Da La Lettura, Anno IX, N. 7, luglio 1909.
Di Arnaldo Cipolla.
“ATTENZIONE! Articoli come questo, visto il periodo nel quale sono stati scritti, contengono un linguaggio e considerazioni che al giorno d’oggi potrebbero infastidire. Io ho tolto diverse “g”, lasciando come al solito l’ortografia dell’epoca e il testo integrale. Ho eliminato alcune nudità che erano visibili nelle immagini, una l’ho eliminata.
A.”
” ■ Ritengo che in fatto di bellezza muliebre, non esistano nel continente nero popolazioni nelle quali si debbano trovare soltanto campioni ripulsivi, mentre il primato nell’armonia delle forme congiunto ad una maggiore raffinatezza di costumi sia la prerogativa di gruppi o tribù speciali.
■ Certo, non vi è a mo’ d’esempio paragone possibile a stabilirsi fra le egiziane, le abissine e le somale di origine pura, che passano a ragione per le più belle nere, e le donne appartenenti alle numerose popolazioni che col nome di Bantù dilagano dalla foresta equatoriale verso le regioni del lago Tsadt, l’Angola portoghese, lo Zambese, i grandi laghi e l’alto corso del Nilo.
■ Ma le prime rivelano tanto vivaci i loro legami di affinità con le razze semitiche dell’Asia vicina che si dovrebbe esitare a comprenderle nella grande famiglia delle figlie di Cam, e d’altra parte, anche fra i cannibali dell’Uelle e del Kasai, anche fra le bestiali femmine dell’Aruwimi, che sottopongono il seno alla tortura dei morsi di grosse formiche per aumentarne il volume, mi è stato dato di trovare vere oasi di bellezza muliebre.

■ Viceversa nel Somaliland, dinanzi ai tipi di nere che si incontrano nei centri benadiriani, il viaggiatore potrebbe credere di esser giunto nel paese dei campioni più bassi della specie femminile umana, mentre coteste somale costiere, antiche schiave d’origine sudanese o congolese, specie di risucchio di una popolazione sospinta al mare dall’onda della proclamata abolizione della schiavitù, non hanno nulla a che vedere con le somale dell’interno.
■ Eppure coteste schiave o figlie di schiave, originarie del centro africano, finite poco al sud della Somalia, sulla costa di Zanzibar, furono le migliori informatrici di Stanley, nel tempo ch’egli si accingeva a partire precisamente da Zanzibar alla discoverta del mistero dell’Africa centrale. Credo che il particolare sia sconosciuto e valga quindi la pena di riferirlo.
■ Un vecchio zanzibarita, che era stato milite di Stanley, mi raccontava che il principe degli esploratori soleva a Zanzibar trattenersi in intima compagnia con le schiave venute dall’interno. Il Bulamatadi, lo spaccatore di pietre come lo soprannominarono gli indigeni quando videro brillare le prime mine che aprirono il varco alle sue piroghe nella discesa del Congo, aveva un’arte particolare per conquistare la confidenza delle donne, per riuscire nel viluppo dei loro racconti fantastici ed infantili a rintracciare quanto poteva riuscirgli utile per la grandiosa impresa che preparava. Le schiave zanzibarite gli narrarono prime dell’esistenza dei grandi laghi — le acque che avevano una riva sola — e da una superstite di una carovana negriera venuta dal Kasai ebbe la descrizione del fiume enorme che sboccava all’Oceano, il racconto della traversata della immensa foresta che separa il fiume dalle montagne Mitumba, i primi barlumi insomma della via nuova che la civiltà si proponeva di percorrere in senso inverso a quella seguita nei secoli dai convogli di schiavi.
■ Del resto, conquistate l’animo della donna nera e sarete sicuri di riuscire in breve a comprendere lo spirito e le tendenze delle popolazioni selvagge frammezzo alle quali il destino può avervi condotto a trascorrere la vostra esistenza.
■ Nessuna cosa come la intimità di codeste miti e docili creature può riuscire di ausilio all’europeo nel difficile e complesso lavoro di dominare da solo migliaia di barbari cannibali.
■ La civiltà con tutte le sue conseguenze buone e cattive ha compiuto così grandi conquiste nel continente africano che il viaggiatore in cerca di originalità di costumi deve prepararsi a delle curiose delusioni! Lasciate le Canarie, viaggiate qualche giorno in vista della visione spaventosamente sterile delle dune del Sahara, doppiate il Capo Verde, sentite il corpo fiaccato dalle prime influenze equatoriali, approdate a Dakar nella Senegambia, o a Freetown nella Sierra Leone o peggio ancora a Monrovia in quella repubblica nera della Liberia che è un po’ lo zimbello dell’Africa; il luogo voglio dire dove si fanno accadere tutte le balordaggini del mondo coloniale; e vedrete dappertutto donne nere in toilettes europee: immagini di indescrivibile goffaggine. Non mi meraviglierei di trovarvi oggi di già introdotte le vesti stile empire ed i cappelli dal diametro inconcepibile. Soltanto le signore nere debbono subire una piccola proibizione che ha forse la sua origine nella gelosia delle poche bianche costrette a soggiornare laggiù e a vedersi così completamente imitate. Non possono portare stivaletti! È una tradizione? E un uso? È effettivamente una proibizione? Non saprei. Il fatto si è che le donne indigene che vestono all’europea non portano scarpe. Fu così che le vidi a centinaia affollare quella meravigliosa metropoli coloniale di Freetown. E ricordo che mi venne fatto di pensare che i neri debbono essere stati creati non per imitare, ma per parafrasare la civiltà bianca. Tutto ciò che di goffo, di artificioso, di ridicolo ha la nostra moda muliebre, saltava subito agli occhi con un effetto quasi simile a quello prodotto da una giubba a coda di rondine sul corpo di una scimmia. Per modo che le prime donne veramente africane che mi fu dato di vedere, le solenni ed austere femmine del Dahomey, composte nelle ampie toghe candide, mi parvero infinitamente più belle ed interessanti.

■ È precisamente nel golfo di Guinea, o rimontando il meraviglioso Niger, che si comincia ad essere a contatto con i lati più caratteristici ed affascinanti del mondo delle figlie di Cam.
■ Le fiere nigeriane di Sokoto, donne di popolazioni ancora indipendenti di fatto, mi parvero effettivamente con i loro piccoli corpi nervosi e proporzionati, con i tratti del viso regolarissimi, delle Veneri bronzee, donne dalle labbra porporine e dagli occhi pieni di languore; che si direbbero consanguinee delle egiziane medesime, anche per una strana somiglianza dell’acconciatura, simile alle capellature delle figure muliebri nei bassorilievi egizi.
■ Dalla Nigeria al Camerun e allo sterminato bacino congolese, quanta diversità nei tipi e nei costumi delle figlie di Cam! Nelle schiere di ignude portatrici bangala (Congo) vittime anch’esse di quella ignoranza della psicologia dell’indigeno, e delle condizioni sociali delle tribù equatoriali che hanno costituito i vizi maggiori della cessata amministrazione congolese, indarno cerchereste un soggetto che vi conduca alla giuliva concezione della vita quotidiana nei villaggi disseminati lungo le correnti o nascosti fra la verzura impenetrabile delle selve. Sono esseri umani abbrutiti dalla fatica, sono schiave senza valore, che i mariti, i fratelli, i figli stessi non esiterebbero a vendere per la meno solida delle loro lancie. I villaggi cosidetti ribelli, composti cioè da gente che si rifiuta all’imposta in lavoro, che preferiscono diventar nomadi anziché assoggettarsi a diventar portatori, pagaiatori, piantatori, diboscatori, raccoglitori di caucciù, mandano alle stazioni europee le schiere delle loro donne inutili, specie di iloti indigeni.

■ Ad esse si possono domandare le fatiche più bestiali; ed esse, con la medesima remissione con la quale si assoggettano a lavorare sotto la canicola del sole equatoriale, o a spinger piroghe per giornate intere sulle correnti, si lascian reclutare dalle missioni religiose popolandone gli stabilimenti, diventando singolari neofite dinanzi alle quali chi giunge nuovo dall’Europa si domanda se è possibile che le donne del centro africano siano tutte nell’aspetto così ingrate ed orribili a vedersi. Ma fate in guisa di poter giungere inaspettato in un villaggio dell’interno lontano dalle stazioni europee, lontano soprattutto dalla costa, dove l’alcool e le malattie importate hanno distrutto per sempre la bellezza della donna primitiva e constaterete subito un sovvertimento vero e proprio nella stantia concezione della barbarie. Poiché è precisamente nelle regioni conquistate alla sedicente civiltà europea, che appaiono più palesi gli effetti della miseria e dell’abbandono e quel pietoso risultato che deriva dalla sovrapposizione delle costumanze nostre agli usi indigeni. Mentre dove il bianco non impera direttamente, la vita indigena si manifesta in tutto il suo affascinante ed impetuoso rigoglio.
■ Ricordo ancora: si navigava lentamente, una piroga dietro l’altra, risalendo un affluente dell’Ubangi, dove la vegetazione era così fitta che i poderosi alberi delle rive formavano con le loro alte chiome una densa vôlta di verzura. Al ventesimo giorno di viaggio scoprimmo uno sconosciuto immenso villaggio, il primo di una regione dove l’effetto che producevano i nostri visi pallidi sulle donne indigene era, a detta delle loro confessioni medesime, simile all’apparizione di scoloriti morti resuscitati. Fu soggiornando presso quegli indigeni per molto tempo che venni iniziato ai misteri delle loro intimità. E precisamente dal giorno che vincendo la ripugnanza mi decisi a compiere con le mie nuove amiche il tradizionale scambio del sangue. La mia compagna ed io ci incidevamo le braccia con una piccola ferita, suggevamo scambievolmente il sangue che ne sgorgava ed avremmo dovuto essere uniti per la vita…. Fu allora che vidi le bellissime, che i capi tengon celate ad occhi europei, ornate di massicci collari di rame che luccicavano al sole come fossero di oro. E quell’arnese ribadito a fuoco che sembrava il collare di un mastino dava al viso nerissimo, alla persona ignuda un’eleganza selvaggia e strana. Fu allora infine che penetrai nei gusti della raffinatezza muliebre dei cannibali, che seppi distinguere il valore di una collana di denti di cane, dagli altri ornamenti che cingevano le braccia di una rotondità impareggiabile, e che appresi le virtù dei profumi con i quali il corpo dev’essere cosparso per rendere il riposo soave di sogni voluttuosi. E vidi pure le danze spaventose della morte che si svolgono per settimane intere attorno ai cadaveri in dissoluzione dei capi, i quali per tutta la durata della triste cerimonia debbono essere sorretti dalle braccia delle donne. E assistei alle danze dell’amore piene di seduzioni sconosciute e violente.
■ Presso la maggior parte delle popolazioni indigene del centro africano, la donna è una mercanzia che vale da 350 a 400 mitakos (grosso filo d’ottone di 25 cm. di lunghezza), o una diecina di lancie da combattimento, o da 25 a 30 coltelli, o infine un numero equivalente di altri oggetti che agli occhi dei selvaggi equatoriali abbiano un valore non soggetto alle mutevoli bizzarrie del loro capriccio infantile.

■ Poiché mentre le conterie più luccicanti e più vistose che vengon d’Europa subiscono degli improvvisi deprezzamenti sui mercati, provocati talvolta dal semplice apparire di un oggetto nuovo; la lancia o il coltello, frutto di lento e paziente lavoro indigeno, rappresentano la ricchezza positiva, atavica, immutabile. Ma intendiamoci, dieci lancie, che rappresentano per un fabbro cannibale il lavoro di tre o quattro mesi, si danno per una pubescente, sono il prezzo di una giovinetta sana e forte che vada sposa, il sacrificio che il padre fa per ogni suo figlio maschio allo scopo, diremo così, di accasarlo.
■ Dieci lancie, dieci lucide lancie acuminate, forbite ed affilate, dalla lama simile a grandi e piatte foglie, dal fusto intagliato e arabescato, sono il valore della giovane figlia di un uomo libero che vada sposa: ma sfiorite che siano le grazie della prima età — e la loro durata nella femmina nera è tanto breve da limitarsi sovente a pochi anni — il valore della donna si abbassa considerevolmente fino a divenire irrisorio.
■ Dinanzi ai lanuti capi fattisi bianchi, ai corpi divenuti avvizziti e rugosi, non si domandano e non si offrono che ferravecchi buoni tutt’al più per la caccia alle scimmie. È il destino di tutte le vecchie libere o schiave esse siano, quello di finire vendute al prezzo delle più vili cose. Non solo i mariti, ma i figli medesimi, ma i fratelli si liberano della moglie, della madre, delle sorelle in cotesto modo, soddisfatti di potere, in un determinato periodo della loro vita, ringiovanire la famiglia scambiandone i rappresentanti muliebri divenuti vecchi con una nuova donna più giovane. Sarebbe però errato affermare che i neri del centro africano nella vita quotidiana maltrattino le loro donne. Esse si occupano delle culture e delle cure del ménage, preparano il cibo, benché mangino separatamente dagli uomini, fanno la provvista della legna necessaria per mantenere nell’interno delle capanne una temperatura tiepida durante le notti equatoriali sovente fredde. All’infuori di queste occupazioni le donne passano il tempo aggiustandosi le capellature vere meraviglie d’arte, facendosi dei disegni sul viso con un liquido nero succo del frutto di una cardenia. E adoperano come specchi alla guisa di Narciso il riflesso delle acque immobili. Le madri dedicano gran parte della giornata ai loro bambini ai quali prodigano cure, attenzioni e affettuosità infinite.
■ Constatai pochissimi casi di selvagge prolifiche e ricordo una madre di quattro figli fatta oggetto nel suo villaggio ad una vera venerazione da parte degli indigeni, che avevano decretato dovesse rimanere perennemente in ozio seduta sotto una tettoia situata al centro delle capanne, inghirlandata di foglie e circondata da quattro schiave che la cospargevano d’olio di palma.
■ Il capo famiglia abita solo la sua capanna e alla sera allorquando non si balla, tutta la famiglia si riunisce attorno al fuoco che scoppietta al centro dell’abitato. Uno dei fanciulli porta allora la colossale pipa indigena, il capo dopo averla accesa aspira sino nei polmoni una sola enorme buffata, dopo di che passa la pipa alle mogli e alle schiave che fanno altrettanto. Venuta l’ora del sonno il marito è ricondotto dalle donne sino alla sua capanna sul limitare della quale egli offre l’ospitalità ad una fra esse, ciò che non eccita presso le altre gelosia alcuna. La prescelta non entra subito, aspetta che le compagne siano discretamente scomparse e silenziosa scende sino al fiume. Altre donne del villaggio prescelte com’essa, l’hanno preceduta nel punto usato dove si compiono le abluzioni che precedono l’amore. Allora fra le convenute è un sommesso scambio di risa, di discorsi sottovoce, di gioconde piccole burle, di silenzi improvvisi durante i quali non s’intende che il rumore dei corpi flessuosi agitantisi nell’acqua buia. La trucidità della notte africana non sembra sgomentare affatto le giovanette nere. Esse rifanno il verso al coccodrillo in agguato e imitano colle loro voci argentine il trillo dei merli metallici — usignuoli delle foreste equatoriali — appollaiati a migliaia sulle rame delle palme.
■ In generale le selvagge hanno un sentimento profondo del pudore ed una cura speciale per non offendere mai la morale sia negli atti come nei discorsi. Nei villaggi lungo le correnti le donne sono anche molto pulite, si bagnano nel fiume soventissimo, si strofinano la pelle per mezzo di una foglia rugosa, si cospargono d’olio di palma che mantiene la pelle fina e morbida come il velluto e qualche volta s’incipriano con la scorza rossa triturata d’una pianta speciale. I loro denti generalmente assai belli sono oggetto di una cura tutta particolare, esse li puliscono dopo ogni pasto con i ramoscelli di un arbusto. Sui visi delle donne Uelle i tatuaggi sono rari. Le madri si limitano a togliere alle loro piccine la conca dell’orecchio, le ciglia, le sopracciglia e a bucar loro il naso. Viceversa presso la maggior parte delle tribù bangala il tatuaggio deturpa tutte le fisionomie femminili ed è di tanto più complicato quanto il rango della donna è maggiormente elevato. Così le mogli dei capi non hanno si può dire il più piccolo spazio del viso libero da tatuaggi, gli occhi soli splendono in quelle concentriche rughe. In altre regioni il viso è risparmiato per il corpo e son disegni di foglie, viluppi di ramoscelli, linee simmetriche che dalle spalle scendono sul ventre e finiscono in volute sulle gambe. Come ho accennato, in moltissime parti del centro africano le donne vanno completamente ignude. Talvolta ad una cordicella legata attorno al fianco viene assicurato un sottanino di fibre vegetali o una sottile striscia di foglie di banana.
■ Nulla però di più casto di cotesta nudità. L’immagine di talune donne equatoriali vestite di panni europei mi faceva pensare, non so perché, alla ridicola imposizione fatta a quel pittore di coprire di vesti le adamitiche figure di un suo quadro che riproduceva, credo, il Paradiso terrestre. La conseguenza palese ed immediata dell’assenza di indumenti è una grande correttezza di atti fra maschio e femmina.
■ La bellezza muliebre è naturalmente compresa in guisa affatto particolare e sovente agli antipodi con il senso che ne hanno le genti civilizzate. Possedere, per esempio, dei piedi e delle mani ben grandi è tenuto un gran pregio. Legarsi strettamente il disopra del seno una corda per costringerlo ad appiattirsi è pure presso molte popolazioni una costumanza di straordinario buon gusto.
■ Mi è stato spesso domandato come si manifesti la psiche nella femmina selvaggia, sino a che punto la sua anima si mostri suscettibile al sentimento dell’amore, della gelosia, della devozione. Se, cioè, essa sia per il suo compagno maschio soltanto uno strumento passivo, o se il suo spirito passi attraverso sentimenti paragonabili, almeno in embrione, ai nostri. Molti che hanno soggiornato a lungo presso i selvaggi equatoriali non esitano a negare alla donna primitiva una benché minima disposizione ad assurgere a sentimenti più complessi e più gentili. Ma io direi piuttosto che esiste presso la maggior parte delle popolazioni nere una vera e propria educazione muliebre che condanna la donna alla passività e fra tutte le leggi civili che si tentano di introdurre quelle che producono sui selvaggi le reazioni più violente sono date dallo sforzo da parte nostra di rendere i diritti della donna eguali a quelli dell’uomo. La funzione del matrimonio civile introdotta presso i soldati congolesi; la domanda rivolta alla donna: «Vuoi tu come marito quest’uomo che ti vuole?» era considerata un controsenso, come un controsenso appare al selvaggio che si possa richiedere alla donna se senta ripugnanza di appartenere a un vecchio o inclinazione a diventare la preferita di un coetaneo.
■ Ma questo è ancor poco, quando penetrando le costumanze intime si giungono a scoprire le ragioni di certi dissapori.
■ È inutile dire che il bacio, questo atto che a noi sembra così spontaneo e naturale fra due esseri che si amano, è sconosciuto ai selvaggi.
■ L’orecchio destro è la prima appendice che viene sacrificata alla vendetta del maschio tradito. Al secondo fallo l’orecchio sinistro segue il destino del primo, ai successivi si passa alle dita delle mani e dei piedi. Come si vede, il margine per le distrazioni amorose non è eccessivo perché esaurite le orecchie e metà delle dita, si passa subito alla testa. Ma l’applicazione di questa pena non è frequente perché dinanzi alla più recidiva delle adultere l’uomo non dimentica che la donna rappresenta un numero troppo notevole di lancie per sopprimerla e rimetterci così il prezzo delle medesime. Coteste colpevoli mutilate sono innumerevoli.
■ Ricordo villaggi popolosi dove nessuna donna adulta poteva vantare di possedere complete le orecchie e le dita.
■ Presso le stazioni europee, dove naturalmente le amputazioni per adulterio non sono tollerate, l’uomo si contenta di ricevere dal seduttore una indennità che non supera il valore di quattro o cinque metri di cotonina azzurra o bianca. Immaginate gli europei costretti a decidere decine di tali questioni al giorno e a sopportare le discussioni tra il marito che non è contento della indennità e il seduttore che per pagare di meno ad ogni argomento maritale risponde: «Bianco, degnati di guardare cotesta donna se ti par degna del prezzo che costui ne chiede!..».
■ In nessuna colonia africana come nell’Angola portoghese trovereste la grande maggioranza del sesso femminile formata dai discendenti degli antichissimi primi coloni europei unitisi con le aborigene. Il colore caratteristico della mulatta è naturalmente attraverso varie generazioni scomparso; rimane un ingentilimento nei lineamenti per modo che le donne di San Paulo di Loanda sembrano europee divenute nere per legge di adattamento. Così proseguendo al sud ricompaiono nelle figlie di Cam le medesime caratteristiche riscontrate al nord, sicché esse scompaiono nell’assoluta prevalenza che la razza bianca ha nell’Africa del sud, per ricomparire di nuovo al nord del tropico sotto forme disordinate oramai dalla straordinaria attività spiegata dai popoli colonizzatori dell’Africa orientale. Per ritrovare genuine le figlie di Cam dovremmo penetrare nel vasto mondo somalo ed abissino, e superato quello, nell’immensa regione del Sudan, le nomadi donne della quale si ritrovano dal Nilo al Niger, dal Congo al Sahara.
■ Ma occorre dirlo? In gran parte queste popolazioni hanno piegato da secoli sotto l’influenza dell’Islam o sono divenute cristiane. Cosicché i costumi muliebri hanno un’originalità relativa o si connettono con quelli d’Oriente.
■ Nella folla tumultuosa dei mercati benadiriani spiccano ed attraggono gli sguardi degli europei le figure muliebri delle beduine nomadi dell’interno, fanatiche sino all’aberrazione. Si direbbero improntate tutte al medesimo sentimento di scontrosa ripulsione che mostrano ad ogni nostro interessamento per loro. Incontrandole nella solitudine della boscaglia che succede alle dune, sulla via che conduce all’Uebi Scebeli, immobili di sorpresa ritte nel loro candido sciamma accanto al cammello che guidano, danno l’immagine di personificazioni di seducenti graziosi geni dell’implacabile ostilità generata dal fanatismo. Non un sorriso, non un atto di grazia al nostro saluto. E per la maggior parte sono belle, veramente belle, con occhi luminosi, e profili purissimi, e corpi flessuosi.
■ E le abissine? Se n’è tanto parlato e scritto che ritengo siano più conosciute delle donne di certe trascurate regioni italiane. Mi limiterò quindi a presentare in fotografia qualcuno fra i tipi più seducenti, simili probabilmente a quelle che giunsero ai tempi della guerra a ispirare anche la nostra musa popolare.
■ Chi non ricorda la nostalgica canzonetta Africanella a Cassala che i nostri soldati ripetevano in coro salendo da Ghinda per la scoscesa mulattiera che s’inerpica fra le foreste di euforbie sull’altipiano asmarino? Le belle abissine erano e sono d’altra parte ben degne di suscitare entusiasmi di passione.
■ Seducenti per regolarità di lineamenti, per occhi, per denti, per piccolezza di estremità, per la ricchezza del seno, per braccia tondeggianti, per quella loro caratteristica andatura languida e carezzevole; non hanno nulla da invidiare in bellezza alle consorelle europee. Donne dinanzi alle quali però vien fatto talvolta di domandarsi se la fama di terra vergine attribuita all’Africa non sia leggenda, e viceversa il suo popolo non debba ritenersi il più vecchio e il più corrotto dell’umanità. Ma non è veramente a questa conclusione ch’io volevo giungere. Ho incominciato queste pagine avendo presente agli occhi della mente un’immagine non dirò cara, ma grata, in due aspetti corrispondenti al primo e all’ultimo giorno che la vidi.
■ Una piccola nera, s’intende, così come in quell’afoso meriggio equatoriale, mentre i grilli della foresta fischiavano acutissimi, varcò tremante la palizzata dell’accampamento piantato al centro del suo villaggio conquistato. Veniva ambasciatrice dei suoi, recando in mano un ramoscello fronzuto in segno di sottomissione e di pace. Non ci comprendevamo. Io sorridevo accogliendola e cercando di farle comprendere che non doveva temere e che se avesse voluto sarebbe toccato ad essa il compito di insegnare ai suoi confratelli la via che conduceva ai grandi villaggi dei bianchi costruiti lungo i fiumi maestosi ed immensi, solcati da piroghe colossali che navigano senza pagaie. Essa continuava a tremare di terrore, scorgevo sul suo petto le pulsazioni forti e rapide del cuore, sì che un’infinita pietà mi vinse ed un rammarico profondo mi colse per la impossibilità di poter colmare l’abisso che separava me da quella piccola selvaggia dal viso scolorito dalla paura.
■ La stessa selvaggia, trasformata, divenuta dopo qualche anno in confronto delle sue simili la quintessenza della raffinatezza, è sulla sponda del fiume con la fronte in terra che singhiozza e si dispera. Io partivo, tornavo alla vita civile, essa restava…. Avevo cominciato queste pagine per parlare di lei, ma ho smesso sembrandomi un controsenso accarezzare di coteste nostalgie che nessuno saprebbe comprendere, come pochi del resto si sono curati di comprendere le figlie di Cam, le donne nere, la parte migliore della derelitta razza condannata a scomparire!”
































