Giovanni Keplero (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 30, 28 luglio 1883.

“GIOVANNI KEPLERO. – …FU MESTIERI CHE LA SIGNORA KEPLERO SE NE IMMISCHIASSE…”

” ■ L’illustre astronomo tedesco, Giovanni Keplero, apparteneva ad una famiglia di stirpe antica, ma suo padre caduto in povertà, dopo essere stato borgomastro, si era fatto soldato, poi locandiere, poi nuovamente soldato. Giovanni, il minore de’ suoi figli, nacque a Magstadt (Würtemberg) il 27 dicembre 1571. La sua infanzia fu tribolata; dapprima esercitò il mestiere di garzone d’osteria, ed in tale condizione soffrì dalla madre e dai fratelli mille maltrattamenti che, ripartito il padre, lo indussero a fuggire ed a cercare asilo in casa d’una sorella maritata ad un ministro evangelico di campagna che lo fece lavorare nei campi.
■ Di tale misura si volle fare una colpa a quell’uomo, ma a suo discarico ci affrettiamo a soggiungere che in pari tempo egli si occupò anche dell’educazione del cognato, poiché, quando questi ebbe raggiunto il diciottesimo anno, lo fece ammettere nel seminario di Tubinga quale studente di filosofia. Ma, sia che questa scienza non gli piacesse, sia qualunque altra causa, il giovine Keplero si fece espellere dal seminario dopo un anno appena di soggiorno.
■ Tuttavia non lasciò Tubinga, ma dirizzando ad altra meta i suoi studi si dié a seguire il corso di matematica all’Università ove allora professava il celebre Michele Maestlin, il medesimo che co’ suoi consigli persuase Galileo ad accettare il sistema di Copernico. Sotto la guida di un tanto maestro i progressi di Keplero furono sì rapidi, che nel 1594 veniva eletto professore di matematica all’Accademia di Gratz, ove pubblicò la sua prima opera: Prodromus Dissertationum de proportione Orbium cælestium.
■ Ticone Brahé, cui Keplero aveva mandato il suo Prodromus, essendosi domiciliato a Praga nel 1599, mostrò sommo desiderio di aver con sé il giovine professore di Gratz del quale apprezzava la scienza ed aveva indovinato il genio attraverso la faraggine di assurdi astrologici che infarcivano il di lui libro. Le offerte che Ticone fece fare a Keplero furono da prima respinte, ma poi divennero sì seducenti che il nostro astronomo alfine accondiscese ad accettarle. Egli si portò quindi a Praga sul principio del 1600, colla sua famiglia e colla sua biblioteca.
■ Questo trasloco non fu per verun conto favorevole a Keplero. Prima di tutto fu colto dalla febbre che lo rese ammalato per sei mesi; poi poco mancò che tutte le splendide promesse di Ticone non rimanessero lettera morta. Fu mestieri che la signora Keplero, la quale non era la pazienza personificata, se ne immischiasse e reclamasse dall’astronomo imperiale gli emolumenti del marito, che gli strappava ad un fiorino alla volta dopo scene violente e disgustose che si ripetevano continuamente.
■ Morto Ticone nell’ottobre del 1601, Keplero gli successe nella carica di astronomo dell’imperatore Rodolfo II, e conservò quel posto anche sotto i di lui successori. Il suo appannaggio era meschinissimo, ed anche quello non gli veniva pagato che a furia di insistenza ed a spiccioli, di maniera che, per vivere, Keplero era ridotto a tirare l’oroscopo dei gentiluomini della corte imperiale.
■ Rimasto vedovo riprese moglie e si stabilì a Linz ove ben presto si vide fatto bersaglio alle persecuzioni dei cattolici, che per poco non gli bruciarono la madre sospetta di magia. La seconda moglie era di tempra molto più benigna dell’altra, ma lo rese padre di molti figli, che, stante lo stato precario dell’illustre astronomo, costituivano una vera calamità.
■ Gli uomini di genio sono spesso accusati di egoismo, sopratutto dalle loro dolci metà. In fatti il genio non calcola mai, tuttavia, per quanto possa sembrare indifferente alle amarezze della vita, l’uomo che le sopporta, ad onta delle eminenti sue doti intellettuali, finisce coll’esserne oppresso e fatalmente soccombe. Gli è ciò che avvenne a Keplero, cui tutte le strettezze ed i dispiaceri non impedirono di continuare i suoi studii e le sue immense e luminose investigazioni. La morte lo colse il 5 novembre 1630 a Ratisbona, ove era andato a chiedere per la ventesima volta il pagamento degli arretrati della sua pensione.
■ Keplero scrisse molti libri nei quali l’astrologia tiene un certo posto, ma quello che rese immortale il suo nome fu l’Astronomia nova, pubblicata nel 1609. In quest’opera si trovano idee profonde ed esatte sulla gravità od attrazione terrestre, alla quale è sottomessa anche l’aria, ed agisce sulla luna e la mantiene nella orbita che percorre. Portando per la prima volta il punto di vista al centro del sole, i suoi calcoli lo condussero a riconoscere che l’orbita di Marte è un elisse di cui il sole occupa un foco, e che il pianeta descrive degli archi ai quali corrispondono aree proporzionali ai tempi.
■ Se di tutto l’immenso lavoro di Keplero non fossero rimaste che le tre grandi leggi da lui formulate, il suo nome sarebbe egualmente imperituro. Eccole:
1.° Le orbite planetarie sono elissi di cui il sole occupa un foco;
2.° Ogni pianeta si move nella propria orbita in guisa che le aree comprese fra i raggi vettori sono proporzionali ai tempi impiegati a percorrere gli archi compresi fra quei due raggi;
3.° I quadrati dei tempi delle rivoluzioni planetarie stanno fra loro come i cubi delle distanze medie del sole.
■ Keplero fu sepolto a Ratisbona, ed un modesto monumento indicava il sito ove riposava la salma di quel sommo, ma il saccheggio di quella città, avvenuto poco tempo dopo, distrusse ogni traccia del venerato sepolcro. Ora esiste nel giardino botanico di Ratisbona il di lui busto in marmo, sorretto da consimile piedestallo, che gli venne dedicato nel 1807.”

Dei Ss. Padri e Dottori della Chiesa (1845)

Da Teatro Universale, Anno XII, N. 554, 22 febbraio 1845.
Del prof. Antonmaria Robiola.

” ■ Avendo più volte notato, come molti all’udir ricordare i Padri, i Santi Padri, e i Dottori della Chiesa, non hanno una chiara idea di questi vocaboli, né san far tosto la debita distinzione fra l’una e l’altra espressione, ci parve far cosa non discara a’ nostri lettori, se noi ne facessimo un motto, e determinassimo il diritto significato di queste voci.
■ Dopo gli scrittori sacri ed ispirati, s. Matteo; s. Marco; s. Luca; s. Giovanni; s. Paolo; s. Pietro; s. Giacomo; s. Giuda; i cui scritti compongono il Corpo del Nuovo Testamento, vengono adunque i Padri o i Santi Padri, e i Dottori della Chiesa, de’ quali ora entriamo a far un cenno.
■ Scorrendo gli annali della chiesa di Cristo, noi veggiamo dato il nome di Padri a coloro che presedevano, quasi Capi, alle più o meno ampie popolazioni cristiane. Questi Capi stessi, quando levavasi nell’orto cattolico qualche mal’erba, o cervello balzano che spacciava alcun errore, si accoglievano insieme o in uno stesso governo o diocesi, come ne’ concili diocesani, o convenivano, per chiamata e convocazione del Romano pontefice, da varie contrade per fulminarlo, come accadeva nei concili ecumenici, ossia assemblee della terra abitabile. Onde, leggendo la storia ecclesiastica, noi ci abbattiamo in queste o simili espressioni i Padri Niceni, i Padri Tridentini, ecc. Nel qual ultimo significato la parola padre sembra tolta in prestito da’ Latini, ed equivalere a senatore, quasi che que’ valenti e gravi reggitori del popol cristiano, a modo appunto de’ padri o senatori romani, si raccogliessero, come in più augusta curia, ne’ concili o sinodi ecumenici a provveder ai bisogni generali dell’impero celeste, fondato in terra da Cristo, e alle mani loro fidato.
■ Ne’ quali concili s’hanno a distinguere due tempi; l’uno, quando essendo tuttor viva la voce degli apostoli o degli immediati loro discepoli, non per anche recate in iscritto le cattoliche dottrine, si diffinivano le controversie senz’altro mezzo, che della viva voce: l’altro, quando, morti gli apostoli e i loro immediati discepoli, si dovettero le dispute e controversie della fede e della disciplina necessariamente definire sopra gli scritti di que’ dabben uomini, che aveano recate in iscritto le credenze e le pratiche de’ maggiori, e così a’ posteri indicato qual fosse il diritto cammino nella ortodossia, e chi forviato. A questi scrittori, che aveano così tramandato ai loro figliuoli in Cristo intatta la eredità, lasciata alla Chiesa dal Redentore, e insegnata e difesane la vera dottrina, fu applicato il titolo speciale di Padri, ed anche aggiuntovi il Santo, perché i più di que’ dabben uomini accoppiarono al sapere la santità della vita.
■ Alcuni di questi santi Padri vengono del doppio titolo di Padri e di Dottori fregiati; ma questo a que’ soli si attaglia, che o scrissero di grossi volumi, o che nel loro dire spiegarono singolar nervo ed acutezza d’ ingegno. Stata gran tempo questa significazione di Padri dentro i detti termini, da ultimo si tolse ad indicar quelli che, edotti nelle scienze di religione, alla santità del vivere accoppiarono una grande antichità. Ondeché a nessuno autore ecclesiastico si dà il titolo di padre da’ cattolici dopo il dodicesimo secolo, sebbene a due o tre quello diasi di dottore, la schiera de’ quali è chiusa da s. Tommaso e da s. Bonaventura, come quella de’ padri in s. Bernardo finisce (1).


Catalogo de’ Santi Padri, divisi per secolo.

1.° SECOLO.

■ I primi Cristiani travagliati in ogni banda dagl’infedeli, e intesi per altra parte ad ampliare i termini del regno di Cristo, poco potetter pensare a scrivere. Onde non maraviglia, se oltre gli scrittori agiografi, questo secolo non conta altro che s. Barnaba (greco); Erma ossia il Pastore (greco); s. Clemente I., papa (greco).

2.° SECOLO.

■ Cinque ci accade di ricordarne principalmente in questo secolo, e sono sant’Ignazio, vescovo di Antiochia (greco); s. Policarpo, vescovo di Smirne (greco); s. Giustino (greco); Atenagora (greco); s. Teofilo (greco).

3.° SECOLO.

■ Fiorirono in quest’età s. Ireneo (greco); s. Clemente Alessandrino (greco); Tertulliano (latino); s. Ippolito (greco); Origene (greco); s. Cipriano (latino); s. Gregorio Taumaturgo (greco).

4.° SECOLO.

■ Grande come per avvenimenti così per soggetti degni risplende il quarto secolo della Chiesa. Questi sono Arnobio (latino); Lattanzio (latino); Eusebio di Cesarea (greco); s. Ilario (latino); Vittorino (latino); Lucifero Cagliaritano (latino); s. Eusebio Vercellese (latino); s. Atanasio (greco); Marcello d’Ancira (greco); s. Basilio (greco); s. Efrem (siro); s. Ottato Millevitano (latino); s. Cirillo Gerosolimitano (greco); s. Macario (greco); s. Gregorio Nazianzeno (greco); s. Paciano (latino); s. Anfilochio (greco); s. Ambrogio (latino).

5.° SECOLO.

■ S’adorna questo secolo di un più copioso numero di luminari del Cristianesimo, che non fa altra età, e son questi: s. Gregorio Nisseno (greco); s. Epifanio (greco); s. Macario il giovine (greco); s. Giovanni Crisostomo (greco); Rufino (latino); Sulpizio Severo (latino); s. Girolamo (latino); s. Agostino (latino); s. Paolino di Nola (latino); Mario Mercatore (latino e greco); s. Isidoro Pelusiota (greco); Cassiano (latino); s. Cirillo Alessandrino (greco); s. Vincenzo Lirinese (latino); s. Ilario d’Arli (latino); Sinesio (greco); s. Eucherio (latino); s. Pier Crisologo (latino); Basilio di Seleucia (greco); s. Nilo (greco); Teodoreto (greco); s. Leone, papa (latino); s. Prospero Aquitano (latino); Salviano (latino); Fausto Rietense (latino); s. Sidonio Apollinare (latino); Giuliano Pomerio (latino); Gennadio (latino).

6.° SECOLO.

■ La Chiesa, quasi insterilita e travagliata da ogni parte dai Barbari, appena in questo secolo ebbe uno o due Dottori, che alcun poco paressero diradarne le fittissime tenebre; son questi: s. Fulgenzio (latino); e s. Gregorio di Turs (latino).

7.° SECOLO.

■ Il settimo secolo parve destasse le faville degli ingegni cristiani per gran tempo sopite, e mise in luce, sebben pochi, pur alcuni luminari: fra questi son ricordati principalmente s. Giovanni Climaco (greco); s. Gregorio Magno (latino); s. Isidoro d’Ispala (latino); s. Massimo (greco).

8.° SECOLO.

■ Anche in questo secolo furon pochi gli scrittori, fra’ quali due soli si trovan degni di essere qui ricordati: il venerabile Beda (latino); e s. Giovanni Damasceno (greco).

9.° SECOLO.

■ Illustre è questo secolo non meno pel numero, che pei pregi degli scrittori ecclesiastici che produsse: Andrea Cretese (greco); Alcuino (latino); s. Teodoro Studita (greco); Niceforo (greco); Agobardo di Lione (latino); Valafredo (latino); Rabano Mauro (latino); Pascasio Radberto (latino); Ratramno (latino); Incmaro di Remso (latino); Fozio (greco); Anastasio il Bibliotecario (latino).

10.° SECOLO.

■ Nessun secolo della Chiesa ebbe, sto per dire, manco scrittori celebri di questo. E se alcun pose pur mano a scrivere, il fece in si secca e semibarbara maniera, che né col peso degli argomenti, né colla grazia del dire valgono di attrarre i lettori. Tuttavia essendone spuntati alcuni, sebben rari né tersi, fra il bujo dell’ignoranza, crediamo di dover farne pure un tocco. Sono questi Odone di Cligni (latino); Simeone Metafraste (greco); Attone di Vercelli (latino); Flodoardo (latino); Luitprando (latino); Raterio (latino).

11.° SECOLO.

■ In questo secolo tu ti puoi abbattere in pochi scrittori, che siansi acquistato gran nome; pure faremo de’ principali un cenno. Gerberto o Silvestro II (latino); Abbone Floriacense (latino); Aimonio (latino); Fulberto (latino); Odilone di Cligni (latino); Pier Damiano (latino); Lanfranco (latino); Teofilatto (greco).

12.° SECOLO.

■ Quest’età rifulse per non ispregevoli ingegni, come appare dagli scrittori seguenti che in essa fiorirono. S. Anselmo (latino); Sigeberto (latino); s. Ivone (latino); Guiberto (latino); Goffredo Vindocinense (latino); Ruperto (latino); Ugone da s. Vittore (latino); s. Bernardo (latino); il venerabile Pier Maurizio (latino); Graziaco (latino); Pietro Lombardo (latino); Ricardo da s. Vittore (latino).

13.° SECOLO.

■ Sebbene in s. Bernardo termini la serie dei Padri, tuttavia parriaci far cosa imperfetta se passassimo sotto silenzio que’ grandi luminari che illustrarono il terzodecimo secolo della Chiesa. Questi sono Pier di Blesse (latino); s. Tomaso d’Aquino (latino); s. Bonaventura (latino); ed Alberto Magno (latino).


■ Infinite sono le edizioni particolari delle opere de’ Santi Padri; ma quella che sopra le altre ha vanto, è quella che ha per titolo Maxima Bibliotheca Patrum, stampata in Lione nell’anno 1671 e seguenti, in 30 volumi in foglio (2).


(1) Petri Regis, Institutiones Theologiae, vol. II.

(2) È qui il luogo di collocare il seguente manifesto di un’ impresa che merita di essere accolta con universale favore.
■ I Santi Padri sono le splendide colonne della Chiesa; e le opere ch’essi composero per la difesa della verità dureranno quanto la gloria della Sposa di Cristo. A qual altro arsenale che a questo ebber ricorso i più insigni tra’ moderni sacri Oratori, e Propugnatori della fede per munirsi d’armi ad atterrare i nemici della Cattolicità? A quali fonti, se non a queste, essi attinsero quella pietà, quell’eloquenza, quell’unzione, e quel vittorioso sapere che essi posero nelle loro concioni e scritture?
■ . . . . . «Non era eloquente quell’Efrem Siro, quando al popolo uditore, e quinci gli estremi di del mondo, e la solenne maestà del Supremo Giudice, che pronunzia la terribile irrevocabil sentenza, quindi lo stordimento, i gemiti e le lagrime dei peccatori, che lungi dalle delizie del cielo, con vani preghi da lor dimandato, già cadon travolti ne’ profondi laghi del fuoco e de’ zolfi, si al vivo metteva davanti, che tutti e tremavano e piangevano e ad alta voce gridavano? Non era eloquente presso i Greci quel Giovanni Grisostomo in quella insigne orazione di Flaviano a Teodosio, con che il santo Vescovo sì robustamente, e sì dolcemente ad un tempo quel principe, tuttora spirante minacce ed eccidio, alla compassione piegava? Non finalmente era eloquente quell’Agostino, che ha il primo vanto tra gl’ingegni latini, quando egli una e due volte assalendo que’ banchetti e quelle danze, che le tombe disonoravano de’ Martiri, prima gli applausi ch’ei non curava, indi le lagrime che speranza gli davano, e finalmente quella vittoria ebbe a riceverne, che tutto lo colmò di letizia? Più elegante, forse, avrebber parlato Tullio e Demostene; più efficace, non credo».
■ Ma le opere de’ Ss. Padri stanno raccolte in trenta grossi tomi in foglio, ormai rari e di difficile acquisto, e che non trovansi compiuti, se non nelle grandi librerie. E chi anche è sì fortunato da possederle, non sempre ha libero tutto il tempo che si richiede a studio si smisurato. Laonde un dotto Sacerdote delle Missioni di Francia venne nel felice pensiero di raccogliere il Tesoro de’ Ss. Padri, e i Fiori dei Dottori che così nella teologia, come nella filosofia spiccarono insigni (*). Quest’opera è distribuita per capitoli in ordine alfabetico, come prendendo ad esempio le ultime parole, Vanità, Verecondia, Verginità, Virtù, Vita, Vocazione, Volontà, Zelo; e ciascuno di questi capitoli è composto interamente de’ discorsi e delle sentenze de’ Padri e de’ Dottori intorno a quell’argomento. La quale ben ordinata distribuzione quanto sia giovevole ad agevolare lo studio, ognuno di leggieri il comprenderà. Aggiungi che tutto questo immenso lavoro è fatto con senno grandissimo. Nondimeno l’essere quest’opera tutta in latino fa sì che non possa tornar utile, quanto dovrebbe, all’universale, anzi nemmeno a moltissimi, perché pur troppo la cognizione delle lingue dotte va a mano a mano spegnendosi, od almeno divenendo assai più rara. Mossi da queste considerazioni, noi abbiamo divisato di offerire ai lettori il Tesoro dei Ss. Padri, tradotto in italiano da un Professore assai valente nelle due lingue. Ed affinché quest’opera, di tanta utilità religiosa e morale, possa facilmente andare per le mani dell’universale, abbiamo divisato di stamparla nel modo sommamente economico, in cui abbiamo stampato la Bibbia tradotta dal Martini, alla quale essa fa seguito; perocché dopo gli Scrittori sacri ed inspirati (s. Matteo, s. Marco, s. Luca, s. Giovanni, s. Paolo, s. Pietro, s. Giacomo, s. Giuda), che compongono il corpo del Nuovo Testamento, vengono i Ss. Padri e i Dottori della Chiesa.

POMPEO MAGNAGHI.

(*) Thesaurus Patrum, Floresque Doctorum, qui cum in theologia, tum in philosophia olim claruerunt.

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