Da Sapere, Anno II, Vol. III, N. 33, 15 maggio 1936.
Di Alfonso Fresa
” ■ L’idea di un viaggio sulla Luna è vecchia quasi quanto la navigazione, poiché si racconta che una nave fenicia, lasciate le Colonne d’Ercole, con vento in poppa, raggiungesse… la Luna in 7 giorni. Se al mitico volo d’Icaro si volesse dare anche una interpretazione fisica, si potrebbe supporre che anche presso i Greci l’idea di viaggi extraterreni non fosse del tutto estranea; tanto più che Cleomede, trattando della rotazione della Terra, ammetteva che l’atmosfera terrestre si estendesse fino alla Luna.
■ Idee più o meno fantastiche di viaggi sulla Luna, in tempi più vicini a noi, sono espresse da Ariosto, Keplero (Somnium), Godwin, J. Wilkins, Cirano di Bergerac, E. Poe, Catellinau, Verne, De Graffigny, Wells, Laurie ed altri.
■ Perché l’uomo fin dall’antichità ha pensato di lasciare la Terra per andarsene nella Luna? Scopo principale è il grande desiderio, che più volte si manifesta in noi, di sapere se gli altri mondi sono abitati, se vi sono montagne e mari, città, piante e animali come sulla Terra, o altrimenti organizzati. Tanto più se si pensa che molti filosofi sono d’avviso che la Terra è stata fatta per essere abitata, e concludono che i pianeti non servirebbero a nulla se non fossero abitati. I Pitagorici, secondo Plutarco, ammettevano nella Luna, oltre alle montagne ed ai mari, animali, piante e persino uomini organizzati come gli abitanti della Terra.
■ Anche Keplero talvolta si abbandonava a voli straordinari della fantasia, immaginando, ad esempio, i seleniti privolves (così da lui chiamati gl’ipotetici abitanti dell’impero invisibile della Luna) dirigersi pieni d’entusiasmo, nell’emisfero opposto, verso i (conseleniti) subvolves per poter ammirare estatici la nostra grande e bella Terra rotante.
■ Giova notare che quasi tutti i problemi che interessano principalmente il pubblico sono stati studiati e vagliati al lume della scienza; e molti progressi si sono fatti specialmente in questi ultimi decenni. Tra le idee più bizzarre di viaggi interplanetari, la più umoristica è certamente quella manifestata dal vescovo inglese Godwin, il quale fa viaggiare (1638) verso la Luna l’avventuriero Gonzales, seduto nientemeno che su di un bastone e trasportato da una torma di uccelli. Invece A. Laurie, ad evitare una sicura morte agli astronauti, suggeriva l’idea di… attirare la Luna, alludendo forse al verso ariostesco: «Dal ciel la luna al mio cantar discende.»
■ Oltre due secoli dopo G. Verne, nel suo famoso romanzo Dalla Terra alla Luna, tratta minutamente e con ampi particolari della probabilità di un lancio sul nostro satellite di un proiettile per mezzo di un cannone. Questa ipotesi non regge anche per il fatto che la velocità minima teorica necessaria per liberarsi dalla Terra (cioè dalla forza di gravità) sarebbe di 11.180 metri al secondo, senza tener conto della presenza dell’atmosfera. La traiettoria descritta dal proiettile, in questo caso, sarebbe parabolica; invece se la velocità fosse uguale o inferiore a 10.000 m/s il proiettile descriverebbe una ellisse più o meno allungata, la quale si ridurrebbe ad una circonferenza, se la velocità fosse portata a 7900 m/s. Con una velocità inferiore il proiettile finirebbe col ricadere sulla Terra. Tenendo poi conto della presenza dell’aria, la resistenza di penetrazione sarebbe così notevole che, al momento in cui il proiettile abbandonasse la bocca del cannone, l’aria presenterebbe la resistenza di una grossa corazza. Altro inconveniente si ha nel fatto che non esiste per ora alcun esplosivo capace d’imprimere ad un proiettile la velocità richiesta per liberarlo dall’attrazione terrestre.
■ Il cannone dunque, come mezzo di lancio, è assolutamente da scartarsi: non rimane che il razzo. Tutti hanno visto, durante lo sparo dei fuochi d’artificio, i razzi sollevarsi da terra, verticalmente, lasciando dietro di sé una scia gassosa, e poi scoppiare in alto.
■ L’idea della propulsione a razzo risale al 1650, quando il famoso Cirano di Bergerac, alludendo ad un viaggio sulla Luna, fra i varii sistemi escogitati per l’ardua impresa, propugnava anche questo. Secondo lui il mobile, rappresentato da una grossa gabbia, doveva essere circondato da una serie di razzi da accendersi l’un dopo l’altro.
■ Dopo tre secoli l’idea della propulsione a razzo è stata ripresa, parallelamente ai grandi progressi fatti dall’aviazione. Molti studiosi hanno trattato i varii argomenti sia dal lato teorico che da quello tecnico; molte associazioni, intese a favorire studi ed esperienze, sono state fondate in varii paesi. A Vienna nel 1926 fu fondata la Gesellschaft für Raumforschung; a Breslavia, nel 1927, l’Associazione per la navigazione nello spazio; ed in Francia, il Comité d’Astronautique; nel 1930 negli Stati Uniti fu fondata l’American Interplanetary Society, in Inghilterra la British interplanetary Society, ed in Russia la Società degli amici dell’astronautica. Inoltre vengono stampati riviste e bollettini ove si pubblicano accurati lavori teorici e di carattere tecnico; premi sono stati assegnati a lavori di H. Oberth, W. Hohmann, N. Dietsch, P. Montagne, A. Sternfeld, L. Damblanc. Laboratori per esperimenti sono sorti principalmente in Germania. Ed una certa attività in questo campo si svolge anche in Italia sia per le esperienze, sia per i lavori teorici (Crocco).

■ La propulsione a razzo, per i continui esperimenti che si fanno, rappresenterebbe l’ideale, non solo per la futura navigazione interplanetaria, ma principalmente per lunghe traversate terrestri. Difatti nel 1928 l’autorazzo di Opel ottenne buon risultato; nell’anno successivo fu la volta di un aeroplano a razzo il quale eseguì il suo primo volo. Il problema dell’aeroplano a razzo ha avuto appassionati studiosi in M. Valier, Oberth e Goddard. Nel 1933 Tiling fece raggiungere al suo razzo un’altezza di 2000 m in 15 secondi circa. Importantissime le recenti esperienze di Nebel, Braun e Zücher.
■ Si è pensato (Goddard) d’inviare sulla Luna o intorno ad essa (Esnault) in modo che possa ritornare sulla Terra, un proiettile a razzo, ma la mancanza di un equipaggio che possa regolarne la rotta renderebbe impossibile l’attuazione. Varii autori (Oberth, Hohmann, Hoeft ed altri) hanno progettato astronavi a razzo. Quella di Oberth si compone di tre parti: la prodiera, che contiene la cabina al completo di tutto il necessario per la navigazione, più un grosso paracadute; la parte centrale contenente le riserve di ossigeno e d’idrogeno liquido; e la poppiera (razzo ausiliario) che spinge l’apparecchio fino ad una determinata altezza. Il paracadute servirebbe a rallentare la caduta del veicolo nel suo ritorno sulla Terra, mentre non darebbe alcun risultato per un approdo lunare per la mancanza assoluta o quasi di atmosfera sulla Luna. L’ossigeno e l’idrogeno liquido permettono di ottenere la massima velocità (5000 m/s) finora raggiunta. Il problema potrà essere risolto più efficacemente, e quindi i viaggi interplanetari resi possibili e pratici, solo quando la scienza sarà riuscita a disporre a volontà della energia intra-atomica. Nel senso cioè che la futura nave del cielo potrà trasportare con sicurezza oltre al carico indispensabile, compreso l’equipaggio, notevoli quantità di combustibile e riserve.
■ Allora come qualunque veicolo terrestre, l’astronave potrebbe iniziare la sua partenza con velocità via via crescente, regolando opportunamente i getti di gas, e ciò sia perché l’equipaggio non avesse a soffrire per il repentino balzo, sia per l’enorme resistenza che presenterebbe l’aria. È inutile dunque insistere sul cannone di Verne, perché alla velocissima partenza del proiettile i passeggeri verrebbero schiacciati contro le pareti della loro prigione d’acciaio. Ripieghi furono escogitati circa 20 anni or sono da due ingegneri francesi: Mas e Drouet, con una fionda gigante, a ruota, azionata da un motore regolato dagli uomini chiusi nel proiettile, disposto quest’ultimo alla periferia della grande ruota. Aumentando via via la velocità si sperava che l’equipaggio potesse abituarsi all’alta velocità che avrebbe poi raggiunto il proiettile alla partenza. Su analogo principio si basava la galleria circolare di De Graffigny. Intanto la preoccupazione maggiore era rivolta solo alla partenza del veicolo, né si pensava alla disastrosa caduta sulla Luna, ammesso che vi si fosse arrivati. Invece con la propulsione a razzo, quando l’astronave avrà raggiunta la sfera di attrazione della Luna, basterebbe, capovolgendo il veicolo mediante razzi disposti lateralmente, avanzare con la parte posteriore; cioè ripristinare i getti di gas per la propulsione, i quali causerebbero un notevole rallentamento nella caduta. L’apparecchio verrebbe così ad adagiarsi dolcemente sul suolo lunare. Il ritorno alla Terra avverrebbe in ordine inverso.
■ Evitati i gravi inconvenienti di una repentina partenza ed anche di un arrivo disastroso sulla Luna, i disturbi fisiologici non sono del tutto eliminati. In realtà il viaggiatore di un’astronave, dall’arresto del propulsore (per quanto l’apparecchio fosse ancora animato da una grande velocità) proverebbe quella sensazione di una caduta nel vuoto che può provare, in certo qual modo, chiunque trovasi in un ascensore, allorché questo si fermi nella discesa. La respirazione si arresta e disturbi cardiaci possono verificarsi. Se questo stato di cose dovesse perdurare è evidente che l’organismo ne risentirebbe fortemente. Eppure l’uomo è abituato alle enormi velocità di trascinamento nello spazio, giacché la velocità di rivoluzione della Terra intorno al Sole è di 30 km al secondo.
■ Inoltre è sempre giustificata qualche inquietudine sulle conseguenze fisiologiche della soppressione o della forte diminuzione prolungata dell’attrazione terrestre, sebbene alcuni studiosi abbiano tentato di risolvere il problema dando all’astronave una forma torica (Randolf); oppure una normale forma di fuso, ma che, raggiunta un’altissima velocità, si divida in due parti (Deitsch). Questi due tipi d’apparecchio dovrebbero avere, al momento apportuno, anche un moto di rotazione.
■ Certamente le difficoltà non finiscono qui. Ma se l’uomo ha preso con tanto entusiasmo, acume e sottigliezza a trattare, al lume della scienza, i varii problemi relativi ad un’impresa che molti definirebbero diabolica, ammesso anche che non si riesca a lasciare «l’aiuola che ci fa tanto feroci», sarà sempre una grande conquista la perfezione della navigazione stratosferica, la quale, rispetto a quella planetaria, si potrebbe paragonare alla semplice navigazione costiera rispetto a quella d’alto mare.”

















