Da La Lettura, Anno XX, N. 2, 1 febbraio 1920.
Di Antonio Sammicheli.
” ■ Nei tempi andati, quando gli eserciti che tenevano il campo erano composti di poche migliaia di uomini, per la maggior parte soldati di mestiere, e spesso stranieri al paese per il quale combattevano, il riordinamento degli eserciti, a guerra finita, era operazione abbastanza semplice e quasi automatica.
■ Una bella battaglia (con pochi morti e molta coreografia) metteva fine alle ostilità: uno dei due avversari dichiarava che non giocava più: l’altro prendeva atto della dichiarazione; prendeva in più qualche milione in denaro e, se ne era il caso, anche qualche provincia; dopo di che i due eserciti, malconci in modo molto relativo, facevano contemporaneamente un bel «dietro front» e ciascuno riprendeva la strada per far ritorno alle normali guarnigioni, dove in poco tempo si rimetteva delle busse toccate, e, come si dice ora, «si riportava in efficienza» tal quale era prima della campagna.
■ La battaglia finale, di massima, coincideva col morire dell’estate o tutt’al più con l’autunno non troppo inoltrato, perché si riteneva inutile affrontare per questo genere di sport i disagi della cattiva stagione: l’inverno essendo così disponibile, e più che bastevole, per la cura ricostituente, la primavera ritrovava gli eserciti poco dissimili dagli eserciti dell’anno precedente e pronti ad affrontare nuove imprese.
■ Una siffatta rapidità di convalescenza periodica era possibile perché le guerre erano poco cruente, e perché gli eserciti di allora erano assai piccoli: equivalevano nei riguardi del numero, ai Corpi d’Armata o tutto al più alle Armate d’oggi giorno.
■ E mentre questa minima aliquota di cittadini combatteva in ristretti campi di battaglia, per il rimanente della popolazione la vita continuava col suo ritmo normale di lavoro, cosicché il problema del dopo guerra riusciva localizzato all’esercito ed eventualmente a qualche provincia devastata dal passaggio delle milizie e dai saccheggi.
■ L’epoca napoleonica che poggiò le sue basi sui concetti rivoluzionari degli eserciti della Convenzione, e che coordinò intimamente il fattore militare con quelli sociali e politici, ponendo gli uni e gli altri a servizio delle ambizioni conquistatrici della Francia imperiale e imperialista, parve per alcun poco turbare l’onesta consuetudine del buon tempo antico. Ma Napoleone non ebbe mai il tempo di procedere ad un vero e proprio riordinamento organico dei suoi eserciti. La costituzione delle forze armate ed il loro impiego subì, è vero, nel periodo dal 1796 al 1815 mutamenti profondi, ma per lente e progressive trasformazioni, contingenti ciascuna ad una particolare necessità del momento. Perciò le istituzioni militari di quegli anni conservarono un carattere rivoluzionario e provvisorio che spiega la facilità con la quale la Santa Alleanza poté nel 1815 sopprimerli quasi del tutto ricorrendo, anche in tema di riordinamento degli eserciti, al metodo semplicista del ritorno allo «statu quo ante».
■ Nel frattempo però un piccolo Stato aveva dato un primo esempio di riordinamento sostanziale, ideando ed attuando, per la costituzione dell’esercito in relazione alla vita dell’intero Paese, concetti veramente nuovi, gettando così le basi di un sistema sul cui sviluppo andarono via via modellandosi, durante tutto il XIX secolo, gli ordinamenti militari del mondo intero. Questo piccolo stato era la Prussia del 1806, che, avendo subito a Jena una disfatta non inferiore (in confronto alle proporzioni geografiche e politiche del regno ed ai mezzi di quei tempi) alla disfatta toccata alla Germania del 1918 sui campi di Francia, ed avendo in conseguenza di ciò dovuto piegare il capo a condizioni di pace che, applicando il concetto di relatività ora detto, ricordano molto da vicino quelle che il sig. capo della Delegazione tedesca si udì comunicare dal sig. Clémenceau alla Conferenza di Parigi, aveva subito cercato, e trovato, il modo di eludere i patti impostile dal vincitore. La trovata dello Scharnhorst consisté nel creare un nuovo ordinamento che tenendo conto dell’esperienza fatta dai francesi con i metodi di leva, e chiamando a concorrere alla difesa dello Stato tutte le forze della Nazione, in misura apparsa allora straordinaria, preparò la rivincita del 1814-15 e, in più lontano avvenire, le vittorie del 1866 e del 1870.
■ Non si può negare che l’espediente messo in opera coll’abbinare il criterio francese della coscrizione a quello nuovissimo delle ferme brevi era assai ingegnoso, perché prometteva di impartire l’istruzione militare a gran numero di cittadini, pur senza tenere contemporaneamente sotto le armi un numero di soldati superiore a quello prescritto dal vincitore, e nello stesso tempo assicurava la pronta disponibilità di forti contingenti (forti per quel tempo) in caso di bisogno, quando cioè fosse giunto il momento di lacerare i patti e muovere alla riscossa.
■ Il male è che dal 1806 al 1914 non si inventò in tal materia nulla di sostanzialmente nuovo; tutto il XIX secolo trascorse fra l’ammirazione e l’imitazione più o meno pedissequa dei sistemi prussiani, così che la guerra mondiale trovò gli eserciti di tutte le nazioni foggiati su di un modello unico tratto dagli insegnamenti della guerra franco-germanica del 1870 71.
■ Ma la guerra mondiale aveva in sé troppi elementi assolutamente nuovi per non imporre, fin dal suo primo divampare, metodi nuovi nel campo organico non meno che nel campo tattico.
■ Le fronti di combattimento assunsero subito estensioni gigantesche sbarrando da un mare all’altro l’intero continente europeo; non furono eserciti, ma popoli quelli che dalle due bande di tali interminabili fronti stettero in arme, non durante una breve stagione o tutt’al più durante poche stagioni consecutive, ma per cinque lunghi anni, ininterrottamente, armati gli uni contro gli altri, con la volontà e con ogni muscolo teso in uno sforzo continuato e sempre crescente, ad alimentare il quale dovevano concorrere necessariamente tutte le energie del Paese: uomini, danaro, materiali di ogni specie, e sopra tutto la forza morale di idealità superiori. Questa soltanto, infatti, poteva cementare la massa eterogenea di ciascuno degli opposti belligeranti e sostenere lena e vigore al conato di resistenza in cui tosto ebbe a mutarsi il primo impulso di entusiasmo appena venne ad urtare contro la rigida immota linea delle contrastate trincee.
■ La volontà di vincere tenne luogo molte volte di istruzione militare in questi immensi eserciti improvvisati: la bontà della causa rimedio a molte deficienze di organizzazione, tanto sulla fronte di combattimento quanto nelle retrovie, che si estendevano di fatto sino alle frontiere diametralmente opposte a quella lungo la quale ardeva la lotta.
■ Ma se di questi elementi imponderabili occorre tenere il massimo conto nella preparazione del Paese alla guerra, non è lecito su di essi fare esclusivo assegnamento; perché se anche si può confidare che si ripeta il miracolo della Fede che condusse l’Italia alla vittoria, non si può disconoscere che una conveniente organizzazione preventiva di tutte le forze del Paese avrebbe permesso di raggiungere i medesimi fini con un minore dispendio di tempo, di mezzi e di energie di ogni specie.
■ Ora questo semplice accenno alla necessità di organizzare tutta una grande Nazione in previsione di doverla un giorno (necessariamente lontano, e quindi in condizioni diverse da quelle verificatesi ieri) condurre nuovamente e tutta in guerra, basta a fare intravedere quanto vasto e complicato sia oggi il problema del riordinamento dell’esercito in confronto a quello che dovettero, a campagna finita, proporsi tutte le generazioni che ci hanno preceduto, compresa quella dei nostri padri, e quale differenza istituiscano fra i sistemi dell’avvenire e quelli del secolo scorso le stesse proporzioni gigantesche in cui vengono applicati concetti sostanzialmente analoghi a quelli del vecchio Scharnhorst.
■ È ben vero che non manca chi semplifica il problema, sopprimendolo addirittura col negare la possibilità di guerre future, negazione dalla quale consegue logicamente la necessità del disarmo generale.
■ Chiunque abbia una nozione anche vaga di ciò che costano oggi ad uno Stato gli armamenti, e delle ricchezze che un conflitto armato distrugge; ma, più ancora, chiunque abbia visto da vicino la guerra non può non augurarsi che quella or ora terminata sia stata realmente l’ultima.
■ E l’immane flagello che ha percosso la nostra generazione sarebbe da benedire per tutta l’eternità se gli si potesse attribuire il merito di aver guarito il vecchio mondo dalla malattia cronica che lo travaglia da otto mila anni in qua, e cioè dal giorno in cui gli uomini sulla terra, essendosi per la prima volta trovati in due, ossia nel minor numero necessario e sufficiente per ingaggiare battaglia, subito vennero alle mani fra di loro, e Caino uccise Abele.
■ Certo la guerra ultima è stato un revulsivo di massima violenza: sarebbe tuttavia pericoloso addormentarsi nella fiducia che esso sia stato sufficiente a mutare l’orientamento delle molecole dei cervelli umani al punto di disporle come si conviene perché il prossimo non ispiri al prossimo altro sentimento che non sia quello di sviscerato ed altruistico amore.
■ Ma più di qualsiasi altra considerazione psicologica, per modo di dire, soccorre questa tesi, con tutta la sua autorità di scienza positiva, la geografia elementare.
■ Non avete mai gettato uno sguardo sulla carta dell’Europa quale la Conferenza di Parigi l’ha disegnata? E non vi ha dato l’impressione dello Stivale italico prima del 1848, quale lo deplorava il Giusti, a cagione del suo arlecchinesco aspetto? Con quei confini «fantasia» assegnati ai nuovi Stati, con quella Polonia ipertrofica che separa in due la fremente Germania, con quella Czeco Slovacchia piena di magiari e quell’Ungheria ridotta ai minimi termini, e sopratutto con quella Russia diventata più misteriosa del Continente nero nel secolo XVII, è prudente giurare in una eterna pacifica conservazione dell’attuale stato di cose?
■ E che cosa ne dite di quella irrequieta moltitudine di slavi che occupa così gran parte della superficie del nostro continente e tende, con lento e costante processo di espansione, a relegare latini e germanici in un cantuccio, all’estremo occidente e spinge ai nostri confini proprio nel tratto ove essi sono più accessibili, la garrula avanguardia jugoslava, che separa dal grosso soltanto la sottile striscia formata dai territori contigui dell’Austria tedesca, dell’Ungheria e della Romania?
■ Siete ben certi che questa striscia, che non può aver pretese di costituire barriera contro la spinta della massa omogenea e gigantesca che la preme da oriente, non sarà mai violata, non sarà mai travolta, ma continuerà in eterno ad impedire il realizzarsi del gran sogno panslavo? Ed allora che avverrà? Non dimenticate che erano slave molte di quelle orde che travolsero l’impero di Roma, quando la città dei Cesari, rinnegando le sue tradizioni militari del periodo repubblicano e del periodo aureo, divenne la Roma imbelle degli ultimi imperatori!
■ Senonché, appunto per il fatto che il lungo e atroce conflitto da cui siamo usciti ha paralizzato per tanti anni le energie produttive del Paese, ed ha distrutto tante ricchezze, bisogna risolvere ora il problema della massima preparazione col minimo onere dell’erario, non solo, ma anche con il minimo disturbo alla vita civile dello Stato.
■ La risoluzione di tal problema non appare impossibile quando alle istituzioni militari si prefigga come scopo, non il conseguimento di una qualsiasi egemonia sulle altre nazioni, ma la pacifica tutela del nostro diritto a vivere e a prosperare, ottenuta coll’impedire, per il solo fatto dell’esistenza potenziale di questa forza armata, il formarsi di coalizioni straniere intese a far prevalere colla violenza interessi contrari ai nostri o a sfruttare comunque la debolezza che a noi deriverebbe dall’essere completamente inermi e quindi evidentemente impotenti ad opporci alle prepotenze che non mancherebbero di usare a nostro danno i più forti di noi, anche, senza ricorrere alle armi, nel campo economico e industriale. Vedasi in proposito l’ultima favola di Trilussa ove si narra ciò che accadde a un leone, che, per consiglio di un coniglio umanitario, aveva creduto i tempi maturi per rinunziare agli artigli.
■ Fino ad ora la parte più rilevante del bilancio del Ministero della Guerra era assorbita dalle spese derivanti dalla presenza sotto le armi di forti contingenti, costituiti da tre classi di leva. E si riteneva necessario trattenere in servizio tanta gente sia perché si credevano due o tre anni indispensabili per impartire la istruzione militare occorrente, sia perché l’esercito era largamente adoperato per tutelare l’ordine pubblico nell’interno dello Stato.
■ Le lunghe ferme sottraevano così a parte della gioventù gli anni migliori e più redditizi per la preparazione professionale civile, mentre l’impiego troppo frequente in servizi di ordine pubblico era nocivo alla preparazione militare. Inoltre per diminuire la spesa che sarebbe conseguita dal chiamare alle armi l’intero contingente di una classe di leva, si erano adottati innumerevoli criteri di dispensa dal servizio militare che inevitabilmente davano luogo ad ingiustizie, e, in ogni modo, impoverivano il contingente totale prontamente disponibile in caso di una chiamata generale per la guerra.
■ Per queste considerazioni, validamente suffragate dalla dura esperienza che delle conseguenze degli inconvenienti ora detti abbiamo fatto nell’ultima guerra, caratteristica essenziale degli eserciti avvenire sarà la ferma breve (meno di un anno) e l’obbligo militare esteso a tutti i cittadini indistintamente.
■ È da tener presente tuttavia che l’istruzione militare consta di due elementi ben distinti: addestramento professionale e educazione morale. Se un anno, ed anche meno, si è dimostrato sufficiente per addestrare professionalmente il soldato semplice, tale periodo è certamente troppo breve per educarlo.
■ Ora l’educazione militare, intesa nel suo vero senso e cioè come quella che mira ad infondere il senso del rispetto a sé stesso, della disciplina formale e sostanziale, del culto del dovere spinto sino al sacrificio personale in favore della collettività, ed a creare nel popolo una forte e seria coscienza nazionale, non differisce affatto dall’educazione civile intesa nel suo più alto significato.
■ Perciò non occorre che tale educazione sia impartita nelle caserme: meglio e con più efficace progressione essa può e deve essere impartita nelle famiglie e nelle scuole prima che i giovani siano chiamati sotto le bandiere.
■ «Cittadini e soldati siate un esercito solo!» ammonì un’Augusta voce in uno dei momenti più angosciosi della guerra. E l’ammonizione riferita al sereno tempo della pace sarà il migliore e più sintetico programma per la concorde opera di preparazione di tutte le energie della nuova Italia.
■ L’adozione del sistema caratterizzato dalla brevità della ferma, oltre all’esigere una conveniente istruzione premilitare, comporta la necessità di assicurare all’esercito buoni e numerosi quadri, perché è evidente che la gran moltitudine di giovani che con tal sistema si succedono rapidamente nelle caserme e sui campi di esercitazione, sottoponendosi ad una istruzione intensiva, non può in caso di chiamata generale costituire unità dotate della coesione necessaria, se queste non sono fortemente inquadrate da ufficiali buoni, numerosi e perfettamente affiatati fra di loro.
■ L’affluire contemporaneo, sempre in caso di chiamata generale, ai centri di mobilitazione dapprima, e quindi alle frontiere, di tanti uomini, di tanti reparti, non potrà avvenire con l’ordine e la precisione indispensabili se questi movimenti non si incanaleranno a tempo e luogo a colmare i vuoti a bella posta lasciati nella trama scheletrica che sarà l’esercito sul piede di pace. La guerra ha insegnato che l’organizzazione è tutto: l’improvvisazione, anche quando per un colpo di fortuna raggiunga lo scopo voluto, lo raggiunge male, tardi e con dispendio di energie, di mezzi, di danaro e di vite centuplo di quello necessario. Ora per organizzare occorre studiare: quindi necessità, nel nuovo ordinamento, di dar larga parte agli studi militari, condotti con rigore scientifico e con quella abbondanza di mezzi che sola vale ad assicurarne l’efficacia.
■ Evidentemente per inquadrare con la dovuta saldezza le formazioni non del solo esercito di pace, ma anche quelle da costituire all’atto della mobilitazione, occorre un gran numero di ufficiali. E questa necessità risulta in contrasto con l’altra del minimo onere all’erario, posta come base del riordinamento dell’esercito.
■ Il contrasto tuttavia è apparente soltanto, se si applica anche qui il principio del largo concorso del Paese alla preparazione militare.
■ È ancora fresco infatti il ricordo dell’ottima prova fornita dagli ufficiali di complemento, i quali superarono ogni più lusinghiera aspettativa e furono in ciò tanto più meritorî in quanto né l’organizzazione dell’esercito prima del 1914 aveva preveduto e provveduto alla loro preparazione professionale nella misura e nel numero che si manifestarono necessari, né il Paese aveva concorso alla loro preparazione morale circondando il grado e le funzioni dell’ufficiale del prestigio e della considerazione che loro spetta.
■ Questo disinteressamento del Paese per l’Esercito che inaridiva le fonti del reclutamento degli ufficiali (e non di quelli di complemento soltanto) e che si rifletteva su tutta l’educazione della Nazione, era causa ed effetto ad un tempo della assoluta incompetenza dell’elemento civile in fatto di questioni militari.
■ Accadeva non di rado udire persone di media ed anche di alta coltura, che avrebbero arrossito se sorprese a confondere in una conversazione un Boltraffio con un Luini o un Carpaccio con un Gentile Bellini, scambiare nei loro scritti con la massima disinvoltura un proiettile con una bocca da fuoco, o confessare candidamente di non saper distinguere un sergente da un colonnello.
■ Durante la guerra invece la forza dei valori ideali trasformò in breve tempo professori di università in ottimi ufficiali di stato maggiore; avvocati di grido comandarono brillantemente al fuoco sezioni e batterie; cittadini di ogni professione e di ogni età combatterono eroicamente alla testa di compagnie e di battaglioni; commercianti e industriali arrecarono prezioso concorso al funzionamento dei servizi. Quasi tutti però nei gradi inferiori: e quanta fatica costò la trasformazione, e quanto tempo perso, quanta energia dispersa nel tirocinio indispensabile ed affrettato febbrilmente nei quadri di truppa! Di tutto questo terrà conto il nuovo ordinamento, e in questo più che mai è necessario il coscienzioso e convinto concorso del Paese.
■ Soltanto cosi potranno in pace e in guerra essere sfruttate per il bene comune e nella sfera d’azione che compete al loro sapere ed alla loro posizione sociale le attitudini di tutti coloro che nella vita civile esercitano funzioni direttive o di comando.
■ Soltanto così l’Esercito, vera Nazione armata, potrà seguire passo a passo, in intima e costante comunione di spirito e di sentimento, tutti i progressi, tutte le correnti ideali del Paese.
■ Soltanto così sarà possibile che realmente ed efficacemente venga impartita ai giovani quella educazione civile che è la più efficace istruzione premilitare.
■ Soltanto così, infine, le discussioni sulle questioni militari, che sono fra le più vitali per il Paese perché coinvolgono tutte le sue attività economiche e sociali, potranno entrare veramente nel campo del pubblico dominio e non essere ristrette alla solita cerchia dei pochi competenti.
■ Queste sono, a grandi linee, le tendenze a cui si ispirano i concetti informatori dell’odierno riordinamento dell’Esercito, riordinamento che il decreto ufficiale qualifica come provvisorio perché frutto di impressioni complessive e generiche e degli insegnamenti tratti dai primi studii sulla guerra.
■ Ma un fenomeno così grandioso come quello verificatosi nell’ultimo quinquennio non può essere analizzato a fondo in un anno solo — ed in un anno così agitato come il 19I9. — Sono necessari pertanto, anche in materia militare, ulteriori studii dai quali scaturiranno altri insegnamenti che suggeriranno alla loro volta modificazioni a questo primo schema, il quale volutamente si è mantenuto sulle generali allo scopo di conservare l’elasticità occorrente per adattarsi all’evoluzione di un lunghissimo periodo di tempo — quale speriamo sia quello che ci separa da una nuova guerra.
■ Le innovazioni arrecate all’ordinamento dello Stato Maggiore dell’esercito, sono tuttavia comprese in un decreto legge distinto dal R. Decreto che stabilisce l’organico provvisorio perché non sussistono per esso le probabilità di modificazioni immediate di cui sopra è cenno.
■ Lo Stato Maggiore, da non confondere con il Corpo di Stato Maggiore che viene soppresso, è l’insieme di ufficiali di ogni grado che concorrono al governo delle unità, senza far parte delle medesime. Ad esso perciò competono gli studi per l’organizzazione delle varie armi e per il loro impiego, gli studi per la difesa delle frontiere e per le eventuali operazioni, le disposizioni per la mobilitazione, la compilazione delle istruzioni e dei programmi delle scuole, la direzione di tutto ciò che in pace come in guerra è esecuzione di tali studi, e non è di competenza del Ministro, il quale rimane sempre il supremo responsabile di fronte al Paese di ogni attività dell’Esercito ed è l’Amministratore dei fondi stanziati dal Parlamento per le spese militari.
■ Un insieme così complesso di compiti rende necessario un grande snodamento dell’organizzazione dello Stato Maggiore. Ed infatti dall’Ispettore generale dell’Esercito, (carica ora istituita) il quale dà l’indirizzo generale alla preparazione, intesa nella più larga accezione della parola, e coordina il lavoro delle multiformi attività che gli sono sottoposte, fino ai comandi di divisione è tutta una scala di organi importanti, con funzioni ben distinte, destinati ad irradiare fin nelle più eccentriche diramazioni del supremo comando.
■ Alla sommità di questa scala, subito dopo l’Ispettore generale, sta il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, le cui mansioni sono rimaste a un dipresso quelle che gli competevano secondo l’antico ordinamento.
■ Con la nomina di S. E. Diaz ad Ispettore generale, la carica di Capo di Stato Maggiore viene assunta da S. E. Badoglio, generale di esercito.
■ Come è noto, il generale Badoglio ha 48 anni, proviene dall’artiglieria (al pari del generale Diaz), ha preso parte alla guerra di Libia quale capitano di Stato Maggiore, ed è entrato in campagna nel 1915 col grado di tenente colonnello e la carica di sottocapo di Stato Maggiore della seconda Armata. Comandò il reggimento di fanteria che conquistò il Sabotino, la Brigata di Fanteria che conquistò il Sober, il Corpo di Armata che conquistò il Kuk, il Vodice, il Monte Santo. Nominato alla fine del 1917 Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, resse il reparto operazioni del Comando Supremo, e, sotto l’alta direzione del generale Diaz, organizzò ed eseguì la manovra difensiva del giugno 1918 che fiaccò per sempre l’esercito avversario, e la manovra offensiva dell’ottobre-novembre che gli diede il colpo di grazia.
■ Sostituisce S. E. Badoglio nella carica di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito il Tenente Generale Grazioli che, sino alla fine dell’agosto scorso, ha comandato il Corpo Interalleato di occupazione di Fiume.
■ Ogni arma combattente ha necessità sue particolari di studio e di sviluppo: perciò ogni arma avrà il suo Ispettore generale. Col vecchio ordinamento esistevano già Ispettori generali per ciascuna delle armi speciali. La guerra ha dimostrata l’utilità di estendere tale provvedimento anche alla fanteria.
■ E l’Ispettore dell’Arma regina delle battaglie altri non poteva essere se non il Duca del Carso e del Piave che nella lieta come nell’avversa fortuna tante cure e tanto amore consacrò ai piccoli fanti dell’Armata gloriosa.
■ Di nuova istituzione è pure il Consiglio degli Ispettori generali, di cui fa parte anche il Capo di S. M. dell’Esercito e che viene convocato dall’Ispettore generale, quando questi ravvisi l’opportunità di sentire su determinate questioni il parere degli Ispettori delle varie armi.
■ Questo Consiglio non deve essere confuso con il Consiglio dell’Esercito, già esistente, che è presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri e di cui fanno parte oltre l’Ispettore generale dell’Esercito e i capi di S. M. dell’Esercito e della Marina anche i Ministri della Guerra e della Marina.
■ La Commissione suprema mista per la difesa dello Stato e la Commissicne Centrale di avanzamento completano il sistema dei sommi organi direttivi dell’Esercito.
■ L’esperienza della guerra ha dimostrato la necessità di avere un gran numero di ufficiali addestrati al servizio di Stato Maggiore sia per costituire sin dall’entrata in campagna i nuovi comandi con organici sufficienti ed idonei alle loro funzioni, sia per diffondere la cultura nei quadri, sia per dare impulso agli studii, sia infine per permettere quella rotazione fra servizio presso lo Stato Maggiore e servizio presso le truppe che sola assicura il persistere del senso pratico della realtà negli ufficiali dei Comandi e degli organi incaricati di qualsiasi genere di studio. Questi identici scopi già si proponeva il Corpo di Stato Maggiore, ma appunto perché necessariamente risultava composto di un numero troppo esiguo di ufficiali, non poté raggiungerli, specialmente a guerra iniziata, quando l’Esercito assunse proporzioni non prevedute e in parte non prevedibili.

■ Ora invece, per assicurare il numero veramente enorme di ufficiali occorrenti per il servizio di Stato Maggiore, vi è la tendenza a seguire anche in tempo di pace il sistema praticato durante la guerra, ricorrendo anche agli ufficiali di complemento di ogni grado.
■ L’aumento del territorio nazionale, conseguito con la pace vittoriosa e con la liberazione delle province irredente, ha reso necessario aumentare il numero dei Corpi d’Armata territoriali che da 12 è salito a 75; conseguentemente le divisioni territoriali saranno 30 invece di 25.
■ In conseguenza dell’aumento del numero dei Corpi d’Armata e della popolazione del Regno, accresciuto di nuove province, venne pure aumentato il numero dei reggimenti di fanteria di linea, portandolo da 94 a 106. La vecchia e gloriosissima Brigata dei Granatieri di Sardegna è conservata col suo organico attuale.
■ Più che da questo insignificante aumento numerico, il nuovo ordinamento della fanteria sarà caratterizzato dalla fisionomia che acquisteranno i nuovi reparti dell’arma, intimamente diversi da quella dei corrispondenti reparti dell’ante guerra.
■ La parola «battaglione» evocava, sino al 1914, l’immagine di una falange di mille uomini, muniti ciascuno di un lungo fucile: anzi l’importanza dell’uomo scompariva dinanzi a quella dell’arma, tanto che si contava la forza dei reparti non a uomini, ma a fucili.
■ E questa falange si distendeva in ben ordinata catena, per combattere col fuoco; si riuniva in massa compatta per irrompere all’assalto, baionetta al sole, bandiera al vento, al suono incalzante, eccitatore di musiche guerriere.
■ Concezione molto pittoresca, consacrata dall’Arte dei grandi maestri e volgarizzata ad uso del grosso pubblico dalle cinematografie di grandi manovre e dalla pagina a colori dei giornali illustrati.
■ Questo convenzionalismo, applicato alla guerra vera, nelle prime azioni del 1915 ci costò il fiore dei nostri ufficiali di fanteria ed il sangue generoso delle più solide classi di truppa.
■ A nostre spese abbiamo sùbito imparato quanto sia atroce il quadro della battaglia, per l’essenza stessa della guerra moderna, col suo fuoco di artiglieria potente, preciso e inestinguibile, col suo fuoco di mitragliatrici onnipresente ed infallibile, con le sue insidie di ogni specie: reticolati, buche da lupo, lacci alla giapponese, elementi fiancheggianti, elementi traditori, mine, fogate, getti di fiamme e di gaz pestiferi, con la sua indifferenza all’ora, al tempo, al clima, alla stagione, alle sofferenze e alle passioni degli uomini, indifferenza che dà al combattimento odierno il carattere di un cataclisma della natura implacabile e fatale, che non conosce tregua né pietà.
■ Allora siamo corsi anche noi ai ripari: abbiamo strisciato per terra, ci siamo sprofondati nel suolo con trincee, camminameati, gallerie, caverne: abbiamo disteso reticolati, gettato cavalli di Frisia, abbiamo apprestato ogni sorta di armi difensive ed offensive, richiamando in onore elmo e pugnale, imbracciando lo scudo, adoperando ramponi, fiocine, bombarde, lancia-ruote, lancia-bombe e lancia-fiamme ed ogni sorta di macchine e di congegni. Contemporaneamente adottavamo bombe a mano e fucili automatici; aumentavamo le mitragliatrici in misura non mai pensata. Invece il fucile tendeva sempre più a scomparire in secondo piano; tanto che durante le ultime azioni si ebbero più di una volta assalti «a ferro freddo»: il pugnale fra i denti, una bomba in ciascuna mano, e il tascapane pieno di altri ordegni di morte.
■ Tutte le nuove invenzioni adottate tumultuariamente, a seconda dei bisogni locali di ciascun settore e della disponibilità di mezzi e che necessariamente influivano sulla costituzione organica dei reparti di fanteria, poco a poco si andarono disciplinando in una organizzazione uniforme per tutto l’esercito. Nell’interno di ciascuna unità ad ogni mezzo di offesa venne a corrispondere una squadra addestrata all’impiego del mezzo stesso, e, conseguentemente, armata ed equipaggiata in modo particolare. La compagnia divenne la combinazione di squadre di fucilieri, di compagnie mitragliatrici, di sezioni mitragliatrici leggere, di sezioni lancia-spezzoni, e talora, anche di sezioni di fucili automatici; il reggimento constò di battaglioni, di reparti zappatori, di sezioni bombarde, di sezioni cannoncini, e così via.
■ Questa trasformazione organica, rispondente alla importanza predominante della fanteria, ed alla necessità di congegnare i reparti in modo che abbiano in sé stessi i mezzi per risolvere prontamente tutti i problemi e di superare le multiformi difficoltà che si presentano durante lo svolgimento del combattimento, rende altresì più complicato l’impiego delle unità di quest’arma ed esige perciò uno studio accurato, con gran preoccupazione di praticità, per non cadere negli eccessi a cui trascina, nei lunghi periodi di pace, la tendenza a spingere sino alle estreme conseguenze l’applicazione di principii giusti per sé stessi in quanto derivano da insegnamenti accuratamente vagliati. Il pericolo di tali eccessi è ancora più temibile quando si tratti di organizzare la combinazione della fanteria-uomo con la fanteria-macchina, e cioè con quei mezzi meccanici, come le autoblindomitragliatrici e i carri di assalto (tanks) destinati ad operare in istretta collaborazione con le colonne di attacco e che perciò fanno realmente parte integrante dell’arma di fanteria.
■ Non è ancora stabilito quale sarà la formazione dei reparti elementari di fanteria.
■ Il nuovo ordinamento prevede tuttavia la costituzione di un gruppo di carri armati che fa parte dell’arma di fanteria e che consta di un reparto di autoblindomitragliatrici e di un reparto di carri armati.
■ Posto che i bersaglieri non ebbero in questa guerra impiego sostanzialmente diverso da quello della fanteria di linea, si era pensato in un primo tempo di sopprimere il loro corpo trasformando i reggimenti loro in altrettanti reggimenti di linea. Ma poi, per non far getto della forza morale incontestabilmente insita nel valore ideale delle tradizioni, (e il pennacchio di piume di gallo vanta tradizioni che nulla hanno da invidiare alle tradizioni di altre ben più vecchie insegne) si ritenne che, in sede di ordinamento provvisorio, conveniva conservare questa specialità, e studiare intanto come assegnarle le funzioni affidate attualmente ai reparti di assalto, riconducendola così, in sostanza, ai fini per i quali l’aveva ideata, sin dal 1836, il fondatore del corpo: Alessandro della Marmora. I reggimenti di bersaglieri, dunque, continueranno a sussistere, fino a nuovo ordine, in numero di 12 come prima della guerra, ma riuniti a due a due in brigata, come i reggimenti fanteria di linea.
■ Quanto agli alpini, destinati a vigilare ai confini ed a fornire le prime truppe di copertura (ad impedire cioè incursioni nemiche nella pianura dove, compiuta la mobilitazione si dovrà effettuare la radunata delle armate) il numero dei loro reggimenti è stato aumentato di uno, corrispondentemente all’aumentata estensione della cerchia montana, dopo che le Alpi Giulie si sono ricongiunte alle altre sorelle italiane per completare e chiudere il baluardo che la natura creò al nostro Paese.

■ La cavalleria, l’arma gloriosa delle cariche brillanti, sta per compire il suo ciclo e scomparire nel mondo evanescente della leggenda, dopo aver scritto, a prezzo di sangue, nella storia di questa guerra, pagine non indegne delle sue secolari tradizioni. Ma l’entità stessa del sacrificio incontrato, in confronto al risultato ottenuto, ha dimostrato una volta di più che il cavallo e la lancia non sono in grado di lottare contro il reticolato e contro le macchine di guerra che accoppiano oggi la potenza di distruzione alla velocità di traslazione ed alla capacità di percorrere qualsiasi terreno, e che certamente andranno sempre più perfezionandosi negli anni che ci separano da una nuovo futura conflagrazione. Inoltre la cavalleria è un’arma costosa perché, a differenza delle macchine, i cavalli consumano razioni e quindi danaro anche quando i reparti non lavorano.
■ Essa, poi, male si adatta al sistema delle ferme brevi perché il buon cavaliere non si forma in pochi mesi; invece immobilizza, a detrimento delle altre armi, elementi scelti specialmente dal punto di vista fisico. Per quest’ultima considerazione, nella guerra ultima, oltre che all’appiedamento di intere divisioni, si ricorse largamente all’impiego di ufficiali di cavalleria fuori della propria arma. Gli ardimentosi cavalieri che eravamo abituati ad ammirare nelle gare sportive affrontarono con l’usata baldanza gli aspri cimenti della battaglia, trasformandosi in fanti, in mitraglieri, in artiglieri, in bombardieri, in aviatori, e pagando ovunque, per la gloria delle armi sorelle, largo tributo di sangue.
■ Da queste premesse parrebbe doversi dedurre una decisa condanna a morte della cavalleria e cioè la sua totale abolizione. Ma l’ordinamento, come si è avvertito, è provvisorio, e deve perciò badare a nulla compromettere per l’avvenire che potrebbe anche riservarci sorprese non piccole; per esempio, condizioni tali da fornire occasione ad un utile impiego di cavalleria.
■ Questa possibilità non è da escludersi specialmente per operazioni in particolari terreni, e che non richiedano il concorso di grandi masse.
■ Ora, se vi è un’arma che non si improvvisi, questa è la cavalleria: se disperdessimo adesso, precipitosamente, il prezioso materiale (cavalli) che è in dotazione ai suoi corpi, e distruggessimo le gloriose tradizioni che sono parte essenziale della forza dei vecchi reggimenti, potremmo correre il rischio di trovarci, a momento opportuno, incapaci di approfittare di occasioni favorevoli. Perciò, in attesa che la situazione si chiarisca, si è adottato il criterio di addivenire non ad una abolizione ma ad una riduzione, conservando un forte nucleo che le circostanze del futuro diranno se sia da ridurre ulteriormente o da aumentare di nuovo. I reggimenti di cavalleria, dunque, scenderanno da 30 a 16 e in conseguenza le brigate saranno ristrette a 6, le divisioni a 2.
■ Anche agli occhi di un semplice e lontano spettatore, invece, sarà apparsa evidente la grande importanza assunta dall’artiglieria nella guerra moderna. Sul campo di battaglia, l’azione si rivela essenzialmente per le nuvole bianche colle quali i proiettili di ogni calibro avvolgono e disegnano le posizioni su cui ferve il combattimento; le detonazioni dei colpi di artiglieria in arrivo e in partenza costituiscono la terribile sinfonia che copre ogni altro rumore, e che col variare di tonalità scande il ritmo, e rivela, per ciascun punto e in ogni istante, il polso della lotta. E i combattenti sanno come spetti all’artiglieria soffocare e distruggere ogni cosa che offenda o minacci la nostra fanteria, spezzare e spazzare ogni ostacolo che le sbarri la strada, proteggendola con un cerchio di ferro e di fuoco che avanza quando essa avanza, che sosta quando essa sosta per prender lena sulle posizioni faticosamente e sanguinosamente raggiunte.
■ L’artiglieria per quanto poderosa in numero non è mai eccedente al bisogno, perché non è mai eccessiva la spesa che permette alla nostra fanteria di raggiungere un dato scopo col massimo risparmio di vite umane.
■ Ma allo stato attuale delle cose, in sede di riordinamento provvisorio, l’organizzatore ha potuto e dovuto fissare un limite pratico ad un incremento dell’artiglieria, che teoricamente parrebbe doversi protrarre all’infinito.
■ E il limite è dato dalle presenti condizioni del bilancio, dalla preminenza che in questo momento hanno, su quelle militari, tutte le spese necessarie per la ricostruzione economica del Paese, dalla lontananza della probabilità di una nuova guerra, e dalla conseguente certezza che in questo lungo periodo nuovi studi condurranno ad adottare altri materiali che relegheranno anche i più moderni fra quelli di cui ora disponiamo fra gli oggetti da museo.
■ Eppertanto l’attuale riordinamento non segna, rispetto all’antico, quello straordinario aumento che le premesse ora enunciate potrebbero fare aspettare. Il numero dei reggimenti da campagna è sceso da 36 a 30; siccome però è considerevolmente aumentato il numero delle batterie nel reggimento, nel complesso si ha effettivamente una «massa di fuoco» alquanto maggiore. Ma mentre, prima della guerra, i reggimenti da campagna erano tutti di cannoni da 75, trainati da cavalli, ciascuno di essi avrà ora batterie da 75 trainate, batterie di obici leggeri pure trainate e batterie someggiate. E questa è una innovazione della massima importanza nei riguardi dell’impiego dell’arma.
■ L’artiglieria pesante campale — così apprezzata e così desiderata dal nostro piccolo fante, per la vigile agilità che le ha permesso di essere presente a tempo «sempre e ovunque» con il suo tiro preciso e potente — è accresciuta di 13 reggimenti, che saranno tutti a traino meccanico (ossia trainati a rimorchio da appositi autocarri anziché da cavalli), perché essendo destinati a costituire l’elemento principale delle riserve di artiglieria, manovrando le quali gli alti comandi esercitano azione diretta sullo svolgimento delle battaglie, devono avere la capacità di eseguire rapidi spostamenti su percorsi talora lunghissimi. L’altra grande amica del fante «la montagna» rimane invece su tre reggimenti, mentre l’unico reggimento di artiglieria a cavallo — «la volante» — seguendo le sorti dell’arma sua sorella, la cavalleria, si riduce a 4 batterie.
■ L’artiglieria da costa divorzia, in questo ordinamento, dall’artiglieria da fortezza che cambia nome, poiché le fortezze, travolte senza gloria al solo approssimarsi del vortice della guerra, paiono addirittura scomparse anche dalla nomenclatura militare. Avremo dunque 4 reggimenti da costa e 6 reggimenti di artiglieria pesante, destinati questi ultimi a fornire le batterie di grosso e medio calibro agli schieramenti dell’avvenire. E l’avvenire fa capolino specialmente in una nuovissima artiglieria della quale per ora avremo un solo reggimento: reggimento autoportato, ossia di cannoni da 75 portati da autocarri e disposti in modo da poter essere deposti rapidamente a terra, e messi «in batteria».
■ Per contro, scompaiono le bombarde che non erano artiglieria vera e propria, ma un ripiego per superare difficoltà rivelatesi nel corso di questa guerra e che, con più calmo esame del problema e mezzi meno empirici, permetteranno di vincere in avvenire. Infine, per concorrere anche alle lotte nei cieli, l’artiglieria addestrerà, con apposito materiale, ufficiali e personale in 13 depositi-scuola antiaerei.
■ Nell’arma del Genio i due reggimenti zappatori dell’antico ordinamento danno luogo a 15 battaglioni — uno per Corpo d’Armata, come era necessario per affiatare con le altre truppe combattenti quelle di questa importantissima specialità — ed i radiotelegrafisti con la istituzione di un reggimento loro proprio acquistano autonomia consona alla cresciuta importanza del loro servizio. La quarta arma combattente sorta da questa guerra, l’Aviazione, si afferma nel nuovo riordinamento con l’istituzione del nuovo Corpo Aeronautico, con un proprio Ispettorato, composto di tre raggruppamenti di aeroplani (uno da bombardamento, uno da caccia e uno da ricognizione) e di 3 gruppi (2 di aerostieri, per i palloni frenati, e 1 di dirigibilisti).
■ Dalla necessità di non distrarre da compiti strettamente inerenti alla preparazione alla guerra le truppe composte di soldati dalla ferma brevissima, consegue quella di accrescere l’organico dell’Arma benemerita. Le legioni dei CC. RR. sono state quasi raddoppiate (22 anzichè 12) ed è stata consacrata nel nuovo ordinamento la recente istituzione dei comandi di gruppo di legioni. È da notare che la R. Guardia — ora in formazione — istituita essa pure per alleviare dalla tutela della sicurezza interna le truppe combattenti, in concorso ai RR. Carabinieri, non fa parte dell’Esercito perché dipende dal Ministero degli Interni.
■ Altro Corpo sorto da questa guerra è il Corpo Automobilistico destinato a provvedere ai trasporti a traino meccanico di carattere generale: sarà su 15 centri automobilistici (uno per Corpo d’Armata) comandati ciascuno da un colonnello.
■ Ed infine avremo il Corpo del Treno, novità di questo ordinamento rispetto al precedente, ma risurrezione del «Corpo reali proviande» dell’antico e ben costrutto esercito piemontese, destinato a provvedere ai trasporti a trazione animale di carattere generale, sollevando finalmente i reggimenti del genio e sopratutto quelli di artiglieria dalla moltitudine di servizi giornalieri di presidio, che con l’istruzione delle batterie nulla avevano che vedere, ma finivano invece per assorbire talmente le energie e la pazienza degli ufficiali, dei soldati e dei cavalli, da paralizzare talvolta la vita delle batterie. Per lo stesso criterio organico che ha presieduto alla ripartizione del Corpo automobilistico, il Corpo del Treno sarà su 15 gruppi, uno cioè per ogni Corpo d’Armata.”

































