Figlie di Cam (1909)

Da La Lettura, Anno IX, N. 7, luglio 1909.
Di Arnaldo Cipolla.

“ATTENZIONE! Articoli come questo, visto il periodo nel quale sono stati scritti, contengono un linguaggio e considerazioni che al giorno d’oggi potrebbero infastidire. Io ho tolto diverse “g”, lasciando come al solito l’ortografia dell’epoca e il testo integrale. Ho eliminato alcune nudità che erano visibili nelle immagini, una l’ho eliminata.
A.”

” ■ Ritengo che in fatto di bellezza muliebre, non esistano nel continente nero popolazioni nelle quali si debbano trovare soltanto campioni ripulsivi, mentre il primato nell’armonia delle forme congiunto ad una maggiore raffinatezza di costumi sia la prerogativa di gruppi o tribù speciali.
■ Certo, non vi è a mo’ d’esempio paragone possibile a stabilirsi fra le egiziane, le abissine e le somale di origine pura, che passano a ragione per le più belle nere, e le donne appartenenti alle numerose popolazioni che col nome di Bantù dilagano dalla foresta equatoriale verso le regioni del lago Tsadt, l’Angola portoghese, lo Zambese, i grandi laghi e l’alto corso del Nilo.
■ Ma le prime rivelano tanto vivaci i loro legami di affinità con le razze semitiche dell’Asia vicina che si dovrebbe esitare a comprenderle nella grande famiglia delle figlie di Cam, e d’altra parte, anche fra i cannibali dell’Uelle e del Kasai, anche fra le bestiali femmine dell’Aruwimi, che sottopongono il seno alla tortura dei morsi di grosse formiche per aumentarne il volume, mi è stato dato di trovare vere oasi di bellezza muliebre.

“… E CIÒ CHE MANCA SON LE CIGLIA CHE VENGON STRAPPATE DALLE PALPEBRE COME SE RAPPRESENTASSERO UNA IMPERFEZIONE DA SOPPRIMERSI.”

■ Viceversa nel Somaliland, dinanzi ai tipi di nere che si incontrano nei centri benadiriani, il viaggiatore potrebbe credere di esser giunto nel paese dei campioni più bassi della specie femminile umana, mentre coteste somale costiere, antiche schiave d’origine sudanese o congolese, specie di risucchio di una popolazione sospinta al mare dall’onda della proclamata abolizione della schiavitù, non hanno nulla a che vedere con le somale dell’interno.
■ Eppure coteste schiave o figlie di schiave, originarie del centro africano, finite poco al sud della Somalia, sulla costa di Zanzibar, furono le migliori informatrici di Stanley, nel tempo ch’egli si accingeva a partire precisamente da Zanzibar alla discoverta del mistero dell’Africa centrale. Credo che il particolare sia sconosciuto e valga quindi la pena di riferirlo.
■ Un vecchio zanzibarita, che era stato milite di Stanley, mi raccontava che il principe degli esploratori soleva a Zanzibar trattenersi in intima compagnia con le schiave venute dall’interno. Il Bulamatadi, lo spaccatore di pietre come lo soprannominarono gli indigeni quando videro brillare le prime mine che aprirono il varco alle sue piroghe nella discesa del Congo, aveva un’arte particolare per conquistare la confidenza delle donne, per riuscire nel viluppo dei loro racconti fantastici ed infantili a rintracciare quanto poteva riuscirgli utile per la grandiosa impresa che preparava. Le schiave zanzibarite gli narrarono prime dell’esistenza dei grandi laghi — le acque che avevano una riva sola — e da una superstite di una carovana negriera venuta dal Kasai ebbe la descrizione del fiume enorme che sboccava all’Oceano, il racconto della traversata della immensa foresta che separa il fiume dalle montagne Mitumba, i primi barlumi insomma della via nuova che la civiltà si proponeva di percorrere in senso inverso a quella seguita nei secoli dai convogli di schiavi.

“LE BESTIALI FEMMINE DELL’ARUWIMI.”

■ Del resto, conquistate l’animo della donna nera e sarete sicuri di riuscire in breve a comprendere lo spirito e le tendenze delle popolazioni selvagge frammezzo alle quali il destino può avervi condotto a trascorrere la vostra esistenza.
■ Nessuna cosa come la intimità di codeste miti e docili creature può riuscire di ausilio all’europeo nel difficile e complesso lavoro di dominare da solo migliaia di barbari cannibali.


■ La civiltà con tutte le sue conseguenze buone e cattive ha compiuto così grandi conquiste nel continente africano che il viaggiatore in cerca di originalità di costumi deve prepararsi a delle curiose delusioni! Lasciate le Canarie, viaggiate qualche giorno in vista della visione spaventosamente sterile delle dune del Sahara, doppiate il Capo Verde, sentite il corpo fiaccato dalle prime influenze equatoriali, approdate a Dakar nella Senegambia, o a Freetown nella Sierra Leone o peggio ancora a Monrovia in quella repubblica nera della Liberia che è un po’ lo zimbello dell’Africa; il luogo voglio dire dove si fanno accadere tutte le balordaggini del mondo coloniale; e vedrete dappertutto donne nere in toilettes europee: immagini di indescrivibile goffaggine. Non mi meraviglierei di trovarvi oggi di già introdotte le vesti stile empire ed i cappelli dal diametro inconcepibile. Soltanto le signore nere debbono subire una piccola proibizione che ha forse la sua origine nella gelosia delle poche bianche costrette a soggiornare laggiù e a vedersi così completamente imitate. Non possono portare stivaletti! È una tradizione? E un uso? È effettivamente una proibizione? Non saprei. Il fatto si è che le donne indigene che vestono all’europea non portano scarpe. Fu così che le vidi a centinaia affollare quella meravigliosa metropoli coloniale di Freetown. E ricordo che mi venne fatto di pensare che i neri debbono essere stati creati non per imitare, ma per parafrasare la civiltà bianca. Tutto ciò che di goffo, di artificioso, di ridicolo ha la nostra moda muliebre, saltava subito agli occhi con un effetto quasi simile a quello prodotto da una giubba a coda di rondine sul corpo di una scimmia. Per modo che le prime donne veramente africane che mi fu dato di vedere, le solenni ed austere femmine del Dahomey, composte nelle ampie toghe candide, mi parvero infinitamente più belle ed interessanti.

“…LE ABISSINE CHE RIVELANO TANTO VIVACI I LORO LEGAMI DI AFFINITÀ CON LE RAZZE SEMITICHE DELL’ASIA VICINA CHE SI ESITEREBBE A COMPRENDERLE TRA LE FIGLIE DI CAM.”
“LE SOLENNI ED AUSTERE FEMMINE DEL DAHOMEY, COMPOSTE NELLE AMPIE TOGHE.”
“…LE DONNE DELLA NIGERIA MI PARVERO EFFETTIVAMENTE DELLE VENERI BRONZEE.”

■ È precisamente nel golfo di Guinea, o rimontando il meraviglioso Niger, che si comincia ad essere a contatto con i lati più caratteristici ed affascinanti del mondo delle figlie di Cam.
■ Le fiere nigeriane di Sokoto, donne di popolazioni ancora indipendenti di fatto, mi parvero effettivamente con i loro piccoli corpi nervosi e proporzionati, con i tratti del viso regolarissimi, delle Veneri bronzee, donne dalle labbra porporine e dagli occhi pieni di languore; che si direbbero consanguinee delle egiziane medesime, anche per una strana somiglianza dell’acconciatura, simile alle capellature delle figure muliebri nei bassorilievi egizi.


■ Dalla Nigeria al Camerun e allo sterminato bacino congolese, quanta diversità nei tipi e nei costumi delle figlie di Cam! Nelle schiere di ignude portatrici bangala (Congo) vittime anch’esse di quella ignoranza della psicologia dell’indigeno, e delle condizioni sociali delle tribù equatoriali che hanno costituito i vizi maggiori della cessata amministrazione congolese, indarno cerchereste un soggetto che vi conduca alla giuliva concezione della vita quotidiana nei villaggi disseminati lungo le correnti o nascosti fra la verzura impenetrabile delle selve. Sono esseri umani abbrutiti dalla fatica, sono schiave senza valore, che i mariti, i fratelli, i figli stessi non esiterebbero a vendere per la meno solida delle loro lancie. I villaggi cosidetti ribelli, composti cioè da gente che si rifiuta all’imposta in lavoro, che preferiscono diventar nomadi anziché assoggettarsi a diventar portatori, pagaiatori, piantatori, diboscatori, raccoglitori di caucciù, mandano alle stazioni europee le schiere delle loro donne inutili, specie di iloti indigeni.

“LE VEDOVE BATETELA (KUANGO-MANIEMA, BACINO DEL CONGO), RIMANGONO PER UN ANNO DALLA MORTE DELL’UOMO, CON IL VISO BIZZARRAMENTE DETURPATO DA DISEGNI BIANCHI COSÌ DA SEMBRARE COPERTO DA UNA MASCHERA DI CORDOGLIO.”

■ Ad esse si possono domandare le fatiche più bestiali; ed esse, con la medesima remissione con la quale si assoggettano a lavorare sotto la canicola del sole equatoriale, o a spinger piroghe per giornate intere sulle correnti, si lascian reclutare dalle missioni religiose popolandone gli stabilimenti, diventando singolari neofite dinanzi alle quali chi giunge nuovo dall’Europa si domanda se è possibile che le donne del centro africano siano tutte nell’aspetto così ingrate ed orribili a vedersi. Ma fate in guisa di poter giungere inaspettato in un villaggio dell’interno lontano dalle stazioni europee, lontano soprattutto dalla costa, dove l’alcool e le malattie importate hanno distrutto per sempre la bellezza della donna primitiva e constaterete subito un sovvertimento vero e proprio nella stantia concezione della barbarie. Poiché è precisamente nelle regioni conquistate alla sedicente civiltà europea, che appaiono più palesi gli effetti della miseria e dell’abbandono e quel pietoso risultato che deriva dalla sovrapposizione delle costumanze nostre agli usi indigeni. Mentre dove il bianco non impera direttamente, la vita indigena si manifesta in tutto il suo affascinante ed impetuoso rigoglio.

“UN ANELLO E UN DISCHETTO D’AVORIO SONO IL LORO ORNAMENTO.”

■ Ricordo ancora: si navigava lentamente, una piroga dietro l’altra, risalendo un affluente dell’Ubangi, dove la vegetazione era così fitta che i poderosi alberi delle rive formavano con le loro alte chiome una densa vôlta di verzura. Al ventesimo giorno di viaggio scoprimmo uno sconosciuto immenso villaggio, il primo di una regione dove l’effetto che producevano i nostri visi pallidi sulle donne indigene era, a detta delle loro confessioni medesime, simile all’apparizione di scoloriti morti resuscitati. Fu soggiornando presso quegli indigeni per molto tempo che venni iniziato ai misteri delle loro intimità. E precisamente dal giorno che vincendo la ripugnanza mi decisi a compiere con le mie nuove amiche il tradizionale scambio del sangue. La mia compagna ed io ci incidevamo le braccia con una piccola ferita, suggevamo scambievolmente il sangue che ne sgorgava ed avremmo dovuto essere uniti per la vita…. Fu allora che vidi le bellissime, che i capi tengon celate ad occhi europei, ornate di massicci collari di rame che luccicavano al sole come fossero di oro. E quell’arnese ribadito a fuoco che sembrava il collare di un mastino dava al viso nerissimo, alla persona ignuda un’eleganza selvaggia e strana. Fu allora infine che penetrai nei gusti della raffinatezza muliebre dei cannibali, che seppi distinguere il valore di una collana di denti di cane, dagli altri ornamenti che cingevano le braccia di una rotondità impareggiabile, e che appresi le virtù dei profumi con i quali il corpo dev’essere cosparso per rendere il riposo soave di sogni voluttuosi. E vidi pure le danze spaventose della morte che si svolgono per settimane intere attorno ai cadaveri in dissoluzione dei capi, i quali per tutta la durata della triste cerimonia debbono essere sorretti dalle braccia delle donne. E assistei alle danze dell’amore piene di seduzioni sconosciute e violente.


■ Presso la maggior parte delle popolazioni indigene del centro africano, la donna è una mercanzia che vale da 350 a 400 mitakos (grosso filo d’ottone di 25 cm. di lunghezza), o una diecina di lancie da combattimento, o da 25 a 30 coltelli, o infine un numero equivalente di altri oggetti che agli occhi dei selvaggi equatoriali abbiano un valore non soggetto alle mutevoli bizzarrie del loro capriccio infantile.

“DONNE BANGALA ACCONCIATE PER LA DANZA.”
“IN ALTO: LE DANZE DELL’AMORE. — IN BASSO: …GLI OCCHI SOLO SPLENDONO IN QUELLE CONCENTRICHE RUGHE….”
“DONNA BANGO-BANGO (KASSAI).”
“DONNE DEL LAGO BANGUELO.”
“DONNA UELLE.”

■ Poiché mentre le conterie più luccicanti e più vistose che vengon d’Europa subiscono degli improvvisi deprezzamenti sui mercati, provocati talvolta dal semplice apparire di un oggetto nuovo; la lancia o il coltello, frutto di lento e paziente lavoro indigeno, rappresentano la ricchezza positiva, atavica, immutabile. Ma intendiamoci, dieci lancie, che rappresentano per un fabbro cannibale il lavoro di tre o quattro mesi, si danno per una pubescente, sono il prezzo di una giovinetta sana e forte che vada sposa, il sacrificio che il padre fa per ogni suo figlio maschio allo scopo, diremo così, di accasarlo.

“A METÀ CIVILIZZATE (DONNE DEL KATANGA, REGIONE DEI GRANDI LAGHI).”

■ Dieci lancie, dieci lucide lancie acuminate, forbite ed affilate, dalla lama simile a grandi e piatte foglie, dal fusto intagliato e arabescato, sono il valore della giovane figlia di un uomo libero che vada sposa: ma sfiorite che siano le grazie della prima età — e la loro durata nella femmina nera è tanto breve da limitarsi sovente a pochi anni — il valore della donna si abbassa considerevolmente fino a divenire irrisorio.

“DONNA DI CABINDA.”

■ Dinanzi ai lanuti capi fattisi bianchi, ai corpi divenuti avvizziti e rugosi, non si domandano e non si offrono che ferravecchi buoni tutt’al più per la caccia alle scimmie. È il destino di tutte le vecchie libere o schiave esse siano, quello di finire vendute al prezzo delle più vili cose. Non solo i mariti, ma i figli medesimi, ma i fratelli si liberano della moglie, della madre, delle sorelle in cotesto modo, soddisfatti di potere, in un determinato periodo della loro vita, ringiovanire la famiglia scambiandone i rappresentanti muliebri divenuti vecchi con una nuova donna più giovane. Sarebbe però errato affermare che i neri del centro africano nella vita quotidiana maltrattino le loro donne. Esse si occupano delle culture e delle cure del ménage, preparano il cibo, benché mangino separatamente dagli uomini, fanno la provvista della legna necessaria per mantenere nell’interno delle capanne una temperatura tiepida durante le notti equatoriali sovente fredde. All’infuori di queste occupazioni le donne passano il tempo aggiustandosi le capellature vere meraviglie d’arte, facendosi dei disegni sul viso con un liquido nero succo del frutto di una cardenia. E adoperano come specchi alla guisa di Narciso il riflesso delle acque immobili. Le madri dedicano gran parte della giornata ai loro bambini ai quali prodigano cure, attenzioni e affettuosità infinite.

“A METÀ CIVILIZZATE (DONNE DEL BASSO UBANGHI).”
“DONNE AZANDÉ O NIAM-NIAM (CONGO).”

■ Constatai pochissimi casi di selvagge prolifiche e ricordo una madre di quattro figli fatta oggetto nel suo villaggio ad una vera venerazione da parte degli indigeni, che avevano decretato dovesse rimanere perennemente in ozio seduta sotto una tettoia situata al centro delle capanne, inghirlandata di foglie e circondata da quattro schiave che la cospargevano d’olio di palma.

“MADRI ABISSINE.”

■ Il capo famiglia abita solo la sua capanna e alla sera allorquando non si balla, tutta la famiglia si riunisce attorno al fuoco che scoppietta al centro dell’abitato. Uno dei fanciulli porta allora la colossale pipa indigena, il capo dopo averla accesa aspira sino nei polmoni una sola enorme buffata, dopo di che passa la pipa alle mogli e alle schiave che fanno altrettanto. Venuta l’ora del sonno il marito è ricondotto dalle donne sino alla sua capanna sul limitare della quale egli offre l’ospitalità ad una fra esse, ciò che non eccita presso le altre gelosia alcuna. La prescelta non entra subito, aspetta che le compagne siano discretamente scomparse e silenziosa scende sino al fiume. Altre donne del villaggio prescelte com’essa, l’hanno preceduta nel punto usato dove si compiono le abluzioni che precedono l’amore. Allora fra le convenute è un sommesso scambio di risa, di discorsi sottovoce, di gioconde piccole burle, di silenzi improvvisi durante i quali non s’intende che il rumore dei corpi flessuosi agitantisi nell’acqua buia. La trucidità della notte africana non sembra sgomentare affatto le giovanette nere. Esse rifanno il verso al coccodrillo in agguato e imitano colle loro voci argentine il trillo dei merli metallici — usignuoli delle foreste equatoriali — appollaiati a migliaia sulle rame delle palme.

“MARIAM, LA FAVORITA DI RAS ABRAHA DEL TIGRAI.”

■ In generale le selvagge hanno un sentimento profondo del pudore ed una cura speciale per non offendere mai la morale sia negli atti come nei discorsi. Nei villaggi lungo le correnti le donne sono anche molto pulite, si bagnano nel fiume soventissimo, si strofinano la pelle per mezzo di una foglia rugosa, si cospargono d’olio di palma che mantiene la pelle fina e morbida come il velluto e qualche volta s’incipriano con la scorza rossa triturata d’una pianta speciale. I loro denti generalmente assai belli sono oggetto di una cura tutta particolare, esse li puliscono dopo ogni pasto con i ramoscelli di un arbusto. Sui visi delle donne Uelle i tatuaggi sono rari. Le madri si limitano a togliere alle loro piccine la conca dell’orecchio, le ciglia, le sopracciglia e a bucar loro il naso. Viceversa presso la maggior parte delle tribù bangala il tatuaggio deturpa tutte le fisionomie femminili ed è di tanto più complicato quanto il rango della donna è maggiormente elevato. Così le mogli dei capi non hanno si può dire il più piccolo spazio del viso libero da tatuaggi, gli occhi soli splendono in quelle concentriche rughe. In altre regioni il viso è risparmiato per il corpo e son disegni di foglie, viluppi di ramoscelli, linee simmetriche che dalle spalle scendono sul ventre e finiscono in volute sulle gambe. Come ho accennato, in moltissime parti del centro africano le donne vanno completamente ignude. Talvolta ad una cordicella legata attorno al fianco viene assicurato un sottanino di fibre vegetali o una sottile striscia di foglie di banana.

“…FORSE L’ANELLO DI CONGIUNZIONE FRA LA BIANCA E LA NERA.”

■ Nulla però di più casto di cotesta nudità. L’immagine di talune donne equatoriali vestite di panni europei mi faceva pensare, non so perché, alla ridicola imposizione fatta a quel pittore di coprire di vesti le adamitiche figure di un suo quadro che riproduceva, credo, il Paradiso terrestre. La conseguenza palese ed immediata dell’assenza di indumenti è una grande correttezza di atti fra maschio e femmina.
■ La bellezza muliebre è naturalmente compresa in guisa affatto particolare e sovente agli antipodi con il senso che ne hanno le genti civilizzate. Possedere, per esempio, dei piedi e delle mani ben grandi è tenuto un gran pregio. Legarsi strettamente il disopra del seno una corda per costringerlo ad appiattirsi è pure presso molte popolazioni una costumanza di straordinario buon gusto.


■ Mi è stato spesso domandato come si manifesti la psiche nella femmina selvaggia, sino a che punto la sua anima si mostri suscettibile al sentimento dell’amore, della gelosia, della devozione. Se, cioè, essa sia per il suo compagno maschio soltanto uno strumento passivo, o se il suo spirito passi attraverso sentimenti paragonabili, almeno in embrione, ai nostri. Molti che hanno soggiornato a lungo presso i selvaggi equatoriali non esitano a negare alla donna primitiva una benché minima disposizione ad assurgere a sentimenti più complessi e più gentili. Ma io direi piuttosto che esiste presso la maggior parte delle popolazioni nere una vera e propria educazione muliebre che condanna la donna alla passività e fra tutte le leggi civili che si tentano di introdurre quelle che producono sui selvaggi le reazioni più violente sono date dallo sforzo da parte nostra di rendere i diritti della donna eguali a quelli dell’uomo. La funzione del matrimonio civile introdotta presso i soldati congolesi; la domanda rivolta alla donna: «Vuoi tu come marito quest’uomo che ti vuole?» era considerata un controsenso, come un controsenso appare al selvaggio che si possa richiedere alla donna se senta ripugnanza di appartenere a un vecchio o inclinazione a diventare la preferita di un coetaneo.

“LA SPIEGAZIONE DEL VANGELO A UNA SCHIERA DI DONNE AMHARA (SEMIEN-ABISSINIA).”

■ Ma questo è ancor poco, quando penetrando le costumanze intime si giungono a scoprire le ragioni di certi dissapori.
■ È inutile dire che il bacio, questo atto che a noi sembra così spontaneo e naturale fra due esseri che si amano, è sconosciuto ai selvaggi.
■ L’orecchio destro è la prima appendice che viene sacrificata alla vendetta del maschio tradito. Al secondo fallo l’orecchio sinistro segue il destino del primo, ai successivi si passa alle dita delle mani e dei piedi. Come si vede, il margine per le distrazioni amorose non è eccessivo perché esaurite le orecchie e metà delle dita, si passa subito alla testa. Ma l’applicazione di questa pena non è frequente perché dinanzi alla più recidiva delle adultere l’uomo non dimentica che la donna rappresenta un numero troppo notevole di lancie per sopprimerla e rimetterci così il prezzo delle medesime. Coteste colpevoli mutilate sono innumerevoli.
■ Ricordo villaggi popolosi dove nessuna donna adulta poteva vantare di possedere complete le orecchie e le dita.

“LE SUDANESI NOMADI, DONNE SPARSE DAL NILO AL NIGER, DAL CONGO AL SAHARA.”

■ Presso le stazioni europee, dove naturalmente le amputazioni per adulterio non sono tollerate, l’uomo si contenta di ricevere dal seduttore una indennità che non supera il valore di quattro o cinque metri di cotonina azzurra o bianca. Immaginate gli europei costretti a decidere decine di tali questioni al giorno e a sopportare le discussioni tra il marito che non è contento della indennità e il seduttore che per pagare di meno ad ogni argomento maritale risponde: «Bianco, degnati di guardare cotesta donna se ti par degna del prezzo che costui ne chiede!..».


■ In nessuna colonia africana come nell’Angola portoghese trovereste la grande maggioranza del sesso femminile formata dai discendenti degli antichissimi primi coloni europei unitisi con le aborigene. Il colore caratteristico della mulatta è naturalmente attraverso varie generazioni scomparso; rimane un ingentilimento nei lineamenti per modo che le donne di San Paulo di Loanda sembrano europee divenute nere per legge di adattamento. Così proseguendo al sud ricompaiono nelle figlie di Cam le medesime caratteristiche riscontrate al nord, sicché esse scompaiono nell’assoluta prevalenza che la razza bianca ha nell’Africa del sud, per ricomparire di nuovo al nord del tropico sotto forme disordinate oramai dalla straordinaria attività spiegata dai popoli colonizzatori dell’Africa orientale. Per ritrovare genuine le figlie di Cam dovremmo penetrare nel vasto mondo somalo ed abissino, e superato quello, nell’immensa regione del Sudan, le nomadi donne della quale si ritrovano dal Nilo al Niger, dal Congo al Sahara.

“MADRE HINTERA (UEBI-SCEBELI).”

■ Ma occorre dirlo? In gran parte queste popolazioni hanno piegato da secoli sotto l’influenza dell’Islam o sono divenute cristiane. Cosicché i costumi muliebri hanno un’originalità relativa o si connettono con quelli d’Oriente.
■ Nella folla tumultuosa dei mercati benadiriani spiccano ed attraggono gli sguardi degli europei le figure muliebri delle beduine nomadi dell’interno, fanatiche sino all’aberrazione. Si direbbero improntate tutte al medesimo sentimento di scontrosa ripulsione che mostrano ad ogni nostro interessamento per loro. Incontrandole nella solitudine della boscaglia che succede alle dune, sulla via che conduce all’Uebi Scebeli, immobili di sorpresa ritte nel loro candido sciamma accanto al cammello che guidano, danno l’immagine di personificazioni di seducenti graziosi geni dell’implacabile ostilità generata dal fanatismo. Non un sorriso, non un atto di grazia al nostro saluto. E per la maggior parte sono belle, veramente belle, con occhi luminosi, e profili purissimi, e corpi flessuosi.

“FANCIULLE MATAN, DALL’OCCIPITE COMPLETAMENTE RASATO (REGIONE DI MOGADISCIO).”

■ E le abissine? Se n’è tanto parlato e scritto che ritengo siano più conosciute delle donne di certe trascurate regioni italiane. Mi limiterò quindi a presentare in fotografia qualcuno fra i tipi più seducenti, simili probabilmente a quelle che giunsero ai tempi della guerra a ispirare anche la nostra musa popolare.

“FANCIULLE DELLA COSTA (TRIBÙ DEI CINGANI, MOGADISCIO).”

■ Chi non ricorda la nostalgica canzonetta Africanella a Cassala che i nostri soldati ripetevano in coro salendo da Ghinda per la scoscesa mulattiera che s’inerpica fra le foreste di euforbie sull’altipiano asmarino? Le belle abissine erano e sono d’altra parte ben degne di suscitare entusiasmi di passione.

“DONNA BIMAL (VILLAGGI NOMADI DELLA REGIONE DI MERCA).”
“DONNE DELLO ZAMBESE.”

■ Seducenti per regolarità di lineamenti, per occhi, per denti, per piccolezza di estremità, per la ricchezza del seno, per braccia tondeggianti, per quella loro caratteristica andatura languida e carezzevole; non hanno nulla da invidiare in bellezza alle consorelle europee. Donne dinanzi alle quali però vien fatto talvolta di domandarsi se la fama di terra vergine attribuita all’Africa non sia leggenda, e viceversa il suo popolo non debba ritenersi il più vecchio e il più corrotto dell’umanità. Ma non è veramente a questa conclusione ch’io volevo giungere. Ho incominciato queste pagine avendo presente agli occhi della mente un’immagine non dirò cara, ma grata, in due aspetti corrispondenti al primo e all’ultimo giorno che la vidi.
■ Una piccola nera, s’intende, così come in quell’afoso meriggio equatoriale, mentre i grilli della foresta fischiavano acutissimi, varcò tremante la palizzata dell’accampamento piantato al centro del suo villaggio conquistato. Veniva ambasciatrice dei suoi, recando in mano un ramoscello fronzuto in segno di sottomissione e di pace. Non ci comprendevamo. Io sorridevo accogliendola e cercando di farle comprendere che non doveva temere e che se avesse voluto sarebbe toccato ad essa il compito di insegnare ai suoi confratelli la via che conduceva ai grandi villaggi dei bianchi costruiti lungo i fiumi maestosi ed immensi, solcati da piroghe colossali che navigano senza pagaie. Essa continuava a tremare di terrore, scorgevo sul suo petto le pulsazioni forti e rapide del cuore, sì che un’infinita pietà mi vinse ed un rammarico profondo mi colse per la impossibilità di poter colmare l’abisso che separava me da quella piccola selvaggia dal viso scolorito dalla paura.
■ La stessa selvaggia, trasformata, divenuta dopo qualche anno in confronto delle sue simili la quintessenza della raffinatezza, è sulla sponda del fiume con la fronte in terra che singhiozza e si dispera. Io partivo, tornavo alla vita civile, essa restava…. Avevo cominciato queste pagine per parlare di lei, ma ho smesso sembrandomi un controsenso accarezzare di coteste nostalgie che nessuno saprebbe comprendere, come pochi del resto si sono curati di comprendere le figlie di Cam, le donne nere, la parte migliore della derelitta razza condannata a scomparire!”

I bombardieri di Castel Sant’Angelo (1928)

Da Esercito e Nazione, Anno III, N. 12, dicembre 1928.
Di Mariano Borgatti.

” ■ La fine del secolo XIV è rimarchevole nella storia della cristianità e, per riflesso, in quella di Castel Sant’Angelo.
■ Nel marzo del 1378 morì Giovanni XI, il papa che aveva riportata a Roma la sede papale da Avignone contro parere dei cardinali francesi e loro aderenti; ed il conclave elesse l’italiano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI (18 aprile 1378). I cardinali francesi, e pochi altri con loro, si ritirarono a Fondi, e dopo molti contrasti nominarono un antipapa nella persona del cardinale di Ginevra, che si chiamò Clemente VI (21 settembre 1378); e da questo fatto ebbe origine lo scisma di Occidente che tenne divisa la chiesa per quasi mezzo secolo.

“I BOMBARDIERI DI «CASTELLO» NEL 1669.”

■ Roma non dimostrò un atteggiamento deciso: i Gaetani, potentissimi allora, erano per il papa illegittimo; molte altre famiglie, non meno potenti, erano per il papa legittimo, e frequenti furono le zuffe per le strade fra clementisti ed urbanisti.
■ A Castel Sant’Angelo era rimasto governatore fino dal papato precedente, un certo Pironno detto Gandelin, con forte guarnigione di Bretoni comandati da Pietro Rostaing, zio del governatore; e l’uno e l’altro si dichiararono partigiani di Clemente VI; cosicché papa Urbano, non ritenendosi sicuro in Vaticano, andò a stabilirsi presso Santa Maria in Trastevere «luogo opportuno e fortificato» [VASI DA CORLEONE: Magnificenza di Roma Antica e Moderna. N.d.A.] e, coll’aiuto de’ suoi, pose l’assedio a Castel Sant’Angelo. Fu in occasione di questa azione guerresca che si spararono per la prima volta bombarde da Castello, e per le quali ebbe notevoli danni il Borgo, come scrivono i cronisti; e — perciò — da questa epoca risalgono le prime notizie di bombardieri nel forte romano.
■ Come fossero queste prime bombarde può dircelo la storia delle armi da fuoco in genere.
■ Esse erano sorte da pochi anni. Si hanno accenni di schioppi od armi a mano nel 1257 per parte di Arabi all’assedio di Nielba in Spagna; poi nel fatto d’armi di Forlì, usate da Guido di Montefeltro contro Giovanni d’Appia, francese (1281); ed erano semplici canne di ferro, chiuse ad una estremità, entro le quali si poneva una carica di polvere ed un proiettile e si dava fuoco alla carica a mano per mezzo di una miccia accesa; più tardi ebbero una incassatura.
■ Di bombarde od armi fisse si fa primo cenno documentato nel 1311 e furono usate dai Bresciani contro Enrico detto di Lussemburgo (v. QUARENGHI: Le bombarde di Brescia nel 1311), poi nel 1316 in uno statuto genovese, ecc.; e nel 1346 furono portate alla battaglia di Crécy; ma tanto quelle da piazza, come quelle da campo, consistevano in un grosso tubo, che si caricava, dalla bocca, assicurato ad una armatura di legno (detta cassa poi affusto); successivamente la carica si fece dalla culatta la quale si chiudeva con tappo, cuneo ed altri artifizi; ed ancora si fece il tubo di vari pezzi, innestati l’uno all’altro e tenuti fermi dall’armatura.

“FIG. 1. — BOMBARDA CON AFFUSTO A CEPPO (SEC. XV).”

■ Probabilmente le bombarde di “Castello” usate dai clementisti, erano come quelle della fig. 1, che rappresenta un tipo di artiglieria in uso nelle fortezze italiane dalla metà del secolo XIV alla metà del secolo XV, e ve ne erano ancora di simili al tempo di Nicola V (1447-1455).
■ Urbano VI delegò alla difesa del papato il celebre Alberico di Barbiano, capitano della compagnia di San Giorgio, la prima italiana in opposizione alle tante compagnie straniere che allora scorrevano l’Italia; e gli consegnò, a prova de’ suoi intendimenti patriottici, uno stendardo col celebre motto «l’Italia degli Italiani», che fa riscontro a quanto proclamò Giulio II un secolo e mezzo dopo «fuori i barbari».
■ Alberico vinse i Guasconi e Bretoni a Marino ed entrò in Roma da trionfatore. Castel Sant’Angelo si arrese ed i Romani, a sfogo di vendetta per i danni che erano venuti alla città dall’azione delle bombarde e delle artiglierie nevrobalistiche, tentarono distruggerlo.
■ BENVENUTO D’IMOLA diarista contemporaneo alla catastrofe esclamava: «oh dolore; questo edificio magnifico è stato distrutto e rovesciato…» e STEFANO INFESSURA pochi anni dopo scriveva: «… et si lo hebbero (il Castello) et tanto lo desfecero, che a tiempo depoi ci givano le capre a pascere…».

“FIG. 2. — BATTERIA CASAMATTATA DI NICOLA V.”

■ Esce dall’argomento confutare queste asserzioni dettate dall’impressione del momento; Castel Sant’Angelo subì danni notevolissimi dall’azione popolare, fu spogliato da marmi e da decorazioni, come si rileva da documenti sincroni, perdette momentaneamente il carattere guerresco; ma l’ossatura dell’antico mausoleo di Adriano rimase nella sua imponenza, ed anche ora l’Angelo che corona il monumento posa sopra la più alta delle sale romane, ed all’incirca dove posava l’antico fastigio rappresentante Elio, il simbolo dell’imperatore che l’aveva fondato.


■ Fu Bonifazio IX, eletto nel 1389, che cominciò i lavori di ricostruzione o di ristauro del Castello Sant’Angelo; DIETRICH DI NIEM scrisse che alla morte di lui (Bonifazio IX) il Castello era ritornato ad essere «arx omnium munitissima» e l’ALVERI commenta, ed aggiunge che lo munì di cannoni, di moschetti et altri simili strumenti militari, onde servire potesse non solo di ricovero al Pontefice, ma di difesa a tutta Roma…» quindi bombardieri per il governo e per l’uso dei «cannoni», che erano propriamente delle bombarde, giacchè ai cannoni non si era giunti ancora.

“FIG. 3. — CASTEL SANT’ANGELO CON LA GIRANDOLA — NICOLAUS VAN AELST. “

■ Durante i papati di Innocenzo VII (1404-1406), Gregorio XII (1406-1409), Alessandro V (1410), Giovanni XXII o XXIII (1410-1417), agitatissimi e combattuti da antipapi, che furono perfino tre contemporaneamente, si hanno notizie di azioni frequenti di artiglieria da Castello Sant’Angelo, e si ha anche notizia di una corda tesa fra Castello e la meta (o sepolcro) dei Scipioni e per la quale si facevano scorrere munizioni e viveri in occasione di assedi [Primo esempio di teleferica. N.d.A.].

“FIG. 4. — CASTEL SANT’ANGELO AL TEMPO DI ALESSANDRO VI (VISTO DI FRONTE).”

■ Governando Martino V (1417-1431) furono fatte nel Castello «molte comodità e maggiori difese» scrive l’ANONIMO nella vita di questo papa, senza specificare quali fossero «le difese»; però restano negli archivi vaticani alcune note di pagamenti datate al 1420, e riguardanti provviste di artiglierie e di proiettili, e contemporaneamente appaiono per la prima volta nei registri camerali un «magister bombardorum» ed un «magister balistrarum», notizia utile che fa conoscere l’impiego simultaneo di bombarde e di baliste, le quali avevano — può dedursi — la stessa importanza, se i sopraintendenti ad esse erano dello stesso grado.

“FIG. 5. — BASTIONE ARMATO DEL TEMPO DI ALESSANDRO VI (1500).”

■ E le note di pagamenti interessanti la costruzione di torri e di casamatte in Castello e l’acquisto e la provvista di bombarde, spingarde, colubrine continuano durante i papati di Eugenio IV (1431-1447), di Nicola V (1447-1455), di Callisto III (1455-1458), di Pio II (1458-1464) e di Paolo II (1464-1471); anzi pare sia stato quest’ultimo papa quegli che dette termine alle torrette sorte ai tre angoli esterni del Castello, cominciate forse da Nicola V, del quale una, porta lo stemma; e fu Paolo II che le torrette armò di potenti artiglierie. (V. fig. 2. Batteria in casamatta, o nell’interno di una torretta, armata con cannoni in affusto a culla). All’anno 1481, durante il papato di Sisto IV (1471- 1484), risale la prima memoria storica della girandola nel significato che ha avuto per tanti secoli, cioè di grandioso fuoco d’artifizio o combinazione di fuochi fissi, spari di artiglierie e di schioppi, fuochi d’aria come razzi e candele romane, illuminazione a padelle (fiaccole) od a torcie, ecc. il tutto applicato a Castel Sant’Angelo; e della girandola erano specialmente incaricati «i bombardieri» come risulta da tutti i documenti che riguardano la girandola stessa. La data e la notizia qui sopra la scrive il VOLTERRANO nel suo Diario, ma pare che qualche luminaria e fuoco di allegrezza si facesse in Castel Sant’Angelo anche prima di Sisto IV. Certo è che dopo lui le memorie della girandola sono numerosissime e la tradizione dice che anche Michelangelo si occupò qualche volta a darne i disegni e che Bernini inventò la scappata dei razzi colla quale la girandola aveva termine. Essa durò in Castello per più secoli fino al 1887, salvo interruzioni dovute a circostanze politiche, specialmente sul finire del 1700 e principio del 1800. Nel 1887 fu portato altrove lo spettacolo perché i botti delle bombe producevano scosse tali nel vetusto Castello da fare danni alle decorazioni delle sale degli appartamenti; ed ora ne è cessata l’abitudine.

“FIG. 6. — BENVENUTO CELLINI.”

■ La fig. 3 è quella di Van Aelst rappresentante una girandola a metà del 1500, e ne è forse la rappresentazione più antica.


■ Col passare degli anni i progressi delle artiglierie di attacco obbligavano a modificare le membrature architettoniche delle costruzioni difensive ed a cambiare le artiglierie delle difese; e per Castel Sant’Angelo fu un largo innovatore Alessandro VI (1492-1503) che dette l’incarico ad Antonio da Sangallo seniore di munire il Castello di quattro grandi torrioni ottagoni agli angoli, fasciando le torrette rotonde di Nicola V che erano a tre di essi angoli, come si è scritto, e di elevare un grande torrione sulla fronte del Castello per battere il ponte. Ed alle nuove costruzioni furono adattate artiglierie nuove e dell’epoca.

“FIG. 7. — BOMBARDELLA A MASCOLI DEL TEMPO DI BENVENUTO CELLINI.”

■ La fig. 4 ci dà il Castello del tempo di Alessandro VI coi torrioni angolari e quello frontale, la fig. 5 quella di un torrione armato.


■ Da alcuni documenti contabili intestati all’Heredia, castellano al tempo di Leone X (1513-1522) si deduce quale personale fosse impiegato in «Castello» e fra esso sono annotati: 1 capo bombardiere e 13 bombardieri; avevano una specie di nobiltà militare tradizionale, ed erano nominati «a vita» con bolla papale; ed eccone — come esempio — un frammento:
«Abbiamo conosciuto per provata esperienza e per relazioni che il diletto figlio Leonardo da Firenze è molto pratico ed esperto nel mestiere di bombardiere. Perciò lo facciamo e nominiamo bombardiere nel nostro Castello di Sant’Angelo presso il ponte di Roma, con gli onori, oneri ed emolumenti soliti dare agli altri bombardieri di detta rocca, vita durante; ed a tenore della presente eleggiamo lo stesso Leonardo in luogo del fu maestro Matteo Gallo già bombardiere della detta rocca».
■ I bombardieri avevano ducati 6 di paga al mese e il loro capo ducati 8. Vi erano poi aiuti od aiutanti che crescevano o diminuivano di numero a seconda delle circostanze.


■ Una data incancellabile della storia del papato e di Roma è il 1527; quando Clemente VII soffrì l’onta di essere combattuto da una coalizione di Sovrani e di Stati cattolici e difeso da nessuno, e Roma soffrì il «Sacco» cioè la rapina, la distruzione, la vergogna che aveva avuta solo al tempo dei barbari. «Castello» difese il papato e riparò il papa; e fra i bombardieri vi furono — celebri artisti — Raffaello di Montelupo e Benvenuto Cellini.

“FIG. 8. — BASTIONE SAN MATTEO, O DI PIO IV, CON CANNONI AD ORECCHIONI SU AFFUSTI BASSI A ROTELLE.”

■ L’uno e l’altro lo rammentano nelle loro autobiografie.
■ Raffaello di Montelupo s’indugia in particolari della vita di «Castello» cominciando dai tragici ed anche ridevoli episodi della fuga del papa in Castello e della corte; Benvenuto Cellini descrive più specialmente la sua azione da difensore.
■ Si rileva dalle descrizioni, che egli fu un tempo addetto ad alcune piccole artiglierie che erano «nel luogo detto l’Angelo»; e siccome in «Castello» è stata trovata la bombardella a mascoli qui riportata alla fig. 7, originale dei primi anni del 1500, nulla si oppone a supporre che essa sia una di quelle, o sia eguale ad una di quelle, che Benvenuto Cellini adoperò su «all’Angelo» e con molto frutto, cosicché poté scrivere «basta che io fui causa di campare (cioè salvare) la mattina il Castello e che quelli altri bombardieri (che si erano impauriti) si rimessono a fare i loro uffizi e così io seguitai tutto quel giorno»>. Un altro giorno un colpo d’artiglieria nemica colpì un «canton di merlo» che ruinò addosso a Benvenuto e lo gittò a terra tramortito. Fu soccorso da Antonio di Santa Croce, che comandava l’artiglieria e rinvenne; ma «volendo cominciare a parlare — egli scrive — non potevo, perché certi sciocchi soldatelli mi avevano pieno la bocca di terra, parendo loro quella di avermi data la comunione»; pratica questa di pia superstizione che commuove.
■ Narra ancora il Cellini che agendo una volta ad una grossa bombarda che era in batteria sull’alto del maschio, fra due botti piene di sassi, una cadde giù, vicino a Jacopo Salviati ed al cardinale Farnese, che fu poi Paolo III; e quasi li schiacciò. La loro ira fu grande e, secondo Cellini stesso, fu poi per vendetta, per ritorsione che Paolo III lo tenne prigione in Castello più mesi nel 1538 e 1539.


■ Castello Sant’Angelo e le sue difese ebbero notevole sviluppo sotto i governi di Paolo IV (1555-1559), di Pio IV (1559-1565) e di Pio V (1566-1572). Paolo IV fu quegli che fece costrurre da Camillo Orsini nel 1556, attorno al forte quadrato di Alessandro VI, un recinto pentagonale di fascine e terra con un attacco lungo i Prati fino al recinto vaticano, il tutto improvvisato sotto il timore della guerra detta «di Campagna» fra il papa e gli spagnuoli. Era stata appena firmata la pace a Cave il 14 settembre 1557, quando nella notte stessa fra il 14 ed il 15 una terribile inondazione del Tevere distrusse le improvvisate fortificazioni.
■ Il 10 maggio 1560 l’armata cristiana fu rotta da quella mussulmana alle Gerbe, e Pio IV pensò dare carattere stabile alle fortificazioni improvvisate da Paolo IV e ne incumbenzò Francesco Laparelli, architetto militare, sotto la direzione di Gabrio Serbelloni. Il recinto murario fu condotto fino contro al passetto o corridoio vaticano, e fu poi Pio V che terminò il recinto dal passetto al Tevere (a valle) e costrusse il bastione detto di Santo Spirito.
■ L’armamento fu esteso, evidentemente, ai bastioni esterni e quello sui bastioni interni fu aggiornato; e la fig. 8 ci dà il bastione di San Matteo o di Pio IV armato con cannoni ad orecchioni, incavalcati su affusti a rotella e bassi, così come vogliono le basse cannoniere originali del bastione riprodotto.


■ Nel 1594, essendo papa Clemente VIII, i bombardieri di Castel Sant’Angelo al comando di Matteo Fabrizi (suddivisi in bombardieri «a vita» ed in aspiranti od aiuti, ed erano ancora fuochisti per la girandola, pompieri e portastendardi) furono, per cura del cardinale Aldobrandini, castellano e parente del papa, costituiti in confraternita sotto l’invocazione della Santa Barbara, e dopo di allora presero parte alle processioni armati, ed in divisa, colle loro insegne e tamburi; e nelle solennità maggiori accompagnavano il papa trascinando un cannone, che aveva un carrino (affusto) verniciato di turchino dorato, ed a momento opportuno delle cerimonie facevano salve.

“FIG. 9. — CAPPELLA DI SANTA BARBARA DELLA CONGREGAZIONE DEI BOMBARDIERI DI CASTELLO NELLA CHIESA SANTA MARIA DELLA TRASPONTINA.”

■ Ogni mese avevano luogo esercitazioni di tiro al Testaccio, ed a proposito di queste esercitazioni il VALESO in Archivio Storico Capitolino racconta un fatto interessante e grottesco accaduto al tempo di Clemente XII (1730-1740). Si trattava di provare due cannoni fusi in Castello ed all’uopo furono portati al Testaccio, con intervento del cardinale Albani e di altri grandi personaggi. Pare che i cannonieri si fossero ubbriacati; fatto è che misero cariche tanto grosse nei cannoni, e sbagliarono la mira che i proiettili caddero entro Roma in località diversissime; così: nel giardino farnesiano, a destra del Tevere «dove morì uno che inacquava», dice un documento; a San Giovanni della Malva vicino a Ponte Sisto; nella piazza di Torre Sanguigna; ed in un giardino di Villa Falconieri in Via Giulia. Nell’occasione fu delineata dall’ing. Paolo Bracci una pianta schematica di Roma, che ha questo titolo:
«Pianta di una Portione di Roma dimostrativa delle differenti direzzioni delle Palle venute e cadute in diversi siti della medesma, accadute nella prova di due pezzi novi di artiglieria uno da otto e l’altro da quattro, in Maggio del 1735, per il che seguì il Fatto di un Omicidio nel Giardinetto Farnese prossimo à Ponte Sisto con un colpo di Palla». Un’altra volta che si trattava di determinare la carica di un mortaio nuovo, fu portato dai bombardieri fuori di Porta Angelica, di Borgo; fu caricato con una certa quantità di polvere ed una palla di ferro piena di sabbia e sparato verso un bersaglio. Questo non fu raggiunto, perché la carica era debole; fu accresciuta gradatamente ed inutilmente per altre due volte; finché al quarto colpo, con carica potente, il bersaglio fu oltrepassato e fu ucciso un uomo che casualmente passava.
■ La confraternita dei bombardieri di Castel Sant’Angelo ebbe cappella speciale, decorosissima, nella chiesa di Santa Maria della Traspontina; ornata cogli attributi dell’arte bellica, cioè cannoni, affusti, strumenti per la carica, proiettili e simili (fig. 9).
■ La pala dell’altare è un pregevolissimo lavoro del cav. D’Arpino e rappresenta Santa Barbara la protettrice dei cannonieri.
■ Fra le grazie e privilegi concessi dai papi alla compagnia dei bombardieri eravi quella della liberazione di due prigionieri nelle due feste dei loro protettori: Santa Barbara al 4 di decembre e San Michele (a ricordo dell’Arcangelo Michele simboleggiato sulla cima del Castello) il 29 settembre.
■ È documento raro e prezioso del Museo del genio una «Istruzione per lo scolaro bombardiero della scola di Santa Barbara di Castello Sant’Angelo di Roma» scritta da Gerolamo Lucenti, nel 1669 e dedicata a Giovan Battista Rospigliosi, castellano. Ed il Gerolamo, capitano dei bombardieri, fu della stirpe dei Lucenti che aveva dato e che dette poi alle difese di Roma meravigliosi soldati e fonditori, i quali ancora oggi hanno officina in Borgo, celebre per le campane che producono.
■ L’ultimo avvenimento importante che può ancora entrare nel soggetto qui in esame fu lo scoppio di una polveriera che avvenne la notte del 28 giugno 1797, e si vuole fosse opera di repubblicani francesi per provocare la rivoluzione nella capitale del Cristianesimo. Saltò per aria l’estremità di una delle casermette costrutte da Urbano VIII nella piazza d’armi interna del Castello; e nell’occasione i bombardieri pubblicarono una veduta col magazzino demolito e con una Santa Barbara che protegge il Castello; incisione rarissima che è nel Museo del Castello e la quale, oltre a documentare l’avvenimento, ha data conoscenza sommaria ma sufficiente dello stato dei fabbricati, e delle piantagioni, e per i ristauri e le sistemazioni fatte in questi ultimi anni.”