Leggere è necessario (1937)

Da La Lettura, Anno XXXVII, N. 3, 1 marzo 1937.
Di Gino Saviotti

” ■ Ricordo una vignetta che mi fece ridere. Si vedeva un negozio, un grande stanzone dalle pareti rivestite su su, fino al soffitto, di scaffali colmi di libri. Dietro il banco, nel fondo, è seduto il commesso, quasi nascosto da pile di volumi. Entra un ometto vestito di nero, con un piccolo involto fra le mani.
— Scusi, — dice pacatamente — non avrebbe un foglio di carta per avvolgere meglio questa aringa?
■ Potrebbe essere l’allegoria dei rapporti fra il pubblico e le botteghe dove si vendono libri; ma, anche come satira, risulta troppo feroce. «Il pubblico nostro è intelligentissimo» vi dirà per prima cosa, se l’interrogate, un bibliopola. E se questi ha sulle spalle abbastanza primavere da poter fare un confronto tra compratori di anteguerra e compratori di oggi, vi sentirete affermare che i clienti di oggi sono molto più esperti e illuminati di quelli di un tempo.

“ROMANZO A CHIAVE?”

■ Anche la professione del libraio, del resto, è cambiata. Si stampa troppo oramai perché sia possibile fare, come un giorno, le cose in famiglia, e seguire personalmente tanto da parte di chi vende quanto di chi compra la produzione. In fatto di letteratura amena, ad esempio, gli autori italiani erano pochi, i giornali, le riviste si occupavano di loro, pubblicavano indiscrezioni, fotografie, tale e quale succede adesso per le stelle (maschi e femmine) del cinematografo. Ogni lettore aveva familiare il loro viso, la loro figura, ne conosceva gusti, abitudini, bizzarrie. Un nuovo romanzo di Fogazzaro, o di Rovetta, o di De Amicis (e non parliamo di Gabriele) era preceduto da una scarica tamburellante di annunci; la «uscita» del volume assurgeva ad avvenimento, e se ne poteva parlare per molte settimane, prima che un nuovo lancio da parte di un altro scrittore Zuccoli, Ojetti, Deledda, Serao facesse girare la ruota dell’«attualità». Era il tempo beato in cui in nessun salotto borghese mancava la civetteria dell’ultimo libro, il libro del giorno. Oggi… come si potrebbe fare in tempo, tra tanti libri italiani e libri stranieri, a tener dietro a tutti? Gli stessi giornali han finito col non occuparsene quasi più, o per lo meno han finito di dar notizia degli autori in quanto persone; e le stranezze di Tizio, le civetterie di Caio, le vicende amorose di Sempronia restano malinconicamente ignote.

“LA VARIANTE”

■ Eppure, anche senza l’aiuto della pubblicità, e con una produzione decuplicata, il pubblico riesce lo stesso a conoscere opere ed autori. Entra in una libreria e nove volte su dieci ha deciso già quello che vuole, è informato, sa come giudicare, senza ancora aver aperto una pagina. Vi ho detto che il pubblico è intelligentissimo. Potrei aggiungere che la difficoltà gli infonde un maggior impegno, dà una voglia più viva, suscita quella stessa ebbrezza che eccita i solutori di sciarade, gli enigmofili… C’è un piacere dell’intelligenza e una soddisfazione della scoperta a tirar fuori dal mare magnum l’opera eletta, il libro bello, saporito, fra tanti noiosi e insulsi. Ritorna l’atmosfera dell’iniziato, benché in un altro senso da quello di una volta. I gusti degli uomini sono stranissimi.
■ Poi c’entra di mezzo anche la malignità, il godimento della polemica e della satira. Non bisogna dimenticare che nell’esercito dei lettori non vi sono soltanto le belle o brutte signore annoiate in cerca d’un passatempo, le fanciulle curiose in cerca d’esperienza, i benpensanti in cerca di sapere, e neanche i semplici appassionati del leggere, pieni di zelo e di umiltà: esistono pure i malati dell’intelligenza, che non scrivono ma godono a criticare — cioè distruggere — quel che scrivono gli altri, e sono convinti che gli altri non valgono la metà d’una loro unghia. Guai se ci si mettessero loro.
■ Questi critici (da non confondersi con gli aristarchi dei giornali, che fanno l’efferata professione di recensire libri; noi ora parliamo di lettori, anzi di clienti di librerie), questi critici seguono con diabolica diligenza la produzione per dirne male, e ci sono probabilmente stati sempre. Ma da qualche anno s’è aggiunto alla loro attività un nuovo sottile godimento: quello di protestare contro i giudizi delle commissioni esaminatrici dei premi letterari. Misero il libro ch’è riuscito vincitore in una gara!


■ Tutto questo può dare un’idea di come sia varia e viva e numerosa la clientela d’una libreria. Molte volte chi scrive e sta per pubblicare un volume, preoccupato all’idea delle migliaia e migliaia di copie lì pronte, da smaltire, si domanda sgomento: — Ma c’è tanta gente che compra la carta stampata? —

“QUI SI ALLUDE A…”

■ Gli pare impossibile. Eppure è così; e, se non avete la bella abitudine di frequentar librerie, mettetevi per curiosità dinanzi alla vetrina d’una di esse, tenete d’occhio l’uscio. Sempre gruppi di osservatori, chini sui frontespizi o con le ciglia aguzzate; e, in certe ore, una vera folla che entra, che esce: signore, ragazzi, uomini gravi, vecchi, giovani, eleganti, straccioni.
■ Entrate, vi prego, magari con una scusa se siete timidi, e osservate. Ce n’è di tutte le specie: dall’ordinanza che presenta un biglietto su cui in elegante calligrafia di donna è scritto un titolo o un cognome, all’operaio che vuole un manuale tecnico; dalla giovane mamma che desidera un libro bello per il suo bimbo «tanto intelligente», all’elegante signora viziata dalla propria bellezza, la quale guarda distrattamente qua e là sul banco, in cerca di qualcosa che le dia emozioni nuove; dal ragazzo che ha raggranellato alla fine le lirette occorrenti per acquistare quel tal romanzo di avventure, al signore grave, con aurei occhiali, che chiede sottovoce un libro un po’… un po’…

“CARINO!”

■ M’accorgo che finite con l’occuparvi più del venditore che dei clienti, e avete ragione. Un vero libraio, degno della sua professione, è un essere ammirevole, con qualità eccezionali. Ha da trasformarsi in una specie di repertorio bibliografico vivente, dotato di una memoria da baraccone. Deve rammentare l’autore del più ignoto romanzo citato col solo titolo (e non sempre esatto), conoscere i migliori commenti dei classici, i vari studi critici sui principali autori, migliaia di manuali tecnici d’ogni specie, ricordare scrittori di teatro e i loro migliori lavori, ecc. ecc. Deve soprattutto esser fornito di molta comprensione e d’intuito. Per che fare? Per dar consigli ai clienti.
■ Non crediate che sia facile. Chi entra in una libreria non sempre è spinto da un’intenzione decisa: ha solo il desiderio generico di un libro che dia gioia alla sua anima o pascolo al suo cervello. Vuole un romanzo, ma non sa quale. Bisogna intuire il desiderio nascosto, indovinarne il gusto. Se si tratta di un cliente abituale, non c’è molta difficoltà; ma attenti a non deluderlo, se no si offenderebbe, e magari cambierebbe fornitore: certuni sono suscettibilissimi. Vi sono clienti che neppure entrano in negozio: telefonano da casa loro, o danno l’ordine una volta per sempre: «Mi mandi tutti i libri di storia che escono, quelli interessanti». Il libraio deve sapere quali riusciranno interessanti per lui, o per lei, se si tratta d’una cliente. Oppure: «Mi mandi tre romanzi moderni al mese». Guai a sbagliare. Romanzi ne escono a decine e centinaia; fra tanti, quali saranno i tre adatti ai gusti o al temperamento del cliente da accontentare?

“EDIZIONE LEMONNIER?”

■ Queste notizie mi sono fornite dal direttore di una tra le più belle e ricche e moderne librerie milanesi: da Cesare Branduani. Ecco un libraio giovane ma di grande esperienza, che si può dire ha cominciato da bambino e ha conservato fresco l’entusiasmo, unito oramai all’esperienza di un trentennio circa di vita in mezzo ai libri, ai bibliofili e ai bibliofobi…
— C’è chi si lascia guidare egli assicura e chi si offende di un suggerimento. Il cliente in genere è suscettibile, e diffida molto, anche perché spesso ha preso una… scottatura. D’altra parte, oggi, è disorientato dalla grande e troppo varia produzione.
— Quali sono i clienti più difficili?
La risposta di Branduani è fulminea: la donna. — Servire una donna, signora o signorina, è un problema. Se poi sono due, anziché una sola, è terribile (specie se sono belle)… L’una contraddice l’altra. Il meglio è lasciar fare a loro: ammucchiare sul tavolo le novità, e allontanarsi.
— È vero che in generale il pubblico vuole romanzi stranieri?
■ Non riesco ad avere risposta, perché il mio interlocutore è dovuto scappar via, chiamato contemporaneamente da due, tre commessi.
■ Sono le undici del mattino, e il movimento si fa sempre più intenso. Fino ad ora, pochi e sparsi avventori: la camerista col solito bigliettino della pigra padrona, il vecchio professore a riposo, che è di casa e gira per conto suo, senza comprare, qualche signora mattiniera che ha accompagnato il figliuolo a scuola e viene in cerca di un testo o di un libro di lettura. Le grandi dame arrivano alle undici e mezzo, l’ora del passeggio elegante. Ma anche queste conoscono i segreti del banco e degli scaffali: circolano liberamente, aprono, leggono, si siedono, e spesse volte non se ne vanno fino all’ora di colazione, quando l’autista si presenta ad avvertire che è di ritorno con la macchina. Lo stesso autista si carica sul braccio i due, tre, e talvolta più volumi messi da parte frattanto.

“NOVITÀ”

■ È questa l’ora in cui potete sperare di riprendere sul serio la conversazione interrotta col direttore.
— Non è vero che il pubblico non vuole romanzi italiani — risponde allora, finalmente, «ritornando al primo detto». — In generale, la richiesta è: «Mi dia un bel romanzo», e basta. Siamo noi che non ci sentiamo sempre in coscienza di consigliare l’ultima novità italiana, specie conoscendo quello che occorre al cliente. Potrei farle un elenco di scrittori nostri che piacciono, e si vendono.
— Lo faccia.
— No, perché recherei torto ad altri, che pure hanno valore ma non vanno. E non creda che si tratti sempre di scrittori dozzinali; anzi il pubblico vuole libri sostanziosi. Il fu Mattia Pascal di Pirandello è andato a ruba. Ora va enormemente Sessanta di Ojetti. Ha una fascetta che è un capolavoro.
— A proposito, le fascette vistose aiutano la vendita di un libro?
— Hanno stancato, ormai; non servono quasi più. Come non serve la critica, se l’articolo non ha una buona firma, e non è tutto dedicato ad un solo libro. Certi libri si vendono moltissimo, senza che i giornali ne parlino.
■ Chiedo se molti colleghi frequentano la libreria; mi risponde che, più o meno, ci passano quasi tutti, ma di rado, e non si fermano.
— Noi librai saremmo felici se si rinnovassero gli antichi convegni di scrittori; dalla loro conversazione impareremmo molto. Ma che vuole? la vita d’oggi non lo consente; e poi giudichi lei. Dalla mattina alla sera non c’è quasi un momento di sosta, tranne quest’ora in cui il pubblico va a colazione. Ma fra poco si ricomincia, e di corsa: il pubblico che deve recarsi al lavoro e ha bisogno d’un certo libro; poi, subito dopo, gran movimento di gente molto varia, tra cui il provinciale ricco, che viene a Milano con l’idea di prendere quel tal volume. Ne ha sentito parlare. Basta perdercisi un po’, e finisce con l’acquistarne… una mezza dozzina. C’è anche la signora di classe, che prima del tè acquista un romanzo, una commedia: perché anche i libri di teatro vanno molto. Ancora si vendono Giacosa, Niccodemi, oltre ai vivi. Alcuni lavori che hanno successo sono richiesti a dozzine e dozzine di copie.

“LATTE O LIMONE?”

■ «Dalle 6 alle 7 e mezzo, ancora, una vera folla: l’artigiano, l’impiegato che esce dall’ufficio, l’avvocato, l’ingegnere, il medico: tutta gente che ama la lettura e che non ha altro momento da sostare in libreria. Il sabato, poi, nel pomeriggio è una babilonia, un lavoro ininterrotto di cinque ore, fino alla chiusura. Tutte le novità della settimana, di cui i giornali hanno parlato, ce le sentiamo richiedere il sabato: da tutti coloro che di solito sono al lavoro. Naturalmente vengono anche gli operai, a cercare i libri tecnici. Il sabato fascista è stata una manna per l’editoria, e… una gran fatica per noialtri!»


— Creda, — conclude Branduani — il nostro è il più bel mestiere del mondo.
■ Dello stesso avviso sono gli altri librai milanesi che conosco ed ammiro: poiché bisogna dire che sono pieni tutti di esperienza e di acume. Un negozio di carta stampata, specie nel cuore d’una grande città, non resiste e non prospera se non è animato dalla presenza di un venditore che sia, nel suo campo, un artista. E ancora, tra i vecchi amatori del libro, a Milano, è viva la memoria (e il rimpianto) del grande Brioschi, a cui il Corriere della Sera dedicò nel 1919 un commosso necrologio. Chi non s’è, poco fa, rammaricato della scomparsa del buon Brugnatelli?
■ Ma qui volevamo parlare dei gusti del pubblico; e aggiungeremo che essi non si fermano alle opere di amena letteratura. Anche i volumi di storia, quelli — avidamente richiesti — di scienza volgarizzata, e perfino le raccolte di saggi critici, hanno fortuna. Ciò che non va sono i nomi nuovi, le firme sconosciute; e purtroppo anche gli scrittori di tipo troppo letterario, che pure i giornali tengono in alto e i colleghi apprezzano sopra tutti. Li cercano quasi solo gli studenti, i giovani con aspirazione alla gloria poetica.

“PRENOTAZIONI”

■ «Il mio cliente, in genere — mi conferma il bravo libraio Arcidiacono — diffida delle opere uscite evidentemente a spese dell’autore. Se ne accorge benissimo; al fiuto». E la fine signora Casiroli: «Un mio cliente sfoglia un libro e sa subito che cosa pensarne… Ma se è di un tizio qualunque, di cui non ha mai sentito parlare, non lo apre nemmeno. Ci si meraviglia che opere straniere, o classiche, vendute a due lire sulle bancarelle, hanno raggiunto enormi cifre di tiratura: è perché il nome dell’autore, o il titolo, era conosciutissimo. A forza di sentirlo ripetere, il pubblico finisce col voler sapere di che si tratta».
■ L’autorevole Alfieri, nel suo tradizionale negozio di Galleria, è meno scettico sulla diffidenza del pubblico verso i nuovi scrittori; ma tutti sono d’accordo in una cosa, anzi in due. Primo: che i libri a due lire non disturbano la vendita di quelli a dieci o dodici, poiché si tratta di zone completamente diverse di pubblico; l’importante è che si vieti sul serio alle «bancarelle» di lasciare la periferia e invadere il centro. Ciò può esser di danno anche alla cultura, inquinando il pubblico migliore, ancora affezionato al bel libro, ben stampato, da conservare con un certo orgoglio. Secondo: che, nonostante il successo delle opere di scienza, di storia volgarizzata e simili, il pubblico ama ancora il romanzo. La letteratura amena ha tutt’altro che finito il suo tempo; sia italiana o straniera. Tutto sta nel dare al pubblico bei romanzi, che lo interessino, soddisfino la sua sete di emozione e di esperienza, la sua curiosità del mondo e della vita.

“SALTANO LE FASCETTE”

■ Della psicologia dei lettori malati d’esterofilia, e in genere «squisiti», decadenti, parlò una volta uno che li conosce bene, per essere stato a capo di un circolo letterario, Enzo Ferrieri, e le sue note erano spassosissime.
■ Tipo caratteristico, mi ricordo, il ricercatore dell’ultima novità, colui che non legge se non il libro più nuovo — qualunque sia —, per poter dire agli amici e alle amiche che già lo conosce. «È il lettore o la lettrice che arriva in una biblioteca, dove migliaia di volumi ben ordinati chiudono tutti i doni dei poeti e dei grandi, e vi dice con la più totale incoscienza: — Io non trovo niente da leggere; ho già letto tutto. — La guardate. — Ma lei mi spaventa! Eppure non è possibile… — Vi armate di un angelico sorriso e riuscite a persuaderla che quasi nessuno di tanti bei libri allineati è entrato a far parte del suo spirito ben nato. Macché. I libri che non sono usciti entro il mese, non sono libri. Vale più un asino vivo che un Verga morto!».
■ Quante volte Ferrieri s’è sentito rivolgere, come qualunque commesso, la domanda di rito: «Vorrei un libro, ma non so neppur io quale, purché non sia noioso».
■ E qui ritornano in ballo la psicologia, il tatto, l’intelligenza dell’offerente. Noioso? Il terribile è sapere quale libro sia dilettevole per quell’anima santa. La noia ha infiniti gradi; va dallo sbadiglio dello sciocco al grido d’un Leopardi:

amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango il mondo