Dall’Illustrazione Popolare, Anno 41, N. 17, 24 aprile 1910.
La “Casa degli emigranti” di passaggio a Milano
” ■ Andando alla stazione centrale della ferrovia, tutti abbiamo avuto occasione di notare, qui a Milano, agglomeramenti di umili passeggeri dei più svariati tipi delle regioni d’Italia; agglomeramenti ingombranti, con tutto un cumulo di valigie, di sacchi e di attrezzi di lavoro. Sono gli emigranti, che vanno, sostano, ritornano attraverso alla Centrale di Milano, intontiti dai lunghi viaggi, spesso stanchi e desiderosi di un po’ di riposo e di ristoro durante le lunghe ore di attesa per ripartire. Tra il fragore dei treni in arrivo ed il fischio delle partenze, ora sospinti ora rattenuti dal timore di sbagliare di direzione, di cadere in qualche inganno, di prendere un treno per un altro, alieni dall’entrare in città per istintiva diffidenza e per timore di troppa spesa. Così essi finivano per far sosta negli androni di passaggio e sotto le tettoje esterne, esposti alle intemperie; inceppando il movimento, a disagio di sé e degli altri, spettacolo di povertà e spesso di ignoranza e miseria; come si vede in un nostro disegno dal vero.
■ La Società Umanitaria, fondata coi milioni lasciati da un Loria, occupandosi degli inconvenienti lamentati, ha dato la propria iniziativa per togliere lo sconcio, assicurando un comodo ricovero agli emigranti di passaggio, intitolato Casa degli emigranti.
■ La Casa degli emigranti sorge in piazza Miani, a tergo della Stazione centrale, sull’asse della futura via che condurrà alla nuova grande stazione di piazza Doria. È formata da un vasto padiglione rettangolare ad un piano, della superficie coperta di circa 350 metri quadrati, nel quale, oltre alla sala centrale d’aspetto, sono allogati due dormitorii, il ristorante, la cucina ed i locali d’ufficio e d’abitazione del custode. Al fabbricato principale è addossato un corpo di fabbrica complementare di 80 metri quadrati circa, ove sono allegati i vari servizii (lavatoi, gabinetti, bagni, doccie). Nella costruzione, tenendo conto delle speciali esigenze di una massa di emigranti, si è predisposto affinché tutti i locali possano essere con facilità e rapidità lavati e disinfettati, provvedendo le pareti di una rivestitura di piastrelle bianche a smalto.
■ La sala centrale d’aspetto, che misura metri quadrati 150 circa di superficie, si presenta assai simpatica all’occhio nel suo colore verde chiaro sul quale si stacca in alto tutto all’ingiro il fregio in azzurro carico, ornato al centro dei lati dagli stemmi dei paesi da cui la nostra emigrazione si riversa più intensa e più numerosa; e tali abbellimenti sono opera degli allievi delle scuole di decorazione della Società Umanitaria, dirette dai pittori Rossi e Buffa. L’arredamento, in pitch-pine d’America, si compone di comodi sedili, disposti lungo le pareti ed in quadruplice fila al centro della sala. Sul davanti dei sedili sono disposte lunghe tavole solide e svelte; numerose sedie completano l’arredamento. Ai lati della porta centrale sorgono i porta-bagagli in ferro smaltato, sui quali gli emigranti possono con ordine e comodo deporre i loro effetti senza ingombrare i posti a sedere, le tavole ed il pavimento. Su di un lato della sala, a destra entrando, si aprono ampi e comodi sportelli in comunicazione con l’ufficio del dirigente, ove gli emigranti possono rivolgersi per tutto ciò che possa loro occorrere durante la permanenza nella Casa.

■ Due vasti dormitorii l’uno per uomini e l’altro per le donne sono collocati lateralmente alla sala centrale, per gli emigranti che sieno necessitati a pernottare nella Casa. Capaci di una ventina di posti, essi sono arredati con letti e comodini di ferro smaltati in bianco. La rete metallica e i materassi di crine sterilizzato completano l’igiene del letto.
■ D’altra parte, il regolamento della Casa prescrive e concede gratuito il bagno obbligatorio a chi pernotta. Dalla sala d’aspetto, a sinistra entrando, si passa alla saletta del ristorante. In questa gli emigranti, o con proprie provviste o con cibi e bevande della cucina della Casa, possono trovare a loro agio ristoro alle fatiche dei lunghi viaggi. L’arredamento semplice ed elegante può servire contemporaneamente ad una trentina di persone — le tavole in pitch-pine sono ricoperte con lastre di marmo; una cornice corrente simile a quella della sala d’aspetto allieta e ravviva l’ambiente con vedute di paesi e di città dell’estero. Il servizio di cucina e del ristorante è affidato alla Società “Alleanza Cooperative Milanesi”, che ha provveduto direttamente all’impianto del servizio. La lista dei prezzi delle consumazioni ed i generi somministrati sono fissati dalla Società Umanitaria. Di contro al locale del ristorante, dalla sala di aspetto si accede all’ufficio del dirigente ed all’abitazione del custode. L’ufficio del dirigente comunica con appositi sportelli con la sala, permettendo al personale incaricato di essere a diretto contatto con gli emigranti per fornire loro tutte le indicazioni occorrenti in materia di viaggi, di soste, di facilitazioni ferroviarie, sulle condizioni del mercato di lavoro, e coi servizii di cambio della moneta, somministrazione dei biglietti internazionali, ecc., ecc.
■ Dalla sala d’aspetto per la parete di fondo si accede per entrate distinte ai servizii per gli uomini e per le donne. Oltre ai gabinetti vi sono lavatoj ampii e luminosi. Le piastrelle a smalto possiedono qui una altezza maggiore per giungere ad una completa rivestitura negli spogliatoi e nei gabinetti di bagno e doccia.
■ Tutti i locali sono riscaldati, e sono illuminati a luce elettrica.”
Assistenza sociale in Atene e in Roma
[È il fedelissimo, nitido riassunto d’una magistrale conferenza, assai interessante, tenuta a Milano dal prof. Attilio De Marchi, milanese, profondo negli studii classici; il quale, al rovescio d’altri eruditi (frutti secchi della scienza) sa avvicinare i tempi moderni agli antichi,e sa trarne raffronti utili e gustosi come questo. (Nota della Direz.).]
■ La vita politica e sociale di Atene e di Roma non solo non ha perduto contatto con noi, ma meglio assai della storia d’altri tempi più vicini ha motivi e spunti che paiono dell’oggi, e vi si sentono battute delle moderne sinfonie democratiche e socialiste. Se non si vuole l’esperienza del passato come maestra, essa può almeno farci secondo i casi meno fiduciosi di certi rimedi e di certe riforme, liberarci da pregiudizi del presente, non meno pericolosi dei pregiudizi del passato.
■ Aspro ed accentuatissimo fu in Grecia il dissidio fra le classi sociali per la male distribuita ricchezza, dissidio che si manifestò in varie forme nel campo teorico e pratico. Nel primo condusse i poeti a vagheggiare i tempi beati della mitica età dell’oro; nel secondo filosofi, come Platone, cercarono l’ideale della società umana nello stato di natura: e ciò tanti secoli prima che il Rousseau scrivesse il suo Patto Sociale e Bernardino di Saint-Pierre Paolo e Virginia. Ma la manifestazione più singolare e più notevole della sfiducia nell’ordinamento sociale qual era furono nel campo teorico molte ricostruzioni fantastiche della società umana delle quali si compiacquero i Greci per dare corpo almeno colla fantasia ad un ideale che non era possibile tradurre nella realtà. Così nell’isola di Panchea contadini e pastori portavano tutti i loro prodotti ai capi della comunità, che distribuiva a ciascuno secondo il merito. Così, secondo Giambulo, in un’isola dell’oceano Indiano esisteva una società in cui non solo v’era comunanza di beni, ma anche di donne e di figliuoli. Così, nello stato ideale dello storico Lenone, non templi, non tribunali esistevano, non ginnasi, non denaro; comuni le donne e piena e assoluta eguaglianza dei due sessi.
■ Anche in Roma continui furono i contrasti fra poveri e ricchi, onde lo Stato ne fu talvolta profondamente turbato; ma (vedete tempra diversa dei due popoli!) nessun romanzo sociale nacque in questa terra del diritto positivo.
■ Quando Cicerone nel De Legibus e nel De Republica volle svolgere un ideale di Stato partì dalle condizioni di fatto dello Stato romano nei bei tempi passati.
■ Nel campo pratico però lo squilibrio negli Stati ellenici la causa palese di molte lotte politiche interne fra aristocratici e democratici e condussero a confische, a esilii, al sangue, ad eccessi selvaggi. Il prevalere politico di un partito significava l’oppressione economica della parte avversa; il concetto e l’azione moderatrice dello Stato moderno, al di sopra di ogni partito, mancarono del tutto.
■ In Atene il problema sociale appar già pauroso nel VI a. C. quando da una parte v’è una classe ricca, privilegiata e padrona del suolo e del potere politico e dall’altra piccoli affittaiuoli, piccoli possidenti, gravati dai debiti e dalla usura, dalle ipoteche ed esposti alla schiavitù nel caso d’insolvenza. Le troppo note leggi di Dracone tendevano probabilmente a reprimere con mezzi estremi l’infierire del furto campestre, indice d’una acuta crisi economica, tale da provocare non molto tempo dopo la cancellazione dei debiti e d’ogni vincolo ipotecario, e la funzione legale che nessuno potesse più per debiti perdere la libertà personale.
■ I nostri posteri potranno mediante i giornali seguire minutamente la storia delle nostre passioni di partito. Raramente a noi ci è dato per la storia antica. Onde è singolar fortuna che lo stesso Solone ci porti ne’ suoi versi un’eco di quella lotta di classe, compiacendosi egli d’aver liberato dalle pietre ipotecarie la nera terra, d’aver ridonato alla patria tanti che avevan perduto la conoscenza della lingua materna.
■ La democrazia Ateniese giunse al suo pieno sviluppo nell’epoca di Pericle. Allora l’ultimo dei rivenduglioli non solo aveva il diritto di voto con cui decidere della guerra e della pace, ma anche il diritto di seder nei tribunali, arbitro della vita e dei beni dei suoi concittadini; di salire alla tribuna oratoria a propor leggi. Così ebbe allora anche il potere di provvedere al suo miglioramento economico sui bilanci dello Stato. In Atene c’erano allora ventimila cittadini, mille stranieri e quattrocentomila schiavi [Gli schiavi erano mandati in gran parte a lavorare nelle miniere (miniere d’argento, che ancora in Grecia sussistono quantunque quasi esauste); perciò gli schiavi erano tenuti dai padroni con certi riguardi, essendo loro utili non poco; si capisce!… (Nota della Direz.).]. Vero è che gli schiavi non gravavano sul bilancio dello Stato e gli stranieri pagavano una tassa di residenza. Ma, anche calcolando soltanto i ventimila cittadini, che con le donne e i fanciulli potevano arrivare a cento o centoventimila persone, e tenendo conto che, per seder in Consiglio ricevevano una indennità di mezza dramma, di una dramma, persino di una dramma e mezza (300 lire delle nostre) contando una quarantina di assemblee all’anno, si può affermare che un poveretto poteva dire di aver assicurato almeno il pane col solo esercizio de’ suoi doveri di cittadino. C’erano poi i cittadini giurati, circa seimila, che sedevano in permanenza…. fornendo l’argomento ai Calabroni di Aristofane.
■ È dunque evidente che queste erogazioni, benché fatte al cittadino, costituivano una vera forma d’assistenza sociale per il proletariato.
■ S’aggiunga che perfino per la partecipazione agli spettacoli teatrali, parte integranti delle grandi feste civiche, si pagavano ogni volta due oboli a ciascun cittadino. Persino nell’anno 408-409 a.C. mentre Atene era stretta dai più urgenti bisogni di guerra l’erario spese a quest’ultimo scopo più di 16 talenti cioè trecentomila circa delle nostre lire. Più tardi soltanto Demostene riuscì a persuader il popolo a versar questa somma nella cassa di guerra per la difesa della libertà nazionale.
■ Gli effetti finanziari di tali provvedimenti erano gravissimi per l’erario; ma si deve, però, anche ricordare che quella democrazia vi poteva attingere con spensierata larghezza perché lo alimentavano i tributi delle città alleate, sulle quali Atene aveva finito per esercitare un dominio tirannico. Con questi tributi si spiegano anche gli splendidi monumenti marmorei di quell’epoca; non si pensa però “di che lacrime grondino e di che sangue”. Talvolta i cittadini delle città tributarie eran perfin costretti a vendere i loro figli per pagare i tributi ad Atene.
■ Gli effetti politici si risolvevano naturalmente nella partecipazione di tutto il popolo alla vita pubblica; ma non parliamo però della serietà e della serenità delle deliberazioni e del pericolo di favorire i politicanti e la demagogia.
■ Quanto agli effetti morali Aristofane e Platone, Aristotele e Plutarco sono unanimi nella condanna della indennità delle funzioni pubbliche. Pigri, ignavi, ciarlieri ed avidi, afferma Platone nel Gorgia, divennero, per esse, gli Ateniesi. Ettore Ciccotti, che studia la vita antica, combattendo le battaglie vive della vita moderna, lo nega….
■ Altra forma di assistenza esplicò Atene, mediante la divisione delle terre conquistate ai nemici. Spossessati i proprietari queste terre erano divise in lotti ed assegnate ai cittadini poveri, che divenivano così piccoli possidenti, sia che si recassero sul luogo a lavorare il fondo; sia, come dopo fu concesso, ne ricavassero un affitto, stando ad Atene. La promessa di mezze divisioni di terre fu pei demagoghi ateniesi facile strumento di popolarità. Ma l’appetito dei popolani si faceva sempre più insaziabile.
■ Anche dei sacrificii agli Dei godeva il popolo che banchettava colla carne delle vittime. Il culto si traduceva così in una cotal forma di assistenza sociale, poiché dava ai cittadini poveri la possibilità di gustare qualche buon arrosto, loro altrimenti ignoto. E ricordano da vicino la moderna previdenza: il sostentamento dei figli orfani dei soldati morti in guerra, e il sussidio ai bisognosi, impotenti al lavoro.
■ Isocrate nel suo Panegirico ricorda quest’ultimo provvedimento come un titolo di gloria per Atene. Cicerone invece, nel De Officiis afferma da buon romano che, primo ufficio dello Stato è che ognuno conservi il suo, e in uno scritto confidenziale chiama a titolo di sfregio affamata la plebe di Roma.
■ Nessuna meraviglia quindi che Roma non abbia conosciuto i due equi e umani provvedimenti ateniesi; Roma, che pur seminò di cadaveri le vie del mondo e tanta plebe accolse entro le sue mura. E nemmen conobbe, se non molti secoli dopo Atene, il medico condotto, pagato dalla città per il servizio dei poveri. Né concesse Roma indennità alcuna per l’esercizio di diritti e di funzioni politiche; la possibilità di guadagnare nella vita pubblica restò tutta così nei brogli elettorali, sempre crescenti e sempre meglio organizzati.
■ Come Atene soloniana, Roma conobbe invece l’intervento dello Stato fra creditori e debitori insolvibili a favore di questi. Una legge Licinia disse per esempio ai creditori: accontentatevi di contar gli interessi fin qui riscossi come se fossero capitale restituito e di ricevere la restituzione del resto in tre rate annuali senza interessi. Oppure, nei torbidi delle guerre civili, della fine delle Repubbliche non rari furono i poco graditi decreti, che davano di frego ai debiti e dicevano ai creditori fate mastri nuovi — tabulae novae.
■ Gli scarsi alloggi e le pigioni altissime furono spesso causa di questi estremi provvedimenti. Nel 49 a.C. una legge condonò senz’altro agl’inquilini un anno di pigione; e ancora nel 47 Cesare condonò un anno di pigione a chi pagasse una pigione superiore a duemila sesterzi a Roma e a cinquecento nel resto d’Italia.
■ Ma fu alla distribuzione delle terre che Roma spesso ricorse per sollievo del proletariato. Al grido di terra, terra, risuonante in Roma fin dai tempi più remoti, il Senato di Roma distribuiva a testa dei lotti dell’agro demaniale o fondava colonie qua e là per l’Italia, nella quale l’abitante ozioso e mal nutrito dei vici romani trovava lavoro, pane e dignità.
■ Da Caio Gracco però lo Stato assunse un obbligo di assistenza più diretto e più continuo, fornendo mensilmente al cittadino povero una certa quantità di grano a prezzo fisso e ridotto. Altro rimedio non parve possibile alle condizioni fatali della plebe romana di quel tempo. Nel 58 a.C. l’erogazione del grano da parte dello Stato ai cittadini poveri fu del tutto gratuito. Più di ventiquattro milioni di lire costò allora annualmente il mantenimento della plebe romana.
■ Tale aggravio del bilancio aggravava anche le poco fiorenti condizioni dell’agricoltura italica. Non dimentichiamo però che tale sussidio dello Stato suppliva a tutte le forme della moderna beneficenza; e che mentre oggi la plebe domanda pane e lavoro, allora domandava soltanto pane. E pane fu dato. Poi vennero i tristi tempi non solo per il proletariato di Roma ma anche per quello di tutta Italia: la crisi economica, che tradiva i mali da cui l’Impero era insidiato. Troviamo allora l’intervento dello Stato non solo a tutela dei poveri, ma di tutti i consumatori, nella forma nuova e strana e forse unica in tutto il mondo, di un calmiere universale esteso a tutto l’Impero: è il famoso editto di Diocleziano.
■ Durante l’Impero però sorge un’altra forma di assistenza sociale, rilevante un più savio senso di previdenza e di umanità, funzionanti però come istituzioni municipali e non di beneficenza privata: la provvigione degli alimenti ai fanciulli e fanciulle povere fino a 18 anni, perché fosse tolto ai genitori l’incertezza del pane per i figli e favorito quindi l’accrescimento della popolazione in Italia. Pei lasciti generosi, e per le forme in cui questi erano amministrati affinché maggiore fosse la rendita destinata al nobilissimo scopo, tal beneficenza assume però tutte le forme della beneficenza privata, che poi col Cristianesimo si diffonderà sempre più largamente e dominerà sola non solamente per tutto il Medio Evo ma fino all’alba dei tempi nostri.
■ Onde l’odierno movimento sociale che tende sempre più a far intervenire lo Stato nell’opera di assistenza al proletariato si riattacca, valicando i secoli oltre l’Evo Medio, a quello di Roma e di Atene: oggi risentiamo le voci del marxista Eccemero, del riformista Pericle, del sindacalista Cleone; e nei programmi elettorali proteste, promesse e frasi che paion dettate da Licinio e dai Gracchi, sfruttando proletario, colonizzazione interna, grano a buon mercato, case popolari; e in certi crocchi conservatori gli stessi sfoghi confidenziali di Cicerone ad Attico. Dopo tanto trascorrere di secoli e di vicende si direbbe che il proletariato abbia ripigliato l’antica strada, ridomandando non alla carità, ma ai poteri pubblici, la riparazione alle ingiustizie della fortuna.”


