I “Camaldolesi” di Camaldoli (1934)

Da La Lettura, Anno XXXIV, N. 1, 1 gennaio 1934.
Di Pigiko.

“Rilegare i libri è un lavoro gradito ai monaci novizi. Anche durante questo lavoro il silenzio è rigorosamente rispettato.”

” ■ Il Casentino! Poppi e Bibbiena, Campaldino e Vallombrosa, la Verna e Camaldoli. Difficile trovare adunate in sì breve spazio tante bellezze artistiche e naturali, tante memorie storiche e tante tradizioni mistiche. I castelli dei Conti Guidi, le terrecotte robbiane, il dantesco piano di Certomondo, il Calvario francescano della Verna, l’eremo di San Romualdo nella foresta camaldolese. È l’alta valle dell’Arno; e il fiume che bagna Firenze e Pisa non potrebbe più gloriosamente iniziare il suo corso.

Li ruscelletti che de’ verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno…

■ Impossibile render meglio la freschezza del paesaggio casentinese; e questi liquidi versi tornano di continuo alla memoria visitando il Casentino. San Romualdo era ravennate e fu nel monastero di Classe; ma quando si trattò di fondare un nuovo ordine e il primo convento dell’ordine, venne in Casentino. Scelse la parte più alta, i boschi fitti di abeti e, tra il mormorio de’ ruscelletti e il fruscio della selva, costruì il primo oratorio e le prime cinque celle (1012). Un aretino, il conte Maldolo, aveva donato al santo il terreno, detto Campo Amabile; e quando il Santo, oltre l’Eremo, fondò a valle anche l’Ospizio, questo fu chiamato Casa di Maldolo, che presto si trasformò in Camaldoli. Oggi i Camaldolesi abitano ancora una parte delle celle dell’Eremo e da tempo hanno abbandonato l’ala maggiore del Convento basso.

■ Con speciali permessi si può salire all’Eremo e visitarlo. Ma bisogna rispettare il silenzio dei padri. Essi hanno fatto il voto del silenzio e non possono infrangerlo, almeno in certe ore del giorno. Alcuni che hanno voluto isolarsi nella più stretta clausura, non vedono e non parlano con nessuno; si ritrovano con i compagni soltanto la notte per le preghiere in comunità.

“Tutte le notti, sotto la luna o sotto la pioggia, d’estate o d’inverno, i monaci lasciano le loro celle e si adunano nella chiesa conventuale per la preghiera.”

■ Oggi è possibile salire sino all’eremo in macchina; ma le conquiste della civiltà contemporanea si arrestano alla porta dell’Eremo. Nell’interno, tutto è com’era secoli or sono. Fasciato dal fitto bosco demaniale di abeti dal fusto alto e dritto, l’Eremo è il regno sacro al silenzio. Qualunque parola sembra qui inutile e banale. I Camaldolesi hanno fatto del silenzio e della meditazione la ragione del loro ordine. Essi sono i poeti del silenzio. In questa purezza di aria e di cielo, in questa cattedrale di abeti, dove l’Oratorio appare come l’altare maggiore, niente è più naturale, opportuno e conseguente del silenzio. Poema in bianco e in verde, mistici colori della purezza e della speranza. Bianchi i padri nella loro tonaca di lana grezza; verde il bosco che protegge geloso le celle.

“Ogni cella ha il suo piccolo orto; e tutti i Padri coltivano amorosamente le brevi zolle loro assegnate.”

■ Le celle hanno una qualche somiglianza con quelle adottate da San Brunone per i suoi certosini. Sono isolate e ciascuna forma un piccolo mondo a sé. V’è un piccolo portico, dove si apre l’ingresso e dove si affacciano le finestre della camera, dello studio e la finestrella dalla quale viene passato il cibo (rigorosamente di magro). Nella camera arde quasi sempre il fuoco; il letto è un sacco ripieno di paglia. V’è poi un piccolo studio, un oratorio, un ripostiglio per le legna, la «Stanza della Fonte» dove l’acqua simbolo della castità zampilla perenne; e infine l’orto dove i monaci coltivano fiori ed erbe.
■ Nel refettorio i monaci si adunano a convivio dodici volte l’anno, conservando sempre il silenzio assoluto e mangiando sempre di magro uova, erbe, talvolta pesce.

“Il solo diporto permesso talvolta ai Padri è quello della pesca, in un laghetto della foresta adiacente al convento di Camaldoli.”

■ Il raduno di tutti i monaci, dei novizi e dei padri è alla una e mezza di notte. Essi trascorrono un’ora in chiesa a salmodiare. Ritornano in cella a riprendere il sonno interrotto sino alle sei. Alle sei e trenta una breve meditazione; alle sette i padri celebrano la messa. Alle otto prima colazione; alle nove preghiera e poi studio e lavoro manuale: «ora et labora». Alla una seconda colazione; al venerdì, giorno di penitenza, il pasto è ridotto al minimo e i monaci mangiano in terra, a piedi nudi, in segno di umiltà. Dopo la seconda colazione un breve riposo; poi ancora preghiera, studio e lavoro. Un’ora prima dell’«Ave Maria», meditazione e i novizi si radunano per una lezione spirituale. Dopo il tramonto e il terzo pasto, i padri ciascuno nella propria cella cantano le litanie. Un suono discreto di campana nell’alto silenzio del bosco, e i monaci si pongono a dormire sul duro sacco, sino ad un’ora e mezza di notte.

“L’ora del pasto frugale; un novizio porge ad un Padre, traverso una finestrella, il cibo mattutino.”

■ Regola stretta, voluta da San Romualdo per affinare gli spiriti dei suoi monaci. E da Camaldoli uscirono gli «Annali Camaldolesi» (907-1764), le «Costituzioni Camaldolesi», le «dispute» dell’Accademia di Camaldoli protetta da Lorenzo il Magnifico; e ne uscì un gran dottore quale San Pier Damiano.
■ Anc’oggi l’eremo ha un grande ascendente su molti spiriti eletti. Uomini di vasta cultura, prelati che hanno rivestito alte cariche, chiedono, da ogni parte del mondo, di venire accolti nell’ordine di San Romualdo. Nell’eremo l’abito bianco fa tutti uguali; il silenzio livella i diversi linguaggi. Il regno del silenzio confina con il Regno del Cielo, dove i monaci sperano di poter passare puri come la lana che rivestono, mondi come l’acqua che zampilla nelle loro nude stanze.”

Un Napoleone nero (1920)

Da Il Secolo XX, Anno XIX, N. 8, 1 agosto 1920.
Di Antonio Curti.

“■ Nella interessantissima storia della magnifica isola di San Domingo, la seconda delle «Grandi Antille» — dotata generosamente di una vegetazione che non ha rivali; corsa da fiumi scendenti da tre sistemi di montagne, talune toccanti duemila cinquecento metri, poco ancora ci è noto, per quanto non manchi su San Domingo (o Haïti, che in caraibo significa «terra alta o montagna») una buona bibliografia. Egli è che alla guisa di altri casi gli autori, salvo pochissimi, si ricopiano, tramandando induzioni per verità, leggende per storia.

“San Domingo”

■ L’isola, chiamata dapprima Hispaniola, da Cristoforo Colombo, venne ribattezzata, nel 1496 col nome San Domingo. Abitata, allora, dalla razza rossa — circa un milione —, ebbe subito le carezze della civiltà spagnola (che è poi quella comune agli altri «civilizzatori»).
■ Quegl’ingenui caraibi dovettero pentirsi dell’ospitalità offerta agli «hidalgos». E bastarono i quaranta spagnoli lasciati da Colombo a costruire, coi resti della caravella Santa Maria, il forte della Natività, a iniziare quella serie di prepotenze che doveva spingere i padroni a mettere al dovere gli ospiti. Ma questi urlarono per l’offesa alla civiltà — poverini! — e ritornarono in ben altro numero; così che furono vendicati i quaranta pionieri-teppisti, innalzando in quelle quete contrade il più puro simbolo della civiltà europea: la forca.

“Toussaint Louverture”

■ S’intende che gli spagnoli, scoperte le miniere d’oro, vi obbligarono a lavorare i padroni dell’isola, mentre essi, da perfetti «civili» si godevano, in ozio beato, le ricchezze e il meglio della vita.
■ Bastò qualche diecina di anni a ridurre la piccola popolazione rossa in una lenta agonìa. I fannulloni «civili» accordarono ai sopravvissuti dei vecchi padroni la valle La Boya ove spegnersi tranquillamente, e il loro capo ebbe il titolo di cacicco di Haïti. Salute! Ma la foga del massacrare i rossi fece mancare la mano d’opera per lo sfruttamento delle miniere d’oro; e poiché i bianchi — i «civili» non pensavano a piegare il groppone, ricorsero all’ebano; e dall’Africa incominciò la forzata immigrazione nera in San Domingo. Ed ecco la creazione di uno strano incrocio: rosso, nero con qualche goccia di bianco.
■ Poi le più ricche miniere del Messico e del Perù avendo attirato gran numero di spagnoli da San Domingo, l’isola divenne man mano agricola.
■ Avventurieri francesi vi misero piede, fondarono stabilimenti; così che si formò la colonia francese di Goave, che per quanto assalita reiteratamente dagli spagnoli resistette; e i metodi più umani dei francesi ebbero l’effetto di fare della colonia di Goave la macchia d’olio. Ai primi del 1700 un terzo dell’isola era riconosciuta ufficialmente ai francesi. Nel 1770 si stabilì una linea di demarcazione fra la parte francese, denominata Haïti, e l’altra, di quasi identica superficie, degli spagnoli, che ritenne la vecchia denominazione di San Domingo. Fiorente di piantagioni di zucchero, di caffè, di commerci e di popolazione di colore, con venti mila bianchi, la prima; povera di tutto, anche di abitanti (schiavi, mulatti e bianchi) la seconda: la spagnola.

“Carlo Emanuele Le Clerc”

■ Ma qui si appalesa il solito fenomeno, che induce ad amare riflessioni sull’uso della bontà, della generosità.
■ I quattrocento mila schiavi neri, trattati così umanamente per cui sortirono generazioni vigorose, unitamente ai ventimila uomini di colore, ma liberi, sobillati dagli spagnoli e dagli inglesi, si sollevarono contro i piantatori: contro i bianchi. E poiché l’onda rivoluzionaria francese recò anche ad Haïti l’eco delle follìe di quei giorni di Francia, così i sobillatori non ebbero più misura. La Società Gli amici dei neri recò olio al fuoco, senza badare al pericolo in cui andava a mettere i francesi della grande isola; forse perché erano quasi tutti imparentati con l’aristocrazia e la borghesia di Francia.
■ I piantatori vennero in gran parte massacrati — incendiate centinaia di piantagioni, distrutta ogni fonte di vera civiltà, di ricchezza.
■ I generali francesi sono vinti dalla febbre gialla, quando non lo sono dai ribelli.
■ Giungono i Commissari della convenzione, che tengono dei neri; e si parla di Assemblea coloniale, di Direttorio e di uguaglianza dei cittadini.
■ Le forze francesi sono ridotte a un manipolo, rose dai combattimenti e dalle epidemie.
■ La ferocia della razza nera si manifesta in tutte le sue più crudeli caratteristiche — e il massacro dei bianchi è riassunto in questa brevissima scena. — Il piantatore al nero che sta per ucciderlo: Eppure io ti ho sempre fatto del bene! È vero, risponde il nero, ma mi hanno fatto giurare di assassinarvi!

“Paolina Bonaparte”

■ Per quanta volontà di restare oggettivi non è possibile togliersi da certe considerazioni rapportandoci ai nostri giorni; e sovratutto se avevano ragione gli spagnoli, che trattavano gli schiavi… da schiavi, oppure i francesi, che procedevano con esemplare bontà.
■ Che proprio l’ingratitudine sia il carattere principale della razzaccia nostra?
■ Nel 1795 l’ultimo governatore di San Domingo, generale Laveaux, sì trovò davanti a Toussaint-Louverture: una rivelazione, per l’intelligenza e la tempra, fra la gente di colore, e che doveva passare alla storia come eroe e come martire.
■ Toussaint, che s’era messo alla testa di forze nere, aveva offerto la sua collaborazione a Laveaux — ridottosi, con poca gente, a Port de la Paix.
■ Egli nominava il capo nero generale di brigata. Un anno dopo veniva promosso, dal Direttorio, generale di divisione. Lo si fornì generosamente di armi — errore che si ripete da tutti i governi in tutte le epoche; armi poi rivolte contro i francesi.
■ Partendo il Laveaux nel ‘796, nominava il Louverture governatore dell’isola. Ed il nero, astuto e paziente, seppe condurre,con un po’ di calma tutta la acqua al suo mulino; così che invase la parte spagnola dell’isola egli riuscì a dettare una costituzione per tutti i cittadini dell’isola.

“Carta della parte francese delle isole di S. Domingo.”

■ È innegabile ch’egli pacificò la sua terra; ma a tutto danno degli interessi e della dignità della Francia. Di qui la decisione della sciagurata spedizione Le Clerc, voluta dal Primo Console, e intesa a rimettere le cose a posto a San Domingo.
■ La spedizione partì da Brest nel dicembre 1801. Le Clerc, uno degli aiutanti di campo del grande Bonaparte, e suo cognato per averne sposata la bellissima e… sensibilissima sorella Paolina, non aveva certamente sollecitato l’onore di capeggiare la spedizione — e mise in pratica ogni mezzo per scansare la pericolosa, e per nulla gloriosa missione. Ma Bonaparte fu inflessibile, così col cognato, come con la sorella; la quale invano lo pregò, sino alle lagrime, di scaricare su altre spalle il non piacevole peso. Ma anch’essa dovette ubbidire e seguire il marito.
■ Non è qui sede per dire di Paolina Bonaparte a S. Domingo e del suo ritorno in Francia col cadavere del povero Le Clerc (vittima non già del furore dei neri rivoltosi, ma della febbre gialla) anche perché ci sarebbe molto da dire, e che esulerebbe dal carattere di questo brevissimo scritto.

“Il nuovo imperatore di Haiti FAUSTINO I in consiglio.”

■ Contro Le Clerc, il dittatore — il primo console nero, insomma, — disponeva di 25 mila uomini, quasi tutti di colore, organizzati alla europea. Nel suo stato maggiore si trovavano dei rinnegati francesi — pianta maledetta che cresce in ogni angolo del mondo — e dei neri, che alla loro volta lasciarono traccie nella storia, quali Dessalines e Christophe.
■ Louverture trascinava i suoi con la parola — e li convinse che essi difendevano la loro indipendenza — consacrata nel decreto della Convenzione che li faceva cittadini uguali ai bianchi.
■ Le Clerc vide subito le enormi, insormontabili difficoltà dell’impresa, e cercò di riconciliarsi col generale nero; ma questi non accolse l’invito. Tutto quel che di più orribile, di più crudele, di più feroce può architettare mente di Satrapo asiatico fu usato ai danni dei poveri soldati del Le Clerc. Tattica dei neri: l’imboscata.
■ Christophe, del resto, affermava che fin che ci fosse stato un nero nell’isola, i bianchi non avrebbero goduto pace. Dessalines, altro luogotenente del Louverture, faceva abbruciare intere masse di feriti francesi e i villaggi che ospitavano qualcuno.
■ Ma nel maggio 1802 un altro luogotenente del Louverture, più crudele degli altri, provvide a liquidare la disgraziata impresa: la febbre gialla.
■ Le Clerc, che pure si difendeva bene, vinto più dai disagi che dalle armi di Toussaint Louverture, spossato, esasperato dai tardi e tenui aiuti della Metropoli, in ottobre veniva afferrato dalla febbre gialla, che lo spegneva il 1° di novembre.
■ Toussaint Louverture, che si credeva un po’ il Bonaparte di San Domingo, ed al quale scriveva così: Il primo dei neri al primo dei bianchi — messo al bando delle genti dal Le Clerc, con Christophe e Dessalines, e dopo una guerra spietata, abbandonato da’ suoi due luogotenenti, è graziato dal generale francese; ma tosto colto a preparare altre rovine ai bianchi, fu arrestato e inviato in Francia; ove per ordine del «primo dei bianchi» che nemmeno volle vederlo, fu rinchiuso nel forte di Jouq [Joux]. Toussaint in dieci mesi di prigionia — o, meglio, di agonia, si spegneva il 21 aprile a sessanta anni di età. Odiosa e disastrosa la spedizione; odioso e disastroso, per la sua storia, il provvedimento del Bonaparte.
■ Durante l’agonia di Toussaint Louverture a Joup [Joux], tre dei suoi luogotenenti si disputavano il potere: Christophe, Pétion e Dessalines.

“(Christophe): ENRICO I re di Haiti.”

■ Dessalines, feroce quant’altri mai, originario della Costa d’oro (Africa), fu l’istrumento principale della perdita di Haïti per la Francia.
■ Il nero Christophe e il mulatto Pétion gli erano allora alleati, in attesa di diventare suoi nemici.
■ Pétion, collaboratore del generale mulatto Rigaud contro Louverture, era, dei tre, quello che possedeva la migliore educazione e l’intelligenza più ordinata.
■ Il primo a rivelare la sua stragrande ambizione fu Dessalines; il quale creatosi un partito, si fece eleggere imperatore d’Haiti, col nome di Giacomo I. Lo scacco subìto in una spedizione contro la parte spagnola dell’isola e la sua tirannide, la sua ferocia, gli alienarono i partigiani, ingrossando le file di Christophe e Pétion; una cospirazione militare lo tolse dal buffo trono e dalla vita col metodo spiccio della soppressione.
■ A Dessalines succedeva un uomo, straordinario nel bene e nel male: Henri Christophe, nato, pare, all’isola Saint Christophe — e venduto, con altri neri al Capo di San Domingo.
■ Egli si segnalò terribile, feroce comandante, generale abbastanza abile, saccheggiatore infaticabile.
■ Con la ricchezza acquistò posizione politica. Per quanto Giacomo I — Dessalines — lo avesse accarezzato, egli volle essere padrone, signore. — All’indomani dell’assassinio di quegli veniva eletto Presidente e generalissimo dello stato d’Haiti. Pétion diventò il suo luogotenente. Fra i due temperamenti, profondamente diversi, scoppiarono tosto insanabili divergenze di metodi — dittatori quelli del primo, moderati e costituzionali quelli del secondo. Si ingaggiò la lotta — e Pétion fu presidente della parte dell’isola da lui strappata al despota nero.
■ Nell’aprile del 1811 Christophe veniva unto e coronato re. Anche questo scellerato volle assumere atteggiamenti da Napoleone; si volle chiamare: Enrico I e improvvisò una corte con degli straccioni, fatti, a mo’ d’esempio, conti della Limonade, duchi della Marmelade, principi di Sale Trone.
■ Enrico I fondò un ordine cavalleresco, ed ebbe rappresentanti diplomatici anche in Europa. Ma a parte il comico di quella corte di neri, è incontestabile che Christophe si affermò un ben saggio amministratore e riorganizzatore Mentre Pétion teneva per la Francia, Christophe fu sempre avverso ad ogni torma di protettorato francese e si mostrò rigidamente patriota; tanto da mettersi al repentaglio di una guerra con la Francia.
■ Ma anche Haiti voleva far parlare frequentemente di sé; e poiché morto Pétion nel 1818 — colui che nell’isola venne chiamato il Padre della Patria — gli successe alla Presidenza della repubblica Boyer, uomo d’alti talenti militari e amministrativi, nel 1820 marciò contro il tiranno Enrico I — che abbandonato da’ suoi si uccise. Così anche il nord veniva assorbito dalla Repubblica.
■ Sollevatasi la plebe, nell’altra parte dell’isola, contro gli spagnoli, Boyer accorse, e gli stranieri furono cacciati; di modo che tutta l’isola passò alla presidenza del Boyer, formando un solo Stato.

“Veduta generale del Cap-Hitien.”

■ Fu il periodo d’oro di S. Domingo e durò sino al 1843. — Ma gli spagnoli lavoravano — sobillavano — e pervennero a un moto rivoluzionario, diretto da Rivière, per cui l’onesto Boyer dovette esulare dalla patria; ma Rivière, fattosi presidente fu a sua volta cacciato. Gli successe il fiacco Guarrico, sotto la di cui presidenza gli spagnoli riuscirono a ristabilire la loro dominazione e a consolidarsi in San Domingo. Morto Guarrico, scalzato il suo successore Pierrot da Birbé — venne tolto di mezzo anche questo dalla rivoluzione dal 1° marzo 1846 in cui veniva eletto Presidente della Repubblica di Haiti Soulauque. La calma regnò dall’avvento di questi sino al ’48; ma ambiziosissimo e avido di dittatura, cominciò a perseguitare quanti non gli andavano a garbo. Da parecchi zelanti fu domandato un cambiamento nella forma di governo. Intimorito dalle crudeltà del despota, il popolo lo acclamò imperatore; e Soulouque prese il nome di Faustino I. Pubblicò tosto un proclama in cui tirò in ballo cento volte Napoleone.
■ Alla resa dei conti, però, il nuovo imperatore non seppe far altro che mettere in onore la feccia del suo popolo, creando dei miserabili, dei mascalzoni, conti, duchi, principi; organizzando una guardia del corpo vestita come la Napoleonica.
■ Egli era però amato nell’esercito, essendo salito da servo a generale. D’alta statura, di forme erculee, il viso color d’ebano, egli passava nelle strade, pompeggiandosi in una uniforme prettamente napoleonica. Faustino ebbe molti figli ed una moglie assai ambiziosa. Profuse tesori in commissioni di mode a Parigi, per la sua famiglia, pei gentiluomini e dame della Corte.
■ Soulouque — ovverossia S. M. Faustino I, imperatore di Haïti — riuscì, ad onta della sua vanità, delle sue crudeltà, delle sue sciocchezze, a tenersi in sella dieci anni; giacché non fu ribaltato dal trono che nel ‘59. Soulouque morì alla Guadalupa, nel 1867, ridotto in uno stato di apatia intellettuale, da farlo ritenere afflitto da paranoia.
■ Ma se le convulsioni sociali e politiche fruttarono alla storia fenomeni di ferocia collettiva e di singoli, fra i neri della repubblica di Haïti — con intermezzi di corone reali e imperiali da operetta, da questa razza di Spartachi e di cannibali — o quasi — spuntò e crebbe robusto un fiore: il nero Eustache, lo schiavo del fazendero Belinde Villeneuve; affrancato all’arrivo in Haiti dei famosi commissari bolscevichi — pardon: della Convenzione, che in luogo di sedare gli ultimi movimenti della ribellione dei neri contro i fazenderos bianchi, rieccitarono l’odio di quelli contro la impotenza a difendersi di questi.
■ La previdenza, la dedizione intelligente al suo padrone — il Villeneuve — che salvò da morte sicura, sottraendolo ai massacratori neri, fecero di Eustache una insegna di eccezionale bontà, la cui fama ha corso le pagine della storia della prima metà del secolo scorso — e vive tutt’ora per coloro che la virtù tengono in pregio, appunto come il fiore, che spunta anche laddove par che il sole non giunga.”

Il contributo dell’elettronica all’espressione musicale (1950)

Da Scienza e Vita, N. 22, novembre 1950.

La continua evoluzione dell’arte musicale implica, tra l’altro, la ricerca di nuovi timbri sonori. Anche in questo campo, come in tanti altri, la moderna elettronica ha già recato e reca ancora ogni giorno un valido e pratico contributo con la creazione di strumenti elettronici sempre più numerosi e capaci di dar sensazioni musicali finora ignote.

“■ Organi elettronici, campane elettroniche, strumenti di fantasia anch’essi elettronici vengono ora costruiti in quasi tutto il mondo; concorrenti e tecniche si affrontano sempre ріù numerosi a mano a mano che si sviluppa questa nuova industria. Eppure, eccettuando alcuni precursori, soltanto alla fine del primo conflitto mondiale nacque la musica elettronica; i primi strumenti fecero la loro comparsa solo una decina d’anni più tardi, dopo numerosi perfezionamenti portati alla valvola termoionica e all’altoparlante. Fu questa la prima fase nell’evoluzione della musica elettronica che ha visto nascere, fra gli altri, il primo apparecchio di Martenot, che ascoltammo in un concerto eseguito nella sala dell’antico Augusteo romano.
■ Nel 1931 si apre una seconda fase: quella delle ricerche di laboratorio che nel 1936 permettono la comparsa sul mercato mondiale del primo organo elettronico costruito in serie da L. Hammond di Chicago, mentre dovunque si adottano varie altre soluzioni (organi con cellule fotoelettriche, ance libere associate a lettori di vibrazioni ecc.).
■ Ma solo nel 1945 comincia, la vera fase industriale: nasce la tecnica degli strumenti elettronici e dopo gli apparecchi di Givelet, Hugoniot, Toulon e Berthenod, vediamo affermarsi ancora, per limitarci alle ultime creazioni, la Clavioline di Constant Martin e l’Ondioline di Georges Jenny che sono state udite alla 28a Fiera di Milano e successivamente, sempre quest’anno, a Roma.


“Figura: LA CLAVIOLINE MARTIN L’inventore alla tastiera del suo strumento, creato non solo per i musicisti, ma per gl’innumerevoli dilettanti, che con quel mezzo possono senza faticosi studi eseguire melodie con o senza accompagnamento di pianoforte. Esso consta di una specie di mensola che può essere fissata o no ad un pianoforte, e di una cassa contenente il diffusore con i circuiti d’alimentazione e d’amplificazione a bassa frequenza.”

“Figura: VEDUTA INTERNA DELLA PICCOLA MENSOLA DELLA CLAVIOLINE
1. REGISTRO DEL CAMBIAMENTO DI TIMBRO, DEL VIBRATO, DELLA PERCUSSIONE
2. TRASPOSITORE ELETTRICO
3. CIRCUITI DEL TIMBRO
4. SUPPORTO DELLE RESISTENZE POSTE IN CIRCUITO DAI TASTI
5. CONDENSATORE VARIABILE D’ACCORDO
6. TUBO ELETTRONICO DI COMANDO
7. TUBI OSCILLATORI
8. TUBO MODULATORE (VIBRATO)
9. RESISTENZA VARIABILE COMANDATA DALLA STAFFA D’ESPRESSIONE
10. STAFFA DI ESPRESSIONE”


Musica elettronica e industria

■ Nonostante l’importanza del fattore tecnico, il fabbricante di strumenti elettronici non deve essere esclusivamente un tecnico. Cosa varrebbe infatti uno strumento musicale che, pur essendo il vanto del fisico, non soddisfacesse anche l’artista?

“I proiettori di suono di un carillon elettronico; il movimento è quello delle campane classiche.”

■ Qui è appunto tutto il problema della musica elettronica. Grazie allo straordinario sviluppo delle applicazioni dell’elettronica durante gli ultimi venti anni, sono stati scoperti una quantità di nuovi mezzi atti a produrre suoni musicali, ma la difficoltà sta precisamente nella loro scelta. Supponiamo, ad esempio, che un industriale decida di lanciare sul mercato un organo elettronico. Fra i procedimenti di produzione del suono che la tecnica gli offre, quelli che conducono ad apparecchi semplici, atti alla fabbricazione in serie col minimo costo, richiamano più particolarmente la sua attenzione. Per il rimanente l’industriale confida, ed è naturale, nei suoi servizi di vendita e nella pubblicità. Il punto di vista artistico ha così molte probabilità di passare in seconda linea. D’altra parte, anche se il costruttore abbia il desiderio di soddisfare il musico, egli può ancora sbagliare nella scelta alla quale è costretto, perché i motivi per i quali certi procedimenti nuovi vanno scartati non appaiono ancora chiari in quel momento. Pochissimi sono sfuggiti a questo errore; tuttavia proprio gli istrumenti imperfetti nati una quindicina di anni fa e giustamente criticati dai musicisti hanno consentito i progressi della musica elettronica. Infatti difetti e critiche hanno costretto fisici e tecnici ad osservare da vicino e a penetrare fenomeni fino ad allora oscuri che rendevano inaccettabili in tutto o in parte gli effetti sonori tratti dai nuovi strumenti. Si può perciò sperare che in un prossimo avvenire, taluni strumenti riconosciuti inadatti alla normale orchestra sinfonica potranno essere utili nello jazz o nella musica di carattere, mentre l’organo elettronico, una volta ben definito (poiché questo termine designa oggi apparecchi molto dissimili per costruzione e per effetti musicali), offrirà agli esecutori gli stessi uffici dell’organo classico.
■ Un rapido cenno teorico è ora necessario per far capire in quale senso sia rivolta l’evoluzione tecnica della musica elettronica.


Regime permanente, periodi transitori

■ Soffiando in un tubo cilindrico che abbia una estremità aperta e l’altra provvista di un’imboccatura di flauto, il tubo emette un suono. A partire dall’istante in cui l’aria viene immessa sotto pressione nell’imboccatura, occorre distinguere diverse fasi (fig. in basso a destra). Primo tempo. (T): la corrente d’aria viene ad infrangersi contro la fenditura, provocando la cosiddetta eccitazione. Secondo tempo (T2): la colonna d’aria limitata dalle pareti interne del tubo è messa in istato di vibrazione. Terzo tempo (T3): la vibrazione raggiunge il regime normale e, se si soffia nell’imboccatura in modo perfettamente regolare, il suono percepito dal nostro orecchio è continuo e non subisce fluttuazioni. Quarto tempo. (T4): se si smette di soffiare, l’eccitazione cessa e il complesso vibrante torna alla posizione di quiete.

“Vibrazioni ottenute in una canna ad imboccatura di flauto; periodi transitori e regime permanente.”

■ I tempi 1, 2 e 4 sono periodi transitori e la loro reale durata dipende dalla pressione con cui l’aria viene immessa nel tubo cilindrico; al tempo 3 corrisponde invece un regime permanente. Durante questo regime, l’analisi della vibrazione è relativamente facile; è di solito possibile scomporla in un suono fondamentale e in armonici (multipli intieri del fondamentale) che si possono rappresentare graficamente.
■ I periodi transitori sono una conseguenza dell’inerzia degli elementi, solidi o no, che costituiscono il sistema vibrante. Ora, questo sistema di rado è semplice: uno strumento musicale si compone in generale di un numero più o meno grande di oscillatori dipendenti gli uni dagli altri e sottoposti alla stessa eccitazione. Durante i periodi transitori, appaiono fenomeni molto complessi che conferiscono un carattere particolare a ciascuna emissione sonora.
■ Quantunque l’antica acustica si sia interessata dei soli regimi permanenti, i periodi transitori hanno invece una funzione importante nella musica e sono ormai oggetto di molti studi teorici.


“Figura: STRUMENTO MUSICALE DI M. MARTENOT Il primo fra gli strumenti produttori di onde Martenot fu presentato all’Opéra di Parigi nel 1928. Il modello che abbiamo descritto è evidentemente frutto di numerosi perfezionamenti. Si dice spesso: “Il Martenot può imitare tutti gli strumenti”; in realtà, esso si propone anzitutto di offrire nuovi colori per la tavolozza sonora. Insegnato da due anni al Conservatorio di Parigi, il Martenot ha trovato oggi il suo posto nell’orchestra, per il concerto e il teatro, nel cinema per gli usi più diversi, nella radio e nella televisione.
(Freccia in alto) Questo diffusore-risonatore, ritrovato recente, è stato oggetto di interessanti discussioni teoriche. Sopra una cassa di risonanza sono tese corde vibranti; la corrente modulata dallo strumento viene trasmessa a queste pel tramite di un’elettrocalamita e di un pezzo metallico oscillante collegato con ciascuna corda. L’eccitazione agisce simultaneamente su tutte le corde, ma, di queste, vibrano per simpatia solo quelle in rapporto semplice, o armonico con essa. Questa sintesi di suoni puri così ottenuta dà rilievo alla vibrazione che viene prolungata dopo la fine dell’impulso.
(Freccia in basso) Lo strumento Martenot propriamente detto usa un generatore elettronico a battimenti, unito a filtri elettrici e ad un amplificatore seguito da altoparlanti speciali. Esso si presenta come una stretta tastiera di sette ottave. La tastiera, oscillante in un piano orizzontale, e il nastro posto davanti ad essa permettono all’esecutore di far variare la frequenza delle vibrazioni, eseguendo in particolare il «vibrato». Agendo sui filtri e sugli altoparlanti mediante il piccolo bottone a sinistra sotto la tastiera, si fa variare l’intensità e si combinano i diversi timbri.”


Riproduzione elettronica dei suoni musicali

■ Ciò premesso, cerchiamo di riprodurre, per via elettronica il suono di uno strumento musicale, ad esempio quello della canna di flauto già considerata. È facile ottenere un oscillatore a valvola come quello della figura qui sotto. AB è l’oscillatore propriamente detto, comprendente il circuito oscillante B composto di un’induttanza e di una capacità. C è un amplificatore seguito da un altoparlante. Abbiamo così costituito uno strumento musicale elettronico in embrione.

“Schema di strumento elettronico. L’oscillatore a valvola (AB) è unito ad un amplificatore e ad un altoparlante (C). L’interruttore (D) e il potenziometro (E) si possono inserire nel circuito.”

■ Esiste una certa analogia fra questo e il flauto sopra accennato. Infatti, chiudiamo l’interruttore X; l’oscillatore si trova allora sotto tensione. Durante un brevissimo tempo (nascita dell’eccitazione, tempo 1) si generano moti confusi, poi il circuito oscillante B, convenientemente eccitato, impone la propria frequenza al complesso del circuito. A (tempo 2); infine, si stabilisce un’oscillazione elettrica ben determinata (tempo 3, regime permanente). Se l’amplificatore e l’altoparlante C sono in grado di assicurare senza apprezzabile ritardo la trasmissione del segnale applicato, il suono prodotto dal complesso viene emesso secondo un procedimento analogo a quello già osservato nel caso del flauto.


Sensazioni auditive nuove

■ Ma fra le parti AB e C può essere inserito un dispositivo che permette di trasmettere o no all’entrata dell’amplificatore il segnale proveniente da AB; questo può essere un semplice interruttore (D), o un potenziometro (E); o qualsiasi altro sistema atto a far variare progressivamente l’ampiezza del segnale da zero al massimo.
■ Chiudiamo allora permanentemente l’interruttore X. Il circuito AB si trova allora continuamente in istato di regime permanente. Se fra AB e C inseriamo l’interruttore D, l’emissione del suono dipende dalla chiusura di quell’interruttore: nell’istante in cui questo viene chiuso, il suono si produce istantaneamente. Il periodo transitorio, assai fugace, si manifesta qui con un semplice urto, un breve colpo secco.
■ Al posto dell’interruttore D, inseriamo invece il potenziometro E fra l’uscita dei circuiti AB e l’entrata dell’amplificatore C. Manteniamo chiuso X e provochiamo l’emissione sonora spostando il cursore del potenziometro da a a b. Il suono nasce allora a nostro piacimento, più o meno presto. Questa volta, il periodo transitorio è costituito da una semplice variazione di ampiezza: il suono, d’intensità nulla quando il cursore si trova in posizione a, cresce da a fino a b dove raggiunge il suo massimo. Vari dispositivi possono essere usati invece del potenziometro E per produrre analoghi effetti di ritardo (carica di un condensatore inserito in uno dei circuiti delle valvole di accoppiamento ecc.).
■ I periodi transitori prodotti dai suddetti procedimenti sono assai differenti da quelli osservati nel caso generale degli strumenti musicali classici; prima che nascesse la musica elettronica, non esisteva alcuno strumento in cui la parte vibrante fosse mantenuta continuamente in vibrazione su una determinata frequenza, sia durante i silenzi sia durante i periodi di emissione sonora. L’esperienza dimostra che l’applicazione di siffatti procedimenti produce sull’orecchio del musicista sensazioni nuove, che possono essere fastidiose, sia nel caso dell’urto già citato (accettabile, a rigore, in alcuni effetti di jazz) sia in quello della progressione di ampiezza, che conferisce all’emissione sonora un carattere esitante.


Il fenomeno dei battimenti

■ Per un nuovo esperimento, prendiamo due canne di flauto che diano ciascuna il la corrispondente a 440 periodi.
■ Soffiamo moderatamente nella prima canna. Considerando le vibrazioni del tubo in regime permanente e trascurando i fenomeni transitori, rappresenteremo il moto vibratorio con una curva che è prossima ad una sinusoide (figura a destra). A partire dall’istante T riportato sull’asse dei tempi, disegnamo un’alternanza positiva e negativa, limitando la curva al termine di questa, nel punto A. La distanza TA corrisponde così a 1/440 di secondo. Continuiamo a soffiare nella prima canna, invitando qualcuno a soffiare nella seconda, e la curva T’ A’ rappresenti il moto vibratorio di questa seconda canna. Ammettendo che la frequenza di vibrazione del secondo strumento sia rigorosamente identica a quella del primo, e uguale anch’essa a 440 periodi, è infinitamente probabile che le due curve siano sfasate fra loro nel tempo: soltanto il caso stabilisce la posizione dei due suoni uno rispetto all’altro. Le due curve indicheranno quindi uno sfasamento fra i due moti vibratori.
■ Considerazioni analoghe dimostrano che due canne accordate sul la 440 periodi, non possono vibrare esattamente su questa frequenza; è infatti materialmente impossibile raggiungere un’identità fisica perfetta fra le due canne. Intervengono anche altri motivi (differenza di pressione d’aria immessa nelle imboccature ecc.), sicché sulle curve della figura le distanze TA e T’A’ non sono in realtà identiche. Le posizioni relative delle due curve non rimangono quindi fisse, e accade come se le due vibrazioni fossero ora in fase, ora in opposizione: è il noto fenomeno dei battimenti.

“I battimenti: essi si manifestano con una frequenza pari alla differenza fra le frequenze delle due fonti.”

■ Allorché le due sorgenti sonore in presenza sono perfettamente costanti (è di solito il caso delle canne d’organo), questi battimenti si manifestano con una frequenza pari alla differenza fra le frequenze delle due sorgenti. Così, due canne accordate una su 441, l’altra su 440 periodi, dànno origine ad un battimento al secondo.
■ Ma il più delle volte nell’orchestra le varie sorgenti sonore emettono note di frequenze non rigorosamente costanti nel tempo; le fluttuazioni prodotte in seguito all’emissione simultanea dei diversi suoni non hanno quindi alcun carattere periodico. Questi battimenti e queste fluttuazioni diventano innumerevoli non appena si facciano suonare insieme più strumenti, o più registri d’organo. Da essi dipendono sensazioni auditive di tale importanza da rendere legittima la domanda se possa ancora esistere una musica quando siano in gran parte soppresse quelle fluttuazioni.


L’effetto di polifonia negli istrumenti elettronici

■ Mediante dispositivi opportuni, non è difficile ideare strumenti composti di generatori di vibrazioni regolati gli uni rispetto agli altri in posizioni di fase invariabili; si possono usare per questo:
— piccoli alternatori, ruote foniche o generatori elettrostatici rotanti, fissati sullo stesso asse di rotazione, o collegati mediante ingranaggi e dipendenti dal medesimo motore;
— dischi girevoli con piste sonore concentri che (organi fotoelettrici);
— tutti i sistemi divisori di frequenza, ad esempio i divisori di frequenza elettronici nei quali un pilota comandi una serie di stadi che forniscono tutte le ottave inferiori di una stessa nota.


“Figura: LA CLAVIOLINE A DOPPIA CORDA
Questo strumento di concezione originale non può mancare di rivoluzionare il campo degli strumenti musicali elettronici. Infatti, sotto l’aspetto esterno semplice della clavioline, la sua piccola tastiera offre all’artista non una, ma due voci assolutamente indipendenti fra di loro in rapporto alla fase. Sono noti gli effetti musicali efficaci ottenuti con le cosiddette corde doppie del violino, ricavate da due corde indipendenti, suoni doppi che finora nessuno strumento elettronico monodico era in grado di produrre. Ora su questo nuovo apparecchio si ottiene un effetto analogo senza bisogno di alcuna manovra, con un procedimento interamente elettronico. Per dare un esempio concreto: se l’esecutore sceglie il timbro del violino, per ognuna delle voci, quando preme uno dei tasti, egli ottiene l’effetto di due violini distinti che suonano all’unisono. Ma se egli preme contemporaneamente due tasti, uno dei violini risuona sulla nota più acuta, l’altro su quella più grave. Questa invenzione è già stata oggetto di numerosi brevetti mondiali.”


■ Siffatti sistemi, che si prestano a costruire dispositivi semplici, hanno appunto tentato molti costruttori di strumenti elettronici.
■ Così l’industria americana propone l’Hammond, il Baldwin, il Consonata. Gl’Inglesi usano più spesso il Compton abbastanza affine allo Hammond.
■ Questi strumenti non sono tuttavia capaci di dare quel senso di polifonia che il musicista cerca nel grande organo e nell’orchestra, e che esiste in realtà soltanto quando i suoni emessi simultaneamente si combinino in piena libertà di fase.
■ Illustriamo questa osservazione con un semplice esempio. Un violinista trae dal suo strumento una nota tenuta. Riuniamo dieci violini che suonino all’unisono la stessa nota; la sensazione auditiva è interamente diversa nel primo e nel secondo caso. Non si tratta menomamente di una variazione d’ampiezza sonora, e per convincersene basta amplificare il suono di un violino solo: quest’aumento di ampiezza non richiama affatto la particolarissima sensazione destata dalla sovrapposizione simultanea di più sorgenti sonore indipendenti.
■ In conclusione, per creare l’effetto di polifonia è indispensabile unire un numero sufficiente di generatori di vibrazioni in completa indipendenza di fase. Uno strumento che non risponda a questa condizione può creare sensazioni auditive nuove trovando impiego nella musica di jazz o di carattere; ma è incapace di sostituire l’organo classico. Appunto in applicazione di questi principi, il Martin ha costruito il suo organo elettronico.
■ Ma un’esperienza abbastanza lunga è stata necessaria per svelare alcuni errori: in questo la musica elettronica ha favorito il progresso scientifico costringendo la scienza acustica a studiare più a fondo alcuni particolari fenomeni.”

Le case giapponesi e il terremoto (1909)

Da La Lettura, Anno IX, N. 2, febbraio 1909.
Di Ugo Monneret De Villard.
(In fondo all’articolo, dallo stesso numero della rivista: L’arte scomparsa a MessinaLa cattedrale di MessinaLa desolazione in CalabriaLe rovine di PalmiLa distruzione di Reggio.)

“■ L’immane disastro di Messina e di Reggio ha richiamata l’attenzione degli studiosi su di un problema tanto importante e dolorosamente tanto trascurato dagli italiani, quello cioè della resistenza delle costruzioni alle scosse sismiche ed ai movimenti tellurici. Ed analizzando e discutendo i dati della questione e le sue possibili soluzioni, l’attenzione si è rivolta a quelle che già da secoli un altro popolo, non meno del nostro provato nei cataclismi, aveva dato: il popolo giapponese.
■ Non è la prima occasione né la prima volta in cui gli occhi d’Europa si rivolgono verso l’Estremo Oriente, quell’Impero che così poeticamente si chiama del Sol Nascente, per attingere, dalle forme della sua vita, un consiglio od un insegnamento. In una guerra trionfale esso ci ha insegnate le ultime modificazioni di metodi tattici e dei sotterfugi strategici, e forse oggi, nelle opere più belle della pace, ci insegnerà a vincere un flagello ben più terribile d’ogni lotta umana.

“In una via di Nagasaki.”

■ Su per le gazzette e per i fogli quotidiani si è andato parlando in questi ultimi giorni delle case giapponesi, come di un esempio degno di essere seguito, copiato quasi ad occhi chiusi: nell’entusiasmo del primo momento si è dimenticato quanta differenza di vita ci divide dalle razze mongoliche, quanto usi, costumi, tradizioni e storia hanno modellata la nostra esistenza, si che il tipo della casa nostra, per nessuna ragione, può derivare dal prototipo della casa orientale. Perché la casa è davvero lo specchio d’un popolo e, forse più che il tempio stesso, ci dà un riflesso della nostra anima, un indice delle contingenze a cui soggiaciamo, delle speranze che ci animano, dei dolori che ci abbattono, dei nostri desideri, dei nostri ideali, della meta di tutta la nostra esistenza. E non bisogna dimenticare anche che i grandi terremoti hanno distrutte le case del Giappone così facilmente, come le case di Messina e di Reggio.

“Case di Nagasaki.”

■ I giapponesi, come i cinesi, poco si curano dell’eternità delle costruzioni: ogni casa è da loro fatta per una generazione, ed ogni generazione la rinnova o la ricostruisce. Non vi era presso di loro (debbo usare un passato e parlare della storia defunta, giacché oggi quanto si è mutato anche laggiù!), non vi è presso di loro il concetto di una destinazione fissa degli ambienti: paraventi e tramezze leggere e mobili possono in pochi minuti crearne di nuovi nel vano chiuso fra le pareti esterne dell’edificio ed il tetto. In fine una grande casa giapponese non è se non l’unione di tante piccole, una accolta di padiglioni sparsi in un giardino. Ecco tre importanti, fra le molte cause che differenziano le case giapponesi dalle nostre (1).

“Interni di case giapponesi.”

■ Ma davanti al fenomeno dell’onda sismica i giapponesi, come noi, debbono comportarsi al medesimo modo, debbono cioè ricorrere ai medesimi artifici costruttivi.
■ Dobbiamo osservare dapprima il limitato uso della pietra nell’architettura giapponese: questa dispone essenzialmente di un materiale di origine ignea, quindi non stratificato e perciò di difficile e faticosa lavorazione. Inoltre l’abbondanza del legno, ché le foreste furono sempre abbondanti nelle isole dell’arcipelago, invitò il popolo a servirsi di quel materiale tanto simpatico e di così facile uso. Anche gli edifici i più meravigliosi di quella architettura, gli esempi più superbi, i templi di Nikko, sono completamente costruiti in legno, in quelle specie di conifere che essi chiamano soughi, tsouga, kourobé-soughi, e so- prattutto in hinoki.
■ Ma tutte le volte che essi costruiscono in pietra, nei castelli, nelle fortificazioni, usarono uno speciale artificio, studiato anche oggi teoricamente dal geniale sismografo italiano, il padre Alfani: quello cioè dei muri a sezione parabolica. Lo scienziato italiano, studiando la forma di una colonna che presenta la medesima resistenza al terremoto in ogni suo punto, ha trovato che questa era espressa algebricamente coll’equazione di una parabola, forma che intuitivamente avevano usato gli antichi architetti giapponesi. Osservate le grandi muraglie dei castelli elevate dal guerresco imperatore Yoritomo, osservate i castelli di Nagoya o di Kiunamoto, e quel principio vedrete sempre applicato.

“Schema di muro parabolico.”

■ Osservando poi le fondazioni delle case giapponesi possiamo notare che, per evitare la trasmissione delle scosse del suolo, si ha gran cura di lasciare la superstruttura indipendente dal blocco di base che la porta: la costruzione appoggia semplicemente senza essere collegata alla fondazione, sia questa una platea di pietra, una intelaiatura di legno od anche semplicemente il terreno battuto e compresso.

“Recinto e magazzeni del palazzo imperiale a Tokio.”

■ Ma il fatto principale da osservarsi è che la costruzione giapponese è una costruzione in legno: è quindi un assieme di membrature perfettamente collegate fra di loro. Nella costruzione europea invece vi sono sempre delle soluzioni di continuità non solo fra i diversi tipi d’elementi costituenti l’organismo (muri, soffitti, pavimenti…), ma nell’interno di ogni elemento stesso, nei muri ove ogni giunto di malta forma un piano di scorrimento e di rottura, nei pavimenti ove, ad esempio, l’intelaiatura a poutrelles non è legata ai voltini od alle volterrane che essa porta. Avviene quindi che ad una scossa, questa compagine che è organica allo stato di riposo, perde questa sua qualità, le varie parti si disgiungono e rovinano. L’intelaiatura giapponese invece, costituita da elementi lignei, collegati indissolubilmente gli uni agli altri, potrà deformarsi sotto l’effetto della scossa, ma se questa non giunge veramente a spaccare un elemento, la caduta di tutto l’edificio non può avvenire; bisogna tener conto anche che l’architettura giapponese costruisce sempre delle intelaiature ad aste sovrabbondanti, come si dice nella scienza delle costruzioni, ed inoltre quasi sempre con elementi superflui che non entrano nel gioco delle resistenze se non alla voltura di un altro elemento vitale alla costruzione. Il pericolo di una rovina totale dell’edificio è così ancor più allontanato. I materiali dell’architettura giapponese, abbiamo detto, sono principalmente le essenze di conifere: non sono però esclusi anche gli elementi fibrosi, come i bambù. Questi vengono usati per legamento.
■ Un fatto però che contrasterebbe colla teoria, la quale richiede che per resistere all’onda sismica, nessun gran peso della costruzione deve essere portato in alto, è quello degli immensi tetti delle case giapponesi, quei tetti che ne formano la caratteristica estetica la più spiccata. Questa però, della pesantezza dei tetti giapponesi, è una illusione: essi sono in massima leggerissimi, costruiti con canne di bambù su un’ossatura completamente contraventata. Il trattato d’architettura di Kong-tching-Tso-fa ci dà lo schema di costruzione di tali ossature di tetti, ed i teorici ben possono vedere quale compagine essi presentino.

“Schemi costruttivi di case giapponesi dell’antico trattato d’architettura di Kong-tching-tso-fa.”

■ La disposizione di tali organismi è quello di forme rigide, indeformabili per l’esattezza e per la forza dei collegamenti, non per il sistema di triangolazione usato in Europa. Costruito il tetto, i giapponesi lo innalzano sui suoi appoggi, delle colonne in legno. Le pareti vengono in fine formate con sottili telai di legno e di carta. L’organismo totale è quindi di pezzi portanti e di pezzi portati: nulla corrisponde a quelle membrature dell’architettura europea che agiscono essenzialmente come catene, sollecitate per pura tensione. Col metodo orientale i collegamenti possono essere più rigidi e più semplici.
■ Un’armatura rigida è dunque la casa giapponese, senza alcuna soluzione di continuità fra i vari elementi: le scosse quindi si diffondono egualmente in tutto l’organismo senza mai incontrare un punto di minima resistenza e quindi di facile rottura: condizione questa che l’architettura occidentale può ben realizzare colla ossatura di acciaio, come gli americani fanno negli skyskreapers o colle costruzioni in cemento armato. Se non si vorrà adottare la costruzione di legno, che anche bagni speciali non sufficentemente riparano dagli incendi, è con questi due procedimenti tecnici che si dovrà cercare la soluzione del problema, la cui difficoltà sta nella costruzione di un tutto omogeneo, senza soluzioni di resistenza e dotato di una sufficente elasticità.
■ Così la storia dell’architettura ci ammaestra in una odierna disgrazia.
■ Né è a dirsi che tali forme architettoniche mal si prestino ad un bel effetto d’arte: certo, con tali metodi applicati in queste specialissime condizioni non si potranno elevare i palazzoni a cinque piani, decorati con dei falsi e retorici ordini di colonne, quei palazzi così poco architettonici e così poco artistici, ma così pieni di prosopopea, atti a soddisfare il desiderio, la commedia di sfarzo costruttivo. Si dovranno costruire delle case basse, ad uno o due piani, lontane le une dalle altre ed inframezzate da giardini e da parchi.

“Casa sul lago Biwa.”

■ Già in Inghilterra, ove i problemi estetici e pratici vengono meglio studiati che non in Italia, le città a giardino hanno avuto grande sviluppo. Anche là il cottage, la piccola casa in gran parte di legno, ha preso, lontano, dalle metropoli, il sopravvento sulle costruzioni in pietra: là si è capito che era assurdo, antigenico ed antiestetico accumulare la popolazione in una superfice ristretta, e si sono amati i piccoli villini isolati, le casette civettuole perse fra la grande ombra verde degli alberi. In cotesta forma di bellezza, in cui l’architettura deve camminare di pari passo coll’arte del giardinaggio, anche in questo anzi principalmente in questo, giacché le forti scosse sismiche distruggono anche le case giapponesi le meglio costruite, i giapponesi ci sono maestri, essi che costruiscono le loro abitazioni laccate dai colori sontuosi all’ombra degli eucalipti e presso i pergolati di glicinie. La costruzione artificiale, architettonica, si lega colla costruzione naturale, sì che l’assieme guadagna d’intimità e di poesia.
■ E forse fra non molti mesi, quando le città risorte spiegheranno sotto il sole la gioia della loro vita rinata, se l’insegnamento che ci viene dall’Impero del Sol Nascente sarà stato in qualche modo seguito, potremo avere in quella nuova visione di bellezza un lontano ricordo di quelle che abbiamo tanto amato, ed agli orientali saremo riconoscenti di un nuovo fremito di bellezza, come quando nella pace delle nostre stanze, passiamo con cura i fogli che dipinsero agilmente Ontamaro od Hokusai.”


L’arte scomparsa a Messina

“La fontana di G. A. Montorsoli – Nella cattedrale d’Ignoto – La chiesa di San Gregorio – Nella cattedrale Gregorio da Siena. Fotografie Alimari.”

“San Gregorio (Antonello da Messina) – S. Benedetto (Antonello da Messina) – Nella cattedrale, il pupito – La Vergine col FIglio (Antonello da Messina. Il trittico salvato) – Cattedrale, fonte battesimale. Fotografie Alimari.”


La cattedrale di Messina

“■ La Cattedrale di Messina, detta la Matrice, cominciata nel 1098, fu distrutta una prima volta nel 1254 da un incendio, e subito ricostruita. A questa ricostruzione appartiene la parte inferiore della porta centrale. Poi la cella del campanile arse nel 1559. Nel 1682 l’interno fu rifatto ma transetto e campanile e parte della facciata e tutto il tetto caddero col terremoto del 1783. Il coro non fu ricostruito che nel 1865. La chiesa era lunga 93 metri e larga nel transetto 45; la nave centrale sostenuta da 26 colonne di granito.
■ Le opere di scultura più importanti erano il sepolcro trecentesco dell’arcivescovo Tabiati, scolpito da Gregorio da Siena, e gli altari dei dodici apostoli con le statue di quel Fra Giovannangelo Montorsoli fiorentino, discepolo e collaboratore di Michelangelo a Firenze e a Roma, che tra il 1547 e il 1551 architettò e scolpi anche la bella fontana che era nella piazza davanti alla Cattedrale. Bellissimi gli stalli cinquecenteschi del coro scolpiti da Giorgio Veneziano.
■ Proprio tre anni fà nel dicembre del 1906, dopo otto anni di restauro furono riscoperti i grandi mosaici dell’abside tatti tra il dugento e il trecento. Il restauro eseguito da Ettore Miraglia per incarico dell’Ufficio regionale di Palermo parve ottimo. Il nostro Ojetti ne scriveva quell’anno così «Su quell’oro cupo in quell’ombra splende l’ultimo riflesso dei suoi Vespri eroici, e un po’ del puro sangue di Manfredi e di Corradino v’è raggrumato nel rosso grave e nel viola intenso di quelli smalti. A destra del gran Cristo seduto in trono, presso i suoi piedi che poggiano sopra un cuscino rosso trapuntato di gigli d’oro, sotto la protezione della Madonna e dell’arcangelo Michele che alza lo scettro fiorito, è inginocchiato re Federico secondo d’Aragona, non indegno del gran nome svevo e nipote di quel Pietro d’Aragona che nel nome di Manfredi, dopo i Vespri, s’impadronì della Sicilia risorta. E il nome di re Pietro torna a sinistra del Cristo, in lettere bianche sull’oro, come un nimbo intorno al capo di re Pietro secondo che dal 1321 regnò in Sicilia a fianco di Federico». (Fotografie Alimari e Agostinoni.)”


La desolazione in Calabria

“Bagnara: 1, 2 e 5. La ricerca dei cadaveri; 3. Una via di Bagnara; 4. I vigili milanesi al lavoro; 6. L’accampamento delle squadre milanesi.
Fotografie Varischi e Artico eseguite per conto del «Corriere della Sera»).”


Le rovine di Palmi

“1. Vedute di Sant’Eufemia. 2. Sant’Eufemia: cadaveri nella fossa comune al cimitero; 3. Casa pericolante fotografata al momento che cade; 4. Medicazione di una ferita; 5. Ceramida; 6. Una veduta di Sant’Eufemia. Fotografie Varischi e Artico.”


La distruzione di Reggio

“1. Panorama di Reggio prima del terremoto; 2. Ospedale civico; 3. Corso Garibaldi; 4. La marina prima del terremoto; 5. Ufficio postale improvvisato; 6. Reggio dopo il terremoto del 1785; 7. Caserma Mezzacapo; 8. Chiesa del Rosario; 9. La marina dopo il disastro; 10 e 11. Il porto. Fotografie Luigi Crucoli.”

Talete di Mileto (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 11, 17 marzo 1883.

” ■ Gli storici antichi non sono tutti concordi sulla personalità dei sette savii della Grecia, e nemmeno sul loro numero preciso. Plutarco, per citarne uno, ammette che fossero sedici. Ciò induce a credere che il glorioso titolo di savio venisse conferito a quegli uomini che per scienza, ingegno e virtù merita vano la stima ed il rispetto dei loro concittadini, e che da principio questi uomini formassero un gruppo di sette.
■ Secondo Socrate questi sette savii furono: Talete di Mileto, Pitacco di Mitilene, Biante di Priene, Solone d’Atene, Cleobulo di Lindo, Misone di Chen e Cleobulo di Sparta. Secondo altri a Misone dovrebbesi sostituire Periandro, tiranno di Corinto, e finalmente, stando a Diogene Laerzio, sarebbero da aggiungere al gruppo dei sette, i nomi di Epimenide e Ferecide di Sciro e dello scita Anacarsi.
■ Comunque sia, è certo che Talete di Mileto fu sempre e dappertutto considerato come il primo che si meritasse il titolo di savio. L’aneddoto seguente, narrato da Diogene Laerzio, fa poi conoscere come la voce pubblica si pronunciasse spontaneamente in questo senso quando l’occasione si presentava.
■ Alcuni giovani di Mileto, passando per l’isola di Coo, incontrarono alcuni pescatori che avevano appena gettato le reti, e loro proposero di comperare tutto ciò che avessero estratto dal fondo del mare. La proposta fu accettata ed i pescatori tirarono la rete nella quale si rinvenne un tripode d’oro massiccio, che Elena, ritornando da Troja, aveva gettato nel mare per obbedire all’ingiunzione di un antico oracolo.
■ Nacque un furioso battibecco fra pescatori e compratori, che non poterono mettersi d’accordo e si separarono frementi. Le città presero le parti dei loro concittadini, e vi fu un istante in cui si temette di veder scoppiare la guerra fra i due partiti. Per buona ventura sì gli uni che gli altri convennero nell’idea di consultare l’oracolo e di sottomettersi al suo responso. L’oracolo interrogato rispose doversi consegnare il tripode conteso al primo dei savii.
■ In conseguenza Talete ricevette il ricco presente, ma non volle conservarlo e lo mandò a Biante, che a sua volta lo spedì ad un terzo, e così di seguito, in guisa che il tripode fece il giro del gruppo, e finalmente giunse nelle mani di Solone che troncò ogni contesa coll’offrire il tripode all’oracolo d’Apollo, dicendo che il primo dei savii era questo nume.
■ Talete fu dunque il primo dei savii, dopo Apollo ben inteso, ed egli può essere considerato come il fondatore della filosofia greca, poiché lo fu della Scuola Jonica; di più è provato incontestabilmente che fu uno dei creatori della fisica, della geometria e dell’astronomia.
■ Talete nacque a Mileto, capitale della Jonia, nel primo anno della 35.ma olimpiade, cioè 640 anni circa prima dell’êra nostra. Poco si sa della sua vita privata: si crede appartenesse a famiglia originaria della Fenicia e discendente da Cadmo, fondatore di Tebe.
■ Dopo aver esercitato per alcuni anni la magistratura, ad un tratto l’abbandonò e si mise a viaggiare. Egli visitò Creta, la Fenicia, poi andò in Egitto, ove dimorò parecchi anni alla corte di Amasis.
■ In quell’epoca l’Egitto era il centro dei lumi; la scienza era nelle mani dei sacerdoti, e Talete si istruì al loro contatto. Egli si applicò principalmente allo studio della geometria e dell’astronomia.
■ Ritornato a Mileto visse solitario occupandosi di fisica, di geometria e di osservazioni astronomiche eseguite con cannocchiali senza lenti, di filosofia e persino di poesia lirica.
■ Talete considerava l’acqua come il principio di tutte le cose; credeva che la terra fosse acqua condensata e l’aria acqua rarefatta. Per lui tutte le cose si fondevano perpetuamente le une nelle altre per poi risolversi in acqua. Le proprietà della calamita e dell’ambra che gli eran note, la simpatia che esiste fra cose della stessa natura, lo condussero a concludere che nell’universo tutto è animato, e che il mondo è popolato di esseri invisibili in continua agitazione.
■ Egli faceva della terra il centro dell’universo e credeva che girasse sul proprio asse, ma in virtù del movimento che le imprimeva il mare sul quale galleggiava. Nessuna idea della forma sferica della terra poteva garantirlo contro questo errore comune, che la terra fosse piatta e sostenuta dalle acque; ma nelle cose di cui l’osservazione diretta poteva permettergli un sano apprezzamento, Talete non prendeva abbaglio, tanto è vero che fece importanti scoperte in astronomia malgrado gli infelicissimi istrumenti di cui poteva disporre e la mancanza assoluta di osservazioni e di calcoli precedenti.
■ Egli fu pure il primo che immaginò di misurare l’altezza dei monumenti e dei luoghi elevati mediante l’ombra meridionale che essi projettano, quando il sole è nell’equinozio.
■ Avendo trovato il rapporto del diametro del sole col cerchio che egli credeva che questo astro descrivesse intorno alla terra, mise a parte di tale scoperta il suo antico discepolo, Mandritto di Priene, il quale, stupito ed ammirato, lo domandò come meglio potesse dimostrargli la sua gratitudine per tanto favore. Al che il filosofo rispose rifiutando ogni profferta, e chiedendogli soltanto la promessa che all’occasione avrebbe sempre dichiarato chi fosse il vero autore della scoperta, la cui cognizione lo rendeva si felice.
■ Talete è l’autore dei primi studii sull’origine dei venti e delle pioggie, sulla natura della folgore e sulle cause dei lampi e dei tuoni. Egli stabilì che l’anno dovesse avere 365 giorni, divisi in dodici mesi di trenta giorni, ai quali bisognava aggiungere ogni anno cinque o sei giorni complementari. A lui si deve la scoperta dell’Orsa minore, di cui si servirono i Fenicii per dirigersi in mare, a lui la predizione, mirabile per quei tempi, di una eclissi centrale di sole colla differenza di un anno.
■ Il saggio filosofo, malgrado la sua scienza, fu più volte colpito dalle frecciate del ridicolo al quale offriva il fianco colle sue distrazioni. Un giorno, per esempio, uscito di casa per andar a studiare le stelle, col naso all’aria ed il cannocchiale rivolto al cielo, non vide una buca aperta sotto i suoi piedi e vi cadde dentro. Una vecchia fantesca, forse prevedendo il caso, stava spiandolo sulla soglia. Corse a soccorrerlo, e quando l’ebbe tratto dal pericolo, gli disse schernendolo:
— Come puoi credere di scoprire ciò che avviene su in cielo, se non vedi neanche ciò che sta sotto a’ tuoi piedi?
■ Talete era povero, ed anche allora come oggidì, per certa gente la povertà è indizio di inferiorità. Alcuni milesii, che prima erano rimasti maravigliati della di lui scienza, se ne disdissero ben presto vedendo che un uomo si sapiente rimaneva povero, e si diedero a schernirlo.
■ Invano Talete volle dimostrar loro che i saggi non accumulano ricchezze, perché la loro mente è tutta concentrata nello studio, e che se non sono doviziosi gli è soltanto perché non si curano di diventarlo; non gli credettero e seguitarono a beffeggiarlo.
— Io ve lo proverò, disse Talete.
■ Infatti, avendo dedotto dai suoi studii meteorologici che nei pressi di Mileto il raccolto delle olive sarebbe in quell’anno strabbondante, comperò, come si direbbe, in erba, tutto il prodotto che poi rivendette con lauto guadagno. Egli volle provare con ciò che, volendolo, sarebbe stato un abile speculatore, e che la scienza non è poi sterile come lo sembra. Lieto di aver confuso i suoi detrattori, egli riunì di poi tutti i mercanti di Mileto e loro distribuì tutto il danaro guadagnato in quella operazione.
■ Ad onta di queste piccole persecuzioni, Talete era tenuto in somma considerazione e veniva consultato in tutte le grandi circostanze di qualunque natura fossero.
■ Creso, che si avanzava contro i Persiani, sarebbe forse rimasto sulla riva dell’Alli o ritornato indietro senza il soccorso di Talete. Il fiume non era guadabile, non c’era ponte e mancavano le barche.
■ Talete fece aprire un gran fosso a mezza luna, le cui estremità confinavano al campo di Creso, e con questo mezzo il fiume diviso in due parti divenne guadabile.
■ Delle massime del filosofo greco ne menzioneremo una sola, perché la più utile e la più difficile a mettersi in pratica:

CONOSCI TE STESSO.

■ Il savio raggiunse una tarda età, più di novantadue anni, e morì per le conseguenze del gran calore sofferto mentre assisteva ad uno spettacolo nell’anfiteatro.”

Eulero (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 10, 10 marzo 1883.

” ■ L’insigne matematico Leonardo Eulero nacque in Basilea il 15 aprile 1707. Fanciullo ancora il padre suo, discepolo di Jacopo Bernouilli, lo iniziava nelle discipline matematiche, alle quali più tardi gli permise di dedicarsi interamente, rinunciando all’idea di fargli percorrere la carriera ecclesiastica. Nel 1727 lo troviamo a Pietroburgo assistente di matematica nell’Accademia delle Scienze fondata da Caterina, poi nel 1730 professore di fisica, cattedra che nel 1735 cambiò con quella di matematica, abbandonata da Daniele Bernouilli. Il ferreo dispotismo russo attristava l’animo di quel figlio dell’Elvezia libera e repubblicana, perciò si tenne per sistema lontano dalla vita pubblica. In questa volontaria relegazione, rallegrata soltanto dalle gioje della famiglia, egli acquistò una costanza nel lavoro molto feconda, la quale da un altro lato gli riuscì quasi fatale; imperocché, nel 1735, l’indefessa applicazione allo studio gli procacciò una congestione cerebrale, che superò a stento a prezzo della perdita dell’occhio destro. Questa disgrazia non dovette addolorarlo profondamente, se è vero, come vuolsi, che ad un amico che lo compiangeva, rispondesse: “Non fa nulla; avrò meno distrazioni”.
■ Nel 1738, Eulero riportò il premio decretato dall’Accademia di Francia per uno studio sulla natura del fuoco; nel 1740 divideva con Daniele Bernouilli e Mac Laurin un altro premio devoluto alla migliore memoria sul flusso e riflusso delle maree; finalmente nel 1741 pubblicava il primo Trattato completo di meccanica, in cui i principj di questa scienza fossero esposti con vero metodo.
■ Nel 1741, la fama di Eulero era già salita sì alto che Federico il Grande, il quale pensava parimenti di fondare un’Accademia scientifica, lo attirava a Berlino, coll’intendimento di affidargli la suprema direzione del nuovo Istituto. L’esecuzione del progetto fu ritardata dalla guerra sino al 1744; ma nell’intervallo Eulero aveva annodato amichevoli rapporti coi principali scienziati della Germania, circostanza che doveva rendergli più agevole il cómpito assunto.
■ Nel 1744, Eulero pubblica la sua Teoria sul movimento dei pianeti e delle comete, e riportava il premio. Nel 1746, compare la sua nuova Teoria della luce, nella quale ritorna per il primo all’ipotesi delle ondulazioni, proposta da Huygens, poi abbandonata per quella delle emissioni di Newton. Egli manifestò eziandio la sua convinzione sulla possibilità di ottenere lenti acromatiche combinando dei vetri come lo sono le diverse parti dell’occhio, organo che prese per modello. L’idea era giusta, e ben lo si riconobbe quando, dieci anni dopo, il Dollond, movendo sulle traccie di Eulero, fece la grande scoperta che rese si importanti servigi all’astronomia.
■ Dopo il 1749, Eulero, che aveva fatto uno studio speciale delle scienze navali, e fu quasi sul punto di accettare il brevetto di luogotenente di vascello, pubblicò parecchie opere che furono immediatamente tradotte in inglese ed in francese, e fra queste vuolsi specialmente notare un Trattato della costruzione e della manovra dei vascelli. Nel medesimo tempo pubblicava il suo Commentario sui principi d’artiglieria di Robins, che ebbe i medesimi onori ed il medesimo successo. Nel 1755, comparvero simultaneamente le sue grandi opere d’analisi: Introduzione all’analisi degli infinitesimi e le Istituzioni di calcolo differenziale ed integrale, che i matematici consultano ancora con frutto.
■ Frattanto la sua presenza era vivamente desiderata a Pietroburgo. Caterina II studiava ogni mezzo per attirarvelo, e per farlo decidere non solo accettò tutte le condizioni da lui imposte, ma seppe far paghe anche le di lui tacite aspirazioni. Eulero parti da Berlino nel 1766, e pregato dal re lasciò colà il minore de’ suoi figli.
■ Evidentemente Pietroburgo non era favorevole al grande matematico, poiché appena ritornato perdette l’occhio che gli rimaneva. Una tal perdita irreparabile per qualunque altro fu meno sensibile per Eulero che, dotato di una memoria prodigiosa, non ebbe a soffrire ritardi nei suoi lavori. In quattro anni dal 1768 al 1771 egli pubblicò gli Elementi d’algebra, la Diottrica, ed altri insigni lavori, fra i quali una Nuova teoria sulla Luna, che gli fruttò una ricompensa di 7500 franchi, votata dal Parlamento inglese. Egli dettava le sue opere e si faceva ajutare da suo figlio Giovanni-Alberto professore di fisica. Coadjuvato da questi, da Lexell e da Kraft rifuse i suoi lavori sulla teoria della Luna e costruì le nuove tavole fondandole su nuovi principj.
■ Una catastrofe venne momentaneamente a sospendere questi lavori. Un incendio scoppiato a Pietroburgo nel 1771 distrusse gran parte del quartiere dove egli abitava. La sua casa fu interamente divorata dalle fiamme in uno alle mobilie ed alla biblioteca, tuttavia i suoi manoscritti furono salvati. Egli medesimo sfuggì miracolosamente ad una morte orribile mercé un vicino, suo compatriota, chiamato Pietro Grimm, che corse a soccorrerlo lasciando bruciare la propria casa. Grimm giunse a tempo, si caricò sulle spalle l’illustre vegliardo, lo trasportò fuori della casa che ardeva, e fu tanto avventurato da deporlo sano e salvo in luogo sicuro senza la menoma ferita.
■ Nel 1773, Eulero subì l’operazione della cataratta e ricuperò in parte la vista; ma per poco, ché l’occhio si richiuse nuovamente dopo aver fatto soffrire al povero scienziato torture intollerabili, le quali tuttavia non gli impedirono di proseguire i suoi lavori, che solo la morte doveva interrompere. Egli aveva quasi settantasette anni quando perì colpito da un attacco di apoplessia, e la sua fine ci è narrata da Condorcet, che scrive:
“Il 7 settembre 1783, dopo essersi divertito a calcolare sopra una ardesia le leggi del movimento ascensionale dei palloni areostatici, la cui recente scoperta occupava tutta l’Europa, desinò con Lexell e la sua famiglia, parlò del pianeta di Herschel e dei calcoli che ne determinano l’orbita, e poco dopo chiamò il nipotino col quale scherzò mentre prendeva il the. Improvvisamente la pipa che teneva in mano gli sfuggì, e il sommo geometra cessò di calcolare e di vivere.”
■ Eulero prese moglie due volte ed ebbe tredici figli, dei quali cinque soltanto erano sopravvissuti e gli avevano regalato una miriade di nipotini che gli erano carissimi.
■ Abbiam già fatto menzione di alcune sue opere principali, e non ci spingeremo più innanzi in un’enumerazione che copre 50 pagine in 4° nell’Elogio di Fuss, suo collaboratore, compatriota ed amico. Eulero oltre alle sue immense cognizioni matematiche, ne possedeva di estese in tutti i rami dello scibile, si dice che sapesse a mente l’Eneide, altra prova della straordinaria sua memoria. Modesto, quanto sapiente, dolce di carattere, sebbene proclive alla melanconia, stimato per la sua incomparabile rettitudine, Eulero lasciò non soltanto allievi ed ammiratori, ma un numeroso stuolo d’amici, e perciò la sua morte fu cagione di universale cordoglio.”

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