La Donna (20 luglio 1915)

Estratti da “La Donna”, Anno XI, N. 254, 20 Luglio 1915.

“BOLLETTINO QUINDICINALE ILLUSTRATO DELL’OPERA FEMMINILE ITALIANA PER LA GUERRA”

“IN COPERTINA: L’OPERA DI SOCCORSO PEI BAMBINI (ALA MATERNA) DEL COMITATO DI PREPARAZIONE MILANESE. (Fot. Paredi. Milano)
IL NOBILE ESEMPIO DI MILANO E IL CONTRIBUTO D’OPERA FEMMINILE.”

[Vennero pubblicati sullo stesso numero del periodico anche questi due articoli che avevo riproposto in precedenza. Link esterni alla pagina.
La preparazione e assistenza civile a Milano
Comitato Femminile Romano – Le donne-fattorini sui trams a Roma]


DONNA bollettino di guerra

“■ La trasformazione di Donna va incontrando settimana per settimana il gradimento del nostro pubblico e l’appello da noi lanciato a tutte le nostre amiche e lettrici di diventare collaboratrici del nostro giornale, inviandoci notizie o fotografie di avvenimenti inerenti alla guerra e all’opera femminile in Italia, ha ogni giorno conferma di offerte sempre maggiori e oltremodo lusinghiere. Anzi, la risposta è così abbondante che Donna deve scusarsi con molte delle amiche sue se non può pubblicare tutte le corrispondenze ricevute né tener conto di tutte le fotografie.
■ Qualcuna delle notizie che non possono essere pubblicate in un numero potranno comparire in un numero successivo, raggruppate con altre affini, desiderando appunto presentare l’attività femminile in Italia per la guerra, divisa in capitoli, in modo che più evidente ne risulti l’importanza e sia più facile il collegamento e l’aiuto delle varie iniziative tra di loro.
■ Non essendo sempre possibile presentare le singole opere ricorriamo ben volentieri ad articoli riassuntivi, come quelli che compaiono in questo numero, relativi alla vasta organizzazione femminile di Milano e di Reggio Emilia, delle quali sono gran parte le due valorose scrittrici degli articoli.
■ A qualcuna delle amiche nostre che ci scrive chiedendoci se Donna ha definitivamente rinunciato al suo antico programma e se le sue lettrici dovranno provvedersi di qualche giornale per avere delle notizie di Moda o qualche figurino, sia pure in misura modesta e rispondenti cioè allo stato della guerra (ma pur sempre necessari), Donna risponde che pur ispirando il suo indirizzo ai gravi doveri che incombono alle donne e alle fanciulle d’Italia in questa suprema prova della patria nostra, non dimentica uno dei cardini di tutto il suo passato e cioè che si può lavorare seriamente per la patria in uno qualunque dei campi pratici di attività aperti all’opera muliebre, senza per questo dimenticare di essere donna.
■ Ecco perché anche a rassicurare qualcuna delle amiche nostre che maggiormente risente la mancanza delle consuete rubriche femminili di Donna, noi annunciamo che per il prossimo agosto riprenderemo, sia pure in misura assai modesta e con spazio limitato, la rubrica della Moda, dando consigli adatti per la circostanza e riprendendo la pubblicazione di modelli e figurini.
■ Sotto questo nuovo aspetto Donna può avere un numero ancor maggiore di amiche, e noi ci raccomandiamo a tutte le lettrici ed abbonate nostre perché non si stanchino di far conoscere e di raccomandare la lettura di Donna a tutte le italiane, potendo essere di speciale interesse in questi mo- menti, dato il suo nuovo indirizzo.
■ Ricordiamo a tutte le nostre amiche, perché lo ricordino alle loro, che l’abbonamento a Donna si può prendere in qualunque data: costa L. 12 per un anno, L. 6 per sei mesi, estero L. 17,50 e L. 9.”


Ufficio di domande ed offerte di DONNA

” ■ Come le nostre lettrici sanno Donna ha aperto nella sua Direzione un ufficio di domande e offerte per l’opera femminile.
■ In questo ufficio si vanno accogliendo offerte che ci giungono da ogni parte d’Italia di volonterose nostre lettrici che si dicono disposte a dare il loro contributo o a secondare qualcuna delle molteplici iniziative femminili, mentre d’altro canto raccogliamo le domande dei diversi Comitati per segnalarle alle nostre lettrici.
■ A questo proposito dobbiamo rinnovare qui dei ringraziamenti a tutte le nostre amiche che continuano ad inviarci immagini sacre e medaglie per i cappellani dell’esercito, parecchie centinaia di questi oggetti vivamente graditi dai nostri soldati si sono venuti raccogliendo dopo il primo invio e attendiamo la propizia occasione per farne un secondo.
■ Per quanto riguarda l’invio di doni al fronte continua ad essere lamentata, e parecchie lettrici ci hanno scritto in proposito, l’insufficienza del servizio postale; non solo la corrispondenza è difficile e ritardata, ma la spedizione di pacchi di oggetti ai soldati riesce difficilissima, e sarebbe davvero desiderabile che, sia pure mettendo istruzioni speciali, venisse fatta concessione ai diversi Comitati cittadini di ricevere pacchi per i soldati avendo facoltà di indirizzarli al loro destinatario. Il consegnare al commissariato militare migliaia e migliaia di pacchi senza indirizzi, pur avendo la conferma che essi giungono indubbiamente a destinazione, non è un incoraggiamento per l’offerta spontanea del pubblico che sarebbe assai accresciuta se ognuno avesse facoltà nel mandare l’offerta di L. 5, o nel consegnare un pacco di farlo indirizzare ad un campo, ad una compagnia o ad una persona da essi indicata. È questo un provvedimento che vivamente si richiede all’autorità superiore e su cui hanno già richiamato l’attenzione del Governo i maggiori giornali quotidiani a cui Donna unisce la sua voce.
■ Per intanto segnaliamo alle nostre lettrici la necessità di preparazione di oggetti di lana, sia perché la nostra guerra si svolge in una regione alpina, sia per previsione di una possibile continuazione della guerra nella stagione invernale.
■ Parecchie delle nostre lettrici (specialmente quelle abbonate in piccoli centri) ci chiedono come procurarsi delle provviste importanti di lana adatta per fare questi lavori. Donna indica qui alcuni stabilimenti di primaria importanza che fabbricano le lane adatte per questi lavori ed a cui le nostre lettrici possono rivolgersi per provviste importanti, mentre per i modelli sarà facile avere indicazioni dalle autorità militari delle rispettive città.
■ Ecco questi indirizzi: Manifatture Lane Borgosesia (Novara), Filatura di Grignasco (Novara).”


Lo stillicidio

” ■ Lotta magnifica e santa quella che si combatte dalla stampa e dai cittadini contro i propalatori di false notizie. Ma dietro a questi v’è un’altra categoria di persone che non si possono colpire legalmente, che non si possono tacitare con mezzi coercitivi perché vestono la loro parola di lagrime e di pietà. Eppure non sono meno funesti degli allarmisti, anzi a me pare ch’essi preparino ed integrino l’azione di questi. Incoscienti? Traditori? Io non so, ma so che essi vanno annoverati fra i peggiori nemici interni, poiché s’adoprano con tenacia instancabile a demoralizzare le donne colle arti della suggestione: ne accarezzano il dolore, svegliano nell’animo loro tristi presagi, le ubbriacano con visioni terrorizzanti, piangono o, meglio, fingono di piangere con chi piange. Non propalano notizie false, ma neppure le smentiscono.
■ Questi messeri non dicono parole grandi. Oh no! anzi mormorano parole assai semplici e modeste, ma appunto per questo riescono a farsi ascoltare. Sono sempre le parole piane, i ragionamenti semplicisti che trovano pronta accoglienza nella non complessa psiche femminile, specialmente fra le donne operaie che sono prive d’ogni coltura e non hanno l’abito alla discussione. C’è una madre che piange? Ecco subito pronte a confortarla (?) uno di questi compari che chiameremo, tanto per intenderci, i piagnoni. Dice: «Oh! poveretta, ha ragione! Come si fa a non piangere? Certi dolori, per comprenderli, bisogna provarli! Le hanno detto che deve mostrarsi forte? Ah si, eh? Dovrebbero provare coloro che parlano cosi! Le hanno detto che altre madri hanno saputo congedarsi dai figli col ciglio asciutto, fiere di pagare il loro doloroso contributo alla patria? Ma quelle sono esaltate!».
■ I soldari scrivono, dal fronte, lettere entusiastiche? «Eh già — commenta il piagnone — come potrebbero scrivere in altro modo se i superiori leggono le lettere? Poveri ragazzi, se potessero dire schiettamente ciò che hanno nel profondo del cuore…».
■ Avviso alla lettrice: i puntini non sono miei; i puntini, cioè le pause e le reticenze vanno annoverati fra i più saldi argomenti dei piagnoni, perché quelle pause e quelle reticenze possono essere riempite da chi ascolta, senza che il piagnone si comprometta a dire parole proibite. Mi spiego?
■ I giornali annunziano che le nostre perdite sono lievi? «Bene, bene. Speriamo che sia cosi, ma… la verità è in fondo al pozzo. C’è la censura pei giornali…».
■ Una sposa afferma con fierezza ch’ella non rinuncerà mai, se non davanti all’evidenza, di rivedere il suo diletto? Messer piagnone le fa i migliori auguri «benché i pericoli in guerra siano tanti… Si sa mai? uno sfugge alle palle… eppoi s’ammala di qualche malattia… ma… poi ci sono i gas asfissianti e altre cosette… ma!».
■ Un soldato scrive dall’ospedale ove trovasi ferito, ma non gravemente, ed esorta i suoi cari a farsi coraggio che presto sarà guarito? I famigliari sorridono fra le lagrime, osservando: «Se ha scritto proprio lui vuol dire che ha poco male». «Guardate un poco la data della lettera e confrontatela colla data cui risale la ferita. Vedete? sono passati varii giorni.. dunque… non hanno voluto che scrivesse prima… avranno avuto il loro scopo… ma non spaventatevi, sarà niente». Cosi, gesuiticamente, ragiona il piagnone.
■ Potrei moltiplicare gli esempi, ma ogni lettrice intelligente saprà comporne un mazzetto ogni giorno, poiché i piagnoni sono cosi petulanti che la loro voce risuona ovunque.
■ Però voglio raccontare l’ultimo casetto ch’è davvero bellino, bellino. Mio padre, che tiene l’ufficio di corrispondenza e d’informazioni dei soldati nel mio paese, era contentissimo perché aveva potuto sapere che un soldato, di cui mancavano notizie da un mese, era incolume. «Ebbene — sentenziò un piagnone che questa volta era una donna — se non è morto, se non è ferito, sarà prigioniero e non vorranno dirlo!!!».
■ L’irregolarità dell’arrivo della posta al fronte, irregolarità inevitabile nei primordi e che va lentamente scomparendo, è stata una bazza pei piagnoni. Gli episodi di valore, gli atti d’eroismo che noi leggiamo con un palpito d’orgoglio sconfinato, formano una fonte perenne di lagrime per questi signori. Essi, non so se per cecità o per malvolere, lasciano nell’ombra tutto quanto può essere ragione di compiacimento e mettono in rilievo solo la parte dolorosa di ogni eroismo compiuto dai nostri meravigliosi soldati. Incoscienza? Tradimento? L’uno e l’altra. C’è della gente in Italia che, non avendo compreso la grandezza dell’ora che volge, commenta i grandiosi avvenimenti odierni colla stessa leggerezza con cui commentava nel passato i piccoli casi della cronaca quotidiana. Bisogna destare e stimolare il senso della responsabilità. Bisogna far comprendere che in questo momento nessuna parola vien pronunciata invano, perché ogni parola lascia dietro di sé una propria scia di gioia o di dolore. Bisogna dimostrare come ogni frase incoraggiante aggiunga un piccolo filo alla trama della vittoria, poiché rinsalda i cuori femminili che debbono combattere l’altra battaglia che domani si convertirà, per molle donne, in calvario!
■ Incoscienza! Tradimento! ho detto. Tocca a noi, a noi che vogliamo e sappiamo, combattere assiduamente questi nemici terribili cui possono soggiacere tanti cuori muliebri. Abbiamo pronta sempre una parola di spregio per i traditori e cerchiamo di illuminare con propaganda assidua e tenace gli incoscienti. Nella guerra che combattono i nostri soldati c’è tanta poesia, tanta luce di bellezza; i nostri soldati sono fieri come leoni gentili come fanciulle; le cause che hanno spinto l’Italia nel conflitto sono sante; il popolo d’Italia è degno dei suoi nuovi destini. Esaltiamo tutte queste grandi cose affinché la luce della gloria illumini anche le menti più umili e riscaldi gli spiriti meno sicuri. Dolorosa e tragica è l’ora che volge, ma noi siamo orgogliose di essere presenti e partecipi al suo fato.

Luisa Draghi Martegani.


Il patriottismo degl’Italiani all’estero
“Sempre nel cor la Patria”

” ■ L’entusiasmo col quale gli italiani hanno accolto la dichiarazione di guerra all’Austria è indescrivibile. La Legazione d’Italia è affollata di richiamati che vogliono partire ad ogni costo e subito. A Buenos Ayres si calcola siano pronti per dare il loro sangue per la patria lontana ed adorata centomila uomini. L’entusiasmo parve giungere al parossismo quando si presentarono alcuni sacerdoti colla coccarda tricolore sull’abito talare, chiedendo d’essere arruolati nel R. Esercito. La folla li acclamò delirante e, secondo l’uso del paese, volle che uno di loro parlasse. Aderì il più giovane, un seminarista di vent’anni, Giovanni Movaldo (che partirà col permesso dell’arcivescovato), con queste parole: «Signori, l’Italia è di tutti gli italiani…». Ma non poté continuare perché da ogni parte si gridava: «Viva il Re! Viva la Patria! Vogliamo Trento e Trieste!».

“IL PIROSCAFO “GARIBALDI,, IMBARCA I PRIMI RICHIAMATI. GLI ULTIMI SALUTI.”

■ Chi ha assistito alla partenza del Garibaldi sente ancora nell’animo la commozione che fece cadere più d’una lagrima sui volti rugosi dei vecchi già avvezzi al dolore, e su quelli pallidi e gentili dei giovani. Il Garibaldi doveva partire verso mezzogiorno. Dalle sette del mattino una folla compatta aspettava sul molo Macie l’arrivo dei futuri soldati. Quando giunsero gli accordi della Marcia Reale li salutarono. Gli uomini si scoprirono riverenti, le signore sventolarono i fazzoletti, molte piangevano. Finalmente giunse il ministro plenipotenziario marchese Maestri Molinari, il quale, salito a bordo, pronunciò il seguente discorso:
«Quale rappresentante di S.M. il Re in questo nobile paese, dove sono ancor vivi i ricordi gloriosi di un eroe della nostra indipendenza, io vi porgo, anche a nome di questa collettività italiana, i più fervidi ed augurali saluti. Sotto l’alto e saggio comando del nostro augusto Sovrano, voi siete chiamati a compiere un’opera di redenzione; voi combatterete nel solo e generoso intento di liberare i fratelli oppressi dallo straniero. Alta la fronte, tranquilla la coscienza, vigile lo sguardo! La più completa vittoria vi attende. E quelle madri, quelle spose, quelle sorelle che ora trepidano per voi, fra qualche tempo ammireranno, commosse ed orgogliose, sul vostro petto la medaglia al valore militare. Nessuno di voi si preoccupi per la sorte di parenti che qui lasci: essi saranno sotto la efficace protezione del patrio Governo e delle collettività italiane. Tenete sempre fissa nella vostra mente la frase con la quale il nostro Re ha chiuso il suo recente nobile proclama, e cioè: «Soldati! A voi tocca il glorioso compito di issare la bandiera tricolore sopra le sacre terre che la natura segnò quali confini della Patria».
«Vittorio Emanuele III compirà degnamente l’opera del suo grande avo Vittorio Emanuele II. Viva il Re! Viva l’Italia !».

“S.E. LA M.SA DORA MAESTRI MOLINARI E LE DAME DEL COMITATO PRO-CROCE ROSSA ITALIANA.”

■ Queste brevi e vibranti parole del nostro Ministro destarono grande entusiasmo. Un baldo giovane prese quindi la parola: «Signori, sono figlio di genitori italiani e parto per compiere il mio dovere. Se non fossi di discendenza italiana partirei lo stesso, perché la causa che ha spinto l’Italia sul campo dell’onore è la causa santa di tutta l’umanità civile. Viva l’Italia! Viva l’Uruguay!».
■ Fu risposto: «Viva l’esercito! Buon viaggio! Ridateci Trento e Trieste! Addio! Addio!».
■ La Marcia Reale aveva salutato l’apparire dei richiamati, la Marsigliese ne salutò la partenza. Sul cassero di poppa sventolò una grande bandiera tricolore. Il marchese Molinari scese a terra in preda a una profonda commozione. Gli astanti lo acclamarono deliranti.
■ Intanto la nave maestosa prendeva il largo in rotta verso la Patria.

“VERSO LA PATRIA. IL “GARIBALDI” SALPA DAL PORTO DI MONTEVIDEO.”

■ Si raccolgono somme cospicue a beneficio della Croce Rossa. Si è costituito un Comitato di signore sotto la presidenza onoraria di S.E. la marchesa Dora Maestri Molinari, e la presidenza effettiva d’una nobile dama milanese, una dolce vegliarda che ricorda le nostre antiche gesta, la signora Giovanna Zanoletto in Pastori. Il dottor cav. Lebano delegato della Croce Rossa in Montevideo, spera di poter mandare mezzo milione di lire. Fu già inviato il primo vaglia telegrafico di centomila lire. Dovunque ferve il lavoro: le signore vanno a gara nel rendersi utili. Si stanno organizzando feste per venire in aiuto alle famiglie dei richiamati.

“NELLA LEGAZIONE D’ITALIA. — S.RE E S.NE ITALIANE ASCOLTANO IL PATRIOTTICO DISCORSO DEL CAV. FIOCCHI.”

■ Con animo riverente e commosso mando, a nome delle donne italiane residenti nell’Uruguay, un fraterno saluto a tutte le madri gloriose, sul capo delle quali aleggia lo spirito immortale delle donne eroiche del nostro Risorgimento.

Montevideo, giugno 1915.

Maria Pizzochero.


Da una zona di guerra

” ■ Ed eccomi accampata anch’io. Oh, non al fronte, no, ma in una zona di guerra, ai piedi di un forte, sul mare.
■ In faccia a me si stende l’azzurro vario e mutevole di un mare calmo, deserto, solcato soltanto da qualche vela bianca; all’orizzonte apparisce come onda gigantesca cristallizzata per non so quale miracolo, sollevandosi di tra una nebbiolina bianca e leggera, la gibbosa isola…., a destra e a sinistra due sproni montuosi limitano il golfo. Dietro ho il monte, ornato in basso da una vegetazione ricca e variopinta che imbalsama l’aria di profumi acuti: più in alto si stendono campi dorati di grano maturo ormai, al disopra un bosco di querci che deve essere delizioso d’ombre e di armonie (gli uccelli sono innumerevoli qui, e canori), il quale circonda e nasconde quello che è ora cervello cuore della regione — il forte.
■ Una noiosa influenza, lasciando strascichi anche più noiosi, mi ha cacciata da Firenze, mi ha spinta al mare, al mare ho raggiunto mio marito, ufficiale d’artiglieria (richiamato), e vivo un po’ alla militare. Dovevo infatti dormire in una branda nella stanzetta stessa di mio marito alla palazzina ufficiali, ma un ricco possidente di qui, mi ha offerto invece un buon letto in una camera che dà su un giardino fiorito a picco sul mare; un incanto. La mia piccina dorme in branda, e ci dorme benissimo, come nel suo lettino bianco di casa; sente anche lei che siamo in guerra.
■ Guerra, la grande, la terribile parola che suscita insieme i sentimenti più varii e disparati. Non se ne parla qui tra i soldati, ma la si sente lo stesso. La ricordano le sentinelle mute e inflessibili che sbarrano le stesse vie dei campi, la si legge sui volti sparuti delle poche donne di questo luogo quasi selvaggio, la ripete l’aria commossa dal lungo fischio dei treni militari.
■ Quando al di là di un piccolo ponte gettato sulla via ferrata per congiungere i versanti di due colline che si guardano, s’ode il sibilo di una locomotiva, un fremito ci scuote: è un treno militare. E allora tutti i soldati liberi si precipitano fuori dalla caserma, assiepano la via che domina la strada ferrata. La tromba del forte suona l’attenti, e l’aria tranquilla risuona di grida alte e di evviva.
■ I bravi ragazzi che ancora stringono tra le dita un fiore, una cartolina, ricordo dell’atto gentile che saluto la loro partenza o il loro passaggio dal grande centro vicino, e pensano alla casa lasciata, e affrettano col desiderio la corsa del treno, si scuotono, si affacciano ai finestrini, agitano fiori, bandiere, berretti, gettano ai fratelli un lieto «A rivederci». I fratelli maggiori rispondono con la voce e col gesto, poi restano lì intenti e muti a guardare il treno che s’allontana nella vallata. È nei loro cuori un pungente senso d’invidia pei più giovani che vanno a battersi, è più acuto in quei momenti il ricordo della casa lasciata, del viaggio silenzioso e triste, dell’ultimo bacio della moglie e dei figli che mal celavano le lagrime.
■ Perché qui ci sono soltanto dei richiamati della milizia territoriale, sono tutti uomini che hanno famiglia, che fino a poche settimane fa erano a capo di una casa, di un’azienda, che avevano un mestiere. Oh, come darebbero volentieri la loro vita alla patria, là sul campo dell’onore, tra il rullar del tamburo e il garrire della bandiera spiegata; ma il pensiero dei figli, degli affari interrotti d’un tratto, li assilla, li fa chinare il capo in triste atto di rinuncia, davanti ai compagni che passano, festosamente agitando il tricolore benedetto. Indubbiamente la vita del forte è noiosa, e qui è grave ancor più pel fatto che non vi sono paesi vicini, non case, non ville, e si invocherebbe la guerra, se non si pensasse che guerra qui in questo luogo significherebbe che i nemici avrebbero varcato gli antichi confini.
■ Ma che gioia potersi misurare col nemico, poter dare la loro voce ai cannoni che stan lì, giganti muti, nel forte, e attorno ai quali palpita e vive tanta bella energia!
■ L’ho sentito io pure l’altra sera, ho vibrato del loro desiderio, ho vissuto con loro — non so più se per un’ora, un anno, un minuto di questa voluttà.
■ Nella calma della notte nuvolosa e senza luna, su in vetta a un monte era apparsa una piccola luce. Altre luci intermittenti si eran viste sul mare. Segnali? La mattina si era saputo che nell’isola di rimpetto eran state trovate delle mine già pronte; un fremito corse per l’aria, le vedette dettero l’allarme, tutti furono ai loro posti, intenti, la fanteria usci col picchetto armato, giù a corsa verso riva. Si sparsero sulla spiaggia i nostri soldatini grigi, attenti, agili, cauti. Dalla finestra della camera li indovinavo, ombre nell’ombra, mentre frugavano la costa rocciosa, udivo i comandi brevi e concisi degli ufficiali, palpitavo anch’io ad ogni accendersi o spegnersi delle luci sospette, e fremevo di dover stare spettatrice inattiva. Fu un falso allarme: tardi, disillusi, di malumore, i fantaccini tornarono in caserma; al forte — come seppi poi — nessuno si rassegnava a tornarsene al riposo, tutti invidiavano le vedette e gli altri che vegliavano poiché non potevano persuadersi che non ci fosse proprio nulla, nemmeno un sottomarino o un areoplano o anche un semplice audace che tentasse qualche opera fraudolenta.
■ La guerra che oggi si combatte è indubbiamente popolare. Molti hanno avuto il padre, uno zio, il nonno, che combatterono nelle guerre dell’indipendenza, l’eco degli inni di Garibaldi e di Mameli, non è spenta nel cuore del popolo; vi sonnecchiò forse, ma oggi quell’eco ha ritrovata una voce.
■ L’ho sentita infatti questa voce possente librarsi nell’aria chiara, spandersi per la vallata muta, scendere al mare: alcuni soldati, musicanti, hanno portato su il loro istrumento e si è formato un corpo musicale in tutta regola. La sera, avanti la ritirata, si uniscono tutti davanti alla caserma, e i musicanti, disposti in cerchio salutano con le note delle trombe e dei clarini il giorno che muore. Nulla di più commovente di questo memento. Non ci son che soldati, io e la mia piccina siamo le sole eccezioni; è fra noi tutti un muto ma saldo legame, e nell’ora mesta del tramonto, quando tutto si dispone al riposo, e le sentinelle si cambiano, e il pensiero vola ai fratelli lontani pei quali il giorno che finisce avrà forse segnato una gloria novella, le note di quegli strumenti ha un significato più alto e più profondo.
■ E come rifiorisce con le armonie più care ai nostri cuori, il sentimento di patria e di fratellanza, così tornano alla mente episodii e aneddoti che forse cominciavano a scolorirsi nella memoria. C’è su al forte un marinaio, che ora si occupa dei grossi cani da guardia, 4 o 5 enormi maremmani, ferocissimi, sempre tenuti a catena, ai quali gli stessi soldati non si avvicinano mai troppo. Quest’uomo raccontò un giorno a mio marito, che una volta, a bordo di un vapore austriaco, ebbe a dire col capitano. Scesi a Trieste gli chiese:
«Se vien la guerra con l’Italia, combatterete voi?»
«Sicuro», rispose l’altro burbanzoso.
«Be’ spero che potremo aggiustare i conti allora».
■ Ma ora è qui, in zona di guerra, ma dove non si combatte, e freme pensando a quel capitano e a quella antica partita non ancora pareggiata. «Ma se me lo portan prigioniero qui, lo metto in una stanza con Mascherino e torno a vedere il giorno dopo…». Mascherino è il più feroce dei suoi cani.
■ La posta, quassù, arriva una volta al giorno, verso il tocco, e nel pomeriggio ci si comunicano le notizie. La camera di mio marito nella palazzina ufficiali, è spesso il ritrovo degli ufficiali che, chini su una grande carta dei confini seguono con commenti e compiacenza lo spostarsi delle bandierine tricolore. Più volte ho sorpreso gli sguardi pieni di desiderio di qualche soldato, e, quando ho potuto, l’ho chiamato, gli ho spiegato cosa significassero le bandierine, quale è il corso dell’Isonzo, quale la linea dei nostri confini naturali….. Quello se ne è andato felice a raccontare la cosa ai compagni.
■ Indubbiamente la mia venuta quassù è stata un avvenimento. Vedo gli sguardi di tutti questi uomini posarsi su di me con bontà e con invidia. Indovino la commozione di tanti cuori di babbi nelle lunghe occhiate che accompagnano la mia piccina quando corre, libera e felice incontro al suo «bibino», o si diverte a cogliere fiori, o giuoca con la rena giù al mare. Le passano accanto rispettosamente, ne studiano i movimenti, cercano di prevenirne i desiderii, se la credono stanca, o se la vedono alle prese con una salita un po’ erta o con gli scogli che sono in alcuni punti della riva, ecco che qualcuno accorre lesto lesto, la solleva, la porta sul sentiero buono. Io ringrazio, lamentandomi scherzosamente che me la viziano, lei si attacca loro con confidenza, con famigliarità, e loro se la stringono al cuore furtivamente, ma nel mio sguardo indovinano il mio pensiero, e però siamo amici.
■ A volte provo quasi rimorso di essere venuta qui, di costringere questi uomini ad assistere alla gioia del mio buon compagno, pel quale questa creaturina è il mondo, mentre essi pensano alle loro, lontane, nelle strettezze, nella difficoltà. Quando posso mi unisco ai soldati, parlo con loro, cerco di sapere di dove sono, se hanno moglie, figli, se la famiglia ha ricevuto il sussidio; essi mi rispondono con piacere, lieti di poter parlare delle persone care, lieti che io ne chieda. E però vengono a me, come ragazzi, con un po’ di soggezione e con desiderio. Il nostro attendente vuole che legga le lettere che scrive e quelle che riceve, vuole che anch’io scriva a sua moglie; tutti mi fan vedere la fotografia dei figli e della moglie, e poi si raccomandano a me per ottenere una licenza o un congedo. «Ma andate dal comandante, figlioli, io non posso nulla, e ora congedi non se ne dànno: siamo in zona di guerra!» Ché, loro non intendono ragioni: si affannano a spiegarmi che i loro interessi, il loro desiderio di babbi, la nostalgia per la casetta restata vuota e muta e dove si nascondono tanti piccoli e grandi sagrifici, li assilla qui nella solitudine del luogo quasi selvaggio, nelle lunghe ore di vedetta o di sentinella, nelle ore insonni delle notti afose. Io ascolto, cerco di consolarli, ma al comandante è inutile parlare: egli sa già tutte queste cose, deve pensare alla disciplina e al rispetto dei regolamenti, e provvede come può. Oh, la gioia di questi buoni figliuoli quando viene la breve licenza! uno, l’altro giorno, s’era dimenticato i denari, e correva giù con un amico e compaesano che gli ripeteva tutte le commissioni che doveva fare, perché chi va via anche solo per un giorno deve andare a trovare le famiglie di tutti i compaesani, deve sbrigare commissioni, ha l’incarico di portar su un po’ di roba per tutti. Un caporale, un omone grosso e alto correva loro dietro gridando: «I quattrini, Gino, i quattrini!» Si, quei due correvano sempre più forte nonostante il lungo nastro del binario si stendesse giù alla piana deserto e silenzioso per chilometri e chilometri. Anche il terzo attaccò una corsa fantastica pel sentiero attraverso un bel campo di grano maturo. Credo che abbia raggiunto gli altri due alla stazione.
■ Quando poi uno torna, è un altro avvenimento. Il pensiero dei compaesani lo ha seguito nel viaggio di andata, non lo ha lasciato durante la breve sosta, ne ha aspettato il ritorno con ansia. Uno almeno va alla stazione. L’amico torna, contento, carico di pacchi, pacchetti, involtini, con le tasche piene di lettere e di fotografie. Appena su, se è l’ora del riposo, ecco tutti gli interessati intorno a lui: brevi domande concitate, risposte affollate, lampeggi di occhi, tender di mani tremanti. In breve tutti sanno le notizie che ridomanderanno più tardi, le fotografie sono ammirate e passate di mano in mano, le lettere sono aperte e la lettura è spesso interrotta da commenti e da esclamazioni.
■ I pacchi sono aperti generalmente alla presenza di tutti, e c’è sempre un panierino di frutta o un piccolo cartoccio di legumi (cose che non si trovano quassù) per l’ufficiale di cui uno del gruppo è l’attendente. Buoni ragazzi! Domani ricomincieranno la loro vita di solitudine e di lavoro, col pensiero là, alla casetta rivista come in sogno per poche ore, con l’anima un po’ più tranquilla forse, per il ricordo recente di una carezza e di un bacio.
■ Qualche giorno fa un caporale guardava la nostra bambina.
— Ne hai anche tu? — domandò mio marito.
— Signor tenente, ne ho sei, e li adoro, ma guardi un po’ — e qui gli occhi si inumidirono — i primi cinque li vedo, l’ultimo mi pare di non ricordarlo più. Eppure è mio, e lo adoro come gli altri, ma non lo vedo… e che tormento, signor tenente!
■ Non so se sia andato in licenza; certo, bisogna far tacere il cuore dell’uomo ed essere soldati, se no ci sarebbe da commettere qualche grosso errore.
■ Fatto è che la condizione dei nostri soldati qui — e in tutte le altre zone di guerra dove per altro ancora non si combatte — è assai penosa.
■ Sul fronte i nostri soldatini bigi, agili e magnifici di impeto, sono eroi ai quali plaude l’Italia intera; al loro passaggio si tendono le mani femminili offrendo doni e fiori; qui essi sono dei dimenticati che soffrono per la patria, che a lei offrono quotidianamente il martirio del cuore, il tormento, del pensiero. Chi dona la vita sul campo dimentica tutto, qui, invece, si dona tutto, senza il conforto di poter dimenticare. È doloroso.
■ Donne d’Italia, che in questo momento compiendo la missione a voi propria portate il sorriso dell’anima vostra gentile a tanti che soffrono, pensate per un momento a questi soldati della vostra terra, a questi richiamati chiusi nei forti, lontani dai centri abitati, cui è mancato il saluto di un popolo plaudente, cui pare che manchi lo stesso ricordo della nazione.
■ E ogni tanto una delle casse dove voi rinchiudete leccornie, sigari, cartoline, oggetti di prima necessità e piccole cose superflue che fanno tanto bene, mandatele ai varii forti dove aspettano i babbi che darebbero senza esitare la loro vita per l’Italia che si redime, e che soffrono invece come per lenta agonia.
■ Aspetto una risposta, sorelle d’Italia, sorelle delle città e delle borgate disperse, voi tutte che trepidate per un vostro caro che combatte, voi che date la vostra attività a questa Italia ridestata, e se la mia parola non è vana, ricordatevi dei nostri richiamati, dei segregati nei forti. Le spose lontane, i bimbi che ad ogni ora chiedono del babbo rendendo più acerbo il dolore della madre, sentiranno anche una volta afforzato il vincolo che unisce in questo momento tutti i figli di questa nostra terra benedetta, e voi avrete compiuta una buona opera di più.

Teresina G. Campani Bagnoli.


Ristoro ai soldati malati e feriti di passaggio alle stazioni
L’opera della Federazione Piemontese del Consiglio Nazionale delle donne italiane a Torino

” ■ Il treno-ospedale della Croce Rossa giungeva lentamente sul binario fino al limite estremo della tettoia che separa lo spazio fra il treno e le carrozze della tramvia. Gli ufficiali addetti al servizio, i soldati portabarelle, il gruppo di signore della Federazione piemontese, ognuno al suo posto, attendevano silenziosi quel treno-ospedale, il secondo che arrivava nella nostra città, il quale portava 120 soldati reduci dal fronte, alcuni feriti, altri ammalati, i quali sarebbero stati trasportati all’ospedale militare.
■ Era di notte e una notte buia e piovigginosa: un gran riflettore proiettava un fascio di luce sul luogo dello scarico.
■ — Non si muovano finchè lo diro io — aveva comandato l’ufficiale sanitario, e il gruppo di signore, disciplinate come soldati, unite intorno ai carrelli, che portavano le bevande da distribuirsi, caffè latte, aranciate fresche, attendevano che, operato lo scarico dal treno-ospedale alle carrozze della tramvia, avessero dal sanitario il permesso della distribuzione.
■ Il momento è solenne. Sono i primi feriti che giungono: alcuni sono portati sulle barelle con amorosa precauzione: altri camminano da sé, sorretti alle braccia, qualcuno è portato in braccio addirittura da qualche soldato atleta, che lo stringe al seno come fa una madre colla sua creatura: altri vanno da soli e sono i più: malati convalescenti che finiranno la loro cura a Torino. Nessuno parla, pulsa all’unissono il cuore di tutti dinanzi a quella realtà della guerra; vibra in tutti un sentimento d’orgoglio e di riverenza per quei prodi. Foss’anche il più rozzo, è superiore a noi; egli ha difeso le nostre sostanze, la nostra famiglia, il nostro paese, tutto ciò che è patrimonio secolare d’Italia è che deve per giustizia essere italiano… Onore a lui, onore al soldato d’Italia !…

“SIG.RE VIGLINO — MISS WALL — SIG.NA L. MARENCO — G. PARVIS — M. COMANDONA — BERTOLINI — BORGNA — RIVA — DE BENEDETTI CARSANETI — CHIANTELASSA — COLONN. CUSANI — SIG.RA BERNOCCO — SIG.NA F. VIGLINO — SIG.RE MARIA — RASTALDI — BETTINA ROSTAIN — FRANCA SCOTTI — CLELIA SINIGAGLIA — ELENA SEGRE. (Fot. A. Viglino).”

■ In poco più di un’ora le carrozze della tramvia hanno accolto il sacro carico.
■ — Avanti, signore — dice il sanitario, e queste a due a due passano lungo le carrozze e fanno la distribuzione a chi viene loro indicato. Le tendine sono abbassate, ma qua e là qualche faccia si sporge, qualche braccio s’avanza… «Sorella, a me»… Chi era? L’accento lo diceva veneto, ma che importa la regione? Era un soldato.
■ Quel nome dolce di sorella è sceso nell’intimo dell’anima femminile che corre, mesce, dà col cuore gonfio di gioia per quella missione fraterna…

“SIG.RE LOROPIANO — GILARDI — CHIANTELASSA — BERNOCCO FAVA — PARVIS — VIGLINO — CONTESSINA SICCARDI.
SEDUTE: SIG.NA VIGLINO — B.SSA MARAZIO — CONTESSINA VIOTTI. (Fot. A. Viglino).”

■ Bisogna talvolta frenare l’ardore di quelle creature di bontà. Qualcuna è figlia, moglie, vedova di un ufficiale; ha essa stessa il marito e i figli al fronte, e mentre stende la tazza di caffè, di latte, che il soldato avidamente beve, pensa che forse un’altra madre farà lo stesso verso il figlio suo questo scambio di pensieri e di offerte è un balsamo a chi dà e a chi riceve e l’anima si consola, la sublime pietà si raffina, la comunanza dell’anima italiana si fa più tenace e più salda…
■ Quando tutte le carrozze sono al completo e la distribuzione è finita, lentamente si muovono: i soldati ringraziano, le signore ringraziano e da una parte e dall’altra è un «evviva all’esercito e all’Italia».

***

■ Il Comitato «Ristoro ai soldati, malati e feriti, in stazione» sorto coll’approvazione dell’autorità militare sanitaria di Torino, ebbe poi la sanzione ufficiale dal Ministero della Guerra. Il Comando militare e la Commissione militare di linea tengono al corrente la presidente del Comitato dell’arrivo dei treni, del numero di soldati che arrivano. Alla stazione di smistamento, dove si opera lo scarico, l’autorità militare e il capo stazione cav. Bozzoli, con grande cortesia misero a disposizione del Comitato un bagagliaio rimesso a nuovo. Là sono allogate benissimo: hanno la loro dispensa, il loro spogliatoio e se pur nei pomeriggi estivi vi sentono un po’ di caldo, il disagio è nulla, la soddisfazione dell’opera compensa ad usura.
■ Fornitori gentili hanno regalato acque sterilizzate: Sansoni e Paissa; la ditta Martini e Rossi regalò bottiglie di marsala, di cognac, di sciroppi; altri regalarono caffè, zucchero, caramelle, cartoline. La ditta Durio regalò i carrelli e imprestò una ghiacciaia. Le signore del Comitato gareggiarono nel provvedere l’indispensabile e Ginori e Beltrami cooperano nel fornire caraffe e bicchieri. In breve quel bagagliaio si trasformò in una specie di salotto dove, finita la distribuzione le signore, svestita la lunga tonaca chiara, si fanno vedere a vicenda le cartoline che i soldati hanno scritto sul carrozzone del tram e consegnate ad esse per impostare. Ché questa è la parte morale e simpatica aggiunta all’altra; la comunicazione ai parenti lontani di quei giovani sposi, di quei figli, di quei fratelli che sopratutto pensano a rassicurare le famiglie lontane che sono salvi. E il ferito che non può scrivere e prega la signora di farlo per lui, ha cura di aggiungere subito: «Dica che sono ferito leggermente e che presto sarò guarito».

“SIG.RE BERNOCCO FAVA PARVIS — CHIANTELASSA — SIG.NA GATTA — SIG.RE VINEA — MARTINOTTI — MORINO — SCOTT COPPERI — FACCIO — GIORDANO VIGLIANI — VIGLINO. (Fot. A. Viglino).”

■ E pensano alla serenità, al coraggio di quei prodi giovani; non una parola che non sia di speranza, di fervore, di fede nella buona sorte dell’armi: quegli alpini sono magnifici, quegli artiglieri sono sublimi, tutti, tutti quei soldati sanno fare e fanno valorosamente il loro dovere. Dove sono i dubbi, le titubanze, le paure, dove sono le polemiche, le apprensioni? Tutto è scomparso la vista di quei forti ha ridato la fede e una sola è l’idea: la vittoria.

***

■ Cinque sono i gruppi o squadre guidati ognuno da una capo-squadra:
Gruppo Paola Belmondo-Armissoglio, con le signore: Ester Armissoglio, Elena Plucker-Casana, Elisabetta Fano-Torelli, Amalia Massaria Paganelli Zicavo, Gariazzo-Calcagno, Emma Sordi, Clara Arbarello-Nicola, contessa di S. Bonifacio, Marchese Giuseppina, Biazzi Licinia, Bossi Rita, Perret Maria.
Gruppo contessa Belli di Carpenea Margherita, colle signore: contessa Garelli di Monale, baronessa Maria Manno Cordero di Vonzo, signorina Pesati, donna Emma Bellati-Marciandi, contessa Brunenghi dei marchesi Salvago, Lina Bertolè-Viale-Ollivieri, contessa Ferria Contin, Sofia Borelli-Rolando, prof.e Anna Casalegno, Sandra Piumati, Piovano Carolina.
Gruppo Lydia Martinotti-Nasi, colle signore: Maria Vigliani-Govean, Scott-Copperi, Maria Morini-Marenco, Ines Vinea-Mariannini, Emma Giordano Gozzano, Maria Gatta, Virginia Faccio, dottoressa Fernanda Troiani, Evangelina Longo, Laura Sola, Enrichetta Parrocchia.
Gruppo Olga De-Benedetti Carpanetti, colle signore Franca-Scotti, Bettina Rostain, Bertolini M. Luisa, Adriana Coen-Rocca, Maria Camandona, Clemenza Borgna, Camilla Riva-Casanova, Lucina Wall, Luisa Marenco, Elena Segre Zamorani, Clelia Sinigaglia-Zamorani, Giulia Parvis.
Gruppo Clementina Chiantelassa-Dardana, colle signore: Lola Bottero, baronessa Giuseppina Marazio, Maria Gilardi, Garbagnati-Maragliano, contessa Maria Della Chiesa, Gea Barosi, Camilla Viglino, Fede Viglino, Loro-Piana, Giuseppina Siccardi, contessa Amalia Trotti.
Presidente del Comitato Giulia Bernocco Fava Parvis.
■ Fin dal 1° giugno, al primo arrivo del treno ospedale, il Comitato si trovava, organizzato, al suo posto.
■ Il 6 giugno la contessa Gabriella Spalletti-Rasponi, presidente del Consiglio Nazionale delle donne italiane a Roma, accoglieva la proposta della principessa Sonnino-Colonna di formare un Comitato centrale a Roma per posti di conforto e ristoro a soldati malati e feriti di passaggio nelle stazioni, autorizzati e sussidiati dal Ministero della Guerra e scriveva alla presidente della Federazione piemontese a Torino di costituirvi il Comitato. Questa rispondeva, lieta d’aver prevenuta l’idea e annunziando che il Comitato già funzionava. Mandava a Roma i nomi delle componenti le squadre e ne riceveva una tessera per ognuna, firmata dall’Ipettore capo della Sanità, generale L. Sforza e dalla presidente del Comitato centrale, insieme colle lettere ufficiali che fissavano il sussidio mensile e autorizzavano il Comitato della Federazione piemontese a proseguire l’opera iniziata alle due stazioni: Porta Nuova e Torino Dora.
■ Ma a quest’ultima stazione finora l’opera nostra non fu richiesta. A Porta Nuova invece, oltre all’arrivo dei treni-ospedali, affluiscono dai varii treni in arrivo da Milano e da Bologna, soldati malati convalescenti che vanno in breve licenza a casa o ritornano al distretto e a questi, specie, si rivolse l’opera sollecita del Ministero della Guerra, che servendosi dei Comitati delle signore, scelte con saviezza e con prudenza, pensava di accoppiare l’opera gentile dell’anima muliebre al ristoro materiale di cui potevano aver bisogno. E dal 1° luglio il Comitato completa l’opera sua dando ristoro ai malati convalescenti di passaggio alla stazione.
■ Un apposito regolamento, giunto da Roma e firmato da tutte le capo-squadra, disciplina l’opera collettiva e individuale.

***

■ Il locale non è elegante, ma comodo: ce lo fornì cortesemente il cav. Girard della ditta Gondrand nello stesso stanzone della dogana, intanto che l’autorità militare d’accordo colla Croce Rossa, colla quale si opera in perfetta comunanza di idee e di desideri, avrà allestito un locale apposito.
■ I soldati che giungono così, alla spicciolata, vanno al posto di soccorso della Croce Rossa dove il sanitario li visita e indica alle signore quanto può occorrere al loro appetito e al loro ventricolo.
■ L’uno e l’altro bene spesso sono acuti e un po’ flosci e un buon pranzetto, che il ristorante Molinari fornisce a un prezzo modesto già pattuito dal consigliere signor Maschio (che già aveva avuto l’ottima idea di nutrire questi soldati di passaggio) è gradito e gustato assai.
■ A questi soldati si forniscono cartoline, opuscoli patriottici, che gradiscono e leggono. Talvolta, dopo il pranzo, se il sanitario lo permette, una sigaretta completa la digestione e prima di ripartire dimostrano la loro riconoscenza con parole semplici e schiette. Soprattutto sono sempre sereni, lieti ugualmente se vanno in famiglia o ritornano al reggimento.
■ Non una parola men che corretta e gentile uscì mai da quelle bocche: sentono che le signore che le servono sono liete di farlo, come un dovere che compiono verso chi combatte per la salvezza e l’onore della patria.
■ Un giorno passò un soldato piemontese che già aveva combattuto nella legione garibaldina alle Argonne; scoppiata la guerra in Italia era corso ad arruolarsi. Egli mostrava con orgoglio un pezzo di giornale in cui era narrato di un suo atto di valore in Francia e sperava, ritornando al fronte, dopo una breve convalescenza a casa sua, di distinguersi altrettanto sulle nostre trincee. E diceva tutto ciò con convinzione semplice e commovente.
■ Il regolamento prescrive la massima discrezione e riservatezza con quei soldati di passaggio e tutte vi ubbidiscono, nessuna domanda indiscreta mai, soltanto l’incoraggiamento, il plauso, il saluto fraterno al soldato italiano che passa…

G. Bernocco Fava Parvis.


Un’opera femminile silenziosa e benefica
Il laboratorio di Santa Caterina dell’Unione delle Donne Cattoliche a Torino.

” ■ Non sarà certo facile il compito dello storico futuro che vorrà riassumere le infinite diramazioni dell’opera femminile in questo periodo di guerra, sopratutto nella nostra città, anche perché molte di queste opere e sopratutto quelle che non si rivolgono alle sottoscrizioni pubbliche, amano circondare la loro esistenza d’un discreto silenzio.
■ Accade così qualche volta che anche per chi, come Donna, vive nella corrente viva della vita femminile torinese da molti anni, si presentino impensate rivelazioni e occorrano dei piccoli viaggi di scoperta per poter conoscere e quindi far conoscere al pubblico delle sue lettrici delle istituzioni che ne sono degne.
■ Una fra queste è il Laboratorio di Santa Caterina, promosso dall’Unione delle Donne Cattoliche, installatosi modestamente e silenziosamente in un pianterreno di via Plana e che già dall’ottobre, allorché la minaccia della guerra era ancora lontana, ma la disoccupazione e la miseria già era giunta, ha incominciato la sua opera buona.
■ Naturalmente l’inizio fu assai modesto e le piccole sale accoglievano appena poche operaie ai lavori fissi mentre a poche dozzine erano limitate quelle che venivano settimanalmente a prendere e a portare lavoro ultimato.
■ Ma il principio di aiutare sopratutto quelle donne e quelle fanciulle per le quali la crisi generale della guerra creava difficoltà e necessità di lavoro, la disoccupazione in altri stabilimenti, era troppo buono perché non dovesse dare prontamente frutti più cospicui e sopratutto il principio di assistenza materiale e morale che l’opera si proponeva era troppo buono ed affidato a persone degne di ogni fiducia perché l’opera non fosse prontamente secondata dagli enti pubblici, come il Municipio, le Opere Pie di San Paolo, la Società dell’acqua potabile, e molte Ditte e Signore non concorressero con offerte di macchine o in danaro ad aiutare il funzionamento di questa opera generosa.

“LE OPERAIE INTERNE DEL LABORATORIO DI SANTA CATERINA.”

■ Il Laboratorio si è occupato fin dall’ottobre della confezione di abiti militari ottenendo dal magazzeno degli opifici militari di Torino prima del lavoro da completare, poi la materia prima da tagliare e confezionare completamente i vestiti delle varie armi, così da veder crescere l’importanza della sua produzione fino a raggiungere i 3500 e 4000 capi di vestito alla settimana.
■ Nel Laboratorio sono occupate in giornata una quarantina di ragazze e oltre 300 sono le lavoratrici che vengono a prendere e a riportare lavoro.
■ Le interne guadagnano dalle 4 alle 4,50 al giorno e quelle che lavorano a casa possono arrivare fino a guadagnare 40-50 lire settimanali, giacché le buone Dame che presiedono l’Opera hanno ottenuto dall’Opificio Militare le forniture alle stesse condizioni della concorrenza privata e lasciano a completo beneficio delle operaie ogni margine di compenso.
■ Ci raccontava una delle Dame più operose che l’utilità di questa Opera va non solamente a beneficio di ogni operaia disoccupata (presso le quali il Laboratorio esercita un ascendente morale mettendo a loro disposizione gratuitamente il dottore per visite mediche), ma sia di grande giovamento a molte persone della media classe, a quelle cioè che più risentono della grande crisi che attraversa il Paese senza avere la possibilità di ricevere soccorsi per la loro condizione.

“IL RICEVIMENTO DEGLI ABITI CONFEZIONATI.”

■ «Spesso sono figlie di alti funzionari, di ufficiali rimaste orfane, qualche volta persino mogli di ufficiali che sono al fronte si rivolgono a noi (ci spiegava la dama benefica) per avere lavoro, sicure della nostra discrezione sui loro bisogni e ben contente di poter conservare il decoro della loro posizione trovando un mezzo onesto di guadagno. Queste persone vengono da noi con sicura fiducia sapendo gli scopi che l’Opera si propone e per molte di esse noi siamo non solamente il mezzo di poter sfamarsi ogni giorno, ma le confortatrici di ansie o di attese impazienti consigliandole spesse volte e dando aiuti e protezioni».
■ Con un saggio criterio direttivo il Laboratorio di S. Caterina pur aiutando quando può di preferenza le mogli dei richiamati, non ha fatto esclusioni e dà lavoro a tutte quelle che si rivolgono ad esso.
■ Ogni giorno si vede crescere il numero delle richiedenti alle quali procura lavoro. Ormai il locale è ristretto sia per le lavoratrici interne, per le quali il Municipio di Torino ha generosamente offerto 10 macchine per il lavoro, sia per ricevere l’immensa quantità settimanale dei capi di vestiario, che una collaudatrice, autorizzata dall’opificio militare, verifica ed accetta definitivamente nell’atto della consegna, e già si pensa ad ampliazioni che permettano di venire a vantaggio di un numero sempre crescente di persone.
■ L’utilità di quest’Opera è stata confermata recentemente dal Comitato Torinese di Preparazione con una proposta di destinazione di fondo, avendo segnalato tra le opere più degne il Laboratorio di Santa Caterina.

“IL LABORATORIO DI SANTA MARGHERITA. (Fot. Pavia Nay).”

■ Ricordiamo ora il nome delle signore benemerite che l’hanno fatto sorgere e che con ammirevole cura e lena instancabile lo dirigono per turno prodigandosi sorridenti in mezzo alle operaie e partecipando in modo diretto alla loro vita, aiutandone i bisogni più urgenti e partecipando al preziosissimo aiuto morale nell’attuale difficile contingenza.
■ Citiamo la contessa Rebaudengo Ceriana, la marchesa Jeanne Louise Avogadro, la marchesa Curlo, la contessa Gianotti, la contessa Albertengo di Monasterolo, la signora nob. Marengo, la contessa Luda di Cortemilia, la signora Prato Previde Lovera di Maria, la contessina Maria della Croce di Doiola, la contessa Belli di Carpenea che in modo speciale ha dedicato a quest’Opera tutta la sua attività e il suo entusiasmo tanto da divenirne l’anima e una delle sostenitrici più preziose.”


Pranzi di guerra a Torino

” ■ Nel nostro ultimo numero, in un articolo sintetico e preciso, la signora Giulia Bernocco Fava Parvis, autorevole e instancabile presidente del gruppo piemontese della Federazione Nazionale delle Donne Italiane, ha tracciato un quadro del grande lavoro che la generosità e l’opera pratica femminile ha saputo creare nella nostra città nel campo delle minestre gratuite e delle cucine economiche.
■ In quella rassegna, alla quale hanno accresciuto valore le cifre e la schiera dei nomi citati, è fatto cenno dei pranzi di guerra offerti dall’opera pia Cucina Malati poveri, sapratutto alle persone di condizioni medie.
Donna ha già parlato diffusamente nelle sue pagine della benemerita associazione Cucina Malati Poveri, sorta sopratutto per opera tenace e instancabile d’una donna, la signora Ernesta Sampò Vallerino, e che così larga opera di bene viene svolgendo da parecchi anni a beneficio dei malati poveri, opera che non ha punto cessato coll’invenzione dei pranzi di guerra, giacché ogni mattina dalle 9 alle 11 nella magnifica sede di corso Palestro viene continuata la distribuzione gratuita di oltre 60 soccorsi giornalieri ai malati bisognosi.
■ Una recente visita fatta dai giornalisti torinesi alla caratteristica opera dei pranzi di guerra ha fatto meglio conoscere ed apprezzare a tutto il pubblico questa geniale iniziativa che vede ogni giorno accrescere il suo successo e che rappresenta in questi momenti difficili un vero aiuto pratico per le classi medie, giacché con soli 60 centesimi i pranzi di guerra (che possono essere consumati nella cucina di corso Palestro od asportati) danno ai loro clienti una minestra in brodo o asciutta, carne con legumi, pane (due pagnotte), vino (una bottiglietta) oppure un bicchiere di latte e con supplemento di 10 centesimi si può avere a scelta frutta, oppure caffè con biscotti, oppure marsala.
■ I giornalisti che hanno gustato questo pranzo di guerra, come tutti coloro che sono accorsi a corso Palestro ad esperimentare personalmente la gentile iniziativa, hanno pubblicamente attestato la loro piena soddisfazione per questo pranzo che effettivamente costa all’opera centesimi 73, venendo la differenza completata con oblazioni private affluite spontanee e cospicue, a cui si è aggiunta la quota mensile di L.100 offerta dalla Presidente del gruppo delle opere femminili.
■ Il benemerito Comitato di signore e di signorine (che Donna ha già presentato in buona parte in effigie nel suo numero precedente) coadiuva degnamente la presidente nella preparazione e nel servizio dei cibi sia per i malati poveri sia per i pranzi di guerra.
■ Noi ricordiamo qui i nomi a titolo di onore, assieme a quello della infaticabile Presidente signora Ernesta Sampò Vallerino, che anche recentemente ha avuto confermato plauso e ammirazione incondizionata per la sua opera geniale e veramente benefica da S.A.I.R. la Principessa Laetitia, patrona dell’opera pia e dei pranzi di guerra e patrocinatrice preziosa di questa istituzione.
■ Il Comitato è così composto: signore Ambrosini, Audenino, Boas, Belingardi, contessa di Carpenea, Cornaglia (supplita dalla signora Aubert), Calleri, Depredini, Donn, Fubini, Geymonat, nobile Donati, Lattes, baronessa Marazio, Olivetti, Rabbeno Errera, contessa Ratti, Sacerdote Jona, Sacerdote Stella, contessina Albertengo di Monasterolo, Boero Lina e Nipi, contessina Cornero di Montezemolo, Delvecchio, Doglia, contessina Fantoni, Gaziglia, Giachetti, Griva, Jona, Mungioli, contessina Salvadori di Wiesenhoff, Vico.
■ Una recente visita fatta da S.A. ai pranzi di guerra, l’Alta Patrona, dopo ad un’attenta opera di esame della cucina, dei fornelli, delle pentole e del loro contenuto, e dopo aver assistito alla distribuzione dei piatti ed avere distribuito essa stessa ad ognuno dei 70 commensali un suo gentile dono d’un bicchiere di marsala, alla sua partenza si levava da tutto il pubblico un saluto di riconoscenza al grido di «Viva Savoia, viva i pranzi di guerra!».”


La donna italiana e l’ora presente
Lettera aperta a Nino G. Caimi

” ■ Illustre amico,
Voi gentilmente mi chiedete che fa il Comitato Femminile di Preparazione Civile che io presiedo a Reggio Emilia. Vi dirò. Esso vive perfettamente l’ora. Lavora assai e poiché le fila degli avvenimenti sono un poco intrecciate da un’intelligenza nascosta (riportarsi alle sottili dottrine del Bergson) più forse che dalla volontà di chi suole chiamarsi un presidente di sodalizio, lavora così bene e armonicamente da sembrare un miracolo. Qui nel dominio di una politica contraddicente i principi nazionalisti, noi donne ci siamo accordate all’ultima ora e con tale rapidità da costruire in un mese quanto altrove si era fatto nel corso di una stagione.
■ Rifuggendo da ogni confronto e non certo all’altezza della preparazione di Bologna o a quella larghissima e generosa di Milano e d’altri centri popolosi, oso dire che la nostra squadra femminile reggiana combattente nei campi del lavoro contro i danni della guerra, ha compreso fin dall’inizio i tre grandi segreti perché tra dire e fare non ci sia più il vecchio mare della tradizione: e il primo segreto sarebbe l’abolizione della parte burocratica, semplificando al massimo la regola di condotta, e il secondo seguire senza esitanze ma con fervore e ordine la via tracciata, e il terzo nell’andar persuase che il soccorso vale tre volte quanto giunge più rapido.

“I FERITI NEL PADIGLIONE DEL MANICOMIO.”
“SEDE DEL COMITATO FEMMINILE NEL PALAZZO DELLA BANCA DI REGGIO.”
“OSPEDALE DELLA CONCEZIONE.”

■ A che le complicate disquisizioni sui mezzi di raccogliere o di spendere il danaro, a che le valutazioni teoriche, le critiche, la retorica del passato? Innanzi a quell’enorme rivolgimento di un paese che si chiama la guerra, innanzi al fenomeno cruento che può avere tutte le sorprese, che giorno per giorno ci reca il messaggio dell’ignoto, i programmi nella vita quotidiana, come le parole delle lingue morte, non si comprendono più, non significano più nulla. Lassù, sui campi di battaglia, si tratta di un’elettricità che è resistenza nervosa, impeto corrente attraverso le masse armate, si tratta di colpi di mitraglia bene assestati, della opportunità e insieme della fulminea possa di un comando e di un movimento, qui si tratta di misurare in un istante i bisogni di una data situazione, di svegliare le attività e insieme gl’istinti generosi dei cittadini, di accumular danaro e (mi si permetta il termine) di spararlo alla nostra volta come un proiettile difensivo contro i mali interni, contro i nemici che sorgono e tendono insidie contro le forze sottratte al circolo della vita civile lasciano dei vuoti pericolosi, ma più di tutto si tratta di raccogliere i figli nostri che tornano dal conflitto con le carni squarciate, di farli oggetto d’ogni più solerte cura, di salvare questo contingente prezioso di vite italiane.
■ Ecco perché noi lavoriamo compatte e assai contente, senza mai cenno di stanchezza, pronte a seguitar l’opera nostra fino al termine, non più delle famiglie nostre, degli interessi, dei comodi ed affetti particolari, ma della patria specialmente, dissipando per essa tutta la somma dei meschini attriti, delle piccole miserie che, in condizioni ordinarie, rendono talvolta un po’ difficile e scabro lo scambio d’idee nel mondo femminile. Noi siamo tutte come sorelle.

***

■ In una semplice seduta, nella quale radunai un buon numero di donne reggiane, il nostro Comitato fu costituito. Il giorno appresso aveva sede a noi offerta dalla Banca di Reggio in una ampia sala che pareva però un deserto. E il deserto si popolò: tavoli, seggiole, poltrone, armadi, carte geografiche, bandiere, grandi manifesti stampati lo invasero, lo animarono. La prima sottoscrizione fu tutta nostra: servì per le spese di réclame. Furono mandate attorno centinaia di schede per saggiare il quantitativo delle forze femminili di cui avremmo potuto disporre in caso di guerra ed altre schede di offerte in danaro si misero in circolazione, a cui la cittadinanza cominciò a rispondere piano, piano.

“UFFICIO NOTIZIE NEL PALAZZO SORMANI, SEDE DELLA CAMERA DI COMMERCIO.”

■ Il giorno della mobilitazione ci colse, quando avevamo radunate nella nostra sede tutte le rose dei giardini signorili. Non lo scorderò mai. La diana di guerra squillava; il pericolo oscuro batteva a tutte le porte, i nostri figli, fratelli, mariti erano richiamati, avrebbero dovuto partire verso il rombo ignoto di una terribile minaccia e noi componevamo cesti di rose fresche come un’alba di gloria, rose bianche e sanguigne, belle come i colori della patria, e giovinetti e fanciulle le recarono per le vie della città e tutti le comperarono e ne fecero il petto adorno, quale simbolo di una meravigliosa speranza; tutti, anche i socialisti del giorno innanzi, anche i neutralisti accaniti, i paurosi, gl’imbelli, poiché ognuno si avvedeva che la guerra non era un miserabile capriccio di governanti, ma l’ultima parola di un ragionamento inevitabile, ma il comando della necessità suprema, ma la volontà della Nazione, la sua àncora di salvezza morale nel divampare dell’incendio europeo. Dall’ora dell’incertezza angosciosa il grande atto decisivo era una rivelazione e le rose susurravano alle coscienze il loro segreto vittorioso di italianità, per cui le canzoni dei padri si risvegliavano dal lungo sonno e, farfalle dell’ideale, volavano ai raggi del nuovo sole.
■ L’esito della vendita delle rose per il Comitato nostro fu eccellente. Dipoi ci siamo divise in quattro sezioni di lavoro:
Assistenza infanzia.
Assistenza ospedali.
Laboratorio.
Ufficio notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare.

***

■ Il lavoro della Sezione Infanzia è condotto delle signore Pellizzi e Sforza e attorno ad esse spiegano attività mirabili una schiera di signorine sia in nuove sezioni di figli di richiamati nel magnifico Asilo Manodori (per gli aiuti di una assai benefica Amministrazione), sia negli asili particolari che vanno sorgendo nelle ville a coadiuvare l’opera dei ricreatori comunali, nella sede delle scuole. Fin da principio un succedersi di piccoli episodi interessanti. Ne cito uno: alla nostra sede giunge un ufficiale del distretto con un richiamato e quattro fanciulli. Il richiamato veniva di Francia, dove aveva poco prima sepolta la moglie; egli aveva menato i figli al distretto, chiedendo se gli permettevano di prenderli seco alla guerra, dato che non sapeva, alla lettera, a chi lasciarli. Un’ora dopo due dei piccini erano ospitati e ruzzavano ben vestiti e sereni in casa della contessa Tirelli Cassoli che li terrà presso di sé fino al termine della guerra, un altro era posto in un convento, un quarto, piccino, presso una buona donna a spese del Comitato. Così in molti casi la Provvidenza ci segna le vie del bene.

***

■ Reggio è città ospedale. Più di settecento feriti sono già fra noi e giornalmente gli automobili dei signori li trasportano dalla stazione ai padiglioni ospedali, e squadre di convalescenti ne partono per recarsi in famiglia. Quattro sono le sezioni ove questi feriti sono accolti: l’Ospedale di S. Maria Nuova, ove nelle bianche aule nitidissime, i più gravi sono fatti segno d’ogni amorevole cura da parte dei medici e delle infermiere «Stella d’Italia» che sono aggregate al nostro Comitato.
■ In una visita colsi un ferito che scriveva la propria storia seduto sul letto e mi volle leggere un suo vero cantico di lode a «Suor Favorita» festosa, vivace e alle signorine da lei guidate, a cui egli diceva dovere la sua pronta guarigione. Anche i mutilati, evidentemente, avevano dai modi soavi bevuto un nettare di consolazione, e in alcuni il sorriso molceva la mestizia dello sguardo. Gli altri ospedali sono: quello di San Maurizio in due padiglioni offerti dal Presidente amministrativo del nostro manicomio, molto belli, aerati, e che ottennero un’alta lode dalla Duchessa d’Aosta che fu recentemente a visitarli. L’altro è la Caserma Cialdini, il terzo è l’Ospedale della Concezione.
■ In quest’ultimo fanno il servizio sanitario le suore, negli altri due le dame della Croce Rossa, e la direzione ne è affidata alle signore Menada, Arbib, Grasselli e Cocchi. Le signore Menada e Grasselli appartengono pure al nostro Comitato di Preparazione, come quasi tutte le Dame visitatrici prescelte per l’ufficio notizie. Credo che la Croce Rossa possa giustamente additare a modello le nostre signore; sono ardenti, instancabili, severe; non conoscono limite alle privazioni, alle fatiche vorrei di questo tener parola alla fin qui germanofila Matilde Serao che si è arrogato il diritto di una critica tanto assurda quanto spietata verso la grande Istituzione la quale, in Italia specialmente, spiega un valore che non può essere senza ingiustizia contrastato. Che se fra molti esempi nobilissimi si trovano ancora dei casi deplorevoli, la colpa sta interamente nel criterio di scelta nelle ammissioni d’esame. Se, come avvenne in Francia, qualche donnina galante poté divenire infermiera della Croce Rossa, che meraviglia se avrà usato verso gli infermi i suoi metodi speciali di consolazione! ma per carità che tali eccezioni non valgano a intorbidare il merito assoluto dell’alta schiera ch’io vedo agire ogni giorno, e che posso giudicare serenamente con una sola parola «mirabile»!
■ Le signore Mazzoli e Petrazzani indette alla raccolta «pro ospedali» fecero pervenire nei vari riparti letti, poltrone, armadi, seggiole, comodini da notte, tavole, lenzuoli, federe, camicie ed arredi personali, vetrerie, maioliche, bricchi da caffè, ceste, oggetti di cancelleria, medicinali e poiché non bastarono le offerte ai bisogni, per integrare l’opera del Governo, la nostra Sezione di Lavoro ha spiegata un’attività febbrile.

***

■ Ogni giorno la Dama della Croce Rossa o la Suora che presiede alle varie sezioni ospitaliere mi fa pervenire le domande per le necessità più urgenti, io passo un ordine in Laboratorio (presieduto dalla instancabile signora Emma Catellani), dove è un andare e venire di signore che consegnano i lavori compiuti e ne cercano dei nuovi, e, spesso, in giornata reco io stessa nella mia carrozza particolare gli oggetti richiesti per i feriti, quando una di noi non segua a piedi i soldati recanti i fardelli a braccia. Centinaia di camicie, di mutande, di asciugamani, di traverse, di federe, di fazzoletti, di triangoli, sono passati ormai dal Laboratorio agli ospedali. Anche in un dato momento la nostra Sede si trasformò in un secondo Laboratorio per la fabbrica delle maschere contro i gas asfissianti. Ora si studiano dei tipi di pantofole e i modelli di panciotti, sciarpe, uose, berretti di lana.

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■ Noi abbiamo ascritta a nostra singolar fortuna la compiuta alleanza col Comitato Maschile, di cui è Presidente l’avv. Mazzoli. Questo Comitato fa larga opera di propaganda e ha allargato oltre i nostri confini le entrate, i mezzi di soccorso alle famiglie di richiamati, vigila sull’agricoltura del paese, ha impiantato una biblioteca per i feriti, fatta una raccolta monstre di guanciali a mezzo giovani esploratori, ma nel tempo stesso ci soccorre di danaro. Noi diamo ad esso l’opera nostra e ne secondiamo i fini, pure mantenendo il nostro carattere autonomo, duttile, trasformabile secondo le necessità dell’ora. In questo momento l’opera nostra tende a specializzarsi pro feriti.
■ Mancavamo di bibite e vini corroboranti: si fece la questua in tutti i caffè, le drogherie della città generosa. Disponiamo ora di un locale cantina che dispensa ai feriti ogni giorno vini neri e bianchi, marsala, cognac, birra. Ed anche pensiamo a provvedere piccoli doni ai feriti. I meridionali domandano i cioccolatini, i settentrionali le sigarette, tutti le cartoline: sono anche sensibili alle offerte di fiori, che disseccati mandano alle fidanzate lontane, ma il gelato, nella grande caldura, giunge come il conforto massimo. Poveri figliuoli! A queste piccole cortesie come vasto è il compenso che ci danno con le loro frasi piene d’italico amore, coi loro racconti di guerra, con la loro gratitudine!
■ Per loro abbiamo venduta la mia cartolina con l’invocazione del soldato, e le coccarde e le cartoline dipinte dalle allieve della Scuola Normale.
■ Domenica scorsa ci fu una vendita di dolci — pro feriti — splendidamente riuscita, una vera festa di patria carità.
■ Anche in provincia abbiamo dato l’appello per la formazione di Sotto-Comitati operanti con noi verso un solo fine. Lettere da Novellara, dove è presidente la signora Marianna Barbieri, da Correggio, dove è anima la signora Fanti, da Scandiano, presidente la signora Zuccoli, da Guastalla ci recano notizie di offerte raccolte in denaro, grano, latte, di asili aperti, di lavori compiuti per i soldati.

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■ La nostra IV Sezione infine è costituita dall’Ufficio di notizie alle famiglie di terra e di mare, dipendente dal Comando di Genova e dalla Sezione centrale di Bologna. L’Ufficio è sempre affollato di pubblico; vi lavorano persone assai destre e intelligenti e vi si scrivono lettere e cartoline a centinaia. Le dame visitatrici vi portano le notizie raccolte negli ospedali, il nome dei feriti, dei partenti e dei morti, e tutti questi nomi alimentano la formazione di uno schedario interessantissimo, oggetto di cure particolari della prof.ssa Fano ch’è anche una scrittrice nota per dei lavori d’archivio molto apprezzati. È presidente dell’Ufficio notizie la signora Marani, eletta direttrice delle nostre R. Scuole Normali, coadiuvata dalle due Vice-Presidenti: signora Sandra Zuccoli Liuzzi e signorina Chiesi, due tra le più valenti e operose donne della nostra città.
■ La signora Cavazza, direttrice generale degli Uffici nel Regno, ha espressa una lode speciale a quello reggiano e ciò per merito della signora Marani che ne fu abile organizzatrice. Così questo Ufficio notizie integra col sollievo morale l’opera delle dame infermiere e visitatrici nella cura degli infermi e dei feriti, e poiché ogni lunedì ha luogo un’adunanza generale del Comitato, ben si può dire che ci diamo la mano e camminiamo di conserva nell’affermazione di un compito pietoso ma naturale verso la madre patria che ci solleva il cuore di un affanno commisto di dolcezza, ci rafforza e ci aiuta, nella separazione dei nostri diletti che per l’Italia affrontano ben altri cimenti.
■ È orribile la guerra sì, ma è anche bella, se apre dei vasti orizzonti di speranza, se ci affratella, se ci rende migliori, se ci fa provare come la vita più alta non sia la nostra particolare, degli affetti, dei piaceri, dei dolori egoistici, ma quella viva, palpitante, comune di tutto un popolo.
■ E ho parlato molto, o gentile Direttore di Donna che ci chiamate ora alla palestra delle virtù civili come già a quelle dell’arte. Ho parlato troppo, poiché scorrevole è molto lo stile epistolare. Vi ho detto quanto si è fatto per sommi capi… e domani? Chi ne sa nulla. I casi ci segneranno giorno per giorno la via da seguire e farà da battistrada lo slancio del cuore. Con ossequi ed amichevoli saluti

Virginia Guicciardi Fiastri.

Donna rinnova a tutte le sue amiche, collaboratrici o lettrici, che fanno parte di Comitati di voler segnalare alla sua Direzione l’opera di tutte quelle istituzioni dedicate a prestare aiuto e collaborazione civile e patriottica, nelle quali abbiano parte o si esplichino attività femminili. Come pure conferma a tutte le Sezioni della Croce Rossa, dei Comitati di Preparazione, ecc., di mettere le sue colonne a loro disposizione per pubblicare notizie, inviti, resoconti, dando la preferenza a quanto ha carattere o interesse femminile. Queste relazioni debbono essere brevi, accompagnate possibilmente da cifre e dati statistici e giungere non più tardi del 10 e del 15 di ogni mese per poter essere pubblicate nei numeri quindicinali di Donna. In tal modo la nostra Rivista rimarrà come documento sintetico dell’attività muliebre durante la guerra.


Roma benefica
L’assistenza ai bambini dei richiamati
Il ricovero dei bimbi orfani

” ■ Non v’ha cosa più triste dell’infanzia sofferente e sola: perciò ogni opera che vada a beneficio dei bimbi è la più doverosa e la più alta. Ecco perché mi piace parlare prima di ogni altra manifestazione di attività — da parte delle donne della Federazione Romana, — dell’assistenza preziosa che il Comitato femminile porta ai bambini in questa gravissima ora. E ne parlo volentieri anche perché fra tutte le sezioni, quella che riguarda i piccini è la più completa, e quella che ha già preso un regolare funzionamento. E doveva essere così, perché le brave signore del Comitato, con una preveggenza veramente lodevole, pensavano alle sorti di questi poveri bambini, fin dall’agosto scorso, quando lo scoppio della conflagrazione europea mise subito anche nei nostri cuori dei seri timori. E da un anno dunque lavoravano silenziosamente per aver dal Municipio i locali, e per raccogliere dalla generosità privata i mezzi necessari per l’attuazione di un’opera tanto importante. E da un anno seguendo l’ansia e l’oscillazione del nostro atteggiamento politico, le signore del Comitato, con a capo Madame Turin e la signora Schiavoni, si tenevano sempre pronte. Sicché, il giorno doloroso in cui vi fu la dichiarazione di guerra, il Comitato si trovò subito nelle felici condizioni di aprire molte porte dei suoi asili, e quella del Ricovero per gli orfani. Con la partenza dei padri, la maggior parte dei bimbi del popolo si trovarono nelle più tristi condizioni di abbandono: la madre deve sostituire il padre per sopperire ai bisogni della famiglia, e allora i piccini? Ah! lo sanno le signore del Comitato di Roma, che ne hanno raccolti tanti trovati soli nel mezzo delle vie più luride, affidati a sé stessi e alla protezione del caso!
■ Potrei qui fare una lunga lista di nomi di signore che danno la maggior parte della loro attività a questi asili, ma i nomi non sono e non significano nulla; l’importante è di sapere che cosa facciano veramente queste donne; del resto le signore stesse mi hanno pregata di non nominarle.
■ Dirò soltanto il nome di Madame Turin perché ella è alla testa di codesta opera, e perché la sua persona rappresenta quella di tutte le altre che lavorano con lei. La signora Turin è riuscita non senza gravi fatiche, a ottenere dal Municipio dieci locali, per aprire dieci asili. Alcuni di questi locali sono veramente bellissimi, e rispondono a quasi tutte le esigenze dell’infanzia; c’è persino un asilo all’aperto che forma la felicità dei 60 bimbi che accoglie.
■ Gli asili sono distribuiti nei quartieri più bisognosi di Roma, laddove i bimbi corrono i maggiori rischi di abbandono. In questo momento dei dieci asili funzionano completamente cinque, nei seguenti quartieri:
Celio, con 60 iscritti.
Porta Salaria, con 120 iscritti, corrispondenti a due asili.
Trastevere, con 80 iscritti.
S. Saba, con 175 iscritti, che arriveranno certo fino a 200, e dei quali 100 cadono sull’asilo Municipale che rimane aperto durante il periodo estivo, e gli altri 100 rappresentano 2 asili, cioè due sezioni: l’Asilo Municipale prende bambini da 3 a 6 anni, mentre l’Asilo del Comitato li accetta a partire dai due anni.
■ Gli altri cinque asili attendono alcuni riattamenti per funzionare. È stata già compiuta la visita medica negli Asili e tutti i ricoverati sono stati trovati in salute florida.
■ È stata di grande aiuto per l’opera delle signore del Comitato, la generosità delle principali Ditte di Roma, che hanno regalato stoffe, stoviglie, giocattoli; come pure è degna di menzione la Società Anglo-romana del Gas che eseguisce gratuitamente l’impianto del gas.
■ Ciascun asilo si inaugura con una gentile festicciuola, alla quale partecipano tutte le mamme; domenica scorsa è stato inaugurato l’Asilo di Trastevere; parlarono Apolloni, Barzilai e Madame Turin. Era una cosa davvero commovente vedere queste popolane, con in braccio i loro bimbi pendere dalle labbra di quelle eminenti persone, che con le loro buone parole mettevano un po’ di calma nei loro cuori tormentati dall’ansia per gli assenti!
■ Gli asili si aprono al mattino alle 8 e si chiudono alle 18; sicché durante tutto il giorno le mamme possono attendere ai loro lavori, con maggior serenità e maggior profitto. Senza dire che in capo ad una settimana queste povere donne ritrovano i loro piccini trasformati, perché l’asilo che li accoglie e che pensa a proteggerli dai pericoli della strada, protegge anche le loro animuccie, e incomincia ad indirizzarle verso una via di dolcezza e di disciplina.
■ Cascun asilo può accogliere cento bimbi, ma più di 69, in generale, non se ne iscrivono, perché le maestre non riuscirebbero ad attendere a un numero maggiore. Ci vuole un vero e proprio eroismo a rimanere delle intere giornate in questi asili! Fino alle 16 rimangono le maestre, poi, dalle 16 alle 18, in attesa delle mamme, si dànno il turno nell’assistenza le signore stesse del Comitato, al fine di alleviare la fatica dell’insegnante. Questi asili vivono della generosità privata, ed è per questo che anche le insegnanti prestano l’opera loro per somme veramente irrisorie.

“BIMBI DELL’ASILO «CELIO».”

■ La minestra per il pasto del mezzogiorno viene preparata nella cucina dell’asilo stesso, dalla guardiana e posso assicurare per averlo verificato, che la pasta, il riso, il lardo, ecc. che viene usato è di primissima qualità. Tranne i casi di povertà assoluta questa minestra viene pagata dalle mamme in ragione di un soldo. A proposito di questa lieve quota ho verificato un fatto simpaticissimo; tutte le mamme sono felici di pagare il soldo per la minestra dei loro bimbi, questo è il sintomo di una certa coscienza da parte di queste donne, e di una certa fierezza che merita di essere notata, trattandosi di donne quasi tutte ignoranti; esse vogliono dimostrare di concorrere all’opera benefica che le buone signore compiono per i loro piccini; ripeto, ci sono dei casi pietosissimi di miseria squallida e allora i piccini hanno la minestra gratis.
■ La Congregazione di Carità di Roma, visto il buon esito di questi asili ed il loro ottimo funzionamento propone e spera che essi rimangano poi un’opera permanente.
■ L’altra opera importante è quella che riguarda il Ricovero per gli orfani; per questi bimbi il caso è ancora più pietoso; essi da un giorno all’altro si sono trovati completamente soli: il padre alla guerra, la madre morta… le loro sorti erano proprio affidate a la Provvidenza. E la Provvidenza è venuta personificata nelle buone signore che hanno provveduto perché si aprisse un ricovero dove questi derelitti venissero accolti. Appena scoppiata la guerra si sono verificati casi in cui il padre richiamato è stato costretto a portarsi in caserma i suoi bambini. Mi narrava Madame Turin d’essersi recata lei stessa in quartiere a prendere i tre figli di un povero soldato che si trovava in queste pietose condizioni; in attesa che il Ricovero si aprisse questi tre piccini sono rimasti nella villa della signora Turin.

“GRUPPO ROMANO DELLA SEZIONE «ASILI».”

■ Ora il Ricovero funziona; esso si compone di otto vastissimi locali, di cui tre sono adibiti a dormitorio, e uno a infermeria; uno di questi dormitori è di una vastità quasi impressionante, se si pensa che non era facile trovare in piena città un locale adatto per un convitto. Il Comune ha dato al Comitato un impianto per 50 bambini, ma le signore hanno provveduto già per 100. Presentemente i bambini orfani accolti sono 35. Essi trovano nel ricovero vitto, alloggio, cure, insegnamento. Alla direzione di questo istituto che cammina anch’esso per opera della privata beneficenza, sono la signora Aphel, la signora Pedrazzoli e la signora Magliochetti: quest’ultima poi passa le intere giornate al ricovero: ormai il suo ritrovo è là, fra i bimbi, ella ha rinunziato per ora alla cassetta dei colori, per dedicarsi esclusivamente al bene di questi orfanelli. Tutte le signore e le signorine che prestano l’opera loro per il Ricovero, lo fanno gratuitamente, animate solo da un sentimento nobile di carità. Il Ricovero ha la fortuna di essere tutto circondato da un immenso loggiato, dove i bambini possono giocare e respirare l’aria liberissima del cielo di Roma; fra pochi giorni quando tutte le divise saranno pronte, i bimbi e le bimbe accompagnati dalle signorine usciranno per le vie di Roma a passeggiare; per ora la grande loggia aperta del ricovero accoglie i loro giochi, e le loro grida di gioia inconsapevole si sperdono nel cielo.
■ I locali del Ricovero sono tutti bianchi e forniti di quasi tutte le moderne comodità; luce elettrica, acqua, telefono. Ogni giorno arrivano all’Istituto i doni delle signore che vanno arricchendo ed abbellendo a poco a poco le stanze pietose; lettini, utensili da cucina, indumenti per i mandare bimbi, tutto pensano a quelle brave signore!
■ E in tal modo gli orfani, che forse non rammentano più il volto delle loro mamme, hanno adesso parecchie mammine intorno che s’occupano di loro, che a loro sorridono, che per loro lavorano. Chissà i loro padri lassù dal campo di battaglia come debbono benedire a quest’opera di carità, e come debbono sentirsi confortati, nelle ore del pericolo di sapere al sicuro i loro figli.
■ Ho detto che il Ricovero accoglie i fanciulli orfani di madre; però ci sono dei casi dolorosi come e più della morte, nei quali i fanciulli vengono egualmente ricoverati: pochi giorni fa, per esempio, una povera donna, il cui marito era partito per il fronte, aspettava di poter consegnare a qualcuno la sua creatura per poter entrare all’ospedale; era tisica, la poverina, e, soffocata dalla tosse e dalla febbre si è presentata al Ricovero col suo bimbo; e il Ricovero lo ha accettato: sicché ella è andata a morire in pace. Altre donne ora la sostituiscono nel suo affetto e nelle sue cure; perché ciascuna donna buona è la madre di tutti i bambini derelitti che incontra sul suo cammino, e se non tutti li può soccorrere non è certo perché il suo cuore non avrebbe per tutti un posto! L’infanzia è sacra ed ha i più grandi diritti, questo sentono le donne d’Italia, e per questo si sono unite nella comune opera.
■ Per quello che riguarda Roma, posso assicurare che molto si sta facendo per i bambini; il Ricovero può accoglierne anche 150, e se il bisogno aumenterà sono sicura che la Federazione femminile penserà a fare altri sforzi per accogliere altri fanciulli. Che almeno essi siano risparmiati in questo momento di inevitabili tristezze, e che, fatti adulti, possano rammentare con gioia e con gratitudine i volti delle donne buone che hanno consolata la loro infanzia.

Lucilla Antonelli.


Il gran cuore di Venezia

Attività pratiche femminili.

” ■ La guerra europea, se ha scatenato una bufera di ferro e di fuoco in mezzo agli uomini che fino a ieri operavano e predicavano la religione civile di fratellanza universale, se ha fatto melanconicamente piegare il capo ai filosofi dell’amore e ai profeti della pace, ha però sollevato nei cuori l’onda viva di quei sentimenti in nome dei quali prima, anche quando in realtà si viveva egoisticamente, si operava e si predicava, li ha riaccesi alla fiamma del sacrificio comune.
■ Si può dire che, mentre alle frontiere disputate gli uomini in arme, con tutti i mezzi più terribili che la scienza ha scoperto, si uccidono, o si affrontano con animo deliberato di uccidersi, lontano dal campo tutti i cuori ardono di pietà umana e di fraterno amore.
■ Mai come in questi mesi di guerra vi furono più belli esempi di solidarietà nel dolore, mai più vivo desiderio di essere uniti e concordi fuse gli uomini nelle lor patrie lottanti, avverse le une alle altre, quasi reazione possente contro il furore non l’odio perché i soldati non per odio si uccidono ma perché così vuole il dovere che divampa sulla faccia martoriata della vecchia terra.
■ Ma, sopratutto, mai, io credo, come in questi momenti il cuore della donna si deve sentire alto sopra la grande tragedia che sconvolge le nazioni civili. Nella pena profonda che ognuna di noi prova, indipendentemente dal comprendere o no la necessità fatale di questo tragico conflitto vi è pure una specie di intima dolcezza, il compiacimento della naturale e necessaria neutralità femminile, del potere amare la patria tanto da saperle sacrificare ciò che si ha di più caro e sacro: i proprii figli senza essere obbligate dalle leggi e dalle consuetudini a prender parte ai conflitti, di sentire che, mentre i figli, i fratelli, gli sposi si affrontano con le armi, per risolvere le grandi questioni politiche, tutte, tutte le donne di tutti i paesi belligeranti pensano con cuore commosso a tutti i combattenti di tutti i paesi e tutti li avvolgono in un senso di amorosa pietà femminile. E ciascuna non ha che un dovere grande, immenso da compiere: il bene, che una virtù insuperabile da esercitare: la virtù del sacrificio.
■ In quest’ora in cui le armi luccicano al sole d’Italia e i cannoni rombano fra le gole dei monti, nessuna donna d’Italia si sottrae a questo dovere o vien meno a questa terribile e grande virtù.
■ In ogni città, infatti, la mobilitazione delle milizie femminili è già avvenuta. E, prima che in altre, in Venezia, dove la guerra europea ha già da lunghi mesi dolorosamente colpito la vita economica. Assai prima infatti che si parlasse in Italia di una preparazione civile, le signore veneziane, specie nel passato inverno, avevano attivamente provveduto a lenire i disagi della disoccupazione dovuta alla mancanza del forestiere e alle difficoltà di pesca nelle acque minate dell’Adriatico e alle cattive condizioni in cui versava il porto da cui ogni traffico era esulato verso Genova o altri porti del Tirreno.
■ Non solo nella massa del popolo più minuto, ma pure in molte famiglie di industriali, di commercianti, di impiegati, che vivevano prima largamente, piombò con la crisi veneziana la miseria o la minaccia oscura di essa. Non vi fu per soccorrerla mezzo alcuno che non sia stato escogitato: opere molteplici di bene furono iniziate e condotte da donne di cuore e di intelletto con risultati soddisfacenti a compimento. Cosicché quando, nel Marzo scorso, fu istituito anche qui il Comitato di preparazione, mutatosi poi, allo scoppiar della guerra, in Comitato di assistenza e difesa civile, uno stuolo volonteroso di signore entrò subito a farne parte. Accanto al presidente Tenente-Generale Emilio Castelli troviamo la contessa Leopolda Brandolin d’Adda e la scrittrice Maria Pezzè Pascolato, che anche in tempi normali è anima intelligente e operosa di istituzioni benefiche veneziane; mentre le presidenze della Sezione femminile sono tenute dalle signore: contessa Giustina Valmarana, contessina Margherita Brandolin d’Adda, Nella Grassini Errera. All’opera varia e complessa delle presidenti collaborano, nei vari gruppi in cui la sezione femminile del Comitato si suddivide, numerose altre signore.
■ Questi gruppi comprendono: Beneficenza — Scuole — Iscrizioni servizi pubblici — Patronato giovani operaie — Lavori per i soldati — Lavori donneschi — Ospedali — Infanzia — Servizi diversi e cucine economiche. Di essi finora quelli che hanno ottenuto dei risultati più immediati sono i gruppi: Beneficenza, lavori per i soldati e lavori donneschi, infanzia, cucine economiche. Incomincia a funzionare il gruppo Ospedali.
■ Le scuole hanno il periodo di sosta delle vacanze e quanto ai servizi pubblici, le condizioni in cui si trova da undici mesi Venezia non reclamano finora che l’opera della donna vada a sostituire quella venuta meno dell’uomo perché la quasi assoluta mancanza di industrie e di traffici — sospese le industrie artistiche e i traffici portuali — fa sì che ancora a molti uomini non chiamati alle armi faccia difetto un’occupazione qualsiasi. Tuttavia anche a questa importante opera di cercare nell’elemento femminile la parte meglio adatta per le eventuali sostituzioni si provvede e si è provveduto, con corsi di dattilografia e istruzioni speciali.
■ Per ora intanto, il Comitato ha al suo attivo di aver dato e di dare lavoro a buon numero di donne per le forniture degli ospedali, di ricoverare dalla mattina alla sera una quantità di bimbi che va ogni giorno aumentando e ai quali, oltre la colazione, viene fornito un grembialino e oggetti di vestiario. Tutti questi bimbi ospitati, quali nel palazzo della contessa Brandolin d’Adda, quali presso altre dame, sono sorvegliati amorosamente e pazientemente per turno — con spirito di carità altamente onorevole — da molte signorine veneziane, che non potendo dare denaro danno con zelo infaticabile l’opera loro intelligente. E nulla è più bello di questa umile, quasi oscura e non saputa beneficenza femminile.
■ È agli uffici di schiarimenti e di iscrizione, dove siedono per parecchie ore del giorno signore dell’aristocrazia e della borghesia, elette dell’ingegno e del censo, che le famiglie dei richiamati hanno potuto far sentire quanto grave disagio derivasse dal ritardo con cui ricevevano il sussidio che il Governo affida ai Comuni e l’inconveniente delle lunghe pratiche burocratiche è oramai superato.
■ La necessità di fornire indumenti sussidiari ai soldati ha rimesso di moda l’ago e i ferri da calza. Le sale sontuose dei palazzi veneziani si sono convertite in laboratori, nei quali dalle pareti coperte di damaschi i procuratori della Repubblica, nei loro manti purpurei e nelle loro gravi cappe di pelliccia preziosa guardano con occhi dilatati dallo stupore le donne oscure del popolo lavorare accanto alle signore dai nomi più illustri nella storia, col cuore e il pensiero ugualmente rivolti al campo ove insieme combattono i loro figli e i loro mariti.
■ In casa della marchesa Caterina Presbitero, in casa della contessa Brandolin d’Adda, si eseguiscono e affluiscono inviate da altre signore, innumeri capi di biancheria: tutta una montagna candida, in cui tuffando la mano, si sente il brivido che dà la vista delle armi snudate o del ferro chirurgico.
■ Una delle sezioni più importanti del Comitato è quella dell’assistenza sanitaria, in cui l’elemento femminile è degnamente rappresentato dalla signora Elisa Majer Rizzioli, dama della Croce Rossa.
■ Anche alla sezione Propaganda diede attiva intelligente opera una donna d’ingegno e di bontà: la contessa Anita Zappa Piovanelli, che in articoli e in conferenze contribui efficacemente a preparare l’anima del popolo alle necessità dell’ora eccezionale che romba su di noi con turbinose ali.
■ Molte altre signore che non fanno parte del Comitato di assistenza civile hanno iniziato spontaneamente opere utili e benefiche, quali la contessa Angela Minotto Ceresa che ha dato luogo nella sua villa di Spinea a un grande laboratorio di lavori per soldati, la contessa Albrizzi che fece allestire alcune sale del suo palazzo caratteristico per accogliere convalescenti, la contessa Belmondo Caccia che aperse una sottoscrizione pro marinai e si fece iniziatrice di una pubblica offerta di oggetti utili o gradevoli per i simpatici difensori del mare. La gara benefica delle donne veneziane non è che agli inizi, pure dà già un senso di fiducia nell’energia femminile, che, lontana dall’asprezza del conflitto, può essere salda corazza al Paese, conforto ed aiuto nella prova non facile, sprone silenzioso e continuo alla vittoria.

Enrica Grasso.


La Croce Rossa Veneziana

” ■ La guerra non si combatte soltanto al campo o alla frontiera dagli uomini ma anche qui validamente nell’esercito muliebre della Carità che vigila ben preparata ad accogliere a curare (e a guarire qualora la qualità delle ferite lo consentano) i colpiti che la tragica furia della guerra invierà alle braccia pietose della Croce Rossa.
■ Negli ospitali militari di Sant’Anna di Castello (marina) e di Santa Chiara (esercito di terra) posti agli estremi opposti della città, e in parecchi alberghi offerti alla Croce Rossa, l’Angelo della Carità che reca sulle braccia e sul candido petto il fiammante simbolo della pietà e della redenzione, s’aggira silenzioso e discreto, ma solerte e vigile a regolare e preparare intanto letti, barelle, tende, cassette farmaceutiche, mucchi enormi di garza e cotone idrofilo, medicinali e istrumenti chirurgici d’ogni sorta.
■ Disciplinate ed attente dominate da una volontà che ha del virile le dame della Croce Rossa ci rivelano meglio ancora che con la parola per la luminosa potenza dello sguardo il desiderio nobilissimo (che ne fa di loro tante eroine) di contraporre quanto è più starà nelle loro forze alla barbarie e agli orrori della guerra l’opera santa della loro missione tutta bontà ed abnegazione. Opera santa davvero quella delle dame infermiere, la quale servirà a mitigare non poco oltre le piaghe e ferite causate dalle armi e dal fuoco nemico sulle membra dei nostri cari soldati, lenirà quelle dello spirito, se pure sarà dato che un militare italiano anche se ferito ci ritorni depresso nel morale.
■ Nelle dame della Croce Rossa quelle che fino ad oggi più si distinsero cominciando dal curare i malati militari che già avevamo a S. Chiara e Sant’Anna o istruendo fanciulle volontarie della Croce Rossa, notiamo le contesse Margherita Brandolin, Pia Valmarana, contessa Mocenigo, sig.na Maria Damioni, la figlia dell’on. Fradeletto, e Teresina Talamini figlia del direttore del «Gazzettino» notissimo patriotta cadorino.
■ La Croce Rossa veneziana possiede ancora un’eletta figura di donna eminentemente benefica.
■ Elisa Majer Rizzioli, già infermiera superiore della Croce Rossa Italiana nella Campagna di Libia ottobre-dicembre 1911 sulla Nave Menfi, fatta insieme alla Duchessa d’Aosta. Questa ammirabile creatura che dall’alba alla notte lavora con entusiasmo e fede — tutto di sé obliando — per non so quante associazioni di beneficenza ha iniziato con la contessa Anita Zappa Piovanelli nello scorso inverno l’«Opera delle Mamme» raccogliendo e distribuendo indumenti per ben 650 famiglie indigenti.
■ A voler enumerare tutto quello che questa signora compie con la sua grande bontà e intelligenza che abbraccia e soccorre ogni piaga sociale occorrerebbero non poche righe ma delle pagine intere.
■ Dirò soltanto un particolare sulla sua opera alla Croce Rossa.
■ La signora Elisa Majer Rizzioli che sovratutto ama trovarsi tra le popolane per istruirle in tante cose utilissime — e questo Ella compie con grande soddisfazione poiché com’ella mi disse: C’è nelle figlie del popolo un vasto tesoro di sentimento che non chiede se non d’essere coltivato e raccolto da mano amorosa — ha in questi giorni finito di educare trenta fanciulle del «Patronato giovani Operaie» le quali mercé l’insegnamento loro impartito dalla detta signora poterono superare brillantemente l’esame loro fatto da una commissione medica, come ottime infermiere.
■ Alla eletta signora le operaie offrirono oltre a tante lettere e versi — piccoli gioielli di sentimento spontaneo e ingenuo ma quanto caro!? — una pergamena dipinta con una bella dedica. Mentre traccio queste righe mi giunge notizia dalla Croce Rossa nostra che la buona signora contessa Costanza Mocenigo venne dal Presidente generale della Croce Rossa nominata Ispettrice per il servizio delle infermiere volontarie e delle allieve infermiere del Comitato Regionale di Venezia.

***

■ Di questa benemerita associazione abbiamo pubblicato nel precedente numero di Donna una originale fotografia del bravo fotografo Mazza, un patriotta fervidissimo che al figlio aviatore a Campo Formido scrive nascondendo ogni ansia del suo cuore paterno: «Fatti onore, prima di pensare a noi pensa alla tua patria».
■ La fotografia rappresenta i barconi della Croce Rossa che contengono 18 barelle ognuno, ormeggiati ad una delle tante sedi della Croce Rossa, nel Rio della Canonica tra il celebre stabilimento dei merletti Jesurum e il ponte dei Sospiri del palazzo dei Dogi.
■ «La pietà che combatte la guerra tra la grazia spumosa e candida delle trine e le vestigia maestose e tragiche della storia».

Donna Cilia.


L’opera femminile nelle cento città d’Italia

La “Casa del Soldato” in Bologna

” ■ Certo, ogni animo femminile italiano deve provar orgoglio di viver quest’ora suprema di nostra gente, quest’ora che fu ininterrotto desiderio italico, sogno, brama insaziata dell’esule poeta divino. Certo, nella mal celata trepidazione o fra i singhiozzi d’ambascia che sforzi sovrumani non riescono talvolta a reprimere, può esser conforto, può esser sollievo il pensiero del fervido ardore sereno, del sacrificio, eccelso ed umile, di che sanno dar prova oggi le donne e le fanciulle d’Italia.
■ Nuovo proficuo disegno che s’annunzia fecondo di bene vien ora svolgendosi in questa storica Bologna che coll’Ufficio-notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, ideata dalla gentile e benefica contessa Lina Cavazza, ed altre provvide istituzioni, già tanto validamente ha dimostrato e dimostrerà quanto possa e voglia la femminilità Felsinea. Nobile ed alto il divisamento. Offrire ai richiamati che sono privi in Bologna di una famiglia cui dedicarsi, un vasto locale di piacevole convegno che, allontanandoli da altri luoghi, desse lor modo di trascorrere le ore di libera uscita fra gente amica e cordiale, con gradimento e profitto.
■ Porger loro valido aiuto morale e materiale nelle relazioni colle famiglie lontane provvedendo l’occorrente per iscrivere e prendendo la penna per l’inesperti.
■ Offrire, per opera di un ufficio legale in cui s’avvicendano i più illustri valori del Foro bolognese, consultazioni gratuite e consigli. Preparare moralmente le nuove falangi, nella vigile attesa dell’oggi, all’eroico cimento del domani.
■ Il proposito buono e geniale, di cui posson menar vanto Mons. Bottoni ed il dott. Cosentino, vien rapidissimamente ed efficacissimamente tradotto in atto da un solerte, instancabile comitato di chiarissimi cittadini di ogni partito.
■ Pur felicissima è la scelta del luogo; un vasto giardino attraente dagli alberi secolari, dagli ombrosi recessi, dalle ampie spianate, dai padiglioni arieggiati. Pare lieto auspicio di prospero successo l’ambiente storico tutto vibrante ancora di grandi ricordi, dall’aquila Corsa al cantore di Childe-Harold. Vien riaperto, per i nostri giovani, l’edificio in cui, negli anni primi del secolo scorso, la gentildonna romagnola Cornelia Martinetti, bellissima, colta e di spirito, e radunava intorno a sé i letterati e gli artisti più insigni, il Monti ed il Foscolo, il Giordani ed il Canova, il Leopardi ed il Megrofonti, lo Chateaubriand ed il Russel. È appunto nel bel giardino e nella bella casa della bella Martinetti (1), che, presenti le autorità militari, civili, politiche e religiose, s’inaugura, il 20 corrente, la Casa del soldato.
■ Accolgono con sorrisi la gioventù balda e vigorosa nobili donne e gentili fanciulle; le principesse Liminetti-Fava, ed Hercolani; la duchessa Bianconcini di Mignano; le contesse Zucchini, Acquaderni, De Franchis, Bosdari, Rossi; le marchese Morozzo della Rocca e Tanari; le signore Besmaroli-Calderi, Cosentino, Certani, Carnevali, Sarti, Scotti, Palmeggiani, Perego, Costa, Zampa, Guidastri, Grimaldi, Gandini-Bonola, Masi ed altre numerose intellettuali e belle ed eleganti fanciulle gentili e svelti boy-scouts fanno con grazia e signorilità gli onori del novello ritrovo. L’avv. Roffeni Tiraferri, valente oratore, suscita entusiastiche acclamazioni dicendo maestrevolmente delle ragioni molteplici, storiche, etniche ed umanitarie, di questa nostra ultima nobilissima guerra e della mèta luminosa che i soldati d’Italia sono fieri, sono frementi di raggiungere.

(1) Lettera di Ugo Foscolo alla Contessa d’Albany. Bologna, 12 settembre 1813.

***

■ Quotidianamente è ora un accorrere di migliaia e migliaia di richiamati di varia età e di grado diverso alla lor «Casa» di via San Vitale, 40. Benevoli e pietose dame dell’aristocrazia e della miglior borghesia siedono fraternamente agli umili scrittoj ed intenerisce l’affabilità con cui non disdegnano dal tradurre in iscritto il pensiero di coloro che colla penna non hanno dimestichezza. Sono fanciulle, sono giovanette, sono madri, buone, cortesi, pazienti che divengono abili, affettuose scrittrici alle madri, alle fidanzate, alle mogli, ai figliuoli, ai commilitoni già al fronte, dei giovani che le circondano e le seguono intenti coll’occhio. Indimenticabile mi rimarrà il ricordo di una donna che, in disparte, sollevava, tratto tratto, il capo per interrogare collo sguardo il forte giovane bronzeo che timidamente le sedeva accanto. Scrisse ella a lungo ed, al terminare, aveva lagrime negli occhi e le tremavano lievemente le mani. Inviava il soldato calde parole d’affetto, esortazioni, consigli al fratello già combattente ed ella pensava che le espressioni poc’anzi vergate potevano recar conforto ed all’umile fantaccino ed al proprio figliuolo ufficiale accomunati, forse, da un unico fulgido eroismo.
■ S’affollano i soldati fiduciosi all’ufficio di Consultazioni legali e ne ricevono luce ed aiuto. S’affollano ad un teatro minuscolo che artisti intelligenti e volonterosi animano e rendono attraente ed istruttivo con eleganti fantocci; a matches di football od altri utili e sani esercizi sportivi. Tale la copia delle persone accorrenti che nuovi padiglioni sorgeranno fra breve, a cura di S.E. il Comandante il Corpo d’Armata.
■ D’ogni lato, da ogni ceto giungono, frattanto, all’opera generosa molteplici offerte svariate; di sigari, di libri d’amena lettura, di giornali, di oggetti di cancelleria, di cartoline illustrate, di somme. Offerte cospicue ed umili, per ciò appunto più commoventi quali di povere famiglie operaie che inviano doni, ricorrendo il genetliaco paterno.
■ Cosi forte, così vivo impulso ha saputo acquistare in brevi giorni l’idea geniale, che da molti luoghi giunge al Comitato preghiera di organizzare in altre città ritrovi simili a questo di Bologna che, pur avendo comune il nome alla Casa del soldato di Roma e di Milano, ne differisce intimamente. Ma ai promotori non è dato accondiscendere tutti presi, come sono, dall’opera bella cui continuamente e senza stanchezza vanno dedicando ogni loro energia.

Bologna, Giugno 1915.

Erminia P. S.


A Pavia

” ■ La semplice enunciazione delle opere di assistenza e di previdenza disposte dal Comitato femminile pavese di preparazione, e già funzionanti o in attesa di funzionare appena il bisogno se ne presenti, costituisce il miglior elogio che possa farsi al Comitato stesso. Già in un cenno precedente ho detto della sua operosità assidua e proficua dal febbraio a tutto maggio, e dei primi frutti che da tanto intenso lavoro si ebbero ancor prima che la diana d’Italia avesse squillato chiamando a raccolta la maggior parte dei nostri fratelli. Oggi che essi formano lungo il «mal tracciato confine» e più in là quella prodigiosa, anelante barriera di petti che è il nostro orgoglio e la nostra speranza, il compito di chi resta è quello di tutelare col conforto morale e finanziario le famiglie bisognose dei liberatori; è quello di curare e di assistere i reduci dalla santa lotta, facendo aleggiare attorno al loro capo quell’aura di commosso affetto fraterno che ciascuno di noi sente per quei prodi che, fasciati di bianche bende, tornano a noi, simbolo vivente di «Umanità». Umanità sofferente sì, ma spesso anche sorridente di ineffabile orgoglio!
■ A tanti scopi pietosi il Comitato pavese si adoprò:
I. Erogando a favore delle famiglie dei richiamati L. 1000 che verranno versate in tante quote mensili di L. 100 al Comitato di preparazione maschile. Perché il rigagnolo non si dissecchi, anzi possa trasformarsi in un più benefico fiume, il Comitato stesso ha invitato le donne pavesi a sottoscriversi per contributi mensili determinati, che possono essere anche di una sola lira; in tal modo il Comitato ha assicurata una gran parte delle erogazioni per il futuro;
II. Istituendo l’opera dei doni da spedirsi al soldato al fronte. Come primo esperimento vennero messe in alcuni negozi delle cassette destinate a raccogliere le offerte in danaro; constatato in pochi giorni il buon esito dell’iniziativa la distribuzione delle cassette viene fatta ora a tutti quegli esercenti che ne fanno richiesta. Un ufficio apposito si occupa inoltre della riscossione dei danari, delle merci e degli oggetti regalati, e della confezione dei piccoli pacchi-regalo. Chi versa all’ufficio 50 centesimi ha diritto di unire il proprio nome ad un pacco: chi non abbocca?;
III. Istituendo un ufficio gratuito di scritturazione pei soldati. In esso i soldati hanno a disposizione tutto l’occorrente per scrivere; talvolta una gentile segretaria traduce con la frase svelta e la calligrafia slanciata il pensiero affettuoso, il saluto appassionato che la recluta le esprime con la rozza frase dialettale, perché giunga alla mamma, alla sorella, alla sposa lontana;
IV. Istituendo un ufficio d’informazioni dei soldati malati e feriti. Quest’ufficio, la cui centrale ha sede a Bologna, raccoglie di continuo i dati statistici riguardanti ogni singolo malato o ferito tornato dal fronte, ne tiene nota in apposito schedario e li comunica all’ufficio di Bologna. Ad esso si potranno rivolgere le famiglie per informazioni;
V. Continuando l’intenso lavoro di guardaroba per fornire biancheria ai soldati feriti e ammalati che dai primi di giugno giunsero in numero di mille circa nei nostri capaci ospedali permanenti e sussidiari. Sono centinaia di camicie, di mutande, di lenzuola, di federe, che il Comitato provvede mediante le oblazioni e il lavoro delle donne pavesi.
■ Non va dimenticata infine la pia assistenza delle dame infermiere, che, assieme con quelle della Croce Rossa prestano utilissima e benefica opera al letto dei poveri infermi.

Eva Mameli.


Il lavoro “Pro soldato” a Piacenza

” ■ Sul Corriere dell’8 luglio veniva pubblicata una bella lettera dell’on. Belotti che faceva caldo appello ai volonterosi, affinché s’intensifichi la produzione degli indumenti di lana da spedirsi ai nostri soldati al fronte.
■ Il nostro «Laboratorio», saggiamente diretto dalla Contessa Gilberta Nasalli-Rocca, si è già rivolto alla Pro Esercito dalla quale ebbe praticissimi modelli di sciarpe, ventriere, passamontagne, calze, berrettoni, ecc.
■ La egregia Presidente, che aprì il salone dell’avito palazzo Nasalli, trasformandolo in un grandioso «Laboratorio» ove adunare ogni giorno le volonterose signore che lavorano per il soldato, di stribuì anche i modelli a maglia della Pro Esercito e fu coadiuvata assai dalle signore della migliore società, che tosto si accinsero alla confezione di detti lavori e a distribuirli affinché vengano eseguiti anche a domicilio.
■ Faccio i nomi delle attive signore che confezionarono fino ad oggi i 460 e più capi di biancheria che sono già pronti per essere spediti al fronte e gli altri 533 per gli ospedali della nostrà città. Valga l’elenco della numerosa adesione di queste signore piacentine che alacramente si accinsero all’opera, valga a incitare, a forza d’esempio, le altre donne sorelle a imitarle, perchè nessuna mano rimanga inoperosa, perché molto si produca per i fratelli lontani che molto attendono dai fecondi aghi muliebri. Piccolo ago, silenzioso ed esperto, esci dall’ombra; è l’ora del tuo regno umile e buono; tu pesi assai meno della penna alle nostre lievi dita e concludi spesso di più.
■ Ecco i nomi: Contessa Gilberta Nasalli-Rocca, Polissena, Xaverène, Anna, Elisabetta e Chiara Nasalli-Rocca, Contessa Lotty Marazzani, Contessa Zita Marazzani, Marchesa Casati e Marchesina, Marchesa Casali e Marchesina, Marchesa Giulia Landi-Litta, Contessa Carmen Anguissola-Raggio, Contessa Zanardi-Landi, Contessine Omati-Vedenisoff, Marchesina Costanza Pavesi, Contessina Giacometti, Sig.ra Salazar, Contessine Pia e Rina Tedeschi, Marchesina Mischi, Contessine Omati, Contessa Giannina Pallastrelli, Contessina Maria Pallastrelli, Contessa Maria Douglas Scotti, Contessa Barattieri Zangrandi, Signore: Curtarelli, Marconi, Valeri, Braghieri, Borella, Gioja, Ceresa Costa, Della-Cella, Piatti, Rizzi, Villa, Farina, Giacopelli, Rovasio, Cella, Contessa e Contessine Perletti, Contessa Gazzola-Morandi, Donna Bianca Cavalli-Lucca, Signore Monza, Gnocchi, Porri, Martini, Bertola, Cugini, Pezzini, Reffoli, Contessa Milesi, Signorine Quadrelli, Grandi, Di-Masi, Celli, Costa, Anguissola, Rebora, Contessa Liberati, Signore Fantoli, Belli, Zanetti, Signorine Ferrari.
■ Il lavoro venne poi distribuito anche in provincia: a San Pietro in Cerro, dove fu diffuso per iniziativa del Conte Dionigi Barattieri, Nobile Patrizio Piacentino; a Castelnovo-Fogliani, dove si aprì un «Laboratorio» sotto l’alto patronato della Duchessa Clelia Sforza-Fogliani-Pallavicino e in altri paesi e ville; ed è veramente confortante la serena visione di alcuni giardini ove si radunano lavoratrici gentili sotto le cui mani si trasformano le bianche pezze di tela in bella e pratica biancheria ben confezionata. Forse alcuna ve n’ha di queste giovani fronti curve sull’indefesso lavoro, la quale sa celare in una calma serena il recondito pensiero che segue trepidante il «lontano…», alcuna ve n’ha forse che sa velarsi di un lieve sorriso anche quando una visione triste di sangue passa come ombra nella mente che va fantasticando.
■ Miti anime muliebri, che cercate, assorte nell’instancabile lavoro, di porre tutte le vostre gentili e sane energie, nella lunga, paziente, attesa, sia la vostra opera di bontà compensata, e vi porti il bene che il vostro trepido core, silenziosamente invoca!

Piacenza, luglio 1915.

Printemps.

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