Da La Scienza per Tutti, Anno XIII, N. 2, febbraio 1893.
” ■ La grande solubilità dell’ammoniaca nell’acqua e la facilità colla quale questa soluzione si scinde sotto l’azione del calore, è un fenomeno ben noto e che servì di punto di partenza a molti inventori per costruire motori nei quali l’ammoniaca gasosa è intieramente sostituita al vapore acqueo, od anche motori a vapore nei quali il vapore di fuga è usufruito per scaldare una soluzione ammoniacale i cui vapori vanno a lavorare in un secondo cilindro e ritornano poi a condensarsi per seguire indefinitamente questo medesimo ciclo. Sino al presente quei tentativi non diedero, a quanto pare, risultati economici sufficienti per compensare l’aumento delle spese d’impianto, perciò si fecero ben poche applicazioni di tal genere di motori.
“FIG. 1. — LA CARROZZA VEDUTA DI FRONTE.”
■ Un inventore americano, seguendo un ordine di idee alquanto diverso, studiò già da qualche anno di impiegare l’ammoniaca, non più in soluzione acquosa, ma allo stato anidro. È noto che l’ammoniaca si liquefa alla temperatura di -40° centigradi sotto la pressione atmosferica o ad una temperatura di +21° centigradi sotto una pressione di 10 a 12 atmosfere. Se si lascia che il vapore si espanda, si produce un abbassamento notevole di temperatura, che è precisamente quello che si sarebbe dovuto raggiungere per liquefare il gas alla pressione ordinaria. Su questa reazione sono fondati diversi apparecchi per fabbricare il ghiaccio. ■ Nel nuovo motore si usufruiscono i vapori a 10 atmosfere emessi dall’ammoniaca liquida, facendoli agire successivamente sulle due faccie dell’embolo della macchina, essendo la distribuzione di gas fatta mediante un robinetto di presa di vapore comune. Ma la trasformazione dell’ammoniaca liquida in gas ha per effetto di produrre un grande abbassamento di temperatura che si evita nel modo seguente: L’ammoniaca liquida riempie per circa due terzi un cilindro di lamiera munito di tubi come una caldaja da locomotiva e chiuso in un altro cilindro più lungo e di un diametro assai più grande. Lo spazio fra i due cilindri è pieno d’acqua o d’una soluzione debole di ammoniaca che può circolare liberamente nei tubi ed intorno al piccolo cilindro. I vapori di ammoniaca, dopo aver operato nel cilindro motore, vanno a condensarsi in quell’acqua e la soluzione produce un inalzamento di temperatura che viene trasmesso attraverso le pareti dei tubi e del piccolo cilindro all’ammoniaca liquida e la mantiene alla temperatura sensibilmente costante di 26° centigradi necessaria all’ebollizione. Nell’atto che si mette in azione, la pressione cade a 8 o 9 atmosfere, ma dopo un certo tempo essa risale a 10 e 12, il che prova che si produce anche un aumento di temperatura. Quando la quantità di ammoniaca liquefatta nel piccolo cilindro è diventata troppo esigua per poter dare una pressione sufficiente, il motore è ricondotto alla stazione generatrice, ove il serbatojo interno viene ritirato e surrogato con un altro caricato come si è detto. L’acqua che assorbe il gas proveniente dallo scarico, viene scaldata per scacciare il gas che va a condensarsi in un apposito recipiente. Si vede da ciò che è sempre il medesimo gas che fa il servizio. Il carico e lo scarico richiedono circa due minuti ed il motore con una carica di liquido può percorrere i suoi 30 chilometri.
“FIG. 2. — CARROZZA AD AMMONIACA.”
■ Ecco il sistema, semplicissimo del resto, impiegato per farsi ragione delle spese occasionate da questo modo di trazione. Si pesa diligentemente il carbone impiegato per la produzione di una determinata quantità di ammoniaca liquefatta. Si carica allora una parte di quel liquido sul motore e si nota la strada percorsa sotto l’azione di quella carica. Si è trovato nelle circostanze più sfavorevoli, che 500 grammi di carbone valgono 4,5 di ammoniaca liquida, e che un motore di 5 tonnellate, che corre colla velocità di 15 miglia all’ora consuma 22,5 di ammoniaca per miglio. La spesa è dunque di chilogrammi 2,500 di carbone per miglio. ■ Questo motore fu esperimentato a Nuova Orleans alcuni anni or sono, ma allora non diede risultati concludenti. I perfezionamenti introdottivi posteriormente dall’inventore, ne hanno fatto un apparecchio pratico ed economico. Registriamo con piacere questo fatto, il quale serve a provare una volta di più, che non si deve giudicare un’ invenzione dai primi risultati che dà, e che è spesso solo dopo replicati esperimenti che l’idea primitiva diventa pratica.”
Da Esercito e Nazione, Anno III, N. 12, dicembre 1928. Di Mariano Borgatti.
” ■ La fine del secolo XIV è rimarchevole nella storia della cristianità e, per riflesso, in quella di Castel Sant’Angelo. ■ Nel marzo del 1378 morì Giovanni XI, il papa che aveva riportata a Roma la sede papale da Avignone contro parere dei cardinali francesi e loro aderenti; ed il conclave elesse l’italiano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI (18 aprile 1378). I cardinali francesi, e pochi altri con loro, si ritirarono a Fondi, e dopo molti contrasti nominarono un antipapa nella persona del cardinale di Ginevra, che si chiamò Clemente VI (21 settembre 1378); e da questo fatto ebbe origine lo scisma di Occidente che tenne divisa la chiesa per quasi mezzo secolo.
“I BOMBARDIERI DI «CASTELLO» NEL 1669.”
■ Roma non dimostrò un atteggiamento deciso: i Gaetani, potentissimi allora, erano per il papa illegittimo; molte altre famiglie, non meno potenti, erano per il papa legittimo, e frequenti furono le zuffe per le strade fra clementisti ed urbanisti. ■ A Castel Sant’Angelo era rimasto governatore fino dal papato precedente, un certo Pironno detto Gandelin, con forte guarnigione di Bretoni comandati da Pietro Rostaing, zio del governatore; e l’uno e l’altro si dichiararono partigiani di Clemente VI; cosicché papa Urbano, non ritenendosi sicuro in Vaticano, andò a stabilirsi presso Santa Maria in Trastevere «luogo opportuno e fortificato» [VASI DA CORLEONE: Magnificenza di Roma Antica e Moderna. N.d.A.] e, coll’aiuto de’ suoi, pose l’assedio a Castel Sant’Angelo. Fu in occasione di questa azione guerresca che si spararono per la prima volta bombarde da Castello, e per le quali ebbe notevoli danni il Borgo, come scrivono i cronisti; e — perciò — da questa epoca risalgono le prime notizie di bombardieri nel forte romano. ■ Come fossero queste prime bombarde può dircelo la storia delle armi da fuoco in genere. ■ Esse erano sorte da pochi anni. Si hanno accenni di schioppi od armi a mano nel 1257 per parte di Arabi all’assedio di Nielba in Spagna; poi nel fatto d’armi di Forlì, usate da Guido di Montefeltro contro Giovanni d’Appia, francese (1281); ed erano semplici canne di ferro, chiuse ad una estremità, entro le quali si poneva una carica di polvere ed un proiettile e si dava fuoco alla carica a mano per mezzo di una miccia accesa; più tardi ebbero una incassatura. ■ Di bombarde od armi fisse si fa primo cenno documentato nel 1311 e furono usate dai Bresciani contro Enrico detto di Lussemburgo (v. QUARENGHI: Le bombarde di Brescia nel 1311), poi nel 1316 in uno statuto genovese, ecc.; e nel 1346 furono portate alla battaglia di Crécy; ma tanto quelle da piazza, come quelle da campo, consistevano in un grosso tubo, che si caricava, dalla bocca, assicurato ad una armatura di legno (detta cassa poi affusto); successivamente la carica si fece dalla culatta la quale si chiudeva con tappo, cuneo ed altri artifizi; ed ancora si fece il tubo di vari pezzi, innestati l’uno all’altro e tenuti fermi dall’armatura.
“FIG. 1. — BOMBARDA CON AFFUSTO A CEPPO (SEC. XV).”
■ Probabilmente le bombarde di “Castello” usate dai clementisti, erano come quelle della fig. 1, che rappresenta un tipo di artiglieria in uso nelle fortezze italiane dalla metà del secolo XIV alla metà del secolo XV, e ve ne erano ancora di simili al tempo di Nicola V (1447-1455). ■ Urbano VI delegò alla difesa del papato il celebre Alberico di Barbiano, capitano della compagnia di San Giorgio, la prima italiana in opposizione alle tante compagnie straniere che allora scorrevano l’Italia; e gli consegnò, a prova de’ suoi intendimenti patriottici, uno stendardo col celebre motto «l’Italia degli Italiani», che fa riscontro a quanto proclamò Giulio II un secolo e mezzo dopo «fuori i barbari». ■ Alberico vinse i Guasconi e Bretoni a Marino ed entrò in Roma da trionfatore. Castel Sant’Angelo si arrese ed i Romani, a sfogo di vendetta per i danni che erano venuti alla città dall’azione delle bombarde e delle artiglierie nevrobalistiche, tentarono distruggerlo. ■ BENVENUTO D’IMOLA diarista contemporaneo alla catastrofe esclamava: «oh dolore; questo edificio magnifico è stato distrutto e rovesciato…» e STEFANO INFESSURA pochi anni dopo scriveva: «… et si lo hebbero (il Castello) et tanto lo desfecero, che a tiempo depoi ci givano le capre a pascere…».
“FIG. 2. — BATTERIA CASAMATTATA DI NICOLA V.”
■ Esce dall’argomento confutare queste asserzioni dettate dall’impressione del momento; Castel Sant’Angelo subì danni notevolissimi dall’azione popolare, fu spogliato da marmi e da decorazioni, come si rileva da documenti sincroni, perdette momentaneamente il carattere guerresco; ma l’ossatura dell’antico mausoleo di Adriano rimase nella sua imponenza, ed anche ora l’Angelo che corona il monumento posa sopra la più alta delle sale romane, ed all’incirca dove posava l’antico fastigio rappresentante Elio, il simbolo dell’imperatore che l’aveva fondato.
■ Fu Bonifazio IX, eletto nel 1389, che cominciò i lavori di ricostruzione o di ristauro del Castello Sant’Angelo; DIETRICH DI NIEM scrisse che alla morte di lui (Bonifazio IX) il Castello era ritornato ad essere «arx omnium munitissima» e l’ALVERI commenta, ed aggiunge che lo munì di cannoni, di moschetti et altri simili strumenti militari, onde servire potesse non solo di ricovero al Pontefice, ma di difesa a tutta Roma…» quindi bombardieri per il governo e per l’uso dei «cannoni», che erano propriamente delle bombarde, giacchè ai cannoni non si era giunti ancora.
“FIG. 3. — CASTEL SANT’ANGELO CON LA GIRANDOLA — NICOLAUS VAN AELST. “
■ Durante i papati di Innocenzo VII (1404-1406), Gregorio XII (1406-1409), Alessandro V (1410), Giovanni XXII o XXIII (1410-1417), agitatissimi e combattuti da antipapi, che furono perfino tre contemporaneamente, si hanno notizie di azioni frequenti di artiglieria da Castello Sant’Angelo, e si ha anche notizia di una corda tesa fra Castello e la meta (o sepolcro) dei Scipioni e per la quale si facevano scorrere munizioni e viveri in occasione di assedi [Primo esempio di teleferica. N.d.A.].
“FIG. 4. — CASTEL SANT’ANGELO AL TEMPO DI ALESSANDRO VI (VISTO DI FRONTE).”
■ Governando Martino V (1417-1431) furono fatte nel Castello «molte comodità e maggiori difese» scrive l’ANONIMO nella vita di questo papa, senza specificare quali fossero «le difese»; però restano negli archivi vaticani alcune note di pagamenti datate al 1420, e riguardanti provviste di artiglierie e di proiettili, e contemporaneamente appaiono per la prima volta nei registri camerali un «magister bombardorum» ed un «magister balistrarum», notizia utile che fa conoscere l’impiego simultaneo di bombarde e di baliste, le quali avevano — può dedursi — la stessa importanza, se i sopraintendenti ad esse erano dello stesso grado.
“FIG. 5. — BASTIONE ARMATO DEL TEMPO DI ALESSANDRO VI (1500).”
■ E le note di pagamenti interessanti la costruzione di torri e di casamatte in Castello e l’acquisto e la provvista di bombarde, spingarde, colubrine continuano durante i papati di Eugenio IV (1431-1447), di Nicola V (1447-1455), di Callisto III (1455-1458), di Pio II (1458-1464) e di Paolo II (1464-1471); anzi pare sia stato quest’ultimo papa quegli che dette termine alle torrette sorte ai tre angoli esterni del Castello, cominciate forse da Nicola V, del quale una, porta lo stemma; e fu Paolo II che le torrette armò di potenti artiglierie. (V. fig. 2. Batteria in casamatta, o nell’interno di una torretta, armata con cannoni in affusto a culla). All’anno 1481, durante il papato di Sisto IV (1471- 1484), risale la prima memoria storica della girandola nel significato che ha avuto per tanti secoli, cioè di grandioso fuoco d’artifizio o combinazione di fuochi fissi, spari di artiglierie e di schioppi, fuochi d’aria come razzi e candele romane, illuminazione a padelle (fiaccole) od a torcie, ecc. il tutto applicato a Castel Sant’Angelo; e della girandola erano specialmente incaricati «i bombardieri» come risulta da tutti i documenti che riguardano la girandola stessa. La data e la notizia qui sopra la scrive il VOLTERRANO nel suo Diario, ma pare che qualche luminaria e fuoco di allegrezza si facesse in Castel Sant’Angelo anche prima di Sisto IV. Certo è che dopo lui le memorie della girandola sono numerosissime e la tradizione dice che anche Michelangelo si occupò qualche volta a darne i disegni e che Bernini inventò la scappata dei razzi colla quale la girandola aveva termine. Essa durò in Castello per più secoli fino al 1887, salvo interruzioni dovute a circostanze politiche, specialmente sul finire del 1700 e principio del 1800. Nel 1887 fu portato altrove lo spettacolo perché i botti delle bombe producevano scosse tali nel vetusto Castello da fare danni alle decorazioni delle sale degli appartamenti; ed ora ne è cessata l’abitudine.
“FIG. 6. — BENVENUTO CELLINI.”
■ La fig. 3 è quella di Van Aelst rappresentante una girandola a metà del 1500, e ne è forse la rappresentazione più antica.
■ Col passare degli anni i progressi delle artiglierie di attacco obbligavano a modificare le membrature architettoniche delle costruzioni difensive ed a cambiare le artiglierie delle difese; e per Castel Sant’Angelo fu un largo innovatore Alessandro VI (1492-1503) che dette l’incarico ad Antonio da Sangallo seniore di munire il Castello di quattro grandi torrioni ottagoni agli angoli, fasciando le torrette rotonde di Nicola V che erano a tre di essi angoli, come si è scritto, e di elevare un grande torrione sulla fronte del Castello per battere il ponte. Ed alle nuove costruzioni furono adattate artiglierie nuove e dell’epoca.
“FIG. 7. — BOMBARDELLA A MASCOLI DEL TEMPO DI BENVENUTO CELLINI.”
■ La fig. 4 ci dà il Castello del tempo di Alessandro VI coi torrioni angolari e quello frontale, la fig. 5 quella di un torrione armato.
■ Da alcuni documenti contabili intestati all’Heredia, castellano al tempo di Leone X (1513-1522) si deduce quale personale fosse impiegato in «Castello» e fra esso sono annotati: 1 capo bombardiere e 13 bombardieri; avevano una specie di nobiltà militare tradizionale, ed erano nominati «a vita» con bolla papale; ed eccone — come esempio — un frammento: «Abbiamo conosciuto per provata esperienza e per relazioni che il diletto figlio Leonardo da Firenze è molto pratico ed esperto nel mestiere di bombardiere. Perciò lo facciamo e nominiamo bombardiere nel nostro Castello di Sant’Angelo presso il ponte di Roma, con gli onori, oneri ed emolumenti soliti dare agli altri bombardieri di detta rocca, vita durante; ed a tenore della presente eleggiamo lo stesso Leonardo in luogo del fu maestro Matteo Gallo già bombardiere della detta rocca». ■ I bombardieri avevano ducati 6 di paga al mese e il loro capo ducati 8. Vi erano poi aiuti od aiutanti che crescevano o diminuivano di numero a seconda delle circostanze.
■ Una data incancellabile della storia del papato e di Roma è il 1527; quando Clemente VII soffrì l’onta di essere combattuto da una coalizione di Sovrani e di Stati cattolici e difeso da nessuno, e Roma soffrì il «Sacco» cioè la rapina, la distruzione, la vergogna che aveva avuta solo al tempo dei barbari. «Castello» difese il papato e riparò il papa; e fra i bombardieri vi furono — celebri artisti — Raffaello di Montelupo e Benvenuto Cellini.
“FIG. 8. — BASTIONE SAN MATTEO, O DI PIO IV, CON CANNONI AD ORECCHIONI SU AFFUSTI BASSI A ROTELLE.”
■ L’uno e l’altro lo rammentano nelle loro autobiografie. ■ Raffaello di Montelupo s’indugia in particolari della vita di «Castello» cominciando dai tragici ed anche ridevoli episodi della fuga del papa in Castello e della corte; Benvenuto Cellini descrive più specialmente la sua azione da difensore. ■ Si rileva dalle descrizioni, che egli fu un tempo addetto ad alcune piccole artiglierie che erano «nel luogo detto l’Angelo»; e siccome in «Castello» è stata trovata la bombardella a mascoli qui riportata alla fig. 7, originale dei primi anni del 1500, nulla si oppone a supporre che essa sia una di quelle, o sia eguale ad una di quelle, che Benvenuto Cellini adoperò su «all’Angelo» e con molto frutto, cosicché poté scrivere «basta che io fui causa di campare (cioè salvare) la mattina il Castello e che quelli altri bombardieri (che si erano impauriti) si rimessono a fare i loro uffizi e così io seguitai tutto quel giorno»>. Un altro giorno un colpo d’artiglieria nemica colpì un «canton di merlo» che ruinò addosso a Benvenuto e lo gittò a terra tramortito. Fu soccorso da Antonio di Santa Croce, che comandava l’artiglieria e rinvenne; ma «volendo cominciare a parlare — egli scrive — non potevo, perché certi sciocchi soldatelli mi avevano pieno la bocca di terra, parendo loro quella di avermi data la comunione»; pratica questa di pia superstizione che commuove. ■ Narra ancora il Cellini che agendo una volta ad una grossa bombarda che era in batteria sull’alto del maschio, fra due botti piene di sassi, una cadde giù, vicino a Jacopo Salviati ed al cardinale Farnese, che fu poi Paolo III; e quasi li schiacciò. La loro ira fu grande e, secondo Cellini stesso, fu poi per vendetta, per ritorsione che Paolo III lo tenne prigione in Castello più mesi nel 1538 e 1539.
■ Castello Sant’Angelo e le sue difese ebbero notevole sviluppo sotto i governi di Paolo IV (1555-1559), di Pio IV (1559-1565) e di Pio V (1566-1572). Paolo IV fu quegli che fece costrurre da Camillo Orsini nel 1556, attorno al forte quadrato di Alessandro VI, un recinto pentagonale di fascine e terra con un attacco lungo i Prati fino al recinto vaticano, il tutto improvvisato sotto il timore della guerra detta «di Campagna» fra il papa e gli spagnuoli. Era stata appena firmata la pace a Cave il 14 settembre 1557, quando nella notte stessa fra il 14 ed il 15 una terribile inondazione del Tevere distrusse le improvvisate fortificazioni. ■ Il 10 maggio 1560 l’armata cristiana fu rotta da quella mussulmana alle Gerbe, e Pio IV pensò dare carattere stabile alle fortificazioni improvvisate da Paolo IV e ne incumbenzò Francesco Laparelli, architetto militare, sotto la direzione di Gabrio Serbelloni. Il recinto murario fu condotto fino contro al passetto o corridoio vaticano, e fu poi Pio V che terminò il recinto dal passetto al Tevere (a valle) e costrusse il bastione detto di Santo Spirito. ■ L’armamento fu esteso, evidentemente, ai bastioni esterni e quello sui bastioni interni fu aggiornato; e la fig. 8 ci dà il bastione di San Matteo o di Pio IV armato con cannoni ad orecchioni, incavalcati su affusti a rotella e bassi, così come vogliono le basse cannoniere originali del bastione riprodotto.
■ Nel 1594, essendo papa Clemente VIII, i bombardieri di Castel Sant’Angelo al comando di Matteo Fabrizi (suddivisi in bombardieri «a vita» ed in aspiranti od aiuti, ed erano ancora fuochisti per la girandola, pompieri e portastendardi) furono, per cura del cardinale Aldobrandini, castellano e parente del papa, costituiti in confraternita sotto l’invocazione della Santa Barbara, e dopo di allora presero parte alle processioni armati, ed in divisa, colle loro insegne e tamburi; e nelle solennità maggiori accompagnavano il papa trascinando un cannone, che aveva un carrino (affusto) verniciato di turchino dorato, ed a momento opportuno delle cerimonie facevano salve.
“FIG. 9. — CAPPELLA DI SANTA BARBARA DELLA CONGREGAZIONE DEI BOMBARDIERI DI CASTELLO NELLA CHIESA SANTA MARIA DELLA TRASPONTINA.”
■ Ogni mese avevano luogo esercitazioni di tiro al Testaccio, ed a proposito di queste esercitazioni il VALESO in Archivio Storico Capitolino racconta un fatto interessante e grottesco accaduto al tempo di Clemente XII (1730-1740). Si trattava di provare due cannoni fusi in Castello ed all’uopo furono portati al Testaccio, con intervento del cardinale Albani e di altri grandi personaggi. Pare che i cannonieri si fossero ubbriacati; fatto è che misero cariche tanto grosse nei cannoni, e sbagliarono la mira che i proiettili caddero entro Roma in località diversissime; così: nel giardino farnesiano, a destra del Tevere «dove morì uno che inacquava», dice un documento; a San Giovanni della Malva vicino a Ponte Sisto; nella piazza di Torre Sanguigna; ed in un giardino di Villa Falconieri in Via Giulia. Nell’occasione fu delineata dall’ing. Paolo Bracci una pianta schematica di Roma, che ha questo titolo: «Pianta di una Portione di Roma dimostrativa delle differenti direzzioni delle Palle venute e cadute in diversi siti della medesma, accadute nella prova di due pezzi novi di artiglieria uno da otto e l’altro da quattro, in Maggio del 1735, per il che seguì il Fatto di un Omicidio nel Giardinetto Farnese prossimo à Ponte Sisto con un colpo di Palla». Un’altra volta che si trattava di determinare la carica di un mortaio nuovo, fu portato dai bombardieri fuori di Porta Angelica, di Borgo; fu caricato con una certa quantità di polvere ed una palla di ferro piena di sabbia e sparato verso un bersaglio. Questo non fu raggiunto, perché la carica era debole; fu accresciuta gradatamente ed inutilmente per altre due volte; finché al quarto colpo, con carica potente, il bersaglio fu oltrepassato e fu ucciso un uomo che casualmente passava. ■ La confraternita dei bombardieri di Castel Sant’Angelo ebbe cappella speciale, decorosissima, nella chiesa di Santa Maria della Traspontina; ornata cogli attributi dell’arte bellica, cioè cannoni, affusti, strumenti per la carica, proiettili e simili (fig. 9). ■ La pala dell’altare è un pregevolissimo lavoro del cav. D’Arpino e rappresenta Santa Barbara la protettrice dei cannonieri. ■ Fra le grazie e privilegi concessi dai papi alla compagnia dei bombardieri eravi quella della liberazione di due prigionieri nelle due feste dei loro protettori: Santa Barbara al 4 di decembre e San Michele (a ricordo dell’Arcangelo Michele simboleggiato sulla cima del Castello) il 29 settembre. ■ È documento raro e prezioso del Museo del genio una «Istruzione per lo scolaro bombardiero della scola di Santa Barbara di Castello Sant’Angelo di Roma» scritta da Gerolamo Lucenti, nel 1669 e dedicata a Giovan Battista Rospigliosi, castellano. Ed il Gerolamo, capitano dei bombardieri, fu della stirpe dei Lucenti che aveva dato e che dette poi alle difese di Roma meravigliosi soldati e fonditori, i quali ancora oggi hanno officina in Borgo, celebre per le campane che producono. ■ L’ultimo avvenimento importante che può ancora entrare nel soggetto qui in esame fu lo scoppio di una polveriera che avvenne la notte del 28 giugno 1797, e si vuole fosse opera di repubblicani francesi per provocare la rivoluzione nella capitale del Cristianesimo. Saltò per aria l’estremità di una delle casermette costrutte da Urbano VIII nella piazza d’armi interna del Castello; e nell’occasione i bombardieri pubblicarono una veduta col magazzino demolito e con una Santa Barbara che protegge il Castello; incisione rarissima che è nel Museo del Castello e la quale, oltre a documentare l’avvenimento, ha data conoscenza sommaria ma sufficiente dello stato dei fabbricati, e delle piantagioni, e per i ristauri e le sistemazioni fatte in questi ultimi anni.”