Ipazia (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 14, 7 aprile 1883.

” ■ Ipazia, figlia di Teone, celebre filosofo e matematico di Alessandria, nacque verso la fine del quarto secolo dell’èra nostra, e fu educata dal padre. Dotata di rara intelligenza ed appassionata per lo studio gli consacrava i giorni intieri e gran parte delle notti; i suoi progressi nella filosofia, nella geometria, nell’astronomia e nelle matematiche furono tali che in breve salì in fama di essere la persona più dotta del suo tempo.
■ Per approfondirsi nella filosofia, Ipazia si portò ad Atene ove frequentò le lezioni dei più insigni maestri e specialmente quelle di Plutarco il giovine e della figlia di lui Asclepigenia. Ritornata in Alessandria preceduta dall’alta rinomanza acquistata, dettò pubbliche lezioni dalla cattedra già occupata dal celebre Fotino. Il suo nome divenne popolare dovunque e la sua scuola accolse un numeroso stuolo di persone venute espressamente dall’Asia e dalla Grecia per istruirsi. Un tanto onore, allora senza esempio, animò Ipazia a raddoppiare di zelo.
■ Socrate Scolastico ci conservò i particolari del di lei metodo di insegnamento, che incominciava colla matematica e poi continuava colle applicazioni di questa scienza e tutte le altre comprese nel nome generico di filosofia. L’eloquenza di Ipazia era dolce e persuasiva, e non parlava mai in pubblico senza esservisi preparata. Tra gli uomini celebri che ebbe a discepoli, devesi ricordare Sinesio, che fu poi vescovo di Tolemaide, il quale in una lettera la chiamò: “sua madre, sua sorella, sua benefattrice”. Ipazia univa alle doti della mente tutte le qualità esteriori e le virtù del suo sesso. Vestiva semplicemente, e quantunque bellissima, la sua condotta non fu offuscata nemmen dalla nube di un sospetto. Narrasi che uno dei suoi discepoli si accendesse per lei di folle amore e tutto mettesse in opera per essere corrisposto, ma sempre indarno, perché alle di lui sollecitazioni ella rispose sempre con argomenti filosofici, e ricusò costantemente di stringere legami che l’avrebbero distratta da’ suoi studj prediletti.
■ Tutti i reggitori dell’Egitto ambirono la di lei amicizia, sopratutto Oreste, governatore di Alessandria, che l’ammirava e spesso le chiedeva consigli.
■ Un merito si preclaro, tante doti preziose, destarono, come era da aspettarsi, l’invidia.
■ San Cirillo ed Oreste eransi inimicati, e siccome questi non voleva riconciliarsi col patriarca, il popolo credendo che la di lui condotta fosse ispirata da Ipazia, che era pagana come il governatore, concepì contro di lei un astio implacabile che andò sempre viemmaggiormente inasprendosi.
■ Alcuni sediziosi, guidati da un littore chiamato Pietro, appostarono Ipazia, l’arrestarono nel momento che si recava in iscuola, la forzarono a scendere dal carro e la trascinarono nella chiesa detta la Cesaria, ove, dopo averla spogliata, si diedero a lapidarla con cocci, con sassi e con frammenti di tegole. La rabbia di quegli sciagurati non si calmò colla morte della misera donna, ma, tagliatone a pezzi il cadavere, lo portarono per le vie d’Alessandria e lo arsero in un luogo denominato Cinaron.
■ Tale misfatto, scrive Socrate, avvenne nel quarto anno del patriarcato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio, nel mese di marzo, durante i digiuni, vale a dire nella quaresima dell’anno 415.
■ L’infelice donna aveva circa 35 anni.
■ Ipazia compose varie opere che non pervennero sino a noi, e perirono nell’incendio della biblioteca d’Alessandria. Eranvi un Commentario su Diofante, un Canone astronomico ed un Commentario sui conici di Apollonio di Perga; degli altri suoi lavori non si conoscono nemmanco i titoli.
■ Nelle opere complete di Sinesio trovansi sette lettere da lui scritte ad Ipazia, e fra queste una nella quale la prega di costruirgli un idroscopio che gli abbisogna per determinare la densità delle acque, di cui faceva uso per oggetto di salute. Egli descrive così l’istrumento, il quale evidentemente è una specie di pesa-liquori: “L’idroscopio è un tubo cilindrico sul quale sono segnate delle linee trasversali indicanti sino a qual punto il tubo si immerge nel liquido; e perché esso rimanga in posizione verticale, alla sua estremità inferiore si attacca un picciol peso conico che dicesi baryllion., Wernsdorf scrisse quattro notevoli dissertazioni sull’illustre figlia di Teone, che vennero stampate a Würtemberg nel 1747-1748.”

Giosia Wedgwood (1883)

Da La Scienza per Tutti, anno III, N. 15, 14 aprile 1883.

“■ Le celebri fabbriche di vasellami della contea di Stafford, in Inghilterra, sono antichissime, ma la loro celebrità non incomincia che dal giorno in cui un povero operajo, che meritò il nome di Palissy inglese, vi introdusse notevoli perfezionamenti. Il nome di quell’operajo è Giosia Wedgwood.
■ Un primo progresso nella fabbricazione della majolica ordinaria nella contea di Strafford era avvenuto nel 1720 circa, quando un vasajo chiamato Atsburg pervenne a sbiancare la pasta della majolica introducendovi della silice. Ma Wedgwood, non solamente oltrepassò di gran lunga questo risultato materiale, ma giunse a dare ai suoi prodotti forme eleganti e svariate che sin da principio li resero ricercatissimi.
■ Giosia era il figlio minore di un vasajo di Burslem, il quale per aggiungere qualche guadagno ai proventi dell’arte coltivava un piccolo podere. Nacque nel 1730, e sin dall’infanzia fu iniziato nei misteri, in quell’epoca semplicissimi, dell’arte figulina. Perdette il padre in età di undici anni ed il fratello maggiore lo mise a lavorare al tornio. Il povero ragazzino fu poco dopo colpito dal vajuolo, e se per prodigio non soccombette, ebbe nondimeno a subire l’amputazione della gamba sinistra. Debole ed infermo si trovò allora ridotto ai soli suoi mezzi. La vita da principio fu dura per lui, e ad onta del suo coraggio bene spesso non poteva saziare la fame. Ma egli era dotato di molto buon gusto ed i modelli che si mise a creare, specialmente i suoi piatti da frutta cui dava la forma di foglie, i suoi manichi da coltello imitanti la madreperla, la tartaruga, l’agata, ecc., trovarono in breve notevole smercio. In quei tempi l’arte ceramica inglese era tuttora nell’infanzia, e nessuno si badava della forma. Tutti si stavan paghi a produrre majolica comune secondo modelli rozzi ma consacrati dall’uso, e senza fare il menomo tentativo per correggerli o trovarne di più eleganti. La ceramica di lusso si faceva venire dal continente.
■ Dopo che i risultati ottenuti nella sua piccola sfera lo ebbero messo in istato di poter ampliare la sua fabbrica, Wedgwood pensò che con qualche sforzo e con molta perseveranza avrebbe potuto creare nel suo paese una nuova industria, produttrice di quelle ceramiche artistiche per le quali era tributario all’estero. Si mise all’opera e vi riuscì.
■ Da principio egli trovò nella qualità scadente della pasta usata comunemente dai vasai un grave ostacolo, perciò, volendo superarlo, si dié a studiare tutte le specie di terra della regione, e finalmente ne scoprì una mista di silice che, nera prima della cottura, diventava candida dopo la prova del fuoco. L’applicazione era nell’ordine naturale: Wedgwood mescolò all’argilla rossa comune la silice in polvere ed ottenne majoliche bianche pari alle straniere. Questo risultato oltre al fare la sua fortuna doveva dar vita ad un’industria che occupa in oggi migliaja di braccia e rende accessibile anche ai più umili il vasellame elegante e fino.
■ Il successo lo animò ad intraprendere nuove ricerche ed a tal fine si accinse a perfezionare la sua rudimentale coltura collo studio della chimica, nella qual scienza fece progressi si rapidi che non tardò guari a trovarsi al paro degli scienziati più illustri. Egli mandò molte memorie alla Società reale di Londra ed inventò un termometro, o meglio il Pirometro Wedgwood, istrumento tuttora in uso per regolare il grado di cottura dei diversi generi di terraglie.
■ I suoi trionfi industriali crescevano sempre più, di maniera che per seguirne il movimento le sue fabbriche andavan sempre ampliandosi. In seguito scoprì la majolica color crema (cream-coloured ware) di cui la regina Carlotta si invaghì al punto di ordinarne immediatamente un servizio completo che volle fosse chiamato majolica della regina (queen’s ware) e di conferire all’autore il titolo di “Vasajo reale”.
■ Egli inventò successivamente sette od otto specie di majolica, e non pago di riprodurre i migliori modelli dell’antichità e del rinascimento, chiamò a sé il Flaxman perché gli componesse dei modelli originali.
■ Quando sir William Hamilton mise in vendita il celebre vaso Barberini, conosciuto di poi sotto il nome di vaso di Portland, Wedgwood, sperando di poter venderne molte copie, cercò di acquistarlo ed entrò in lizza colla duchessa di Portland. Pregato, acconsenti a non spingere le offerte ma a condizione che gli fosse permesso di ricavarne il modello e di venderne un certo numero di copie. In conseguenza il vaso fu aggiudicato alla duchessa che lo pagò 47,000 lire, e Wedgwood ne fece cinquanta copie che vendette a 1250 lire cadauna con grave perdita.
■ Una di queste copie del vaso di Portland figurò all’Esposizione universale del 1878, unitamente alla riproduzione del famoso servizio della regina, nel padiglione della casa Wedgwood che è sempre una delle primarie inglesi.
■ L’industria delle ceramiche artistiche creata da Wedgwood aveva già nel 1785 fatto salire a 20 mila il numero delle persone che vi attendevano, e ciò senza parlare dell’aumento di personale che quest’industria aveva reso necessario nelle miniere di carbon fossile che le fornivano il combustibile, nell’industria dei trasporti cui aveva dato un grande impulso, ecc.
■ Giosia Wedgwood morì nel 1795 ad Etruria, centro manifatturiero della contea di Stafford.
■ Molti furono i monumenti dedicati alla memoria del povero operajo infermiccio, divenuto colle sole sue forze, un potente industriale, un artista, uno scienziato, e meglio ancora un benefattore della sua patria, e fra questi menzioneremo, come i principali, un istituto a Burslem ed una statua di bronzo a Stoke-Upon-Trent.”

Richard-Lenoir e l’introduzione dell’industria del cotone in Francia (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 13, 31 marzo 1883.

” ■ Francesco Richard, l’illustre manifattore, che dopo la morte del suo socio Lenoir, conservò il nome di Richard-Lenoir, nacque ad Epinay-sur-Odon, il 16 aprile 1765. Figlio di un povero affittajuolo, vegetò stentatamente nel nativo villaggio sino all’età di diciassette anni.
■ Accortosi che continuando a vivere in quella cerchia angusta le sue sorti non si sarebbero mutate, determinò di darsi al commercio e parti a piedi per Rouen.
■ Ivi fu accolto da un mercante che in luogo di insegnargli il commercio lo tenne per tre anni come famiglio. Trascorso questo tempo, Richard volle esperimentare qualche altra cosa e si fece cameriere in un caffè.
■ La posizione non era brillante, nondimeno, dopo un anno, Richard si trovava fortunato possessore di un capitale di… trenta lire.
■ Con quel peculio partì per Parigi, ove poco dopo il suo arrivo, ottenne impiego al Caffè della Vittoria in via Saint-Denis, e questo stabilimento fu il teatro de’ suoi primi successi.
■ A forza di economie e di alcune speculazioni condotte con molta prudenza ed abilità, in breve raggruzzolò un migliajo di lire colle quali determinò di lanciarsi negli affari. Lasciò quindi il caffè, e non lungi di là pose il centro delle sue operazioni consistenti in acquisti e vendite di bambagine inglesi, merce di contrabbando, il cui traffico fruttava molto bene agli audaci industriali che non temevano di esercitarlo. Richard guidò si accortamente la sua barca che in capo ad un anno i suoi guadagni ascendevano a 25 mila lire.
■ Forse un risultato sì splendido lo allucinò e lo rese meno prudente, poiché poco dopo fu vittima di un astuto speculatore, perdette oltre che tutto il suo una ingente somma e fu messo in prigione per debiti.
■ In quei tempi la prigione dei debitori era la Force. L’incendio della fabbrica di carta colorata Révillon, accaduto il 28 aprile 1789, permise ai detenuti della Force di evadere, e gli avvenimenti che poi sì rapidamente successero non lasciarono alla giustizia il tempo di rimettere i fuggitivi in prigione. D’altra parte la condotta di Richard dopo la sua evasione, provò che i suoi creditori avevan tutto da guadagnare lasciandolo in libertà.
■ Col soccorso di alcuni amici, Richard si rimise all’opera ed in due anni, ristabilì i suoi affari, pagò tutti i debiti e divenne quasi ricco. Egli scomparve da Parigi il domani del 10 agosto e non vi ritornò che dopo il 9 termidoro, ed in questo lasso di tempo visse nella paterna masseria.
■ Richard si rimise agli affari con nuovo ardore e nel 1797 trovatosi ad un incanto competitore di un negoziante d’Alençon, chiamato Lenoir-Dufresne, gli offrì di concludere il contratto in società. Lenoir accettò e così ebbe origine la celebre società Richard-Lenoir.
■ Il genere di commercio che da si lungo tempo esercitava inspirò a Richard l’idea di fabbricare le bambagine, e vi riuscì coll’ajuto di un prigioniero inglese, tessitore di cotone. Il modo di stampare le stoffe lo trovò da sé.
■ La prima fabbrica francese stabilita nel palazzo Thorigny ebbe un incremento si rapido che ben presto si dovette trasportarla nell’ex convento del Buon-Soccorso. In pochi anni prese un’enorme importanza e la nuova industria creata da Richard-Lenoir si sviluppò con inaudita rapidità.
■ Mentre la fortuna sorrideva amica ai due soci, il Lenoir mori nel 1806, confortato dalla promessa fattagli da Richard di conservare alla casa il nome di Richard-Lenoir.
■ L’attività del superstite non scemò per la perdita del caro socio, ma sembrò anzi raddoppiata, tanto è vero che stabili di esperimentare la coltivazione del cotone nel regno di Napoli, allora sotto il dominio francese. L’impresa ebbe esito felice, e sino dal 1808 egli raccolse 50 mila chilogrammi di cotone napoletano di buona qualità, sebbene inferiore a quello dell’India e delle Colonie.
■ La prosperità della casa Richard-Lenoir aveva raggiunto il suo apogeo, quando nel 1810 i dazi di importazione imposti sulla materia prima anche se napoletana, portarono un colpo funesto all’industria del cotone.
■ Se Richard-Lenoir non avesse consultato che il proprio interesse avrebbe liquidato; ma, sia detto a sua gloria, l’egoismo non fe’ breccia su lui che amava come figli i propri operai. Rimase fermo e continuò a lottare a forza di prestiti.
■ La riunione dell’Olanda alla Francia gettando sul mercato francese un’enorme quantità di mercanzia britannica rese ancor più scabrosa una posizione già tanto compromessa. Richard non vendeva più nulla e non trovava più danaro offrendo in pegno le proprie merci. Che fece allora? Si rivolse a Napoleone in nome de’ suoi operai ed ottenne un prestito di un milione e mezzo che lo avrebbe fatto risorgere se non fosse soppravvenuta l’ordinanza 25 aprile 1814 che sopprimeva puramente e semplicemente, senza risarcimento di sorta ai detentori, i dazi sul cotone. Fu la rovina della casa e dei ventimila operai che la servivano.
■ Richard-Lenoir, nominato nel 1810 membro del Consiglio delle manifatture e cavaliere della Legion d’onore, fu nel 1813 nominato da Napoleone capo della 8a legione della guardia nazionale, ed in tale qualità si dichiarò energico sostenitore della difesa di Parigi.
■ Il 31 marzo alla testa della sua legione occupava il viale di Vincennes e dopo l’ingresso degli alleati in Parigi si moltiplicò per salvare alcune guardie nazionali prese colle armi alla mano e senza uniforme sotto le mura della capitale, e vi riuscì.
■ Nella seconda restaurazione borbonica il nome di Richard- Lenoir era iscritto nella lista delle proscrizioni, e se fu cancellato n’ebbe il merito Alessandro di Russia.
■ Rimasto in Francia, il grande industriale fu costretto a vendere l’una dopo l’altra tutte le sue proprietà e ridotto a vivere con una piccola pensione che riceveva da suo genero.
■ Visse altri ventiquattro anni interamente obliato, tuttavia alla sua morte, avvenuta il 19 ottobre 1839, il mondo sembrò ricordarsi di colui che aveva dotato il suo paese di una nuova prosperosissima industria e più di duemila operai accompagnarono il suo feretro al camposanto.”

Donne patriottiche del Mezzogiorno. Il processo politico di Antonietta De Pace (1917)

Da La Donna, Anno XIII, N. 297, 15 settembre 1917.
Di Francesco Bernardini.

” ■ All’aborrita dominazione austriaca del Lombardo-Veneto fece degno riscontro, nel Mezzogiorno d’Italia, quella del Governo borbonico, bollato da Gladstone con una frase divenuta celebre: La negazione di Dio.
■ Fra coloro che ne affrettarono la caduta noi troviamo, all’epoca del Risorgimento, una singolare figura di donna in persona di Antonietta De Pace, morta nell’aprile del 1893 a Napoli, dove io ebbi modo di conoscerla e di frequentarne per parecchi anni la casa, essendo ella maritata, credo in seconde nozze, ad un mio carissimo amico, il prof. Beniamino Marciano, trapassato egli pure.
■ La De Pace, nata da nobile famiglia gallipolina il 2 febbraio 1818, soffriva, quando io la conobbi, una fiera bronchite, che l’aveva assai mal ridotta e spesso la costringeva a ricevere gli intimi stando a letto; ma conservava, insieme al contegno aristocratico, la vivacità dello spirito ed una meravigliosa lucidezza di mente che le consentiva di rievocare, con evidente compiacimento, le drammatiche vicende politiche della sua giovinezza.
■ Del resto, i documenti storici parlavano esuberantemente per lei. La defunta era cognata a quel fiero cospiratore di Epaminonda Valentino che, ascritto alla Giovane Italia, dirigeva in provincia di Lecce, insieme al Duca Castromediano (mio illustre concittadino e compagno di catena di Settembrini), il movimento rivoluzionario. Non è quindi meraviglia che la De Pace, ardentissima di anima, strappasse il segreto al cognato, divenendone poscia nell’attiva propaganda il braccio destro. Svelta, ardita, ma prudente fino all’astuzia, non poteva non rendere utilissimi servizi alla causa della libertà, a cui, dimenticando il mondo femminile, si era dedicata.
■ Scatenatasi, dopo il 15 maggio 1848, la reazione nel regno delle Due Sicilie, anche Lecce ebbe i suoi processi e le sue condanne; e il Duca Castromediano insieme al Valentino, arrestati come capi del movimento, vennero condannati, il primo alla galera, il secondo nel capo. Senonché il Valentino era morto durante l’istruttoria nel carcere centrale di Lecce, lasciando la moglie con due figliuoletti, il cui dolore inenarrabile valse ad instillare nella De Pace un odio ancor più profondo contro la tirannide. Trasferitasi a Napoli con la sorella e gli orfani nipoti, principal sua cura, giunta colà, fu di riannodare le relazioni del defunto suo cognato, e legossi ben tosto in amicizia con la madre di Alessandro e di Carlo Poerio, con la moglie di Settembrini e dell’Agresti e, più intimamente, con la signora Antonietta Poerio, sorella del barone Giuseppe, l’oratore del Parlamento napoletano del 1820, e zia di Carlo.
■ Da quest’epoca comincia per la De Pace la propaganda più attiva. Era il tempo buio del presidente Navarra e del procuratore generale Angelillo, e si faceva la celebre causa, politica s’intende, dei Quarantadue. Conosciute le famiglie più povere fra gl’imputati, andava d’attorno per le case dei liberali agiati, raccogliendo abiti, danaro, tutto ciò che era offerto, per venire in soccorso di queste famiglie. Seppe poi che in Napoli v’era un centro della Giovane Italia con a capo l’avv. Nicola Mignogna di Taranto; lo avvicinò e per suo mezzo conobbe gli altri cospiratori mazziniani fra i quali il Mignogna non era il più di talento, ma il più indomito ed audace.
■ Non par verosimile ciò che la De Pace facesse per servire il partito. Un parrucchiere a nome Vincenzo Vetrò le recava nascostamente da Procida la corrispondenza dei reclusi politici, che a sua volta ella faceva pervenire al Comitato di Genova, ove risiedeva Nicotera: di là a Lugano, altro centro rivoluzionario, e finalmente a Londra dov’era Giuseppe Mazzini.
■ Avvedutasi che la casa di sua sorella Rosa, presso cui viveva, le era d’impaccio, se ne liberò, ritirandosi nel tempio di S. Paolo, ove, mancandole il mezzo di pagare, fu ricevuta come corista; la qual cosa la obbligò ad imparare il latino per adempire l’ufficio assunto.
■ Là dentro ebbe cura di caparrarsi coi suoi modi l’affetto e le simpatie di quante erano chiuse con lei, ma in ispecial modo delle persone addette alla portineria ed al parlatorio, dovendo ricevere per la propaganda segreta lettere, comunicazioni ed ambasciate d’ogni genere.
■ Manco a dirlo, la De Pace suggestionò a tal segno tutte quelle ignoranti creature, che esse divennero facile ed inconscio strumento nelle sue mani. Le abbisognava non di meno maggior libertà. Che pensa? Nel bagno di Procida erano a scontar la pena, di venticinque e fin di trent’anni, parecchi liberali processati, fra cui il già mentovato Duca Castromediano di Lecce e Schiavoni Carissimo di Manduria. Essendo ritenuta donna eminentemente pia, la De Pace espresse il desiderio ed ottenne di recarsi periodicamente a Procida col pretesto di curare la biancheria dello Schiavoni, del quale si qualificò parente, ed a fine di visitare, per opera di misericordia, i carcerati. Poi, siccome la scusa della parentela era un filo troppo tenue, ella inventò un legame amoroso ed un matrimonio di là da venire col più giovine dei reclusi, Aniello Ventre, condannato a 15 anni di ferri. Così la parentela immaginaria ed il romanzo dei… promessi sposi finirono per burlare la polizia e il Comando del bagno, di guisa che la signorina De Pace poté per mesi e mesi andare e venire da Procida, dando e ricevendo comunicazioni.
■ Intanto nel 1853 falliva il tentativo insurrezionale nel Lombardo-Veneto, e nove patrioti, fra cui il prete don Enrico Tazzoli, Tito Speri, Carlo Montanari, conosciuti sotto il titolo di Martiri di Belfiore (valletta mantovana dove furono rizzate le forche), scontavano con la vita il loro grande amore per l’Italia. Lo scacco di lassù non affievolì l’ardore dei rivoluzionari napoletani, i quali cominciarono a lavorare fra i soldati dell’esercito borbonico per seminarvi il lievito della ribellione. Anima di questo nuovo atteggiamento fu la De Pace. Ma la polizia, a capo della quale era il feroce commissario Campagna, ebbe tosto sentore della cosa e, venuto a capo delle fila della congiura, decise l’arresto dei settari e, principalmente, di Nicola Mignogna e di Antonietta De Pace, che fu rintracciata e presa in casa Valentino il 26 agosto di quell’anno: non così presto, però, che ella, ratta come il baleno, non trovasse il tempo di togliersi dal petto due proclami di Mazzini, farne una pillola ed ingoiarla in presenza dei birri, per fare sparire il corpo del reato.
■ Se ne avvidero pertanto costoro e, credendo si avvelenasse, gridarono:
— Che fate?!…
— Nulla — rispose la De Pace, senza scomporsi — era l’ora di prendere una pillola; non ho alcuna ragione di avvelenarmi.
E, rivolgendosi al commissario Campagna — che obbiettava essere quelli, da lei ingoiati, dei proclami simili agli altri presi nel cappello del Mignogna — soggiunse sorridendo: Quel signore è pazzo!
■ Tratta al Commissariato, riuscirono inutili tutte le arti a cui si ricorse per strapparle confessioni compromettenti. Ma quando, una volta, dopo vane minacce il Campagna si lasciò andare fino alla viltà di alzare le mani, la mansueta signorina, fatta subito leonessa, dié di piglio ad una sedia per battergliela sul muso, gridando:
— Giù le mani, commissario Campagna, o io reagisco, mancandovi di rispetto!
■ Ad onta che le raffinate arti di questo sbirro non riuscissero nell’intento di farle confessare la colpa, la De Pace fu ugualmente mandata dinanzi ai giudici sotto l’accusa di cospirazione repubblicana per abbattere il governo esistente. E siccome il Mignogna, fatto passare per le verghe (che egli aveva sostenuto impavido, senza un lamento, fino al numero di sessanta battiture) si era mantenuto negativo, tutto l’interesse pubblico si acuì sulla persona della De Pace, dalla quale dipendeva la sorte di tante altre a lei legate dalla stessa fede.
■ Ma il contegno della imputata durante il processo che durò ben quarantasei giorni, e nel quale la cospiratrice fu difesa cavallerescamente dai più valorosi avvocati del foro napoletano — noto tra questi il Pessina e il Lauria — fu pari in tutto alla fama che ella godeva di donna cioè fiera, audace, ma prudente. Non una parola, non un atto di debolezza tradì in lei il fermo proposito di salvare, senza compromettere chicchessia, la causa della libertà.
■ Innumerevoli naturalmente furono, durante il dibattimento, gli episodi che ci lasciano intravedere le torture morali della De Pace per schermirsi dalle abili domande investigatrici del Presidente e del Procuratore Generale Nicoletti, inquisitore ed aggressivo. Ma tipico fra tutti il seguente: una lettera vien fuori in cui si parlava di capponi da far tenere a D. Peppino della villeggiatura. I capponi, manco a dirlo, erano dei proclami di Mazzini, e Don Peppino della villeggiatura era Giuseppe Libertini di Lecce, l’amico di Mazzini, il fiero cospiratore al quale i miei concittadini hanno innalzato un monumento nella piazza omonima. Il caso era per la De Pace terribile; il Tribunale voleva ad ogni costo spiegazioni dall’imputata.
— E che debbo dire io? — rispose costei, sorridente. — Mi furono mandati sette capponi, perché li facessi arrivare a destinazione.
— Ma no, ma no! — saltò su il Procuratore Generale, gongolante — i sette capponi sono altrettanti proclami!
E la De Pace senza scomporsi:
— Scusi, signor Presidente, abbia la bontà di vedere la lettera che data porta.
Il Presidente lesse: Diciannove dicembre.
— Bravo! — risponde lei di rimando — la spiegazione è data: siamo quasi alla vigilia di Natale, ed in quei giorni si usa, se non erro, mandare in dono dei capponi. Perché torturare una povera donna, quando le cose procedono chiare da sé?
■ In quanto al nome, ella, dopo aver chiesto un giorno di tempo a rispondere, col pretesto che le sofferenze del carcere le avessero indebolita la memoria, fece quello di un innocuo cittadino, tal Peppino Ventre, capo urbano, che nulla affatto sapeva e che era stato sempre devoto al Borbone. Ma la De Pace, appunto per questo, ne faceva il nome, sapendo che, col procurare a costui una seccatura, salvava gli altri da un grave pericolo.
■ E per vero il Ventre fu arrestato e tradotto dinanzi al generale Wiel; ma questi, dopo un sommario interrogatorio, non poté che rimetterlo in libertà.
■ Così, fra il contegno negativo degli imputati e le sospette testimonianze di alcuni agenti, il processo senza prove si protrasse fino alla requisitoria del Procuratore Generale, il quale, scagliando con enfasi retorica i suoi fulmini e dipingendo l’imputata e la sua setta coi più neri colori della sua tavolozza, chiese per la De Pace la pena di morte, che ella ascoltò senza battere ciglio; anzi, avendo seco dei confetti, si mise, con la maggiore disinvoltura di questo mondo, a mangiarne, mentre, alla richiesta del rappresentante della legge, un fremito di orrore correva per tutta l’aula, gremita di pubblico.
■ Ma il dubbio era ormai penetrato nell’animo del Presidente e dei giudici, la maggior parte dei quali non somigliava per fortuna al Procuratore Nicoletti; perché, dopo le eloquenti arringhe dei difensori, la De Pace a parità di voti, avendo tre giudici votato per la morte e tre per l’assoluzione usci a libertà, mentre il Mignogna veniva mandato in esilio, ed a pene egualmente miti erano condannati gli altri imputati.
■ Questo può dirsi il periodo più tempestoso e drammatico della De Pace, la quale, dopo la morte di Ferdinando II e la spedizione dei mille, vide avverarsi l’agognato sogno dell’unità e dell’indipendenza italiana. E fu la nostra eroina che mosse incontro Garibaldi, a Salerno, e circondata da signore, signorine, e dai componenti del Comitato, strinse la mano al Generale, dandogli in nome di tutti il benvenuto. Al quale saluto Garibaldi rispose, baciandola:
— Sono felice di esser venuto a spezzare le catene ad un popolo generoso, il cui governo non aveva rispetto neppure per le donne!
■ Nessuno però osava domandare a Garibaldi che cosa avrebbe fatto il giorno appresso; e tutti gli sguardi si appuntavano sulla De Pace, la quale ne intese il significato e chiese animatamente:
— Generale, ed a Napoli quando andremo?
— Domani — rispose Garibaldi con voce ferma, risoluta — e lei si tenga pronta a venire con me.
■ E il giorno appresso Garibaldi, infatti, avendo al proprio seguito la De Pace ed accanto, nella stessa carrozza, il ministro Liborio Romano (che lo aveva invitato telegraficamente a venire a Napoli) entrava nella capitale del Mezzogiorno fra le clamorose manifestazioni di gioia che il popolo delirante tributava all’eroe leggendario.
■ Era il 7 settembre del 1860.!

Trasmutazione artificiale degli elementi (1935)

Da Sapere, Anno I, Vol. I, 31 gennaio 1935.
Di Enrico Fermi.

“La trasmutazione artificiale degli elementi, la produzione artificiale di corpi radioattivi, la loro possibile utilizzazione in medicina la probabile scoperta di nuovi elementi chimici in più dei novantadue finora conosciuti, sono l’oggetto di questo scritto di Enrico Fermi che per i suoi lavori in corso nell’Istituto fisico dell’Università di Roma, coi contributi di valentissimi collaboratori, va richiamando l’attenzione di tutto il mondo sull’attività scientifica italiana in questo campo eccezionalmente importante sotto ogni aspetto.”

” ■ Il problema della scoperta di metodi intesi a trasmutare un elemento chimico in un altro è stato variamente studiato da parecchie generazioni di ricercatori scientifici.
■ Com’è risaputo, nel medio evo il più dei lavori degli alchimisti, dai quali ha origine appunto la chimica moderna, è intensamente rivolto ai tentativi di trasformare il mercurio in oro; ma solo in tempi molto recenti le nostre cognizioni sulla struttura e sulle proprietà dell’atomo hanno progredito a tal punto da poterci consentire di trattare il problema su basi scientifiche e di ottenere l’effettiva trasmutazione di un certo numero di elementi chimici. E se è vero che a molti alchimisti arrise la speranza di conquistare il benessere e la ricchezza, non credo davvero che altrettanto possa dirsi per alcuno degli scienziati che oggi lavorano nello stesso campo. La quantità di materia che si riesce a trasformare coi mezzi più adatti è tanto esigua da sfuggire anche ai più delicati processi di analisi chimica e soltanto le sensibilissime misure radioattive, consentendo di rivelare in molteplici casi la presenza di un numero anche piccolo di atomi, han fornito direttamente, negli ultimi anni, la prova sicura delle trasmutazioni compiute.

“S. E. FERMI, W. HEISENBERG, W. PAULI, I TRE GIOVANISSIMI FISICI DI FAMA MONDIALE, SUL LAGO DI COMO NEL 1927, IN OCCASIONE DELLE ONORANZE ALLA MEMORIA DI ALESSANDRO VOLTA.”

■ Il primo trasmutatore di elementi è stato il fisico inglese Lord Rutherford, del Cavendish Laboratory di Cambridge. Di fatto, nel 1919 egli dimostrava che alcuni elementi leggeri, ad esempio l’alluminio e l’azoto, quando venivano colpiti con particelle alfa emesse da corpi radioattivi, potevano qualche volta assorbire una di queste particelle ed emettere invece, corrispondentemente, un corpuscolo più leggero: un “protone”.
■ Allo scopo di chiarire il significato di questa scoperta sarà opportuno ricordare che, secondo le moderne teorie, l’atomo si ritiene costituito da corpuscoli carichi. Il centro dell’atomo è occupato da una particella relativamente pesante: il così detto “nucleo”. Questo è carico positivamente ed ha intorno a sé dei corpuscoli negativi, gli “elettroni”, perfettamente identici in tutti gli atomi. Ciò che differenzia tra di loro le varie specie atomiche è la diversa specie di nuclei, i quali possono differire o per massa o per carica elettrica; quest’ultima, misurata in unità atomiche, è sempre espressa da un numero intero (il “numero atomico”): 1 per l’elemento idrogeno, 2 per l’elio, 3 per il litio e così via, sino a 92 per l’uranio, che è il più pesante di tutti gli atomi conosciuti. Le particelle alfa che il Rutherford impiegava nelle sue esperienze, sono nuclei di elio proiettati spontaneamente da corpi radioattivi; invece i protoni, emessi dai corpi che venivano colpiti dalle particelle alfa, sono nuclei d’idrogeno.
■ Da quanto si è detto risulta la impossibilità di ogni tentativo di trasformare un atomo in un altro se il tentativo stesso non si traduce in un’azione sul nucleo: e si è riconosciuto che l’unico mezzo efficace per tale scopo è quello di colpire i nuclei con un bombardamento di particelle molto veloci e provviste dell’energia necessaria per raggiungere il nucleo e modificarne la struttura.
■ Nelle classiche esperienze di Rutherford del 1919, particelle alfa (carica elettrica 2), penetrando nel nucleo, ne accrescevano la carica di due unità; ma siccome seguiva la immediata emissione di un protone (carica elettrica 1), la carica del nucleo primitivo veniva, in ultima analisi, ad accrescersi di una sola unità; cioè l’elemento bombardato si trasformava in un altro, con numero atomico maggiore di 1 rispetto al precedente. Così, dall’elemento azoto (numero atomico 7) è possibile passare all’elemento ossigeno (numero atomico 8).
■ Dopo queste prime esperienze di Rutherford, nuovi esempi di trasmutazioni sono stati raccolti bombardando gli elementi con varie altre particelle, e speciale rilievo meritano qui le trasmutazioni prodotte mediante atomi di idrogeno ionizzato, accelerati in campi con potenziali altissimi, dell’ordine del milione di volt, esperimentati da I. D. Cockroft e E. T. Walton a Cambridge, e poi da Lawrence, Livingstone ed altri scienziati in America.
■ Fin quasi all’anno scorso, si credeva generalmente che dalle disintegrazioni artificiali ottenute mediante l’urto di particelle veloci contro i nuclei, si ottenessero sempre atomi stabili. Ma ecco che i fisici francesi F. Joliot e la moglie Irene Curie, figlia della compianta Maria Curie cui si deve la scoperta del radio, annunziavano — e il risultato era davvero ragguardevolissimo — d’essere riusciti a produrre tre nuovi istopi che non raggiungevano immediatamente una forma stabile; ma che si mantenevano per un tempo medio di qualche minuto in uno stato labile, analogo a quello delle sostanze radioattive naturali; emettendo poi un elettrone, questi elementi si trasformavano in comuni elementi stabili.

“LORD ERNEST RUTHERFORD OF NELSON.”

■ Il metodo seguito dai coniugi Joliot per la produzione di questi corpi radioattivi era il medesimo delle classiche esperienze di Rutherford: bombardamento, cioè, con particelle alfa. Queste non possono tuttavia considerarsi come agenti molto efficaci per produrre la disintegrazione artificiale dei nuclei, pel fatto che, essendo le particelle alfa cariche positivamente come i nuclei esse vengono da questi fortemente respinti. Questa ed altre cause limitano le possibilità di disintegrazione mediante le particelle alfa; anzi le circoscrivono praticamente ai casi di elementi molto leggeri, giacché la repulsione elettrica da parte dei nuclei di elementi pesanti assume tale valore da rendere impossibile la collisione del proiettile contro il nucleo atomico. Da ciò si comprende la opportunità di ricercare gli effetti di una particella neutra, cioè del neutrone che è un corpuscolo di dimensioni nucleari, con massa all’incirca equivalente a quella dell’atomo di idrogeno, ma privo di carica elettrica. Sebbene le sorgenti utilizzabili di neutroni siano di gran lunga meno ricche delle sorgenti di particelle alfa o di protoni, si poteva sperare a priori di trovare un compenso a questi elementi di svantaggio nel fatto che i neutroni sono appunto elettricamente neutri. Le esperienze all’uopo compiute a Roma hanno confermato appieno la legittimità di questo tentativo, dimostrando che all’incirca due terzi dei sessanta atomi cimentati al bombardamento di neutroni davano origine a nuovi corpi radioattivi. Il fenomeno si presenta non solo operando su elementi leggeri, sui quali è efficace anche il bombardamento con particelle cariche, ma anche lavorando su elementi pesanti. Invero anche l’uranio, l’elemento più pesante che si conosca, sottoposto al bombardamento di neutroni, dà luogo a prodotti radioattivi, diversi da tutti gli altri corpi radioattivi noti.
■ In molti casi, l’elemento radioattivo che si produce bombardando con neutroni un dato elemento è chimicamente diverso da quello originario e quindi è possibile, con metodi di analisi chimica adatti a questo tipo di separazione, discernere il corpo radioattivo dalla sostanza madre e con ciò provare direttamente la trasmutazione ottenuta. Si è così dimostrato, ad esempio, che bombardando il ferro con neutroni lo si trasforma in un isotopo radioattivo del manganese; che il cloro diventa fosforo radioattivo e così via. Un caso che presenta speciale interesse per tal riguardo è quello dell’uranio, giacché sembra che qualcheduno dei prodotti, nei quali esso si trasforma in conseguenza del bombardamento, abbia proprietà diverse da quelle di tutti gli elementi chimici conosciuti. Se questi risultati troveranno conferma sarà altresì provato che, per effetto del bombardamento dell’uranio, si forma un elemento instabile, finora ignorato, probabilmente con numero atomico 93, superiore cioè a quello di tutti gli elementi noti.

“F. JOLIOT E IRÈNE CURIE, FOTOGRAFATI ALL’ISTITUTO DEL RADIUM DI PARIGI [FOT. NEW YORK TIMES.]”

■ Osservavo dapprincipio come, pur essendosi ottenuta la trasformazione degli elementi in un gran numero di casi, la quantità di materia che si riesce a trasformare con tutti i metodi attuali sia tuttavia straordinariamente piccola.
■ Questo fatto esclude per ora ogni possibilità di ottenere una conveniente produzione di elementi rari, finché non si escogitino processi di trasformazione sostanzialmente nuovi. Naturalmente altrettanto deve dirsi circa le possibilità di utilizzazione delle enormi quantità di energie racchiuse nell’interno dei nuclei che si liberano in alcune reazioni nucleari.
■ Una applicazione che forse potrà in un tempo non lontanissimo entrare in una fase concreta potrebbe consistere nella produzione di corpi radioattivi artificiali per uso medico. Al riguardo può interessare la notizia che, come è stato provato nell’Istituto fisico di Roma, la intensità di produzione dei corpi radioattivi può in determinate circostanze arrivare a centuplicarsi solo che la sorgente dei neutroni e la sostanza irradiata vengano circondate da una grande massa d’acqua. Ciò è forse dovuto ad un rallentamento dei neutroni provocato dal loro urto cogli atomi d’idrogeno contenuto nell’acqua; sembra infatti che i neutroni lenti abbiano la proprietà di legarsi facilmente a qualche nucleo e quindi di trasformarli in un nuovo nucleo radioattivo. Tuttavia, neppure così è possibile produrre dei corpi radioattivi in quantità sufficiente alle applicazioni mediche: per questo parrebbe necessario poter accrescere ancora l’intensità delle sorgenti neutroniche utilizzabili.
■ In conclusione, sebbene la speranza d’applicare industrialmente i risultati su riferiti presenti oggi ancora molte difficoltà, possiamo affermare che molte proprietà del misterioso centro dell’atomo sono oramai venute in luce ma che molti fatti sono ancora oscuri e che occorrerà lavorare ancora parecchio prima di poterli chiarire, spingendo così più avanti la nostra comprensione dei misteri della costituzione della materia.”