Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 18, 5 maggio 1883.
” ■ Nicola Lémery, celebre chimico, nacque in Roano il 7 novembre 1645. Suo padre, Giuliano Lémery, apparteneva alla religione riformata, nella quale, per conseguenza, fu allevato anche il figlio. Sin da giovinetto Nicola manifestò una grande inclinazione per lo studio della chimica, di cui uno zio farmacista gli apprese le prime nozioni. ■ L’amore per quella scienza crebbe in lui cogli anni; laonde, bramoso di maggiormente istruirsi, portossi a Parigi ove per alcuni mesi frequentò le lezioni di Cristoforo Glazer al giardino reale. Recatosi in seguito a Montpellier, prese servizio in una farmacia, e per tre anni passò la massima parte del suo tempo nel laboratorio del suo padrone, o al corso della facoltà di medicina, ed insegnando la chimica a parecchi alunni di quella facoltà. ■ Scorsi questi tre anni, Lémery viaggiò per qualche tempo in Francia, poi, nel 1672, ritornò a Parigi, ove, appena giunto, si fece per prima cosa ammettere alle conferenze scientifiche di Justel, segretario del re, e di Bourdelot, medico del principe di Condé. In tal guisa trovò mezzo di far conoscere quanto fosse esteso il suo sapere, e giunse ad ottenere l’appoggio del principe di Condé e l’uso del laboratorio che Bourdelot possedeva nel palazzo di quel principe. ■ Lémery si fece poscia licenziare farmacista, aprì un laboratorio in via Galande, e tenne un corso pubblico di lezioni di chimica che ebbe a frequentatori Rohaut, Bernier, Auzout, Régis, Tournefort, ecc. ■ Tali lezioni in breve procacciarono al Lémery una grande riputazione. Sino a quel giorno la chimica non era stata professata che colle formole di un pedantesco misticismo che la rendevano inintelligibile. I chimici del secolo decimosettimo toccavano troppo da vicino gli alchimisti loro predecessori, e credevano impegnato il loro onore a rendersi impenetrabili. Lémery dissipò tale oscurità assoluta, volgarizzò la lingua cabalistica dei chimici, e tutto si adoperò perché i suoi uditori ritraessero qualche frutto dalle sue lezioni. ■ In pari tempo, la manipolazione delle droghe e dei farmachi lo arricchiva rapidamente. Egli aveva inventato varii medicinali che avevano acquistato una voga straordinaria, ed a quanto sembra, meritata, ma ne teneva segreta la composizione e non li vendeva che lui. Si citano fra gli altri il suo magistero di bismuto, l’emetico dolce e l’opiato mesenterico, che operavano maraviglie. Egli aveva pure il monopolio della fabbricazione del Bianco di Spagna in Parigi, sorgente di guadagni cospicui. ■ Se non che la reazione religiosa, che preparava la revoca dell’editto di Nantes, venne a turbare la pacifica vita di Lémery, il quale in primo luogo dovette rassegnare la carica di farmacista; poi, malgrado potenti relazioni, sottrarsi colla fuga alle persecuzioni religiose. Egli cercò rifugio in Inghilterra, ove fu accolto con molta deferenza dal re Carlo II. Ma l’Inghilterra non era meno turbata dalla politica che nol fosse la Francia dal fanatismo religioso, perciò Lémery non tardò molto a ripassare lo stretto, si fece laureare dottore in medicina dalla facoltà di Caen nel 1683, e ritornò a Parigi ad esercitarvi quell’arte. La revoca dell’editto di Nantes (1665) vietandogli come protestante di fare il medico, riaprì il suo corso di chimica, e poco dopo essendosi deciso ad abjurare per godere un po’ di tranquillità, riprese l’esercizio della medicina ed il fruttifero commercio della sua farmacia. ■ Ricevuto dall’Accademia delle scienze nel 1699, in sostituzione di Bourdelin, Lemery soccombette ad un attacco di apoplessia fulminante il 19 giugno 1715, cioè quando stava per toccare il settantesimo anno. ■ La celebrità di Lémery deriva principalmente dall’esser egli stato il primo ad esporre in lingua intelligibile i fenomeni della chimica. Nelle sue ricerche pratiche egli si occupò in ispecial modo dei sali estratti dai vegetabili, degli inchiostri simpatici, dei veleni, delle preparazioni antimoniali, ecc. Egli spiegava i fenomeni dell’eruzione vulcanica con un esperimento più ingegnoso che concludente. Formava un cono di limatura di ferro e fior di zolfo in parti eguali, e lo aspergeva d’acqua. Il cono si riscaldava gradatamente e terminava coll’infiammarsi, offrendo cosi lo spettacolo di un’eruzione vulcanica in miniatura. ■ Le scoperte di Lémery passarono per la massima parte inavvertite, perché non seppe insistere sugli esperimenti che l’avevano messo sulla via di farle, e non si rese conto della loro importanza. Così fu, per esempio, della scoperta dell’idrogeno. Lémery riconobbe in un suo esperimento che “il vapore che si svolge da un miscuglio di ferro, di olio di vetriolo e d’acqua, si infiamma al contatto di una candela accesa”. Ma le sue indagini miravano a spiegare il fenomeno del tuono, e l’esperimentatore non si curò di studiare il gas così prodotto. Nella chimica vegetale, Lémery fu il primo a dimostrare la necessità di distinguere la via umida dalla secca, riconobbe che il piombo e lo stagno aumentano di peso colla calcinazione, come pure la presenza del ferro nelle ceneri dei vegetabili, e si può credere con fondamento che conoscesse buon numero delle sostanze scoperte più tardi. ■ Il suo Corso di chimica, pubblicato nel 1675, fu un vero trionfo per l’autore, poiché in meno di mezzo secolo fu ristampato dodici volte e per molto tempo conservò la fama acquistata.”
Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 17, 28 aprile 1883.
” ■ Pietro Luigi Federico Sauvage nacque il 19 settembre 1785 in Boulogne-sur-Mer, che, pochi anni or sono, gli erigeva una statua. Sin da ragazzo egli manifestò grandi attitudini per le invenzioni meccaniche, non fantastiche, ma pratiche ed ingegnose. Il suo genio tutto rivolto alle cose utili avrebbe dovuto condurlo alla ricchezza pel cammino più breve, od almeno procacciargli un’esistenza felice, circondata dalla venerazione e dalla riconoscenza de’ suoi contemporanei, disposti ad incoraggiare i suoi progetti, ad ajutarlo a tradurli in atto, come pure a consolarlo nei suoi rovesci e sopratutto ad evitare che un si grand’uomo finisse miseramente. Invece i suoi contemporanei nulla fecero di tutto questo, per il che si potrebbe quasi asserire che malgrado la differenza delle epoche la favolosa biografia di Salomone de Caus è integralmente applicabile a Federico Sauvage. ■ Dopo aver servito per qualche tempo nell’amministrazione del genio di Boulogne, egli, a ventisei anni, si dedicò alla costruzione dei bastimenti, e fu uno dei rarissimi che, in luogo di seguire pecorilmente gli errori sanciti dalla pratica e di intendere soltanto alla speculazione, si dedicano corpo ed anima al progresso dell’arte loro. Ogni sua opera segnava un nuovo perfezionamento… e nuove ed ingenti perdite, in guisa che in capo a qualche anno dovette chiudere i suoi cantieri. ■ Questo scacco commerciale non iscoraggiò il nostro inventore che, abbandonata l’arte navale, si fece lavoratore di marmi. Nel 1821 egli creò un opificio per la segatura e la levigatura dei marmi, né per questo cessò dall’inventare. Infatti nel 1823 egli inventò, o per lo meno trasformò radicalmente, un mulino orizzontale a movimento costante, qualunque sia la direzione del vento, pel quale la Società d’agricoltura del dipartimento gli decretò una medaglia d’oro. ■ Pochi anni dopo, Sauvage inventava il Fisionometro, istrumento per ricavare lo stampo degli oggetti in rilievo e gittarli poscia. Questa invenzione gli fu carpita prima che egli se ne avesse assicurata la proprietà con brevetto di privativa, e mentre studiavasi di perfezionarla, l’istrumento diventava il fisionotipo nelle mani degli industriali poco delicati che lo misero in commercio. Poco dopo apparve il mantice idraulico, col quale si può sollevare l’acqua ad un’altezza determinata dal peso della colonna liquida, e molte altre macchine importanti. ■ Tante invenzioni non arricchivano il loro autore e nondimeno, in mezzo a tanti lavori, a tante preoccupazioni, egli pensava già a dotare le navi di un propulsore che operando sott’acqua non offrisse un bersaglio naturale alle artiglierie nemiche, come le ruote a palette. La manovra del timone-remo sulle piccole navicelle divenne lo scopo delle di lui osservazioni ed il punto di partenza delle sue ulteriori ricerche. L’elice gli parve sin da principio l’apparecchio più indicato per la trasformazione che meditava. In seguito determinò matematicamente la posizione più favorevole da assegnarsi all’elice sotto la nave, poi la sua forma e la sua posizione. La scoperta decisiva che l’elice deve essere ridotta alla lunghezza di una sola rivoluzione per produrre il suo effetto massimo, appartiene tutta intiera a Sauvage, e basterebbe da sola a stabilire i suoi diritti al titolo di inventore. ■ Dopo molti esperimenti e prove infinite, dopo aver proceduto per lungo tempo tastoni, Sauvage, sicuro dell’esito, otteneva nel 1832 un brevetto; ma i suoi affari erano in completo disordine. Ciò nondimeno si recò all’Havre per eseguire esperimenti in grande, che ripeté soventi volte senza riuscir a convincere i suoi avversari, pur troppo di mala fede. Codesti esperimenti infatti dimostravano perentoriamente, ad ogni ripetizione, la possibilità di applicare alla navigazione l’elice propulsiva immersa; ma non ci son ciechi peggiori di quelli che non vogliono vedere. ■ Sauvage lottò inutilmente per dieci anni. Stremato di forze, crivellato di debiti, insolvibile, fu vittima de’ suoi creditori che, stimando giunto il momento di chiamarlo in giudizio, lo citarono e lo fecero cacciare in prigione, godendosi questa magra ed unica soddisfazione. Il brevetto dello sventurato inventore giunse intanto alla scadenza senza che egli ne traesse altro partito all’infuori di miserie ed affanni, ma per appropriarsi l’idea di Sauvage non si aspettò nemmeno che fosse caduto nel dominio del pubblico. ■ Fin dal 1836, Francis Pettit-Smith, sino a quell’epoca affittajuolo inglese, otteneva un brevetto per l’applicazione di un propulsore elicoidale, evidentemente ispirato da quello di Sauvage, alla navigazione a vapore. La costruzione della prima nave inglese ad elice, l’Archimede, risale al 1839, quella della prima nave francese, il Napoleone, data soltanto dal 1853; tale fu il risultato della cocciutaggine o dell’indifferenza degli armatori e del governo francese. ■ Il dolore che provò l’infelice inventore, quando gli pervenne la nuova che altri, e stranieri, trionfavano a sue spese, è più facile da immaginare che da narrare; basti il dire che impazzì. ■ Fu ricoverato in un ospizio di maniaci, la casa di salute di Picpus, dove lo sventurato Sauvage cessava di vivere il 17 aprile 1857, quando la navigazione a vapore coll’elice era in pieno trionfo. ■ Ed intanto la fortuna di sir Francis Pettit-Smith, l’importatore inglese dell’invenzione di Sauvage, aveva di primo tratto raggiunto proporzioni enormi. Era stato creato cavaliere dalla regina Vittoria, aveva ricevuto dal governo una ricompensa di 500 mila lire e dalla riconoscenza pubblica, manifestatasi sotto forma di sottoscrizione, un servizio d’argenteria valutato 68 mila lire. Egli morì nel 1874 conservatore del museo di South-Kensington. ■ In omaggio alla verità dobbiam soggiungere che non si può in modo assoluto accusare lo Smith di aver copiato il sistema di Sauvage, ma nessuno potrà negare che i tentativi dell’inglese sieno di parecchi anni posteriori a quello del francese, al quale in oggi finalmente si rende giustizia. Non solo la sua città natale gli innalza una statua, ma il governo preoccupasi del di lui figlio; e per soccorrerlo ne’ suoi bisogni gli concede… uno spaccio di tabacchi. ■ Enrico Sauvage, figlio di Federico, è degno del padre. Tutta la sua vita ritirata e modesta fu dedicata a pagare debiti lasciati dal suo genitore, e sino a tanto che le forze e l’età glielo consentirono, ad inventare parecchie macchine utili all’industria, fra le quali basterà citare quella per scolpire l’avorio con riproduzioni multiple.”
Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 16, 21 aprile 1883.
” ■ Nel secolo XIV il pregiudizio superstizioso dell’inviolabilità dei cadaveri sembrò affievolirsi dinanzi alla nascente libertà del pensiero. Sino a quell’epoca, dice Sprengel, l’istruzione anatomica consisteva nella nomenclatura delle parti del corpo umano e nella loro descrizione tratta quasi parola per parola da Galeno, e tutto al più nella sezione cadaverica di majali e di cani. Fu soltanto nel 1315, che Mundini De Luzzi, professore a Bologna, sezionò per il primo al cospetto del pubblico un cadavere umano di sesso femminile. Egli ne pubblicò una descrizione che certamente non era perfetta, ma aveva il merito di essere desunta dalla realtà. ■ Malgrado i suoi difetti il libro di Mundini acquistò una celebrità straordinaria, e Daniele Leclerc nella sua Biografia medica così ne parla: “Dobbiamo dichiarare essere stato il Mundini colui che, per così dire resuscitò lo studio dell’Anatomia, ed il suo trattato fu rispettato per lungo tempo in Italia, ove gli statuti dell’Università di Padova proibivano di servirsi per le lezioni di medicina di qualsiasi altro testo sulla struttura del corpo umano. ■ Mundini era farmacista. La biblioteca di Parigi possiede un di lui manoscritto intitolato: De carboribus ommunibus et aromaticis.”
Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 6, giugno 1936. Di Giuseppe De Lorenzo.
” ■ I geologi hanno come emblema due martelli incrociati, col motto «mente et malleo»: col martello essi rompono le rocce, con la mente ne indagano la costituzione e l’origine. Ma il martello non è soltanto lo strumento scientifico dei geologi: esso è stato ed è lo strumento e l’arma di tutta l’umanità: dai suoi albori neolitici, quando, scheggiato nella selce, serviva per spaccare il cranio della belva o del nemico, fino ai molteplici usi dei suoi attuali rappresentanti, fucinati e temprati in durissimo acciaio. Già nell’antica mitologia scandinava dell’Edda si trova celebrata la potenza del martello del dio Thor, il tonante, che con esso spezzava le teste dei giganti della terra; ma non riusciva a vincere gli inganni sottili del cervello umano. E nel mondo moderno gli indigeni dell’Africa equatoriale hanno chiamato Rompirocce, Bulamatari, lo Stanley, per celebrare al tempo stesso la sua dura tempra e la forza dei suoi martelli, che frangevano le rocce delle sponde del Congo. Ma lo stesso Stanley riconosceva, che la durezza del suo martello da dio Thor era in certi casi meno efficace della dolcezza delle parole e dei pensieri del suo maestro Livingstone. Mentre lo Stanley in Africa acquistava tale titolo di durezza, in Europa il pensatore-poeta Federico Nietzsche alla fine del suo Crepuscolo degli idoli (Götzendämmerung), faceva parlare il martello e gli faceva ripetere le parole incitatrici di Zarathustra: «Divenite duri, più duri del ferro, più nobili del ferro, duri come il diamante, nobili come il diamante».
“IL SERAPEO DI POZZUOLI NEL 1780, COME CE LO PRESENTA L’ABATE SAINT-NON NEL II VOLUME DEL SUO «VOYAGE PITTORESQUE».”
■ Ha ragione il Nietzsche, di mettere la durezza del martello e del diamante a sommo della vita e del mondo? O non è forse più conforme a verità ed a natura l’antico mito dell’Edda, che sottomette la forza bruta e pesante del martello di Thor alla potenza dello spirito e della mente di Udgard-Loki? ■ Quel che noi vediamo e comprendiamo del mondo, prova che la materia è dominata dallo spirito, che le forze più grossolane sono superate dalle più fine, che i corpi sono sorretti ed agitati da impalpabili energie. Le masse enormi delle stelle, dei pianeti e dei satelliti, e, tra essi, il nostro sole, la nostra terra e la nostra luna, si muovono con ritmi siderei per lo spazio immenso, scorti dalla forza intangibile, inaudibile ed invisibile della gravità. Le forze termiche, luminose, elettriche, magnetiche tengono in costante vibrazione il mondo inorganico e l’organico. Le forze vitali plasmano la materia in scala ascendente di organismi. Le forze psichiche dirigono gli organismi umani. La volontà di un solo uomo, che sia un superuomo, muove a suo talento, per la vita e per la morte, masse di decine e di centinaia di milioni di altri uomini. E, nei conflitti di energie psichiche di tali superuomini, finisce col dominare quella che è più spirituale. La semplice parola d’amore di Gesù, volante attraverso i millenni, trasforma, sulla via di Damasco, l’uomo d’azione Paolo di Tarso; ed illumina l’ultimo istante dell’imperatore Giuliano, che, procombendo in battaglia, esclama, secondo la leggenda: Vincesti, o Galileo! Dappertutto, dunque, nel mondo, si realizza il principio cantato da Virgilio nel sesto canto dell’«Eneide»: Spiritus intus alit, mens agitat molem. ■ Lo stesso, per tornare alla geologia, avviene per le formazioni e le transformazioni della superficie della terra. Le forze epeirogeniche ed orogeniche, che sollevano i continenti e corrugano le catene di montagne, e le forze eruttive, che fanno titanicamente, e con violenza di ciclopi, sorgere i vulcani, sono a loro volta, nel corso dei milioni e miliardi di anni, eliminate dalle forze più sottili dell’aria e dell’acqua; che spianano i monti e colmano i mari. La dura roccia, spezzata a fatica dal martello, è inesorabilmente logorata da «sor acqua, la quale è molto utile et humile et preziosa et casta». ■ Ma, non solo gutta cavat lapidem. Vi sono organismi, poco meno molli dell’acqua, che attaccano, distruggono, trasformano quanto vi ha di più duro sulla crosta della terra. Non parlo degli organismi microscopici, microbii e batterii, che a miriadi di miriadi sono infaticabilmente affaccendati a trasformare quanto vi ha di inorganico e di organico sulla superficie del nostro pianeta; ma alludo ad organismi macroscopici, anch’essi intesi a tale opera di distruzione; che è al tempo stesso, come tutto nell’universo, opera di creazione. Tutti sanno quale terribile opera di distruzione compiano le termiti, che sulla terra polverizzano gli organismi, specialmente vegetali, così come fanno le teredini, o vermi del legno, nell’acqua.
“DIVERSI ASPETTI DEL SERAPEO DI POZZUOLI (1836-1890-1930), CAUSATI DAL- L’ALTERNO ABBASSARSI ED ALZARSI DELLA COSTA. (Fot. Alinari e Anderson)”
■ Alla stessa famiglia delle teredini, cioè ai molluschi marini bivalvi o lamellibranchiati, appartengono le foladi, che perforano le rocce, specialmente calcaree, nelle zone costiere fino al livello dell’alta marea: sono esse che qui io chiamo molluschi geologi, perché con la loro opera assistono ed illuminano i geologi nella conoscenza dei mutamenti della superficie terrestre. Tra essi sono particolarmene noti in Italia, perché si mangiano, i così detti datteri di mare, simili, per forma, grandezza e colore, a grossi datteri maturi. Appartengono alla specie lithodomus lithophagus, con le due belle valve brune e lisce, segnate solo dalle linee ellittiche di accrescimento. L’animale, come dice il suo nome greco-latino, rode la roccia e vi si scava la casa; che è, al tempo stesso, la sua tomba: perché il piccolo foro d’entrata, inciso dalla larva giovanile, non permette più l’uscita dell’individuo giovane, adulto e vecchio che col suo crescere allarga ed approfondisce sempre più la sua dimora, finché essa non diventa il suo avello. Il lavoro di incisione, di approfondimento e di allargamento, preparato con qualche acido, secréto dall’animale, allo stato di estrema diluizione nell’acqua marina, è operato con un moto continuo ed alterno di trivellazione, lentissimo e delicatissimo, compiuto dalle valve, che finiscono col produrre una cavità ellissoidale allungata, perfettamente levigata, in cui l’animale vive relativamente al sicuro, finché qualche insidioso microrganismo o il vorace macrorganismo, che è l’uomo, non ne provochi la morte. Quando gli uomini spezzano gli scogli, per estrarne quel cibo vivente, o quando le onde del mare frantumano le rupi costiere, la roccia, che pareva intatta, o quasi, all’esterno, si rivela all’interno tutta perforata dai litodomi.
“LE BELLISSIME CONCHIGLIE DI LITODOMO VISTE DI LATO E DAL DORSO, A GRANDEZZA NATURALE.”
■ Sono questi fori di litodomi, allineati ora lungo le coste a varie altezze sul livello attuale del mare, che rivelano ai geologi le antiche linee di spiaggia, ora emerse, e fanno loro comprendere quel che già Pitagora aveva intuito ed Ovidio ripetuto nel libro XV delle Metamorfosi:
Vidi ego quod fuerat quondam solidissima tellus Esse fretum; vidi factas ex aequore terras: Et procul a pelago conchae iacuere marinae.
“ROCCIA CALCAREA FORATA DAI LITODOMI, AD UN QUINTO DAL VERO. IN QUESTE CAVITA’ ELISSOI- DALI ALLUNGATE, LEVIGATE ALLA PERFEZIONE L’ANIMALETTO VIVE RELATIVAMENTE AL SICURO.”
■ Le coste rocciose tirrene d’Italia sono dovunque segnate dalle tracce di tali molluschi geologi. Il golfo di Napoli da circa un secolo e mezzo, cioè dagli albori della nuova scienza geologica, ha con tali tracce dato l’argomento agli scienziati, per verificare e discutere le oscillazioni positive e negative secolari, anche in tempi storici, della linea di spiaggia. Le splendide rupi di Capri, soprastanti alla Grotta Azzurra, ne sono esempio vistoso. Sul lato opposto del Golfo, a Pozzuoli, gli avanzi delle colonne del Serapeo ne hanno dato ai geologi la prova più nota e famosa.
“A. Livello del mare (alta e bassa marea) nel 1828 – B. Livello attuale del mare del mare nel medio evo – C. Linea di insabbiamento D. Massimo livello del mare alla fine del secolo decimoquinto.”
■ Il Serapeo, erroneamente chiamato tempio di Serapide, era un antico mercato, macellum, adiacente all’antico porto romano di Pozzuoli, e congiunto con una terma, ancor oggi alimentata dalle acque termominerali, provenienti dalla soprastante solfatara. L’edificio, di forma rettangolare, era cinto da 48 grandi colonne di marmo e di granito, a cui erano annesse 36 camerette in laterizi. Nel centro v’era un podio con un peristilio di 16 colonne di giallo antico, che furono poi adoperate dal Vanvitelli per il teatro della Reggia di Caserta. Il vestibolo era sostenuto da quattro grandi colonne di marmo cipollino, di cui tre sono ancora in situ. Il monumento, ruinato, obliterato ed ignorato dal medio evo in poi, ritornò alla luce con gli scavi del 1750 e fece fin d’allora intuire le vicende, cui l’edificio, con la costa contigua, era stato per secoli soggetto: perché le colonne, specialmente le tre grandi colonne in piedi, mostravano, come mostrano, nella parte centrale una zona di metri 2,10, erosa e perforata dai litodomi, mentre la parte inferiore e la superiore sono quasi lisce ed intatte. Ciò vuol dire, che le colonne ed il pavimento del Serapeo, all’asciutto durante i primi secoli dell’Impero, s’erano nel medio evo gradatamente abbassate, insieme con la costa circostante e con lento moto di bradisismo, sotto il livello del mare, e che per giunta erano state coperte, fino a m. 3,60 d’altezza, da fanghi marini e da ceneri eruttate dai vicini crateri flegrei; mentre per altri m. 2,10 erano nell’acqua libera del mare, che col moto ondoso le corrodeva e con i litodomi le perforava; ed invece le estremità delle colonne, fino a m. 12,635 d’altezza dal pavimento, rimanevano intatte dall’acqua. Tale abbassamento della costa, provato da identiche e corrispondenti manifestazioni di tutta la cintura del Golfo, dai porti di Miseno e di Pozzuoli, passando per le antiche ville romane di Baia e di Posillipo fino a quelle di Sorrento e di Capri, dové durare fino al principio del secolo decimosesto; quando, all’epoca dell’eruzione del Monte Nuovo, nel 1538, dové cominciare un inverso periodo di sollevamento della costa, che portò nel 1750 al disseppellimento del Serapeo. E da allora cominciarono le illustrazioni del monumento, di cui una prima figura, col fondo all’asciutto, fu data nel volume in folio Antichità di Pozzuolo, pubblicato nel 1768, in occasione del matrimonio di Ferdinando IV con Maria Carolina. Una seconda figura, un poco romanticizzata, fu pubblicata dall’abate Saint-Non nel secondo volume del suo Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile, stampato a Parigi nel 1782. Il 19 maggio 1787 il Serapeo fu visitato e studiato da Goethe, che ne fece oggetto di una piccola monografia illustrata, Architektonisch-Naturhistorisches Problem; nella quale però quel genio veramente olimpico prese un granchio colossale, attribuendo i fori dei litodomi a molluschi d’acqua dolce, viventi in uno stagno formato dalle acque termali raccolte nella piccola conca del Serapeo: anche pei grandi, errare humanum est.
“SEZIONE NATURALE ATTRAVERSO IL SERAPEO DI POZZUOLI. a) Tufo di pozzolana colle rovine romane — b) Tufo puniceo stratificato di colore bruno — c) Tufo grigio con conchiglie — d) Tufo grigio-giallo — e) Tufo puniceo con conchiglie — f) Tufo grigio stratificato con conchiglie — g) Zona di sabbia marina — h) Tufo bruno con pomici e scorie — A) Livello del mare nel tempo della fondazione del Serapeo — B) Livello del mare nei secoli XIII-XIV — C) Livello del mare attuale.”
■ Già però alla fine del settecento ed al principio dell’ottocento cominciava di nuovo un periodo di immersione della costa, che tuttora dura. Nel 1819 lo Smith trovava il pavimento del fondo del Serapeo già di nuovo a livello del mare ad alta marea. Il Forbes nel 1826 trovò il mare a m. 0,304 sul pavimento. Nel 1828 il Babbage, che poi pubblicò il suo studio Observations on the Temple of Serapis near Naples, a metri 0,355. Il Niccolini nel 1838 a m. 0,567. Il Forbes, nuovamente, nel 1843 a m. 0,659. Lo Smith nel 1845 a m. 0,710. Il Grablovitz nel 1890 a metri 1 e cm. 13. Il Mercalli nel 1905 a m. 1 e cm. 40. Il mio assistente giapponese Simotomai-Tanakadate nel 1913 a m. 1 e cm. 51,3. E l’abbassamento continua, con una progressione annuale media di più di un centimetro e mezzo: sì che è stato necessario sollevare di un paio di metri il piano stradale di tutta la parte bassa della città di Pozzuoli, invasa dal mare.
■ Quaranta anni or sono io potevo guidare i geologi a piedi, durante la bassa marea, fino alle basi delle grandi colonne. Ora queste si specchiano nell’acqua e mostrano, con le loro fasce forate dai litodomi, le alterne vicende, cui è soggetta la mobile crosta del nostro pianeta.”
Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 4, aprile 1936. Di Aristide Calderini.
“In occasione del prossimo censimento quinquennale della popolazione italiana
■ Le origini sono narrate così dalla tradizione raccolta da Livio (I. 42 e seg.): il re Servio Tullio, vinta la guerra con gli Etruschi e tornato a Roma nel 555 av. Cr. «inizia la più grande impresa che fosse mai stata fatta in tem po di pace, sicché i posteri dovessero poi celebrarlo come il fondatore di ogni distinzione fra i cittadini e dei loro ordini diversi, per mezzo dei quali appare fra essi differenza di dignità e di fortuna». Istituì pertanto il censo «utilissima istituzione per un impero destinato a diventare così grande» e formò in rapporto al censo classi e centurie, in modo che i carichi di pace e di guerra gravassero su ciascuno in proporzione dei loro averi. Compiuto l’ordinamento nuovo, il re convocò tutti i cittadini romani a piedi e a cavallo, ciascuno nella sua centuria, sul far del giorno in Campo Marzio e schierato tutto l’esercito ne fece la purificazione rituale col sacrificio più solenne del toro, della pecora e del maiale, e chiamò «lustro compiuto» la cerimonia, perché essa dava fine al censimento; Livio poi conclude col numero di 80.000 uomini, contati in quella remota occasione in Roma. ■ A noi qui ora non interessa il numero di quei censiti antichissimi, tanto più che già gli storici romani lo mettevano in discussione, ma piuttosto giovano i particolari di codesta tradizione delle origini, per fissarne le caratteristiche secondo l’opinione primitiva fin dai tempi, attribuibili o no alla monarchia e a Servio Tullio, della città patrizio-plebea antichissima. ■ Scopo dunque del censimento romano è la determinazione della capacità di pagamento d’ogni singolo cittadino; mezzo ne è la suddivisione dei cittadini in categorie di varia potenzialità economica e di diverso diritto; forma è la efficienza militare e la dignità religiosa; naturalmente nessuna invece di quelle preoccupazioni demografiche o, in generale, scientifiche che giustificano ogni moderno censimento. ■ Prerogativa del più alto potere dello Stato, la facoltà censoria passò dal re della monarchia primitiva ai consoli, e dopo il 441 av. Cr. a uno speciale magistrato chiamato appunto censore e rappresentato da due patrizi, nominati dal popolo in occasione di ogni censimento, che si teneva ad intervalli di quattro, di cinque e più anni; né i censori erano annuali ma restavano in carica fino a lavoro compiuto. Essi erano pertanto i redattori delle liste dei cittadini e della loro classificazione fondamentale, in modo che poi, attingendo alle loro conclusioni, altri magistrati potessero formare la serie dei contribuenti delle imposte, quella degli eleggibili e degli elettori, quella degli atti alle armi secondo il loro rango particolare; e in codesta redazione, come si vede, di conseguenze assai gravi, il giudizio dei censori in gran parte arbitrario non poteva essere sindacato e solo poteva essere corretto o distrutto da un censimento o da censori successivi. ■ Né si deve dimenticare che in Roma il dichiarante doveva rispondere non solo intorno alla condizione civile e finanziaria sua personale e a quella dei membri della famiglia, ma anche poteva essere interrogato dal magistrato intorno al suo modo di vivere, ai suoi costumi, ai particolari molteplici della sua vita privata, in modo da determinare nel censore un’opinione sicura circa il grado di dignità personale che l’individuo aveva portato o poteva portare anche alla vita pubblica: negligenze ed abusi, viltà di fronte al nemico, usurpazione di poteri e condotta di poco rispetto verso i magistrati, atti o occupazioni infamanti, dissipazione economica e morale, mancanza alla parola data e perfino un matrimonio sconveniente o la cattiva educazione data ai propri figliuoli o la trascuratezza di doveri verso la tomba di famiglia o verso i parenti più poveri e anche il tentativo di suicidio erano o potevano essere altrettante «note» di biasimo con cui il censore contrassegnava il nome del cittadino romano. E tutti sanno quale arma formidabile per la lotta contro la corruzione sia stato un tale potere nelle mani di un Catone il Vecchio, che, al dire di Plutarco, non fu celebrato dal popolo nell’iscrizione che fu posta sotto una sua statua nel tempio della Salute, come generale o come trionfatore, ma solo come censore, per avere coi suoi modi, coi suoi esempi e coi suoi consigli trattenuto dalla rovina la cadente repubblica. ■ Né la riverenza del Censore per antonomasia impedì il diffondersi di episodi censorî di meno austera gravità, come quello narrato da Aulo Gellio (IV. 20) e ricordato anche da Cicerone (de orat. II, 64, 260): il censore interrogava con solenne giuramento i suoi censiti intorno alle loro mogli e la formula d’interrogazione era questa: «dimmi se secondo il tuo parere hai moglie» (ut tu ex animi tui sententia uxorem habes). L’interrogato a giurare era un pedante sfacciato e burlone, e credendo che gli si presentasse la occasione di dire una spiritosaggine, quando il censore, conforme la consuetudine, gli aveva domandato se secondo il suo parere avesse moglie, «l’ho» rispose «la moglie, ma veramente non secondo il mio parere» (habeo equidem uxorem, sed non hercle animi mei sententia). E così per questa risposta fu messo dal censore fuori dalla categoria in cui era. ■ Come si vede anche da ciò, l’odierno nostro censimento, se ha forse guadagnato in perfezionamenti tecnici e scientifici di indubbio valore, ha perduto nei confronti con l’antica pratica di Roma repubblicana più d’una delle sue caratteristiche e finalità. ■ Il primo a perdersi fu certamente il suo contenuto morale, fin dal giorno in cui, divenuto lo stato romano troppo più vasto di una sola città, per quanto popolosa, il censimento da urbano divenne municipale, cioè si moltiplicò da Roma in tutte le città d’Italia e poi in quelle del sempre più vasto dominio romano, affidato a funzionari locali e col tempo indipendente anche dall’autorità dei censori, che passarono da magistrati ordinari a straordinari e poi, già dal I secolo d. Cr., scomparvero. ■ Il censimento allora non più generale e simultaneo, ma parziale e talora anche limitato a singole regioni o città, circoscrisse le sue indagini alle più materiali e positive risultanze, e attraverso svariate modificazioni ebbe di mira specialmente lo scopo fiscale e parve specialmente diretto (ciò che è escluso del tutto dai censimenti moderni) a fornire informazioni all’agente delle imposte per le sue…. dilapidazioni.
“LA CERIMONIA DEL «LUSTRO» RAPPRESENTATA SULLA COLONNA TRAIANA; IL SACRIFICIO È SIMILE A QUELLO CHE SEGUE LE OPERAZIONI DEL CENSIMENTO.”
■ Oltre le notizie che gli autori antichi ci riferiscono circa lo svolgimento della cerimonia del censo a Roma in Campo Marzio, fuori della città, dove una cosidetta villa pubblica serviva come sede ufficiale ai censori, insieme con l’Atrio della Libertà nell’interno dell’Urbe presso il Foro, dove avvenivano le operazioni del censo dei senatori e dei cavalieri, è per noi interessante leggere qualche passo di una celebre iscrizione in bronzo superstite per illustrare il sistema di schedatura nelle città italiche, dove dapprima si frazionò il censimento dei cittadini romani, avanti di passare nelle provincie più lontane. ■ Si tratta della cosidetta Tavola di bronzo di Eraclea, scoperta fin dal secolo XVIII, ed ora conservata fra i più preziosi cimelî del Museo di Napoli: in essa vi sono alcuni paragrafi particolarmente diretti a riordinare il censimento municipale dei cittadini romani nelle città italiche forse nell’età di Giulio Cesare, che ci danno preziose informazioni: traduco e riassumo la parte che più ci interessa (II. 142 e seg.): «Nei municipi, colonie, prefetture di cittadini Romani, che siano e saranno in Italia, coloro che occuperanno la maggiore magistratura o podestà, quando il censore o altro magistrato in sua vece terrà in Roma il censimento, nei 60 giorni prossimi a quelli in cui verrà a sapere che si sarà tenuto in Roma, tenga il censimento di tutti i municipi e i coloni suoi e degli appartenenti alla sua prefettura, e riceva da loro, previo giuramento, i nomi, i prenomi, i cognomi, il nome dei padri o dei patroni, quello della tribù e l’età di ciascuno e l’importo della sua ricchezza, secondo la formula di censimento che sarà stata proposta da colui che terrà il censimento a Roma; e curerà che tutte queste indicazioni siano riportate nelle pubbliche tavole del suo municipio», poi curerà che tali indicazioni siano portate a Roma da speciali incaricati e trasmesse «senza inganno» e con una serie di altre meticolose cautele al censore o a chi per esso, perché siano aggiunte alle altre. ■ Risulta così che nel I secolo av. Cr. il censimento dei cittadini era ridotto alla richiesta dei tre nomi ufficiali del cittadino accompagnati da quello del padre per i liberi e da quello del patrono per i liberti, e dal nome della tribù, (p. es. Marco Tullio figlio di Marco della tribù Cornelia, Cicerone) della sua età, del nome e dell’età dei componenti la sua famiglia, donne e figli compresi, dell’elenco delle sostanze e delle rendite, e tutto ciò in base ad una formula o, per dirla con parola più moderna, a particolari istruzioni che il censore o chi per esso avrà pubblicato nel bando di censimento; tali dichiarazioni saranno rese con giuramento e riportate tutte a Roma, e nelle città originarie, in archivi dunque parziali e generali. ■ Da codesti archivi poi i singoli magistrati o altri interessati avrebbero ricavato le loro deduzioni ai fini più vari; e un esempio anche di tali deduzioni ci è rimasto in un passo della «Storia naturale» di Plinio il Vecchio (VII. 162), dove egli riporta dal censimento del 74 d. Cr., eseguito dall’imperatore Vespasiano e da Tito come censori, una lista di ultracentenari, quali risultavano in varie città d’Italia, fra Appennino e Po: e precisamente «3 di 120 a Parma, 1 di 125 a Brescello, 2 a Parma di 130 e 1 a Piacenza, una donna di 135 anni a Faenza, e a Bologna L. Terenzio figlio di Marco, a Rimini M. Aponio di 140 anni, e Tertulla di 137. Intorno a Piacenza sui colli è la città di Velleja nella quale 6 cittadini raggiunsero i 110 anni, 4 i 120, 1 i 140, M. Mucio Felice figlio di Marco della tribù Galeria». ■ E conclude che nella regione VIII d’Italia che è all’incirca l’attuale Emilia e Romagna, furono contati «54 uomini di 100 anni, 14 di 110, 2 di 125, 4 di 130, altrettanti di 135 o di 137, 3 di 140». ■ Mi auguro che il prossimo censimento degli Italiani riveli altrettanti centenari fra noi, se pure, come parrebbe suggerirci il confronto epigrafico, le dichiarazioni di quegli antichi Matusalemmi non sono alquanto esagerate. ■ Con questi dati censorî ricordati da Plinio siamo già in presenza di censimenti imperiali, ai quali si riferiscono i documenti più curiosi e certo più interessanti che siano superstiti fino a noi, cioè le schede dell’Egitto romano.
“PARTE DELLA COSIDETTA «TAVOLA DI ERACLEA» (MUSEO NAZIONALE DI NAPOLI) DA CUI SI RICAVANO IMPORTANTI NOTIZIE SULLA PROCEDURA DEL CENSIMENTO ROMANO, COSÌ IN ROMA, COME NELLE COLONIE D’ITALIA.”
■ Si tratta di quasi duecento dichiarazioni, redatte in greco secondo le norme dettate dagli imperatori ad ogni quattordicesimo anno dal I al III secolo d. Cr., ad opera di abitanti di villaggi egiziani e dirette a funzionari del distretto amministrativo più prossimo alla abitazione del denunciante, che è il padrone stesso di uno stabile o un inquilino, che segnalano la proprietà e nel medesimo tempo gli abitanti della casa, non escluse le donne e gli schiavi; lo scopo anche qui è quello fiscale, ma a noi le schede giovano per ricavarne tante altre notizie, che nessun testo antico sopravvissuto potrebbe offrirci più vive e dirette. ■ Ecco p. es. ciò che dichiara al capo del distretto Apollonopolite l’abitante del piccolo villaggio rurale di Tanuathis in obbedienza al bando di censimento del 117-118 d. Cr.: «Ad Apollonio, stratego dell’Apollonopolite Eptacomia da parte di Arpocrazione di Dioscoro, ecc. da Tanuathis. Denuncio per il censimento dell’anno II dell’imperatore Adriano (mio) signore, secondo gli ordini impartiti dal potente prefetto (d’Egitto) Ramnio Marziale (come viventi) in una casa e in un terreno non coltivato appartenente a Sennonnofri di Arpocrazione e in un cortile situati nella parte sud del villaggio di Tanuathis, me stesso (di professione) «segretario» di anni 60, con una cicatrice sulla tibia della gamba sinistra, mio figlio Dioscoro nato dalla madre Senpachumis di Anompis senza particolari contrassegni, «medico» di anni 18, mia moglie Senpachumis di Anompis di anni 36, mia figlia Tazbes di anni 15, e giuro per la Fortuna dell’imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto, che ho reso questa dichiarazione in piena salute e secondo verità e che non ho tralasciato la denuncia di alcuno; in caso diverso che io mi ritenga legato al giuramento». ■ Come si vede, è qui una piccola famiglia costituita da un marito vecchio e da una moglie giovane con due figliuoli, maschio e femmina; il primo nato quando la madre aveva solo 19 anni, ma già egli stesso a 18 anni qualificato come medico, a grande scorno, come si può immaginare, dei suoi moderni colleghi; e tutti abitano in una casa d’affitto, in proporzione con altre piuttosto ampia, ai confini del villaggio verso la campagna. ■ Caso ben diverso da quelli segnalati da altre schede come p. es. da due del 159-160 d. Cr. che provengono da un villaggio del Delta, in cui appaiono conviventi 19 persone, e cioè le famiglie di ben 4 fratelli, con figli numerosi; oppure da una scheda del 187-188 d. Cr. della città di Arsinoe, con cui il proprietario di 1/10 di casa denuncia con sé conviventi ben 26 persone da 1 a 54 anni di età, tra cui figurano i discendenti di tre generazioni con un numero di figli che raggiunge, caso piuttosto raro, anche i 5 e insieme appaiono anche altri «inquilini» organizzati pure in piccole famiglie ed esercenti professioni varie, tessitori, fonditori d’oro, asinai, giardinieri, battitori di grano, o, più genericamente, operai; fra tutti compaiono tre coniugati consanguinei, secondo il costume egiziano, e due gemelli. ■ Chi volesse, potrebbe anche fare la conoscenza, mediante queste schede, con una famiglia di dichiarati «contadini» del II sec. d. Cr., con una famiglia di sacerdoti o di ricchi «senza professione» o anche con una famiglia di «becchini», composta del padre di 75 anni e di tre figli, rispettivamente di 45, 36 e 30 anni, tutti dediti alla imbalsamazione dei cadaveri; le donne di casa di questi sono dette «benestanti», il che significa che il lavoro dei mariti era evidentemente proficuo.
“SCHEDA DI CENSIMENTO DEL 216-215 A. CR. APPARTENENTE ALLA RACCOLTA DI PAPIRI DI OSLO.”
■ La fortuna ci ha perfino concesso di consultare due schede della medesima famiglia, redatte in occasione di due censimenti contigui del 159-160 d. Cr., e del 173-174 d. Cr., in cui appaiono le modificazioni intervenute nella famiglia a 14 anni di distanza e cioè scomparsa, nella seconda scheda, del padre e allontanamento del figlio illegittimo di lui, prima convivente con altri fratelli, scomparsa anche di due maschi figli del primogenito o defunti o usciti ormai dalla casa paterna, e sostituiti da altri 4 figliuoli nati tutti dopo il censimento del 159-160. ■ E altre e altre curiosità e indiscrezioni ci rivelano questi testi più volte secolari, e altre ancora ne riveleranno i numerosi ancora inediti che attendono la pubblicazione, come pure un ricco materiale censorio sarà messo a disposizione degli studiosi presso la Mostra Augustea prima e poi il Museo dell’Impero, quando sia largamente avanzato per non dire compiuto il cosidetto «censimento epigrafico», cioè ricavato dalle epigrafi superstiti antiche, che si sta eseguendo presso la Sezione Lombarda dell’Istituto di Studi Romani e che ha già raccolto qualche migliaio di schede, destinate ad essere diecine di migliaia, con utilità grande degli studi non solo epigrafici, ma demografici, etnografici e sociali.
“SCHEDA DI CENSIMENTO DEL 16 D. CR. ORA NELLA RACCOLTA DELL’UNIVERSITÀ CATT. DI MILANO.”
■ Fra tutte le schede però che noi potremmo in modo particolare gradire e che forse l’Egitto avrebbe conservato nelle sue sabbie preservatrici, ma che certo la terra di Giudea ha distrutto per sempre, è quella di Giuseppe originario di Betlemme e di Maria di Nazareth: tutti infatti ricorderanno le parole del III Vangelo (Luc. 2. 2.): «In quei giorni appunto uscì un editto di Cesare Augusto per fare il censimento in tutta la terra. E questa notifica fu fatta mentre era preside della Siria, Cirino; e andavano tutti a dare il nome, ognuno alla sua città. «Anche Giuseppe andò da Nazareth di Galilea alla città di David, chiamata Betlemme, in Giudea, per essere lui del casato e della famiglia di David, a dare il nome insieme con Maria a lui sposata, la quale era incinta». ■ In mancanza di questa scheda eccezionale credo di avere trovato e conservo quella che fino ad ora è probabilmente la più vicina ad essa nel tempo, perché è, come pare, dell’anno 16 d. Cr., anteriore al censimento quattordicennale d’Egitto e appartenente anch’essa ad uno di quei censimenti sporadici che venivano ordinati dall’imperatore qua e là nell’impero, come è probabilmente anche quello a cui allude il Vangelo: proviene dal villaggio di Theadelfia, nell’Arsinoite e ne do qui la fotografia e la traduzione. «A Isidoro segretario del villaggio di Theadelfia, da parte di Harthotes figlio di Marrès, coltivatore pubblico e sacerdote della dea Thoeris; posseggo a Theadelfia una casa dentro il recinto del tempio, nella quale abito io stesso Harthotes di madre Esersuthis, di anni 55, Harpathoeius, mio figlio, di anni 9, di madre Manchoripsis, e la madre mia Esersuthis di Pasion, di anni 70. Io Hartothes soprascritto giuro per l’imperatore…»; qui il papiro è mutilo, ma seguiva probabilmente «Tiberio Cesare Augusto» e la data «anno III» dello stesso imperatore con l’aggiunta del mese e del giorno.”
Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 3, marzo 1936. Di Franco Bianchi. Disegni di Bisi.
” ■ Non trascurate mai i carrettini e i negozietti di libri usati: sono la raccolta di ciò che realmente si legge, mentre le grandi librerie… (ma questa, vedete, è un’altra storia). E poi, quante ghiotte scoperte per chi ha l’occhio! ■ Appunto su un carrettino scovai in questi giorni una bellissima gemma: tra un Libro dei Sogni e un romanzo giallo, mi capitò tra le mani un fascicolo de Le Vie d’Italia del 24 settembre 2372, dico duemila trecento settantadue. Il rivendugliolo mi chiese cinquanta centesimi, che sborsai subito, svignandomela col mio tesoro, per paura che il buon uomo, avvedendosi tardi del suo sbaglio, mi corresse dietro per chiedere invece 10.000 lire, valore minimo d’un tale cimelio per i bibliofili. ■ Quando, spinto dal rimorso per la mia azione disonesta e anche dalla curiosità di sapere come il fascicolo fosse finito su quel carrettino, ritornai indietro, con le lire 9.999,50 in mano, rivendugliolo e carrettino erano misteriosamente spariti, come avviene nei casi analoghi, in tutti i racconti fantastici. Porterò nella tomba quell’atroce implacabile rimorso, quella morbosa curiosità e (forse) quei quattrini.
■ Ma mi corre l’obbligo, almeno, di offrire ai lettori de Le Vie d’Italia un po’ della mia scoperta; ciò che allevierà il mio rimorso. ■ Si tratta d’un fascicolo non molto differente da questo, che avete in mano: il T. C. I. sa mantenere le tradizioni, e fa bene. Unica differenza notevole: l’ultimo sedicesimo non è di carta ma d’una specie di cellophane, con le immagini cinematografiche da proiettarsi a illustrazione degli articoli, e la traduzione di questi in colonne sonore, per chi non vuol prendersi il disturbo di leggere e preferisce ascoltare. Magnifica comodità, per la quale però, purtroppo, mi mancano gli istrumenti adatti a metterla in pratica.
“…LA TRADUZIONE IN COLONNE SONORE PER CHI NON VUOL PRENDERSI IL DISTURBO DI LEGGERE…”
■ La sede del T. C. I. pare essere stata, nel 2372, trasferita di fresco in un grattacielo, sito precisamente in Milano- XXXVII-B, all’indirizzo: «XII, 763, √215 ». «L’atterraggio degli elicorazzi avverte una nota avviene sulla Bertarella, che dev’essere, immagino, una specie di torre. Da altra nota si può anche arguire la ragione per cui s’è aggiunta, all’imponente edificio, una torre: il numero dei «Soci fondatori della sede» era diventato così enorme, e la relativa lapide s’era così allungata, da richiedere quell’appendice costruttiva per farle posto!
“LA SEDE DEL T.C.I. PARE ESSERE STATA, NEL 2372, TRASFERITA DI FRESCO IN UN GRATTACIELO, SITO PRECISAMENTE IN MILANO…”
■ Non mi fu facile, a tutta prima, capire il testo. Non è cosa da nulla l’evoluzione della lingua italiana, in oltre tre secoli. L’influenza del paroliberismo, il crescente tecnicismo dei linguaggi, l’abolizione (successivamente imposta forse da qualche grande letterato) del punto esclamativo, dell’interrogativo, della virgola, del punto-e-virgola, delle maiuscole e del puntino sull’i, hanno fatto dell’italiano scritto una specie di stenografia. Solo una certa mia cultura nella glottologia, nell’enigmistica e nel dialetto bergamasco m’hanno permesso di interpretare quasi tutto il fascicolo con sufficiente approssimazione. Ma ciò sarà oggetto d’uno studio a parte: a voi basta, nevvero? un rapido sunto di quanto ho potuto laboriosamente decifrare. ■ E, perbacco, ce n’è abbastanza: per erudirsi e per stupirsi. Vediamo dunque. ■ A che punto sono i vari generi di turismo, nel 2372? Questa è senza dubbio la vostra prima curiosità; e un accorato articolo editoriale ve la soddisfa subito. ■ Il turismo è molto a mal partito, in Europa. L’istituzione degli S. D. E. (Stati Disuniti d’Europa), qualche cosa come una Confederazione, non sembra abbia dato tutti i frutti attesi. La pace è su per giù assicurata in tutto il globo, pare, con vari ingegnosi artifici. Ma, visto e considerato che nella vecchia Europa qualche Stato, a turno, conserva ancora in pieno sec. XXIV le ataviche virtù bellicose, un vasto territorio nell’Australia Centrale è stato riservato alle guerre. Due popoli hanno voglia di menar le mani? Si sfidano, e mandano laggiù i loro perfezionatissimi eserciti a saggiare e sfogare le loro energie nazionali: insomma, qualche cosa come delle Olimpiadi di guerra, finanziate dalle grandi «industrie pesanti» europee. ■ Ora, appare dall’articolo in questione come la passione eccessiva per queste Olimpiadi belliche svii i cittadini da tutti gli altri sport, turismo compreso. ■ Ma il male peggiore non è questo. ■ «Ormai dice lo scrittore, e io traduco in italiano… antico l’enorme diffusione in ogni casa della panvisione radioplastica ci distoglie a poco a poco dal salubre gusto di viaggiare. La legge del minimo mezzo ha portato tutte le sue disastrose conseguenze. E si capisce: mettersi comodamente a sedere davanti al proprio apparecchio, girare il bottone della latitudine e quello della longitudine, e essere visualmente e acusticamente trasportati in quel punto del globo, per ammirare il panorama o assistere all’avvenimento prescelto, è cosa così facile e gradevole, che vince tutte le altre curiosità.
“…IL TIPO STRATOSFERICO DA GRANDE CROCIERA…”
■ «Pochi superano la naturale pigrizia umana, per sobbarcarsi alla noia di recarsi in aerotassì al vicino razzoscalo, accomodarsi sul sedile pneumatico dell’elicorazzo da crociera, e affrontare qualche ora di stratosfera, per dare una capatina alle gare di iceberghismo accademico o di tiro al tricheco, al Polo Nord, oppure all’inaugurazione del nuovo lago-serbatoio nel Sahara. Spesa, rischio, perdita di tempo, per piccoli che siano, superano di gran lunga ciò che occorre nella panvisione casalinga. ■ «E poi, per i topi di biblioteca, ci sono i libri fotosonori, coi quali è così facile assistere agli avvenimenti di cinquanta, ottant’anni fa, rivedere l’eruzione del Monviso, l’arrivo del primo convoglio etereo dei Marziani, gli episodi dell’invasione nipponica in Patagonia, e così via. ■ «Tutte bellissime cose, se anche ormai risapute e viste e riviste. Ma il risultato, purtroppo, è chiaro: la decadenza irreparabile del turismo!
■ «L’uomo del secolo XXV sarà dunque l’uomo in poltrona? «Purtroppo, la scienza medica, una volta nostra alleata, che predicava le sane gioie del moto, dell’aria libera, dei mutamenti di clima, e poteva così spaventare gli inerti col quadro dei cento mali fisici della vita sedentaria, la scienza medica ora offre i suoi servizi alla poltroneria! Grazie agli apparecchi per la produzione casalinga dei climi artificiali, grazie alle facili applicazioni dei raggi KZ, dei raggi fisiocosmici, dei raggi ipergialli, ognuno può prevenire gli acciacchi della vita sedentaria. ■ «Ma non sconteranno poi le generazioni future quest’orgia di radiazioni, questa fisiologia adulterata, questa vita artificiale? ■ «Tali tremendi pericoli, che minacciano tragicamente il domani della razza, ci spingono a intensificare sempre più la nuova campagna del T.C.I.: Per il moto e per la vita naturale! ■ «E basta con le poltrone pneumatiche e con gli uomini-ostrica!». ■ Il quadro è davvero deprimente, e non possiamo a meno di applaudire, con 436 anni d’anticipo, a questo nostro Touring sempre benemerito, sempre glorioso.
■ Ma i mali del 2372 non finiscono qui: i gridi di dolore, lungo il bel fascicolo, sono molteplici (peccato non poterli tradurre in suoni, mediante la colonna sonora!). Un lungo desolatissimo articolo è dedicato, per esempio, alla importante riforma alberghiera.
■ Purtroppo, ci sfuggono i particolari tecnici della «elettrificazione totalitaria alberghiera» e certi termini ci danno una acuta ma vana curiosità: «alberghi a rovesciamento climatico», «im pianto iperigienico irradiante», «cameriera catalitica», «lista dei pasti ad equivalenza biochimica», «pneumoletti a chiusura-lampo», «sorriso fotoelettrico d’accoglienza», «conto algebrico-meccanico-istantaneo»… Di che cosa si tratterà? Difficile è farsene un’idea. ■ Ma questo è certo: nel 2372, malgrado tanti progressi, «in molte regioni l’arte alberghiera è ancora deplorevolmente arretrata». Esistono ancora, con grave scandalo dell’articolista, alberghi con «l’antiquata acqua corrente calda e fredda» e con ridicoli ascensori elettrici! E che dire di quelli ove non c’è ancora, in ogni camera, il pan-televisore? o dove la mancanza del «cameriere telepatico» costringe tuttora all’uso dei vecchi radiocampanelli? ■ Un problema soprattutto sembra molesto alla clientela, ed è continuamente oggetto di studi dei competenti e di voti dei congressi: il problema della mancia!
“…IL PRIMO CONVOGLIO ETEREO DEI MARZIANI…”
■ Ma, pur con queste difficoltà alberghiere e in contraddizione con le lamentele che abbiamo riferite, non pare che i cittadini del XXIV secolo siano poi, in realtà, tanto «sedentari»: l’elico-razzo, il mezzo di trasporto di gran lunga preferito, è diffusissimo. Il motore elettrolitico, che funziona mediante la scomposizione elettrica dell’acqua ne’ suoi tre elementi (ossigeno, idrogeno ed eterogeno), consente l’uso d’un combustibile che sarebbe ultra-economico, l’acqua, se non fosse oggetto d’un monopolio. E il T. C. I., dopo una campagna di dieci anni, non è riuscito a ottenere che una riduzione del 5 per 100 sull’imposta relativa. ■ Ma esistono elicorazzi per tutti i gusti e per tutte le borse: dall’utilitario-atmosferico, di cui s’insegna l’uso nelle scuole ai bambini di cinque anni, al tipo stratosferico da grande crociera; dal tipo lusso per signora al colossale elicotreno pel trasporto delle merci, che ammorba l’atmosfera col suo idrogeno mal combusto e scoperchia ogni tanto qualche grattacielo. L’atmosfera e la stratosfera sono ormai conquistate, e già i primi apparecchi eterei, copiati sul tipo marziano, permettono di ritener vicino il turismo interplanetare, l’unico che tenti lo spirito sportivo degli umani, ormai sazî del volo, troppo sicuro, troppo diffuso, troppo quotidiano.
■ Eppure, qualche spirito patriarcale, qualche ostinato laudatore del tempo antico sente ancora, lo credereste?, la nostalgia del buon vecchio automobile, che, sino agli albori del 2300 «percorreva con così gustosa rudezza, alle placide velocità di 400 o 500 chilometri all’ora, la solida superficie di questo nostro pianeta, così ricca di quei bizzarri ma pittoreschi paesaggi, di quelle rilevate prospettive radenti, di cui l’abitudine ai monotoni, piatti panorami aerei ci ha fatto perdere il gusto…». Sono le parole d’un «vecchio socio Fondatore della Sede» e in una accorata rievocazione che ha per titolo: Siamo ancora dei terrestri? ■ Ma il destino dell’automobile è stato crudele, paradossale: la nobile macchina è scomparsa dalla superficie della terra tra il 2305 e il 2310. Come mai? Uccisa se ho ben capito dallo snobismo dei carrozzieri e dalle manie scientifiche degli ingegneri; vittima dell’aerodinamismo.
“… PEI POVERI AUTOMOBILISTI ERA BEN GRAVE IL DISAGIO DI INTRODURSI NELLA INABITABILE CARROZZERIA-GUAINA… IL COEFFICIENTE 100 FU RAGGIUNTO…”
■ Uno schizzo storico rileva, infatti, come «questa moda fatale si sia manifestata nei torbidi anni intorno al 1930»: le macchine cominciarono ad abbassarsi, a rastremarsi, ad affilarsi, per migliorare il loro coefficiente di penetrazione, e i viaggiatori, nel torchio delle pareti sempre più ravvicinate, dovevano coricarsi, appiattirsi via via… Verso il 2100 il coefficiente era meccanicamente brillantissimo, la velocità e la ripresa sempre più eccellenti; ma pei poveri automobilisti era ben grave il disagio di introdursi nella inabitabile carrozzeria-guaina. Il coefficiente 100 fu raggiunto nel 2210, ma le linee s’erano alla fine così ravvicinate, che le macchine, ridotte a semplici espressioni geometriche, erano completamente scomparse: (O automobilisti miei contemporanei, siete avvertiti: non avete più davanti che tre secoli per godervi il vostro sport prediletto!).
■ Dopo questo doloroso necrologio, una nota simpatica: il fervido appello per la propaganda al nostro caro T. C. I. «O soci, dateci almeno un altro nuovo socio!» esorta la vigile Direzione Generale. Ma l’Italia nel 2372 conta 93.241.001 cittadini e il T. C. I. 93.241.001 soci! Perciò la propaganda sociale si risolve in una simpatica propaganda demografica! ■ Queste le spigolature principali, le più curiose dell’istruttivo fascicolo. ■ Alle quali si potrebbe far seguire una bella serie di meditazioni filosofiche sul progresso umano, con molto consumo di arguti punti esclamativi e interrogativi, ancora permessi. ■ Ma sarebbe troppo facile e, anche, di poco buon gusto. Pensate che effetto di scrittore goffamente arretrato io farei quando nel 2372 un curioso, nel frugare sui razzocarrettini di libri usati, ci scovasse proprio questo nostro fascicolo….”
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