Un medico “immoralista” del Settecento — Bernardo di Mandeville (1934)

Da Il Giardino di Esculapio, Anno VII, N. 4, ottobre 1934.

” — L’Alveare ronzante… Sei pence, signori… Sei pence, l’Alveare ronzante ovvero I mascalzoni diventati galantuomini
■ Ad alcuni angoli di vie, nella Londra del primo Settecento, venditori ambulanti offrivano uno dei molti opuscoli che costituivano la letteratura volante del tempo: un opuscolo divertente, una satira senza dubbio, con quel sottotitolo dei mascalzoni diventati galantuomini.
■ E l’opuscolo si vendé abbastanza bene. Ce n’erano parecchi del genere, ma i curiosi non mancavano mai. Ecco qui: un poemetto in ottonarii, di 433 versi. È la favola delle api che vivevano prosperosamente in un regime ordinario, con un governo a dir vero eccellente: «Non schiavi della tirannia —né dominati da una selvaggia democrazia — ma avevano re che non potevano far male perché il loro potere era limitato dalle leggi». Governo costituzionale, dunque, come quello che vigeva in Inghilterra dopo l’avvento della Casa d’Orange, poiché con Guglielmo III s’era sancita la conquista di larghi diritti costituzionali, confermati durante il regno della Regina Anna.
■ Ma si sa che cosa sono ministeri e parlamenti e d’altra parte l’autore dell’opuscolo sapeva che cosa è in fondo la vantata civiltà, il sacrosanto consorzio sociale, e che cosa valgono gli uomini. Con la favola delle sue api egli spiega che in verità nell’alveare l’onestà era poca e la virtù una vernice; e si tirava innanzi benissimo. C’erano i soliti gaglioffi dai mestieri oscuri che con più o meno abilità trafficavano direttamente sui vizi e le debolezze. Ma oltre a questi, chi si manteneva immune dalla disonestà? Ministri più occupati di se stessi che della nazione, giudici d’una equità suscettibile di alterazioni, se a queste alterazioni si metteva un prezzo conveniente, medici attenti a far quattrini e a tenersi in vista più che a dar importanza alla salute dei clienti; avvocati poi… è facile dir male degli avvocati. Ed è anche facile dir male dei preti. E avanti con tutte le professioni e i mestieri. Milioni di poveri vivevano del lusso dei ricchi — un lusso alimentato da vizi di cui il più discreto era la vanità. Ma ciononostante, anzi appunto per ciò, il paese prosperava. È «l’appunto per ciò» che costituisce la relativa originalità della tesi. I difetti è i vizi degli uomini, che si sviluppano con lo svilupparsi della civiltà, concorrono largamente a favorire le arti, le industrie e i commerci.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: UNA RIUNIONE DI DOTTI”

■ Infatti, un brutto giorno si fanno grandi riforme nell’Alveare. Basta con la corruzione. Tutti i mascalzoni hanno l’obbligo di diventare galantuomini; anzi si regolano le cose in modo che senza disagio i nuovi galantuomini vivono nei loro panni riformati. I prezzi delle merci e della manodopera cadono. Gli avvocati sono sul lastrico. Le arti belle vanno in rovina. La vita semplice manda in malora industrie e commerci. L’Alveare diventa un povero alveare, un meschino alveare, un piccolo mondo oscuro, incavernato nella perfetta rettitudine, sterilizzato dalla soppressione dei vizi, senza sviluppo, senza avvenire. Lo sciame non ha più la forza di difendersi da potenti nemici e si ritira nella cavità di un albero.


Il gusto della satira e lo studio della medicina

■ L’opuscolo è un esercizio letterario animato da una ispirazione satirica. L’autore è probabilmente lo stesso che un paio d’anni prima ha pubblicato senza il proprio nome «Alcune favole secondo il metodo piano e familiare del signor De la Fontaine» e l’anno innanzi, anonimo ancora, un poemetto burlesco intitolato «Tifone o le guerre fra gli dei e i giganti, a imitazione del comico signor Scarron» (il suo gusto se la faceva coi francesi). Con le api, ora, cerca di pungere meglio. E sente di aver imbroccato l’argomento buono, il bersaglio secondo il suo cuore, perché ci lavora intorno, se lo ripensa e, per così dire, accarezza come il figlio prediletto del suo spirito: tanto che d’ora in poi tutto ciò che pubblicherà d’altro non costituirà che una serie di variazioni sul tema fondamentale.
■ L’opuscolo era stato venduto per le vie nel 1705. Nel 1714 esce una seconda edizione, in volume, con un titolo più chiaro e più ampio: «La favola delle api, ovvero Vizi privati benefizi pubblici; contenente parecchi discorsi per dimostrare che le debolezze umane, durante la degenerazione dell’umanità, possono essere rivolte al vantaggio della società civile e portate a prendere il posto delle virtù morali — Lux e Tenebris — ».
■ Ma in quei nove anni lo scrittore non si era del tutto astenuto dal far gemere i torchi. Nel 1709 aveva dato in luce «La vergine smascherata o Dialoghi femminili tra una vecchia zitella e sua nipote ovvero Parecchi discorsi divertenti sull’amore, il matrimonio, la morale ecc. del tempo» — un libretto ch’ebbe parecchie edizioni e che aveva lo scopo, dichiarato nella prefazione, di mettere in guardia le donne contro i pericoli del matrimonio. Vi si raccontano storie di matrimonii disgraziati, non senza un qualche tratto caratteristico sulla fragilità della virtù femminile; e vi si sente sopra tutto quel caratteristico pessimismo dell’autore sulla natura umana che è la nota dominante e lo spirito di tutta la sua filosofia.
■ E nel 1711 aveva pubblicato «Un trattato delle passioni ipocondriache e isteriche, volgarmente chiamate Ipo negli uomini e Vapori nelle donne; in cui i sintomi, le cause e la cura di questi mali sono esposti secondo un metodo interamente nuovo: il tutto sparso di discorsi istruttivi sull’arte stessa della medicina e di piacevoli osservazioni sulla pratica moderna di medici e di speziali; molto utili a quanti hanno la disgrazia di aver bisogno degli uni o degli altri; in tre dialoghi». Come quasi tutti gli altri suoi libri, anche questo è d’umore aggressivo e se la piglia con la scuola iatro-matematica-meccanica. Uno degl’interlocutori è Misomedon (nome abbastanza chiaro) che discorre a lungo della sua ipocondria, del modo come è stato trattato da varii medici di varie scuole, della risoluzione presa di studiar la medicina lui stesso per provvedere alla propria salute, della conclusione a cui è arrivato che la medicina non merita più fiducia della astrologia. Un altro è il medico Filopirio, straniero trasferitosi in Londra, che ha studiato in modo particolare quella specie di mali, e rappresenta l’autore, il quale già nella prefazione ha detto che il suo studio speciale è stato appunto quello dell’ipocondria e dell’isterismo. Filopirio («amante dell’esperienza», che in greco, come si sa, si chiama «peîra») non si lascia sfuggir l’occasione di tratteggiare la condotta del medico procacciante, dell’«arrivista», come oggi si direbbe fare un buon matrimonio, entrare in buone relazioni con dei farmacisti, mettersi in un partito politico, non importa quale, purché conveniente, e grandi scappellate a destra e a sinistra. Seriamente parlando, lo scrittore medico dichiara che la medicina s’impara al letto dell’ammalato e non nelle teorie dei professori: i migliori dei quali sono quelli che istruiscono gli scolari negli ospedali.
■ Altre buone osservazioni riguardano più direttamente il male, la cura, la dieta. Dice che lo stomaco è la coscienza del corpo ma che, quando questa coscienza diventa troppo scrupolosa, bisogna domandar consiglio al medico, perché anche la coscienza corporea, come quella spirituale, può sviare e trarre in inganno. E dice un’altra cosa saggia: che bisogna esaminare molto attentamente ogni malato perché difficilmente si danno due casi simili e informarsi del corso della loro vita e dei loro gusti perché bisogna aiutare la natura e non correre il rischio di mettersi di traverso alle sue vie. Poi, per mostrarsi imparziale, resiste debolmente agli attacchi che l’acre Misomedon sfrena contro i farmacisti.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: COMBATTIMENTO DI GALLI”

■ Un libro dunque che, volendo essere un’istruzione ai malati, riesce polemico e di carattere qua e là sociale. In verità l’autore ha una testa filosofica, sebbene la sua filosofia, che ha preso da Cartesio, da Hobbes e dal suo grande collega Locke (del quale si è già parlato in questa rivista), non raggiunga quella consistenza sistematica e quella vigorosa personalità che assicurano un posto cospicuo nell’attenzione dei posteri.


Il dottor Mandeville a Londra

■ Ma è tempo di presentarlo, questo scrittore il quale s’occupa più del corpo sociale che del corpo de’ suoi singoli malati; sebbene di lui non si abbiano molte notizie e parecchie di quelle che si hanno vadano accolte con diffidenza perché fornite da’ suoi avversarii.
■ Bernardo de Mandeville nacque a Dordrecht — secondo altri a Rotterdam, dove suo padre Michele era un medico apprezzato. Uscito dalla Scuola erasmiana di Rotterdam nel 1685, si recò a Leida a studiare in quella celebre università, dove nel marzo del 1689 discusse la tesi filosofica «De brutorum operationibus» e nel marzo del 1691 la tesi medica «De chylosi vitiata».
■ Il suo proposito, prima di partire per l’Università, di studiare l’arte d’Esculapio ci è noto per un discorso «De medicina» pubblicato a Rotterdam, in cui è detto che lo scopo della medicina non è soltanto curare i malati ma anche mantenere i sani in salute e ad approfondirne la conoscenza conviene aggiungere allo studio dell’anatomia e della fisiologia quello della filosofia, della fisica e della metafisica. La metafisica non gli parrà più tardi molto importante. Conclude che molti sono i maledici dell’arte medica, satirici, comici, cinici, buffoni, astrologi, ma che bisogna pensare alle maravigliose conquiste della medicina. Egli non prevedeva che più tardi, se non proprio contro la medicina, contro i medici la sua tendenza satirica avrebbe scagliato tali frecce da farlo annoverare forse più fra i detrattori che fra i difensori della sua professione.
■ La tesi filosofica sulle operazioni dei bruti è una difesa della teoria di Descartes che equiparava gli animali a macchine: l’opinione di Hobbes, che riconosce loro una capacità di pensare e quindi una specie di anima corporea, egli la ritiene assurda e contraria all’idea di Dio! La tesi medica sulla chilosi viziata svolge il tema della digestione e dei disturbi digestivi. La causa della digestione è la fermentazione. I disturbi derivano da un cattivo funzionamento del fermento, che è prodotto da errori di alimentazione, specialmente per eccesso di quantità e di raffinatezza e per abuso di bevande. Nella scelta dei cibi l’appetito è il miglior consigliere.
■ In quell’ultimo decennio del Seicento Bernardo de Mandeville, in possesso della sua brava laurea dottorale, desideroso di vivere in un più vasto campo di osservazione, e probabilmente spinto dall’ambizione d’una più felice carriera, sbarcò in Inghilterra qualche anno dopo che vi era sbarcato, per cingerne la corona, il suo sovrano, la stathoulder d’Olanda Guglielmo. Con un re olandese, ci doveva essere in quel tempo una notevole immigrazione di olandesi nella Gran Bretagna.
■ Ma l’ambizione del nostro medico non doveva essere grande o non doveva essere sorretta da quella energia infaticabile, poco impacciata dagli scrupoli, che è essenziale nella tempra dei conquistatori. Aveva troppa antipatia pei ciarlatani per comportarsi, nell’esercizio della professione, come uno di loro; e d’altra parte non aveva il genio che impone la propria superiorità e domina anche i nemici. Vero tipo di osservatore, il mondo gli diventava più uno spettacolo che un campo di conquista. Visite, sì, per vivere, ma non tante da tenerlo occupato dalla mattina alla sera e contendergli quelle ore di calma che amava dedicare alla riflessione, alla lettura, alla conversazione, all’esercizio del suo spirito di filosofo. «Io — fa dire nel Trattato delle malattie ipocondriache e isteriche al dottor Filopirio, che lo rappresenta — sono così poco capace di servire una dozzina di pazienti al giorno come di volare». Il che vuol dire, se non altro, che le visite erano minuziose e accuratamente lunghe. E nello stesso trattato Misomedon dice a Filopirio ch’egli non avrà mai una larga clientela perché con le sue idee e il suo metodo ordina poche medicine e le più semplici e tutte le volte che può lascia stare le medicine cercando di curare i malati con la dieta e con l’esercizio fisico.
■ In tutti i tempi la così detta buona clientela, costituita da gente danarosa che si dovrebbe supporre, se non la più intelligente, almeno la meno incolta, ha preferito i medici che largheggiano nella prescrizione di medicine, ostentando la conoscenza e l’esperienza delle più nuove e delle più complicate. Spetta ai poveri il buon senso forzato di apprezzare il medico che fa spendere poco dal farmacista. Si aggiunga la diffidenza del Mandeville pei farmacisti, che lo induceva a preparare lui stesso i rimedii, e ce n’è abbastanza, fra l’ostilità degli speziali, il malcontento dei clienti poco lusingati dalla brevità e semplicità delle ricette e la voglia del medico di non sacrificare presso i malati tutto il suo tempo e la sua energia, per credere che a lungo andare di tempo d’avanzo egli ne avesse forse più di quanto desiderava.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: LA MISERIA DEL LETTERATO”

■ Si fa il nome d’un suo protettore, alla cui tavola era presente abbastanza spesso: il conte di Macclesfield. Ed è probabile che la conoscenza del conte la avesse fatta già in Olanda, perché Carlo Gerardo di Macclesfield, avendo congiurato contro il Sovrano, era stato costretto a fuggire e aveva probabilmente trovato rifugio presso Guglielmo d’Orange, col quale tornò in Inghilterra quando lo stathoulder vi sbarcò per impadronirsi del trono di Giacomo II. Ma il conte di Macclesfield morì nel 1694 e il figlio Carlo nel 1701: la protezione quindi durò poco, anche se fu continuata dal secondo conte. Bastò tuttavia ad acquistare al Mandeville la fama di uomo arguto e mordace — mordace fin troppo — e di medico che amava semplificare. Una volta, portato in tavola un appetitoso spezzatino, il padron di casa gli domandò se poteva mangiarne. — Vostra Signoria — domandò a sua volta il dottore — lo mangia volentieri? Sì? E allora ne mangi moderatamente e vedrà che non le farà male —. Quanto al prendere in giro la gente, ne lasciava stare ben pochi, tanto che il famoso Addison, punzecchiato lui pure, ebbe a dire che il nome stesso indicava la qualità di quel medico: Mandeville — man devil — uomo diavolo.
■ Ma bisogna ripetere che i maggiori particolari biografici sono dati da scrittori mal disposti verso di lui. Non c’è quindi da meravigliarsi se raccontassero che era gran mangiatore e a tavola parlava soltanto quando lo interrogavano, per non perder tempo nel far onore ai piatti e affermassero anche che aveva scritto in un giornale articoli favorevoli all’uso delle bevande alcooliche perché pagato da una società produttrice di liquori. Correva anche voce che ricevesse una pensione da compagnie mercantili olandesi, in compenso non si sa di quali servigi, che fosse ascritto a un’associazione di liberi pensatori, cioè anticlericali, e che insomma conducesse una vita da grossolano gaudente.
■ Tutto ciò è più che sospetto. Da’ suoi libri, in cui è tanto del suo umore e pare legittimo trovare le meno incerte indicazioni sul suo carattere, si può arguire che in realtà Bernardo di Mandeville, facendo poca stima degli uomini e specialmente delle loro teorie virtuose, prendesse la vita come veniva, cercando di godersela quanto era possibile, curando insieme i piaceri dei sensi e i piaceri dello spirito, il buon bicchiere e il buon libro, la mensa attraente e lo spettacolo tragicomico della vita umana.
■ Se scriveva di questioni filosofiche e sociali, scriveva per suo gusto, senza illusioni da riformatore. La passione infelice del raddrizzare le gambe ai cani non era del suo temperamento e lo dichiarava: quanti hanno scritto sui difetti e sui vizi umani e gli uomini seguitano da millennii ad avere gli stessi vizi e gli stessi difetti! A uno che ha il prurito di scrivere rimane il piacere, la soddisfazione, lo sfogo di dire: — Signori cani, avete un bel darvi delle arie, le vostre gambe sono irreparabilmente storte.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: SPETTATORI ALLA COMMEDIA”

■ Era dunque, probabilmente, un uomo d’ingegno, di spassosa compagnia a patto di non trovarsi dalla parte del bersaglio, medico intelligente, filosofo senza lampi di genio ma pieno d’un coraggioso buon senso. E non è il caso di chiedergli di più per ricordarlo onorevolmente fra i seguaci d’Esculapio dal multiforme spirito nel secondo centenario della sua morte.
■ Perchè il dottor Mandeville morì due secoli or sono, il 19 o 21 gennaio 1734. Veramente tutte le notizie biografiche dicono 1733, ma bisogna ricordare che allora in Inghilterra l’anno cominciava dalla Incarnazione, cioè dal 25 marzo e che, col còmputo nostro, il gennaio del 1733 è realmente il gennaio del 1734.


La maschera della morale

■ Il più grande avvenimento della sua vita fu la pubblicazione della favola allegorica, prima nell’opuscolo intitolato «L’Alveare ronzante», poi — come s’è detto — nel volume del 1714 col titolo definitivo «La Favola delle Api», accresciuto in successive edizioni di commenti e di trattati minori convergenti al medesimo tema.
■ Fu il suo gran da fare, l’opera culminante, per cui si acquistò fama e nemici, fama appunto perché nemici.
■ Era tempo di costumi tutt’altro che lodevoli, ma tempo — come succede — di moralisti austeri, che predicavano la virtù fondamentale del vivere sociale. Per ricordarne soltanto uno, quello che il Mandeville prese più ostinatamente di mira, il conte di Shaftsbury, morto a Napoli nel 1713, in parecchi volumi — fra i quali il più bersagliato dal medico olandese fu: «Caratteristiche di uomini, maniere, opinioni, tempi» — sosteneva che la natura umana non è egoistica, che, se vi sono in essa tendenze miranti all’interesse e alla felicità personale, vi sono anche tendenze naturali, sociali, dirette all’utile della specie. L’uomo ha innato in sé il «senso morale», cioè il senso del giusto e dell’ingiusto: egli si sente una nota nella musica perfetta dell’universo.
■ Non era difficile a un uomo acuto, che guardava le cose con occhi liberi dai rosei veli dell’illusione, combattere questa teoria più pittoresca che solida e il dottor Mandeville ci prese gusto a beffarsi del senso morale innato e della nota naturalmente disciplinata nella musica universale, con un sogghigno che ricorda a volte quello del Machiavelli.
■ L’uomo è un ammasso di passioni, delle quali in ciascun individuo una prevale, ed egli vive secondo la forza di tale passione. Le virtù morali sono delle trovate con cui si cerca di salvare insieme quel tanto di necessaria concordanza sociale e le apparenze. Ma tutto ciò è vernice. In realtà un saggio governo trae i vantaggi sociali più larghi e più sicuri dai vizi dei sudditi. «Le qualità dell’uomo — dice il Mandeville nella prefazione della Favola — più vili, spesso le più odiose, sono le più necessarie per renderlo adatto a vivere con la maggioranza. Sono esse che, secondo la presente costituzione del mondo, contribuiscono maggiormente alla felicità e prosperità della società». A mettersi nell’umore del nostro medico si può aggiungere che infatti il perfetto galantuomo è di solito angoloso e imbarazzante per il prossimo ed è generalmente definito dalla gente che ama e cerca i facili adattamenti un «cattivo carattere».
■ L’usuraio aiutando il prodigo a spendere aiuta la circolazione. E quanto lavoro dà la vanità! L’invidia è la sorella dell’emulazione, più stimolante e più operosa. L’ostracismo in Grecia era uno sfogo dell’invidia epidemica, una valvola di sicurezza perché essa non s’aggravasse in turbolenze politiche di carattere pericoloso. Non c’è che la grande contentabilità della virtù per rovinare l’espansione delle fortune d’un popolo.
■ Esponendo le sue «Ricerche sull’origine della virtù morale» il Mandeville afferma che fondamento della virtù è la presunzione, che le massime virtuose sono al servizio dell’ambizione, che i padroni crearono l’interesse pubblico per indurre i gonzi a sacrificarsi.
■ Da quest’ultima affermazione si potrebbe sospettare nel medico olandese una tendenza contraria al principio d’autorità, una simpatia pei così detti oppressi contro i così detti oppressori. Ma prima di tutto bisogna sempre tener a mente ch’egli non s’infiamma per nessuna causa e non ama che il franco parlare e non osteggia che il moralismo ottimista, e in secondo luogo basta leggere uno dei trattatelli complementari aggiunti alla Favola, quello «Sulla carità e le scuole di carità», per rendersi conto della sua indifferenza d’osservatore.
■ Questo trattatello contiene, con la critica d’una istituzione allora in voga, un interessante paradosso.
■ Le persone di buona volontà raccolte nella Società per la diffusione della conoscenza cristiana s’erano date sin dalla fine del secolo precedente all’istituzione di scuole per ragazzi poveri dai sette ai dodici anni, dove questi imparavano a leggere e a scrivere e il catechismo: i ragazzi anche a fare i conti e le ragazze a cucire o a fare altri lavori donneschi. Niente in ciò di meno che lodevole. I maestri però e le maestre dovevano appartenere alla Chiesa d’Inghilterra e aver licenza dal vescovo. L’istituzione ebbe fortuna: nel 1721 c’erano già 1492 scuole con 32 mila ragazzi.
■ Ma il dottor Mandeville vedeva le cose con altro occhio. Prima di tutto alla carità pura egli ci credeva poco e raccomandava di non confondere la carità con la compassione, che è un sentimento egoistico a cui più sono soggetti gli spiriti più deboli. Non per nulla la compassione ha notevole rassomiglianza con la paura. Tanto vero che più si frequentano oggetti di compassione e più questa si attenua, come è facile osservare presso coloro che per il loro mestiere vivono tra gente che soffre.
■ «L’orgoglio e la vanità hanno costruito più ospedali che tutte le virtù insieme». E non c’è ragione di commuoversi e di entusiasmarsi perché il tale o la tale, non volendo essere da meno del talaltro o della talaltra, entra a far parte d’un comitato, d’un’associazione benefica, o fa un’elargizione a un istituto più o meno filantropico. L’espansione della propria importanza è di solito la virtù di chi presiede a tali opere e le governa, e questa realtà non può essere senza influsso sugli effetti delle opere stesse. «Piccoli padri della patria» — li chiama il critico mordace.
■ L’occasione è buona anche per un attacco coperto ma abbastanza trasparente contro un suo collega, il noto dottor John Radcliffe che, secondo il Mandeville, con poca abilità e poca coltura era riuscito con le sue malizie a fare una prosperosa carriera e a guadagnare quello che voleva. Rimpinzato di quattrini, la vanità lo aveva spinto a mostrarsi filantropo e nel 1714 aveva stabilito una rendita di seicento sterline annue per consentire viaggi d’istruzione a due studenti meritevoli della Facoltà di medicina di Oxford e aveva donato 55 mila sterline per diverse costruzioni in quella Università, senza parlare della somma annua donata alla biblioteca della Facoltà.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTII: VIA DELLA BIRRA”

■ Spesso i benefattori sono di questo tipo.
■ D’altra parte nulla può essere socialmente più imprudente della carità, per esempio come incoraggiamento alla fannulloneria. Dar lavoro: ecco l’unico aiuto giusto da offrire alle persone non inferme. E i poveri, poiché devono contentarsi del loro stato rimanere adatti a esercitare mestieri più o meno sgradevoli, è meglio che restino ignoranti. L’ignoranza favorisce la tranquillità, l’istruzione insinua il malcontento e minaccia di creare degli spostati. Quanto alla repressione dei cattivi istinti, ben poco può la scuola quando nella casa e nella via non si reprimono, non si possono reprimere, i cattivi esempi, che hanno tanto maggior forza d’attrazione delle buone parole. Così viene a servir poco — osserva maliziosamente il nostro medico — anche il fatto di ammaestrar zelantemente quei ragazzi poveri a fare delle grandi sberrettate. Con un cinismo che sembra però denunziare il troppo stridente contrasto delle condizioni delle diverse classi sociali il dottor Mandeville dichiara che, poiché non si possono avere al lavoro schiavi, come gli antichi, bisogna star attenti a non diminuire il numero degli «inferiori». «È necessario che vi sia una certa parte d’ignoranza in una società ben regolata».
■ Come tutti gli scrittori, diciamo così, brutali, questo medico provoca ogni tanto un senso di reazione con la sua crudità anche nei lettori più spregiudicati. Si pensa che se il bene si fa a questo mondo non si deve esagerare nel fare il processo alle intenzioni. E l’apologia dell’ignoranza offende in noi, se non la nostra virtù — a cui egli non crede — almeno la nostra educazione. E tuttavia sarà prudente ammettere che vi sono parecchie maniere di coltivare l’ignoranza senza volerne aver l’aria, e che non tutte sono definitivamente tramontate.
■ Il nostro medico aveva, insomma, il torto di Machiavelli: di essere troppo franco, troppo logico, e sopra tutto di esprimere le verità inconfessabili. Non di tutto quello che si fa si ammette il carattere reale e chi disturba questo sacro giuoco delle apparenze finisce col dispiacere a tutti: ai galantuomini, che non vogliono essere amareggiati da un pessimismo troppo crudele, e ai birbanti, che sono e saranno sempre — si capisce — i più caldi sostenitori delle grandi virtù umane.


Il male è un collaboratore del bene

■ Lui, Bernardo di Mandeville, non ammetteva illusioni: che si trattasse dell’origine dell’onore o della virtù o della società, «fondamento che natura pone» era a suo giudizio sempre lo stesso — l’interesse personale, un profondo egoismo. Anche in fatto di religione… Qui veramente il coraggio del cinismo gli venne un po’ meno: pigliarsela con la religione significava intraprendere il depilamento d’una brutta gatta, non senza pericolo. E allora girò l’ostacolo e disse press’a poco: — Lasciamo stare la nostra santa religione; ma dobbiamo ammettere che quella dei selvaggi ebbe origine dalla paura e dallo sfruttamento che della paura seppero organizzare i più furbi, gli stregoni, gl’intermediarii interessati fra il volgo e i fenomeni misteriosi —. Ma, come si vede, anche in questo ragionamento c’è più malizia che discrezione. E c’è poca ortodossia, certamente, nell’affermazione che la nostra enorme vanità ci ha portati persino a credere che il mondo sia stato creato per noi.
■ La Provvidenza — continua — è infinitamente saggia; e nella sua infinita saggezza ha voluto anche le guerre, non proprio come amabile prova della gentilezza e purezza dei legami sociali. Gli uomini si amano dunque… fino a un certo punto. E il male è un prezioso collaboratore del bene. La guerra ha un alto valore nell’equilibrio della vita civile: basta solo pensare che, se non ci fossero le guerre, il numero degli uomini diventerebbe molto superiore a quello delle donne ed è facile immaginare che guai succederebbero se, invece della solita abbondanza, ci si trovasse davanti a una carestia di donne. Così egli mescolava la facezia alla logica, il paradosso aggressivo alla pacata convinzione dell’osservatore senza illusioni.
■ Ma nulla di paradossale gli sembra di proporre in un altro suo trattato — fra i parecchi che scrisse ancora — intitolato «Una modesta difesa dei pubblici postriboli ovvero Un saggio sopra la prostituzione, come è ora praticata in questi regni» e fregiato di questa sentenza di Seneca: «Nimirum propter continentiam incontinentia necessaria est, incendium ut ignibus extinguitur». Veramente questo trattato fu, come non pochi degli altri, pubblicato anonimo, ma lo stile, il tono, il modo di considerare la questione, così intimamente concordante con la filosofia dell’autore della Favola, e certi accenni che della questione si trovano ne’ suoi scritti più sicuri, permettono di attribuire anche questa «modesta difesa», nella quale del resto si sente accanto al sociologo il medico, al nostro Mandeville.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: SCENA D’UBBRIACHEZZA”

■ Anche la prostituzione è uno di quei mali di cui una società non può far a meno; anzi è appunto uno di quei mali di cui si avvantaggia il bene pubblico. Si sa quanta forza ha l’eccitazione erotica per lo meno nel sesso forte, e d’altra parte è inutile fingere d’ignorare quanto sia fragile la virtù femminile. L’uomo eccitato è in uno stato d’ebrezza che gli indebolisce, per non dire che gli toglie, l’uso della ragione: tutti i suoi sforzi, tutte le sue astuzie tendono a ingannare, a sedurre la donna desiderata; la quale una volta o l’altra, con l’uno o con l’altro, è esposta a venir meno alla coscienza della sua posizione sociale o de’ suoi doveri coniugali.
■ Si sa poi qual è la giustizia della nostra società civile: se un avvocato o un medico o un mercante, un uomo qualsiasi insomma, commette una bricconata, si finisce col passarvi sopra. Egli non ne è rovinato. (Bisogna aggiungere che qualche volta ne acquista fama di uomo forte e scaltro e quindi una specie di giovevole ammirazione). Ma se una ragazza ha ceduto alle lusinghe d’un corteggiatore e non è riuscita a nascondere l’illecito legame, ella è al bando della società governata dai giudizi delle così dette persone per bene. E conviene tener presente che in molti casi, dipendendo la rivelazione della colpa dalla gravidanza e dal parto, le disgraziate tentano — il più delle volte con infelice successo — di liberarsi con l’aborto o con l’infanticidio, arrischiando anche la prigione. Che cosa rimane poi a costoro? La possibilità di darsi a una vita di libertinaggio venale e di trarre profitto da quell’abbiezione che fu loro inflitta per il primo peccato.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: IL TRIBUNALE”

■ Soltanto, queste donne alla deriva, vittime dei loro sensi e spesso vittime della miseria, perduto rapidamente ogni scrupolo, lasciate sole a se stesse, alla loro sete di godimento, di trionfo, magari di vendetta, diventano non di rado un pericolo sociale. Sono esse che, messe le unghie sul giovane inesperto, sull’uomo debole incapace di reagire al loro fascino perverso, mandano in rovina intere famiglie. Sono esse che, diventando focolai di gravissime malattie, le propagano largamente, aggiungendo alla rovina morale e finanziaria di molti anche la rovina fisica.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: VITA NOTTURNA”

■ Bisogna dunque ammettere che la prostituzione è inevitabile e avere il buon senso dice il Mandeville degli italiani, che ne tengono nel governo della cosa pubblica il debito conto: a Roma Sisto V, il quale pure aveva mandato alle galere un giovane che s’era permesso di baciare una donzella in istrada, tollerò le cortigiane, e una volta che ne aveva allontanate alcune, si affrettò a farle tornare per evitare il diffondersi di più orrende dissolutezze; e a Venezia, essendo insufficienti le indigene, si dové provvedere per l’immigrazione di forestiere. Il Mandeville, che pare abbia visitato l’Italia, ne parla con ammirazione: «nazione — dice — abile, se mai ve ne fu alcuna al mondo». Una volta ammessa la inevitabilità, bisogna che lo Stato controlli anche questa funzione della vita sociale e disponga le cose in modo che il controllo sia quanto è più possibile agevole ed efficace. Altro che lasciar fare alla «Società per la riforma dei costumi», che perseguitava in tutti i modi le meretrici, mettendo così in pericolo le donne oneste! Il Mandeville ce l’aveva con quella Società per la riforma dei costumi come ce l’aveva con tutti gli ottimismi illusorii e con tutte le ipocrisie che non avessero neanche il merito di collaborare al bene pubblico.


La Città del Piacere

■ La saggezza sta nel fare come fanno i pastori, i quali, quando il gregge soffre di prurito, piantano un palo in mezzo al campo perché le pecore vadano a strofinarvisi: se non ci fosse il palo, andrebbero a strofinarsi contro le giovani piante e le rovinerebbero.
■ È necessario dunque innalzare templi alla Venere popolare, con immunità e privilegi, scoraggiando sempre più il vizio privato e indisciplinato. E a questa necessità risponde il progetto ch’egli espone e che spera — dice con una punta di malizia — si perfezioni passando per le mani di un «Senato nazionale, corpo augusto composto di ecclesiastici e di laici».
■ Si tratta di fissare un quartiere in Londra — una specie dunque di Città del piacere — con un centinaio o più di case capaci di albergare duemila donne (siamo nella relativamente piccola Londra del principio del Settecento), divise in gruppi di venti, ciascuno governato da una matrona. Vi dev’essere anche una divisione in classi, con tariffe diverse, secondo il grado dei clienti. Si capisce che l’operaio non voglia spendere molto e che il signore, disposto a spendere di più, trovi quella maggior raffinatezza che possa attrarlo — e distrarlo da imprese pericolose alla quiete delle famiglie per bene. La prima classe dovrebbe avere la tariffa d’una ghinea (ventisei lire di valore nominale, ma ventisei lire erano una bella sommetta due secoli or sono). Non dovrebbero mancare i divertimenti, ma il disciplinato commercio permetterebbe di stabilire prezzi ragionevoli, specialmente pei liquori.
■ Vietata severamente la bugia. Espulsa chi nasconde il male e lo dà, ma non lasciata a sé, anzi curata e poi spedita nelle colonie. Le donne malate ricoverate in una grande infermeria centrale e assistite da due medici e quattro chirurghi. Un reparto dell’infermeria destinato alle donne incinte, perché possano senza paure e disagi mettere al mondo figliuoli che sarà possibile redimere da quella origine penosa. I bambini allattati dalle madri. Per tutte mantenimento gratuito. Una tassa governativa per provvedere alle spese. Commissarii addetti alla sorveglianza e al mantenimento dell’ordine. Vietato l’ingresso a ragazzi e a ubbriachi.
■ Le cortigiane erranti ricercate e costrette a iscriversi.
■ Una tale istituzione doveva essere il miglior mezzo di lotta contro la sifilide, allora così diffusa che i giovanotti della buona società arrivavano a ostentarla quasi fosse un segno di distinzione, con l’incoscienza del pericolo per le loro e le altrui famiglie; e doveva giovare a evitare quella rovinosa prodigalità che spesso fa parte dell’avventura galante e sopra tutto a diminuire i casi di ragazze e donne maritate vittime delle bramosie maschili. L’uomo eccitato avrebbe avuto modo di calmare altrove con sicurezza i suoi ardori e l’eccitazione non sarebbe rimasta che nell’immaginazione; nel qual caso — ricorda il medico — essa passa «a glande penis ad glandem pinealem».

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: LA GIOVINE PROVINCIALE ACCALAPPIATA A LONDRA”

■ Egli pensa a tutto: pensa persino ai casi di persone che, per sovreccitazione o per vanagloria, si rovinano la salute esagerando. Nella Città del piacere le spese sarebbero ragionevoli anche in fatto di energia fisica. E si preoccupa dell’obbiezione che, difendendo così energicamente le donne oneste, nell’avvenire verrebbero a scarseggiare le inquiline dei templi di Venere e i pericoli risorgerebbero: no, perché si provvederebbe con l’importazione, specialmente dalla Francia e dall’Italia (di cui egli sembra avere particolarmente apprezzato i prodotti).
■ Ma la religione? La religione è obbligata anch’essa a riconoscere che fra due mali inevitabili si deve scegliere il minore. Il Mandeville fa questo curioso esempio: una nave dove è scoppiata un’epidemia naufraga e uno dei naufraghi riesce, a forza di nuotare, a toccare il lido d’un’isola, ma il governatore dell’isola, che sa dell’epidemia e ha la responsabilità della salute pubblica, ordina che il naufrago scampato alla furia delle onde sia accoppato.
■ A una sola obbiezione il dottor Mandeville non pone mente: che l’uomo, da Adamo o da Eva in poi, trova insipidi i frutti concessigli e pieno di squisito sapore il frutto proibito. Un verso di Ovidio, da lui citato piuttosto mal a proposito, lo avrebbe dovuto far riflettere:

Quod licet ingratum est, quod non licet acrius urit.

■ Ma bisogna riconoscere che questa sola obbiezione non basterebbe a demolire tutta la parte solida del ragionamento che lo indusse a fare il progetto dei Templi statali di Venere.
■ Come anche bisogna riconoscere che, nonostante ogni asprezza e crudità di cinismo, il nòcciolo delle opinioni di Bernardo di Mandeville sulla natura umana e sulle virtù e i nobili principii che si ammirano in giro è d’una verità più facile da respingere con pio orrore che da oppugnare con buone ragioni. Egli fu fieramente combattuto al suo tempo e dopo. Illustri scrittori inglesi di quella nazione cioè che ha dato sempre grandissima importanza al decoro della facciata – hanno scritto contro di lui. Le sue opere da più d’un secolo non sono ristampate, neanche per soddisfare alla curiosità degli eruditi; e si trovano soltanto in pochi esemplari. Ma insigni economisti hanno riconosciuto il fondamento di verità che è nella sua tesi: «i vizi privati concorrono al bene pubblico»; basta ricordare la difesa che s’è fatta della utilità sociale di quel lusso accusato dai moralisti di insultare alla modestia dei buoni cristiani e alla miseria dei diseredati.

“LA VITA INGLESE AL TEMPO DEL MANDEVILLE: HOGARTH: IL SONNIFERO DELLA PREDICA”

■ Non è dunque inopportuno che qualcuno al mondo si ricordi del Mandeville nel secondo centenario della sua morte. Il riconoscimento della difettosissima natura umana di fronte a’ principii morali è un esame di coscienza che non pochi uomini arditamente sinceri hanno imposto ogni tanto ai discendenti di Caino: uno dei minori fra questi uomini, ma non indegno di memoria, fu il medico olandese Bernardo di Mandeville.”

Verso un’eugenetica del lavoro — Dalla psicologia sperimentale alla psicotecnica industriale (1922)

Da La Scienza per Tutti, Anno XXIX, N. 21, 1 novembre 1922.
Di Eugenio Morreale.

” ■ «La felicità umana si fonda sulla possibilità della soddisfazione naturale ed armonica degli istinti. Uno degli istinti più importanti non è per solito riconosciuto come tale, voglio dire l’istinto del lavoro… Noi siamo istintivamente costretti ad essere attivi, come le formiche e le api. L’istinto del lavoro sarebbe la massima sorgente di felicità, se la nostra attuale organizzazione sociale ed economica non permettesse soltanto a pochi la soddisfazione di tale istinto.»
■ Così Jacque Loeb, attraverso i suoi studi di psicologia comparata giunge ad un’affermazione etica che si può oggi porre a base ed a giustificazione umanitaria di una scienza sorgente: la psicotecnica del lavoro.
■ È appunto la soddisfazione di quell’istinto che essa si propone, affidando a ciascuno il lavoro che meglio risponde alle sue attitudini fisiche, fisiologiche e psichiche.
■ Si tratta di applicazione ancor troppo recente della scienza all’industria perché non se ne debba parlare qui in forma esplicativa.
■ Allorché più infuriava la guerra e la preparazione del materiale bellico richiedeva all’industria sforzi imprevisti, titanici; si imposero all’attenzione dei tecnici alcuni problemi ai quali prima non si era pensato di dare pratica valutazione. Si dovevano improvvisare corpi intieri di maestranze specializzate, creare lavorazioni nuove, preparare la macchina e chi l’avrebbe adoperata; adattare, trasformare i pezzi e gli uomini e tutto compiere con una mira insistente, continua: intensificare la produzione, intensificarla fino al paradosso. Occorreva quindi ridurre al minimo le cause di errori, sia che provenissero dall’utensileria che dai suoi manovratori, giacché un errore non importava soltanto perdita di denaro, ma anche di tempo ciò che in quelle circostanze sarebbe stato esiziale.
■ Fu tale stato d’animo che fece considerare, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, in questo di più e più scientificamente che in quello, la possibilità di giungere ad un giudizio delle attitudini di ciascun lavoratore più preciso di quello che non potessero fornire i soliti sommari interrogatori ed esami, i quali, per lo speciale stato d’animo della massa, erano, più che altro, buoni a mettere fuori strada l’uomo più avvezzo a quel genere di indagini. Rammento che un mio comandante di compagnia al fronte, alle continue sollecitazioni dei comandi superiori per rintracciare soldati atti all’una od all’altra industria, rispondeva con elenchi di questa fatta: sold. Tale dei Tali: meccanico dice lui». E in quel «dice lui» si nascondeva la voglia del soldato di andare a vedere in zona meno infida come fosse fatta una macchina. Non c’è nessuno, del resto, che, trovandosi nel periodo bellico presso alle truppe od in officina, non abbia dovuto constatare quanto fossero sovvertite le leggi dell’offerta e della richiesta della mano d’opera.

“FIG. 1. — L’INCISORE, L’INTAGLIATORE ED IL MODELLATORE DEVONO SAPER VINCERE CON PRONTEZZA E SICUREZZA LE VARIE RESISTENZE CHE OFFRE ALL’ARNESE DEL LORO MESTIERE IL MATERIALE CHE LAVORANO. OCCORRE PERCIÒ AD ESSI UN’ARMONICA SINERGIA DI CONTRAZIONI MUSCOLARI, UNA FORTE PADRONANZA NEI PROPRI MOVIMENTI, UN POTERE ATTENZIONALE INTENSO E PROLUNGATO. IL SOGGETTO DEVE SFORZARSI DI SEGUIRE CON UNA SPECIE DI LUNGO SCALPELLO IL GIUSTO MEZZO DI UNA FESSURA DI 7 MM. PRATICATA IN UN PIANO INCLINATO FORMANTE UN DISEGNO IRREGOLARMENTE TORTUOSO. PERÒ LA PUNTA DELLO SCALPELLO VIENE DEVIATA, SENZA VIOLENZA, A DESTRA, A SINISTRA, IN ALTO ED IN BASSO DI NASCOSTO AL SOGGETTO, IL QUALE DEVE CERCAR DI VINCERE QUELLE IMPREVISTE RESISTENZE. I BORDI DELLA FESSURA SONO METALLICI ED IN CIRCUITO CON UNA SUONERIA ELETTRICA, SICCHÉ OGNI DEVIAZIONE DELLO SCALPELLO VIENE SEGNALATA.”

■ A queste che sarebbero le determinanti casuali dei nuovi studi di psicotecnica, occorre aggiungerne altre non meno importanti. L’industria moderna affida alla macchina i lavori più pesanti e lascia all’uomo quelli per i quali occorre agilità manuale, finezza di apprezzamento ottico, acustico e tattile, accortezza nella sorveglianza e nella direzione, doti queste che si ritrovano nell’operaio specializzato e che sono causa di un logoramento nervoso tanto più forte quanto più le sue occupazioni non rispondono alle attitudini naturali in lui più spiccate. Laddove poi si impiegano metodi taylorizzati di lavorazione, non c’è operaio che possa resistere al lavoro monotono che essi impongono se questo non è intonato all’insieme delle sue attitudini.
■ Mentre da un canto l’industria veniva imponendo questi problemi, dall’altro la psicologia sperimentale, nel suo costante sforzo di produrre artificialmente i fatti capaci di dare una misura delle nostre attività sensorie, trovava nella moderna tecnica meccanica l’ausilio di perfezionati istrumenti che le consentivano di indagare le condizioni fisiologiche del pensiero e della sensibilità. Tra l’una e l’altra di queste tendenze la psicotecnica ha teso un ponte che, come tale, è giovevole ad ambedue: all’industria, che avrà una mano d’opera più appropriata; alla scienza, che dall’osservazione di un numero grandissimo di soggetti trarrà preziosi elementi di studio.

“FIG. 2. — SI FA SOPPESARE AD UN SOGGETTO UN PESO DA DUE CHILI, POI LO SI PONE SULLA BILANCIA. IL SOGGETTO DEVE CON UN COLPO GIUSTO DI MAZZA SULL’ALTRO PIATTO SOLLEVARE IL PESO: PER RIUSCIRE È NECESSARIO UN RAPIDO APPREZZAMENTO BARICO, UN PRONTO GIUDIZIO INTORNO ALLA FORZA DA SVILUPPARE, FRUTTO DI ESPERIENZA E DI BUON SENSO. EPPERÒ LA BILANCIA È UN INGANNO: C’È SOTTO UN DINAMOMETRO CHE SEGNA IL PESO DEL COLPO. L’ABILITÀ DEL FORGIATORE NEL LAVORARE IL FERRO BATTUTO SI BASA IN GRAN PARTE SULL’APPREZZAMENTO DELLA FORZA CHE DEVE IMPIEGARE AD OGNI COLPO DI MAZZA.”

■ Le indagini esplicate in Europa durante la guerra ebbero un più spiccato carattere fisico e si orientarono verso esperienze atte a fornire dati relativi alla agilità delle dita, alla finezza del senso tattile ed acustico allo scopo di scegliere buoni fabbricanti di fucili, estimatori di distanze per i tiri di fanteria, aviatori pronti alla manovra delle loro macchine e risoluti. In America, come si è già accennato, le indagini si svolsero in più vasto campo ed i psicologi ebbero contatti tanto con le maestranze che con l’esercito, intendendosi in tal modo fornire il soldato di una «cartella» indicante non soltanto i suoi dati somatici ma anche quelli psichici, dai quali il superiore potesse trarre i primi elementi di giudizio sulle capacità psichiche potenziali della sua nuova recluta: sviluppo dell’intelligenza e della sensibilità nervosa. Tale organizzazione di psicologia sperimentale applicata, smobilitatasi in seguito alla pace, si orientava verso le grandi officine e sono oggi molte negli Stati Uniti quelle che accanto ai loro uffici attuariali, hanno impiantato gabinetti di psicotenica corredati di ottimi istrumenti. Un operaio che scelga di essere ammesso, per esempio, ad un’officina meccanica di precisione, dovrà essere dotato di una buona dose di pazienza, di dita agili e capaci di movimenti brevi e disciplinati, dovrà poter fermare per lungo tempo la propria attenzione su uno stesso oggetto, e ciò significa che il suo potere visivo dovrà poter agire su un ristretto campo senza affaticarsi, dovrà tutto il suo corpo con- servarsi immobile e così via.

“FIG. 3. — L’APPARECCHIO RAPPRESENTATO SERVE A DARE UNA VALUTAZIONE DEL SENSO GEOMETRICO DEL SOGGETTO. SOPRA UNO SCHERMO NERO VENGONO FISSATI A VOLONTÀ UNO, DUE O PIÙ REGOLI DI COLORE BIANCO, LUNGHI POCO MENO DI UN METRO. ESSI POSSONO ESSERE SPOSTATI A DISTANZA MEDIANTE MANIGLIE. SI POTRÀ CONOSCERE IL GRADO DI PERCEZIONE DELL’ESTENSIONE E DELLA PROFONDITÀ, E QUELLO DI APPREZZAMENTO DELLA DISTANZA DEGLI OGGETTI E DEI RAPPORTI GEOMETRICI ESISTENTI FRA LORO.”

■ Sarà il caso di ammettere ad una fabbrica di strumenti musicali, anche come semplice apprendista, chi non abbia un certo senso musicale? E sarà un buon tintore chi, pur non essendo daltonico, non sia adatto a discernere le diverse e numerose gradazioni di un colore? A queste domande se ne potrebbe contrapporre un’altra: chi sollecita un certo lavoro e dimostra che ad esso ha accudito negli anni precedenti, non offre già una buona garanzia all’assuntore? È vero; ma, in fatto di specializzazione particolarmente, dall’essere operaio all’essere un «buon» operaio, ce ne corre, e nella maggior parte dei casi la disoccupazione cronica di tanti lavoratori dipende dal fatto che essi han dovuto abbracciare, per circostanze o per necessità varie, un mestiere che non fa per loro, e non trovarono in gioventù chi, con fondata coscienza di quel che afferma, li mettesse sulla giusta strada. Non sarà quindi da rimproverare il psicologo di un gabinetto industriale che dica all’operaio: «Voi non fate pel nostro caso» ma sarà più apprezzabile l’opera di prevenzione svolta sugli elementi giovani, che, opportunamente consigliati, potranno evitare in seguito le amarezze delle delusioni. A questo criterio di consulenza si ispira, ad esempio, il «Psychologist Trust» di New-York, il quale estende il proprio esame anche agli studenti che desiderano un responso sulla carriera alla quale il loro temperamento nervoso più si adatta, od agli impiegati che intendono meglio valorizzare le proprie attitudini.
■ Ho toccato un tasto che farà arricciare il naso a qualche nostro lettore: finora si è parlato di lavori manuali e nessuno avrà trovato a ridire che si cerchi in qual misura gli strumenti del cervello reagiscano alle influenze esterne, che si cerchi cioè la celerità dei riflessi; ma in fatto di studi e di impieghi – mi si potrà obbiettare entra direttamente in ballo l’intelligenza e questa non la si apprezza con strumenti; tutt’al più potrà essere giudicata da un’altra intelligenza. Per non addentrarci in una questione molto complessa, citeremo la felice metafora secondo la quale il senso fornisce la trama con cui l’intelletto tesse la stoffa del pensiero: districando i fili della trama e valutandoli ad uno ad uno coi mezzi sperimentali della psicotecnica, il psicologo cerca di giungere ad una valutazione di tutta la stoffa più precisa di quella che potrebbe fornirgli un esame formale di tutto il complesso delle facoltà intellettive.

“FIG. 4. — L’APPREZZAMENTO DELLE PICCOLE DISTANZE TRA DUE PUNTI O DELLO SPESSORE DEI CORPI, QUANDO È COMPIUTO CON UNA CERTA ESATTEZZA, TORNA DI VANTAGGIO ALL’OPERAIO IN GENERE. AL CALIBRATOIO CHE SCORRE SOPRA LA CASSETTA CORRISPONDE UN QUADRANTE CHE MISURA LE DISTANZE APPREZZATE.”

■ Ed ora, se passiamo a considerare quello che si è fatto in Italia per valorizzare questa ch’io direi la eugenetica del lavoro, avremo la gioia di constatare che un posticino anche per noi, in questo nuovo movimento scientifico, ce l’han saputo assicurare la genialità di un apostolo e la munificenza di un industriale.

“FIG. 5. — L’APPARECCHIO DI «PRESENTAZIONE» QUI RAFFIGURATO È RICCO DI RISORSE. NEI 25 SCOMPARTIMENTI POSSONO PRESENTARSI, RITMICAMENTE O PER UN TEMPO DETERMINABILE, TELAIETTI DI ALLUMINIO NEI QUALI SI POSSONO INSERIRE NUMERI, LETTERE, FIGURE, PAROLE CHE CONSENTONO DI GIUDICARE IL GRADO DI ATTENZIONE DEL SOGGETTO.”

■ Il primo è Ugo Pizzoli, pel quale si resta indecisi sul titolo da preferire essendo egli ad un tempo addottorato in lettere e pedagogia ed in medicina; il secondo è l’ing. march. Francesco Menafoglio, il quale, uomo di scienza ed industriale siderurgico, apprezzando il valore di questi problemi del lavoro, forniva Modena, sua città, di un Istituto Psicotecnico del lavoro. Affiancato come è alla scuola industriale Corni, esso si prefigge l’indagine e l’educazione psichica dei giovanetti che si avviano al lavoro industriale. Animatore, organizzatore e direttore dell’Istituto che ora si inaugura è, come ho accennato, il dott. Pizzoli e quanto entusiasmo e sapiente conoscenza egli ponga nell’arduo compito che si è assunto ce lo dicono, oltre al geniale indirizzo che si prefigge di dare all’Istituto, i numerosi apparecchi di cui l’ha dotato con opera modesta ed ingegnosa. A mettere assieme un gabinetto del genere acquistando all’Estero gli strumenti necessari, occorre senza dubbio un accorto discernimento; ma per preparare tutta un’intiera dotazione che va dai cronometri elettrici ai disegni e grafici murali, lavorando in economia, coi mezzi locali, affidando ad un’officina meccanica le parti più delicate, guidando personalmente l’opera di un aggiustatore meccanico per tutto il resto, ci vuole molto più del discernimento: occorre una viva fede nella bontà dell’opera che si compie ed un lodevole senso di patriottismo. In quanto all’indirizzo ne trarremo una chiara idea apprendendo il concetto che il dott. Pizzoli ha di una moderna scuola industriale: «I compiti della scuola industriale sono due: studiare anzitutto i mestieri che insegna per determinare con esattezza le fondamentali esigenze morfologiche e psicologiche indispensabili per compierli bene; indi redigere l’estimo dei valori umani, per rispetto al lavoro. Per ciò fare occorre un’analisi bio-psichica individuale molto accurata, la quale, se si presenta facile negli scolari con temperamento netto, riesce più immaginosa, come ognuno può immaginare pensando alla mutua e reciproca influenza tra corpo ed anima, fra sentimento e pensiero, fra ciò che nel carattere è dato dall’eredità e dall’ambiente sociale. Se la valutazione si limitasse alla sfera delle attività muscolari e del movimento, il compito riuscirebbe abbastanza facile, ma dovendosi portare anche sulle attività spirituali, si renderà più difficile e perché i caratteri dell’anima assai di rado hanno un valore assoluto e per la loro frequente contingenza.»
■ Ragioni di spazio ci costringono a riprodurre solo alcuni degli apparecchi da esperimento dell’Istituto Menafoglio, e però si pensi che essi sono sufficientemente numerosi perché per ogni scolaro si possa compilare un «registro personale per l’orientamento professionale» così completo di dati relativi allo stato fisico e fisiologico, allo stato fisio-psicologico, a quello psicologico, alle tendenze ed inclinazioni che vien la voglia di dire che esso sta all’alunno come i disegni in sezione stanno ad una macchina. Questo registro dovrà accompagnare lo scolaro nella sua carriera di lavoro; essere per lui come un certificato di identità fisico-psichica; epperò io penso che un tal registro costituisca un ottimo punto di partenza, essendo necessario segnare successivamente quelle variazioni, spesso profonde e che toccano molti valori psicologici, derivanti dal sopraggiungere della pubertà.
■ La bella iniziativa di Modena avrà senza dubbio un seguito in altre città: non poco ha giovato a fare convergere sull’importante argomento l’attenzione del pubblico la Terza Conferenza Internazionale di Psicotecnica del Lavoro, svoltasi a Milano ai primi del mese di Ottobre. Quel che è sicuro intento è che in un prossimo avvenire vedremo sorgere nella «città degli studi», che sta costruendosi presso Milano, un padiglione di fisiologia sociale, ideato dal dott. Luigi Veratti. Esso conterrà anche una sezione biofisica, biochimica e biopsichica destinata a tutte le ricerche relative al lavoro professionale ed operaio.”