Da Sapere, Anno I, Vol. I, 31 marzo 1935.
Di Luigi Barzini
” ■ Tra i tanti cambiamenti della Russia bolscevizzata ce n’è uno che non si percepisce se non a gradi perché non ha fissità, non ha precisioni e violenze. Rimane vago, indefinibile, sfuggente, finché a poco a poco si rivela come una delle più profonde ed inquietanti trasformazioni di questo strano popolo.
■ Se avete vissuto nella vecchia Russia vi accorgete subito che la folla delle massime città dell’U.R.S.S. non ha più la fisionomia che le conoscevate. Ma non riuscite che lentamente ad afferrare le differenze. Non soltanto il suo aspetto esteriore è mutato, con la trasandatezza uniforme delle vesti povere e l’incuria della persona; è mutato il suo tipo. Ricordando le genti fra le quali avete vissuto in quegli stessi luoghi, sentite il distacco fra esse ed il mondo che vi circonda, e l’impressione inafferrabile si condensa ad un tratto e si esprime in una domanda che rivolgete a voi stesso: Dove sono andati a finire i “visi ovali’?
■ Intorno a voi si muove una moltitudine di facce tozze sotto le quali indovinate la sagoma massiccia del teschio slavo o mongolico. Per “visi ovali” intendiamo quei volti oblunghi dalla vaga impronta europea, che non hanno rilievi inequivocabili di nazionalità e che potrebbero essere francesi o tedeschi o inglesi. Ognuno di noi ha conosciuto dei russi che per fisionomia apparivano più vicini a noi che non al loro popolo. Erano questi visi ovali che davano un ingannevole ma convincente tono di europeismo alla vita sociale nelle grandi città della vecchia Russia. Erano loro che popolavano gli uffici, i salotti, i ritrovi, i negozi, adottando le fogge, gl’idiomi e le maniere dell’Occidente.
■ Noi cerchiamo di esprimere sinteticamente il senso di un mutamento evidente ma che non è assoluto e totale. Sarebbe assurdo affermare che non ci siano più “visi ovali” nella popolazione russa. Fra gli altri anche Stalin, a rigore, potrebbe esser messo in questa categoria: ma egli non è slavo. In una parte del funzionarismo sovietico c’è pure dei visi ovali, ma generalmente ebrei. E se ne trovano anche nelle alte gerarchie dell’esercito, sulle spalle di ufficiali passati dal bianco al rosso. Dei visi ovali si sono dispersi nei gabinetti scientifici, negli stabilimenti industriali, negli uffici tecnici. E nella stessa diplomazia sovietica ve ne sono entrati, con quell’amabile filosofia di un nobile segretario di ambasciata ex-zarista, da noi personalmente conosciuto, il quale, richiesto come mai avesse accettato un posto al Commissariato per gli Affari Esteri dopo che i bolscevichi avevano fucilato suo padre, osservava tranquillamente: «Ma se vostro padre andasse sotto un tram voi non salireste più in tram?»
■ Il viso ovale è scomparso come caratteristica di categorie cittadine. Il fenomeno è in un mutamento di proporzione. I nasi camusi, gli zigomi salienti, gli occhi piccoli e le mascelle quadre dell’enorme maggioranza della folla taciturna e lacera che circola per Mosca, e che bivacca stipata in antichi palazzi deteriorati e malodoranti, dànno la sensazione di una capitale invasa da una immensa Corte dei Miracoli slavo-asiatica.
■ I volti ovali erano, con una certa approssimazione, un distintivo delle vecchie classi dirigenti della Russia. Nessun paese ha avuto un’aristocrazia così dissimile dal popolo. La ragione è che fra l’una e l’altro non vi era soltanto una differenza di rango ma anche di razza.
■ In realtà, le classi dominanti russe erano stirpi dominanti.
■ È inesatto parlare di un popolo russo come di un blocco etnico. Vi sono duecento razze in Russia, che parlano duecento lingue, e che sono rimaste troppo lontane fra loro — lontane per storia, per indole, per civiltà, assai più che per spazio — per amalgamarsi. Il popolo russo si è formato a strati ed è rimasto a strati, cristallizzato come una formazione geologica. Quello che era in fondo al principio è rimasto in fondo fino alla fine. Ai nostri giorni abbiamo potuto vedere ancora quasi inalterate le stratificazioni sociali formatesi nel nono secolo, quando la Russia entrò nell’alba leggendaria e crepuscolare della sua tragica esistenza. Il mastice di questo conglomerato insolubile di razze fu la religione e la consuetudine di chiamarsi e considerarsi tutti salvi.
■ Ma quando le prime tribù slave comparvero sulle pianure meridionali russe, emergendo dalla tenebra della loro origine asiatica, esisteva già una ossatura di civiltà lungo la via dei traffici che univa Bisanzio alle regioni scandinave, fra il Mar Nero e il Baltico. Colonie greche e bizantine popolavano la Crimea e le foci dei fiumi. Il Dnieper era la grande arteria degli scambi per la quale scendevano le pellicce, le ambre, le gemme del Nord, e salivano le stoffe i bronzi, i vini dell’Oriente.
■ Le prime città della Russia erano sorte su questa strada del commercio, rudi stazioni di approdo cinte di palizzate ma che alle genti nomadi, che non avevano mai visto una casa, parevano meravigliose. La regione del Dnieper era chiamata il “Regno delle città”. Erano state fondate da mercanti europei, insediatisi in questi scali fortificati come due secoli fa avventurieri inglesi si trinceravano nelle stazioni di tappa lungo il Mississippi. Il resto della Russia era una distesa favolosa e inesplorata di foreste, di tundre, di laghi, solcata da fiumi immensi, percorsa da rare bande di sciti e di sarmati, scomparse poi quando l’avanzata slava le assorbì o le respinse. Vi è una strana analogia fra le sterminate solitudini russe sul margine dei primi traffici europei e quelle dell’America di fronte alle prime penetrazioni della conquista.
■ Sulla Russia avanzava dall’Occidente tutto un avventuroso e rude pionerismo europeo. Era l’Europa feudale, guerriera e mercantile, religiosa e brutale, l’Europa di ferro del primo Medioevo che spingeva avanti i suoi uomini, le sue istituzioni, i suoi sistemi, la sua fede. Novgorod fu creata da tedeschi del Baltico, e doveva più tardi far parte della Lega Anseatica. Kief era un avamposto del commercio bizantino. E verso il Mille arrivarono le prime ondate di scandinavi che dovevano assumere il predominio. Su tutti i fiumi comparvero stormi di navi vikinghe che scivolavano al passo dei loro lunghi remi come insetti d’acqua, cariche di variaghi. E, dalle foci della Neva a quelle del Dnieper, s’installò la sovranità normanna con quel principe Rurik la cui discendenza ha regnato sulla Russia fino all’avvento dei Romanov.
■ Discendere da Rurik aveva il valore di una consacrazione, di una investitura, di un titolo al trono (Ivan il terribile si vantava di avere Rurik e anche Augusto fra i suoi antenati, sperando che Augusto gli servisse ad aprirgli le porte di Bisanzio). Per cinque secoli la storia della Russia è stata unicamente la storia dei discendenti di Rurik, delle loro rivalità, delle loro liti, delle loro guerre, delle loro stragi, e dell’espandersi del loro dominio, segnato da modesti cremlini di legno posati nelle solitudini silvane alla guisa di pedine sopra una scacchiera vuota.
■ Eserciti scandinavi, polacchi, lettoni, trovarono un buon impiego sotto ai rurikiti, e ai loro fedeli servigi andava il compenso di terre, di feudi, di cariche, di monopolii. I mercanti tedeschi operavano in prosperose ghilde, come nelle città fiamminghe, e le arti fiorivano per merito di bizantini che, adattando il loro stile al clima, creavano l’architettura russa. Come è possibile non vedere in questo mondo formidabile di immigrati, creatori e detentori di comandi e di ricchezze, il grande ceppo dei “visi ovali”? Era lo strato superiore della futura Russia che si svolgeva come un tappeto. Le due correnti, l’europea e la slava, troppo diverse, non potevano fondersi. Si sovrapposero.
■ Attirate dalle città, come naviganti attirati dallo splendore di fari, le nomadi popolazioni slave affluivano dal sud avide di novità e di mercato, per vendere le loro pellicce, i loro cavalli, le loro braccia, fornendo servizi e fatica. Barbari ma miti e passivi, gli slavi erano rimasti al concetto sociale della tribù vagante, senza confini e senza proprietà. I loro beni erano in comune. Non coltivavano la terra che quel poco che era necessario per mangiare ed emigrare più in là. Erano loquaci, traffichini, adoravano le discussioni interminabili, e le loro istituzioni politiche si riducevano al vetce, il consiglio degli anziani. Comunismo e soviet, sono all’inizio come alla fine. Le genti della campagna russa non hanno molto mutato.
■ Gli slavi diedero alla dominazione le moltitudini di servi di cui aveva bisogno. Di fronte all’europeismo, barbarico ma illuminato vagamente da lontani riflessi del crepuscolo romano, che governava il paese, le tribù slave si trovarono nella situazione di indigeni di regioni semi-selvagge davanti ad una colonizzazione di civiltà superiore. Nessuna affinità fra l’alto e il basso. Gl’indigeni non contavano che come forza bruta, ricchezza produttiva. Erano incapaci di coesione, di organizzazione, di governo, rimasti asiatici. Non vi era in Russia e non vi è stato fino al secolo scorso, il concetto di “popolo” nel senso europeo: cioè di “nazione”. Perché la Russia non fu mai realmente una nazione, ma un dominio.
■ La Russia è stata in realtà una immensa colonia di se stessa.
■ Si è andata formando con un procedimento incessante di colonizzazione periferica, mantenendo netta la divisione fra dominatori e dominati. Si è ingrandita sistematicamente allargando un bordo di guerriglia perpetua, dietro alla quale, passo passo, si riproduceva l’organizzazione della padronanza e della servitù. E forse se non fosse stato così l’Impero non sarebbe divenuto grande come la sesta parte del mondo. Soltanto dal principio dell’Ottocento fino alla Grande Guerra, la conquista russa si è annessa 104 chilometri quadrati e 300 sudditi stranieri in media ogni giorno (è lo storico rivoluzionario Miliukov che ha fatto il conto).
■ Si capisce come la storia russa parli così poco di popolo, salvo per ricordare delle sommosse domate. La storia era un affare esclusivo di “visi ovali”. Essa consiste in una immensa, terribile e meravigliosa contesa di dominatori. Sotto certi aspetti, il popolo aveva vagamente la posizione delle masse autoctone negli imperi coloniali dell’America latina, al Messico, al Perù, in Bolivia. La Russia aveva pure i suoi creoli, i suoi meticci e le moltitudini pazienti, varie e ignare dei suoi indii. Naturalmente noi non ci riferiamo al grado di civiltà, al tipo ed al carattere degli uomini, ma soltanto alla natura della stratificazione sociale di cui abbiamo visto il crollo.
■ È probabile che l’europeizzazione della Russia si sarebbe svolta nel senso della profondità sociale, se sul mosaico di principati rivali non fosse piombata la valanga mongola, che fece della Russia una provincia dell’Asia. Il giogo tartaro fissò la Russia in un sistema asiatico di soggezioni immutabili. I principi divennero vassalli del Gran Khan e il principe di Mosca fu il suo intendente. La corona imperiale degli zar non è che la ciapka d’oro mongola data ai principi di Mosca in segno di vassallaggio. Dall’alto al basso tutto si pietrificò in una gerarchia di servitù, e l’organizzazione dello Stato ha finito per riprodurre in gigantesco il dominio privato di un boiardo. Forse è ancora così: senza boiardo.
■ Il servo è rimasto servo. E non si sa bene se sia fatalista, docile, umile, perché è servo, o se è servo perché è fatalista, docile, umile. Quello che avviene nell’U.R.S.S. non sembra adatto a chiarire questo punto. La caratteristica e l’essenza del regime bolscevico è la schiavitù del popolo, spogliato e “dittatore”, e la ferocia inesorabile del comando ci appare più vicina alle idee dell’Asia antica che a quelle dell’Europa moderna. Questo può significare, in fondo, che il dispotismo è forse l’unica forza di coesione in un caos di razze come la Russia. Ma esso non è stato mai così formidabile come da quando è stato nominalmente distrutto. Il minimo comun denominatore dell’ordine su questa immensità continua ad essere Tamerlano. Non vi è esempio di una rivoluzione che abbia adottato così bene le cose contro cui era insorta. Ed è avvenuto così che il popolo russo è oppresso perché bisognava liberarlo, ed è affamato perché bisognava che non mancasse di pane. La scomparsa dei volti ovali non ha giovato molto ai “volti tondi”.
■ I “volti ovali” si sono in parte dispersi, come una novella tribù d’Israele, e formano milioni di espatriati in tutte le parti del mondo. Un più grande numero di loro è morto, per piombo o per inedia. Gli scampati rimasti sono tovaric ed aspirano ad essere decorati con l’ordine di Lenin, o vagano inebetiti, coperti di cenci, come fantasmi della miseria. Ma la strada alla rivoluzione è stata preparata da queste classi.
■ La nobiltà era imbevuta di scetticismo o di rivolta. I nihilisti, i lanciatori di bombe, gli attentatori prerivoluzionari, sono rigettati dai sovietici come “borghesi”. E lo erano. Qualche volta erano aristocratici. Tutta l’armatura del potere era corrosa. Nella scomparsa dei “visi ovali” c’è del suicidio. La loro decadenza cominciò quando Pietro il Grande, il più audace rivoluzionario russo prima di Lenin, per europeizzare i boiardi li strappò ai loro dominii, ove vivevano patriarcalmente, obbligandoli a risiedere alla Capitale e servire. La nobiltà fu trasformata in burocrazia. Gl’intendenti messi al comando dei possessi terrieri oppressero i servi e derubarono i padroni. Si crearono sofferenze, debolezze, squilibri, che sgretolarono lentamente l’edificio zarista.
■ Dell’antico spirito di dominio non era rimasto che l’orgoglio, l’illusione, l’etichetta, lo scenario, dietro a cui tutto franava. Con l’ultimo zar è venuta a mancare la colonna centrale dell’edificio. Non c’era più uno zar. Quel povero Nicola che ha obbedito docilmente a tutti, a Plehwe, a Witte, a Stolypin, alla zarina, a Rasputin, a Kerenski, e in ultimo all’esecutore Yurovski che gli disse di scendere in cantina per farsi ammazzare con discrezione, non era nessuno. In realtà, da ventitré anni le cose andavano avanti come se il trono di tutte le Russie fosse vacante.
■ La scomparsa dei “volti ovali” non è che un aspetto dell’immenso uragano etnico che ha imperversato su tutta la Russia, che ha mosso popolazioni da un capo all’altro dell’Impero, che ha triplicato gli abitanti di Mosca e dimezzato quelli di Leningrado. Fra il 1918 e il 1921, moltitudini disordinate si misero in movimento come rivoli d’acqua espressi da ghiacci in fusione. Fissità centenarie di popolazioni terriere si scioglievano davanti agli orrori delle guerre civili, che si spostavano devastatori come incendi di praterie, o sotto l’atroce miseria delle carestie, e lunghe carovane vagavano in cerca di rifugio, come ai tempi delle incursioni turcomanne. Agli esodi spontanei si sono aggiunti esodi forzati, che il Governo sovietico impone per mutare la composizione etnica delle popolazioni dove teme minore sottomissione, o dove vuole adattare gli abitanti a nuove produzioni.
■ Il sistema è antico. Gli zar sloggiarono così i cittadini di Novgorod, ricalcitranti al giogo di Mosca, e li sostituirono con gente più mansueta. Ma mai le cose erano state fatte così in grande. L’Ukraina adesso muta popolo. Masse di contadini ukraini scampati all’affamamento sono deportati in remote regioni e sostituiti con “grandi russi”: così cesseranno di chiedere la libertà e opporsi alle collettivazioni. Troppo europei, gli ukraini non sono riposanti. Nel Turkestan, per errori tecnici nella trasformazione delle culture, gli abitanti muoiono di fame e prima di morire protestano. Le moschee, trasformate in carceri, sono gremite di mufti prigionieri, e contadini slavi sono spediti dal nord a riempire i vuoti. Si vedono nella Siberia Orientale enormi convogli di emigrati forzati. In nessuna epoca e in nessun luogo si sono avuti fenomeni così grandiosi di preordinato sommovimento umano.”




