziante d’Alençon, chiamato Lenoir-Dufresne, gli offrì di concludere il contratto in società. Lenoir accettò e così ebbe origine la celebre società Richard-Lenoir. ■ Il genere di commercio che da si lungo tempo esercitava inspirò a Richard l’idea di fabbricare le bambagine, e vi riuscì coll’ajuto di un prigioniero inglese, tessitore di cotone. Il modo di stampare le stoffe lo trovò da sé. ■ La prima fabbrica francese stabilita nel palazzo Thorigny ebbe un incremento si rapido che ben presto si dovette trasportarla nell’ex convento del Buon-Soccorso. In pochi anni prese un’enorme importanza e la nuova industria creata da Richard-Lenoir si sviluppò con inaudita rapidità. ■ Mentre la fortuna sorrideva amica ai due soci, il Lenoir mori nel 1806, confortato dalla promessa fattagli da Richard di conservare alla casa il nome di Richard-Lenoir. ■ L’attività del superstite non scemò per la perdita del caro socio, ma sembrò anzi raddoppiata, tanto è vero che stabili di esperimentare la coltivazione del cotone nel regno di Napoli, allora sotto il dominio francese. L’impresa ebbe esito felice, e sino dal 1808 egli raccolse 50 mila chilogrammi di cotone napoletano di buona qualità, sebbene inferiore a quello dell’India e delle Colonie. ■ La prosperità della casa Richard-Lenoir aveva raggiunto il suo apogeo, quando nel 1810 i dazi di importazione imposti sulla materia prima anche se napoletana, portarono un colpo funesto all’industria del cotone. ■ Se Richard-Lenoir non avesse consultato che il proprio interesse avrebbe liquidato; ma, sia detto a sua gloria, l’egoismo non fe’ breccia su lui che amava come figli i propri operai. Rimase fermo e continuò a lottare a forza di prestiti. ■ La riunione dell’Olanda alla Francia gettando sul mercato francese un’enorme quantità di mercanzia britannica rese ancor più scabrosa una posizione già tanto compromessa. Richard non vendeva più nulla e non trovava più danaro offrendo in pegno le proprie merci. Che fece allora? Si rivolse a Napoleone in nome de’ suoi operai ed ottenne un prestito di un milione e mezzo che lo avrebbe fatto risorgere se non fosse soppravvenuta l’ordinanza 25 aprile 1814 che sopprimeva puramente e semplicemente, senza risarcimento di sorta ai detentori, i dazi sul cotone. Fu la rovina della casa e dei ventimila operai che la servivano. ■ Richard-Lenoir, nominato nel 1810 membro del Consiglio delle manifatture e cavaliere della Legion d’onore, fu nel 1813 nominato da Napoleone capo della 8a legione della guardia nazionale, ed in tale qualità si dichiarò energico sostenitore della difesa di Parigi. ■ Il 31 marzo alla testa della sua legione occupava il viale di Vincennes e dopo l’ingresso degli alleati in Parigi si moltiplicò per salvare alcune guardie nazionali prese colle armi alla mano e senza uniforme sotto le mura della capitale, e vi riuscì. ■ Nella seconda restaurazione borbonica il nome di Richard- Lenoir era iscritto nella lista delle proscrizioni, e se fu cancellato n’ebbe il merito Alessandro di Russia. ■ Rimasto in Francia, il grande industriale fu costretto a vendere l’una dopo l’altra tutte le sue proprietà e ridotto a vivere con una piccola pensione che riceveva da suo genero. ■ Visse altri ventiquattro anni interamente obliato, tuttavia alla sua morte, avvenuta il 19 ottobre 1839, il mondo sembrò ricordarsi di colui che aveva dotato il suo paese di una nuova prosperosissima industria e più di duemila operai accompagnarono il suo feretro al camposanto.”
Da La Donna, Anno XIII, N. 297, 15 settembre 1917. Di Francesco Bernardini.
” ■ All’aborrita dominazione austriaca del Lombardo-Veneto fece degno riscontro, nel Mezzogiorno d’Italia, quella del Governo borbonico, bollato da Gladstone con una frase divenuta celebre: La negazione di Dio. ■ Fra coloro che ne affrettarono la caduta noi troviamo, all’epoca del Risorgimento, una singolare figura di donna in persona di Antonietta De Pace, morta nell’aprile del 1893 a Napoli, dove io ebbi modo di conoscerla e di frequentarne per parecchi anni la casa, essendo ella maritata, credo in seconde nozze, ad un mio carissimo amico, il prof. Beniamino Marciano, trapassato egli pure. ■ La De Pace, nata da nobile famiglia gallipolina il 2 febbraio 1818, soffriva, quando io la conobbi, una fiera bronchite, che l’aveva assai mal ridotta e spesso la costringeva a ricevere gli intimi stando a letto; ma conservava, insieme al contegno aristocratico, la vivacità dello spirito ed una meravigliosa lucidezza di mente che le consentiva di rievocare, con evidente compiacimento, le drammatiche vicende politiche della sua giovinezza. ■ Del resto, i documenti storici parlavano esuberantemente per lei. La defunta era cognata a quel fiero cospiratore di Epaminonda Valentino che, ascritto alla Giovane Italia, dirigeva in provincia di Lecce, insieme al Duca Castromediano (mio illustre concittadino e compagno di catena di Settembrini), il movimento rivoluzionario. Non è quindi meraviglia che la De Pace, ardentissima di anima, strappasse il segreto al cognato, divenendone poscia nell’attiva propaganda il braccio destro. Svelta, ardita, ma prudente fino all’astuzia, non poteva non rendere utilissimi servizi alla causa della libertà, a cui, dimenticando il mondo femminile, si era dedicata. ■ Scatenatasi, dopo il 15 maggio 1848, la reazione nel regno delle Due Sicilie, anche Lecce ebbe i suoi processi e le sue condanne; e il Duca Castromediano insieme al Valentino, arrestati come capi del movimento, vennero condannati, il primo alla galera, il secondo nel capo. Senonché il Valentino era morto durante l’istruttoria nel carcere centrale di Lecce, lasciando la moglie con due figliuoletti, il cui dolore inenarrabile valse ad instillare nella De Pace un odio ancor più profondo contro la tirannide. Trasferitasi a Napoli con la sorella e gli orfani nipoti, principal sua cura, giunta colà, fu di riannodare le relazioni del defunto suo cognato, e legossi ben tosto in amicizia con la madre di Alessandro e di Carlo Poerio, con la moglie di Settembrini e dell’Agresti e, più intimamente, con la signora Antonietta Poerio, sorella del barone Giuseppe, l’oratore del Parlamento napoletano del 1820, e zia di Carlo. ■ Da quest’epoca comincia per la De Pace la propaganda più attiva. Era il tempo buio del presidente Navarra e del procuratore generale Angelillo, e si faceva la celebre causa, politica s’intende, dei Quarantadue. Conosciute le famiglie più povere fra gl’imputati, andava d’attorno per le case dei liberali agiati, raccogliendo abiti, danaro, tutto ciò che era offerto, per venire in soccorso di queste famiglie. Seppe poi che in Napoli v’era un centro della Giovane Italia con a capo l’avv. Nicola Mignogna di Taranto; lo avvicinò e per suo mezzo conobbe gli altri cospiratori mazziniani fra i quali il Mignogna non era il più di talento, ma il più indomito ed audace. ■ Non par verosimile ciò che la De Pace facesse per servire il partito. Un parrucchiere a nome Vincenzo Vetrò le recava nascostamente da Procida la corrispondenza dei reclusi politici, che a sua volta ella faceva pervenire al Comitato di Genova, ove risiedeva Nicotera: di là a Lugano, altro centro rivoluzionario, e finalmente a Londra dov’era Giuseppe Mazzini. ■ Avvedutasi che la casa di sua sorella Rosa, presso cui viveva, le era d’impaccio, se ne liberò, ritirandosi nel tempio di S. Paolo, ove, mancandole il mezzo di pagare, fu ricevuta come corista; la qual cosa la obbligò ad imparare il latino per adempire l’ufficio assunto. ■ Là dentro ebbe cura di caparrarsi coi suoi modi l’affetto e le simpatie di quante erano chiuse con lei, ma in ispecial modo delle persone addette alla portineria ed al parlatorio, dovendo ricevere per la propaganda segreta lettere, comunicazioni ed ambasciate d’ogni genere. ■ Manco a dirlo, la De Pace suggestionò a tal segno tutte quelle ignoranti creature, che esse divennero facile ed inconscio strumento nelle sue mani. Le abbisognava non di meno maggior libertà. Che pensa? Nel bagno di Procida erano a scontar la pena, di venticinque e fin di trent’anni, parecchi liberali processati, fra cui il già mentovato Duca Castromediano di Lecce e Schiavoni Carissimo di Manduria. Essendo ritenuta donna eminentemente pia, la De Pace espresse il desiderio ed ottenne di recarsi periodicamente a Procida col pretesto di curare la biancheria dello Schiavoni, del quale si qualificò parente, ed a fine di visitare, per opera di misericordia, i carcerati. Poi, siccome la scusa della parentela era un filo troppo tenue, ella inventò un legame amoroso ed un matrimonio di là da venire col più giovine dei reclusi, Aniello Ventre, condannato a 15 anni di ferri. Così la parentela immaginaria ed il romanzo dei… promessi sposi finirono per burlare la polizia e il Comando del bagno, di guisa che la signorina De Pace poté per mesi e mesi andare e venire da Procida, dando e ricevendo comunicazioni. ■ Intanto nel 1853 falliva il tentativo insurrezionale nel Lombardo-Veneto, e nove patrioti, fra cui il prete don Enrico Tazzoli, Tito Speri, Carlo Montanari, conosciuti sotto il titolo di Martiri di Belfiore (valletta mantovana dove furono rizzate le forche), scontavano con la vita il loro grande amore per l’Italia. Lo scacco di lassù non affievolì l’ardore dei rivoluzionari napoletani, i quali cominciarono a lavorare fra i soldati dell’esercito borbonico per seminarvi il lievito della ribellione. Anima di questo nuovo atteggiamento fu la De Pace. Ma la polizia, a capo della quale era il feroce commissario Campagna, ebbe tosto sentore della cosa e, venuto a capo delle fila della congiura, decise l’arresto dei settari e, principalmente, di Nicola Mignogna e di Antonietta De Pace, che fu rintracciata e presa in casa Valentino il 26 agosto di quell’anno: non così presto, però, che ella, ratta come il baleno, non trovasse il tempo di togliersi dal petto due proclami di Mazzini, farne una pillola ed ingoiarla in presenza dei birri, per fare sparire il corpo del reato. ■ Se ne avvidero pertanto costoro e, credendo si avvelenasse, gridarono: — Che fate?!… — Nulla — rispose la De Pace, senza scomporsi — era l’ora di prendere una pillola; non ho alcuna ragione di avvelenarmi. E, rivolgendosi al commissario Campagna — che obbiettava essere quelli, da lei ingoiati, dei proclami simili agli altri presi nel cappello del Mignogna — soggiunse sorridendo: Quel signore è pazzo! ■ Tratta al Commissariato, riuscirono inutili tutte le arti a cui si ricorse per strapparle confessioni compromettenti. Ma quando, una volta, dopo vane minacce il Campagna si lasciò andare fino alla viltà di alzare le mani, la mansueta signorina, fatta subito leonessa, dié di piglio ad una sedia per battergliela sul muso, gridando: — Giù le mani, commissario Campagna, o io reagisco, mancandovi di rispetto! ■ Ad onta che le raffinate arti di questo sbirro non riuscissero nell’intento di farle confessare la colpa, la De Pace fu ugualmente mandata dinanzi ai giudici sotto l’accusa di cospirazione repubblicana per abbattere il governo esistente. E siccome il Mignogna, fatto passare per le verghe (che egli aveva sostenuto impavido, senza un lamento, fino al numero di sessanta battiture) si era mantenuto negativo, tutto l’interesse pubblico si acuì sulla persona della De Pace, dalla quale dipendeva la sorte di tante altre a lei legate dalla stessa fede. ■ Ma il contegno della imputata durante il processo che durò ben quarantasei giorni, e nel quale la cospiratrice fu difesa cavallerescamente dai più valorosi avvocati del foro napoletano — noto tra questi il Pessina e il Lauria — fu pari in tutto alla fama che ella godeva di donna cioè fiera, audace, ma prudente. Non una parola, non un atto di debolezza tradì in lei il fermo proposito di salvare, senza compromettere chicchessia, la causa della libertà. ■ Innumerevoli naturalmente furono, durante il dibattimento, gli episodi che ci lasciano intravedere le torture morali della De Pace per schermirsi dalle abili domande investigatrici del Presidente e del Procuratore Generale Nicoletti, inquisitore ed aggressivo. Ma tipico fra tutti il seguente: una lettera vien fuori in cui si parlava di capponi da far tenere a D. Peppino della villeggiatura. I capponi, manco a dirlo, erano dei proclami di Mazzini, e Don Peppino della villeggiatura era Giuseppe Libertini di Lecce, l’amico di Mazzini, il fiero cospiratore al quale i miei concittadini hanno innalzato un monumento nella piazza omonima. Il caso era per la De Pace terribile; il Tribunale voleva ad ogni costo spiegazioni dall’imputata. — E che debbo dire io? — rispose costei, sorridente. — Mi furono mandati sette capponi, perché li facessi arrivare a destinazione. — Ma no, ma no! — saltò su il Procuratore Generale, gongolante — i sette capponi sono altrettanti proclami! E la De Pace senza scomporsi: — Scusi, signor Presidente, abbia la bontà di vedere la lettera che data porta. Il Presidente lesse: Diciannove dicembre. — Bravo! — risponde lei di rimando — la spiegazione è data: siamo quasi alla vigilia di Natale, ed in quei giorni si usa, se non erro, mandare in dono dei capponi. Perché torturare una povera donna, quando le cose procedono chiare da sé? ■ In quanto al nome, ella, dopo aver chiesto un giorno di tempo a rispondere, col pretesto che le sofferenze del carcere le avessero indebolita la memoria, fece quello di un innocuo cittadino, tal Peppino Ventre, capo urbano, che nulla affatto sapeva e che era stato sempre devoto al Borbone. Ma la De Pace, appunto per questo, ne faceva il nome, sapendo che, col procurare a costui una seccatura, salvava gli altri da un grave pericolo. ■ E per vero il Ventre fu arrestato e tradotto dinanzi al generale Wiel; ma questi, dopo un sommario interrogatorio, non poté che rimetterlo in libertà. ■ Così, fra il contegno negativo degli imputati e le sospette testimonianze di alcuni agenti, il processo senza prove si protrasse fino alla requisitoria del Procuratore Generale, il quale, scagliando con enfasi retorica i suoi fulmini e dipingendo l’imputata e la sua setta coi più neri colori della sua tavolozza, chiese per la De Pace la pena di morte, che ella ascoltò senza battere ciglio; anzi, avendo seco dei confetti, si mise, con la maggiore disinvoltura di questo mondo, a mangiarne, mentre, alla richiesta del rappresentante della legge, un fremito di orrore correva per tutta l’aula, gremita di pubblico. ■ Ma il dubbio era ormai penetrato nell’animo del Presidente e dei giudici, la maggior parte dei quali non somigliava per fortuna al Procuratore Nicoletti; perché, dopo le eloquenti arringhe dei difensori, la De Pace a parità di voti, avendo tre giudici votato per la morte e tre per l’assoluzione usci a libertà, mentre il Mignogna veniva mandato in esilio, ed a pene egualmente miti erano condannati gli altri imputati. ■ Questo può dirsi il periodo più tempestoso e drammatico della De Pace, la quale, dopo la morte di Ferdinando II e la spedizione dei mille, vide avverarsi l’agognato sogno dell’unità e dell’indipendenza italiana. E fu la nostra eroina che mosse incontro Garibaldi, a Salerno, e circondata da signore, signorine, e dai componenti del Comitato, strinse la mano al Generale, dandogli in nome di tutti il benvenuto. Al quale saluto Garibaldi rispose, baciandola: — Sono felice di esser venuto a spezzare le catene ad un popolo generoso, il cui governo non aveva rispetto neppure per le donne! ■ Nessuno però osava domandare a Garibaldi che cosa avrebbe fatto il giorno appresso; e tutti gli sguardi si appuntavano sulla De Pace, la quale ne intese il significato e chiese animatamente: — Generale, ed a Napoli quando andremo? — Domani — rispose Garibaldi con voce ferma, risoluta — e lei si tenga pronta a venire con me. ■ E il giorno appresso Garibaldi, infatti, avendo al proprio seguito la De Pace ed accanto, nella stessa carrozza, il ministro Liborio Romano (che lo aveva invitato telegraficamente a venire a Napoli) entrava nella capitale del Mezzogiorno fra le clamorose manifestazioni di gioia che il popolo delirante tributava all’eroe leggendario. ■ Era il 7 settembre del 1860.!
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