All’insegna dell’ombrello per tutti (1944)

Da La Lettura, Anno XLIV, N. 2, febbraio 1944.
Di Adrianna.

” ■ Non esiste bambino che non aspiri al possesso di un ombrello: è una passione inesplicabile per gli adulti, inesplicabile quanto la quinta malattia. Aggrappati al manico nodoso dell’ampio parapioggia del nonno, i fanciulli si lanciano da piccoli rialzi del terreno, con l’ingenua illusione di ripetere le audacie dei più celebri paracadutisti; con lo stesso ombrello, convenientemente sistemato, fingono di costruirsi una tenda degna di Robinson Crusoe, e via dicendo.

“INGRESSO AL PAESE DEGLI OMBRELLAI.”

■ Queste immagini si affacciavano al mio cervello durante la visita al Museo degli ombrelli a Gignese. Un piccolo caseggiato raccoglie e cataloga ombrelli e parasoli di ogni qualità e foggia: parapioggia storici e parapioggia anonimi, leggerissimi parasoli e truculenti paracqua di cotone verde e rosso, manici di avorio, di ebano, di madreperla, intagliati, semplici, cesellati, pomi raffiguranti teste di draghi o ingenui musetti canini, ombrellini a forma di fiori, ultimo ricordo di qualche attrice ormai dimenticata.
■ Alcune fotografie, alle pareti, rammentano ancora una volta la passione di alcuni uomini politici per l’ombrello adoperato anche come bastone da passeggio e la pomposità dei preti copti, tutti infagottati di bianco, con il nero viso riparato dal parapioggia.
■ Il museo degli ombrelli, forse unico in tutto il mondo, è stato costruito con lo scopo di ricordare ai visitatori, non la storia dell’ombrello che è varia e si perde in tempi remotissimi, ma la vita di sacrificio e di vocazione degli «ombrellée» che, per la maggior parte, provenivano da Gignese. Questi partivano dalla loro piccola casa, fedelmente riprodotta nel museo, e sciamavano in tutto il mondo, raddrizzando forcelle, aggiustando impugnature, cambiando stecche. Portavano a tracolla, come una faretra domestica, una cassetta verde con gli utensili, sempre rigurgitante di ombrelli ed ombrellini, e, chiusi come in una casta, si stabilivano in tutte le nazioni, anche le più lontane. Alcuni arricchivano, fondavano floride industrie nel Brasile, in Argentina, e poi ritornavano al paese per costruirvi, fra il verde dei campi, una villa dove trascorrere gli anni della vecchiaia; e gli ultimi esemplari di questa razza industriosa ancora girano di strada in strada, nelle città e nei paesi, con la nostalgia del paese natio chiusa nel grido, ora roco ora squillante, con cui chiamano alla finestra la massaia, avvertendola che è arrivato il medico degli ombrelli.

“LA CASA TIPICA DELL’OMBRELLAIO…”

■ Certamente nessuno di questi «ombrellée» sa che la storia del paracqua è antichissima, forse quanto l’uomo stesso e che anche la storia dell’ombrello ha origine simbolica e significato sacro. Attributo di molte divinità, in Atene solo il sacerdote di Iside poteva aprire sopra la sua veneranda testa un ombrello bianco, e la sacerdotessa di Pallade Atena era l’unica donna cui fosse concesso il privilegio di quell’ammennicolo che le donne moderne dimenticano spesso e volentieri sul tranvai. Durante le feste in onore di Bacco, fra pampini verdi e grappoli turgidi, unica reverente e composta era la baccante che, nel corteo, seguiva la statua del dio riparandola con un ombrello. Ancora ai nostri giorni è in uso, nella liturgia cristiana, in occasione di processioni o per il trasporto dei Sacramenti, il baldacchino, il quale non è altro che una variante dell’ombrello vero e proprio.

“ANCHE L’OMBRELLO HA IL SUO MUSEO.”

■ Del baldacchino, che ha origine orientale (il nome deriva da Baghdad), già si trova traccia negli antichi inventari ecclesiastici dell’XI secolo. Questo antico drappo sontuoso e variamente ricamato si trasforma a poco a poco in una specie di copertura drappeggiata, sorretta molto spesso da quattro aste rigide, copertura che può anche essere fissa e pendere dall’alto. Il Medioevo, cambiandole nome e denominandola ciborio la pone sugli altari principali delle basiliche. Ed è a proposito della copertura dell’altar maggiore in S. Pietro in Vaticano che il Muñoz osserva come al ciborio ed al tabernacolo tradizionale si sostituisca un baldacchino vero e proprio «ossia a un elemento architettonico un elemento pittorico».
■ Nel Medioevo il baldacchino è un panno di lino o di seta, fissato su quattro o sei aste: in seguito si arricchisce di pendoni a linee dritte o centinate, per definirsi alla fine, in un drappo di forma rigida e fissato su un vero e proprio telaio.
■ Il baldacchino, fisso o mobile, per il suo significato sacro diventa privilegio del Papa; un primo accenno a questo privilegio si trova in un ordo del 1443, ma già sin dal Medioevo il baldakinus accompagnava il vescovo nella processione e più tardi venne usato per introdurre in Chiesa i regnanti di religione cattolica. In tempi meno remoti Paolo III riceve Carlo V stando seduto su un alto trono protetto da un sontuosissimo baldacchino e Francesco I se ne sta, immobile sul suo cavallo, all’ombra di un baldacchino che quattro gentiluomini del seguito sostengono senza alcuno sforzo apparente. Se poi dobbiamo credere a Nicola Beatrizet ed alle sue stampe, in un corteo di Carlo V il baldacchino era una tela riccamente ricamata e trapunta, stesa orizzontalmente sul quadrato di un telaio e fissata a quattro lunghe aste, ai cui lati scendevano i pendoni in pieghe rigide e fastose.
■ Dopo aver conquistato chiese e cortei, ecco che il baldacchino penetra nei palazzi signorili e le famiglie di alto lignaggio lo innalzano, in segno di suprema nobiltà, sopra il trono: ancora lo si può vedere all’ingresso della casa Massimo della Colonna e nel palazzo Barberini a Roma. Ai nostri tempi i cardinali tengono, nella sala d’ingresso, un piccolo trono sormontato da un baldacchino di forma semplice, come simbolo di autorità. Tutti sanno, poi, dei baldacchini sui tronetti dei cardinali riuniti in Conclave.

“…E LA SUA BOTTEGA.”

■ Un’edizione più «borghese» del baldacchino, però, sin dal ‘300-400 aveva anche un uso più profano e proteggeva, nelle case più ricche, i sogni soavi di una madonna o i sonni bellicosi di un condottiero. Non più quadrato, ma rettangolare è il baldacchino del ‘500 che, durante il Rinascimento, vien chiamato sparaviere. Isabella d’Este, duchessa di Mantova, intreccia i suoi sogni letterari e le sue visioni di eleganza sotto uno sparaviere di broccato, dagli ampi tendaggi: nido di polvere e di microbi, decreterebbe con facile autorità una massaia moderna. Nel ‘700 le frivole marchese, oltre alla pettinatura a vascello, inventano un’altra forma di baldacchino stretto in cima, ampio di tende e cortine in basso. Più tardi, dopo la Rivoluzione, l’imperatrice Giuseppina fa erigere alla Malmaison un baldacchino rotondo nella sua camera da letto, che sembra l’esposizione di un tappezziere ben fornito.

“SI TAGLIANO LE STOFFE.”

■ Ma ritorniamo all’ombrello. Lo conoscevano gli Assiri, come insegnano i bassorilievi del British Museum e del Louvre e lo conoscevano i Persiani; e poiché neppure gli Egizi ignoravano quest’arnese, perché non immaginare la bella Neferti proteggere la sua conica pettinatura con un parasole di piume, fissato al carro che la trasporta nelle sue passeggiate?
■ Verso il V secolo a. C. l’ombrello, in Grecia, diventa d’uso comune e, come tale, lo si vede riprodotto su vasi e bassorilievi, ma si mantiene pur sempre un oggetto di lusso, ornato com’è di frange e fiocchi e affidato alle cure di uno schiavo. Anche le matrone romane lo tengono in pregio e lo vogliono con manici d’avorio o d’oro, per riparare le loro chiome rese rossicce a furia di spuma batava e proteggere dal sole gli abbondanti quanto velenosi strati di cerussa che si spalmano sul viso.
■ Alti e bassi si riscontrano nella storia dell’ombrello, come in tutte le storie che si rispettano, ed infatti nei primi secoli dell’era cristiana, una rinnovata semplicità di costumi lo abolì completamente per sostituirlo, nel Medioevo, con ampi cappucci adatti a riparare dalla pioggia. Si deve attendere sino al 1400 per poter trovare, a Parigi, parasoli e parapioggia con manici di legno tornito; in Italia la voga dilagò soltanto nel XVI secolo con ombrelli grandissimi e pesanti.
■ Lenta, ma sicura, è l’evoluzione dell’ombrello: verso la fine del XVII secolo è di gran voga la chaise à parasol ed ogni nobile dama che voglia mantenere il proprio rango si sente obbligata ad uscire accompagnata da un domestico in livrea che le regga, come un candeliere di foggia bizzarra, un ombrello dal lungo manico.
■ Anche la virile amica di Cartesio, Cristina di Svezia, ripara i suoi preziosi merletti con questo arnese che, oggi, soltanto i vecchi signori in vena di apparire diplomatici a riposo usano ancora correntemente, senza sapere che solo verso la fine del ‘600 i Gesuiti introdussero dall’Estremo Oriente l’uso di ombrelli di seta leggera, sostituendo il cuoio o la pelle, con cui sino ad allora erano stati ricoperti, con il taffetà o l’armesino.
■ Coloro che con facile quanto abusato umorismo ripetono la storiella del «fu vera gloria», alludendo alla qualità di seta adoperata per ricoprire gli ombrelli ai primi del ‘900, ignorano quasi certamente che Madame de Pompadour ebbe un parasole tutto guarnito di applicazioni di mica, preziosamente e minutamente dipinta a scene giapponesi.
■ Sempre più piccolo ed elegante, un gingillo di frange e merletti, è il modello che Madame Bertin, la modista di Maria Antonietta, crea per proteggere la pelle delicata dell’Austriaca. Neppure la ghigliottina abolisce l’ombrello: le ultime marchese salgono, talvolta, sulla trista carretta nascondendo il pallore fiero del volto con un parasole, ed i primi incroyables accompagnano le prime merveilleuses riparandole con assurdissimi ombrellini a forma di pagode cinesi. Ai primi del XIX secolo compare sulle carrozze il parasole con manico pieghevole: la bella e languida signora lo può adattare a seconda delle necessità e le bianche mani, inguainate nelle mitaines di merletto, hanno un gran daffare a chiudere, aprire l’ombrellino e piegarne il manico; ma subito se ne stancano e nel 1820 il parasole e l’ombrello assumono una forma semplice quanto grande. Nel 1830 nuovo colpo di scena, almeno per l’ombrello: è di moda la forma quadrata.

“L’OMBRELLO STA PER ESSERE FINITO.”

■ Eugenia di Montijo trova il tempo di trasformare il classico parasol di Granata in un ombrellino minuscolo, pieghevole, ricoperto di trine nere o bianche su trasparente contrastante, dal manico di avorio o di tartaruga, e d’intonarlo alle crinoline e alle capelines di paglia di Firenze.

“PERFEZIONAMENTI DELL’IMPUGNATURA.”

■ Ma è destino dell’ombrello e del parasole di alternare a periodi di gale, fiocchi e nastri, periodi di austera semplicità: così verso il 1850 è di moda l’ombrello grezzo, foderato di seta azzurra o verde, su cui la regina Vittoria appoggia la grassoccia persona, durante le passeggiate fra i campi con Albert e Brown. Ormai però questo aggeggio si avvia a diventare usuale, non più simbolo sacro, non più privilegio di nobili, non più oggetto di trasformazioni ardite o bizzarre.
■ Negli ultimi anni del XIX secolo tenta ancora di adornarsi con nastri e gale, ma già dal 1758 aveva ricevuto un brutto colpo, quando Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, presentò al re di Napoli un panno impermeabile; e un altro ne ricevette quando i nostri nonni inventarono l’ulster.
■ Una cosa è certa: l’ombrello ha ormai perduto almeno tre quarti del suo regno di un tempo, dopo aver lanciato il suo canto del cigno nel 1920 con un rifiorire di bizzarrie: pomi racchiudenti piccoli astucci di bellezza, manici con orologetti nascosti nell’incurvatura, e simili. Dopo aver riparato dalle offese del sole la carnagione delicata di Poppea, dopo aver protetto il viso di madame Tallien che, in anticipo sulla teoria delle vitamine, faceva ogni giorno un bagno di fragole, dopo aver aiutato Rossella O’Hara nei suoi maneggi di civetteria ai danni di Ashley, dopo aver servito alle madri per correggere le ragazze con energici colpetti dall’abitudine di stare con le spalle curve, l’ombrello tradizionale vede ogni giorno scemare il numero dei suoi proseliti, conquistati dai cento tessuti impermeabili che invadono i mercati. Tuttavia il numero dei fedeli all’ombrello è sempre grandissimo: lo usano gli uomini e lo usano le donne che spesso inalberano enormi paracqua di seta blu o rossa dal lungo manico di ciliegio, oppure ne nascondono uno, minuscolo e snodabile, in fondo alla borsetta.
■ Sia pure succintamente, la storia dell’ombrello e del parasole è esposta nel Museo degli ombrelli di Gignese con umorismo sottile e sapiente; il fragilissimo ombrellino a forma di fiore si trova accanto al prepotente paracqua dei carrettieri toscani, le teste pesanti dei draghi minacciano sottilissimi puntali d’avorio; la storia, la vita, le gesta degli «ombrellée» sono raccontate al pubblico con grande semplicità.
■ L’attività degli ombrellai dell’Alto Vergante risale a circa il 1840, quando riuscirono a scacciare dal Piemonte, con una battaglia incruenta, alcuni immigrati francesi che vi si erano stabiliti, dedicandosi all’arte degli ombrelli. I montanari scesi da Gignese, da Graglia, da Brovello e da altri paesetti vicini seppero ben presto imporsi, prima come riparatori e venditori ambulanti, poi come artigiani con posteggi più o meno fissi, infine come negozianti, dilagando dal Piemonte in tutta Italia ed all’estero. Ed è a quel tempo che risale il loro dialetto, il cosidetto tarusc, linguaggio astruso e complicato che permetteva loro d’intendersi senza essere intesi; un vero e proprio linguaggio con caratteristiche proprie che deve, forse, la sua origine ai contrabbandieri che, a quell’epoca, vivevano tra Italia e Svizzera.
■ I paesi d’origine degli «ombrellée» sono elencati in una curiosa carta geografica: ogni paese aveva un nomignolo proprio, nomignolo che nei giorni di cameratismo assumeva significato di paternità e di nostalgia, per diventare invece, in occasione di rivalità e litigi, un insulto sanguinoso. Gli abitanti di Gignese si chiamavano uluc, quelli di Baveno tri goss, quelli di Belgirate sciatt (rispettivamen te tradotti: allocchi, tre gozzi, rospi) e via dicendo. Se caratteristici erano gli appellativi che i montanari si appioppavano a vicenda, a seconda del paese in cui abitavano, ancora più singolari erano i vocaboli del loro linguaggio, in cui al me tona voleva significare io, lavagiou: lago; smessar: coltello: vocaboli ed espressioni che sono ancora motivo di studio per glottologi e filologi.

■ In questo modo Gignese riassume la vita e la storia dei montanari che cercarono di ovviare alle limitate risorse della loro terra con la tenacia, l’ingegnosità, il lavoro. E se, spinti dal bisogno, gli ombrellai dovettero andarsene dal loro paese in cerca di fortuna senza mai dimenticarlo, il paese si ri-orda costantemente di loro.

(Foto Emmer)”

Nicola Lémery (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 18, 5 maggio 1883.

” ■ Nicola Lémery, celebre chimico, nacque in Roano il 7 novembre 1645. Suo padre, Giuliano Lémery, apparteneva alla religione riformata, nella quale, per conseguenza, fu allevato anche il figlio. Sin da giovinetto Nicola manifestò una grande inclinazione per lo studio della chimica, di cui uno zio farmacista gli apprese le prime nozioni.
■ L’amore per quella scienza crebbe in lui cogli anni; laonde, bramoso di maggiormente istruirsi, portossi a Parigi ove per alcuni mesi frequentò le lezioni di Cristoforo Glazer al giardino reale. Recatosi in seguito a Montpellier, prese servizio in una farmacia, e per tre anni passò la massima parte del suo tempo nel laboratorio del suo padrone, o al corso della facoltà di medicina, ed insegnando la chimica a parecchi alunni di quella facoltà.
■ Scorsi questi tre anni, Lémery viaggiò per qualche tempo in Francia, poi, nel 1672, ritornò a Parigi, ove, appena giunto, si fece per prima cosa ammettere alle conferenze scientifiche di Justel, segretario del re, e di Bourdelot, medico del principe di Condé. In tal guisa trovò mezzo di far conoscere quanto fosse esteso il suo sapere, e giunse ad ottenere l’appoggio del principe di Condé e l’uso del laboratorio che Bourdelot possedeva nel palazzo di quel principe.
■ Lémery si fece poscia licenziare farmacista, aprì un laboratorio in via Galande, e tenne un corso pubblico di lezioni di chimica che ebbe a frequentatori Rohaut, Bernier, Auzout, Régis, Tournefort, ecc.
■ Tali lezioni in breve procacciarono al Lémery una grande riputazione. Sino a quel giorno la chimica non era stata professata che colle formole di un pedantesco misticismo che la rendevano inintelligibile. I chimici del secolo decimosettimo toccavano troppo da vicino gli alchimisti loro predecessori, e credevano impegnato il loro onore a rendersi impenetrabili. Lémery dissipò tale oscurità assoluta, volgarizzò la lingua cabalistica dei chimici, e tutto si adoperò perché i suoi uditori ritraessero qualche frutto dalle sue lezioni.
■ In pari tempo, la manipolazione delle droghe e dei farmachi lo arricchiva rapidamente. Egli aveva inventato varii medicinali che avevano acquistato una voga straordinaria, ed a quanto sembra, meritata, ma ne teneva segreta la composizione e non li vendeva che lui. Si citano fra gli altri il suo magistero di bismuto, l’emetico dolce e l’opiato mesenterico, che operavano maraviglie. Egli aveva pure il monopolio della fabbricazione del Bianco di Spagna in Parigi, sorgente di guadagni cospicui.
■ Se non che la reazione religiosa, che preparava la revoca dell’editto di Nantes, venne a turbare la pacifica vita di Lémery, il quale in primo luogo dovette rassegnare la carica di farmacista; poi, malgrado potenti relazioni, sottrarsi colla fuga alle persecuzioni religiose. Egli cercò rifugio in Inghilterra, ove fu accolto con molta deferenza dal re Carlo II. Ma l’Inghilterra non era meno turbata dalla politica che nol fosse la Francia dal fanatismo religioso, perciò Lémery non tardò molto a ripassare lo stretto, si fece laureare dottore in medicina dalla facoltà di Caen nel 1683, e ritornò a Parigi ad esercitarvi quell’arte. La revoca dell’editto di Nantes (1665) vietandogli come protestante di fare il medico, riaprì il suo corso di chimica, e poco dopo essendosi deciso ad abjurare per godere un po’ di tranquillità, riprese l’esercizio della medicina ed il fruttifero commercio della sua farmacia.
■ Ricevuto dall’Accademia delle scienze nel 1699, in sostituzione di Bourdelin, Lemery soccombette ad un attacco di apoplessia fulminante il 19 giugno 1715, cioè quando stava per toccare il settantesimo anno.
■ La celebrità di Lémery deriva principalmente dall’esser egli stato il primo ad esporre in lingua intelligibile i fenomeni della chimica. Nelle sue ricerche pratiche egli si occupò in ispecial modo dei sali estratti dai vegetabili, degli inchiostri simpatici, dei veleni, delle preparazioni antimoniali, ecc. Egli spiegava i fenomeni dell’eruzione vulcanica con un esperimento più ingegnoso che concludente. Formava un cono di limatura di ferro e fior di zolfo in parti eguali, e lo aspergeva d’acqua. Il cono si riscaldava gradatamente e terminava coll’infiammarsi, offrendo cosi lo spettacolo di un’eruzione vulcanica in miniatura.
■ Le scoperte di Lémery passarono per la massima parte inavvertite, perché non seppe insistere sugli esperimenti che l’avevano messo sulla via di farle, e non si rese conto della loro importanza. Così fu, per esempio, della scoperta dell’idrogeno. Lémery riconobbe in un suo esperimento che “il vapore che si svolge da un miscuglio di ferro, di olio di vetriolo e d’acqua, si infiamma al contatto di una candela accesa”. Ma le sue indagini miravano a spiegare il fenomeno del tuono, e l’esperimentatore non si curò di studiare il gas così prodotto. Nella chimica vegetale, Lémery fu il primo a dimostrare la necessità di distinguere la via umida dalla secca, riconobbe che il piombo e lo stagno aumentano di peso colla calcinazione, come pure la presenza del ferro nelle ceneri dei vegetabili, e si può credere con fondamento che conoscesse buon numero delle sostanze scoperte più tardi.
■ Il suo Corso di chimica, pubblicato nel 1675, fu un vero trionfo per l’autore, poiché in meno di mezzo secolo fu ristampato dodici volte e per molto tempo conservò la fama acquistata.”

Federico Sauvage (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 17, 28 aprile 1883.

” ■ Pietro Luigi Federico Sauvage nacque il 19 settembre 1785 in Boulogne-sur-Mer, che, pochi anni or sono, gli erigeva una statua. Sin da ragazzo egli manifestò grandi attitudini per le invenzioni meccaniche, non fantastiche, ma pratiche ed ingegnose. Il suo genio tutto rivolto alle cose utili avrebbe dovuto condurlo alla ricchezza pel cammino più breve, od almeno procacciargli un’esistenza felice, circondata dalla venerazione e dalla riconoscenza de’ suoi contemporanei, disposti ad incoraggiare i suoi progetti, ad ajutarlo a tradurli in atto, come pure a consolarlo nei suoi rovesci e sopratutto ad evitare che un si grand’uomo finisse miseramente. Invece i suoi contemporanei nulla fecero di tutto questo, per il che si potrebbe quasi asserire che malgrado la differenza delle epoche la favolosa biografia di Salomone de Caus è integralmente applicabile a Federico Sauvage.
■ Dopo aver servito per qualche tempo nell’amministrazione del genio di Boulogne, egli, a ventisei anni, si dedicò alla costruzione dei bastimenti, e fu uno dei rarissimi che, in luogo di seguire pecorilmente gli errori sanciti dalla pratica e di intendere soltanto alla speculazione, si dedicano corpo ed anima al progresso dell’arte loro. Ogni sua opera segnava un nuovo perfezionamento… e nuove ed ingenti perdite, in guisa che in capo a qualche anno dovette chiudere i suoi cantieri.
■ Questo scacco commerciale non iscoraggiò il nostro inventore che, abbandonata l’arte navale, si fece lavoratore di marmi. Nel 1821 egli creò un opificio per la segatura e la levigatura dei marmi, né per questo cessò dall’inventare. Infatti nel 1823 egli inventò, o per lo meno trasformò radicalmente, un mulino orizzontale a movimento costante, qualunque sia la direzione del vento, pel quale la Società d’agricoltura del dipartimento gli decretò una medaglia d’oro.
■ Pochi anni dopo, Sauvage inventava il Fisionometro, istrumento per ricavare lo stampo degli oggetti in rilievo e gittarli poscia. Questa invenzione gli fu carpita prima che egli se ne avesse assicurata la proprietà con brevetto di privativa, e mentre studiavasi di perfezionarla, l’istrumento diventava il fisionotipo nelle mani degli industriali poco delicati che lo misero in commercio. Poco dopo apparve il mantice idraulico, col quale si può sollevare l’acqua ad un’altezza determinata dal peso della colonna liquida, e molte altre macchine importanti.
■ Tante invenzioni non arricchivano il loro autore e nondimeno, in mezzo a tanti lavori, a tante preoccupazioni, egli pensava già a dotare le navi di un propulsore che operando sott’acqua non offrisse un bersaglio naturale alle artiglierie nemiche, come le ruote a palette. La manovra del timone-remo sulle piccole navicelle divenne lo scopo delle di lui osservazioni ed il punto di partenza delle sue ulteriori ricerche. L’elice gli parve sin da principio l’apparecchio più indicato per la trasformazione che meditava. In seguito determinò matematicamente la posizione più favorevole da assegnarsi all’elice sotto la nave, poi la sua forma e la sua posizione. La scoperta decisiva che l’elice deve essere ridotta alla lunghezza di una sola rivoluzione per produrre il suo effetto massimo, appartiene tutta intiera a Sauvage, e basterebbe da sola a stabilire i suoi diritti al titolo di inventore.
■ Dopo molti esperimenti e prove infinite, dopo aver proceduto per lungo tempo tastoni, Sauvage, sicuro dell’esito, otteneva nel 1832 un brevetto; ma i suoi affari erano in completo disordine. Ciò nondimeno si recò all’Havre per eseguire esperimenti in grande, che ripeté soventi volte senza riuscir a convincere i suoi avversari, pur troppo di mala fede. Codesti esperimenti infatti dimostravano perentoriamente, ad ogni ripetizione, la possibilità di applicare alla navigazione l’elice propulsiva immersa; ma non ci son ciechi peggiori di quelli che non vogliono vedere.
■ Sauvage lottò inutilmente per dieci anni. Stremato di forze, crivellato di debiti, insolvibile, fu vittima de’ suoi creditori che, stimando giunto il momento di chiamarlo in giudizio, lo citarono e lo fecero cacciare in prigione, godendosi questa magra ed unica soddisfazione. Il brevetto dello sventurato inventore giunse intanto alla scadenza senza che egli ne traesse altro partito all’infuori di miserie ed affanni, ma per appropriarsi l’idea di Sauvage non si aspettò nemmeno che fosse caduto nel dominio del pubblico.
■ Fin dal 1836, Francis Pettit-Smith, sino a quell’epoca affittajuolo inglese, otteneva un brevetto per l’applicazione di un propulsore elicoidale, evidentemente ispirato da quello di Sauvage, alla navigazione a vapore. La costruzione della prima nave inglese ad elice, l’Archimede, risale al 1839, quella della prima nave francese, il Napoleone, data soltanto dal 1853; tale fu il risultato della cocciutaggine o dell’indifferenza degli armatori e del governo francese.
■ Il dolore che provò l’infelice inventore, quando gli pervenne la nuova che altri, e stranieri, trionfavano a sue spese, è più facile da immaginare che da narrare; basti il dire che impazzì.
■ Fu ricoverato in un ospizio di maniaci, la casa di salute di Picpus, dove lo sventurato Sauvage cessava di vivere il 17 aprile 1857, quando la navigazione a vapore coll’elice era in pieno trionfo.
■ Ed intanto la fortuna di sir Francis Pettit-Smith, l’importatore inglese dell’invenzione di Sauvage, aveva di primo tratto raggiunto proporzioni enormi. Era stato creato cavaliere dalla regina Vittoria, aveva ricevuto dal governo una ricompensa di 500 mila lire e dalla riconoscenza pubblica, manifestatasi sotto forma di sottoscrizione, un servizio d’argenteria valutato 68 mila lire. Egli morì nel 1874 conservatore del museo di South-Kensington.
■ In omaggio alla verità dobbiam soggiungere che non si può in modo assoluto accusare lo Smith di aver copiato il sistema di Sauvage, ma nessuno potrà negare che i tentativi dell’inglese sieno di parecchi anni posteriori a quello del francese, al quale in oggi finalmente si rende giustizia. Non solo la sua città natale gli innalza una statua, ma il governo preoccupasi del di lui figlio; e per soccorrerlo ne’ suoi bisogni gli concede… uno spaccio di tabacchi.
■ Enrico Sauvage, figlio di Federico, è degno del padre. Tutta la sua vita ritirata e modesta fu dedicata a pagare debiti lasciati dal suo genitore, e sino a tanto che le forze e l’età glielo consentirono, ad inventare parecchie macchine utili all’industria, fra le quali basterà citare quella per scolpire l’avorio con riproduzioni multiple.”

Mundini De Luzzi (1883)

Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 16, 21 aprile 1883.

” ■ Nel secolo XIV il pregiudizio superstizioso dell’inviolabilità dei cadaveri sembrò affievolirsi dinanzi alla nascente libertà del pensiero. Sino a quell’epoca, dice Sprengel, l’istruzione anatomica consisteva nella nomenclatura delle parti del corpo umano e nella loro descrizione tratta quasi parola per parola da Galeno, e tutto al più nella sezione cadaverica di majali e di cani. Fu soltanto nel 1315, che Mundini De Luzzi, professore a Bologna, sezionò per il primo al cospetto del pubblico un cadavere umano di sesso femminile. Egli ne pubblicò una descrizione che certamente non era perfetta, ma aveva il merito di essere desunta dalla realtà.
■ Malgrado i suoi difetti il libro di Mundini acquistò una celebrità straordinaria, e Daniele Leclerc nella sua Biografia medica così ne parla:
“Dobbiamo dichiarare essere stato il Mundini colui che, per così dire resuscitò lo studio dell’Anatomia, ed il suo trattato fu rispettato per lungo tempo in Italia, ove gli statuti dell’Università di Padova proibivano di servirsi per le lezioni di medicina di qualsiasi altro testo sulla struttura del corpo umano.
■ Mundini era farmacista. La biblioteca di Parigi possiede un di lui manoscritto intitolato: De carboribus ommunibus et aromaticis.”

Molluschi geologi (1936)

Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 6, giugno 1936.
Di Giuseppe De Lorenzo.

” ■ I geologi hanno come emblema due martelli incrociati, col motto «mente et malleo»: col martello essi rompono le rocce, con la mente ne indagano la costituzione e l’origine. Ma il martello non è soltanto lo strumento scientifico dei geologi: esso è stato ed è lo strumento e l’arma di tutta l’umanità: dai suoi albori neolitici, quando, scheggiato nella selce, serviva per spaccare il cranio della belva o del nemico, fino ai molteplici usi dei suoi attuali rappresentanti, fucinati e temprati in durissimo acciaio. Già nell’antica mitologia scandinava dell’Edda si trova celebrata la potenza del martello del dio Thor, il tonante, che con esso spezzava le teste dei giganti della terra; ma non riusciva a vincere gli inganni sottili del cervello umano. E nel mondo moderno gli indigeni dell’Africa equatoriale hanno chiamato Rompirocce, Bulamatari, lo Stanley, per celebrare al tempo stesso la sua dura tempra e la forza dei suoi martelli, che frangevano le rocce delle sponde del Congo. Ma lo stesso Stanley riconosceva, che la durezza del suo martello da dio Thor era in certi casi meno efficace della dolcezza delle parole e dei pensieri del suo maestro Livingstone. Mentre lo Stanley in Africa acquistava tale titolo di durezza, in Europa il pensatore-poeta Federico Nietzsche alla fine del suo Crepuscolo degli idoli (Götzendämmerung), faceva parlare il martello e gli faceva ripetere le parole incitatrici di Zarathustra: «Divenite duri, più duri del ferro, più nobili del ferro, duri come il diamante, nobili come il diamante».

“IL SERAPEO DI POZZUOLI NEL 1780, COME CE LO PRESENTA L’ABATE SAINT-NON NEL II VOLUME DEL SUO «VOYAGE PITTORESQUE».”

■ Ha ragione il Nietzsche, di mettere la durezza del martello e del diamante a sommo della vita e del mondo? O non è forse più conforme a verità ed a natura l’antico mito dell’Edda, che sottomette la forza bruta e pesante del martello di Thor alla potenza dello spirito e della mente di Udgard-Loki?
■ Quel che noi vediamo e comprendiamo del mondo, prova che la materia è dominata dallo spirito, che le forze più grossolane sono superate dalle più fine, che i corpi sono sorretti ed agitati da impalpabili energie. Le masse enormi delle stelle, dei pianeti e dei satelliti, e, tra essi, il nostro sole, la nostra terra e la nostra luna, si muovono con ritmi siderei per lo spazio immenso, scorti dalla forza intangibile, inaudibile ed invisibile della gravità. Le forze termiche, luminose, elettriche, magnetiche tengono in costante vibrazione il mondo inorganico e l’organico. Le forze vitali plasmano la materia in scala ascendente di organismi. Le forze psichiche dirigono gli organismi umani. La volontà di un solo uomo, che sia un superuomo, muove a suo talento, per la vita e per la morte, masse di decine e di centinaia di milioni di altri uomini. E, nei conflitti di energie psichiche di tali superuomini, finisce col dominare quella che è più spirituale. La semplice parola d’amore di Gesù, volante attraverso i millenni, trasforma, sulla via di Damasco, l’uomo d’azione Paolo di Tarso; ed illumina l’ultimo istante dell’imperatore Giuliano, che, procombendo in battaglia, esclama, secondo la leggenda: Vincesti, o Galileo! Dappertutto, dunque, nel mondo, si realizza il principio cantato da Virgilio nel sesto canto dell’«Eneide»: Spiritus intus alit, mens agitat molem.
■ Lo stesso, per tornare alla geologia, avviene per le formazioni e le transformazioni della superficie della terra. Le forze epeirogeniche ed orogeniche, che sollevano i continenti e corrugano le catene di montagne, e le forze eruttive, che fanno titanicamente, e con violenza di ciclopi, sorgere i vulcani, sono a loro volta, nel corso dei milioni e miliardi di anni, eliminate dalle forze più sottili dell’aria e dell’acqua; che spianano i monti e colmano i mari. La dura roccia, spezzata a fatica dal martello, è inesorabilmente logorata da «sor acqua, la quale è molto utile et humile et preziosa et casta».
■ Ma, non solo gutta cavat lapidem. Vi sono organismi, poco meno molli dell’acqua, che attaccano, distruggono, trasformano quanto vi ha di più duro sulla crosta della terra. Non parlo degli organismi microscopici, microbii e batterii, che a miriadi di miriadi sono infaticabilmente affaccendati a trasformare quanto vi ha di inorganico e di organico sulla superficie del nostro pianeta; ma alludo ad organismi macroscopici, anch’essi intesi a tale opera di distruzione; che è al tempo stesso, come tutto nell’universo, opera di creazione. Tutti sanno quale terribile opera di distruzione compiano le termiti, che sulla terra polverizzano gli organismi, specialmente vegetali, così come fanno le teredini, o vermi del legno, nell’acqua.

“DIVERSI ASPETTI DEL SERAPEO DI POZZUOLI (1836-1890-1930), CAUSATI DAL- L’ALTERNO ABBASSARSI ED ALZARSI DELLA COSTA. (Fot. Alinari e Anderson)”

■ Alla stessa famiglia delle teredini, cioè ai molluschi marini bivalvi o lamellibranchiati, appartengono le foladi, che perforano le rocce, specialmente calcaree, nelle zone costiere fino al livello dell’alta marea: sono esse che qui io chiamo molluschi geologi, perché con la loro opera assistono ed illuminano i geologi nella conoscenza dei mutamenti della superficie terrestre. Tra essi sono particolarmene noti in Italia, perché si mangiano, i così detti datteri di mare, simili, per forma, grandezza e colore, a grossi datteri maturi. Appartengono alla specie lithodomus lithophagus, con le due belle valve brune e lisce, segnate solo dalle linee ellittiche di accrescimento. L’animale, come dice il suo nome greco-latino, rode la roccia e vi si scava la casa; che è, al tempo stesso, la sua tomba: perché il piccolo foro d’entrata, inciso dalla larva giovanile, non permette più l’uscita dell’individuo giovane, adulto e vecchio che col suo crescere allarga ed approfondisce sempre più la sua dimora, finché essa non diventa il suo avello. Il lavoro di incisione, di approfondimento e di allargamento, preparato con qualche acido, secréto dall’animale, allo stato di estrema diluizione nell’acqua marina, è operato con un moto continuo ed alterno di trivellazione, lentissimo e delicatissimo, compiuto dalle valve, che finiscono col produrre una cavità ellissoidale allungata, perfettamente levigata, in cui l’animale vive relativamente al sicuro, finché qualche insidioso microrganismo o il vorace macrorganismo, che è l’uomo, non ne provochi la morte. Quando gli uomini spezzano gli scogli, per estrarne quel cibo vivente, o quando le onde del mare frantumano le rupi costiere, la roccia, che pareva intatta, o quasi, all’esterno, si rivela all’interno tutta perforata dai litodomi.

“LE BELLISSIME CONCHIGLIE DI LITODOMO VISTE DI LATO E DAL DORSO, A GRANDEZZA NATURALE.”

■ Sono questi fori di litodomi, allineati ora lungo le coste a varie altezze sul livello attuale del mare, che rivelano ai geologi le antiche linee di spiaggia, ora emerse, e fanno loro comprendere quel che già Pitagora aveva intuito ed Ovidio ripetuto nel libro XV delle Metamorfosi:

Vidi ego quod fuerat quondam solidissima tellus
Esse fretum; vidi factas ex aequore terras:
Et procul a pelago conchae iacuere marinae.

“ROCCIA CALCAREA FORATA DAI LITODOMI, AD UN QUINTO DAL VERO. IN QUESTE CAVITA’ ELISSOI- DALI ALLUNGATE, LEVIGATE ALLA PERFEZIONE L’ANIMALETTO VIVE RELATIVAMENTE AL SICURO.”

■ Le coste rocciose tirrene d’Italia sono dovunque segnate dalle tracce di tali molluschi geologi. Il golfo di Napoli da circa un secolo e mezzo, cioè dagli albori della nuova scienza geologica, ha con tali tracce dato l’argomento agli scienziati, per verificare e discutere le oscillazioni positive e negative secolari, anche in tempi storici, della linea di spiaggia. Le splendide rupi di Capri, soprastanti alla Grotta Azzurra, ne sono esempio vistoso. Sul lato opposto del Golfo, a Pozzuoli, gli avanzi delle colonne del Serapeo ne hanno dato ai geologi la prova più nota e famosa.

“A. Livello del mare (alta e bassa marea) nel 1828 – B. Livello attuale del mare del mare nel medio evo – C. Linea di insabbiamento D. Massimo livello del mare alla fine del secolo decimoquinto.”

■ Il Serapeo, erroneamente chiamato tempio di Serapide, era un antico mercato, macellum, adiacente all’antico porto romano di Pozzuoli, e congiunto con una terma, ancor oggi alimentata dalle acque termominerali, provenienti dalla soprastante solfatara. L’edificio, di forma rettangolare, era cinto da 48 grandi colonne di marmo e di granito, a cui erano annesse 36 camerette in laterizi. Nel centro v’era un podio con un peristilio di 16 colonne di giallo antico, che furono poi adoperate dal Vanvitelli per il teatro della Reggia di Caserta. Il vestibolo era sostenuto da quattro grandi colonne di marmo cipollino, di cui tre sono ancora in situ. Il monumento, ruinato, obliterato ed ignorato dal medio evo in poi, ritornò alla luce con gli scavi del 1750 e fece fin d’allora intuire le vicende, cui l’edificio, con la costa contigua, era stato per secoli soggetto: perché le colonne, specialmente le tre grandi colonne in piedi, mostravano, come mostrano, nella parte centrale una zona di metri 2,10, erosa e perforata dai litodomi, mentre la parte inferiore e la superiore sono quasi lisce ed intatte. Ciò vuol dire, che le colonne ed il pavimento del Serapeo, all’asciutto durante i primi secoli dell’Impero, s’erano nel medio evo gradatamente abbassate, insieme con la costa circostante e con lento moto di bradisismo, sotto il livello del mare, e che per giunta erano state coperte, fino a m. 3,60 d’altezza, da fanghi marini e da ceneri eruttate dai vicini crateri flegrei; mentre per altri m. 2,10 erano nell’acqua libera del mare, che col moto ondoso le corrodeva e con i litodomi le perforava; ed invece le estremità delle colonne, fino a m. 12,635 d’altezza dal pavimento, rimanevano intatte dall’acqua. Tale abbassamento della costa, provato da identiche e corrispondenti manifestazioni di tutta la cintura del Golfo, dai porti di Miseno e di Pozzuoli, passando per le antiche ville romane di Baia e di Posillipo fino a quelle di Sorrento e di Capri, dové durare fino al principio del secolo decimosesto; quando, all’epoca dell’eruzione del Monte Nuovo, nel 1538, dové cominciare un inverso periodo di sollevamento della costa, che portò nel 1750 al disseppellimento del Serapeo. E da allora cominciarono le illustrazioni del monumento, di cui una prima figura, col fondo all’asciutto, fu data nel volume in folio Antichità di Pozzuolo, pubblicato nel 1768, in occasione del matrimonio di Ferdinando IV con Maria Carolina. Una seconda figura, un poco romanticizzata, fu pubblicata dall’abate Saint-Non nel secondo volume del suo Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile, stampato a Parigi nel 1782. Il 19 maggio 1787 il Serapeo fu visitato e studiato da Goethe, che ne fece oggetto di una piccola monografia illustrata, Architektonisch-Naturhistorisches Problem; nella quale però quel genio veramente olimpico prese un granchio colossale, attribuendo i fori dei litodomi a molluschi d’acqua dolce, viventi in uno stagno formato dalle acque termali raccolte nella piccola conca del Serapeo: anche pei grandi, errare humanum est.

“SEZIONE NATURALE ATTRAVERSO IL SERAPEO DI POZZUOLI.
a) Tufo di pozzolana colle rovine romane — b) Tufo puniceo stratificato di colore bruno — c) Tufo grigio con conchiglie — d) Tufo grigio-giallo — e) Tufo puniceo con conchiglie — f) Tufo grigio stratificato con conchiglie — g) Zona di sabbia marina — h) Tufo bruno con pomici e scorie — A) Livello del mare nel tempo della fondazione del Serapeo — B) Livello del mare nei secoli XIII-XIV — C) Livello del mare attuale.”

■ Già però alla fine del settecento ed al principio dell’ottocento cominciava di nuovo un periodo di immersione della costa, che tuttora dura. Nel 1819 lo Smith trovava il pavimento del fondo del Serapeo già di nuovo a livello del mare ad alta marea. Il Forbes nel 1826 trovò il mare a m. 0,304 sul pavimento. Nel 1828 il Babbage, che poi pubblicò il suo studio Observations on the Temple of Serapis near Naples, a metri 0,355. Il Niccolini nel 1838 a m. 0,567. Il Forbes, nuovamente, nel 1843 a m. 0,659. Lo Smith nel 1845 a m. 0,710. Il Grablovitz nel 1890 a metri 1 e cm. 13. Il Mercalli nel 1905 a m. 1 e cm. 40. Il mio assistente giapponese Simotomai-Tanakadate nel 1913 a m. 1 e cm. 51,3. E l’abbassamento continua, con una progressione annuale media di più di un centimetro e mezzo: sì che è stato necessario sollevare di un paio di metri il piano stradale di tutta la parte bassa della città di Pozzuoli, invasa dal mare.

■ Quaranta anni or sono io potevo guidare i geologi a piedi, durante la bassa marea, fino alle basi delle grandi colonne. Ora queste si specchiano nell’acqua e mostrano, con le loro fasce forate dai litodomi, le alterne vicende, cui è soggetta la mobile crosta del nostro pianeta.”

Censimenti romani (1936)

Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 4, aprile 1936.
Di Aristide Calderini.

“In occasione del prossimo censimento quinquennale della popolazione italiana

■ Le origini sono narrate così dalla tradizione raccolta da Livio (I. 42 e seg.): il re Servio Tullio, vinta la guerra con gli Etruschi e tornato a Roma nel 555 av. Cr. «inizia la più grande impresa che fosse mai stata fatta in tem po di pace, sicché i posteri dovessero poi celebrarlo come il fondatore di ogni distinzione fra i cittadini e dei loro ordini diversi, per mezzo dei quali appare fra essi differenza di dignità e di fortuna». Istituì pertanto il censo «utilissima istituzione per un impero destinato a diventare così grande» e formò in rapporto al censo classi e centurie, in modo che i carichi di pace e di guerra gravassero su ciascuno in proporzione dei loro averi. Compiuto l’ordinamento nuovo, il re convocò tutti i cittadini romani a piedi e a cavallo, ciascuno nella sua centuria, sul far del giorno in Campo Marzio e schierato tutto l’esercito ne fece la purificazione rituale col sacrificio più solenne del toro, della pecora e del maiale, e chiamò «lustro compiuto» la cerimonia, perché essa dava fine al censimento; Livio poi conclude col numero di 80.000 uomini, contati in quella remota occasione in Roma.
■ A noi qui ora non interessa il numero di quei censiti antichissimi, tanto più che già gli storici romani lo mettevano in discussione, ma piuttosto giovano i particolari di codesta tradizione delle origini, per fissarne le caratteristiche secondo l’opinione primitiva fin dai tempi, attribuibili o no alla monarchia e a Servio Tullio, della città patrizio-plebea antichissima.
■ Scopo dunque del censimento romano è la determinazione della capacità di pagamento d’ogni singolo cittadino; mezzo ne è la suddivisione dei cittadini in categorie di varia potenzialità economica e di diverso diritto; forma è la efficienza militare e la dignità religiosa; naturalmente nessuna invece di quelle preoccupazioni demografiche o, in generale, scientifiche che giustificano ogni moderno censimento.
■ Prerogativa del più alto potere dello Stato, la facoltà censoria passò dal re della monarchia primitiva ai consoli, e dopo il 441 av. Cr. a uno speciale magistrato chiamato appunto censore e rappresentato da due patrizi, nominati dal popolo in occasione di ogni censimento, che si teneva ad intervalli di quattro, di cinque e più anni; né i censori erano annuali ma restavano in carica fino a lavoro compiuto. Essi erano pertanto i redattori delle liste dei cittadini e della loro classificazione fondamentale, in modo che poi, attingendo alle loro conclusioni, altri magistrati potessero formare la serie dei contribuenti delle imposte, quella degli eleggibili e degli elettori, quella degli atti alle armi secondo il loro rango particolare; e in codesta redazione, come si vede, di conseguenze assai gravi, il giudizio dei censori in gran parte arbitrario non poteva essere sindacato e solo poteva essere corretto o distrutto da un censimento o da censori successivi.
■ Né si deve dimenticare che in Roma il dichiarante doveva rispondere non solo intorno alla condizione civile e finanziaria sua personale e a quella dei membri della famiglia, ma anche poteva essere interrogato dal magistrato intorno al suo modo di vivere, ai suoi costumi, ai particolari molteplici della sua vita privata, in modo da determinare nel censore un’opinione sicura circa il grado di dignità personale che l’individuo aveva portato o poteva portare anche alla vita pubblica: negligenze ed abusi, viltà di fronte al nemico, usurpazione di poteri e condotta di poco rispetto verso i magistrati, atti o occupazioni infamanti, dissipazione economica e morale, mancanza alla parola data e perfino un matrimonio sconveniente o la cattiva educazione data ai propri figliuoli o la trascuratezza di doveri verso la tomba di famiglia o verso i parenti più poveri e anche il tentativo di suicidio erano o potevano essere altrettante «note» di biasimo con cui il censore contrassegnava il nome del cittadino romano. E tutti sanno quale arma formidabile per la lotta contro la corruzione sia stato un tale potere nelle mani di un Catone il Vecchio, che, al dire di Plutarco, non fu celebrato dal popolo nell’iscrizione che fu posta sotto una sua statua nel tempio della Salute, come generale o come trionfatore, ma solo come censore, per avere coi suoi modi, coi suoi esempi e coi suoi consigli trattenuto dalla rovina la cadente repubblica.
■ Né la riverenza del Censore per antonomasia impedì il diffondersi di episodi censorî di meno austera gravità, come quello narrato da Aulo Gellio (IV. 20) e ricordato anche da Cicerone (de orat. II, 64, 260): il censore interrogava con solenne giuramento i suoi censiti intorno alle loro mogli e la formula d’interrogazione era questa: «dimmi se secondo il tuo parere hai moglie» (ut tu ex animi tui sententia uxorem habes). L’interrogato a giurare era un pedante sfacciato e burlone, e credendo che gli si presentasse la occasione di dire una spiritosaggine, quando il censore, conforme la consuetudine, gli aveva domandato se secondo il suo parere avesse moglie, «l’ho» rispose «la moglie, ma veramente non secondo il mio parere» (habeo equidem uxorem, sed non hercle animi mei sententia). E così per questa risposta fu messo dal censore fuori dalla categoria in cui era.
■ Come si vede anche da ciò, l’odierno nostro censimento, se ha forse guadagnato in perfezionamenti tecnici e scientifici di indubbio valore, ha perduto nei confronti con l’antica pratica di Roma repubblicana più d’una delle sue caratteristiche e finalità.
■ Il primo a perdersi fu certamente il suo contenuto morale, fin dal giorno in cui, divenuto lo stato romano troppo più vasto di una sola città, per quanto popolosa, il censimento da urbano divenne municipale, cioè si moltiplicò da Roma in tutte le città d’Italia e poi in quelle del sempre più vasto dominio romano, affidato a funzionari locali e col tempo indipendente anche dall’autorità dei censori, che passarono da magistrati ordinari a straordinari e poi, già dal I secolo d. Cr., scomparvero.
■ Il censimento allora non più generale e simultaneo, ma parziale e talora anche limitato a singole regioni o città, circoscrisse le sue indagini alle più materiali e positive risultanze, e attraverso svariate modificazioni ebbe di mira specialmente lo scopo fiscale e parve specialmente diretto (ciò che è escluso del tutto dai censimenti moderni) a fornire informazioni all’agente delle imposte per le sue…. dilapidazioni.

“LA CERIMONIA DEL «LUSTRO» RAPPRESENTATA SULLA COLONNA TRAIANA; IL SACRIFICIO È SIMILE A QUELLO CHE SEGUE LE OPERAZIONI DEL CENSIMENTO.”

■ Oltre le notizie che gli autori antichi ci riferiscono circa lo svolgimento della cerimonia del censo a Roma in Campo Marzio, fuori della città, dove una cosidetta villa pubblica serviva come sede ufficiale ai censori, insieme con l’Atrio della Libertà nell’interno dell’Urbe presso il Foro, dove avvenivano le operazioni del censo dei senatori e dei cavalieri, è per noi interessante leggere qualche passo di una celebre iscrizione in bronzo superstite per illustrare il sistema di schedatura nelle città italiche, dove dapprima si frazionò il censimento dei cittadini romani, avanti di passare nelle provincie più lontane.
■ Si tratta della cosidetta Tavola di bronzo di Eraclea, scoperta fin dal secolo XVIII, ed ora conservata fra i più preziosi cimelî del Museo di Napoli: in essa vi sono alcuni paragrafi particolarmente diretti a riordinare il censimento municipale dei cittadini romani nelle città italiche forse nell’età di Giulio Cesare, che ci danno preziose informazioni: traduco e riassumo la parte che più ci interessa (II. 142 e seg.): «Nei municipi, colonie, prefetture di cittadini Romani, che siano e saranno in Italia, coloro che occuperanno la maggiore magistratura o podestà, quando il censore o altro magistrato in sua vece terrà in Roma il censimento, nei 60 giorni prossimi a quelli in cui verrà a sapere che si sarà tenuto in Roma, tenga il censimento di tutti i municipi e i coloni suoi e degli appartenenti alla sua prefettura, e riceva da loro, previo giuramento, i nomi, i prenomi, i cognomi, il nome dei padri o dei patroni, quello della tribù e l’età di ciascuno e l’importo della sua ricchezza, secondo la formula di censimento che sarà stata proposta da colui che terrà il censimento a Roma; e curerà che tutte queste indicazioni siano riportate nelle pubbliche tavole del suo municipio», poi curerà che tali indicazioni siano portate a Roma da speciali incaricati e trasmesse «senza inganno» e con una serie di altre meticolose cautele al censore o a chi per esso, perché siano aggiunte alle altre.
■ Risulta così che nel I secolo av. Cr. il censimento dei cittadini era ridotto alla richiesta dei tre nomi ufficiali del cittadino accompagnati da quello del padre per i liberi e da quello del patrono per i liberti, e dal nome della tribù, (p. es. Marco Tullio figlio di Marco della tribù Cornelia, Cicerone) della sua età, del nome e dell’età dei componenti la sua famiglia, donne e figli compresi, dell’elenco delle sostanze e delle rendite, e tutto ciò in base ad una formula o, per dirla con parola più moderna, a particolari istruzioni che il censore o chi per esso avrà pubblicato nel bando di censimento; tali dichiarazioni saranno rese con giuramento e riportate tutte a Roma, e nelle città originarie, in archivi dunque parziali e generali.
■ Da codesti archivi poi i singoli magistrati o altri interessati avrebbero ricavato le loro deduzioni ai fini più vari; e un esempio anche di tali deduzioni ci è rimasto in un passo della «Storia naturale» di Plinio il Vecchio (VII. 162), dove egli riporta dal censimento del 74 d. Cr., eseguito dall’imperatore Vespasiano e da Tito come censori, una lista di ultracentenari, quali risultavano in varie città d’Italia, fra Appennino e Po: e precisamente «3 di 120 a Parma, 1 di 125 a Brescello, 2 a Parma di 130 e 1 a Piacenza, una donna di 135 anni a Faenza, e a Bologna L. Terenzio figlio di Marco, a Rimini M. Aponio di 140 anni, e Tertulla di 137. Intorno a Piacenza sui colli è la città di Velleja nella quale 6 cittadini raggiunsero i 110 anni, 4 i 120, 1 i 140, M. Mucio Felice figlio di Marco della tribù Galeria».
■ E conclude che nella regione VIII d’Italia che è all’incirca l’attuale Emilia e Romagna, furono contati «54 uomini di 100 anni, 14 di 110, 2 di 125, 4 di 130, altrettanti di 135 o di 137, 3 di 140».
■ Mi auguro che il prossimo censimento degli Italiani riveli altrettanti centenari fra noi, se pure, come parrebbe suggerirci il confronto epigrafico, le dichiarazioni di quegli antichi Matusalemmi non sono alquanto esagerate.
■ Con questi dati censorî ricordati da Plinio siamo già in presenza di censimenti imperiali, ai quali si riferiscono i documenti più curiosi e certo più interessanti che siano superstiti fino a noi, cioè le schede dell’Egitto romano.

“PARTE DELLA COSIDETTA «TAVOLA DI ERACLEA» (MUSEO NAZIONALE DI NAPOLI) DA CUI SI RICAVANO IMPORTANTI NOTIZIE SULLA PROCEDURA DEL CENSIMENTO ROMANO, COSÌ IN ROMA, COME NELLE COLONIE D’ITALIA.”

■ Si tratta di quasi duecento dichiarazioni, redatte in greco secondo le norme dettate dagli imperatori ad ogni quattordicesimo anno dal I al III secolo d. Cr., ad opera di abitanti di villaggi egiziani e dirette a funzionari del distretto amministrativo più prossimo alla abitazione del denunciante, che è il padrone stesso di uno stabile o un inquilino, che segnalano la proprietà e nel medesimo tempo gli abitanti della casa, non escluse le donne e gli schiavi; lo scopo anche qui è quello fiscale, ma a noi le schede giovano per ricavarne tante altre notizie, che nessun testo antico sopravvissuto potrebbe offrirci più vive e dirette.
■ Ecco p. es. ciò che dichiara al capo del distretto Apollonopolite l’abitante del piccolo villaggio rurale di Tanuathis in obbedienza al bando di censimento del 117-118 d. Cr.: «Ad Apollonio, stratego dell’Apollonopolite Eptacomia da parte di Arpocrazione di Dioscoro, ecc. da Tanuathis. Denuncio per il censimento dell’anno II dell’imperatore Adriano (mio) signore, secondo gli ordini impartiti dal potente prefetto (d’Egitto) Ramnio Marziale (come viventi) in una casa e in un terreno non coltivato appartenente a Sennonnofri di Arpocrazione e in un cortile situati nella parte sud del villaggio di Tanuathis, me stesso (di professione) «segretario» di anni 60, con una cicatrice sulla tibia della gamba sinistra, mio figlio Dioscoro nato dalla madre Senpachumis di Anompis senza particolari contrassegni, «medico» di anni 18, mia moglie Senpachumis di Anompis di anni 36, mia figlia Tazbes di anni 15, e giuro per la Fortuna dell’imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto, che ho reso questa dichiarazione in piena salute e secondo verità e che non ho tralasciato la denuncia di alcuno; in caso diverso che io mi ritenga legato al giuramento».
■ Come si vede, è qui una piccola famiglia costituita da un marito vecchio e da una moglie giovane con due figliuoli, maschio e femmina; il primo nato quando la madre aveva solo 19 anni, ma già egli stesso a 18 anni qualificato come medico, a grande scorno, come si può immaginare, dei suoi moderni colleghi; e tutti abitano in una casa d’affitto, in proporzione con altre piuttosto ampia, ai confini del villaggio verso la campagna.
■ Caso ben diverso da quelli segnalati da altre schede come p. es. da due del 159-160 d. Cr. che provengono da un villaggio del Delta, in cui appaiono conviventi 19 persone, e cioè le famiglie di ben 4 fratelli, con figli numerosi; oppure da una scheda del 187-188 d. Cr. della città di Arsinoe, con cui il proprietario di 1/10 di casa denuncia con sé conviventi ben 26 persone da 1 a 54 anni di età, tra cui figurano i discendenti di tre generazioni con un numero di figli che raggiunge, caso piuttosto raro, anche i 5 e insieme appaiono anche altri «inquilini» organizzati pure in piccole famiglie ed esercenti professioni varie, tessitori, fonditori d’oro, asinai, giardinieri, battitori di grano, o, più genericamente, operai; fra tutti compaiono tre coniugati consanguinei, secondo il costume egiziano, e due gemelli.
■ Chi volesse, potrebbe anche fare la conoscenza, mediante queste schede, con una famiglia di dichiarati «contadini» del II sec. d. Cr., con una famiglia di sacerdoti o di ricchi «senza professione» o anche con una famiglia di «becchini», composta del padre di 75 anni e di tre figli, rispettivamente di 45, 36 e 30 anni, tutti dediti alla imbalsamazione dei cadaveri; le donne di casa di questi sono dette «benestanti», il che significa che il lavoro dei mariti era evidentemente proficuo.

“SCHEDA DI CENSIMENTO DEL 216-215 A. CR. APPARTENENTE ALLA RACCOLTA DI PAPIRI DI OSLO.”

■ La fortuna ci ha perfino concesso di consultare due schede della medesima famiglia, redatte in occasione di due censimenti contigui del 159-160 d. Cr., e del 173-174 d. Cr., in cui appaiono le modificazioni intervenute nella famiglia a 14 anni di distanza e cioè scomparsa, nella seconda scheda, del padre e allontanamento del figlio illegittimo di lui, prima convivente con altri fratelli, scomparsa anche di due maschi figli del primogenito o defunti o usciti ormai dalla casa paterna, e sostituiti da altri 4 figliuoli nati tutti dopo il censimento del 159-160.
■ E altre e altre curiosità e indiscrezioni ci rivelano questi testi più volte secolari, e altre ancora ne riveleranno i numerosi ancora inediti che attendono la pubblicazione, come pure un ricco materiale censorio sarà messo a disposizione degli studiosi presso la Mostra Augustea prima e poi il Museo dell’Impero, quando sia largamente avanzato per non dire compiuto il cosidetto «censimento epigrafico», cioè ricavato dalle epigrafi superstiti antiche, che si sta eseguendo presso la Sezione Lombarda dell’Istituto di Studi Romani e che ha già raccolto qualche migliaio di schede, destinate ad essere diecine di migliaia, con utilità grande degli studi non solo epigrafici, ma demografici, etnografici e sociali.

“SCHEDA DI CENSIMENTO DEL 16 D. CR. ORA NELLA RACCOLTA DELL’UNIVERSITÀ CATT. DI MILANO.”

■ Fra tutte le schede però che noi potremmo in modo particolare gradire e che forse l’Egitto avrebbe conservato nelle sue sabbie preservatrici, ma che certo la terra di Giudea ha distrutto per sempre, è quella di Giuseppe originario di Betlemme e di Maria di Nazareth: tutti infatti ricorderanno le parole del III Vangelo (Luc. 2. 2.): «In quei giorni appunto uscì un editto di Cesare Augusto per fare il censimento in tutta la terra. E questa notifica fu fatta mentre era preside della Siria, Cirino; e andavano tutti a dare il nome, ognuno alla sua città.
«Anche Giuseppe andò da Nazareth di Galilea alla città di David, chiamata Betlemme, in Giudea, per essere lui del casato e della famiglia di David, a dare il nome insieme con Maria a lui sposata, la quale era incinta».
■ In mancanza di questa scheda eccezionale credo di avere trovato e conservo quella che fino ad ora è probabilmente la più vicina ad essa nel tempo, perché è, come pare, dell’anno 16 d. Cr., anteriore al censimento quattordicennale d’Egitto e appartenente anch’essa ad uno di quei censimenti sporadici che venivano ordinati dall’imperatore qua e là nell’impero, come è probabilmente anche quello a cui allude il Vangelo: proviene dal villaggio di Theadelfia, nell’Arsinoite e ne do qui la fotografia e la traduzione.
«A Isidoro segretario del villaggio di Theadelfia, da parte di Harthotes figlio di Marrès, coltivatore pubblico e sacerdote della dea Thoeris; posseggo a Theadelfia una casa dentro il recinto del tempio, nella quale abito io stesso Harthotes di madre Esersuthis, di anni 55, Harpathoeius, mio figlio, di anni 9, di madre Manchoripsis, e la madre mia Esersuthis di Pasion, di anni 70. Io Hartothes soprascritto giuro per l’imperatore…»; qui il papiro è mutilo, ma seguiva probabilmente «Tiberio Cesare Augusto» e la data «anno III» dello stesso imperatore con l’aggiunta del mese e del giorno.”

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