Il riordinamento dell’Esercito Italiano (1920)

Da La Lettura, Anno XX, N. 2, 1 febbraio 1920.
Di Antonio Sammicheli.

” ■ Nei tempi andati, quando gli eserciti che tenevano il campo erano composti di poche migliaia di uomini, per la maggior parte soldati di mestiere, e spesso stranieri al paese per il quale combattevano, il riordinamento degli eserciti, a guerra finita, era operazione abbastanza semplice e quasi automatica.
■ Una bella battaglia (con pochi morti e molta coreografia) metteva fine alle ostilità: uno dei due avversari dichiarava che non giocava più: l’altro prendeva atto della dichiarazione; prendeva in più qualche milione in denaro e, se ne era il caso, anche qualche provincia; dopo di che i due eserciti, malconci in modo molto relativo, facevano contemporaneamente un bel «dietro front» e ciascuno riprendeva la strada per far ritorno alle normali guarnigioni, dove in poco tempo si rimetteva delle busse toccate, e, come si dice ora, «si riportava in efficienza» tal quale era prima della campagna.
■ La battaglia finale, di massima, coincideva col morire dell’estate o tutt’al più con l’autunno non troppo inoltrato, perché si riteneva inutile affrontare per questo genere di sport i disagi della cattiva stagione: l’inverno essendo così disponibile, e più che bastevole, per la cura ricostituente, la primavera ritrovava gli eserciti poco dissimili dagli eserciti dell’anno precedente e pronti ad affrontare nuove imprese.
■ Una siffatta rapidità di convalescenza periodica era possibile perché le guerre erano poco cruente, e perché gli eserciti di allora erano assai piccoli: equivalevano nei riguardi del numero, ai Corpi d’Armata o tutto al più alle Armate d’oggi giorno.

■ E mentre questa minima aliquota di cittadini combatteva in ristretti campi di battaglia, per il rimanente della popolazione la vita continuava col suo ritmo normale di lavoro, cosicché il problema del dopo guerra riusciva localizzato all’esercito ed eventualmente a qualche provincia devastata dal passaggio delle milizie e dai saccheggi.
■ L’epoca napoleonica che poggiò le sue basi sui concetti rivoluzionari degli eserciti della Convenzione, e che coordinò intimamente il fattore militare con quelli sociali e politici, ponendo gli uni e gli altri a servizio delle ambizioni conquistatrici della Francia imperiale e imperialista, parve per alcun poco turbare l’onesta consuetudine del buon tempo antico. Ma Napoleone non ebbe mai il tempo di procedere ad un vero e proprio riordinamento organico dei suoi eserciti. La costituzione delle forze armate ed il loro impiego subì, è vero, nel periodo dal 1796 al 1815 mutamenti profondi, ma per lente e progressive trasformazioni, contingenti ciascuna ad una particolare necessità del momento. Perciò le istituzioni militari di quegli anni conservarono un carattere rivoluzionario e provvisorio che spiega la facilità con la quale la Santa Alleanza poté nel 1815 sopprimerli quasi del tutto ricorrendo, anche in tema di riordinamento degli eserciti, al metodo semplicista del ritorno allo «statu quo ante».
■ Nel frattempo però un piccolo Stato aveva dato un primo esempio di riordinamento sostanziale, ideando ed attuando, per la costituzione dell’esercito in relazione alla vita dell’intero Paese, concetti veramente nuovi, gettando così le basi di un sistema sul cui sviluppo andarono via via modellandosi, durante tutto il XIX secolo, gli ordinamenti militari del mondo intero. Questo piccolo stato era la Prussia del 1806, che, avendo subito a Jena una disfatta non inferiore (in confronto alle proporzioni geografiche e politiche del regno ed ai mezzi di quei tempi) alla disfatta toccata alla Germania del 1918 sui campi di Francia, ed avendo in conseguenza di ciò dovuto piegare il capo a condizioni di pace che, applicando il concetto di relatività ora detto, ricordano molto da vicino quelle che il sig. capo della Delegazione tedesca si udì comunicare dal sig. Clémenceau alla Conferenza di Parigi, aveva subito cercato, e trovato, il modo di eludere i patti impostile dal vincitore. La trovata dello Scharnhorst consisté nel creare un nuovo ordinamento che tenendo conto dell’esperienza fatta dai francesi con i metodi di leva, e chiamando a concorrere alla difesa dello Stato tutte le forze della Nazione, in misura apparsa allora straordinaria, preparò la rivincita del 1814-15 e, in più lontano avvenire, le vittorie del 1866 e del 1870.
■ Non si può negare che l’espediente messo in opera coll’abbinare il criterio francese della coscrizione a quello nuovissimo delle ferme brevi era assai ingegnoso, perché prometteva di impartire l’istruzione militare a gran numero di cittadini, pur senza tenere contemporaneamente sotto le armi un numero di soldati superiore a quello prescritto dal vincitore, e nello stesso tempo assicurava la pronta disponibilità di forti contingenti (forti per quel tempo) in caso di bisogno, quando cioè fosse giunto il momento di lacerare i patti e muovere alla riscossa.
■ Il male è che dal 1806 al 1914 non si inventò in tal materia nulla di sostanzialmente nuovo; tutto il XIX secolo trascorse fra l’ammirazione e l’imitazione più o meno pedissequa dei sistemi prussiani, così che la guerra mondiale trovò gli eserciti di tutte le nazioni foggiati su di un modello unico tratto dagli insegnamenti della guerra franco-germanica del 1870 71.


■ Ma la guerra mondiale aveva in sé troppi elementi assolutamente nuovi per non imporre, fin dal suo primo divampare, metodi nuovi nel campo organico non meno che nel campo tattico.
■ Le fronti di combattimento assunsero subito estensioni gigantesche sbarrando da un mare all’altro l’intero continente europeo; non furono eserciti, ma popoli quelli che dalle due bande di tali interminabili fronti stettero in arme, non durante una breve stagione o tutt’al più durante poche stagioni consecutive, ma per cinque lunghi anni, ininterrottamente, armati gli uni contro gli altri, con la volontà e con ogni muscolo teso in uno sforzo continuato e sempre crescente, ad alimentare il quale dovevano concorrere necessariamente tutte le energie del Paese: uomini, danaro, materiali di ogni specie, e sopra tutto la forza morale di idealità superiori. Questa soltanto, infatti, poteva cementare la massa eterogenea di ciascuno degli opposti belligeranti e sostenere lena e vigore al conato di resistenza in cui tosto ebbe a mutarsi il primo impulso di entusiasmo appena venne ad urtare contro la rigida immota linea delle contrastate trincee.
■ La volontà di vincere tenne luogo molte volte di istruzione militare in questi immensi eserciti improvvisati: la bontà della causa rimedio a molte deficienze di organizzazione, tanto sulla fronte di combattimento quanto nelle retrovie, che si estendevano di fatto sino alle frontiere diametralmente opposte a quella lungo la quale ardeva la lotta.
■ Ma se di questi elementi imponderabili occorre tenere il massimo conto nella preparazione del Paese alla guerra, non è lecito su di essi fare esclusivo assegnamento; perché se anche si può confidare che si ripeta il miracolo della Fede che condusse l’Italia alla vittoria, non si può disconoscere che una conveniente organizzazione preventiva di tutte le forze del Paese avrebbe permesso di raggiungere i medesimi fini con un minore dispendio di tempo, di mezzi e di energie di ogni specie.
■ Ora questo semplice accenno alla necessità di organizzare tutta una grande Nazione in previsione di doverla un giorno (necessariamente lontano, e quindi in condizioni diverse da quelle verificatesi ieri) condurre nuovamente e tutta in guerra, basta a fare intravedere quanto vasto e complicato sia oggi il problema del riordinamento dell’esercito in confronto a quello che dovettero, a campagna finita, proporsi tutte le generazioni che ci hanno preceduto, compresa quella dei nostri padri, e quale differenza istituiscano fra i sistemi dell’avvenire e quelli del secolo scorso le stesse proporzioni gigantesche in cui vengono applicati concetti sostanzialmente analoghi a quelli del vecchio Scharnhorst.


■ È ben vero che non manca chi semplifica il problema, sopprimendolo addirittura col negare la possibilità di guerre future, negazione dalla quale consegue logicamente la necessità del disarmo generale.
■ Chiunque abbia una nozione anche vaga di ciò che costano oggi ad uno Stato gli armamenti, e delle ricchezze che un conflitto armato distrugge; ma, più ancora, chiunque abbia visto da vicino la guerra non può non augurarsi che quella or ora terminata sia stata realmente l’ultima.
■ E l’immane flagello che ha percosso la nostra generazione sarebbe da benedire per tutta l’eternità se gli si potesse attribuire il merito di aver guarito il vecchio mondo dalla malattia cronica che lo travaglia da otto mila anni in qua, e cioè dal giorno in cui gli uomini sulla terra, essendosi per la prima volta trovati in due, ossia nel minor numero necessario e sufficiente per ingaggiare battaglia, subito vennero alle mani fra di loro, e Caino uccise Abele.
■ Certo la guerra ultima è stato un revulsivo di massima violenza: sarebbe tuttavia pericoloso addormentarsi nella fiducia che esso sia stato sufficiente a mutare l’orientamento delle molecole dei cervelli umani al punto di disporle come si conviene perché il prossimo non ispiri al prossimo altro sentimento che non sia quello di sviscerato ed altruistico amore.
■ Ma più di qualsiasi altra considerazione psicologica, per modo di dire, soccorre questa tesi, con tutta la sua autorità di scienza positiva, la geografia elementare.
■ Non avete mai gettato uno sguardo sulla carta dell’Europa quale la Conferenza di Parigi l’ha disegnata? E non vi ha dato l’impressione dello Stivale italico prima del 1848, quale lo deplorava il Giusti, a cagione del suo arlecchinesco aspetto? Con quei confini «fantasia» assegnati ai nuovi Stati, con quella Polonia ipertrofica che separa in due la fremente Germania, con quella Czeco Slovacchia piena di magiari e quell’Ungheria ridotta ai minimi termini, e sopratutto con quella Russia diventata più misteriosa del Continente nero nel secolo XVII, è prudente giurare in una eterna pacifica conservazione dell’attuale stato di cose?
■ E che cosa ne dite di quella irrequieta moltitudine di slavi che occupa così gran parte della superficie del nostro continente e tende, con lento e costante processo di espansione, a relegare latini e germanici in un cantuccio, all’estremo occidente e spinge ai nostri confini proprio nel tratto ove essi sono più accessibili, la garrula avanguardia jugoslava, che separa dal grosso soltanto la sottile striscia formata dai territori contigui dell’Austria tedesca, dell’Ungheria e della Romania?
■ Siete ben certi che questa striscia, che non può aver pretese di costituire barriera contro la spinta della massa omogenea e gigantesca che la preme da oriente, non sarà mai violata, non sarà mai travolta, ma continuerà in eterno ad impedire il realizzarsi del gran sogno panslavo? Ed allora che avverrà? Non dimenticate che erano slave molte di quelle orde che travolsero l’impero di Roma, quando la città dei Cesari, rinnegando le sue tradizioni militari del periodo repubblicano e del periodo aureo, divenne la Roma imbelle degli ultimi imperatori!


■ Senonché, appunto per il fatto che il lungo e atroce conflitto da cui siamo usciti ha paralizzato per tanti anni le energie produttive del Paese, ed ha distrutto tante ricchezze, bisogna risolvere ora il problema della massima preparazione col minimo onere dell’erario, non solo, ma anche con il minimo disturbo alla vita civile dello Stato.
■ La risoluzione di tal problema non appare impossibile quando alle istituzioni militari si prefigga come scopo, non il conseguimento di una qualsiasi egemonia sulle altre nazioni, ma la pacifica tutela del nostro diritto a vivere e a prosperare, ottenuta coll’impedire, per il solo fatto dell’esistenza potenziale di questa forza armata, il formarsi di coalizioni straniere intese a far prevalere colla violenza interessi contrari ai nostri o a sfruttare comunque la debolezza che a noi deriverebbe dall’essere completamente inermi e quindi evidentemente impotenti ad opporci alle prepotenze che non mancherebbero di usare a nostro danno i più forti di noi, anche, senza ricorrere alle armi, nel campo economico e industriale. Vedasi in proposito l’ultima favola di Trilussa ove si narra ciò che accadde a un leone, che, per consiglio di un coniglio umanitario, aveva creduto i tempi maturi per rinunziare agli artigli.
■ Fino ad ora la parte più rilevante del bilancio del Ministero della Guerra era assorbita dalle spese derivanti dalla presenza sotto le armi di forti contingenti, costituiti da tre classi di leva. E si riteneva necessario trattenere in servizio tanta gente sia perché si credevano due o tre anni indispensabili per impartire la istruzione militare occorrente, sia perché l’esercito era largamente adoperato per tutelare l’ordine pubblico nell’interno dello Stato.
■ Le lunghe ferme sottraevano così a parte della gioventù gli anni migliori e più redditizi per la preparazione professionale civile, mentre l’impiego troppo frequente in servizi di ordine pubblico era nocivo alla preparazione militare. Inoltre per diminuire la spesa che sarebbe conseguita dal chiamare alle armi l’intero contingente di una classe di leva, si erano adottati innumerevoli criteri di dispensa dal servizio militare che inevitabilmente davano luogo ad ingiustizie, e, in ogni modo, impoverivano il contingente totale prontamente disponibile in caso di una chiamata generale per la guerra.
■ Per queste considerazioni, validamente suffragate dalla dura esperienza che delle conseguenze degli inconvenienti ora detti abbiamo fatto nell’ultima guerra, caratteristica essenziale degli eserciti avvenire sarà la ferma breve (meno di un anno) e l’obbligo militare esteso a tutti i cittadini indistintamente.


■ È da tener presente tuttavia che l’istruzione militare consta di due elementi ben distinti: addestramento professionale e educazione morale. Se un anno, ed anche meno, si è dimostrato sufficiente per addestrare professionalmente il soldato semplice, tale periodo è certamente troppo breve per educarlo.
■ Ora l’educazione militare, intesa nel suo vero senso e cioè come quella che mira ad infondere il senso del rispetto a sé stesso, della disciplina formale e sostanziale, del culto del dovere spinto sino al sacrificio personale in favore della collettività, ed a creare nel popolo una forte e seria coscienza nazionale, non differisce affatto dall’educazione civile intesa nel suo più alto significato.
■ Perciò non occorre che tale educazione sia impartita nelle caserme: meglio e con più efficace progressione essa può e deve essere impartita nelle famiglie e nelle scuole prima che i giovani siano chiamati sotto le bandiere.
■ «Cittadini e soldati siate un esercito solo!» ammonì un’Augusta voce in uno dei momenti più angosciosi della guerra. E l’ammonizione riferita al sereno tempo della pace sarà il migliore e più sintetico programma per la concorde opera di preparazione di tutte le energie della nuova Italia.
■ L’adozione del sistema caratterizzato dalla brevità della ferma, oltre all’esigere una conveniente istruzione premilitare, comporta la necessità di assicurare all’esercito buoni e numerosi quadri, perché è evidente che la gran moltitudine di giovani che con tal sistema si succedono rapidamente nelle caserme e sui campi di esercitazione, sottoponendosi ad una istruzione intensiva, non può in caso di chiamata generale costituire unità dotate della coesione necessaria, se queste non sono fortemente inquadrate da ufficiali buoni, numerosi e perfettamente affiatati fra di loro.
■ L’affluire contemporaneo, sempre in caso di chiamata generale, ai centri di mobilitazione dapprima, e quindi alle frontiere, di tanti uomini, di tanti reparti, non potrà avvenire con l’ordine e la precisione indispensabili se questi movimenti non si incanaleranno a tempo e luogo a colmare i vuoti a bella posta lasciati nella trama scheletrica che sarà l’esercito sul piede di pace. La guerra ha insegnato che l’organizzazione è tutto: l’improvvisazione, anche quando per un colpo di fortuna raggiunga lo scopo voluto, lo raggiunge male, tardi e con dispendio di energie, di mezzi, di danaro e di vite centuplo di quello necessario. Ora per organizzare occorre studiare: quindi necessità, nel nuovo ordinamento, di dar larga parte agli studi militari, condotti con rigore scientifico e con quella abbondanza di mezzi che sola vale ad assicurarne l’efficacia.
■ Evidentemente per inquadrare con la dovuta saldezza le formazioni non del solo esercito di pace, ma anche quelle da costituire all’atto della mobilitazione, occorre un gran numero di ufficiali. E questa necessità risulta in contrasto con l’altra del minimo onere all’erario, posta come base del riordinamento dell’esercito.
■ Il contrasto tuttavia è apparente soltanto, se si applica anche qui il principio del largo concorso del Paese alla preparazione militare.
■ È ancora fresco infatti il ricordo dell’ottima prova fornita dagli ufficiali di complemento, i quali superarono ogni più lusinghiera aspettativa e furono in ciò tanto più meritorî in quanto né l’organizzazione dell’esercito prima del 1914 aveva preveduto e provveduto alla loro preparazione professionale nella misura e nel numero che si manifestarono necessari, né il Paese aveva concorso alla loro preparazione morale circondando il grado e le funzioni dell’ufficiale del prestigio e della considerazione che loro spetta.

“LA RIGIDA IMMOTA LINEA DELLE CONTRASTATE TRINCEE.”

■ Questo disinteressamento del Paese per l’Esercito che inaridiva le fonti del reclutamento degli ufficiali (e non di quelli di complemento soltanto) e che si rifletteva su tutta l’educazione della Nazione, era causa ed effetto ad un tempo della assoluta incompetenza dell’elemento civile in fatto di questioni militari.
■ Accadeva non di rado udire persone di media ed anche di alta coltura, che avrebbero arrossito se sorprese a confondere in una conversazione un Boltraffio con un Luini o un Carpaccio con un Gentile Bellini, scambiare nei loro scritti con la massima disinvoltura un proiettile con una bocca da fuoco, o confessare candidamente di non saper distinguere un sergente da un colonnello.
■ Durante la guerra invece la forza dei valori ideali trasformò in breve tempo professori di università in ottimi ufficiali di stato maggiore; avvocati di grido comandarono brillantemente al fuoco sezioni e batterie; cittadini di ogni professione e di ogni età combatterono eroicamente alla testa di compagnie e di battaglioni; commercianti e industriali arrecarono prezioso concorso al funzionamento dei servizi. Quasi tutti però nei gradi inferiori: e quanta fatica costò la trasformazione, e quanto tempo perso, quanta energia dispersa nel tirocinio indispensabile ed affrettato febbrilmente nei quadri di truppa! Di tutto questo terrà conto il nuovo ordinamento, e in questo più che mai è necessario il coscienzioso e convinto concorso del Paese.
■ Soltanto cosi potranno in pace e in guerra essere sfruttate per il bene comune e nella sfera d’azione che compete al loro sapere ed alla loro posizione sociale le attitudini di tutti coloro che nella vita civile esercitano funzioni direttive o di comando.
■ Soltanto così l’Esercito, vera Nazione armata, potrà seguire passo a passo, in intima e costante comunione di spirito e di sentimento, tutti i progressi, tutte le correnti ideali del Paese.
■ Soltanto così sarà possibile che realmente ed efficacemente venga impartita ai giovani quella educazione civile che è la più efficace istruzione premilitare.
■ Soltanto così, infine, le discussioni sulle questioni militari, che sono fra le più vitali per il Paese perché coinvolgono tutte le sue attività economiche e sociali, potranno entrare veramente nel campo del pubblico dominio e non essere ristrette alla solita cerchia dei pochi competenti.


■ Queste sono, a grandi linee, le tendenze a cui si ispirano i concetti informatori dell’odierno riordinamento dell’Esercito, riordinamento che il decreto ufficiale qualifica come provvisorio perché frutto di impressioni complessive e generiche e degli insegnamenti tratti dai primi studii sulla guerra.
■ Ma un fenomeno così grandioso come quello verificatosi nell’ultimo quinquennio non può essere analizzato a fondo in un anno solo — ed in un anno così agitato come il 19I9. — Sono necessari pertanto, anche in materia militare, ulteriori studii dai quali scaturiranno altri insegnamenti che suggeriranno alla loro volta modificazioni a questo primo schema, il quale volutamente si è mantenuto sulle generali allo scopo di conservare l’elasticità occorrente per adattarsi all’evoluzione di un lunghissimo periodo di tempo — quale speriamo sia quello che ci separa da una nuova guerra.
■ Le innovazioni arrecate all’ordinamento dello Stato Maggiore dell’esercito, sono tuttavia comprese in un decreto legge distinto dal R. Decreto che stabilisce l’organico provvisorio perché non sussistono per esso le probabilità di modificazioni immediate di cui sopra è cenno.
■ Lo Stato Maggiore, da non confondere con il Corpo di Stato Maggiore che viene soppresso, è l’insieme di ufficiali di ogni grado che concorrono al governo delle unità, senza far parte delle medesime. Ad esso perciò competono gli studi per l’organizzazione delle varie armi e per il loro impiego, gli studi per la difesa delle frontiere e per le eventuali operazioni, le disposizioni per la mobilitazione, la compilazione delle istruzioni e dei programmi delle scuole, la direzione di tutto ciò che in pace come in guerra è esecuzione di tali studi, e non è di competenza del Ministro, il quale rimane sempre il supremo responsabile di fronte al Paese di ogni attività dell’Esercito ed è l’Amministratore dei fondi stanziati dal Parlamento per le spese militari.

“L’ISPETTORE GENERALE DELLA FANTERIA NON POTEVA ESSERE SE NON IL DUCA DEL CARSO E DEL PIAVE.”

■ Un insieme così complesso di compiti rende necessario un grande snodamento dell’organizzazione dello Stato Maggiore. Ed infatti dall’Ispettore generale dell’Esercito, (carica ora istituita) il quale dà l’indirizzo generale alla preparazione, intesa nella più larga accezione della parola, e coordina il lavoro delle multiformi attività che gli sono sottoposte, fino ai comandi di divisione è tutta una scala di organi importanti, con funzioni ben distinte, destinati ad irradiare fin nelle più eccentriche diramazioni del supremo comando.
■ Alla sommità di questa scala, subito dopo l’Ispettore generale, sta il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, le cui mansioni sono rimaste a un dipresso quelle che gli competevano secondo l’antico ordinamento.
■ Con la nomina di S. E. Diaz ad Ispettore generale, la carica di Capo di Stato Maggiore viene assunta da S. E. Badoglio, generale di esercito.
■ Come è noto, il generale Badoglio ha 48 anni, proviene dall’artiglieria (al pari del generale Diaz), ha preso parte alla guerra di Libia quale capitano di Stato Maggiore, ed è entrato in campagna nel 1915 col grado di tenente colonnello e la carica di sottocapo di Stato Maggiore della seconda Armata. Comandò il reggimento di fanteria che conquistò il Sabotino, la Brigata di Fanteria che conquistò il Sober, il Corpo di Armata che conquistò il Kuk, il Vodice, il Monte Santo. Nominato alla fine del 1917 Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, resse il reparto operazioni del Comando Supremo, e, sotto l’alta direzione del generale Diaz, organizzò ed eseguì la manovra difensiva del giugno 1918 che fiaccò per sempre l’esercito avversario, e la manovra offensiva dell’ottobre-novembre che gli diede il colpo di grazia.
■ Sostituisce S. E. Badoglio nella carica di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito il Tenente Generale Grazioli che, sino alla fine dell’agosto scorso, ha comandato il Corpo Interalleato di occupazione di Fiume.
■ Ogni arma combattente ha necessità sue particolari di studio e di sviluppo: perciò ogni arma avrà il suo Ispettore generale. Col vecchio ordinamento esistevano già Ispettori generali per ciascuna delle armi speciali. La guerra ha dimostrata l’utilità di estendere tale provvedimento anche alla fanteria.
■ E l’Ispettore dell’Arma regina delle battaglie altri non poteva essere se non il Duca del Carso e del Piave che nella lieta come nell’avversa fortuna tante cure e tanto amore consacrò ai piccoli fanti dell’Armata gloriosa.
■ Di nuova istituzione è pure il Consiglio degli Ispettori generali, di cui fa parte anche il Capo di S. M. dell’Esercito e che viene convocato dall’Ispettore generale, quando questi ravvisi l’opportunità di sentire su determinate questioni il parere degli Ispettori delle varie armi.
■ Questo Consiglio non deve essere confuso con il Consiglio dell’Esercito, già esistente, che è presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri e di cui fanno parte oltre l’Ispettore generale dell’Esercito e i capi di S. M. dell’Esercito e della Marina anche i Ministri della Guerra e della Marina.
■ La Commissione suprema mista per la difesa dello Stato e la Commissicne Centrale di avanzamento completano il sistema dei sommi organi direttivi dell’Esercito.
■ L’esperienza della guerra ha dimostrato la necessità di avere un gran numero di ufficiali addestrati al servizio di Stato Maggiore sia per costituire sin dall’entrata in campagna i nuovi comandi con organici sufficienti ed idonei alle loro funzioni, sia per diffondere la cultura nei quadri, sia per dare impulso agli studii, sia infine per permettere quella rotazione fra servizio presso lo Stato Maggiore e servizio presso le truppe che sola assicura il persistere del senso pratico della realtà negli ufficiali dei Comandi e degli organi incaricati di qualsiasi genere di studio. Questi identici scopi già si proponeva il Corpo di Stato Maggiore, ma appunto perché necessariamente risultava composto di un numero troppo esiguo di ufficiali, non poté raggiungerli, specialmente a guerra iniziata, quando l’Esercito assunse proporzioni non prevedute e in parte non prevedibili.

“GLI ALPINI DESTINATI A VIGILARE AI CONFINI ED A FORNIRE LA PRIMA COPERTURA ANCHE SULLE ALPI GIULIE RICONGIUNTE ALLE SORELLE ITALIANE.”

■ Ora invece, per assicurare il numero veramente enorme di ufficiali occorrenti per il servizio di Stato Maggiore, vi è la tendenza a seguire anche in tempo di pace il sistema praticato durante la guerra, ricorrendo anche agli ufficiali di complemento di ogni grado.
■ L’aumento del territorio nazionale, conseguito con la pace vittoriosa e con la liberazione delle province irredente, ha reso necessario aumentare il numero dei Corpi d’Armata territoriali che da 12 è salito a 75; conseguentemente le divisioni territoriali saranno 30 invece di 25.
■ In conseguenza dell’aumento del numero dei Corpi d’Armata e della popolazione del Regno, accresciuto di nuove province, venne pure aumentato il numero dei reggimenti di fanteria di linea, portandolo da 94 a 106. La vecchia e gloriosissima Brigata dei Granatieri di Sardegna è conservata col suo organico attuale.
■ Più che da questo insignificante aumento numerico, il nuovo ordinamento della fanteria sarà caratterizzato dalla fisionomia che acquisteranno i nuovi reparti dell’arma, intimamente diversi da quella dei corrispondenti reparti dell’ante guerra.
■ La parola «battaglione» evocava, sino al 1914, l’immagine di una falange di mille uomini, muniti ciascuno di un lungo fucile: anzi l’importanza dell’uomo scompariva dinanzi a quella dell’arma, tanto che si contava la forza dei reparti non a uomini, ma a fucili.
■ E questa falange si distendeva in ben ordinata catena, per combattere col fuoco; si riuniva in massa compatta per irrompere all’assalto, baionetta al sole, bandiera al vento, al suono incalzante, eccitatore di musiche guerriere.
■ Concezione molto pittoresca, consacrata dall’Arte dei grandi maestri e volgarizzata ad uso del grosso pubblico dalle cinematografie di grandi manovre e dalla pagina a colori dei giornali illustrati.
■ Questo convenzionalismo, applicato alla guerra vera, nelle prime azioni del 1915 ci costò il fiore dei nostri ufficiali di fanteria ed il sangue generoso delle più solide classi di truppa.
■ A nostre spese abbiamo sùbito imparato quanto sia atroce il quadro della battaglia, per l’essenza stessa della guerra moderna, col suo fuoco di artiglieria potente, preciso e inestinguibile, col suo fuoco di mitragliatrici onnipresente ed infallibile, con le sue insidie di ogni specie: reticolati, buche da lupo, lacci alla giapponese, elementi fiancheggianti, elementi traditori, mine, fogate, getti di fiamme e di gaz pestiferi, con la sua indifferenza all’ora, al tempo, al clima, alla stagione, alle sofferenze e alle passioni degli uomini, indifferenza che dà al combattimento odierno il carattere di un cataclisma della natura implacabile e fatale, che non conosce tregua né pietà.
■ Allora siamo corsi anche noi ai ripari: abbiamo strisciato per terra, ci siamo sprofondati nel suolo con trincee, camminameati, gallerie, caverne: abbiamo disteso reticolati, gettato cavalli di Frisia, abbiamo apprestato ogni sorta di armi difensive ed offensive, richiamando in onore elmo e pugnale, imbracciando lo scudo, adoperando ramponi, fiocine, bombarde, lancia-ruote, lancia-bombe e lancia-fiamme ed ogni sorta di macchine e di congegni. Contemporaneamente adottavamo bombe a mano e fucili automatici; aumentavamo le mitragliatrici in misura non mai pensata. Invece il fucile tendeva sempre più a scomparire in secondo piano; tanto che durante le ultime azioni si ebbero più di una volta assalti «a ferro freddo»: il pugnale fra i denti, una bomba in ciascuna mano, e il tascapane pieno di altri ordegni di morte.
■ Tutte le nuove invenzioni adottate tumultuariamente, a seconda dei bisogni locali di ciascun settore e della disponibilità di mezzi e che necessariamente influivano sulla costituzione organica dei reparti di fanteria, poco a poco si andarono disciplinando in una organizzazione uniforme per tutto l’esercito. Nell’interno di ciascuna unità ad ogni mezzo di offesa venne a corrispondere una squadra addestrata all’impiego del mezzo stesso, e, conseguentemente, armata ed equipaggiata in modo particolare. La compagnia divenne la combinazione di squadre di fucilieri, di compagnie mitragliatrici, di sezioni mitragliatrici leggere, di sezioni lancia-spezzoni, e talora, anche di sezioni di fucili automatici; il reggimento constò di battaglioni, di reparti zappatori, di sezioni bombarde, di sezioni cannoncini, e così via.
■ Questa trasformazione organica, rispondente alla importanza predominante della fanteria, ed alla necessità di congegnare i reparti in modo che abbiano in sé stessi i mezzi per risolvere prontamente tutti i problemi e di superare le multiformi difficoltà che si presentano durante lo svolgimento del combattimento, rende altresì più complicato l’impiego delle unità di quest’arma ed esige perciò uno studio accurato, con gran preoccupazione di praticità, per non cadere negli eccessi a cui trascina, nei lunghi periodi di pace, la tendenza a spingere sino alle estreme conseguenze l’applicazione di principii giusti per sé stessi in quanto derivano da insegnamenti accuratamente vagliati. Il pericolo di tali eccessi è ancora più temibile quando si tratti di organizzare la combinazione della fanteria-uomo con la fanteria-macchina, e cioè con quei mezzi meccanici, come le autoblindomitragliatrici e i carri di assalto (tanks) destinati ad operare in istretta collaborazione con le colonne di attacco e che perciò fanno realmente parte integrante dell’arma di fanteria.
■ Non è ancora stabilito quale sarà la formazione dei reparti elementari di fanteria.
■ Il nuovo ordinamento prevede tuttavia la costituzione di un gruppo di carri armati che fa parte dell’arma di fanteria e che consta di un reparto di autoblindomitragliatrici e di un reparto di carri armati.
■ Posto che i bersaglieri non ebbero in questa guerra impiego sostanzialmente diverso da quello della fanteria di linea, si era pensato in un primo tempo di sopprimere il loro corpo trasformando i reggimenti loro in altrettanti reggimenti di linea. Ma poi, per non far getto della forza morale incontestabilmente insita nel valore ideale delle tradizioni, (e il pennacchio di piume di gallo vanta tradizioni che nulla hanno da invidiare alle tradizioni di altre ben più vecchie insegne) si ritenne che, in sede di ordinamento provvisorio, conveniva conservare questa specialità, e studiare intanto come assegnarle le funzioni affidate attualmente ai reparti di assalto, riconducendola così, in sostanza, ai fini per i quali l’aveva ideata, sin dal 1836, il fondatore del corpo: Alessandro della Marmora. I reggimenti di bersaglieri, dunque, continueranno a sussistere, fino a nuovo ordine, in numero di 12 come prima della guerra, ma riuniti a due a due in brigata, come i reggimenti fanteria di linea.
■ Quanto agli alpini, destinati a vigilare ai confini ed a fornire le prime truppe di copertura (ad impedire cioè incursioni nemiche nella pianura dove, compiuta la mobilitazione si dovrà effettuare la radunata delle armate) il numero dei loro reggimenti è stato aumentato di uno, corrispondentemente all’aumentata estensione della cerchia montana, dopo che le Alpi Giulie si sono ricongiunte alle altre sorelle italiane per completare e chiudere il baluardo che la natura creò al nostro Paese.

“AL LONTANO SPETTATORE DEL CAMPO DI BATTAGLIA L’AZIONE SI RIVELA ESSENZIALMENTE PER LE NUVOLE BIANCHE CON LE QUALI I PROIETTILI DELLE ARTIGLIERIE DI OGNI CALIBRO AVVOLGONO E DISEGNANO LE POSIZIONI SULLE QUALI FERVE IL COMBATTIMENTO.”

■ La cavalleria, l’arma gloriosa delle cariche brillanti, sta per compire il suo ciclo e scomparire nel mondo evanescente della leggenda, dopo aver scritto, a prezzo di sangue, nella storia di questa guerra, pagine non indegne delle sue secolari tradizioni. Ma l’entità stessa del sacrificio incontrato, in confronto al risultato ottenuto, ha dimostrato una volta di più che il cavallo e la lancia non sono in grado di lottare contro il reticolato e contro le macchine di guerra che accoppiano oggi la potenza di distruzione alla velocità di traslazione ed alla capacità di percorrere qualsiasi terreno, e che certamente andranno sempre più perfezionandosi negli anni che ci separano da una nuovo futura conflagrazione. Inoltre la cavalleria è un’arma costosa perché, a differenza delle macchine, i cavalli consumano razioni e quindi danaro anche quando i reparti non lavorano.
■ Essa, poi, male si adatta al sistema delle ferme brevi perché il buon cavaliere non si forma in pochi mesi; invece immobilizza, a detrimento delle altre armi, elementi scelti specialmente dal punto di vista fisico. Per quest’ultima considerazione, nella guerra ultima, oltre che all’appiedamento di intere divisioni, si ricorse largamente all’impiego di ufficiali di cavalleria fuori della propria arma. Gli ardimentosi cavalieri che eravamo abituati ad ammirare nelle gare sportive affrontarono con l’usata baldanza gli aspri cimenti della battaglia, trasformandosi in fanti, in mitraglieri, in artiglieri, in bombardieri, in aviatori, e pagando ovunque, per la gloria delle armi sorelle, largo tributo di sangue.
■ Da queste premesse parrebbe doversi dedurre una decisa condanna a morte della cavalleria e cioè la sua totale abolizione. Ma l’ordinamento, come si è avvertito, è provvisorio, e deve perciò badare a nulla compromettere per l’avvenire che potrebbe anche riservarci sorprese non piccole; per esempio, condizioni tali da fornire occasione ad un utile impiego di cavalleria.
■ Questa possibilità non è da escludersi specialmente per operazioni in particolari terreni, e che non richiedano il concorso di grandi masse.
■ Ora, se vi è un’arma che non si improvvisi, questa è la cavalleria: se disperdessimo adesso, precipitosamente, il prezioso materiale (cavalli) che è in dotazione ai suoi corpi, e distruggessimo le gloriose tradizioni che sono parte essenziale della forza dei vecchi reggimenti, potremmo correre il rischio di trovarci, a momento opportuno, incapaci di approfittare di occasioni favorevoli. Perciò, in attesa che la situazione si chiarisca, si è adottato il criterio di addivenire non ad una abolizione ma ad una riduzione, conservando un forte nucleo che le circostanze del futuro diranno se sia da ridurre ulteriormente o da aumentare di nuovo. I reggimenti di cavalleria, dunque, scenderanno da 30 a 16 e in conseguenza le brigate saranno ristrette a 6, le divisioni a 2.
■ Anche agli occhi di un semplice e lontano spettatore, invece, sarà apparsa evidente la grande importanza assunta dall’artiglieria nella guerra moderna. Sul campo di battaglia, l’azione si rivela essenzialmente per le nuvole bianche colle quali i proiettili di ogni calibro avvolgono e disegnano le posizioni su cui ferve il combattimento; le detonazioni dei colpi di artiglieria in arrivo e in partenza costituiscono la terribile sinfonia che copre ogni altro rumore, e che col variare di tonalità scande il ritmo, e rivela, per ciascun punto e in ogni istante, il polso della lotta. E i combattenti sanno come spetti all’artiglieria soffocare e distruggere ogni cosa che offenda o minacci la nostra fanteria, spezzare e spazzare ogni ostacolo che le sbarri la strada, proteggendola con un cerchio di ferro e di fuoco che avanza quando essa avanza, che sosta quando essa sosta per prender lena sulle posizioni faticosamente e sanguinosamente raggiunte.

“L’ARTIGLIERIA SPAZZA E SPEZZA OGNI OSTACOLO CHE SBARRA LA VIA ALLA FANTERIA.”

■ L’artiglieria per quanto poderosa in numero non è mai eccedente al bisogno, perché non è mai eccessiva la spesa che permette alla nostra fanteria di raggiungere un dato scopo col massimo risparmio di vite umane.
■ Ma allo stato attuale delle cose, in sede di riordinamento provvisorio, l’organizzatore ha potuto e dovuto fissare un limite pratico ad un incremento dell’artiglieria, che teoricamente parrebbe doversi protrarre all’infinito.
■ E il limite è dato dalle presenti condizioni del bilancio, dalla preminenza che in questo momento hanno, su quelle militari, tutte le spese necessarie per la ricostruzione economica del Paese, dalla lontananza della probabilità di una nuova guerra, e dalla conseguente certezza che in questo lungo periodo nuovi studi condurranno ad adottare altri materiali che relegheranno anche i più moderni fra quelli di cui ora disponiamo fra gli oggetti da museo.
■ Eppertanto l’attuale riordinamento non segna, rispetto all’antico, quello straordinario aumento che le premesse ora enunciate potrebbero fare aspettare. Il numero dei reggimenti da campagna è sceso da 36 a 30; siccome però è considerevolmente aumentato il numero delle batterie nel reggimento, nel complesso si ha effettivamente una «massa di fuoco» alquanto maggiore. Ma mentre, prima della guerra, i reggimenti da campagna erano tutti di cannoni da 75, trainati da cavalli, ciascuno di essi avrà ora batterie da 75 trainate, batterie di obici leggeri pure trainate e batterie someggiate. E questa è una innovazione della massima importanza nei riguardi dell’impiego dell’arma.
■ L’artiglieria pesante campale — così apprezzata e così desiderata dal nostro piccolo fante, per la vigile agilità che le ha permesso di essere presente a tempo «sempre e ovunque» con il suo tiro preciso e potente — è accresciuta di 13 reggimenti, che saranno tutti a traino meccanico (ossia trainati a rimorchio da appositi autocarri anziché da cavalli), perché essendo destinati a costituire l’elemento principale delle riserve di artiglieria, manovrando le quali gli alti comandi esercitano azione diretta sullo svolgimento delle battaglie, devono avere la capacità di eseguire rapidi spostamenti su percorsi talora lunghissimi. L’altra grande amica del fante «la montagna» rimane invece su tre reggimenti, mentre l’unico reggimento di artiglieria a cavallo — «la volante» — seguendo le sorti dell’arma sua sorella, la cavalleria, si riduce a 4 batterie.
■ L’artiglieria da costa divorzia, in questo ordinamento, dall’artiglieria da fortezza che cambia nome, poiché le fortezze, travolte senza gloria al solo approssimarsi del vortice della guerra, paiono addirittura scomparse anche dalla nomenclatura militare. Avremo dunque 4 reggimenti da costa e 6 reggimenti di artiglieria pesante, destinati questi ultimi a fornire le batterie di grosso e medio calibro agli schieramenti dell’avvenire. E l’avvenire fa capolino specialmente in una nuovissima artiglieria della quale per ora avremo un solo reggimento: reggimento autoportato, ossia di cannoni da 75 portati da autocarri e disposti in modo da poter essere deposti rapidamente a terra, e messi «in batteria».
■ Per contro, scompaiono le bombarde che non erano artiglieria vera e propria, ma un ripiego per superare difficoltà rivelatesi nel corso di questa guerra e che, con più calmo esame del problema e mezzi meno empirici, permetteranno di vincere in avvenire. Infine, per concorrere anche alle lotte nei cieli, l’artiglieria addestrerà, con apposito materiale, ufficiali e personale in 13 depositi-scuola antiaerei.
■ Nell’arma del Genio i due reggimenti zappatori dell’antico ordinamento danno luogo a 15 battaglioni — uno per Corpo d’Armata, come era necessario per affiatare con le altre truppe combattenti quelle di questa importantissima specialità — ed i radiotelegrafisti con la istituzione di un reggimento loro proprio acquistano autonomia consona alla cresciuta importanza del loro servizio. La quarta arma combattente sorta da questa guerra, l’Aviazione, si afferma nel nuovo riordinamento con l’istituzione del nuovo Corpo Aeronautico, con un proprio Ispettorato, composto di tre raggruppamenti di aeroplani (uno da bombardamento, uno da caccia e uno da ricognizione) e di 3 gruppi (2 di aerostieri, per i palloni frenati, e 1 di dirigibilisti).
■ Dalla necessità di non distrarre da compiti strettamente inerenti alla preparazione alla guerra le truppe composte di soldati dalla ferma brevissima, consegue quella di accrescere l’organico dell’Arma benemerita. Le legioni dei CC. RR. sono state quasi raddoppiate (22 anzichè 12) ed è stata consacrata nel nuovo ordinamento la recente istituzione dei comandi di gruppo di legioni. È da notare che la R. Guardia — ora in formazione — istituita essa pure per alleviare dalla tutela della sicurezza interna le truppe combattenti, in concorso ai RR. Carabinieri, non fa parte dell’Esercito perché dipende dal Ministero degli Interni.
■ Altro Corpo sorto da questa guerra è il Corpo Automobilistico destinato a provvedere ai trasporti a traino meccanico di carattere generale: sarà su 15 centri automobilistici (uno per Corpo d’Armata) comandati ciascuno da un colonnello.
■ Ed infine avremo il Corpo del Treno, novità di questo ordinamento rispetto al precedente, ma risurrezione del «Corpo reali proviande» dell’antico e ben costrutto esercito piemontese, destinato a provvedere ai trasporti a trazione animale di carattere generale, sollevando finalmente i reggimenti del genio e sopratutto quelli di artiglieria dalla moltitudine di servizi giornalieri di presidio, che con l’istruzione delle batterie nulla avevano che vedere, ma finivano invece per assorbire talmente le energie e la pazienza degli ufficiali, dei soldati e dei cavalli, da paralizzare talvolta la vita delle batterie. Per lo stesso criterio organico che ha presieduto alla ripartizione del Corpo automobilistico, il Corpo del Treno sarà su 15 gruppi, uno cioè per ogni Corpo d’Armata.”

La tricromia (1910)

Da La Scienza per Tutti, Anno XVII, N. 32, 15 maggio 1910.

“■ Pochi sono i rami dell’industria nei quali siano avvenuti, in questi ultimi quarant’anni, dei cambiamenti così radicali come nell’illustrazione dei libri. Trent’anni or sono, i procedimenti più in voga erano la litografia, l’incisione in acciaio od in legno; oggigiorno, l’ultima non esiste quale industria commerciale, la penultima comincia a divenire un’arte del passato, e la prima è seriamente minacciata di una totale sostituzione in quasi tutte le applicazioni da ciò che si chiama il «procedimento a tre colori», o più brevemente, la «tricromia».

■ L’avvento ed i continui perfezionamenti della fotografia sono la cagione di questi cambiamenti radicali; poiché, se essa fu dapprima di grande aiuto all’incisore in legno, che applicava la positiva sul blocco di legno in cui doveva incidere il suo soggetto, non passò molto tempo prima che la positiva venisse ottenuta direttamente su un blocco di metallo, e vi restasse incisa senza che la mano dell’incisore vi avesse la benché minima parte diretta, e con una spesa di molto inferiore a quella dell’incisione a mano. Ne derivò quello che comunemente si chiama una riproduzione zincografica. È il cliché che, sostituendo il blocco di legno che si incideva altravolta, si usa attualmente per illustrare libri, riviste e giornali.

“FIG. 1. — DISPOSIZIONE SEMPLICE E DOPPIA DELLE DIAGONALI SUGLI SCHERMI.”

■ La sua invenzione ha, nel campo pratico dell’industria, uccisa l’incisione in legno, ed ha dato in mano allo zincografo quasi tutto il campo delle illustrazioni. La zincografia non ci dà però solamente le incisioni in bianco e nero che ben conosciamo, col loro reticolato talvolta finissimo e colle loro delicate linee trasversali ed i loro minutissimi punti; essa è anche la base della tricromia. E crediamo perciò necessario di spiegare dapprima al lettore ciò che sia la prima, per poi trattare della seconda.

“FIG. 2. — RIPRODUZIONE PARZIALE DI SCHERMI A DIAGONALI ED A RETICOLO.”

■ Vi sono due specie di riproduzione zincografica, che vengono chiamate al tratto ed a mezza tinta, a seconda che il procedimento riproduce delle semplici linee o tutte le sfumature d’una pittura o d’una fotografia. Solamente la seconda di queste riproduzioni è interessante dal punto di vista della tricromia, e ci limiteremo a descriverla brevemente.
■ Se vi capita sottomano un cliché antico, di quelli eseguiti nei primissimi tempi della zincografia, vedrete come la superficie ne sia rude e rozza, e come il reticolato che lo copre sia composto da linee trasversali ed incrociate site ad una grande distanza le une dalle altre, producendo all’occhio l’effetto di veder la vignetta attraverso un velo a larghe maglie. Ma, ci domanderete, a che serve questo reticolato di linee? Perché non si può riprodurre la vignetta in modo che abbia l’aspetto d’una fotografia, senza che sia attraversata da linee di nessun genere ? La domanda è non solamente ovvia ma anche interessante, ed eccovene la risposta: Supponete di avere la lastra di metallo, e di riportarvi la fotografia che deve essere riprodotta. Voi volete riportare quest’imagine su un foglio di carta; e, naturalmente, dovrete prima cospargere la lastra metallica con inchiostro da stampatori, o con altra sostanza che renda possibile la riproduzione. Passando però il rullo sulla lastra, questo lascia l’inchiostro su tutte le parti egualmente; e, nel caso di una lastra liscia, per quanto leggiadra sia la fotografia che vi è stampata, non otterrete nella riproduzione che uno scarabocchio, poiché l’inchiostro è andato a toccare in egual misura tutte le parti della lastra. La macchia nera che otterrete sulla carta avrà bensì le precise dimensioni della lastra, ma non ispirerà un’idea neppur lontana di un’imagine.

“FIG. 3. — COME SI FOTOGRAFA PER OTTENERE I CLICHÉS.”

■ Ora, se le parti della lastra che devono figurare le ombre verranno invece divise in tanti punti vicini gli uni agli altri; punti che saranno più radi laddove sono le penombre, e che spariranno completamente nei luoghi occupati dai bianchi della fotografia, si comprenderà facilmente che, passando il rullo intriso d’inchiostro sulla lastra, esso lascierà una grande quantità d’inchiostro laddove i punti sono vicini, meno dove essi sono più diradati, e per niente laddove essi mancano totalmente. Fra questi due estremi si può ottenere un’infinità di variazioni e di sfumature tra il nero ed il bianco, tra l’ombra e la luce variando gli intervalli regolari tra i punti nei quali è stata divisa la lastra metallica. Si otterrà così una riproduzione esatta della fotografia, ma più grossolana.
■ Lo schermo che ora si usa per dividere la superficie della placca si compone di due lastre di vetro, liscie, terse e limpide per quanto è possibile. Ciascuna di esse è divisa in linee diagonali (fig. 1) e nelle scanalature da esse formate si introduce una sostanza opaca, che non lascia quindi passare la luce. Sono state inventate delle macchine che con matematica precisione possono incidere da 80 a 120 diagonali su una lastra di vetro di 1 cm. di lato. Con questo mezzo si è riusciti ad avere dei clichés di reticolato assai più fino di quello originariamente usato di grana tanto fina che le linee trasversali divengono quasi completamente invisibili all’occhio nudo. Le due lastre di vetro vengono sovrapposte una all’altra, colle loro faccie incise combacianti, e riunite con balsamo del Canadà, sostanza che, come sanno i nostri lettori, è perfettamente trasparente.
■ Nella fig. 2 si vede in A la lastra a linee singole, in B le due lastre sovrapposte.
■ Ed ora, colla nostra lastra metallica — il metallo può essere zinco o rame — ed il nostro schermo di vetro siamo pronti a fare dei clichés, e procediamo come segue:
Il soggetto da riprodursi vien posto dinanzi all’obbiettivo di una macchina fotografica. Nel fondo della macchina stessa, e a 4 mm. circa davanti alla negativa, si mette lo schermo di vetro (fig. 3). Si ottiene allora una negativa del soggetto col solito procedimento fotografico; solamente non appariranno in essa i punti del soggetto i di cui raggi sono andati a colpire le parti incise dello schermo, poiché, come abbiamo visto, dette parti sono riempite di una sostanza opaca. Ciò che si ottiene dopo lo sviluppo è la negativa reticolata, e riproduce il soggetto coperto dal fitto reticolato delle linee che si incrociano ad angolo retto sopra di esso.
■ La placca metallica sulla quale si deve riprodurre il soggetto viene cosparsa di uno strato sottile di colla di pesce e di bicromato di potassa, sostanza questa sensibile alla luce e che si indurisce sotto la sua influenza.
■ La negativa reticolata si mette sulla lastra metallica sensibilizzata, e si espone alla luce, stampando la positiva come al solito. Nei punti in cui la luce passa liberamente attraverso la negativa, lo strato che ricopre la lastra metallica si indurisce completamente; laddove invece la luce non può passare, grazie all’oscurità della negativa, lo strato sensibile rimane assai molle, e tra questi due estremi abbiamo tutte le sfumature e tutte le gradazioni possibili di durezza o meno.
■ Una volta stampata la positiva, la lastra metallica vien lavata ripetutamente con acqua corrente, che asporta tutte le parti rimaste molli, lasciando pertanto la superficie della lastra a nudo in certe parti, ben riparata in altre, e meno riparata in altre ancora, in tutte le gradazioni. La lastra viene allora sottomessa all’azione del calore, e ciò che rimane della pellicola sensibile cuoce e forma sulla lastra come uno smalto. Questi resti di pellicola carbonizzati hanno una parte importantissima nel processo, come vedremo in seguito.
■ La lastra viene messa in un bagno di acido corrosivo, che scava la sua superficie nei punti in cui è nuda, la rispetta nei punti coperti, che sono poi i punti del cliché. Questi rimangono, e, nelle loro vicendevoli relazioni di vicinanza o di distanza, dànno la superficie riproduttrice.
■ Nella fig. 5 si vede un pezzo di superficie ingrandita. mentre nella fig. 4 si vede la superficie del cliché tal qual’è naturalmente coi suoi punti salienti ed i suoi incavi. La lastra viene poi montata su uno zoccolo di metallo o di legno di altezza adatta; ed eccovi, brevemente riassunto, il processo di riproduzione zincografica a mezza tinta.


■ Quali relazioni passino tra la riproduzione zincografica descritta e la tricromia il lettore non potrà comprenderle prima di aver prestata la sua attenzione ad alcuni fatti derivanti dalla teoria dei colori.

“FIG. 4. — TESTA D’UOMO, RIPRODOTTA DALLA NEGATIVA A RETICOLO.”

■ Elementare è la teoria secondo la quale tutti i colori e le loro sfumature possono venir derivati dai tre colori fondamentali — rosso, azzurro e giallo. La tabella che riproduciamo dà le combinazioni binarie e ternarie dei tre colori fondamentali. Essi vengono anche chiamati primari poiché non possono derivare da combinazioni di altri. Poche sono però le sostanze coloranti che diano questi tre colori puri. Ciascuno di essi si trova in generale frammisto a traccie d’un altro colore primario. Il carminio, ad esempio, non è rosso puro, ma rosso con un po’ d’azzurro; mentre il vermiglione contiene delle traccie di giallo. Lo stesso dicasi dei gialli e degli azzurri. La teoria però dei tre colori fondamentali parte dalla supposizione che essi si possano ottenere allo stato di purezza.
■ Il primo scalino nella combinazione dei colori primari è di mescolarne due, e d’ottenere così un colore secondario. Di questi ne esistono tre: il verde, combinazione di giallo e d’azzurro; l’aranciato, mescolanza di rosso e di giallo; il violetto, composto di rosso é azzurro. Possono, questi colori secondari, variare all’infinito nei loro toni a seconda delle proporzioni nelle quali si sono presi i primari che li compongono.
■ Mescolando i tre primari assieme si ottengono altri tre colori detti terziari: il rossiccio, quando nella mescolanza predomina il rosso; l’olivastro, quando vi abbonda l’azzurro; il citrino, quando il giallo vi è in maggior quantità. Anche qui si possono ottenere tutte le mezze tinte e le sfumature; e quando i tre colori vengono stampati uno sull’altro, a dosi eguali si ottiene un bel nero (semplice).

■ Dobbiamo menzionare che questa teoria dei colori si applica solamente alle sostanze coloranti, non già a quelli dello spettro solare. In questo la luce bianca viene riprodotta dalla combinazione di tutti e sette i colori, oppure di uno e del suo così detto «complemento»: il verde pel rosso, ecc.

“FIG. 5. — SUPERFICIE DI UN CLICHÉ, INGRANDITA A 40 DIAMETRI.”

■ La teoria della tricromia consiste nel prendere un oggetto qualsiasi, nell’analizzare in quali quantità entrino a far parte del suo colore i tre colori primari, ed in quali esatte proporzioni. Stabilito ciò si potrà poi, con appositi clichés e col torchio da stampatori, riprodurre e riunire questi colori di bel nuovo, nelle stesse proporzioni di colori primari, secondari e terziari esistenti nell’oggetto.
■ La pratica dista ancora dalla teoria. E ciò dobbiamo ascrivere a varie cause, quali la delicatezza quasi irraggiungibile di manipolazioni che esigono le lastre sensibili, l’incertezza dei filtri di colore, l’imperfezione delle sostanze coloranti che si trovano negli inchiostri tipografici, i difetti e le irregolarità delle carte e delle macchine da stampare, la mancanza di senso artistico che spesso si riscontra negli zincografi. Nullameno i risultati sono abbastanza soddisfacenti, direi anzi meravigliosi; e possiamo sperare che, migliorandosi sempre più i processi, si giunga un giorno alla perfezione.
■ Passiamo ora alla preparazione dei clichés per la tricromia. Non si dimentichi, durante questa spiegazione, che venti lastre di pietra non erano molte per ottenere un buon risultato nella cromolitografia.
■ La prima parte del procedimento è la decomposizione dei colori dell’oggetto, la determinazione delle loro proporzioni. Anche qui saremo aiutati dalla fotografia. Si è scoperto che i raggi luminosi emananti da un oggetto sono passibili di essere filtrati come dell’acqua in un filtro; e che, come le sostanze estranee all’acqua vengono trattenute dallo strato di carbone od altro, con filtri colorati adatti si riesce a lasciar passare solamente raggi di un determinato colore. Abbiamo due specie di questi filtri secchi od umidi.

“FIG. 6. — FILTRO UMIDO.”

■ Il filtro umido consta di una cellula con pareti consistenti in due lastre di vetro limpido, tra le quali sta una soluzione d’un colore d’anilina (fig. 6). Quando invece la tinta d’anilina mescolata ad una soluzione di gelatina o di collodio viene cosparsa su una lastra di vetro, sulla quale se ne assicura, con balsamo del Canadà, una seconda per proteggere lo strato colorato, abbiamo un filtro asciutto (fig. 7). Per filtrare ogni colore si devono usare tinte differenti, come dalla seguente tabella:

■ Preparati i filtri, si pongono dinanzi o dietro l’obbiettivo della macchina fotografica, uno alla volta. Nella macchina si avrà una lastra sensibilissima. Usando il primo filtro accennato, la fotografia non registrerà che i toni azzurri dell’oggetto, impedendo il passaggio ai raggi rossi e gialli, ed a quelli derivanti dalle loro combinazioni binarie. E così via pel rosso e pel giallo. Otterremo così tre negative differenti, che vengono poi riprodotte sulle lastre metalliche col processo descritto nella prima parte di questa trattazione.

“FIG. 7. — FILTRO ASCIUTTO.”

■ Nella nostra tavola a colori, si vedono le impronte delle tre lastre metalliche, da sole, nelle loro combinazioni binarie, ed in quella terziaria; ed è interessantissimo di osservare le differenze che passano tra una lastra e l’altra, ed il risultato che producono quando vengono stampate, una dopo l’altra.

“FIG. 8. — UN SALONE DI LAVORO PER RIPRODUZIONI IN TRICROMIA.”

■ Abbiamo visto di quale semplicità sia il processo di tricromia. Non si tratta che di separare, fotografandoli attraverso differenti filtri colorati, i colori d’un oggetto, e di riunirli poi nelle stesse proporzioni sulla carta, stampandoveli colle lastre ottenute dalle negative prese. Per quanto semplice però sia la teoria, la pratica è tutt’altro che facile, e la tricromia è ancora in fascie; il rendimento dei filtri colorati è ancora imperfetto, e conviene spesso ritoccare a mano le lastre per ovviare all’insufficiente funzionamento dei filtri. Naturalmente, anche questo ramo dell’industria si va ogni giorno più perfezionando, e speriamo in alcuni anni di ottenere dei risultati ben più meravigliosi di quelli finora ottenuti. Non sarà una delle minori vittorie riportate dall’intelletto umano.”

Filtri e stacci negli animali (1910)

Da La Scienza per Tutti, Anno XVII, N. 32, 15 maggio 1910.

” ■ Le branchie dei pesci che abitano acque torbide o che hanno scelto la loro abitazione nei fondi fangosi dei pantani son sempre d’un bel color rosso vivo, e perfettamente pulite. Né questo fenomeno si può spiegare colla protezione data alle branchie dagli opercoli che le coprono, poiché l’acqua, pura o melmosa, passa continuamente attraverso ad essi ed alle branchie. Ma la provvida natura ha dotato la gola dei pesci di veri filtri, attraverso i quali passa, purificandosi, l’acqua, prima che essa abbia raggiunto le branchie. In molti altri animali troviamo dei dispositivi naturali che fanno l’ufficio di filtri o di setacci, e finora s’era concessa una lieve attenzione ad essi, abbenché siano d’importanza capitale, diremo anzi vitale, per gli animali che ne vanno provvisti. I filtri naturali che si trovano nell’organismo di alcuni animali si possono dividere in tre grandi categorie; quelli che hanno uno scopo puramente protettivo, quelli che provvedono alla filtrazione dei cibi assorbiti dall’animale, e quelli infine che servono ad ambedue gli scopi.

“FIG. 1. — PORI RESPIRATORI NEL DITISCO MARGINATO (MOLTO INGRANDITI).”

■ I filtri protettivi si riscontrano tanto negli animali terrestri che in quelli acquatici. La loro funzione consiste nel proteggere contro gli attacchi di agenti esterni gli organi di respirazione ed altre parti delicate del corpo. I pori respiratorî che si trovano lungo la linea addominale degli insetti e che apportano l’aria alle loro trachee sono provvisti di apparecchi svariatissimi che impediscono l’accesso alla polvere. Ed anche la minima parte di pulviscolo che riesce ad entrare nelle trachee durante il periodo dell’inspirazione, ne viene espulsa nel successivo periodo di espirazione. Nel Ditisco marginato ciascuno dei due grandi pori respiratori di forma ovale è protetto da un tessuto di peli intrecciantisi (fig. 1). Le branchie del granchio d’acqua dolce son provviste di lunghi peli arricciati che ne proteggono l’accesso (figura 2).

“FIG. 2. — SEZIONE TRASVERSALE DEL GRANCHIO D’ACQUA DOLCE.”

■ Le larve acquatiche delle Friganee, come dicevamo nel supplemento dell’8. numero della Rivista, si proteggono con casette che vengono costruite di pietruzze, festuche, pezzettini di legno, detriti di ogni sorta, tenuti assieme da un umore vischioso, che si solidifica in una specie di seta (fig. 3). Prima che la larva passi allo stato di crisalide, le aperture della casetta tubolare vengono provviste di filtri, attraverso i quali passa l’acqua necessaria purificata, e tale da non poter recar danno alle branchie della crisalide. Questi filtri vengono filati come le tele di ragno, in diverse forme ed in differenti modi (fig. 4). Alcuni sono dei veri tessuti provvisti di piccolissime aperture (b 1); altri sono molto aperti (b 2), altri ancora sono commisti a pietruzze (a).

“FIG. 3. — LE METAMORFOSI DELLE FRIGANEE.”

■ Il sistema acquatico vascolare delle stelle e dei ricci di mare è protetto dalle «placche madreporiche» attraverso le quali vien filtrata l’acqua prima di entrare in circolazione nell’organismo dell’animale (fig. 5).
■ L’esempio più potente, più efficace di setacci pei cibi vien dato dalla balena. L’intera bocca dell’enorme mammifero è quasi completamente otturata dai fanoni (ossi di balena) che non permettono l’accesso della trachea e del tubo digestivo se non a minuscoli crostacei e piccolissimi molluschi, contrariamente a quanto molti credono ancora.
■ I fanoni pendono in file parallele dal palato, che ne ha da 300 a 360 (specie groenlandesi), di cui i più lunghi possono misurare anche 5 metri di lunghezza su 30 cm. di spessore alla radice. Spesso il peso complessivo dei fanoni di una balena raggiunge i 1500 chilogrammi. La loro superficie interna è provvista di peli intrecciati (figure 6 e 7). Quando le mandibole dell’animale si chiudono, la lingua ed i fanoni si dispongono in modo da precludere quasi completamente il passaggio a qualsiasi oggetto che non sia di dimensioni minime. L’acqua trattenuta dall’animale nella bocca sfugge attraverso il piccolissimo foro, e gli animaletti che v’erano contenuti rimangono invece presi tra i fanoni, fornendo così alla balena il necessario nutrimento.
■ In modo simile si nutre il Mestolone (Rhyncopsis clipeata), specie di anitra che si trova anche in Italia, benché sverni in generale nelle Indie e nelle regioni etiopiche. La parte superiore del suo becco sormonta a mo’ di portico quella inferiore, e porta da ogni lato una fila di piccoli fanoni, di consistenza cornea, e smussati (figura 9). Ogni lato della parte inferiore del becco è altresì provvista di circa 200 fanoncini, simili a spigoli sfrangiati e di varie lunghezze, fino a 6 cm. al massimo. La cavità formata dal becco, dal palato e dalle fauci vien riempita dall’animale d’acqua nella quale son sospesi degli animaletti. Quando poi l’uccello leva il capo, a bocca chiusa, l’acqua sgocciola lateralmente tra i fanoni, che trattengono invece la preda. E tutta l’operazione vien effettuata con tale rapidità, che l’occhio può difficilmente rendersene conto.

“FIG. 4. — FILTRI NEGLI INVOLUCRI DI LARVE DELLE FRIGANEE.”

■ Apparecchi di filtramento assai bizzarri si riscontrano pure nello stomaco del granchio d’acqua dolce. Gli intestini di questo crostaceo, eccezion fatta di una piccola porzione contigua allo stomaco, sono improprii alla digestione, essendo intonacati della medesima sostanza cornea e di purezza pietrosa che forma il guscio dell’animale. E dappoiché il piccolo pezzo superiore dell’intestino non è bastante per compire tutte le operazioni della digestione, la superficie digerente è stata aumentata dalla Natura in modo assai strano. Da ciascun lato dell’intestino superiore, comunicante con esso, si trova un organo abbastanza grande, di color giallo, e pieno di innumerevoli tubetti o canaletti, di sezione finissima (fig. 11 I, b); organo che vien chiamato comunemente ma erroneamente, il fegato dell’animale. Il cibo, preparato ed emulsionato nello stomaco del granchio, passa attraverso questi canaletti, che, pel loro gran numero, offrono una grandissima superficie assorbente.

“FIG. 5. PARTE DI UNA PLACCA MADREPORICA DI STELLA MARINA. — FIG. 6. TESTA DI BALENA.”

■ I canaletti sono così sottili che solamente delle sostanze sminuzzatissime possono passarvi attraverso. E quindi, nello stomaco, il cibo non è solamente preparato, ma deve anche ripetutamente passare attraverso i filtri e gli stacci che vi si trovano, per ridurlo in uno stato di sminuzzamento tale da poter essere digerito dai canaletti di cui abbiamo parlato. Lo stomaco è diviso in due compartimenti; un ventriglio (analogo a quello che forma il secondo stomaco di certe specie d’uccelli) (fig. 11, C), in cui il cibo è macinato, ed una camera di filtri (figura 11, P), che contiene un serbatoio (fig. 10, St), e tre filtri (Mf, Drf, fig. 12).

“FIG. 7. — SEZIONE TRASVERSALE NELLA BOCCA DI UNA BALENA.”

■ Il cibo finemente macinato e ridotto in poltiglia nel ventriglio s’accumula nel serbatoio, che, quando è pieno, vien compresso dai muscoli che lo attorniano. La pressione costringe la parte liquida del chilo a passare attraverso tre orifizi protetti da peli; mentre questi ultimi trattengono le particelle solide che vi possono essere contenute, e le rigettano nel serbatoio, da dove passano nella parte inferiore dell’intestino. Gli orifizi di cui parliamo conducono ai tre filtri, due dei quali (fig. 10, Drf) sono di forma tubolare e rivestiti di numerose creste trasversali, coperte di peli finissimi, rivolti verso il serbatoio, ossia contro corrente. Quando il chilo liquido passa sopra questi peli, tutte le particelle solide che avessero potuto sfuggire a quelli che guarniscono l’orifizio maggiore vi rimangono impigliate, mentre la soluzione purificata, od emulsione del chilo, gocciola tra le creste, e trova la sua via ai canaletti del cosidetto fegato. Tutte le particelle trattenute dai filtri se ne tornano al serbatoio, e di lì all’intestino inferiore. Il filtro superiore poi, (Mf, fig. 10) è guarnito di peli, ma non di creste, e dà direttamente sull’intestino superiore.

“FIG. 8. TESTA DEL MESTOLONE. — FIG. 9. SEZIONE DEL BECCO DEL MESTOLONE.”

■ In molti animali acquatici, la stessa disposizione di filtro serve per proteggere gli organi respiratori e per separare il cibo. Gli animali e le altre sostanze solide che entrano nella bocca assieme coll’acqua che serve per la respirazione devono essere messi da parte, sia per proteggere le branchie, che per fornire il cibo all’animale. Una di queste due funzioni predomina a seconda della specie.

“FIG. 10. GLI STOMACHI DEL GRANCHIO D’ACQUA DOLCE. — FIG. 11. GLI ORGANI DIGESTIVI DEL GRANCHIO D’ACQUA DOLCE.”

I pesci ed i girini delle rane e delle salamandre sono provvisti di filtri di meravigliosa complessità, situati nella gola e negli spigoli interni delle aperture che conducono alle branchie. La forma più semplice si riscontra nei girini delle salamandre, e si compone di piccole escrescenze; più complesso invece è l’apparato del girino della rana. La salamandra, anche allo stato di girino, è un animale predone, e pertanto inghiotte la sua preda a pezzi abbastanza grandi, che possono essere rimossi facilmente dalle branchie caso mai vi entrassero, o vi si soffermassero. I girini delle rane, invece, si nutrono precipuamente di alghe, e tutto il cibo entra nel loro tubo digerente in uno stato di grande sminuzzamento.


“FIG. 12. FILTRI NELLE BRANCHIE DI UN GIRINO. — FIG. 13. FILTRI NELLE BRANCHIE DI UN PESCE. — FIG. 14. FILTRI NELLE APERTURE BRANCHIALI DI UN PESCE.”

■ Le loro branchie sono pertanto protette da un vero labirinto di canaletti e di condotti (fig. 12), attraverso i quali non può passare che l’acqua pura.
■ Grandi differenze si riscontrano pure nei filtri protettori delle branchie nei pesci. Nella sua forma più semplice l’apparato comporta solamente una stretta fessura che compone l’orifizio delle branchie sulla gola, fessure che si aprono come i diti di una mano serrata (fig. 13). Nella fig. 14 si vedono invece delle forme più complicate, a mo’ di pettini o di graticci. Filtri di questi tipi si trovano nei salmoni, nelle trote, nelle aringhe. Quanto ai pesci che abitano acque limpide, la maggiore o minore apertura dei filtri dipende dalle dimensioni del cibo che l’animale può inghiottire. Legge questa che si trova chiaramente spiegata nelle famiglie dei salmoni e delle aringhe. I salmoni, le trote ed altre specie di pesci predoni, che divorano animali di dimensioni relativamente grandi hanno dei filtri di disegno rozzo, con pochi canaletti mentre le specie che, come l’aringa, si nutrono particolarmente d’alghe, hanno dei filtri complicati, intricatissimi e quasi chiusi.

“FIG. 15. — FILTRI NELLE BRANCHIE DI ALCUNI TUNICATI (MOLTO INGRANDITI).”

■ Tutti i pesci poi che, come i carpioni, vanno a cercare il loro nutrimento nelle acque melmose, hanno dei filtri strettissimi, e che non dipendono per nulla dalle dimensioni del cibo divorato, visto che il loro ufficio si riduce a quello di proteggere le branchie dell’animale.
■ I molluschi chiamati «Tunicati» od «Ascidi», posseggono pure dei filtri complicati. Queste strane creature sono altrettanto attive dei girini ai quali rassomigliano, mentre, allo stato adulto, passano la loro esistenza immobili sul fondo del mare. Il corpo ne è ricoperto di un integumento coriaceo, il «mantello» o «tunica», che possiede due orifizi alla parte libera superiore. Una corrente d’acqua circola continuamente fra questi due fori, entrando dall’uno di essi ed uscendo dall’altro. Il foro d’entrata s’apre su di una cavità chiamata cavità branchio-intestinale, le di cui pareti comunicano per dei pori sottilissimi alla cavità generale del corpo, che comunica a sua volta coll’apertura di uscita dell’acqua.
■ Di più le pareti della cavità branchio-intestinale sono tappezzate da numerosissimi vasi sanguigni, ed anche il sangue che vi scorre viene aereato dall’aria contenuta dall’acqua circolante. Ma esse pareti, simili a setacci, servono pure a trattenere nelle cavità, e prima che abbiano a giungere alla vera bocca, aprentesi al fondo sullo stomaco, tutti gli animali ed altri corpi solidi che la corrente d’acqua porta seco entrando. I pori sono di disegni assai differenti, complicati e finissimi; alcuni di essi sono riprodotti, molto ingranditi, nella fig. 15. Il numero di questi pori, microscopici sorpassa talvolta i 250 000.
■ Condizioni simili troviamo nella respirazione e nella nutrizione dei molluschi bivalvi. Le branchie, che contengono circa 4000 pori al centimetro quadrato, servono da filtri, e trattengono tutti i corpi solidi che, a seconda della loro natura, vanno alla bocca per servire da nutrimento, oppure vengono direttamente eliminati dall’animale.”

Una splendida pagina della preistoria italica (1912)

Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XVIII, N. 11, novembre 1912.
Dell’avv. B. Mattiauda.

” ■ Ripenso talvolta il lavoro paziente e vastissimo compiuto dal Touring Club Italiano quando sotto l’ispirazione e la guida di L. V. Bertarelli, imprese la «revisione toponomastica dei documenti fondamentali che ci danno i nomi di casa nostra». Ripenso al contributo spontaneo di lavoro portato da un esercito di soci, ed alle 48000 comunicazioni cogli Informatori spogliate, discusse e utilizzate in poco più d’un anno rettificando 7197 nomi della Carta d’Italia…; e domando a me stesso di che cosa sarebbe ancora capace codesta attività con tanta coesione di buon volere e di forza morale.

“FIGURA D’UOMO CON ARATRO E BUOI IN «VAL FONTANALBA».”

■ E ripensando al lavoro compiuto di fronte a quello che rimane da compiere, si affacciano alla mia mente le NOTE TOPONOMASTICHE del Touring Club Italiano come prima correzione delle prove di stampa per un libro di valore immenso, quale sarebbe il libro più antico mondo; perché il libro più antico non è certamente la Bibbia, né possono esserlo i libri sacri dell’India o del Celeste Impero, né quelli sacerdotali d’Egitto, dove leggevansi le vicende di civiltà e di popoli scomparsi. Prima di Mosè, prima di ogni scrittura geroglifica dell’Egitto e del Messico, prima ancora del sacro vate che affidò al vetustissimo canto le prime istorie da tramandarsi ai venturi, esordiva la umana industria con un libro mirabile per vastità d’argomento e continuità di dettato e serie non interrotta di collaboratori, così da farne la storia più antica e fedele di tutti i popoli meritevoli di ricordanza. Questo libro antichissimo, perché anteriore alle prime parvenze di civiltà, è la superficie stessa della terra, e i suoi caratteri indelebili e le sue parole, sonanti lungo il corso di molti millennî, sono I NOMI LOCALI, testimonianze sicure delle vicende infinite dell’Umanità, delle sue divisioni, delle sue lotte, delle parentele remotissime, dei linguaggi misteriosi che germogliarono per secolari contatti di tribù e di popoli senza nome, prima assai che sorgesse il primo vate ripolitore di volgare linguaggio o il primo grammatico paziente e l’acuto glottologo a raccogliere le leggi arcane e mirabili della umana parola. In questo libro immenso, nei nomi dei monti, dei fiumi, dei golfi, dei promontorî, delle fontane e delle caverne stesse che raccolsero e protessero le umilissime origini degli umani consorzi, nei nomi delle città e dei villaggi più antichi è la storia prima e più certa delle vicende dell’umana famiglia. Ogni popolo ha in questo libro la sua pagina misteriosa. Ed una delle più splendide è certamente quella toccata alle genti d’Italia e scolpita indelebile su tutta quanta la superficie della penisola nostra nelle migliaia di nomi che più durevoli della pietra e del bronzo serbano le memorie dell’italica stirpe.

“UNA GRANDE SUPERFICIE LISCIA IN «VAL FONTANALBA» COPERTA DALLE FIGURE SCOLPITE.”

■ A leggere questa pagina, inesauribile per ricchezza di rivelazioni inattese, pochi si accinsero, distratti specialmente dalla volgare credenza che tutto s’abbi a trovare nei libri, senza pensare che prima d’ogni più antica scrittura, l’Umanità ebbe millennî di vita lasciandone sempre testimonianza NEI NOMI DEI LUOGHI ABITATI. I quali nomi accettati quasi sempre dai successivi occupanti, modificati in parte o storpiati pure talvolta dai conquistatori, ma più sovente ancora dalla incosciente superbia dei letterati, restarono però quasi sempre inalterati nella fonetica popolare dei volghi abitatori della regione specialmente nelle parti montane e di più difficile accesso. E in questa volgare fonetica sempre o quasi si possono rintracciare e riconoscere nelle loro forme antichissime, e possono essere purgati dalle eventuali sovrapposizioni e dalle storpiature che li deturpano. A leggere e a purgare la splendida pagina che porta il nome d’ITALIA si accinse da qualche tempo il Touring Club Italiano come apparisce in modo speciale dalle Note toponomastiche pubblicate nel 1908. E se la collaborazione dei numerosi consoci rispondesse ancora volonterosa all’appello, come prevede il Bertarelli, io vorrei pure sollecitarla non solo per aggiungere a molti nomi locali compresi o da comprendersi nella Carta topografica d’Italia la forma dialettale corrispondente, ma per raccogliere inoltre nelle rispettive forme volgari tutti quei nomi di regioni, di località, di rupi, di fontane, di caverne, ecc. ecc., che non possono essere compresi nella carta e che non avendo una ragione storica conosciuta, sieno in apparenza strani o difficilmente spiegabili. Io ciò vorrei perché una certa esperienza e ripetute osservazioni e pazientissime indagini da lungo tempo m’insegnano che nella forma volgare dei nomi proprî locali è a raccogliersi la più gran messe di voci comuni delle antichissime lingue italiche.

“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE DI ARMI, ARATRO, ECC.”

■ È in questi nomi la prova più certa che vive e si perpetua in moltissimi volghi italici l’idioma dei Liguri, stirpe più antica d’Italia, l’idioma stesso che i dotti immaginarono e proclamarono estinto, vaneggiando sorpresi dietro un errore colossale di Metrodoro Scepzio, divulgato da Plinio, riguardo al nome del maggior fiume d’Italia.
■ È in questi nomi la chiave di quell’arcano linguaggio degli Etruschi dalla cui civiltà assai prima che dalla Graecia capta si educava l’antica Roma all’imperio del mondo; di quell’arcano linguaggio che il Lattes (miracolo di lavoro e di pertinace pazienza tra i molti e dottissimi che ne tentarono il mistero) dice ancora, e giustamente, «un problema che da tre secoli almeno — altri potrebbe dire da venti — pesa come cappa di piombo sulla storia della civiltà e dell’Italia». E tale è davvero, perché delle sue migliaia d’iscrizioni scoperte finora NON UNA fu integralmente, con sicurezza e concordemente decifrata in tre secoli di lavoro, da una legione di dotti; NON UNA! neppur quella semplice e chiara di due sole parole conosciuta col nome di epigrafe di Tresivio (Fabretti, N. 2, del Primo Supplemento al Corpus inscriptionum italicarum), neppur quella sepolcrale davvero e chiarissima e di una sola parola al N. 1981 del Fabretti! senza contare le venti interpretazioni diverse e quasi tutte frammentarie della grande e completa epigrafe del Cippo di Perugia (al N. 1914 del Fabretti) attorno alla quale da 89 anni almeno si sta lavorando!

“TESTA CORNUTA CON RETTANGOLI DENTRO LE CORNA
«VAL FONTANALBA»”

■ Sarebbe pure questa raccolta di forme dialettali dei nomi di casa nostra, il primo e più efficace contributo a un Dizionario Geografico d’Italia, utilissimo non solo alle ricerche geografiche, ma sì ancora, e più efficacemente forse, alle ricerche linguistiche ed etnografiche, essendo certissimo ad esempio, l’etimologia dei nomi stessi più noti, come quelli di Torino, Milano, Genova, Nizza, ecc., ecc. non potrà mai seriamente e utilmente ricercarsi se non partendo dalla forma volgare (Turin, Milan, Zena, Nissa, ecc.), cioè la forma ricevuta dal linguaggio d’origine.
■ E codesta verità intuirono forse coloro che (specialmente dalla Sardegna) contribuirono alle Note toponomastiche per la Carta del T. C. I. tentando di sostituire la forma dialettale nei nomi di molte località alla forma dei nomi stessi non sempre felicemente italianizzata, e immeritatamente accolta nelle Carte dell’Istituto geografico Militare, come già per lo innanzi nelle scritture notarili e burocratiche. Col quale tentativo intesero probabilmente affermare che i 3052 nuraghi inscritti nell’Elenco degli edifizi monumentali d’Italia pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1902 non valgono per lo storico e pel filologo quanto i nomi di pochi debitamente studiati e accertati nel rispettivo valore linguistico, e quanto valgono i nomi dei paesi dove s’incontrano ancora, come, ad esempio, il nome di Arzana, Bennari d’Usellus, Baiore, Isili, Narca, Oliena, ecc., ecc. e quanto i nomi dei nuraghi Izzi ed Aiga in Abbasanta, Bolessene in Aidomaggiore, Sa Nizza in Assolo, Sa Iba in Bari Sardo, Ruinenna ed Atza Cosu in Guamaggiore, Solene e Mene in Macomer, Sabadi in Muravera, Orene in Norbello, Ena longa in Ortueri, Benas in Solarussa, Mitza manna in Uras, S’Ena de Calvia in Alghero, Badena a Ittiri, Marena in Cheremule, S‘Ecca de S’Aghedue S’adde de sa chessa a Nulvi, ecc.

“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE.”

■ Non mi dissimulo le difficoltà che sovente s’incontrano dovendo scrivere un nome o vocabolo con giusta grafia corrispondente alla fonetica dialettale; ma giova considerare che tra un nome malamente scritto nella forma volgare (suscettibile sempre di correzione) ed un nome storpiato o travisato per ismania di tradurlo e vestirlo nella lingua comune della nazione, è preferibile sempre la imperfezione del primo caso, la quale non impedisce il riconoscimento, alla imperfezione del secondo, che fa irriconoscibile il nome a coloro stessi che ogni giorno lo ripetono e lo sentono.
■ Altro lavoro d’indagine utilissima alla storia qualche volta pure all’archeologia sarebbe di ricercare fra le centinaia di nomi locali desunti dal Cristianesimo i nomi precedentemente portati da quelle stesse località e probabilmente, nella maggior parte dei casi, desunti dalle credenze pagane o da ragioni storiche o topografiche.
■ Abbiamo, ad esempio, in Italia non meno di 529 comuni (senza contare un maggior numero di frazioni, molte delle quali vantano origine più antica del capoluogo) i quali portano nomi di Santi; ed è certo che molti tra questi aggregati di abitazioni hanno origine anteriore al Cristianesimo. Qual era di questi comuni o di queste frazioni il nome primitivo scomparso? E la ragione di quel nome qual era?…
■ Pochissimi sanno oggi, ad esempio, che al nome antico di VILLA MATUTIANA (tratto dal culto pagano) fu sostituito nei tempi cristiani il nome di San Remo; che il nome dell’antica PEDONA, nei liguri Vagienni, venne mutato in quello di BORGO SAN DALMAZZO; che S. Pietro di Bivona (Calabria Ult.) fosse l’antico IPPONIUM; che Borgo S. Sepolcro fosse altra volta BITURGIA, e S. Angelo in Vado il THIPHERNUM METAURENSE, e Borgo S. Donnino fosse FIDENZIA, e che sia stato San Gemini la CARSULAE degli Umbri antichissimi.

“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE.”

■ E non basta. Moltissimi passi alpini (conosciuti pure e frequentati dai Liguri, dagli Umbri, dagli Etruschi e dai Romani) portano oggi il nome di un Santo: San Bernardo, San Gottardo, San Giacomo, S. Marco, S. Martino, ecc. Qual era il nome antico, e da qual fatto storico o mitologica leggenda era esso desunto?
■ Quali avanzi di templi o sacelli, di teschi o d’are o d’erme solitarie del paganesimo esistono od esistevano un giorno, o quali nomi rimangono a indiziarne la disfatta dove sorgono oggi i santuarî, le cappelle, i piloni e le statue colossali del Redentore, testimonianze solenni alla fede vittoriosa del Crocifisso di Nazaret?
■ Ecco un campo vastissimo al buon volere, all’attività inesauribile del Sodalizio nostro. Coraggio dunque e all’opera!
■ Si apra dalla Rivista una rubrica speciale a queste indagini, a raccogliere le informazioni, le rettifiche ulteriori dei nomi sfuggiti al lavoro delle Note toponomastiche, le forme dialettali di quanti più nomi sarà possibile, i nomi antichi scomparsi o rimasti silenziosi o sconosciuti per alterazioni o per sovrapposizione di nuovi.
■ Il campo è vastissimo e la messe inesauribile forse, perché non ostante il lavoro immenso che in Italia e fuori si andò compiendo, molti sono ancora i punti oscuri e moltissime le oasi inesplorate nella storia delle genti italiche. Fino a qual punto si estese la irradiazione e il dominio dei Liguri, degli Umbri, degli Etruschi? Dove sorgevano e come quelle città d’Etruria delle quali appena il nome ci è noto, come Amitina e Arteña, e Blera o Bieda, e Fescennia, e Ferentino, e Fregena, e Gravisca ed Erbano, e Larteniano, e Larnia ossia Larina, e Ocricula, e Velete, e Solonio, e Suderto, e il celebratissimo Feroniae Lucus, e Syrenzio o Syrcento, e Falari o Faleri, e il Fanum Voltumnae, e il Vicus Elbii, e Meonia, e Statonia, e Turrena, e Vetulonia e tante altre delle quali appena ci resta il nome ellenicamente o latinamente storpiato come quello, ad esempio, di Bondelia, lasciatoci da Tolomeo con tre lettere che l’alfabeto etrusco non ebbe (B, O, e D), e come quello di Eba?
■ E non potrebbero per avventura indiziarne l’ubicazione le scoperte frequenti di necropoli senza nome e la toponomastica della circostante regione?

“SUPPOSTI DISEGNI DI UNA CAPANNA CON RECINTO PER LE BESTIE IN «VAL FONTANALBA»”

■ Quali sono i castelli dei Liguri onde i Romani, tacendo i nomi nella storia, celebrarono l’espugnazione con trionfi ai quali Cicerone (estimatore non sospetto delle glorie romane) mordacemente preferiva un’orazione di Crasso? — Dove e quali sarebbero i campi memorandi in terra italica sui quali a Roma fu tante volte disputato l’imperio del mondo? — Dove apparve più lunga ed intensa in Italia la influenza della civiltà e della dominazione romana? — Dove ancora si riconosce e si accerta una traccia delle antiche religioni scomparse? — Perché il nome o i nomi molteplici dei due massimi fiumi d’Italia? — Perché il nome più modesto e non meno arcano del Bormida? e quelli perfettamente Liguri-etruschi del Ticino e dell’Adige, l’un dall’altro in apparenza tanto diversi e in realtà tanto affini? — Perché nelle Alpi marittime il nome di quel Monte Bego, circondato da nomi così arcani e paurosi e da quelle sette od ottomila incisioni rupestri che al più deserto di quei valloni dettero il nome delle meraviglie, e formano la disperazione dei dotti e il nobile perpetuo sogno di Clarence Bicknell, ricercatore infaticabile di quei geroglifici che speriamo non abbiano ad essere eternamente insolubile enimma? — E i nomi di Monte Viso, di Colle Ardente, di Rocca Barbena, di Pietra Ardena, o meglio Predenna, dei venti o più Monte Caro o Carmo o Calvo? delle Arme o Tane o grotte o caverne che furono abitazioni preistoriche anteriori all’alba di ogni civile consorzio?
■ Ecco il campo vastissimo che i centomila soci del Touring Club Italiano non avranno forse la sorte di percorrere intiero; ma potranno certamente avere il vanto di averne iniziato la cultura e di aver aperta o spianata la via a coloro che dopo di noi, e forse più fortunati di noi, verranno a raccogliersi attorno al vessillo che per la patria comune ci unisce e ci guida al lavoro.
■ Non avranno in questa impresa i nostri consocî lo stimolo di un premio accademico o la gloriola di aver vinto la gara come i cercatori di sciarade, di rebus e d’altri simili mezzi di ginnastica intellettuale adolescente; ma avranno essi di certo l’incitamento morale, assai più potente sopra intelletto d’uomini ai quali, dato il loro nome a un sodalizio, piace che questo raggiunga il suo scopo.
■ E lo scopo del sodalizio nostro, pur sotto il nome di modeste parvenze, è quello di conoscere, di correggere e di esporre nel fulgore della sua gloria una splendida pagina del più antico libro del mondo: quella pagina che chiamasi ITALIA.”

Pubblicità! Felicità! (1937)

Da La Lettura, Anno XXXVII, N. 1, 1 gennaio 1937.
Di G. G. Napolitano.

“BEVETE – PREFERITE – FIDATE NEL – CHIEDETE – RIVOLGETEVI SUBITO – RIFIUTATE – SOSTITUITE.”

” ■ Se penso al mondo di prima della guerra, al novecentoundici, per esempio, che è l’anno della guerra di Libia e anche il primo della mia vita di cui mi riesce di organizzare qualche ricordo, sento distintamente la musica di «Tripoli, bel suol d’amore», vedo mio padre vestito da ufficiale dei bersaglieri con il casco di sughero in testa, la garza azzurra arrotolatavi intorno a mo’ di nastro e il piumetto che arriva sin sulla spallina sinistra, sento l’odore dell’acqua di Colonia che adoperava mia madre, il sapore dei dolci di pasta di mandorle, mi ricordo di Re Vittorio in berlina di gala in mezzo ai corazzieri, del guardaportone di Palazzo Valdina col cappello napoleonico, il pastrano a pellegrina e la mazza col pomo d’argento, e risento la stessa trepidazione con cui, la testa fra le sbarre del gonfio balcone barocco di casa mia, ascoltavo il tonfo dei cavalli che zampavano nelle scuderie, il fischio dei cocchieri con la tuba e la coccarda, le braghe di pelle bianca e gli stivali alla scudiera di pelle lucida col risvolto giallo, o guardavo la processione di Santa Rosalia, le statue di cartapesta colorata, con la corona di similoro, le stanghe portate a spalla dalle confraternite, i lacchè e gli staffieri in parrucca bianca delle famiglie patrizie palermitane dietro quelle statue, in livrea, polpe e in mano il cero annodato col nastro, e le confraternite col cappuccio, allora mi torna l’odore dell’incenso e quello della calce viva che saliva dalla strada nei tempi d’epidemia e vedo le capre che portavano di porta in porta il latte e la febbre maltese e la pettinatrice alle prese con i capelli di mia madre, ogni mattina, e le passeggiate al Foro Italico dove si prendeva il gelato standosene a sedere nella carrozza scoperta. Se penso al mondo di prima della guerra, sento gli strilloni che annunziano l’uccisione del detective Petrosino, appena sbarcato dall’America, rivedo noi bambini vestiti di mussola ricamata a punto inglese, mia sorella col volano e i cerchietti e l’arrivo del «Corriere dei Piccoli» con la copertina rosa e della «Domenica del Corriere» sotto fascia, ogni settimana, e le scatole di latta con la mucca, e quelle del cacao con i due vecchietti, la cioccolata con l’orso nero, e le bottiglie di lozione con la testa e le gambe e le braccia che si battono a duello contro le volgari imitazioni, e il bebè nella nassa che gli è cresciuta la barba, e la grande enorme paurosa zanzara sulle stecconate dei palazzi in costruzione, e il leone con gli occhiali a pince-nez e le basette, e il soldato romano dell’acqua minerale, e l’uomo che si torce nella tenaglia dei reumatismi, e l’uomo cachettico e l’uomo grasso a tavola del carbone digestivo, e il diavolo che sputa fuoco dall’ovatta, e il pescatore col cappuccio e il pesce sulle spalle dell’olio di fegato di merluzzo, e il bambino contento dello sciroppo, e il signore dei pneumatici in cilindro grigio e barba bianca, e il signore dei rasoi di sicurezza con la scriminatura nel mezzo e i baffi neri, e il fachiro dei peli superflui, e le mille lire false dell’amido, e gli olandesini delle lampadine elettriche, e il monaco che dà i numeri del lotto e l’aquila sul mappamondo, e il sigaro, e la rivoltella a cento colpi dei pacchi sorpresa, e l’atleta con la cintura che dà le scintille, e i due bassotti che si contendono il cappello lobbia, e la bella signora con il cerotto in mezzo alle scapole, e il cane bianco del grammofono, e la zuppiera, la meravigliosa zuppiera, dove dei bambini con i capelli lisci, lunghi sino alle spalle, il berretto alla marinaia francese col pompon e i calzoni legati sotto il ginocchio s’arrampicano, cascano, giuocano come in una piscina; e finalmente il fonografo con la tromba d’ottone, da cui invece di note escono tanti omettini che si reggono in bilico sul pentagramma come su una scala di seta, vestiti da personaggi di opera lirica: Otello, Pagliacci, Trovatore, Tosca, Fanciulla del West e Cavalleria Rusticana.
■ Epoca felice, mondo fatato esemplare e immobile della pubblicità di prima della guerra. Ci aspettavamo di vederlo muovere da un momento all’altro come un presepe meccanico. Prima ancora di imparare a leggere e senza nessuna speranza al mondo di potersi procurare un fucilino, né una sveglia, né un orologio di nichel da L. 4,95 americano, né una bicicletta a premio, quelle figure, quegli oggetti diventavano familiari, entravano a far parte di diritto e da protagonisti di una società in cui prima ancora del testo c’erano le favole e le figure di Pinocchio, Robinson, Gulliver, e la ballerina e il soldatino di piombo del racconto di Andersen. Il mondo delle immagini che si animano di notte.
■ Era nel paese della pubblicità che i bambini di prima della guerra arruolavano i personaggi moderni per i loro giuochi. Un mondo che aveva i suoi mostri: gli storpi e gli artritici dell’ortopedico, l’uomo coperto dell’eczema dell’unguento; i suoi santi: il cappuccino della magnesia, e i suoi soldati: il bersagliere della motocicletta.
■ Un mondo puramente fantastico, esemplare, mirabolante, pieno di suggestioni, di inviti, di promesse. Ma i bambini vi credevano ciecamente.
■ La bella società! I signori portavano abiti nuovi di zecca, gilè crema, baffi domati dal piegabaffi, cappotti a tre quarti, scarpe all’americana, pantaloni stirati, guanti gialli con righe nere, e non uscivano di casa senza uno stuzzicadenti fra le labbra e una gardenia all’occhiello. Bei signori dallo sguardo ardente, piccolini, snelli, proporzionati, impeccabili, dei cartelloni di Cappiello, bei signori con il bastone dal manico d’argento, dove siete?
■ «Je ne connais pas de lecture plus attrayante que la lecture d’un catalogue». Per anni, senza aver letto una riga di Anatole France, non già consultare, ma sfogliare un catalogo, ci comunicava una sorta di aspettazione, il presentimento di un mondo dove non ci fossero più poveri, ma tutti sorridessero avendo avuto cura in precedenza di lavarsi i denti con un famoso dentifricio. Un mondo domenicale, profumato, pieno di fiori, di teatri brillanti, di caffè, di manifesti a colori, popolato di gente sana, bella, le donne con i capelli morbidi, meravigliosi, lunghissimi, il seno coltivato dalle pillole, il vitino di vespa. Non c’erano né grassi né magri, nessuno vi soffriva di stomaco, nessuno aveva insomma inconvenienti di sorta: non calvi, non magri, non miopi; un mondo dove per i bambini fosse sempre Natale, o le vacanze, e tutti si occupassero di ricoprirli di strenne, di regali, di libri illustrati a colori, di rimpinzarli di dolci e gli permettessero, alla fine dei pasti lauti e copiosi, serviti su tavole coperte di Fiandra, di ceramiche, di posate d’argento, di scolare il resto dello spumante «riserva reale» lasciato dai grandi nei bicchieri a calice. Oh, pubblicità pubblicità! in te sola era la felicità!
■ Era l’età mitologica della pubblicità, quella che si chiuse con il 1914. La pubblicità non era ancora una scienza che s’appoggia alla statistica, una scienza precisa, con le sue leggi di ferro, la sua dottrina, le sue massime, i suoi codici, la sua sintassi e la sua morfologia. Le cattedre di pubblicità non erano state fondate presso le Università Americane, nelle facoltà di commercio, l’Hemet e il Gerin non avevano scritto i loro libri, non si parlava ancora di prodotti tipo, né di stato del bisogno, né di punto di saturazione del mercato né di slogans, né di potere d’acquisto, né di teoria della scelta. Una pubblicità bambina parlava a una nazione bambina che s’andava rimettendo a poco a poco dallo sbalordimento d’essersi svegliata un bel giorno moderna. Una pubblicità cordiale, modesta, che sceglieva le stazioni, i treni, i teatri, gli imperiali dei tram, gli specchi dei barbieri e i primi bar all’americana come luoghi di convegno. Una pubblicità onesta che si valeva delle pezze di appoggio delle lettere delle celebrità mediche, che vantava le coppe, i grands prix vinti alle esposizioni, gli stemmi delle case regnanti. Una pubblicità ricoperta di medaglie come i campioni di tiro a segno delle società ginnastiche «Forza e Coraggio».
■ Ma così com’era tuttavia la pubblicità aveva scoperto la sua legge fondamentale, aveva trovato il suo credo, formulato il suo imperativo categorico: parlare all’immaginazione. Un quarto di secolo è passato, la pubblicità continua a mantenersi fedele a quella prima divisa: parlare all’immaginazione. Colpite, convincerete poi. Stupite, avrete tempo a persuadere. Sbalordite, le vostre ragioni non saranno che più efficaci.


■ Naturalmente c’è immaginazione e immaginazione, e di conseguenza pubblicità e pubblicità. Gli Stati Uniti d’America, per esempio, sono una contrada a costume pubblicitario. Industria, banca, giornalismo, politica, cinematografo, teatro, radio, religione, moda, turismo, persino scienza e letteratura, sono una questione di buona o cattiva pubblicità. La pubblicità ha finito per prendere, negli Stati, il posto di una vera e propria civiltà. È un paese dove si lancia un candidato alla presidenza come una marca di sigarette, dove una scoperta scientifica, come per esempio la televisione, il film a colori o le vitamine, non ha nessuna speranza di farsi strada se la pubblicità non se ne incarica.
■ Giornali, radio, cartelloni murali, insegne, vetrine, pubblicità al neon, prendono d’assalto l’uomo americano, l’uomo della folla, personaggio di Poe che non vuole essere solo. Un bello spirito americano, professore di psicologia pubblicitaria, ebbe a scrivere, dieci anni fa, che il libro di cui si sente una vera necessità in America è non già un manuale di pubblicità, ma il contrario. Come proteggere se stesso contro la pubblicità, voleva intitolarlo. Ed è questa la sostanziale differenza fra la pubblicità americana e quella europea e italiana. La pubblicità europea si serve anch’essa dei giornali, della radio, delle vetrine, del neon, ma è rimasta, «mutatis mutandis», un invito alla felicità. Suggerisce, consiglia, alletta. La pubblicità americana invece, nelle sue ultime forme, arrivata alle sue estreme conseguenze, agisce direttamente sul sistema nervoso dell’individuo, sul suo complesso d’inferiorità, non gli dà pace neppure nel suo letto. Acquistare un prodotto agli Stati Uniti diventa una necessità, senza di che l’uomo è condannato senz’appello all’infelicità. Il giovanotto perderà l’impiego, la signorina non troverà marito, l’uomo d’affari non farà carriera, l’automobilista si espone ai più macabri incidenti stradali; la ragazza che ama andare a ballare perderà misteriosamente tutti i suoi cavalieri; la massaia litigherà col marito, il marito perderà la pace, la moglie chiederà il divorzio, la felicità scomparirà dal piccolo ma civettuolo appartamento ammobiliato; in breve gli Stati Uniti, questa nazione di 120 milioni di abitanti, fieri del proprio destino, convinti di esser nati nel miglior paese del mondo, e di poter pretendere secondo la promulgazione dei diritti dell’uomo e la carta della Confederazione, alla «ricerca della felicità», si muterà in un’orrida contrada dove gli apparecchi radio saranno causa di tremende liti domestiche, la biancheria di tutti sarà sempre sporca, le massaie avranno perennemente mal di testa, i giovanotti il raffreddore a ogni inverno, una contrada inospitale, popolata di gente rozza, con la barba di due giorni, le unghie col lutto, nevrastenica, malata di stomaco, sofferente d’insonnia, che mangia male, fuma peggio, ha la digestione difficile, è assolutamente ridicola, inadatta a vivere, fallita, e in cui le vedove, numerosissime, piangeranno l’imprevidenza dei mariti che le hanno lasciate senza ghiacciaia e senza polizza d’assicurazione. La società respingerà senza scampo, rigorosamente, senza pietà, chi si rifiuterà di comprare saponi, rasoi, radio, automobili, d’ingerire medicinali d’ogni sorta, di prendere il caffè senza caffeina, di buttarsi sui vestiti su misura, cappelli, pianoforti, cedole d’assicurazione, di bere whisky, gin, birra, mangiare enormi quantità di insalata, dolci, masticare chewing-gum, viaggiare tutto l’anno, curarsi i calli, pescare, fumare pacchetti di 20 sigarette uno dopo l’altro e inghiottire otto volte al giorno compresse contro il mal di testa. L’europeo che arriva in America e vuol farsi un’idea della vita americana andando a spasso, leggendo riviste, giornali, ascoltando la radio, frequentando il cinematografo, passa le prime settimane di ottimo umore, divertendosi un mondo a queste intimidazioni.
■ In principio è la storiella dell’umpleasant breath, l’alito spiacevole. A un ballo una graziosa ragazza passa la serata a sedere. Una vecchia e amabile signora s’interessa ai casi suoi. «Cara Ruth… Perché non balli?» «Ho un terribile mal di testa, anzi vado per un momento nel giardino, a respirare.» Nel buio del giardino sorprende una conversazione, un sussurro:
«È colpa sua, cara signora! Ruth dovrebbe andare a consultare un dentista, per il suo alito.» Ruth si sente morire dalla vergogna. L’indomani va dal dentista. «Cara Ruth… l’alito cattivo è causato spesso da particelle di cibo che rimangono fra i denti mal lavati. Usate la C. Dental Cream. La sua composizione chimica…»
■ Subito Ruth si precipita nel primo drug-store, compra il dentifricio, si rinchiude nel bagno: oh meraviglia! i «depositi maleodoranti» scompaiono fra dente e dente. Alla prossima festa la solita signora che s’interessa ai fatti altrui la complimenta: «Ma, cara Ruth, dozzine di uomini vi stanno a guardare.» «Questa è la ragione perché io la trattengo qui, signora Lee», risponde il boy in giacca nera che sta seduto accanto alla ragazza, certamente il suo fidanzato. Tutta questa odissea si svolge su una pagina di rivista, con l’aiuto di sei fotografie.
■ L’alito spiacevole è causa di guai molto peggiori. C’è la ragazza che è stata «alcune volte fidanzata, mai sposa». Sempre per via di quella sua piccola disgrazia che, con audace neologismo, viene chiamata anche alitosi. L’uomo anziano che è sul punto di ricevere una promozione ma, siccome la sua nuova occupazione richiede contatto col pubblico… ecc., ecc. Il giovane che vede scomparire tutti i suoi amici. Eppure è bello, elegante, simpatico, ecc. ecc.
■ Oppure si tratta del giovanotto che riesce ad ottenere dalle ragazze «il primo appuntamento, mai il secondo». Chissà perché? Tutta colpa del B. O. (Body Odor). Sissignori, egli entra facilmente in traspirazione, e non ha cura di lavarsi, docciarsi, ecc., con il celebre sapone L.B… Ventine di annunzi pubblicitari ripetono queste due storie con piccole varianti: fidanzamenti che si rompono, segretarie che vengono allontanate alla chetichella, ecc. ecc. Generalmente le cose si risolvono per il meglio: di mettere in guardia le vittime si incaricano le amiche, i fratellini della fidanzata, i vecchi dottori di famiglia, ecc.
■ Un’altra storiella è quella delle mercenary hands, «le mani mercenarie». Il marito di una signora dalle mani gonfie e arrossate si vergogna di sua moglie quando la porta come suol dirsi in società. La povera donna si dispera. Ma ecco l’amica che la mette sul chi vive. Perché continuare a fare il bucato da sé? c’è il meraviglioso apparecchio X che lo fa per voi. Oppure perché lavare i piatti, quando il ritrovato Z fa al caso vostro? Altra storia: quella della gita tragica. L’automobile si rovescia alla curva pericolosa. Un membro della famiglia muore. Perché? Non si usavano ruote ancorizzate.
■ Che altro? La coppia di sposi che litiga perché il marito la notte tiene la radio aperta fino alle due. Finalmente il marito sembra cedere. Ma no… che egli ha ascoltato la radio con il celebre microfono Beta, nascosto sotto il cuscino.
■ Oppure siamo nella serie dei ragazzini infelici. Il maschietto che non trova compagni, che non giuoca a rugby, che non è simpatico. Ma con i fiocchi d’avena della ditta X il rimedio è pronto. E c’è la ragazzina che ha il complesso d’inferiorità, è l’ultima della classe, è pallida, bruttina. Ma con l’alimento Tipo diventa grassa, allegra, intelligente.
■ Il giovanotto che non è popolare. Magro, debole, meschino e goffo, è il ridicolo delle spiagge, potrebbe riparare a tutto seguendo il corso di ginnastica Vigor. Quanto alla ragazza che non ha spirito, che è fuggita come la peste nelle parties, le basterebbero 12 lezioni di ukulele per corrispondenza e vedrebbe tutti perdere la testa per lei.
■ Come si vede, questo genere di pubblicità si rivolge alla classe media, alla piccola borghesia americana, ai figli di operai che hanno conquistato il loro primo abito nero, che cominciano ad avere delle preoccupazioni sociali. Divertirsi, essere ammirati, aver fortuna con le donne, essere differenti, ottenere degli aumenti di stipendio, sembrare un uomo navigato (per questo è necessario viaggiare, naturalmente, e servirsi delle crociere che offre la talaltra Compagnia) in una parola fare buona figura in società. È il genere di pubblicità che si trova nelle riviste popolari. Riviste che costano dai 5 ai 25 centesimi di dollaro. È vero che non è l’unica forma di pubblicità. Le automobili, le sigarette, i liquori, le bibite analcooliche, le acque minerali, i vestiti, i mobili, i cibi, i dolci, i cappelli, i gioielli, i profumi, gli alberghi, adoperano tutt’altro tono.
■ È un tono mondano, eccitante, che si raggiunge con la fotografia a colori di celebri clienti: dogaresse della buona società, campioni di ogni genere, ragazze di buona famiglia, attori di cinema, direttori di alberghi famosi, nobili europei, aviatori, giornalisti illustri. Tutta questa gente fuma soltanto celebri sigarette. Fuma durante i pasti, durante il lavoro e durante i divertimenti. Fuma sempre, e, oh miracolo, non diventa mai nervosa.
■ E questo genere di pubblicità tocca sempre e soltanto quel tasto: la vanità. Siate belle, eleganti, siate distinti, migliorate la vostra condizione sociale. «Fate come Clark Gable, o la signora Vanderbilt Jr. o la celebre Lady Eton.» È una pubblicità che non rifugge da certe bugie ingenue: una marca di sigarette celebre, per esempio, si vanta di usare soltanto tabacco turco. Ma tutto il tabacco turco di un’annata non basterebbe ad alimentare le stufe di quella fabbrica per una settimana.
■ E qui siamo arrivati al punto nevralgico della questione. Come si vende un prodotto? Con la pubblicità? Almeno in America. Il fatto che un prodotto sia buono è condizione necessaria, ma non sufficiente. Il prodotto medio è sempre un buon prodotto, altrimenti non può venir lanciato sul mercato. Ma c’è prodotto e prodotto. C’è il prodotto di lusso, il prodotto standard, il prodotto medio. Il prodotto di consumo locale, quello di consumo nazionale, ecc.
■ Il prodotto standard si vende attraverso le forme normali e combinate della pubblicità. È il prodotto che viene lanciato sui grandi circuiti. I grandi circuiti che servono il prodotto standard sono: la stampa a catena, questo o quel gruppo Hearst, o la Scripps Howard, le stazioni radio, gli affissi murali, la pubblicità al neon. Il prodotto viene lanciato attraverso degli «appelli tipo» ripetuti. A questa sigla s’accompagnano le illustrazioni, sempre di tipo verista. Per esempio, la ragazza in maglia da bagno verde d’una bibita ha compiuto un servizio eccellente. La pubblicità di un prodotto tipo di questa specie si compie sui giornali, attraverso i cartelloni. La sigla viene ripetuta sino all’esasperazione nel firmamento al neon di ogni città. Alla radio il prodotto tipo s’accaparra una audizione di 10 minuti. Dieci minuti di un programma nazionale, si badi bene, il più delle volte non pubblicitario. L’annunciatore si contenta di dire che il tale concerto, il tale cantante, il tale comico, il tale umorista esegue il suo numero alla radio per la cortesia della ditta. L’elogio della ditta si esaurisce in pochi secondi, viene subito il programma. Questa forma discreta di pubblicità è una delle più gradite dal pubblico, una delle più efficaci. Non è più una novità neppure in Italia.
■ Quello che occorre dire è che le spese dei meravigliosi programmi radio e degli straordinari giornali degli Stati Uniti vengono tutte ricoperte, con larghissimi profitti, solo e unicamente dalla pubblicità. Le riviste popolari offrono al prodotto standard tirature di 2 milioni, 2 milioni e mezzo, 3 milioni di copie. La sezione comica a colori domenicale dei giornali del gruppo Hearst viene letta da sei milioni di famiglie. Circa 20 milioni di lettori. Il 42 per cento dei lettori in 627 città con popolazione superiore ai 10 mila abitanti. In queste «città chiave» si verifica il 70 per cento del movimento delle vendite degli Stati Uniti.
■ Un altro esempio, quello che abbiamo studiato più da vicino e su cui abbiamo i dati più precisi. Una città: Detroit. Un giornale: il Detroit News. In questo giornale abbiamo speso quasi una settimana, studiandolo in tutte le sue attività: editoriali, politica interna, politica estera, fotografie, cronaca degli Stati Uniti, cronaca della città, mondanità, stazioni radio, spettacoli, sport, arte, ecc. Ma la sezione più importante, quella che richiedeva più impiegati, scrittori, giornalisti, disegnatori, e occupava un intero piano dell’enorme palazzo del giornale, era la sezione degli Ad. Degli Advertisings, della pubblicità. Era questa sezione che assicurava la prosperità, la tiratura, la diffusione, la ricchezza, in una parola, la vita, del giornale. La tiratura del Detroit News non è niente di straordinario. Al tempo della mia visita oscillava sulle 350 mila copie giornaliere. Più di un giornale italiano può vantare una tiratura superiore; tuttavia il Detroit News offriva ogni giorno un giornale di 60 pagine, che diventavano cento la domenica. Le spese di questo giornale che vanta circa duecento automobili, quattro aeroplani, un autogiro, 60 fotografi, occupa da solo un intero isolato al centro della città, e s’immagini il resto da queste cifre, venivano coperte dalla pubblicità, rimanendone naturalmente un vasto margine di profitto per i suoi proprietari.
■ Era un giornale in concorrenza con due o tre altri quotidiani: la Free Press e il Detroit Mirror, in special modo. Riusciva a batterli con la pubblicità. Vediamo come.
■ Bisogna prima di tutto stabilire alcuni dati essenziali, che valgano a farci identificare quel che il Detroit News poteva offrire alle industrie che si affidavano alla sua pubblicità. La città di Detroit è la quarta rispetto alla popolazione degli Stati Uniti, la terza rispetto al valore delle manifatture che produce (viene quindi dopo Nuova York e Chicago) e la quarta per il numero delle automobili dei suoi abitanti. Queste cifre vogliono dire qualcosa? Vogliono dire che Detroit è un paese popoloso, industriale, ricco e dove la media del buying power (potere d’acquisto) del cittadino è altissima.
■ Il Detroit News offriva questo stato di servizio: essere stato al primo, al secondo e al terzo posto tra i giornali degli Stati Uniti durante gli ultimi diciotto anni nella statistica ufficiale dei migliori produttori di pubblicità. Dunque: una vetrina sicura, dove gli industriali potevano i loro annunzi senza correre alee. Ma a che cosa si deve lo straordinario curriculum del giornale? Allo stato di benessere dei suoi lettori, s’è detto, alla loro capacità di acquisto. Detroit, centro dell’industria automobilistica, delle manifatture di scarpe, ecc. ecc., giustifica col solo nome di Ford l’agiatezza delle sue famiglie.
■ Ma non è tutto. Circa 5 milioni di persone rappresentano la popolazione dell’intero stato del Michigan, di cui Detroit è la capitale; 2 milioni e 315 mila, cioè il 48 per cento della popolazione dello Stato, vivono in Detroit. Per essere più esatti vivono nell’area degli affari del Michigan. L’area pubblicitaria. L’intera area è coperta ora per ora dal Detroit News e dalle sue edizioni. Andiamo avanti. Il giornale entra nel 70 per cento delle case che hanno un bilancio, una rendita o un guadagno che supera i tremila dollari annui. Praticamente tutte le famiglie di Detroit e del Michigan che vantano un potere di acquisto sensibile leggono dunque gli annunzi del Detroit News.
■ Tutto questo sta bene, dice l’industriale. Ma che convenienza offre il mercato di Detroit? The trading area? In altre parole qual è il mercato reale che offre la città di Detroit? Bé, risponde il giornale, in città ci sono 17 mila 187 negozi, che vendono ogni anno in ragione di 882 milioni 86 mila 767 dollari. Il nostro giornale riceve mezzo milione di lettere ogni anno, e, che volete di più? il 48 per cento degli annunzi di calzature, il 50 per cento degli annunzi di generi alimentari della città li pubblichiamo noi.
■ Quand’è così, risponde l’industriale, passate l’annunzio al Detroit News.


■ La pubblicità, dicono i tecnici, è una scienza. La mania scientifica è sempre stata una mania dei tecnici. Di quei tecnici per esempio che parlano di una coscienza pubblicitaria, di cui auspicano l’avvento in Italia. Che sia una scienza non ne sappiamo niente: certo si è che si rivolge direttamente alla natura umana. Ed è uno studio della natura umana, si potrebbe dire in linguaggio alla moda, dei suoi complessi, dei suoi desideri repressi. In altri termini è lo studio della subcoscienza.
■ Quanto grande dev’essere un Ad? leggiamo scritto su una pagina del New York Herald Tribune del sedici novembre scorso. «Grande abbastanza per arrivare dagli occhi al portafogli» è la risposta. Con questa battuta viene posto il problema dei piccoli circuiti pubblicitari. Ci sono dei prodotti che è inutile offrire nei grandi giornali, attraverso la radio e le insegne al neon. Sono i prodotti di lusso. Il prodotto di lusso ha però sempre una tendenza a mutarsi in prodotto tipo, in prodotto standard.
■ Così l’automobile, così l’apparecchio radio, così il bagno di maiolica, così il telefono e così domani la ghiacciaia elettrica, l’aspiratore, l’aria condizionata, ecc. Ma sino a che il prodotto di lusso, ecc. ecc. è conveniente lanciarlo come prodotto tipo? Voglio dire che l’annuncio pubblicitario di una ghiacciaia o di un servizio di cristallo, o di un aspiratore, su di un giornale popolare a forte tiratura è certamente prematuro. In altre parole: non paga le spese della pubblicità.
■ È necessario quindi organizzare la pubblicità di un prodotto di lusso su un piccolo circuito. E cioè su riviste di lusso, che costano da 15 a 50 cents, dedicate a una classe sociale più abbiente, lettrice più attenta, compratrice più probabile. Questo spiega la formidabile fortuna negli Stati Uniti di riviste come il New Yorker o come Esquire, e la nascita, ultimamente, di Coronet. Queste riviste sono redatte dalla giovane letteratura americana, dagli intellettuali, dalla intelligentsia, dalle persone sophisticated. Esquire, che ha provocato la cessazione della pubblicazione di Vanity Fair e la fusione di quest’ultima con Vogue, dello stesso gruppo editoriale, è nata due anni fa a Chicago, avendo a base i contratti di pubblicità di un’associazione di sarti e di fabbricanti di stoffe ed articoli maschili. Esquire «a magazine for men», una rivista per gli uomini, rinnovò la piccola rivoluzione che il New Yorker condusse a Manhattan nel 1925.
■ La pubblicità del New Yorker riguarda principalmente i negozi di moda della Quinta Strada, le automobili di gran marca, i grandi alberghi e club notturni di Nuova York, gli aperitivi costosi, i liquori stranieri, le pellicce, i ristoranti famosi, i profumi di lusso, i mobili «modello» e i negozi di antiquari. La formula del New Yorker, formula artistica e pubblicitaria, fu trovata da un gruppo di letterati d’avanguardia. La gente snob, dissero agli industriali, non vi crede. La gente con i quattrini ostenta di non credere ai prodotti che voi vi ostinate ad offrirle sulle riviste a buon mercato.
■ Affidate a noi la vostra pubblicità, noi entriamo nelle case in cui avete sempre desiderato di portare la vostra merce, i ricchi si fidano del nostro gusto, ripetono le nostre storielle, e per niente al mondo ammetterebbero di non aver letto i nostri autori. Lasciate a noi la cura di presentare i vostri prodotti, ecc. Così fu fatta la fortuna del New Yorker, la rivista che si vanta di scegliere i propri contratti di pubblicità. Su questa scia Esquire, con i suoi scrittori d’eccezione, i suoi disegnatori rivoluzionari e uno zinzino di «sesso», fu un affare, dal punto di vista della pubblicità se non della letteratura, anche migliore del New Yorker.
■ Di questo passo si potrebbe continuare per un pezzo.


■ Ma ci preme di ritornare alla pubblicità italiana. La pubblicità italiana non è la cosa più importante che il nostro Paese possa vantare. Ci si lasci addirittura dire che è ancora una giungla, una foresta vergine. Gli alberi giganti vi prosperano per questo forse più vigorosi.
■ La stessa organizzazione dei nostri giornali e delle nostre riviste, politica e letteraria prima che industriale, il limitato numero delle pagine dei giornali, insomma un cumulo di buone ragioni fanno sì che la pubblicità del nostro Paese sia un fenomeno di proporzioni ancora relativamente modeste.
■ Ha però un primato ed è quello dei cartelloni murali, primato che divide con la pubblicità francese. L’originalità, l’evidenza, l’audacia dei nostri cartelloni si domanderebbero difficilmente a quelli americani. Ci sono prodotti italiani che dispongono tuttavia di una macchina pubblicitaria notevole. Ci sono cartellonisti famosi, in Italia, abilissimi, veri maestri del genere. Cappiello ha dato il tono a tutt’un’epoca. Dudovich, Sacchetti, Seneca, Morelli, Garretto, Mondaini, lo seguono da presso. E vanno ricordati Terzi, Beltrame, Metlicovitz, Golia, tutta la vecchia guardia, insomma.
■ C’è un manifesto che non dimenticherò mai, quello dell’uomo col dito teso, che dice: «Voi dovete! Voi dovete sottoscrivere al Prestito Nazionale». Ricordarmi di quel cartellone e ritrovarmi nell’aura della guerra è tutt’uno.”

Ipazia (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 14, 7 aprile 1883.

” ■ Ipazia, figlia di Teone, celebre filosofo e matematico di Alessandria, nacque verso la fine del quarto secolo dell’èra nostra, e fu educata dal padre. Dotata di rara intelligenza ed appassionata per lo studio gli consacrava i giorni intieri e gran parte delle notti; i suoi progressi nella filosofia, nella geometria, nell’astronomia e nelle matematiche furono tali che in breve salì in fama di essere la persona più dotta del suo tempo.
■ Per approfondirsi nella filosofia, Ipazia si portò ad Atene ove frequentò le lezioni dei più insigni maestri e specialmente quelle di Plutarco il giovine e della figlia di lui Asclepigenia. Ritornata in Alessandria preceduta dall’alta rinomanza acquistata, dettò pubbliche lezioni dalla cattedra già occupata dal celebre Fotino. Il suo nome divenne popolare dovunque e la sua scuola accolse un numeroso stuolo di persone venute espressamente dall’Asia e dalla Grecia per istruirsi. Un tanto onore, allora senza esempio, animò Ipazia a raddoppiare di zelo.
■ Socrate Scolastico ci conservò i particolari del di lei metodo di insegnamento, che incominciava colla matematica e poi continuava colle applicazioni di questa scienza e tutte le altre comprese nel nome generico di filosofia. L’eloquenza di Ipazia era dolce e persuasiva, e non parlava mai in pubblico senza esservisi preparata. Tra gli uomini celebri che ebbe a discepoli, devesi ricordare Sinesio, che fu poi vescovo di Tolemaide, il quale in una lettera la chiamò: “sua madre, sua sorella, sua benefattrice”. Ipazia univa alle doti della mente tutte le qualità esteriori e le virtù del suo sesso. Vestiva semplicemente, e quantunque bellissima, la sua condotta non fu offuscata nemmen dalla nube di un sospetto. Narrasi che uno dei suoi discepoli si accendesse per lei di folle amore e tutto mettesse in opera per essere corrisposto, ma sempre indarno, perché alle di lui sollecitazioni ella rispose sempre con argomenti filosofici, e ricusò costantemente di stringere legami che l’avrebbero distratta da’ suoi studj prediletti.
■ Tutti i reggitori dell’Egitto ambirono la di lei amicizia, sopratutto Oreste, governatore di Alessandria, che l’ammirava e spesso le chiedeva consigli.
■ Un merito si preclaro, tante doti preziose, destarono, come era da aspettarsi, l’invidia.
■ San Cirillo ed Oreste eransi inimicati, e siccome questi non voleva riconciliarsi col patriarca, il popolo credendo che la di lui condotta fosse ispirata da Ipazia, che era pagana come il governatore, concepì contro di lei un astio implacabile che andò sempre viemmaggiormente inasprendosi.
■ Alcuni sediziosi, guidati da un littore chiamato Pietro, appostarono Ipazia, l’arrestarono nel momento che si recava in iscuola, la forzarono a scendere dal carro e la trascinarono nella chiesa detta la Cesaria, ove, dopo averla spogliata, si diedero a lapidarla con cocci, con sassi e con frammenti di tegole. La rabbia di quegli sciagurati non si calmò colla morte della misera donna, ma, tagliatone a pezzi il cadavere, lo portarono per le vie d’Alessandria e lo arsero in un luogo denominato Cinaron.
■ Tale misfatto, scrive Socrate, avvenne nel quarto anno del patriarcato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio, nel mese di marzo, durante i digiuni, vale a dire nella quaresima dell’anno 415.
■ L’infelice donna aveva circa 35 anni.
■ Ipazia compose varie opere che non pervennero sino a noi, e perirono nell’incendio della biblioteca d’Alessandria. Eranvi un Commentario su Diofante, un Canone astronomico ed un Commentario sui conici di Apollonio di Perga; degli altri suoi lavori non si conoscono nemmanco i titoli.
■ Nelle opere complete di Sinesio trovansi sette lettere da lui scritte ad Ipazia, e fra queste una nella quale la prega di costruirgli un idroscopio che gli abbisogna per determinare la densità delle acque, di cui faceva uso per oggetto di salute. Egli descrive così l’istrumento, il quale evidentemente è una specie di pesa-liquori: “L’idroscopio è un tubo cilindrico sul quale sono segnate delle linee trasversali indicanti sino a qual punto il tubo si immerge nel liquido; e perché esso rimanga in posizione verticale, alla sua estremità inferiore si attacca un picciol peso conico che dicesi baryllion., Wernsdorf scrisse quattro notevoli dissertazioni sull’illustre figlia di Teone, che vennero stampate a Würtemberg nel 1747-1748.”

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