Da Le Vie d’Italia, Anno XXXIX, N. 6, giugno 1933.
Di Giannetto Bongiovanni.
” ■ C’è dunque un ritorno al fiume. Un ritorno spirituale ed un ritorno fisico. Il Po, fiume regale d’Italia, nella cui grande valle frumentaria, crogiolo di stirpi e di popoli, si è svolta tanta parte della nostra storia, regolato ora con immani lavori che gli impediranno, un giorno, la rapina delle terre e dei boschi, è entrato nell’anima della Nazione, la quale assiste al poderoso sforzo del Regime, opera degna di Roma. Ed ecco nello stesso tempo comparire sulle spiagge a docili declivi verdi, ombrose di boschi — oh lunghe pioppaie mormoranti ai venti! — le prime «colonie padane»; ed ecco i primi «lidi» punteggiare le sabbie di tende e di policromi ombrelloni. E libri e giornali e turisti e appasionati inneg- giano al Po, cantano il Po.
■ Questo risveglio, questo ritorno avviene soprattutto nella zona centrale, dove il fiume è nella sua più vigorosa maturità, con la pacata maestà della sua corrente e la bellezza incantevole e favolosa delle sue larghe sponde, dei suoi boschi di trémule e di salcèti. È, con un po’ più di estensione, la zona degli antichi Padinates, la Padania di oggi: espressione più poetica e sentimentale che geografica, ma che significa anche l’affratellamento delle due sponde, le quali, divise nei tempi quando il Po era confine di Stato, e riunite ora da numerosi ponti, si fondono assieme, formando un’unica gente che ha comuni tradizioni, usi e costumi e memorie, e fanno capo al nume indigete e padre: il Po.
■ Hanno i loro fati anche i fiumi. Non più le driadi e le amadriadi cercano rifugio nelle ombre folte o nei quieti recessi delle onde che videro un giorno cadere Fetonte e piangerlo le Eliadi sorelle tramutate in pioppi. Ai miti sottentra la realtà. Fragor di battaglie dapprima, barbariche e romane e imperiali. Passan principi e poeti sulle rive, e principesse belle, su bucentauri dorati, navigano lente, a suon di musiche, il fiume. Quindi barconi e traini tirati dai pigri cavalli dalle alzaie, o spinti dai venti che gonfiano le vele rance; e, infine, pennacchi di fumo nero turbano il cielo, e ùluli di sirene rauche il mormorante silenzio.
■ Eccoci al fiume nostro, della nostra giovinezza ormai lontana. Il fiume non ha più misteri, benché sia vietato. Quanti anni sono passati da quando — inconsapevoli igienisti — affrontavamo i rimbrotti o magari anche le correzioni più… tangibili dei nostri genitori per raggiungere le acque del Po, i fini arenili, le ombre discrete dei boschi, amiche soste dopo il bagno furtivo?
■ Inconsapevoli igienisti e pionieri: perché allora vieti pregiudizi distoglievano il popolo dalle salutari linfe. Dicevano, allora, che l’acqua del Po aveva una composizione chimica dannosa alla salute, che era inquinata, che l’ambiente padano era propizio ai reumi, alle polmoniti, che il fiume avrebbe aggravato i mali già esistenti, invece di sanarli. Insomma: il fiume era additato ai pavidi genitori come un pericolo permanente, un nemico. Ma noi seguivamo il nostro istinto che non falliva, rendendo inconsciamente giustizia al fiume, immergendoci nelle sue onde o sdraiandoci come lucertoloni al sole, sulle limpide, fini, argentee sabbie. Il senso di benessere, l’euforia che ci prendeva dopo il bagno e la siesta, ci assicuravano che noi avevamo ragione.
■ Poi venne la scienza a spazzar via i pregiudizi, a riabilitarci.
■ Ecco infatti un igienista, il prof. Rizzatti dell’Università di Parma, scrivere nel 1930, quando già le colonie erano da parecchio tempo un fatto compiuto: «L’igiene moderna ha scoperto che nulla hanno di men che giovevole, come composizione chimica, le acque dei fiumi, e che anzi dissolvono le concrezioni cutanee attentatrici perpetue della salute umana assai meglio delle acque del mare.
«Né l’acqua fluviale è dannosa per alcuna malattia: essa non ha controindicazioni di sorta. Quanti malati di affezioni epatiche, renali, cardiache non possono beneficiare o traggono danno dalla vita al mare possono invece immergersi nelle liete acque dei fiumi senza timore di vedersi aggravati! Quanti tubercolotici che si espongono al pericolo di fatti congestivi, al mare, e al pericolo delle emottisi, possono respirare a pieni polmoni l’aria fluviale, imbrunirsi la pelle al sole scottante, rimanendo comodamente sdraiati sulla molle arena dei nostri pittoreschi bei fiumi! Quanti nervosi, che tornarono esauriti dal mare, godono benefici utilissimi dalla vita del fiume e dalla immersione nelle tepide acque ristoratrici efficacissime e temperatrici della irritabilità nervosa!
«L’igiene moderna ha poi sfatato l’altra diceria della inquinabilità delle acque fluviali. Quando tutto era condizionato allo studio dei batterî, parve che l’acqua del fiume fosse onusta, carica, satura di microbi dannosissimi per la salute umana; mentre metodi, incomparabilmente più esatti e moderni, hanno dimostrato che l’acqua del fiume poco più a valle delle città, dove il potere di inquinamento è maggiore, dopo breve corso del fiume, ridiventa pressoché pura mercé l’aiuto del più potente sterilizzatore del mondo: il sole, e di un singolare elemento batteriofago divoratore dei microbi patogeni introdottisi nelle acque fluviali».

■ Come si vede, siamo in piena riabilitazione del fiume. Ma ecco un altro igienista, il chiarissimo professore senatore Umberto Gabbi scrivere su un quotidiano di Torino, quasi alla vigilia del congresso delle Colonie Padane tenutosi a Cremona nel giugno 1932: «Non si sapeva che sulla climatologia della grande valle padana ricca di panorami incantevoli venivano raccolti in silenzio dall’ufficio Idrologico del Po, dalle stazioni meteorologiche di alcune Università e da stazioni di città sulla valle padana, dei dati veramente importanti, così che oggi le radiazioni solari (ore di soleggiamento) si conoscono per tutti i mesi dell’anno; per cui è possibile stabilire confronti coi mesi invernali, primaverili ed autunnali e constatare che esse di estate, sulla riva del Po, sono di poco inferiori, nel numero, a quelle marine e montane dei mesi corrispondenti, e che sono rarissimi gli uragani che le modificano, ed i venti violenti, che non durano — come sul mare — anche dei giorni; vi si è studiata la pressione atmosferica e l’umidità relativa. La temperatura al sole ed all’ombra, in periodo di sereno, fu determinata anche sull’aria sovrastante il fiume, come anche la velocità della corrente aerea che accompagna l’acqua nel suo corso. Non manca che definire e studiare la vegetazione delle rive nel contenuto iodico, poiché anche sulle rive dei fiumi sembra non difetti questo elemento che è più ricco al mare e che è scarsissimo al monte…
■ Per quello che riguarda l’influenza della luce nei suoi raggi luminosi ed attinici, è dimostrato che essa è moderata; e che dagli effetti benefici della elioterapia nelle affezioni tubercolari chiuse, si confermano, tra le altre, le conclusioni di Randsome sull’azione curativa di essa contro i bacilli tubercolari.
■ Questi documenti di carattere generale dicono già eloquentemente come le colonie climatiche fluviali — e noi ci occupiamo in modo speciale delle padane perché sono per la maggior parte sul Po (qualcuna sull’Oglio o sull’Enza verso lo sbocco nel fiume maggiore, altre sul Serio o sull’Adda) — siano entrate non solamente nella vita delle popolazioni padane, ma anche nel campo della scienza medica e dell’igiene.
■ All’estero le colonie fluviali per ragazzi e per adulti sono organizzate da molti anni e con notevoli sviluppi. Un’efficace e indovinata propaganda le ha rese popolari: facilitazioni di viaggio, divertimenti, feste popolari, balli e bagni, tutto serve al richiamo. Le colonie sul Danubio, nei dintorni di Vienna sono popolatissime e non vantano certamente la bellezza delle spiagge padane, ricche di bella sabbia pulita e calda.
■ Tuttavia, anche da noi, le colonie fluviali hanno preso piede e vanno prendendolo sempre più. Quelle per bambini, già fiorenti, hanno avuto da due convegni quelli di Guastalla nel 1931 e di Cremona nel 1932 criteri di orientamento e di organizzazione scientifica e razionale. Non solo, ma il Partito Fascista, che le ha fatte nascere e le ha sorrette man mano, le ha ora raccolte sotto un’unica direzione, emanando norme generali e indirizzi precisi.
■ La loro origine risale a circa nove anni fa, quando la preoccupazione del Duce di rigenerare la stirpe per una sana e forte Italia futura aveva dato impulso alle provvidenze che dovevano temprare la fanciullezza. Allora le colonie marine e montane ebbero un nuovo rifiorire, e poco dopo sui paesi rivieraschi del Po cominciarono — auspici le Opere per la maternità e l’infanzia — le colonie padane. Cremona fu l’antesignana: città dove il culto e l’amore al Po hanno larghissima tradizione, sia dal punto igienico, sia da quello sportivo. Vennero quindi e la enumerazione che facciamo non vuol essere una graduatoria Piacenza, Pavia, Mantova, Reggio Emilia, Ferrara, Vercelli, Alessandria, Modena, Lodi, Valenza, Novara, Guastalla, cui seguirono paeselli e borghi grandi e piccoli. Ora si può calcolare che, tra grandi e piccole, le colonie siano circa novanta, con oltre trentamila coloni.
■ Là sulle sabbie o all’ombra delle pioppaie sono raccolti in modo speciale i gracili, i malnutriti, i deboli, provenienti nella massima parte dalle classi povere e lavoratrici. Nel soggiorno, che dura, di solito, dal mattino alla sera, oltre alla esposizione al sole sulle sabbie e al bagno (col controllo e la sorveglianza di un medico) si fanno giochi ed esercitazioni ginnastiche. I canti patriottici, il saluto alla bandiera e l’insegnamento cristiano fanno parte della educazione morale. Il vitto è sano ed abbondante, scelto con cura, in modo che risponda ai dettami perfetti della igiene.
■ In taluni casi, e specialmente in certi momenti, le colonie hanno costituito un sollievo per le famiglie: i genitori, oltre tutto, sapevano i loro figlioli ben custoditi, ben nutriti, e potevano attendere con serenità al loro lavoro. Le colonie seppero adeguarsi ai momenti difficili e agli ambienti, essendo colonie «dopolavoro-custodia», un po’ di tutto, insomma. Poi, a mano a mano, acquistarono, una fisionomia più decisa e gli scopi sussidiari cedettero davanti allo scopo profilattico, che è quello ormai perseguito dal Regime.
■ I risultati di questi anni? Ci sarebbe da fare tanta bella poesia: la poesia vera che descrive i piccoli corpi abbronzati, il roseo dei volti già pallidi… Ma preferiamo stralciare, dalle relazioni che abbiamo sottomano, dati precisi. Una di queste, redatta nel 1925 da un Medico, consigliere del Comitato della colonia Padana, dichiarava addirittura meravigliosi i risultati sino ad allora conseguiti, aggiungendo: «Di giorno in giorno si assiste ad un progressivo sviluppo muscolare; la respirazione si fa più ampia, più attiva la secrezione della cute, l’aspetto più florido, l’appetito aumenta per un più attivo ricambio e i bimbi, ripesati in fine stagione, si trovano più o meno aumentati di peso (da uno a tre chilogrammi)». Quattro anni dopo, nel 1929, i risultati delle Colonie padane apparivano «superiori ad ogni aspettativa» a un altro relatore, il quale ne avvertiva il benefico influsso, non soltanto sul fisico, ma anche sul carattere dei fanciulli, che diventavano tutti più buoni, più disciplinati, più gentili, più comunicativi e di umore gioviale.
■ Venendo al 1932, un giovane medico, che ha diretto e sorvegliato queste colonie, così ne sintetizza i risultati: «Aumento di secrezione della pelle con gran vantaggio per la funzione polmonare, renale ed epatica; azione regolatrice generale sull’economia organica coll’aumento di peso nei denutriti e con la diminuzione negli obesi, col miglioramento delle funzioni digestive; aumento dell’appetito, scomparsa dell’emicrania nei dispeptici, ritorno del sonno in coloro che soffrono di insonnia e coll’euforia caratterizzata dal senso di benessere dipendente dalle funzionalità armonicamente migliorate. Inoltre, per chi fa la vera cura elioterapica, azione battericida, effetti cicatrizzanti, analgesici, risolutivi».
■ Il secondo raduno delle colonie fluviali a Cremona, tenutosi alla fine di giugno 1932, ha concluso, per bocca di varii e chiarissimi relatori, che — selezionati quei bimbi che sono bisognosi di cure speciali, al mare e ai monti, la grande maggioranza può con uguale beneficio fruire delle cure aero ed elioterapiche dei nostri fiumi, che possono per questo assumere l’appellativo di «sacri» come presso alcuni popoli.
■ Sacri fiumi. Noi chiamiamo padre il nostro Po, ché tale esso è per le genti che nascono sulle sue sponde, vivono di lui e muoiono a lui vicino. Padre che dà tutto ai suoi figli. E ora dà a tanta fanciullezza, il suo àlito vivificatore. Noi vediamo queste schiere di bimbi — migliaia e migliaia — lungo le sue sponde benedette: li vediamo correre lieti e spensierati sotto i dômi verdi delle alte pioppaie, o stendersi al sole sulle nitide sabbie o cantare in coro, mentre la bandiera della Patria sale sul pennone. Aria, luce, sole ai corpi, ai cuori, amor di Patria, gratitudine all’Uomo che, nelle sue cure gravi, si ricorda di tutti i bimbi d’Italia: amore ai propri simili, a tutto ciò che di bello e di buono è nella vita, che impareranno ad affrontare con cuore puro e corpo agile e sano. E come si innalza festante su tutta «del Po l’ondisona riviera» il canto della colonia padana di Piacenza! Esso è la voce ideale di tutte le colonie padane:
O acque sorgenti — di forza e di vita,
O boschi, misteri — di pace infinita,
O sole che doni — la luce, i color,
Voi siete le fonti — perenni d’amor.
■ Po, mare di chi non ha il mare. Questa amorosa invocazione, da noi lanciata tre anni fa, ha avuto fortuna. E veramente il Po rappresenta, ora, per tanta gente il mare. I lidi si sono moltiplicati. Accanto alle colonie, ecco le spiagge pei grandi, ecco file policrome di cabine e di ombrelloni, ecco le rotonde, le terrazze come al mare. E certe spiagge da quella di Torino sull’isolotto a monte del ponte Vittorio Emanuele a quella di Guastalla, dove uno châlet intonato al paesaggio è ritrovo elegante e frequentatissimo della miglior società di tre province: Parma, Mantova, Reggio Emilia possono — si parva licet componere magnis — essere paragonate a quelle del mare.
■ Ma il Po non è soltanto il mare dei poveri: lo è anche di quelli che potrebbero offrirsi il mare. Quanta gente lo scorso anno, e quanta quest’anno, non si è rifugiata sulle sponde del Po! Non solamente i «tifosi» del fiume — perché in genere l’abitante della valle padana è un innamorato del suo Po al quale tutti i giorni fa una visita e «andare a Po» è di prammatica come per un milanese andare a far la capatina in Galleria — ma anche quelli che si lasciavano attirare dalla «stagione» al mare. Ora il Po è di moda, e si va a Po. Vi si fa canottaggio, vi si balla, ci si diverte come sulle spiagge marine.
■ Caro e vecchio Po, padre della nostra stirpe, che hai visto tante vicende e ci hai dato l’abito della tua gravità pensosa; vecchio fiume che lambisci ora tanti bagni e vedi tanti bimbi abbandonarsi fiduciosi a te, mentre i paesetti stanno nascosti dietro l’argine verde, e mandano i campaniletti a sorvegliare la gente, spiando sopra il ciglio erboso delle dighe! caro, vecchio Po della nostra infanzia, non più vietato, ma consigliato, ma ricercato, come ristoro e svago: chi l’avrebbe detto?
■ Eppure, sì, ci può essere qualche laudator temporis acti turbato da tante trasformazioni. Sì… anche a noi, che abbiamo adorato il fiume per la sua maestà selvaggia primitiva e vergine, posson dispiacere tante cose: la limpidezza del cielo turbata dai pennacchi di fumo nerastro che mandan le ciminiere delle draghe e dei vapori; la quiete delle mormoranti solitudini, rotta ora dal fischio delle sirene rauche, dallo scoppio dei fuoribordo. I ponti di ferro sembrano imprigionare il paesaggio, i tralicci metallici ingabbiare il cielo; e non più vediamo le «molinasse» grondanti liquidi covoni d’argento dalle pale potenti, così suggestive sotto i silenzi argentei dell’amica luna…. È la civiltà che si avanza, vecchio caro fiume, ma tu, quasi a compensarci di tante cose distrutte, che amammo, e a ristorarci dalle fatiche della vita fattasi più vertiginosa, ci offri le tue pure linfe e la dolcezza del tuo oblio: mare nostro, ma più intimo, più paterno.
■ Noi ti amiamo, Po, per la calma del tuo paesaggio pacato; per la bellezza delle tue pioppaie snelle che pettinano le nuvole del cielo; per tutto quello di soave che è nelle tue albe chiare e nei tuoi roggi tramonti; per la serenità che ci infondi, per il riposo che ci doni; per il beneficio della tua acqua purificatrice. Perché così solenne, immenso, forte, sei una immagine di pia forza protettrice. Solenne come il mare che sognammo prima di conoscerlo, vedendolo attraverso la tua visione. Noi ti amiamo perché sei, una volta di più, il padre della nostra Valle e il nume tutelare dei nostri figli.”







