Da Le Vie d’Italia, Rivista mensile del Touring Club Italiano, Anno XL, N. 2, febbraio 1934.
Di Luigi Servolini.
” ■ Dei fenomeni che, in questo primo quarto di secolo, si sono verificati nel campo delle arti plastiche, la rinascita e l’affermazione superba della xilografia è, forse, il più singolare.
■ L’arte di scavare il legno per la stampa, già nota in tempi molto remoti ai popoli orientali, risale, in Occidente, al secolo XIV. La sua primitiva funzione — essa è nata dal desiderio d’istruire — è quella di divulgare la fede nel popolo ignorante, a cui occorrono le immagini stampate per convincersi della realtà degli insegnamenti contenuti nella Bibbia e nel Vangelo. Larga diffusione trovarono subito questi foglietti, ben più economici, certo, delle suggestive vetrate delle cattedrali o delle Bibbie figurate, privilegio dei monaci. E il prodotto di umili ed oscuri artefici assurge così, ad un tratto, ad un’importanza reale, quantunque siano ancora l’istinto e la necessità materiale del lavoro che spingono alla sua opera il silografo, e non intenzioni puramente estetiche.
■ La tecnica allora in uso, semplicissima e lineare, rispettava il disegno, conferendogli tuttavia un vigore insolito; ed un sapore delicato dava alla figurazione la tavoletta di legno tagliata per il verso delle fibre (onde la denominazione «legno di filo» a tutta la tecnica antica) e scavata con arnesi rudimentali, simili a scalpelli ed a coltellini.

■ Quando la xilografia, dopo aver fornito le matrici per la stampa sulle stoffe e aver moltiplicato le carte da giuoco e le carte geografiche, conobbe l’applicazione dei colori, che fàscino dovette esercitare sulle folle, conquise dalle tinte bizzarre e smaglianti, che ricordavano loro quelle delle belle vetrate e dei codici riccamente miniati!
■ Del libro, però, la xilografia era destinata ad essere la migliore collaboratrice. E dalle primitive «Bibbie dei poveri» xilochirografiche (le cui pagine, cioè, avevano il testo manoscritto e le figure incise in legno) e xilografiche (caratteri e figure in xilografia) fino alle meravigliose edizioni venete e fiorentine, decorate le prime in maniera più unica che rara, ricche le seconde di tavolette incise con gusto finemente pittorico, l’arte squisita di intagliare il legno conobbe affermazioni superbe e possenti. Chi non sa quale meraviglia sia il «Sogno di Polifilo», edito a Venezia nel 1499 da Aldo Manuzio, con illustrazioni concepite nel nuovo spirito del Rinascimento e attribuite, ora, a grandi maestri? Chi ignora le famose edizioni di Dante o i «Trionfi» del Petrarca, o «l’Arte Militare» di Valturio, o l’«Esopo» deltuppiano, opere in cui la xilografia ha un còmpito di primissimo ordine?
■ I migliori disegnatori non disdegnavano di affidare le loro geniali composizioni ad incisori esperti; ed editori intelligenti e intraprendenti allargavano la loro clientela illustrando con larghezza i loro libri. In Venezia, come in altre città d’Italia, esistevano sulla fine del Quattrocento vere e proprie officine d’incisione, da cui uscirono, ad esempio, maestri come un Z.A. Vavassore e un Ugo da Carpi.
■ Ma la xilografia, meglio che dal Libro, doveva attingere i più alti mezzi d’espressione da sé stessa, raggiungendo vette altissime di splendore. Fu il «chiaroscuro» la sua gloria più bella.
■ Ricomparivano i colori, non più distribuiti a capriccio, ma secondo una logica rigorosa che mirava all’esaltazione della luce. Tre tavole di legno, incise variamente ed inchiostrate in gradazioni della medesima tinta, bastarono a rendere i toni ricercati di chiaroscuro: e se ne ricavarono stampe meravigliose — come afferma lo stesso Vasari, che il nuovo processo ha descritto con esattezza nella sua «Introduzione alle Tre Arti del Disegno» — simili a vere e proprie pitture.
■ Ugo da Carpi, l’inventore, e i suoi seguaci Antonio da Trento, Nicolò da Vicenza, Domenico Beccafumi e i seicentisti Andrea Andreani e Bartolomeo Coriolano e, in ultimo, il settecentista conte Anton Maria Zanetti ci hanno lasciato stampe altamente espressive e tecnicamente perfette. Ma Ugo da Carpi è il più grande maestro, realizzatore di sintesi audaci e possenti, magnifico travisatore dei modelli linearistici di Raffaello e del Parmigianino, autore della più espressiva opera che vanti la xilografia italiana: il «Diogene».

■ Più tardi, l’incisione in legno, illudendosi di poter gareggiare con l’acquaforte e col bulino, finì per tradire la sua intima essenza, si negò con l’imporsi gli effetti propri di una tecnica ben diversa. Ed era quasi obliata e penosamente languiva; e neppure la disperata difesa di un incisore francese, Gio. Batt. Michele Papillon, autore di un conosciutissimo trattato storico e tecnico, era valsa a frenare l’inesorabile discesa, quando una scoperta accidentale la fece ad un tratto risorgere e la incamminò a nuove conquiste, pur mutandone le aspirazioni.
■ Fu Tommaso Bewick che nel 1775 ne determinò il risveglio, semplicemente cambiando il legno e gli arnesi fino allora usati. Non più il legno di filo, troppo docile e delicato, ma la dura tavola tagliata trasversalmente al tronco (legno di testa); non più coltelli e scalpelli, ma il bulino, capace di finezze estreme. E per tutto l’Ottocento la xilografia diede opere che con la sua natura schietta e saporosa non avevano più nulla a che vedere, che arditamente gareggiavano, superandola spesso, con l’incisione su metallo la più meticolosa e la più impersonale, e visse come arte riproduttiva per eccellenza al servizio delle altre arti, ed accettò perfino l’aiuto che le recava la fotografia!

■ Esistenza meschina e grama, questa, che la portava di nuovo all’oblio!
■ Ma il vero miracolo avvenne negli ultimi anni del secolo scorso proprio mentre sulle ali della fama giungeva a noi l’eco delle meraviglie della stampa policroma giapponese quando alcuni incisori, primo fra tutti il francese Augusto Lepère, stanchi d’incidere le composizioni altrui e di piegarsi all’altrui gusto, elevarono una vigorosa protesta per difendere la loro arte, schiava dei capricci e dei voleri dei giornali illustrati, delle riviste di moda, delle officine tipografiche. L’opera grandiosa dei maestri primitivi, interrogata ansiosamente da quegli spiriti insoddisfatti, diede loro il fermento di una nuova vita.

■ Era nato il «legno originale», cioè la xilografia non più riproduttiva, ma come fine a se stessa, come arte libera e pura. Si allargavano ad un tratto gli orizzonti. Nuove sconfinate mète sorridevano agli artisti. E quelli che fino allora si erano accontentati di essere dei bravi tecnici, amarono disegnarsi i propri legni, e i disegnatori vollero conoscere ed amare la bella tecnica, disdegnando spesso il bulino e ritornando così all’ingenua e rude e saggia fatica dei maestri antichi.
■ Rinascita non decretata dal caso, non effimeri sorrisi di un’arte che s’inorgoglisce di un’innovazione tecnica reputata felice: ma un rinnovamento profondo e radicale, insomma, che col glorioso passato si ricollega per alte idealità e riprende la tradizione vecchia ormai di sei secoli.
■ Ed oggi non sarà più il miracolo degli strumenti, né l’inarrivabile perizia di un artefice a trascinarci all’entusiasmo, ma l’intima ragione dell’opera stessa che un artista geniale avrà creata, adattando mirabilmente alla materia la sua concezione artistica.

■ La storia del «legno originale» in Italia è nota. Il primo capolavoro della xilografia italiana fu, senza dubbio, quello delle delicate tavolette per la «Figlia di Iorio» di Gabriele D’Annunzio, incise da Adolfo De Carolis. E subito dopo il maestro piceno, altri s’innamorarono della squisita arte, stringendosi intorno ad alcune riviste letterarie («Hermes», «Leonardo», «Ebe») e, nel 1911, a «L’Eroica», che divenne il fulcro del movimento xilografico, e nelle cui pagine il Cozzani continuò per varî anni ad accogliere la migliore produzione nostra. La mostra internazionale di Levanto (1912) segnò l’apogeo del «legno originale».

■ Mancava agli artisti, però, quella passione profonda e sincera, che né la moda, né il caso possono far sorgere. Soltanto dopo il periodo della grande guerra abbiamo avuto la vera rinascita della xilografia: quando, cioè, essa non è praticata soltanto da una ristretta cerchia di artisti, ma diviene il migliore mezzo d’espressione per varie e molteplici personalità, non legate da un comune interesse o da una scuola.

■ Favorita e desiderata dagli editori, fra cui lo stesso Cozzani e il Formiggini, accolta alle esposizioni d’arte, finalmente considerata al pari delle altre arti grafiche, di cui essa ha il medesimo ideale, la xilografia conta adesso in Italia una folla grande ed entusiasta di cultori.
■ Indimenticabili sono i nomi di Adolfo De Carolis, di Antonello Moroni, di Gino Barbieri, di Emilio Mantelli e di Ercole Dogliani, troppo presto rapiti alle glorie della rinnovata arte. Al primo, poi, fa capo una vera e propria scuola, dalla quale sono usciti cultori geniali del legno inciso come Carlo Guarnieri, Giulio Cisari, Diego Pettinelli, Dario Neri, Dante De Carolis, Francesco Nonni, Bruno da Osimo, Romeo Musa ed altri ancora che, insieme agli artisti de «L’Eroica» — Benvenuto Disertori, Armando Cermignani, Francesco Gamba, Publio Morbiducci, Adolfo Balduini, Sergio Sergi, Lorenzo Viani 1 furono, negli anni d’ante guerra i più convinti e strenui difensori del nuovo verbo e continuano tuttora a lavorare con passione e con vivissima fede, producendo degnissime opere d’arte.

■ Ma quante nuove e fresche energie si sono ad essi unite! Venuti alla xilografia per istinto, i più sono giunti a conquistarsi faticosamente i mezzi tecnici, e con vero orgoglio amano custodirne il segreto e lavorano in silenzio, dando vita a stampe preziose e significative. Un gusto decorativo molto pronunziato, che li volge di preferenza all’arte del Libro, dimostrano ad esempio il Cambellotti, il Boccolari, il Mazzanti, il Cusin, il D’Aloisio, il De Witt, il Sensani, il Parigi e la Cammarata-Monteverde; mentre altri concepiscono la xilografia come mezzo di espressione pittorica e, come il Del Neri, il Pianigiani, il Finamore, il Branca, il Dessy, il Dal Pozzo, lo Squarise e la Dessau-Goitein, per citare i più noti, ottengono dal legno effetti evoluti di chiaroscuro. Ai quali effetti, però, preferiscono la larga sintesi e gli audaci giuochi di masse altri artisti, fra cui Mario Delitala, Guido Marussig, Giuseppe Haas-Triverio, Mario Vellani-Marchi, Giorgio Wenter-Marini, Alessandro Pandolfi e Ugo Ortona. Pochi amano il lavoro delicato di bulino, quantunque alcuni, come Bruno Bramanti, ne ricavino effetti singolarissimi.
■ Anche la stampa policroma vanta eccellenti cultori, quali Rezio Buscaroli, Ernesto Barbero e molti dei già menzionati. Accanto ai maestri ed agli artisti ormai noti vanno ricordati pure molti giovani, che conoscono già una severa disciplina di lavoro: da Aldo Patocchi, rivelatoci dal Cozzani, a Giuseppe Mainini, apprezzato calcografo, a Luigi Pasquini, a Ugo Lucerni, al Mantèro, al Baldinelli, al Casotti, al Parini, al Romano. Né mancano alcune pittrici ad ingrossare la schiera dei nostri xilografi: Mimì Quilici-Buzzacchi, Luisa Lovarini, Anna Beatrice D’Anna, Gemma Pero.
■ E, con tutti questi nomi, noi non abbiamo menzionato che una minima parte degli artisti che oggi, alla nostra rinnovata arte xilografica portano il contributo del loro talento e della loro sana passione.
■ Fervore intenso di lavoro e aspirazione costante a forme più vitali e più complesse, sempre in accordo con la materia, caratterizzano la nostra incisione in legno, che riprende il suo cammino glorioso, scoprendo sempre nuove e più seducenti mète.”






