La lavorazione delle spugne naturali (1925)

Da La Scienza per Tutti, Anno XXXII, N. 21, 1 novembre 1925.
Dell’ing. Antonio Marino.

” ■ Chi ha la ventura di seguire davvicino la lavorazione delle spugne naturali, e più che altro conoscere la genesi della lavorazione stessa, e quello che in linguaggio industriale si chiama il «diagramma di lavorazione», resta meravigliato della novità del lavoro, della varietà della materia prima, e delle sue varie specialità che così fortemente fra loro si differenziano.
■ La spugna naturale che tutti conosciamo, è organicamente un cadavere!
■ Non è un giuoco di parole; noi usiamo nella spugna, il tessuto vegetale ed animale nel contempo, di un essere che ha avuto vita prospera nel fondo del mare.
■ Non entro in disquisizioni virtuosissime di erudizione di biologia marina; trattati di storia naturale dicono molto meglio di me come vanno le cose. Io mi accontento di dire molto più brevemente che la spugna deriva da un «zoofite» un essere embrionale il quale, procreato, vagò fino a trovare un sostegno su cui fissarsi, e quivi diede inizio alla sua vita, assimilando i sali calcarei che erano sciolti nell’acqua marina, generando, secondo le profonde leggi della Natura, la sua completa forma adulta.
■ Similmente generasi il corallo, altro portentoso assimilatore di carbonato di calcio.
■ Ma come tutti gli esseri, anche l’essere vegetale-animale, che chiameremo spugna, assume aspetti, consistenza, forma, colore, a seconda l’ambiente in cui vive, differenziandosi in grandi gruppi dalle peculiarità specifiche per ogni gruppo; e questo a sua volta suddiviso in altre classi e sottoclassi.
■ Non staremo qui ad elencare tutte queste varie forme. Ci accontenteremo di meno: e seguiremo per ciò la falsariga del primo, per importanza, Spugnificio Italiano, con sede a Milano, che ha larga rinomanza in Italia ed all’Estero e tratta quasi da solo la totale materia prima che viene incettata e pescata nei mari italiani.
■ Diciamo quindi che la pesca si distingue in prodotti italiani o Mediterranei ed Americani.
■ Le grandi categorie in cui si classificano le spugne dei nostri mari sono:
Mare Mediterraneo: Asia Minore, tipo «Cavallo» denominata «Siria» e tipo «Fine» pure denominata «Siria».
Egitto: tipo «Cavallo» denominata «Mandruca»; tipo «Champignon» e tipo «Fine» denominata «Egiziana».
Cirenaica: tipo «Cavallo», tipo «Champignon» e tipo «Zimoca», tutti e tre divisi nelle categorie della spugna «Bomba» e «Bengasi».
Tripolitania: con i due tipi «Cavallo» e «Zimoca», di cui il primo tipo diviso nelle tre categorie dette «Pietra», «Bayada» e «Fikio»: ed il secondo tipo con la sola categoria «Tripoli».
Tunisia: tipo «Cavallo» con le categorie «Foros», «Fikio», «Siciliane», «Orecchielle», «Tragana», «Laspi» e «Bancofango»; il tipo «Zimoca» con le categorie «Dierba» e «Bancofango»; il terzo tipo detto «Orecchie di Elefante» di Capobono, dalla sua forma tipica.
Isole Egadi: tipo «Cavallo» con le categorie «Lampedusa», «Libeccio», «Mezzogiorno», «Laspi», «Bancofango», «Trefili» e «Fondazzo»; il tipo «Orecchie di elefante» di Lampedusa.
Mar Jonio: il tipo «Fine» con la categoria «Gallipoli».
Mare Adriatico: il tipo «Fine» con le categorie «di scoglio» e «di canale».
■ Veniamo adesso ai tipi di spugne dei mari americani, i quali hanno altre numerose denominazioni; e si distinguono a seconda dei luoghi centro di pesca. Così abbiamo:
Nassau: con i tipi «Wool». «Velvet», «Yellow», «Silk», «Grass».
Isola di Cuba: con i tipi eguali ai precedenti.
Penisola della Florida: con i tipi «Yellow», «Silk», «Grass».
Antille: con il tipo «Reef».
■ Chi avesse vaghezza di addentrarsi in questa prolissa suddivisione, consulti appositi libri di biologia marina. A noi basta averne accennato i tipi principali: e di essi diremo le caratteristiche più salienti.
■ Per pregio intrinseco, per finezza di tessuto e per bellezza di forma si va dal tipo «Champignons» ai successivi, in ordine di pregio: «Fine», «Cavallo», «Zimoca» e «Orecchie di elefante» per i nostri mari.
■ Per i mari americani la progressione è data dai tipi «Grass», «Yellow», «Silk», «Wool», «Reef» e «Velvet». Le vignette che corredano la nostra breve esposizione mostrano chiaramente le peculiari particolarità di ogni tipo di spugna.
■ Per quanto riguarda il loro ambiente naturale e qualità intrinseche, possiamo dire sommariamente che la spugna «Cavallo» abitando nei fondi rocciosi, è di qualità ottima, e si suddivide nelle dette sottospecie di Mandruka, Bomba e Bengasi. Se abita i fondi arenosi, è buona, e produce le varietà Pietra, Bayada e Fikio. Se abita i fondi fangosi, è di qualità inferiore, e produce tutte le varietà Cavallo dianzi menzionate; però il tessuto della spugna Cavallo, è resistente, è soffice e morbido; la sua forma esterna è tondeggiante, oppure sferica o varietà piatta; il suo impiego è nelle applicazioni industriali ed igieniche.
■ La spugna «Champignons» se abita fondi rocciosi è di qualità ottima, mentre è di qualità buona se abita fondi arenosi; però il suo tessuto è vellutato, fino e resistente, così che trova impiego specialmente nelle applicazioni igieniche; la sua forma è tondeggiante e spesso a calice.
■ La spugna «Zimoca» è di qualità ottima se abita fondi marini rocciosi, mentre è di buona qualità se il fondo marino è arenoso; il suo tessuto però non è molto fine, è forte e fitto; il suo impiego è più industriale che igienico; la sua forma esteriore è tondeggiante.
■ La spugna «Fine», come le precedenti, è di ottima o buona qualità se ha vissuto su fondi rocciosi o algosi. Però il suo tessuto è resistentissimo, è finissimo, quasi di seta; il suo impiego è igienico ed industriale e la forma è tondeggiante ed ovale.
■ La spugna «Orecchia di elefante» vive su fondi arenosi e rocciosi e la qualità ne risente, essendo migliore se il fondo è roccioso. Il suo tessuto è fine e piatto; il suo impiego è nella industria; la sua forma è piuttosto irregolare, ma la sua caratteristica è quella da cui prende il nome e che richiama alla memoria la forma grossa, slabbrata e pendula dell’orecchia dell’elefante.
■ Per quanto ha riguardo le spugne dei mari americani, per non dilungarci in chiarimenti maggiori, dato anche che noi siamo piuttosto esportatori dei nostri tipi di spugna che importatori dei tipi americani, segnaliamo solamente che il tipo «Reef» è il migliore fra tutti ma non molto resistente; che i tre tipi «Reef», «Yellow» e «Grass» sono di qualità inferiore ai tipi nostrani; che trovano impiego nelle industrie; hanno forma pressoché sferoidale.
■ Nei nostri tipi di spugne rileviamo i tre «Piatta Cavallo», «Piatta Fine» e «Piatta Zimoca» che si usano largamente nelle industrie.
■ Abbiamo accennato agli impieghi delle spugne e precisiamo che esse trovano applicazione:
nella industria della verniciatura per strofinare i mobili e la vernice;
nella vetreria per la pulitura delle superfici degli specchi;
nella toilette ordinaria per la pulizia e l’abbellimento del corpo umano;
nelle scuole per le tavole nere;
nelle scuderie per la pulitura dei quadrupedi, le carrozze, i finimenti di
cuoio;
negli ospedali e luoghi di cura per tutte le operazioni di nettezza ed
igiene;
nell’industria metallurgica per pulire, lucidare, rendere più brillanti
alcune superfici;
nelle litografie ed affini per la pulitura dei bagni; nella medicina per lavaggi, frizioni, ecc.
nelle industrie dei cappellifici, ceramiche, concerie, carrozzerie, ecc., per la lucidatura, spalmatura e pulitura delle superfici interne;
nell’industria dei giuocattoli;
infine, in altri molti usi per assorbire liquidi, detergere superfici, assorbire polveri, ecc.
■ Come si nota l’impiego della spugna è vastissimo; e si comprende da ciò il sorgere di altre spugne artificiali, metalliche e di gomma, non per contendere il campo, quanto per aumentare l’impiego della spugna naturale, la quale peraltro, per le sue qualità intrinseche permane la spugna prediletta per le enormi possibilità della sua applicazione.


I sistemi di pesca.

■ La pesca della spugna risale a lungo nei secoli e la tradizione marinara ne ha portato a noi gli usi ed i mezzi. Gli uni e gli altri sono semplici ed uniformi. Né le innovazioni che l’uomo moderno ha tentato apportarvi hanno raggiunto lo scopo forse per deficienza dell’ordegno meccanico, forse per la riluttanza che la classe marinara ha sempre avuto ad adattarsi a cambiare i sistemi inveterati, forse per altre ragioni che a noi sfuggono, oggi i sistemi di pesca sono molto conformi, e, grosso modo, si possono riassumere nei seguenti:
con i tuffatori a nudo; con lo specchio;
con la fiocina;
con la gangava;
con lo scafandro.
■ La pesca con i tuffatori a nudo è praticata principalmente dai greci lungo le coste della Libia, dell’Egitto e dell’Arcipelago Greco. Questa pesca è la più pratica, più antica e la meno redditizia.
■ Il tuffatore, allenato, si tuffa nell’acqua e raggiunge rapidamente il fondo, a non più di 12 metri, e vi si trattiene, a seconda del suo grado di allenamento, da due a tre minuti primi. In questo tempo strappa il maggior numero possibile di spugne, e nel risalire a galla le riporta con sè. La pesca così fatta è lunga, penosa; essa peraltro è molto in onore presso i marinai americani. Un grave difetto si è che non possono raggiungersi maggiori fondali e quindi sfruttare nuove zone.

“FIGURA DIMOSTRATIVA DEI VARÎ SISTEMI PIÙ IN USO DI PESCA.”

■ Le spugne nostrane prese con i tuffatori a nudo sono i tipi litoranei dell’Asia Minore, Cirenaica e Tripolitania.
■ La pesca con lo specchio e con la fiòcina, è fatta immergendo nell’acqua un calderone col fondo formato da un forte vetro. Il marinaio chinato sulla sponda di piccole barche, manovra con la sinistra il calderone, immergendo in questo la testa. Il vetro ha l’effetto di specchio di ingrandimento, e mostra il fondo marino più chiaramente e più vicino. Appena il marinaio si accorge della spugna, con la destra la infilza con la fiocina, strappandola dal suo punto di appoggio. La fiocina è una specie di arma a più punte come un parafulmine a punte, che ha un unico manico entro il quale si incastra la lunga asta di manovra.
■ La pesca con la fiocina e lo specchio viene impiegata per raggiungere fondali da quattro agli otto metri, sia su fondi piani che su fondi rocciosi.
■ Le spugne così pescate però molto spesso presentano le traccie degli strappi subiti dalla fiocina, per cui è necessario che l’operatore sia molto provetto ad estirpare la spugna senza danneggiarla, acciò non la si diminuisca di valore commerciale.
■ La pesca della fiocina talvolta è fatta, in acque limpide e calme, senza l’ausilio degli specchi. L’uso dello specchio e della fiocina è più comune sulle coste della Sardegna e quello della sola fiocina è più largamente applicato sull’Arcipelago greco, nel Mare Adriatico e sulla costa Libica.
■ I tipi di spugna generalmente pescati con tale sistema sono quello «Cavallo», «Champignons», «Zimaca» e la qualità «Gallipoli» nel Mar Jonio, oltre i tipi «Fine» di scoglio e canale del mare Adriatico.


■ La pesca con la gangava prende nome di questo ordegno.
■ La gangava o draga non è che una rete a sacco, con maglie di 4 a 6 cm. di larghezza, romboidali e fatte con spago. L’apertura della rete a sacco, è protetta da un telaio in ferro, formato da un arco sospeso da una corda. Il ferro che fa da retta è più robusto, ed ha il compito di strappare col suo lembo e col suo peso la pianta-spugna.
■ La gangava così è immersa; e mentre il telaio in ferro ne assicura l’affondamento e la posizione, dei sugheri tengono sollevata la rete del sacco. Una fune, manovrata dalla barca, trascina la draga sul fondo marino. Occorre naturalmente che il fondo non sia roccioso, meglio se sabbioso.
■ Le profondità che l’ordegno permette di raggiungere sono forti. Eventualmente il traino è fatto a mezzo di catene. Tale sistema di pesca di spugne è un po’ alla ventura, poiché non può spessissimo vedersi là ove la draga viene trascinata. Pur nondimeno esso è adottato principalmente sulle coste tunisine, siciliane e tripolitane.

“SCAFANDRO EMERSO E SCAFANDRO PRONTO PER LA IMMERSIONE.”

■ Le spugne più frequentemente pescate sono quelle tipo «Cavallo», «Zimoca», «Orecchie di elefante» pescate in vicinanza di Capobono, e le «Orecchie di elefante» pescate in prossimità dell’isola di Lampedusa.


■ La pesca con lo scafandro è la pesca più razionale, più progredita, e quella che effettivamente dà il miglior risultato. Si sa che cosa sia lo scafandro. È l’ordegno che si tuffa nel mare, si ferma sul fondo, vi si muove, agisce, respira a mezzo d’aria a lui fornita meccanicamente, e quindi dopo un certo periodo di resistenza fisica, emerge alla superfice ed all’aria.
■ Lo scafandro pratica un mestiere utile e pericoloso. E come i forti l’arte sua è nobile e modesta. Il marinaio che coperto della intelaiatura dello scafandro si avventura nelle profondità del mare per servire il pubblico che dell’opera sua si giova, è un artefice inconsapevole di continuo sacrificio, cosciente e coraggioso.
■ È con un vero stringimento di cuore, che si vede immergere lo scafandro nell’abisso liquido del mare. È un essere vivente che diventa fragilissima cosa nonostante la robusta vigoria fisica ed il coraggio personale, che entra in un mondo nuovo, terribile e nel contempo meraviglioso, cui tutto agisce per sopprimere la sua vita, mentre alla vita lo scafandro è legato da un piccolo tubo entro cui i compagni pulsano, attenti, sincronici, metodici, l’aria a mezzo di pompe a braccio.
■ Lo scafandro affonda a profondità massime di circa quaranta metri, per durarvi una ventina di minuti; ma la pressione è forte, gli organi respiratori ne soffrono, il sangue accelera il suo moto, l’insieme muscolare è depresso, alle tempia ed alle meningi il pulsare delle vene è più rapido e violento. L’uomo che pratica l’arte dello scafandro vi si abitua a poco a poco, giacché la pratica sott’acqua la si acquista con l’abitudine.
■ Egli respira con un tubo che lega il suo enorme globo di ferro, che ne preserva la testa, ad una pompa ad aria, manovrata a bordo, e sorvegliata continuamente, in modo che l’aria arrivi fresca e continua.

“SCAFANDRO NELL’ATTO DI IMMERGERSI.”

■ Se la pompa non funziona, lo scafandro muore asfissiato. L’operazione è quindi estremamente delicata.
■ Lo scafandro, vestito dai compagni, caricato di pesi che lo porteranno in fondo al mare, aiutato dai compagni, scavalca il bordo della navicella, scende i pochi piuoli di una scaletta in legno posta esternamente, e si inabissa, avendo portato legato a sé un sacco.
■ Sui fondo del mare l’uomo svelle dalla sua sede la spugna, la sceglie, la pulisce sommariamente dei residui calcari e la pone nel sacco.
■ Ad immersione ultimata, è sollevato da una corda, aiutato a salire sulla scaletta, alleggerito dei pesi, liberato del vestito. A bordo si issa il sacco che si vuota delle spugne.
■ Un altro scafandro sostituisce il compagno nella bisogna, e la pesca continua.
■ Tale modo di pesca ha il vantaggio che le zone sono completamente visitate, e scelte sui tipi di spugna.
■ Pescano con lo scafandro lungo le coste dell’Asia Minore per la spugna «Cavallo», qualità «Siria» e «Fine»; lungo le coste egiziane per la spugna tipo «Cavallo» qualità «Mandruca», tipo «Champignons» e tipo «Fine» qualità «Egiziane».
■ Lungo le coste della Cirenaica è pure in uso lo scafandro per le spugne tipo «Cavallo», «Campignons» e «Zimoca» con le qualità «Bomba» e «Bengasi».
■ Anche in Tripolitania è usato lo scafandro per i tipi «Cavallo» e «Zimoca» con le qualità spugnifere «Pietra», «Bayada», «Fikio» e «Tripoli».
■ Per altro le qualità di spugne prese presso le coste tunisine, lungo le Egadi, nel mare Jonio, e nell’Adriatico, sono con tutte le loro qualità pescate, oltre ai mezzi in precedenza menzionati, anche con lo scafandro.

“LA FORBICIATURA.”

■ Le bellissime fotografie che corredano la nostra trattazione illustrano ampiamente i mezzi adoperati per la pesca delle spugne.


La lavorazione.

■ Quando la spugna è pescata, subisce una prima superficiale lavorazione, costituente nella esposizione al sole perché vengono a seccarsi alcune alghe e fibrelle, le quali facilmente si staccano.
■ Altrettanto si fa per le parti calcaree che costituiscono la parte adesiva al terreno, e per alcune membrane vegetali che si avviticchiano alla spugna stessa.
■ Ciò fatto, degli incettatori della produzione comperano lo stock di spugne ed inoltrano ai luoghi di lavorazione.
■ La spugna dalla sua entrata nello stabilimento, greggia, alla sua uscita, ultimata per la vendita, subisce una serie di manipolazioni, semplici ma importanti, perché le sue qualità non vengano a perdersi, ma che anzi il prodotto finale acquisti maggior pregio e valore, per rendere sempre più spiccate le eccellenti qualità che ogni spugna possiede in sé stessa.
■ Tanto per avere un orientamento nel descriverne sommariamente la lavorazione, ne tracciamo il diagramma e completiamo la trattazione col dare altre vignette dello Spugnificio Italiano, il primo del genere in Italia, e che cortesemente ci ha favorito le belle fotografie che riproduciamo.
Il diagramma di lavorazione è:
deposito spugne gregge in arrivo;
prima cernita e trasporto ai reparti lavorazione;
forbiciatura ed accomodo;
lavatura;
imbianchimento;
essiccatoio;
composizione filze;
imballaggio;
deposito e spedizione.


■ Le spugne arrivate in ceste o casse, vengono in un primo momento depositate in ampi locali a scaffali per passare alla lavorazione.
■ Segue l’apertura dei colli e la prima cernita per dividere le buone, le grosse, dalle cattive e piccole; quindi successiva cernita per le varie specie.
■ Ciò è necessario perché ogni tipo, avendo in commercio una data destinazione, ha bisogno di un determinato trattamento, il quale certamente è tanto più accurato e perfetto quanto migliore è la materia prima da cui si parte e quanto maggiore è il pregio della spugna per l’opera che deve compiere a lavorazione ultimata.
■ Fatta la cernita, si passa alla pratica della forbiciatura ed accomodo della spugna.
■ Tale lavoro occorre perché le spugne in natura non hanno uno sviluppo uniforme, e quindi presentano sporgenze, slabbrature, ecc., che deformano la parte estetica della spugna. La mano esperta della operaia corregge la manchevolezza ed appresta la spugna nella sua forma esterna eguale a quella che essa avrà quando, finita, sarà posta sul mercato.

“LA LAVATURA E L’IMBIANCAMENTO.”

■ Terminata tale operazione, occorre dare alla spugna l’apparenza migliore e pulirla di tutto quanto ha in sé nei vacui, sia come residui calcari, sia come residui organici, parassitari, ecc., che tratteneva durante la sua vita nel fondo dei mari. Si pratica perciò la lavatura e la sbiancatura, immergendo le spugne in ampie tinozze, ove si trova dell’acqua che ha disciolti determinati solventi, a base acida ed a base alcalina.
■ Tali solventi costituiscono i segreti di fabbricazione delle singole ditte, perché dalla loro qualità, dalla loro intensità, dalla loro durata, dalla loro temperatura, varia il diverso tipo di spugna ottenuta, e quindi il valore reale, intrinseco di essa.
■ Si pensi che in ultima analisi la spugna è un essere organico, e quindi i reagenti chimici, debbono avere influenze determinate per ottenere lo scopo prefisso.
■ Per necessità ovvie noi sorvoleremo sull’argomento e passiamo all’altra parte del diagramma di lavoro: lo essiccatoio.
■ Quando la spugna si è pulita ed imbiancata, attraverso successive energiche lavature, la spugna, spremuta è passata allo essicatoio, il quale agisce nel senso di togliere gradualmente la umidità alla spugna, ed influisce pure sullo imbiancamento. L’essiccatoio è costituito da celle, nelle quali ampî scaffali accolgono le spugne; e nella cella una corrente d’aria riscaldata da una sorgente calorifera esterna alla cella, investe le spugne assorbendo la loro umidità. L’aria raffreddatasi ed inumiditasi è aspirata, asciugata, respinta ancora nella cella per continuare la sua opera. Talvolta è mossa da un agitatore e poscia espulsa.

“LA CAMERA DI ESSICCAMENTO.”

■ Dopo un certo tempo le spugne si sono asciugate completamente, e l’operazione cessa.
■ Ciò fatto la spugna è pronta pel suo impiego negli usi della pratica, cioè è commerciabile. Si passa quindi allo immagazzinamento iniziando la pratica della infilzatura.
■ Questa è operata da donne che dispongono le spugne di uno stesso tipo e grandezza su un tavolo. Con un grosso ago lungo, munito di spago o cotone resistente, si formano le filze di numero determinato. Ciò fatto le filze vengono contate e immagazzinate in ceste o corbelli, e portate in magazzeno ove vengono depositate, classificate per tipo, per varietà e grossezza, in attesa della vendita.
■ Il forte volume ed il piccolo peso specifico della spugna, fa sì che gli spazi di deposito sono grandi e sistemati a scaffali.
■ Dal deposito le spugne comperate passano alla spedizione, previo imballamento, o incassamento in ceste di legno o cassette.


■ Ecco dunque il lavoro che porta sul mercato un oggetto così fine e utile, quale è la spugna.
■ Se della sua importanza dobbiamo avere una prova, ci basti citare delle cifre di statistica. Esse ci dicono ad esempio che in tutto il mar Mediterraneo la produzione delle spugne è di circa quaranta milioni di lire, e di tale somma circa la metà viene attribuita alla spugna della costa libica.

“LA COMPOSIZIONE DELLE FILZE.”

■ Se poi si tien conto della produzione mondiale, la Libia è rappresentata con una aliquota maggiore alla quinta parte della produzione totale, la quale è calcolata di circa cento milioni di lire.
■ Le spugne nostrane più adatte per gli usi igienici e per quelli industriali sono quelle cirenaiche.
■ I migliori acquisti sono praticati, in Europa, dalla Germania, Inghilterra, Paesi Scandinavi, Paesi Bassi, Austria, Svizzera e paesi minori.

■ L’Italia non è nei primi posti sull’acquisto; lo sarà certamente con l’incremento dell’uso. Ha però il vantaggio della esportazione, perché una grandiosa parte delle spugne è pescata dai suoi marinai, specialmente siciliani, e quindi parte della ricchezza si riversa sulle sue popolazioni marinare, che conoscono i disagi ed i giorni bui, ma mostrano al mondo la loro gagliarda tempra e le loro doti di tenacia e di coraggio.”

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