Gli sports metaforici — Saggio d’un Manuale per le persone sedentarie (1911)

Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XVII, N. 1, gennaio 1911.
Di Ettore Janni.

” ■ L’opinione pubblica sugli sports è andata procedendo su una via di cui oggi è visibile e imminente la biforcazione. Per un qualche po’ di tempo si andava tutti d’accordo: gli sports rinvigoreranno la razza, restaureranno il culto del valore fisico, che è il fondamento del valore morale, ritempreranno nel cuore dell’uomo l’ardimento davanti al pericolo, l’energia davanti allo sforzo e quel gusto dell’emulazione senza del quale non c’è né sviluppo di carattere individuale né progresso collettivo di nazione e di razza. Adesso si comincia a dire: — Dove andiamo a finire? Vogliamo onestamente educare i nostri muscoli o vogliamo creare delle generazioni di saltimbanchi da fiera? Vogliamo offrire il corpo sano alla preziosa sanità della mente o ci vogliamo, con generoso entusiasmo, fraternamente abbrutire?

■ Questo è il bivio; questo è il dilemma, di cui la gravità si presenta con tale urgenza che noi ci guarderemo bene dal tentarne una soluzione. Regola generale: quando vi si dice che una questione dev’essere indifferibilmente risoluta se non volete assistere, pericolanti testimoni, alla fine del mondo, differitela subito. Il mondo — come sapete — non finisce per queste comete di Halley della sociologia. Si risolvono — qualche volta — le questioni che sono così semplici da poter rientrare nella definizione d’un regolamento di pubblica sicurezza o d’un’ordinanza municipale: le altre appartengono, per la loro stessa natura, a quel capitolo della chimica filosofica che tratta delle sostanze insolubili nell’acqua e nelle parole.
■ Lo sport è la vita.
■ Intendiamoci bene, poiché la frase è ambigua: noi non vogliamo dire che il man esiste solo in quanto è uno sportsman, ma che lo sport è talmente fuso nella vita che l’uno non si può separare dall’altro. È una osservazione sulla quale sarebbe pericoloso domandare il brevetto alla Regia Prefettura perché c’è il rischio di sentirsi rispondere che è stata fatta da un pezzo e da più d’un valentuomo o d’un — anche soltanto — giornalista; ma le osservazioni ispirate da una meditativa saggezza non sono mai abbastanza ripetute. Questa io la esponevo, qualche settimana fa, al cav. Attila Passettini, egregio funzionario dello Stato nell’amministrazione dei beneficii vacanti, uomo che la lapide funeraria — fra cento anni — qualificherà senza dubbio integerrimo, ma che intanto un disturbo cruento non insolito nelle persone di vita sedentaria, e sul quale non credo opportuno ulteriormente insistere, rende ostilissimo allo sviluppo dello sport nella esistenza quotidiana. Il cav. Passettini è un ammiratore di quella sentenza araba che giudica: «Meglio seduti che in piedi; meglio sdrajati che seduti; meglio morti che vivi». Non avendo voglia di morire e non avendo le rendite sufficienti per vivere sdrajato, egli si limita a credere — e a praticare la sua credenza — che il vero sapiente sia colui il quale se ne sta seduto il maggior tempo possibile.
■ Io credo d’averlo scosso abbastanza prendendolo per il suo debole che non è, intendiamoci, quello della sopra accennata infermità e costringendolo a certi riconoscimenti che non riferisco diffusamente soltanto per un riguardo verso la Rivista del Touring che accetta la collaborazione mia soltanto e non anche del cavaliere Attila Passettini, impiegato ai beneficii vacanti.
■ — La discussione — mi diceva il signor Attila — non mi dispiace. È una ginnastica intellettuale…
— Ahi, ahi! feci io. Ci siamo. Basta parlare per far dello sport. Voi, per esempio, stando seduto fate della ginnastica.. intellettuale. ç inevitabile. E badate: è proprio ginnastica. Come muscoli, forse non sviluppa che quelli della lingua (se andate a Napoli, però, e assistete a una discussione gesticolata, vedete che sviluppa anche i muscoli delle braccia, della faccia, della schiena, un po’ di tutto il corpo): a ogni modo, sviluppa calore come un vero esercizio fisico. Non si dice «accalorarsi» in una discussione? E quando si è riusciti a persuadere un uomo resistente — come voi, per esempio — non si dice che si sono sudate «quattro camicie»? Tre di più, dunque di quelle che suda uno sportsman vero e proprio. La ginnastica intellettuale mette sete come quella fisica. Da quando i comici favoriscono le discussioni, non vedete come si moltiplicano i bars e gli spacci di vino? E si può arrivar fino a sostenere che nella ginnastica intellettuale ci sono gli stessi attrezzi classici della ginnastica muscolare. Ricordate le famose «parallele» giolittiane nella discussione sui rapporti fra lo la Stato e Chiesa? E quante volte si discute su quell’esercizio pericoloso della palestra politica che si chiama «il salto nel buio»! Persino le «sospensioni» fanno parte integrante della discussione: domandatene un po’ agli avvocati, che sono ginnasti professionisti e di questa ginnastica conoscono non meno che le forme comuni i trucchi numerosi…
■ — Bene, bene interrompeva il cav. Passettini con intellettuale disdegno — io detesto, a ogni modo, questa ingombrante novità che è lo sport. Io dedico gli ozi che lo Stato mi consente alle buone letture. Io sento esaltarsi in me la umana dignità quando leggo un canto della Divina Commedia
— Buonissima idea:

Lo moto e la virtù dei santi giri…
Dai beati motor convien che spiri.

— A che proposito?
— Mah! A proposito di motori:

Ed anche la ragione il vede alquanto,
Che non concederebbe che i motori
Senza sua perfezion fosser cotanto.

— Non capisco…
— Dante? Ma Dante è il poeta degli sports! La maggior parte de’ suoi paragoni e delle sue immagini è presa dalla vita sportiva. C’è già chi ha fatto il conto di tutte le volte ch’egli si serve, per comparazione, del tiro all’arco; ma si può fare un bellissimo studio sul posto notevole che occupano nella Divina Commedia le sensazioni della vita fisica, in generale, e di quella che oggi si chiama vita sportiva in particolare. È lui che ha inventato il motore…
— Oh!
— Già, si sa; non bisogna prender le cose alla lettera. Non ha precisamente inventato il motore a benzina, ma ha concepito i cieli che si muovono per mezzo di motori, sei secoli prima che si pensasse a far andare coi motori le umili vetture di questa valle di lacrime. Mi pare che l’albero genealogico del motore sia, dunque, d’una nobiltà incomparabile specialmente quando si sappia che quei motori sono gli angeli. E vi faccio grazia di quel «primo mobile» del Paradiso dantesco che ha tutto l’aria — pur non avendone affatto l’aspetto — d’una… automobile, se la formazione filologica della parola automobile è — come è — di scientifica saldezza.

■ E presi le mosse dal Paradiso di Dante (come starter, non si poteva pretendere né immaginare di meglio) per lanciarmi, nel conspetto dell’imbarazzato signor Attila, attraverso il vasto campo degli sports metaforici.
■ Il valore filologico della parola «automobil» è ben questo «che si muove da sé». Ebbene, si fa dell’automobilismo metaforico continuamente, da quasi tutti, senza bisogno né di ottanta né di quaranta cavalli e neanche d’un cavallo solo. Basta mancar di modestia e abbondare di disinvoltura per farsi strada da sé, senza esser tirati da quelle due rozze sfiaccate che sono la buona reputazione faticosamente conquistata e la esperienza del proprio valore lasciata fare agli altri. Ci sono degli ignoranti automobili che fanno persino stizza a vederli mossi da una forza.. immorale di parecchi asini concentrati nella loro insufficienza. E se questi automobili schiaccino della gente non occorre neanche dire: basta pensare a ciò che succede dappertutto nella vita pubblica. Qualche volta il chiodo della satira o il sasso aguzzo della verità importuna sgonfia la loro elastica vanità; ma sono brevi panne, quasi sempre senza notevoli conseguenze. Nonostante tutta la polvere che questa gente automobile getta negli occhi ai passanti e nonostante tutto il fastidio che le loro strombazzature arrecano alle persone tranquille, l’uomo è un animale pedone che ammira l’automobilismo.
■ Quanto al ciclismo metaforico, esso non corre le vie come quello fondato sul così detto cavallo d’acciaio, e si potrebbe anzi dire che abbia — da chi considerasse superficialmente le cose — molto minore diffusione dell’altro; ma guardate che i cicli… di conferenze sono infinitamente più frequenti di quanto non appaia alle persone distratte. Questo ciclo non è così popolare (nonostante le Università popolari) come l’altro, ma invade anch’esso, sempre più, la vita contemporanea e si fa strada in tutte le classi, dall’alta società che segue un ciclo di lettura — sulla moda, mettiamo, attraverso i secoli — in un suo club elegante, al proletariato che si fa credere interessato a un ciclo di conferenze suburbane intorno alle origini, allo sviluppo e alla cura delle croste lattee nei bambini. E questo ciclismo metaforico ha anch’esso i suoi giri. Quando un brav’uomo ha composta una conferenza e l’ha letta in una città e ha fatto pubblicare le tre stereotipate righe di resoconto in un giornale («L’oratore, spesso interrotto da applausi, fu salutato alla fine da una vera ovazione»), si mette poi a girare per le sottoprefetture della sua regione; e questo si chiama, per esempio, «Il giro di Lombardia». Ma ci sono anche dei conferenzieri illustri, e quelli corrono «Il giro d’Italia». In un certo senso, l’on. Fradeletto non è il Ganna del ciclismo metaforico? Fra i due non si saprebbe dire quale abbia raccolti più calorosi e più meritati applausi.
■ Il ciclismo metaforico non sembra avere il difetto di metter a rischio la vita dei pedoni, se non altro perché svolge la sua attività in luoghi chiusi; ma non è questa la diversità reale.
■ La diversità reale consiste nel fatto che, con l’altro ciclismo, sono i ciclisti stessi che fanno le gare comprese quelle di resistenza, mentre col ciclismo metaforico sono gli spettatori che sostengono le gare di resistenza, con un vigore e un coraggio che intendere non può chi non abbia visto le facce del pubblico dopo un’ora o un’ora e mezza di monotona lettura d’un signore vestito — …e animato — di nero sui costumi dei cartaginesi prima della nascita di Annibale o sulla riforma dell’insegnamento nelle scuole d’agricoltura. Il rischio della vita c’è, invece, press’a poco, nell’un campo come nell’altro. Quante volte il povero ciclista non ha nessuna intenzione né di commettere e neanche di provocare, con negligenza o eccesso di velocità, un malanno sul passante, ma il passante, nonostante l’esistenza dei marciapiedi e lo squillo del campanello, gli si caccia davanti alla ruota come una gallina matta! Il ciclista conferenziere è sempre disposto, lui, a schiacciare il prossimo sotto le cartelle della sua prosa, ma anche per lui il prossimo si offre ciecamente al sacrificio, perché è di moda andare alle conferenze e perché si vuol aver l’aria di persone intellettuali. Quello che è buttato a terra dalla bicicletta, può aver la congestione cerebrale classica e magari andar all’altro mondo; quello che è colpito dalla conferenza (non dicono i giornali «il conferenziere colpì l’uditorio con le sue dimostrazioni»?) è preso da una speciale congestione cerebrale, che la scienza medica non ha ancora abbastanza studiata, e che, pur non uccidendo quasi mai (mancano, per lo meno, su questo punto precise notizie statistiche) non di rado conduce a un lento ma completo abbrutimento la cui manifestazione più notevole è la tendenza a imitare il pappagallo nel ripetere meccanicamente le cose udite alcune centinaia di volte.
■ Se, in una questione così delicata, si potesse spassionatamente concludere, si potrebbe dire che il ciclismo metaforico è di gran lunga meno utile e incoraggiabile del ciclismo propriamente detto. E non è certo l’ultimo dei meriti del Touring Club Italiano di non aver dedicato nella sua sede nessun locale ai cicli… di conferenze.

■ Del resto bisogna prender le cose come vengono. Se lo sport è la vita, non bisogna dimenticare che, come l’aria è composta di poco ossigeno vivificante e di molto inerte azoto, così la vita è un miscuglio di poco bene e di molto male; e i nostri temperamenti finiscono con imitare i nostri polmoni: si adattano.
■ Che cosa è, per esempio, secondo una definizione che ha il merito d’essere a un tempo filosofica e volgare, la vita? È una lotta. Quando si è detto «lotta per la vita», si è detto tutto. È uno sport: uno sport molto faticoso, che fa sudare maledettamente, e dove le contusioni, le cadute, le slogature non si contano. È proprio come nello sport, ci sono nella vita così la lotta greco-romana come il catch-as-catch-can americano, che significa — a voi parlando, egregio cav. Passettini — la lotta senza regole e senza direzione.
■ Se ben considerate, tutto il nostro così detto assetto sociale, tutta la civiltà delle nostre leggi e della nostra morale è una specie di regolamento inteso a contenere la lotta per la vita entro i caratteri e i limiti della lotta greco-romana. Il codice penale, il codice civile, il codice commerciale sopra tutto, non servono che a questo: a evitare che ci diamo l’un l’altro lo sgambetto o che ci facciamo male seriamente o che ci picchiamo in maniera disgustosa e brutale. Rispetto per l’avversario e lealtà. E nella platea del mondo, infatti, se un lottatore si fa cogliere a dar lo sgambetto o a tentare un qualche colpo illecito, la pubblica opinione fischia. Ma ciò non toglie che il catch-as-catch-can sia ugualmente in grandissimo uso e che, senza che il pubblico se ne accorga o sia in grado di far giustizia, ancora, come sempre per il passato, come sempre per l’avvenire, homo est homini lupus, ovvero sia l’uomo si comporta verso l’uomo come certi lottatori feroci — turchi o d’altri paesi — che gli spettatori coprono di vituperii e di torsoli ma mettono ugualmente dei quattrini da parte.
■ È così; e non c’è che fare. Se considerate la vita come una corsa — un’altra naturale maniera sportiva di considerare la vita — vi trovate davanti alla stessa realtà malinconica. Voi avete la corsa al piacere (ci si son fatti su dei drammi) e sapete come va a finire: niente di più facile che rovinarcisi la spina dorsale. Avete ogni giorno nella cronaca dei giornali — rubrica sportiva terribilmente lugubre — la corsa alla morte, che si corre col sublimato corrosivo o con la rivoltella e di cui qualche volta il punto di partenza è un quarto piano o un naviglio. Quasi consola, pensando a queste cose tristi, che manca completamente di metafora e di gravità l’uomo il quale dice: — Ho perduta la corsa — e guarda l’orario per vedere quando parte il treno successivo. Felici gli uomini che possono dire come San Paolo, pur essendo infinitamente meno illustri e meno santi di lui: — Cursum consummavi! Ma è una felicità che bisogna meritarsi sapendosi ravvedere a tempo. C’è un periodo della nostra vita che noi dedichiamo, con maggiore o minor ardore, all’ippica, ed è il periodo in cui «si corre la cavallina» (da non confondere con la celebre cavallina storna di Pascoli); ma poi bisogna saper abbandonare il campo e ogni maneggio… Le grandi corse devono essere le corse di classe, che vanno diventando sempre più frequenti e clamorose e prendono nei giornali un posto sempre più importante. Quale è la corsa, oramai, di attualità, con «riunioni» in ogni stagione e in ogni paese? La corsa all’aumento. Le «iscrizioni» (alla Camera del Lavoro) sono numerosissime: corrono di solito (vedere il pedigree fabbricato dalle scuderie socialiste) Ferroviere, Professore medio, Postelegrafonico. Per consolazione dell’erario, abbondano anche gli outsiders. E se i trucchi sono frequenti, non bisogna stupirsene: il saggio non si stupisce mai di nulla.
■ Della corsa all’aumento, del resto, si seccano specialmente alcuni sportsmen occupati in altro sport, il più piacevole forse degli sports: il nuoto. Che la marea socialista monti è un fatto che duole a chi nuota nell’oro; ma è un bel nuotare ugualmente! Questi nuotatori un po’ singolari — persone eleganti e fini — non amano neanche la pesca, a meno che non si tratti della pesca… di beneficenza. Per loro, gli agitatori delle plebi sono persone che pescano nel torbido: un genere di pesca, del resto, tanto generalmente antipatico quanto generalmente praticato.

■ La grande pesca divertente (ma divertente, di solito, assai più per lo spettatore e — caso strano — per il pesce che per chi pesca) è la pesca del marito: sport femminile per signorine a cui segue di solito, dopo il matrimonio, quello sport per signore che è il pattinaggio metaforico. Si corre, si scivola… oh come piacevolmente si scivola!… si cade, sul dorso… e si passa il tempo dilettosamente.
■ Naturalmente, non c’è poi da meravigliarsi se l’uomo, creatura sportiva anche lui, è secondo una famosa canzonetta napoletana cacciatore. Si ha un bell’appiccare all’entrata d’una proprietà il cartello con la scritta «caccia riservata». L’uomo è un tal cacciatore che non piglia veramente gusto a questo sport se non quando la selvaggina gli è vietata.
■ Ma la caccia è uno sport pieno di varietà. Il giovanotto, per esempio, pratica con zelo infaticabile la caccia alla dote, che si fa con gli specchietti, con le panie, con ogni sorta di reti; il negoziante, in particolare, di cravatte, di guanti di così dette «novità», il proprietario di bar, il proprietario di birreria, da qualche tempo a questa parte si danno alacremente alla caccia al cliente. È una caccia che si fa con la civetta, avendo cura che sia bellina, si vesta con garbo e sappia stare al banco con soave e a un tempo scaltra arrendevolezza… Ma chi potrebbe enumerare tutte le varietà che comporta questo antichissimo sport? C’è la caccia all’impiego, dura, aspra, lunga, piena d’illusioni e di delusioni; e c’è persino — la più grossolana caccia di questo mondo, un po’ verosimile e in gran parte inventata dai teorici sovversivi di questo sport — la caccia all’uomo, quando le guardie di pubblica sicurezza, dopo i tre squilli, fanno la battuta e si lanciano sui dimostranti….
■ Oh, meglio cambiar discorso; e, per paura di cadere in particolari non meno rattristanti, meglio sorvolare su quello sport, comunissimo in metafora, che si chiama il tiro. In fatto di tiri, ciascuno di noi ha dei ricordi amari di piccione, ha più una storia di vittime che di tiratore; meglio passare ad altro argomento…. alla scherma per esempio. È vero che la scherma metaforica ha qualche affinità col tiro: basta pensare a ciò che ne costituisce il gesto classico: la stoccata…; ma la stoccata ha, almeno, non di rado il merito di essere elegante.
■ — Vorrei festeggiar l’anno nuovo un po’ allegramente — diceva un tale a un suo buon conoscente. — Mi dai un’idea?
— Un’idea?… Non ne ho.
— E allora dammi cinquanta franchi.
Ta ta… Un affondo magnifico. L’avversario vacilla, perde il sangue freddo… e tira fuori il portafoglio. Ci sono in questo campo degli schermitori maravigliosi, che si mettono in tasca dieci volte Greco, Pini e una mezza dozzina di maestri francesi. E sono maravigliosi schermitori perché sono grandi psicologi. Essi sanno come si stordisce e si intimidisce l’avversario, ciascun avversario nel modo più sicuro. Per loro la scherma è complicata di ju-jtsu: sanno dove bisogna prendere e premere l’avversario perché questi non abbia più che un solo desiderio, un solo pensiero, una sola volontà: consegnar il danaro e liberarsi. Salutiamo!
■ — Che avete, cavaliere? — domandai a questo punto al signor Attila, vedendolo un po’ pallido e che si passava una mano sulla fronte come per calmare un capogiro.
— Niente — mi rispose con voce fioca, lasciandosi cadere dalla sedia da cui si era alzato su una più comoda poltrona. — Vi ascoltavo e….
— Ho capito. Senza complimenti. Ma dovevo una volta per sempre convincervi che lo sport è una cosa di grandissima importanza se la vita ne è satura nelle sue espressioni verbali e attiva e lo riflette in mille suoi atteggiamenti. Volete passare alla letteratura, all’arte, a tutto ciò che, costituendo il fiore della genialità umana….
— Io, veramente, non…
— …porta l’uomo in alto e costituisce il volo metaforico? Siamo allo sport più recente e più glorioso: la creatura d’argilla ascendente l’aria lieve verso gli abissi vertiginosi dell’azzurro, verso gli stazzi infiniti (perdonate il secentismo), dove le stelle pascon la rugiada. La conquista dell’aria, nella realtà, nella metafora, la conquista della gloria.
■ Ebbene, non solo uno sport rassomiglia in grosso all’altro, ma come si è profondamente modificato l’uno in questi ultimi anni, così — e quasi nell’identico modo — si è modificato anche l’altro; con questo di notevole, che il volo metaforico ha cominciato prima del volo reale la sua trasformazione e sembra aver ispirato, se pure un po’ vagamente, la trasformazione del volo reale.
■ Che cosa è l’essenza scientifica (diciamo scientifica per non confondere con l’altra essenza — la benzina) del volo contemporaneo? La dirigibilità. Abbiamo, così, il pallone dirigibile. Si prende, mettiamo, un poeta… Un poeta al buon tempo faceva il suo volo… pindarico con una certa ingenuità. Aveva l’estro, scriveva dei versi, li pubblicava, se ne aspettava qualche lode (quattrini, quasi mai) e tirava innanzi. Lo gonfiavano e lui s’innalzava, ma sempre in balia del vento che tirava nella moda, nell’umore dei critici, nelle disposizioni del pubblico. Si sentiva, senza dubbio, più insigne di quel pallone frenato (frenato da una rubrica e da uno stipendio) che è il giornalista; ma non sapeva proprio da che parte la corrente lo avrebbe fatto piegare e dove sarebbe andato a scendere. Prendiamo, invece, un poeta d’adesso. Bisogna, prima di tutto, gonfiarlo in proporzioni molto maggiori (e i giornali, del resto, forniscono del gas elogiativo, gratuitamente o quasi, con una abbondanza straordinaria e una facilità incredibile); bisogna poi mettergli un motore, che serve sino a un certo punto contro le correnti, ma serve senza dubbio a fare un po’ di strepito di più; e lasciarlo andare, infine, verso la méta che si è prefissa. Un poeta oggi, nella sua qualità di pallone dirigibile, è la matematica della vanità: vuol guadagnare tanto all’anno — e possibilmente di più — diventare un’autorità che s’intervista in ogni occasione, per sentir magari la sua parola alata sul modo di risolvere la crisi vinicola o sulla importanza della bachicoltura nello sviluppo del nazionalismo, e fare, insomma, una carriera, sino a diventare nel Ministero delle Muse caposezione, capodivisione, direttore generale… Quanti chilometri all’ora fa il Gabriele D’Annunzio? E l’Abramo Maletti deve fare tanti chilometri all’ora anche lui, e qualche cosa di più.
■ E il gas dilata, dilata, dilata l’involucro enorme. Ah, viva il più pesante dell’aria, l’agile e autonomo aeroplano! Qua il motore conta sul serio; qua c’è veramente l’uomo alato. Il poeta aeroplano è il vero poeta. Ha in sé, soltanto nel suo meccanismo fatto di motore e d’ali, la forza che lo solleva e lo sostiene in alto. Ma anche lui, deve saper essere discreto e prudente. Si vola fin dove si può; bisogna aver delle proprie ali una conoscenza sicura e precisa. Non a tutti le altezze vertiginose sono concesse. E la superbia non ha mai aggiunto nulla per migliorare il motore; ne ha, anzi, sempre cagionate le panne più gravi e più pericolose.
■ Pallone dirigibile o aeroplano, l’artista deve sapere che la sua sapienza nel volo metaforico si chiama modestia.
■ Pallone dirigibile o aeroplano, l’artista corre il rischio nel volo metaforico, come nel volo reale l’aviatore, di fare delle terribili cadute. E nella caduta — non bisogna dimenticare — l’aviatore rompe qualche cosa a se stesso, che è di solito l’osso del collo, mentre l’artista (pigliate per esempio, l’autore teatrale) il qualche cosa lo rompe agli altri. È vero che quel qualche cosa non precisamente l’osso del collo…”