Da La Lettura, Anno XLIII, N. 5, maggio 1943.
Di Antonello Cadorin.
” ■ Una superficie piana o concava rigata da una raggera di linee — le linee orarie, — uno stilo che ne sporge, detto gnomone, e un raggio di sole che faccia correre sull’intrico di quelle linee l’ombra della punta di quello stilo: ecco l’orologio universale ed eterno, il più semplice e il più complicato, il più piccolo e il più vasto che si possa immaginare, fatto di niente e di tutto: di un lembo di muro e di un’asta di ferro, e di un ruotismo di inconcepibile ampiezza qual è il movimento celeste.
■ Orologio di Adamo e diciamo pure di Eva, nato nel momento medesimo in cui i primi uomini compresero che il passaggio del sole nel cielo non avveniva a casaccio, ma per una regolare rotazione. Certo, la meridiana non è il misuratore siderale degli osservatorî astronomici; non è neppure il nostro cronometro da polso che spacca il decimo di secondo e ci dà l’ora di giorno e di notte. Non è un pezzo di meccanica di precisione, costruito dall’uomo; ma è qualcosa di più e di più bello, incomparabilmente bello questo orologio costruito da Dio.

■ Il cronometro è un arido teorema di matematica, e la meridiana è una fiaba meravigliosa come la stessa vicenda solare.
■ Il sole non ci dà soltanto la vita ma pure ce la misura in anni e giorni: è il nostro maggior orologio della Natura, e agisce negli esseri viventi — in noi stessi, senza che ce n’avvediamo, — nelle cose inanimate, nelle piante… (Il girasole, si sa, è una perfetta meridiana vegetale, e molte piante aprono o chiudono i loro fiori a date ore, in rapporto all’evoluzione solare. I nostri vecchi sfruttarono questa particolarità per formare un misuratore botanico del tempo: l’orologio di Flora, basato sull’osservazione dell’aprirsi e dello schiudersi dei fiori. Celebre è l’orologio di Flora creato da Linneo a Upsala.

■ Il nostro orologio meccanico ha una storia abbastanza breve. La sua prima notizia è del secolo ottavo: papa Paolo I avrebbe mandato un orologio a peso a Pipino re di Francia, e nel secolo seguente un certo califfo donò a Carlo Magno un ordigno che segnava il tempo lasciando cadere palline metalliche sopra un bacino di bronzo. Gli orologi da torre devono aver avuto principio nel Trecento, e nel Quattrocento quelli da sala. Comunque meccanismi da re, principi, città, paesi, signori…
■ L’orologio-sole, invece, c’è sempre stato, è nato col mondo, ha una carica eterna, non si può fermare, e funziona per tutti gli uomini, ricchi e poveri, che sappiano comprendere la cadenza del suo celeste movimento. Scandisce l’ora tanto nell’ornatissimo quadrante affrescato su una parete di una villa principesca, quanto per il poveraccio che misura la corsa dell’ombra di un albero o di una casa sul terreno, o per il pastore sperso sulle montagne, il quale abbia intagliata con il coltello una meridiana nel suo bastone.

■ C’è un solo inconveniente: che l’orologio a sole funziona soltanto quando splende il sole e con tale intensità da proiettare l’ombra del gnomone sulle linee orarie; come l’orologio lunare fa servizio solamente alla luce di luna. Basta uno straccio di nube a interrompere il funzionamento del cronometro celeste e a renderlo muto. Ma notiamo una felice singolarità anche in questa limitazione: la meridiana ci segna solamente le ore più belle di sole; non quelle della penombra o dell’oscurità, del grigiore e del tedio. È detto in uno dei motti più suggestivi che si siano tracciati su quadranti solari: horas non numero nisi serenas, e c’è un evidente bisenso in quel serenas: non segno che le ore serene e di sereno.
■ Di orologi solari ce n’è in tutti i tempi e in tutti i Paesi, da Babilonia ad Atene, dall’India all’Egitto… In India si hanno meridiane monumentali, come quelle di Japur e di Nuova Delhi, e in Egitto altissimi obelischi erano gnomoni di giganteschi orologi celesti. Celebre è ad Atene la torre dei venti, una specie di osservatorio meteorologico: nell’interno, Andronico aveva collocato il suo famoso orologio ad acqua, e fuori, sulle pareti ottagonali, sotto i fregi raffiguranti i venti, erano tracciate le linee orarie delle meridiane.
■ A Pompei si sono rinvenute dozzine di orologi a sole, di diversa forma, e sul Palatino si può mirare la meridiana a calotta concava. I Romani avevano pure gli horologia viatoria pensilia, cioè dei quadranti portatili, da viaggio, ma per viaggi brevissmi, naturalmente, ché tutte le meridiane servono per determinate latitudini, per brevi raggi. Ed è questa un’altra limitazione dell’orologio solare, che mi sono dimenticato di segnalare poco fa: è un misuratore locale, che funziona con esattezza soltanto nel luogo e sulla parete su cui è nato. Nel 236 avanti Cristo, Valerio Messala recò a Roma da Catania una singolare preda, un orologio solare che collocò in bella vista nel Foro: ma quella meridiana, calcolata per la latitudine di Catania, non poteva dare l’ora esatta a Roma.
■ In Italia, il paese del sole, l’orologio a sole non poteva non avere fortuna, nei tempi passati, si capisce. Sono famose alcune meridiane nostre: per prima quella di Santa Maria del Fiore, a Firenze, costruita nel 1467 da padre Paolo dal Pozzo Toscanelli. Il gnomone è formato da un foro aperto nella cupola del Brunelleschi, all’altezza di 86 metri; e il raggio di sole che, entrando dallo spiraglio, taglia la penombra della navata segna il tempo sulla linea meridiana tracciata sul pavimento. È questa la meridiana più alta d’Europa, e non è la sola in cui il sole, anziché servirsi dell’ombra, provvede personalmente alla segnalazione del mezzodì. Da ricordare quelle di Santa Maria Novella, pure a Firenze, di Santa Maria degli Angeli a Roma, di San Petronio a Bologna, con foro gnomonico alto 27 metri, e del Duomo di Milano, a 24 metri; quest’ultima tracciata dagli astronomi di Brera nel 1786, sotto la guida di padre Cesaris.
■ Le meridiane murali erano diffusissime dovunque, sulle pareti delle chiese, dei campanili, delle torri, degli edifici pubblici e privati, dai castelli ai cascinali; ma di molte non resta adesso più nulla o solo una sbiadita traccia di grafito o di affresco sull’intonaco scrostato. Alcune, anzi, molte, erano decorate da cornici ornamentali nello stile dell’epoca e da figurazioni simboliche e costituiscono pezzi pittoreschi e caratteristici di località e di edifici.
■ Funzionano a ombra diretta o, negli ambienti coperti, a riflesso, e allora le linee orarie sono segnate sui soffitti e vi appaiono come gigantesche ragnatele sulle quali cammina il raggio luminoso del sole riverberato da uno specchio collocato in una posizione adatta: l’ora con la gibigianna…
■ Grandiose sono due meridiane, costruite sulle fronti di palazzi pubblici a Parma e a Piacenza. Famosa è quella a riflesso nel palazzo Spada a Roma: per avere l’ora si guarda su, al cielo della stanza, a quel soldino di luce solare. Notevole l’orologio celeste ch’è sotto il portico della casa madre degli Oblati, a Rho, preciso al minuto.

■ A Milano, invece, c’è poco da segnalare oltre alla meridiana del Duomo e a un paio di quadranti tracciati nell’ultimo quarto del secolo scorso dall’ing. Sacchi: la grande meridiana di San Vittore al Teatro è stata demolita, e lo sarà fra breve quella sul muro della vecchia casa dell’Orfanotrofio maschile dei «Martinitt» in corso di Porta Vittoria.
■ Singolarissima è la meridiana che l’arch. Piero Portaluppi, appassionato studioso di gnomonica, si è costruita nel cavedio di casa propria, che è nel palazzo degli Atellani, di fronte a Santa Maria delle Grazie e al Cenacolo vinciano. Le linee orarie sono segnate a colori attraverso tutte le quattro pareti del cortile, seguendone le irregolarità e gli aggetti, fino all’altezza di quindici metri. È il risultato di due anni di osservazioni questa meridiana gigante che, attraverso le fotografie pubblicate nelle riviste, si può dire sia nota in tutto il mondo. È un peccato che, posta com’è nel mezzo di un’abitazione privata, non si trovi sotto gli occhi del pubblico.
■ I Bergamaschi hanno sempre avuto la passione e il gusto delle meridiane, e nella loro terra ne hanno moltissime e di molto belle, sì da vantare un primato. C’è l’orologio a linea meridiana tracciata sulla piazza del Palazzo della Ragione, a Bergamo Alta, e nel territorio ci sono orologi solari d’ogni tipo; fra gli altri, molto noti quelli a riflesso di Romacolo, Alzano, Martinengo e Gandino.
■ Non si può discorrere di quadranti solari senza soffermarsi sui motti che li ornano e che spesso non attirano soltanto la curiosità: ci fanno sostare per qualche istante di meditazione. Ce ne sono di belli e di bellissimi, e vanno dal gioco di parola alla battuta scherzosa, dalla severa massima morale a un pensiero filosofico. Di questi ultimi è chiara l’origine se si pensa che molto spesso i tracciatori di meridiane erano religiosi.

■ Alcuni motti enunciano, in varia forma, la funzione della meridiana, come il già citato Horas non numero nisi serenas. Sine sole sileo, se non c’è sole me ne sto muta. Le ciel est ma règle. Solis et umbra concordia. Sine lumine pereo. Lux mea lex. «Son pur figlia del sol, se pur son ombra». Cum umbra nihil, sine umbra nihil: all’ombra delle nuvole servo a niente, e senza ombra del gnomone è lo stesso… «Passegger abbi pazienza, senza sole non dò udienza…». C’è anche un motto polemico nei confronti degli orologi meccanici. Si legge a Vico Ba rone: «Ben può sbagliar della campana il ferro, ma quando splende il sol io non erro…».

■ E frasi morali, che sono anche gravi e persino lugubri memento homo. Su una meridiana di Brignoles, in Provenza: Badou, fai toun camin, l’houro passo! Bighellone, va per la tua strada che l’ora passa. «Chi mi guarda e non lavora, molto presto va in malora». Scis horas, nescis horam: conosci le ore, non l’ora estrema. Oppure il notissimo Vulnerant omnes, ultima necat: tutte le ore feriscono, l’ultima uccide. «Ombra fugace dalla luce uscita, misura al mondo il sole, all’uom la vita». «Segno l’ore, o mortal, a tuo bell’agio, e la vita t’accorcio adagio adagio». A Colarete: «Passan li hanni mesi et hore, ogni cosa finisce e alfin si more».
■ A capire il latino di questo motto che si legge su una meridiana del Piacentino, c’è da mettere in fretta le mani al mazzo delle chiavi: Haec fortasse tua… Questa è forse la tua ora…
■ Ma c’è anche da farci su una bella risata. A Crescenzago, presso Milano: «Se non vuoi perdere il treno in ferrovia guarda la meridiana e scappa via». E su una meridiana prossima a una fermata di un vecchio tranvai a vapore milanese, il «gamba di legno»: «Tutto passa nel mondo – e passa in fretta – eccetto che il tranvai – quando si aspetta…». Il «gamba di legno» stato soppresso, la fermata pure e l’orologio solare sarà mezzo demolito dal maltempo; ma il motto è più che mai vivo, da mettersi sotto gli orologi novecento dei posteggi dei tranvai urbani.

■ E per finire, un motto con acquolina in bocca, sulla meridiana di un cascinale presso Belluno: «Se la campana suona e non si senta l’ora ti segno io della polenta».
■ Oltre a orologi solari verticali od orizzontali, fissi, da muro, ci sono, ossia c’erano, pure gli orologi portatili, tascabili, da appoggio: la meridiana da giardino, da salotto o da tasca dei nostri bisnonni. Ed è questa la branca della gnomonica meno conosciuta dal pubblico, ché se tutti noi abbiamo osservato meridiane murali, pochi hanno visto quei graziosi aggeggi coi quali nei secoli scorsi si aveva l’ora, sempre col mezzo del raggio di sole proiettante l’ombra dello gnomone su una superficie graduata.

■ Sono oggetti ormai da museo o da raccolta di studiosi di gnomonica. Se ne può trovare qualcuno disperso tra le vecchie cose di un negozio d’antiquario o tra le cianfrusaglie della bancarella del ferravecchio; ma non vi bada che l’intenditore. La storia di questi orologi solari portatili o da appoggio è circoscritta a un giro di pochi secoli, dal Cinquecento al primo Ottocento.
■ L’orologio più semplice e rudimentale, di origine più antica, è quello a colonnetta, a cilindro, a bastone, che non richiede uno speciale strumento di orientazione. Si orienta la colonnetta sull’altezza del sole, si monta sulla sommità il gnomone retrattile e si osserva il gioco della sua ombra sulla superficie cilindrica rigata dalle linee orario.
■ C’è la colonnetta da tavolo, magari in avorio, oppure l’orologio da passeggio, segnato sull’impugnatura del bastone, per esempio, del signore del settecento: si piantava nel terreno la mazza e si compivano le rilevazioni. Famoso è il cosidetto «orologio a bastone dei pastori», particolarmente diffuso tra la gente dei Pirenei.

■ Si inventa la polvere pirica, la si applica alle meridiane e in pieno Seicento si ha il cannone del mezzogiorno. Una piastra di marmo debitamente orientata; nel mezzo è fissato un cannoncino di bronzo, sul quale sovrasta un ponte metallico, graduabile, con nel centro una grossa lente ustoria. Era questo un orologio da giardino e per lo più serviva per segnare il mezzodì. Si regolava la lente, badando alle tacche, in modo che si trovasse a fuoco rispetto alla miccia quando il sole toccava il culmine della traiettoria celeste. Nell’istante voluto, il raggio di sole, infuocato dalla lente, accendeva la miccia e bum… abbiamo dato il segnale orario del mezzogiorno.
■ L’invenzione della bussola iniziò un periodo aureo per l’orologio solare tascabile e da appoggio, ché era facilitato l’orientamento. Si applicava una piccola bussola all’orologio, e non c’era che da spostarlo in modo che la lancetta fosse rivolta in una data direzione. Queste meridiane lillipuziane venivano costruite nelle più diverse fogge e in diversi materiali, persino in argento e oro, sì da costituire pregevoli pezzi di valore intrinseco e artistico.
■ Fra gli orologi da appoggio, come dire da sala, da tavolo, c’è quello poliedrico o a cubo, con l’indicazione di più ore: su una facciata l’ora solare, e sulle altre le ore babiloniche che si iniziavano col levar del sole e delle ore italiche che cominciavano invece al tramonto.
■ C’erano gli orologi solari, poligonali o rotondi come gli orologi meccanici di oggidì, e avevano il gnomone ribaltabile. Molto comuni e diffuse le meridiane tascabili a libro, formate di due facciate la cui apertura veniva regolata da un filo: si orientava il misuratore con la bussola e si osservava il punto delle linee orarie che l’ombra del filo toccava: ecco l’ora pressoché esatta. Ci poteva essere il divario di qualche cinque minuti. Ma a quei tempi non si viveva come adesso con l’assillo delle partenze dei tranvai e dei treni.
■ Si fabbricavano orologi a libro grandi come un nostro taccuino o come un portasigarette; e ve n’erano alcuni in avorio, dall’apparenza di tabacchiere, che dovevano essere gli orologi a sole tascabili delle cincischiate damine del Settecento: oggetti d’arte, di grazia, di civetteria. Il signore in parrucca e velada voleva conoscere l’ora? Bastava che splendesse il sole. Toglieva dal taschino l’orologio celeste a libro, l’apriva, lo collocava su un piano orizzontale… Queste minuscole meridiane avevano il vantaggio di essere usate anche in viaggio, ché il filo poteva essere spostato in diversi fori, corrispondenti a varie latitudini.

■ Gli orologi portatili a sole furono usati dai nostri bisnonni dalla Rinascenza al Settecento e al tempo del Neoclassicismo. Poi, nel secolo scorso, cominciò a diffondersi l’orologio meccanico tascabile, e quello solare fu eclissato, come era già stata dimenticata la meridiana murale.
■ Il trionfo della meccanica ha fatto definitivamente tramontare, nel secolo del cronometro di precisione, il sole in funzione di orologio. Il sole è superato come regolatore orario anche per gli scienziati, e gli astronomi correggono il tempo dei loro esattissimi pendoli non più sul passaggio del sole sul meridiano ma sul passaggio di gruppi di stelle, e le rilevazioni non si fanno più a mezzodì, ma nel cuore della notte, nelle specole. Non più ora solare ma ora siderale. E a mettere maggiormente in disuso la meridiana che continua ad andare imperterrita all’antica, col sole (quando c’è), torna ogni tanto l’ora legale, e non conviene più alzare gli occhi all’ombra dello stilo infisso sulla parete per non sbagliare di sessanta minuti, per lo meno.
■ Il maggior astro ha conservato la sua funzione oraria soltanto per la povera gente; è ancora l’orologio per chi non ha orologio; cronometro di San Francesco. Al poveraccio che cammina sulla strada o riposa sull’erba, dà non soltanto luce, calore e conforto, ma anche l’ora.
■ Tramonto, sì, ma non totale. Della secolare vicenda degli orologi solari possono sopravvivere la forma artistica e la sostanza poetica. La meridiana può tornare come elemento ornamentale e poetico sulle nostre case: invito agli architetti e ai decoratori.
■ Sulle facciate glabre delle nostre case, l’orologio celeste torni a riaccendere una nota di grazia cara a chi ami questa grande poesia delle ore che un raggio di sole segna. E sono le ore più belle e luminose. Horas non numero nisi se renas…
(Fotografie di orologi solari della raccolta dell’arch. Piero portaluppi, eseguite da Alfredo Ornano.)”



