Dalla Rivista mensile del Touring Club Italiano, Anno XVI, N. 1, gennaio 1910.
Di Silio Carpani.
(A proposito della creazione di un “figurino” nazionale).
” ■ La moda…
■ I malinconici cerberi del purismo cruscante non facciano le boccaccie. Il vocabolo è di lega francese, nessuno lo mette in dubbio ma dal tempo ormai lontano in cui cominciò ad essere in corso tra noi, tutti lo spendono. Ragione questa più che sufficiente e necessaria perché io debba accettarne il valore di circolazione ed usarlo senza tanti scrupoli.
■ Ché se mi venisse la fantasia di sostituirvi un termine di schietto metallo italiano — ad esempio la parola costume — non tutti gli italiani potrebbero forse intendere senza pericolo d’equivoci. Mi sia lecito infatti osservare che le epoche più tirannicamente signoreggiate dalla moda, furon proprio quelle che videro la massima libertà… dei costumi.
■ La moda (chiudo la parentesi), non ostante la reputazione di frivolezza che s’è andata creando, ha sempre avuto ed ha tuttora una grandissima importanza sia dal punto di vista etnico che da quello geografico e storico.

■ Se le abitazioni ed i monumenti offrono allo sguardo nelle linee rigide e durature della pietra e del marmo un’idea generica dello sviluppo civile ed artistico d’un dato paese e d’una determinata epoca — il mutevole orientamento della moda nel vestire segue da vicino e rispecchia con fedeltà, oltre all’indole d’una razza caratteristicamente improntata dal clima dall’estetica della regione in cui vive, anche la vicenda varia de’ suoi casi, de’ suoi gusti e delle sue abitudini.
■ «Dimmi come vesti e ti dirò chi sei». È questo un aforisma che si potrebbe applicare ai popoli con maggior giustezza di quanto venga applicato all’individuo l’adagio più popolare che sentenzia «l’abito non fa il monaco».
■ Considerata sulla base di severi criteri storici, non v’ha nulla di meno arbitrario della moda, la quale tuttavia passò in proverbio come sinonimo di capriccio.
■ Ed infatti, i popoli e le regioni che hanno od ebbero una moda, offrono testimonianza d’una forte personalità presente o passata; quelli invece i quali non sanno far altro che prendere a prestito i figurini dagli stranieri, manifestano palesemente la povertà della loro fantasia e la passività imitatrice del loro spirito.
■ Non per nulla in italiano «moda» ha anche assunto il significato di scimmiottamento.
■ Meno male che in questi giorni si parla con molta insistenza (e ne è già partita l’iniziativa) di instituire, o piuttosto di restaurare, una indipendente e genuina moda italiana.
■ A parte le ragioni — del resto tutt’altro che trascurabili — del movente economico, l’appello lanciato e le pratiche condotte da un’accolta volonterosa di valentuomini e di gentili donne italiane in favore di una moda nazionale, derivano evidentemente da un lodevole impulso di dignità collettiva, da un bisogno intenso di sottrarci ad un vassallaggio che, per quanto leggiadro, non è per ciò meno mortificante, al pari di ogni servitù. Rampollano da un imperativo prepotente di sincerità, che ci spinge a ricercare noi stessi nei nostri abbigliamenti e che ci consiglierebbe a gettare da noi le fogge d’oltralpe e d’oltre mare accettate finora per la pigrizia o per timore di sfigurare, come si getta una maschera od un travestimento.



■ Non a torto si vuol ricordare che noi italiani ebbimo in altri tempi una moda la quale era l’espressione ed il complemento della nostra individualissima fisonomia fisica e morale e che due volte questa moda imponemmo al mondo ossequente ed ammirato. La prima, durante l’evo romano con la suggestione ferrea della conquista e la seconda nel periodo sfolgorante della Rinascita mediante gli allettamenti suasivi della Bellezza.
■ Né certo potrà mancare ai neofiti di questo patriottismo d’eleganza la pura sorgente delle ispirazioni.
■ Il tesoro delle nostre opere d’arte presenta ai ricercatori una miniera inesauribile di concetti e di forme svariate e nobilissime tutte: i costumi singolari, pittoreschi ed armoniosi che formano uno dei lati più interessanti nostro folklore regionale, queste fogge tradizionali, serbatesi immuni da ogni inquinamento e sopravissute tenacemente alla sommersione del grigio ed uniforme convenzionalismo, sono ben già dei frammenti della futura moda italiana, se ci ripetono la loro antica origine progressivamente ed inconsciamente trasformata traverso il rinnovarsi del sentimento delle condizioni popolari.
■ Non è infatti col costume delle Ciociare che i pittori, per lo più personificano nelle loro allegorie la Nazione nostra? È vero che non mancano delle significazioni più eroicamente decorative; ma si può dire che in questi tempi di realismo, tali simboli siano ormai relegati nelle accademie dei dilettanti di araldica.
■ Copiosa materia di considerazioni, di raffronti, di analisi retrospettive, di ricostruzioni interessantissime mi appresterebbe l’argomento delle fogge regionali italiane, se non fosse proposito del Touring di trattarne con l’adeguata diffusione e con maggiore agio di inchieste in una serie di rassegne mensili — una per ogni regione — che potrebbesi intitolare «i costumi femminili nelle provincie italiane».
■ Quando si parla della moda, s’intende per lo più senza che vi sia necessità di specificarlo -di moda muliebre. Poiché si pensa che la preoccupazione ossessionante dell’abbligliamento e la volubilità effimera degli editti e delle costituzioni di desto impero siano caratteristiche non equivoche ed esclusive del sesso debole.
■ Niente di più falso.
■ Dovettero passare dei secoli assai prima che la donna, uscita dalle mura domestiche potesse attuare la propria autonomia almeno nell’arte che maggiormente si confà alla propria natura e funzione: quella di rendersi bella e di piacere.



■ Il regno della donna nel campo della moda conta pochi secoli di vita ed il primato femminile può dirsi che s’inizi realmente dalla Rivoluzione francese, la quale segnò da un lato l’inizio di un austero praticismo nei costumi virili (vedano quanto sono nell’errore i catoni laudatores temporis acti) e dall’altro, con l’introduzione delle manifatture industriali e la conseguente economia realizzata negli oggetti d’abbigliamento, rese possibile al sesso femminino, rimasto arbitro dell’eleganza indumentale, di variare i suoi abiti secondo il vertiginoso succedersi dei dettami imposti dalla moda.
■ Questa premessa vale a spiegare il motivo pel quale i costumi femminili della moda italiana come di quelle degli altri paesi non abbian subito quella molteplicità di trapassi che alcuni, giudicando alla stregua delle leggi che attualmente governano il variare delle fogge nei vestiti, si aspetterebbero.
■ Infatti la lunga, ampia e drappeggiata tunica romana che alle matrone conferiva tanta solenne e composta maestà di linee e di aspetti, rimase pressoché immutata, dai tempi arcaici della repubblica ai secoli dell’impero e delle invasioni barbariche.
■ Anche quando, nella generale decadenza del’Urbe babelica e corrotta, la donna dei padroni del mondo cessò d’essere quel tipo di modesta reclusa del gineceo e filatrice assidua che le iscrizioni hanno consacrato nella memoria dei posteri, anche quando le raffinatezze artistiche dei greci avevano portato un rivolgimento profondo nella vita e nei gusti dei romani e delle romane, la tunica ampia e severa come una toga, rimane fondamentalmente immutata.
■ Le statue di quegli insigni e scrupolosi ritrattisti che furono gli scultori appartenenti ai primi due secoli dell’impero, ne fanno fede. E noi non possiamo rimanere perplessi di fronte a queste documentazioni quando pensiamo al verismo diligente e sincero degli artisti latini, i quali, al contrario dei greci, e poco curanti quindi di idealizzare i loro modelli secondo un perfetto e vago tipo di estetica immaginaria, cercavano di fissare nell’opera, insieme alla particolare psicologia del personaggio, anche il rilievo meticolosamente fedele d’ogni sua parte del corpo.
■ Io non descrivo l’abito della donna romana. Tutti lo conoscono e tutti sanno che, da quei tempi in poi, nessun abito femminile si prestò mai con maggiore nobiltà ad interpretare la modestia severa di un sesso e la dignità d’una stirpe.
■ Logico era che un tale abbigliamento, quale insegna d’una delle più fulgide civiltà umane, permanesse per più d’un millennio.
■ Eravamo già nel secolo XII, ed in mezzo allo straripare continuo delle orde invadenti, fra l’avvicendarsi assiduo di nuovi dominatori, il ricordo e la coscienza di Roma durava ancora invincibile nel popolo soggiogato e percosso.



■ Gli effetti delle dominazioni straniere appaiono in manifestazioni esteriori che di rado celano la loro inconsistenza e superficialità. I contatti degli italiani con le razze barbariche non riescono ad alterare l’intimo dell’indole e del pensiero nazionale. Se gli uomini non possono fare a meno di assimilare qualche uso e qualche costumanza del padrone venuto dal Nord, se i dialetti amalgamano taluno dei suoni aspri delle lingue straniere, se le costituzioni politiche si uniformano alle tradizioni ed agli interessi dei sopravvenuti — l’influenza delle nuove signorie s’arresta, come per una diga insormontabile, innanzi alla soglia delle case. Tra le pareti domiciliari, nel seno della famiglia l’individuo ritrova la propria identità e quasi può illudersi d’essere ancora libero.
■ Ed ecco perché la donna — questo perfetto esponente della raccolta e segreta vita domestica — non ha mutato i caratteri essenziali dell’abbigliamento avito e perché, con esso, ha mantenuto pressoché integra l’unica estrinsecazione delle proprie abitudini mentali.
■ L’arte cristiana nelle pitture delle catacombe ci mostra la donna dei primi secoli dell’Era non molto dissimile nelle acconciature dalla donna del basso impero.
■ Gli abiti delle donne italiane non hanno mai nulla di comune con le foggie femminili degli immigrati, quantunque, massime tra i Longobardi ed i Franchi, non ne mancassero di veramente leggiadri.
■ La tecnica si impoverisce di pieghe e di linee, perde a poco a poco la morbida ampiezza che le conferiva qualcosa di sacerdotale, si stecchisce come l’arte dei pittori e degli scultori bizantini allora viventi; ma essa lascia sempre trasparire i contorni dell’antico paludamento come in certi quadri vecchissimi e stinti non si scorgono più che i segni risentiti schematici dell’abbozzo originario.
■ Forse — chi sa? — l’ascetismo medioevale ha inconsciamente guidato questa parziale trasformazione, rendendo il fusto muliebre più allungato, esile, quasi incorporeo. Le mistiche figure di vergini e di sante dagli occhi e dagli atti estatici, erette come sottili fiamme in una nostalgia mesta di cielo, che vediamo dipinte sulle vetrate delle cattedrali gotiche, portano questo vestito e ad esso devono, oltreché allo stile dell’artefice ed alla diafanità del fondo, quel fascino dolce e delicato di fede che hanno sempre emanato.
■ La prosperità generale del paese, derivata dai traffici che sorsero in seguito ai desideri ed agli insegnamenti germogliati dalle crociate, e l’introduzione dei tessuti serici avvenuta per opera e per merito di Ruggero re di Sicilia, non variano ancora l’austerità e la semplicità della moda femminile italiana. Le donne si stanno paghe della stessa tunica liscia e portano il capo velato o coperto di semplici bende, le guancie e la gola fasciate alla maniera claustrale.
■ Fino al 1300 hanno ancora le vesti lunghe fino al piede; solo la vita — molto breve — comincia ad essere indicata dal busto.
■ Qui soltanto si schiude il vero e grande periodo della moda italiana, che attinge il culmine dell’eleganza e del fasto nel secolo seguente.
■ L’abbigliamento cominciò a rendersi più complesso e si compose di una sopravveste lunga un po’ strascicante e larga così da lasciare appena indovinare le forme e d’un vestito accollato, adorno d’una specie di rotonda ricamata. Doppie erano le maniche, le esterne aperte e scendenti a punta sin oltre il ginocchio, le interne strette e chiuse al polso: entrambi spesso di colore differente da quello del busto.

■ Contemporaneamente al fiorire ed all’educarsi del gusto estetico, si ridesta nelle figlie d’Eva la smania del lusso, stando almeno a ciò che in proposito ne dice nel 1383 con tono di censura, nel suo non classico latino, il cronista Giovanni Musso, parlandoci delle donne di Piacenza — latino di cui crediamo non fuori di luogo tradurre qui un brano abbastanza significante:
«Le donne hanno vesti lunghe e larghe di velluto e drappo serico con cinture d’oro e d’argento, con maniche pure larghe e lunghissime che, dopo aver coperto buona parte della mano, foggiandosi a punta dalla parte di fuori, scendono sino ai piedi. Su queste vesti, alcune innestano da quattro sino a quindici once di perle, e larghi orli d’oro aggiungono intorno al collo ed al basso delle maniche, sia della sopravveste che della veste di sotto. Copronsi il capo con veli di seta o di cotone finissimo, con piccoli cappucci che fanno ala alle guance e splendono da lungi per le guarnizioni di perle ed oro; hanno anche corone d’argento, d’oro e di perle che intrecciano nei capelli. Le corone di perle che si dicono terzuole, compongonsi di 300 magnifiche perle disposte a tre file: i loro capelli, divisi a ciocche ed arricciati, sono adorni di spilloni preziosi; le dita sono cariche di anelli; collane d’ambra o di corallo pendono sul petto. Le matrone indossano ampi mantelli circolari, onde avvolgonsi tutta la persona e le giovani hanno mantelletti corti; gli uni e gli altri trattenuti da ricche bottoniere con bottoni di perle ed oro, ecc.».

■ La litania continua su questo metro, e se tali erano le consuetudini del bon ton piacentino, immaginate voi quali dovessero essere in città infinitamente superiori per ricchezza e per lustro artistico: a Venezia, Firenze, Genova, Roma, Napoli!
■ Sarebbe sufficiente per farcene un’idea, dare uno sguardo ai dipinti dei nostri trecentisti e quattrocentisti. Dalle ingenue e forti figurazioni giottesche, dalle soavi beate di Frate Angelico, alle composizioni stupende e festose di Paolo Uccello, di Filippo Lippi, del Ghirlandaio, del Botticelli, del Bellini, del Mantegna, è tutta una documentazione esuberante della vita d’allora ed una esaltazione della donna che nella rinnovata grazia delle sue vesti armoniose doveva offrire uno dei motivi d’arte più squisiti.
■ Anche dipingendo dei soggetti sacri — e sono quelli che diedero origine alla parte più numerosa dei capilavori — non era la fedeltà storica quella che preoccupava; era piuttosto la realtà contemporanea, la quale veniva rispettata in tutti i suoi più precisi particolari.
■ Provvidenziale anacronismo, che, mentre ci conservò la viva memoria degli usi eleganti di un’epoca, contribuì non poco alla spontanea sincerità delle opere.
■ Come tutti sanno, gli artefici del Rinascimento non esitavano a collocare nelle assemblee dei santi e nelle rappresentazioni del Presepio le immagini dei loro amici, famigliari e protettori e delle loro amiche, anche quando — sopratutto queste ultime — non erano in eccessivo odore di santità.
■ Contro questa usanza tuonava dal pergamo apostrofi infiammate l’eloquenza fanatica di Frate Savonarola, il quale a Firenze una volta esclamava: «Credete voi che la Vergine fosse vestita come voi la rappresentate?» Diceva il vero l’esaltato predicatore, povera e rude anima medioevale smarrita in un’età di raffinatezze ch’erano peccato; ma non mi sembra che questo fosse motivo bastante a giustificare il vandalico autodafé di tele preziosissime che per sua istigazione fu acceso in una piazza di Firenze nel 1497.
■ Agli artisti andiamo debitori della più elegante cronaca dipinta e sculta che ci informi circa la fase gloriosa della Rinascita; non soltanto, ma convien notare che furon essi stessi a dare impulso e decoro alla moda, a creare nelle tele e nei freschi dei veri e propri figurini, analogamente a quanto si compie oggi con molto onore da parte di colti e geniali disegnatori di modelli per teatro.
■ Il Pisanello che fu originale dipintore come potente e finissimo cesellatore, si distinse sopratutto per la disinvoltura e per l’audacia con cui seppe immaginare ed armonizzare i drappeggi e mescolare le tinte degli abiti femminili.
■ La letizia di forme e di colori che splende intorno alle donne campeggianti nei quadri preziosi dei nostri grandi è sovente attributo esclusivo della gioconda e signorile fantasia degli autori.
■ Loro modelli eran sovente le loro amanti. Per ciò noi vediamo ripetersi gli stessi ritratti sotto vesti e caratteri diversi. Erano esse i mannequins di sublimi «figurini».
■ E da questi quadri, per amore del bello e culto alle arti, le idee decorative del pittore trovavano eco presso le dame del tempo, che le applicavano largamente. I modelli erano tanti e tali che anche l’iniziativa ed il gusto personale delle donne aveva campo di esercitarsi e di affinarsi.
■ La preferenza doveva essere concessa ai migliori — o meglio — se non era permesso di giudicare i rapporti di cose egualmente perfette, ciascuna «madonna» imparava a scegliere fra i vari tipi d’abito quello che meglio le si confacesse alla sfumatura delle carnagioni, al colore degli occhi e dei capelli, alla linea delle forme e delle movenze. Diversamente da quanto vien praticato oggidì — e non soltanto in Italia — che s’accettano con supina ed ignorante acquiescenza tutte le più assurde ed indigeste caricature d’indumenti che piace ai grandi magazzini francesi di mettere in voga.
■ Come la pittura del secolo XV si era sciolta dagli irrigidimenti bizantini, così la moda, quasi seguendone parallelamente il cammino, crea nel 400 delle vesti più ampie a più morbide pieghe. La vita si disegna più normalmente, il seno si scopre un poco. Talvolta la veste è increspata in alto, in maniera d’aprirsi inferiormente a ventaglio. Tale altra anche (le fiorentine del Ghirlandaio ne sono una prova) gli abiti vedonsi a rami, senza collo, lunghi e rigidi, cadenti dritti a terra, non disegnando neppure la vita. Le maniche sono, ora ampie (all’ebraica), ora piatte, chiuse al pugno.
■ Né all’abito si limita la moda. La capigliatura porge magnifica materia di plastica alla scienza profonda di dar rilievo alle fisonomie. Le pettinature sono svariatissime e tutte nobili e geniali. ■ Ciocche, anelli, riccioli, treccie cadenti o raccolte ed annodate al sommo del capo, capelli ondulati o sparsi sulle tempia.
■ La massima libertà adottata dalla moda nelle varie parti dell’acconciatura non nocque punto al gusto.
■ Innovazione meno grata fu quella d’innalzare i capelli alla radice e di raderne una parte in modo da scoprire la fronte quanto più fosse possibile.
■ Tra i creatori felici ed aristocratici della moda nel quattrocento vanno ricordati anche Benozzo Gozzoli, il quale compose delle fogge di suprema eleganza e distinzione, Sandro Botticelli il maestro delizioso de’ bei colori, che predilesse i panneggiamenti molli e flosci, i manti morbidi ricchi di pieghe, i nastri fluttuanti, le vite dinoccolate.
■ Anche il secolo XVI serba il fasto e la grande multiformità dei figurini. Leonardo, Michelangelo e Raffaello, la triade sublime, ci danno nei loro innumerevoli ed ammirabili ritratti muliebri una descrizione magistrale dei gusti disparati e dei principi differenti che presiedevano alla moda dell’epoca, la quale va dalla più composta sobrietà alla magnificenza più fastosa.
■ Il busto si fa più succinto, le scollature più ampie, i pizzi ed i merletti coronano di candide e leggere spume l’onda dei broccati e dei velluti. Le gemme e le perle spargono scintille sulle chiome e sulle vesti delle belle.
■ La scuola veneziana interpreta, con la sua arte impregnata di realismo fiammingo e di reminiscenze classiche, questo momento storico che è tutto un forte inno alla gioia pagana del vivere.
■ Le signore opulente del Vecellio si distinguono per lo splendore dei tessuti inestimabili che allora la Serenissima importava dalle terre d’Oriente.
■ Il Veronese, meno intenso del Tiziano, ha ritratto anch’egli la grandezza florida di Venezia nelle sue donne superbe e ben vestite; ma più acuto osservatore ha saputo cogliere un maggior numero d’aspetti della vita ed una molteplicità più grande d’acconciature.
■ Anche nei soggetti biblici si sbizzarriva a popolare di sontuose figure veneziane le Passioni, le Nozze sacre e le Adorazioni, traendo vivi effetti di contrasto fra la dignitosa semplicità dei manti rossi ed azzurri che avvolgono le sue Madonne ed i suoi Redentori ed il fasto mondano che ricopre i personaggi accessorî.
■ Un numero di pagine infinitamente maggiore sarebbe stato necessario alla compilazione di questo articolo, se le circostanze avessero permesso di dare alle illustrazioni quella parte che loro spetta di diritto; mi accontenterò quindi di rimandare i lettori alla raccolta della nostra Rivista, la quale, specialmente nei due ultimi anni, ha pubblicato un gran numero di quadri, agli autori dei quali sono andato rapidamente accennando.
■ Nei rapporti della moda non consiglierei di uscire dallo studio dei due secoli più gloriosi dell’arte nostra, poiché essi sono anche i due periodi aurei della moda nazionale.
■ Il 600 porta la decadenza politica, e con essa, si deformano ed immiseriscono le manifestazioni intellettuali. Anche l’eleganza femminile comincia a declinare nell’imitazione e nella contraffazione dei modelli spagnuoli.
■ Né alcun conforto possiamo trarre dal 1700 — l’età leggiadra, leggera e corrotta delle parrucche, de’ nei, della cipria, del belletto e dei guardinfanti.
■ Parigi affascina e comanda regalmente al mondo della moda e quest’imperio viene riaffermato e reso più tirannico nella successiva febbrile epoca borghese ed industriale. Anche oggidì le nostre signore ne sono completamente dominate e continueranno ad esserlo, se la diana della riscossa fatta squillare dai nuovissimi rivoluzionari e dalle patriottiche innovatrici della moda non troverà seguaci nel gentile esercito della bellezza e della grazia femminile italiana.
■ A me non resta che di augurare un pieno successo all’iniziativa. Ben venga, ben venga l’indipendenza nazionale della moda e sia preludio sicuro alla moda di una effettiva e nei fatti completa indipendenza nazionale: come nelle idee.”



