Teofrasto Renaudot — Un medico creatore del giornalismo (1931)

Da Il Giardino di Esculapio, Anno IV, N. 4, luglio 1931.

Un avvenimento di tre secoli fa

” ■ Trecento anni or sono, e precisamente la mattina del 30 maggio 1631, un uomo d’età prossima alla cinquantina usciva con aria soddisfatta, che si sarebbe potuta anche dire solenne, dalla Casa del Gran Gallo portando in mano alcuni fogli stampati di fresco.
■ Quei fogli saranno tra poco offerti al pubblico avidamente curioso: per ora egli va a farne omaggio a un frate cappuccino. Sì, un semplice frate cappuccino, ma di quale importanza nella vita di Parigi e nella storia di Francia! L’uomo del Gran Gallo, ragguardevolmente brutto, con un naso camuso che è il bersaglio de’ suoi schernitori, si reca dal padre Giuseppe, potente consigliere dell’onnipotente Cardinale Richelieu, il frate che sta come un’ombra a fianco del ministro e passerà nella storia col nome, entrato nella fraseologia di tutte le lingue, di Eminenza Grigia.
■ Così in un mattino di maggio il giornalismo nasceva con tutti i difetti che dovevano poi svilupparsi straordinariamente: con delle notizie malsicure e sotto la protezione, cioè sotto il controllo rigoroso e interessato, d’un uomo di governo. Se non nasceva con pronto il «biberon» di fondi segreti governativi, industriali o bancarii, la differenza era poca: il giornale cominciava a vivere col permesso del gran Cardinale, col privilegio di stampa e di vendita e con la convinzione che soltanto attraverso quella protezione l’affare prometteva di essere buono.
■ Diciamo però subito che il creatore del giornale più antico di Francia, il signor Teofrasto Renaudot, era un galantuomo: il che costituisce già una specie di originalità. Non l’avidità di danaro ma la feconda irrequietudine del suo spirito lo ha spinto a questa nuova impresa. Egli ha il senso della modernità, il gusto delle trovate interessanti. È un medico, che pensa alla salute sociale, è un inventore guidato da una sincera vena di filantropia, anche se la filantropia in lui non esclude il desiderio di guadagnare onestamente dei buoni quattrini. Il 30 maggio, dunque, del 1631 nacque la Gazette — primo giornale di Francia.
■ Non sarebbe esatto aggiungere, per dare maggior importanza e attrazione al racconto, che quel giorno nacque il giornalismo. In una forma molto primi- tiva esso era già noto. Gli storici, quando ne parlano, non mancano di risalire addirittura ai romani, i quali affissavano certi loro «acta diurna» che davano le principali notizie della vita pubblica dello Stato e che senza dubbio alcuni copiavano e facevano circolare per la comodità di coloro che non potevano recarsi di persona a leggerli o che si trovavano lontani da Roma. Ma quell’embrione di giornalismo è troppo poca cosa. A contentarsi, si potrebbe trovarne le tracce anche più lontano, sui cocci e sulle pietre dell’antico Oriente dove si narravano le virtù dei re e i fasti delle guerre.

“TEOFRASTO RENAUDOT”

■ Qualche cosa di realmente più giornalistico c’era in Italia verso la metà del Cinquecento, in forma di «avvisi» manoscritti o stampati, in cui si davano una o più notizie di quelle che avevano la massima importanza e che il pubblico aspettava con maggior ansia. A Venezia si vendevano al prezzo d’una piccola moneta chiamata gazzetta, e così pare che sia nato anche il nome generico del foglio d’informazioni. Questi avvisi, però, non sono ancora il giornalismo, con un programma ordinato e periodico, se pure primitivo. Sono narrazioni occasionali, opuscoli minimi su determinati argomenti. E il loro carattere, specialmente a Roma, degenera subito in pettegolezzi, maldicenze e velenose diffamazioni. La satira prende la mano alla cronaca. L’opuscolo minimo è sopra tutto un libello minimo. E l’autorità ha il suo da fare a dar la caccia ai gazzettieri o «menanti» (com’erano più comunemente chiamati dal menare — dicono — le mani in gran fretta a far copie); qualcuno dei quali si fa una posizione elevata pendendo dalla forca. Altrove, come in Inghilterra, le prime pallide forme del giornalismo futuro nascono da necessità commerciali, dal bisogno — per esempio — di tener informato il pubblico sul movimento delle navi. In Germania e nei Paesi Bassi invece queste pubblicazioni periodiche cominciano, prima che in Francia, ad avere un certo carattere giornalistico, per la relativa varietà delle notizie. Ma se consideriamo l’importanza che aveva Parigi e il più maturo aspetto con cui si presentò la Gazette, dobbiamo riconoscere che la comparsa di questo giornale è veramente l’aurora del giornalismo, dopo i primi più tenui chiarori.
■ E il merito di questa che può ancora dirsi una novità, nonostante ogni tentativo anteriore, spetta a un seguace d’Esculapio. Se poi qualcuno volesse fargliene, invece d’un merito, una colpa, s’accomodi; ma tenga a mente che il giornalismo era fatale, dopo l’invenzione della stampa, come la scoperta dell’America dopo i grandi viaggi del secolo decimoquinto.
■ Teofrasto Renaudot, nato a Loudun nel 1586, mostrò dalla nascita una sola qualità evidente: una bruttezza spettacolosa, che faceva cader le braccia dallo scoraggiamento alla povera madre. Ma coi primi anni cominciarono anche ad apparire qualità più consolanti: un animo delicato e una mente acuta e vivace. Quando poi si aggiunse una notevole inclinazione allo studio, c’era veramente di che confortarsi. Finiti nella città nativa i corsi d’umanità, si recò ad apprendere la medicina a Montpellier, che era la grande rivale di Parigi in questi studi; e anche a Montpellier ebbe modo di far apprezzare il suo ingegno e il suo amore alla coltura, tanto che a vent’anni non ancora compiuti poté prendere brillantemente la laurea.
■ Poiché la famiglia era abbastanza agiata, egli pensò che per un giovane dottore il meglio fosse ampliare con un viaggio la cerchia delle cognizioni. Non si sa bene dove si recasse e quanto tempo rimanesse fuori di patria, ma sembra che la sua méta fosse l’Italia, paese che esercitava ancora un fàscino sugl’intellettuali di tutto il mondo, e che in Italia possa essersi interessato all’istituzione del monte di pietà, che esisteva fra noi sin dal Quattrocento, e forse anche all’attività dei «menanti», che può avergli fatto nascere l’idea di coltivare con più larghezza ed efficacia quel genere d’informazioni in Francia.


La medicina dei poveri e le medicine pei malati

■ L’idea del giornale però maturò dopo molti anni; prima, nel suo spirito che si interessava vivamente delle questioni sociali germogliò l’idea di porgere un qualche sollievo alla piaga imperversante della povertà. Doloroso e allarmante era lo spettacolo di Parigi invasa da infelici e da malviventi d’ogni regione, che speravano di trovare nella capitale o il lavoro che mancava ne’ propri paesi o il soccorso dei pietosi benestanti o le occasioni per commettere delle mariuolerie. Le guerre, le carestie, i torbidi facevano sentire profondamente i loro influssi funesti e lo Stato, naturalmente, non s’occupava di quei problemi. Gli straccioni si volgevano agli ospedali e cercavano di farvisi ammettere come malati per scroccare qualche giorno o settimana di mantenimento gratuito, sebbene fossero costretti a giacere in parecchi entro ogni letto e corressero un rischio quasi sicuro di ammalarsi sul serio e magari di rimetterci la pelle.
■ Il giovane medico, fermatosi per un po’ di tempo a Parigi nel ritorno dal viaggio, osservava e andava riflettendo al modo più opportuno di venir in soccorso di quelle turbe non con vane elemosine, sì bene con qualche sistema d’utilità sociale; ma per allora il richiamo del suolo nativo fu il più forte ed egli se ne tornò a Loudun a esercitare la sua professione, tanto più che, essendo di religione ugonotto, trovava a Loudun un gran numero di correligionarii, tollerati dal Governo centrale, benché frequentemente in lotta coi cattolici del luogo. Egli però non era uomo bellicoso. Seguiva la fede de’ suoi padri ma viveva in buoni rapporti coi seguaci della Chiesa apostolica romana, meritandosi le generali simpatie per lo zelo e lo spirito di carità con cui esercitava la medicina e per la mitezza di carattere che rivelava in tutte le sue relazioni col prossimo, protestante o cattoliico che fosse. Capitò allora il fortunato caso che Armando du Plessis de Richelieu, vescovo di Luçon, si recasse spesso all’abbazia di Coussay, non lontano da Loudun, e ivi facesse la conoscenza di quel singolare frate francescano chiamato padre Giuseppe, che doveva poi assisterlo nel difficile governo della Francia, e il padre Giuseppe facesse la conoscenza del medico ugonotto e, presolo in simpatia, lo presentasse al vescovo. Un giorno, tornando a Parigi, Teofrasto Renaudot troverà lo scarno vescovo divenuto il dittatore della Francia e nell’ombra del palazzo cardinalizio installato il frate come consigliere autorevolissimo. E questo gli gioverà per riuscire, lentamente, a concretare quelle ch’egli chiamerà le sue «innocenti invenzioni».

“GLI STRACCIONI LUNGO LA VIA DELL’OSPEDALE”

■ Intanto scrive un Trattato dei poveri. Quando lo pubblica, Richelieu e padre Giuseppe sono già a Parigi e il frate parla a Maria dei Medici, reggente in nome di Luigi XIII minorenne, del medico di Loudun e delle sue eccellenti idee, chiedendole il permesso di farlo venire a Corte. Il permesso è accordato, il dottor Renaudot arriva ed è ben accolto: anzi lo si nomina medico ordinario e consigliere straordinario del Re, incaricandolo di preparare un regolamento generale pei poveri del Regno.
■ L’idea fondamentale del medico è questa: i poveri sono disorientati e și muovono senza utilità per se stessi e con danno degli altri. Bisogna creare un centro di domande e ricerche di lavoro. Molti troverebbero da lavorare, se sapessero a chi dirigersi; molti sarebbero pronti a dar lavoro, se trovassero le persone adatte. La tesi dunque del dottor Renaudot, che a noi sembra oggi molto semplice, ma allora era un po’ come l’uovo di Colombo, consisteva nella creazione d’un ufficio di collocamento, da lui battezzata col nome di «Bureau des adresses». Vi si potevano dirigere tanto i datori quanto i cercatori di lavoro; e in una grande città gli utili incontri dovevano necessariamente essere moltissimi. Così si poteva anche vedere chi era nella miseria soltanto perché non trovava lavoro e chi invece non aveva voglia di lavorare ma preferiva tirar innanzi alla men peggio parassiticamente.
■ L’invenzione fu brevettata, ma prima di tradurla in atto molta acqua doveva ancora passare sotto i ponti della Senna. Il brevetto fu concesso nell’ottobre del 1612; 1’Ufficio di collocamento cominciò a funzionare nella seconda metà del 1629. Queste due date dicono, senza bisogno di commento, che le lungaggini burocratiche non sono un’invenzione del nostro tempo, troppo calunniato.

“LA REGGENTE MARIA DEI MEDICI E SUO FIGLIO”

■ In questo lungo frattempo il dottor Renaudot se ne visse quasi sempre a Loudun, che era il terra-terra della realtà, facendo il medico e interessandosi alle novità farmaceutiche. Bisogna notare che allora il campo della farmacologia era a rumore, insieme — naturalmente — con quello della medicina, per il contrasto fra il tradizionalismo e lo spirito d’innovazione. La chimica dava battaglia alla vecchia farmacopea. I fármaci minerali, con in testa l’antimonio, si facevano largo tra i semplici. Formole nuove reclamavano diritto di cittadinanza in mezzo a formole secolari. Il farmacista Giacomo Boisse, per esempio, vendeva un medicamento chiamato policreston (dal greco, nel senso di «utile in molte cose») e il dottor Renaudot era così persuaso della bontà di quel farmaco che ci fece una pubblica conferenza e stampò poi un opuscolo con questo titolo piuttosto lunghetto: «Descrizione d’un medicamento chiamato Policreston, dispensato pubblicamente da Giacomo Boisse maestro farmacista nella città di Loudun il 4 dicembre 1619; con l’arringa fatta su questo argomento da Teofrasto Renaudot, dottore in medicina, consigliere e medico del Re, davanti ai signori deputati della Chiesa riformata radunati a Loudun col permesso di Sua Maestà…».
■ Ecco qui un seguace d’Esculapio con la bozza del giornalista rivelata dal senso della pubblicità. A non conoscerlo bene, si direbbe ch’egli abbia del ciarlatano, come quei medici di nostra conoscenza che partecipano troppo attivamente, non proprio per entusiasmo scientifico e filantropico, al «lanciamento» di questo o quel prodotto e fanno la predica in chiesa per intendersi poi con la amministrazione della congrega in sacristia. Ma in verità il nostro Teofrasto non è un cacciatore di «percentuali»: è un appassionato della nuova farmacologia. È uno «spargirico», come allora si diceva. E pazienza poi se l’aggettivo grecheggiante servì anche a definire i cantambanchi spacciatori di rimedii prodigiosi. Non si esclude che maestro Giacomo Boisse lo abbia compensato della sua eloquenza; ma certamente il banditore del policreston era in buona fede, anche nell’esagerazione. E che esagerazione ci fosse risulta dalla stessa troppo lunga lista dei mali contro cui il nuovo medicamento doveva essere un efficace rimedio: la paralisi, l’apoplessia — tra gli altri —, l’epilessia, i catarri, i calcoli, la colica, le crisi uterine, le malattie contagiose. Il medicamento, «dovuto all’industria accurata e sapiente dei medici di Poitiers», degno d’essere paragonato al palladio de’ troiani, era «un antidoto in forma di elettuario liquido, composto d’una polvere e di alcuni succhi, sciroppi, conserve, confetture — e miele per dargli corpo e consistenza» e c’entrava una gran quantità di cose diverse, dalla radice di garofano selvaggio all’origano, dalla scorzonera alla maggiorana, pel regno vegetale, e poi, pel regno animale, ambra, corallo, terra di Blois, e tanti altri elementi, non escluso il pregiatissimo corno di cervo. E perché s’intenda che anche gl’innovatori sono pur sempre uomini del loro tempo, bisogna aggiungere che Teofrasto credeva anche al potere medicante dei simboli: così il limone fa bene, non soltanto in virtù dell’acido citrico, ma perché, essendo verde e rifiorente, è l’immagine della speranza, mentre l’ambra rappresenta la carità, il cardo benedetto, curvo verso terra nonostante le sue grandi virtù, la umiltà e la modestia, il pepe l’ambizione, la quale brucia appunto come il pepe, e la noce moscata, conservata ne’ suoi folti rami, è come un buon re nel seno dei fedeli suoi sudditi naturali.


La Casa del Gran Gallo

■ Ma finalmente i tempi sono maturi per la sua grande impresa del «Bureau d’adresse». Teofrasto Renaudot, vedovo con cinque figli, si riammoglia e, premuto da Richelieu, accetta anche di convertirsi al cattolicismo. Il buon re defunto Enrico IV gli aveva insegnato che Parigi val bene una messa. Le cose vanno bene e bisogna allargar la vela a cogliere il vento propizio. Egli ha anche avuto l’onore di partecipare alla cura del giovine re malato. E finalmente in via della Calandra, nella casa del Gran Gallo, l’Ufficio di collocamento è aperto. I poveri che arrivano a Parigi vi si devono immediatamente recare, per giustificare la loro presenza nella città, e l’iscrizione non costa nulla: i datori di lavoro invece pagano una tassa minima. Assistito da due commessi, il fervido medico s’affanna a segnare nei registri i nomi e i mestieri o le attitudini dei postulanti e i nomi e i bisogni dei richiedenti: questi ultimi devono, appena trovato il fatto loro, avvertire l’Ufficio per la regolarità e utilità delle indicazioni.
■ Poi da cosa nasce cosa, rapidamente. Non c’è solo la ricerca del lavoro o del lavoratore, c’è anche il bisogno di vendere qualche cosa o di trovare una buona occasione per la compera; ed ecco nella casa del Gran Gallo sorgere un deposito di robe d’occasione. Chi cerca può trovare, non soltanto un’indicazione, ma la cosa stessa. E avanti. Il dottor Renaudot è un piccolo vulcano in eruzione benefica. Chi ha da vendere ha spesso urgente bisogno di danaro: vende anzi, il più delle volte, perché è costretto dalla necessità immediata. E allora ecco svilupparsi nell’Ufficio di collocamento una specie di Monte di pietà. Il cittadino porta l’oggetto e riceve una somma, notevolmente inferiore al valore reale, ma che gli giova avere sul momento. Se l’oggetto è venduto, prende poi il di più; se preferisce ritirarlo, non ha che da restituire l’anticipo avuto, con un piccolo compenso all’Ufficio.
■ E avanti ancora. Tutto questo va bene, ma Teofrasto Renaudot è un medico e come può egli non pensare ai malati, pensando ai poveri? Con l’Ufficio di collocamento e col monte di pietà sorge ben presto nella casa del Gran Gallo l’ambulanza gratuita pei malati poveri. La Facoltà, cioè il Collegio universitario dei medici di Parigi, vede la cosa molto di mal occhio — e di qui comincia una lotta accanita che finirà col fiaccare la resistenza del povero Renaudot — ma egli non è uomo da intimidirsi per le opposizioni e va avanti per la sua via. Se i medici della Facoltà parigina gli sono ostili, egli fa appello a quelli della Facoltà di Montpellier che cápitano a Parigi e trova dei volenterosi, non soltanto per bontà d’animo ma anche probabilmente perché in quell’ambulanza si possono anche pescare dei clienti. Infatti in breve tempo da Renaudot non vanno soltanto i poveri ma anche i benestanti, attirati dalla fama di medico valente e di conoscitore di nuovi ed efficaci rimedii ch’egli si è fatta. I benestanti lasciano qualche cosa, secondo il loro buon volere, a benefizio delle cure pei poveri.
■ E alle cure gratuite si aggiungono, pei poveri, le medicine gratuite, che il Renaudot fabbrica nella stessa casa. Un piccolo mondo, quella casa del Gran Gallo. Registri, oggetti d’ogni specie esposti in vendita, storte, fornelli, erbe e minerali, poi caratteri di tipografia e torchi da stampa, e gente che va e viene, di tutte le condizioni sociali. Credete che basti la fabbrica di medicamenti? Dall’Ufficio primitivo si è fatto tanto cammino che si arriva a una specie di università popolare. C’è una sala nella casa dove le persone che hanno voglia di discutere o che hanno qualche buona idea da esporre, qualche utile invenzione da proporre, possono radunarsi e cercare d’intendersi fra loro. Non il discorso accademico, la conferenza oziosa, ma la filosofia che vuol rimanere aderente alla realtà sociale e la politica del progresso: politica, s’intende, nel senso greco; ché alla Francia basta Richelieu, e guai a chi vuole immischiarsi nelle faccende dello Stato; e ai bisogni religiosi dello spirito basta la Chiesa, basta la vigilante Facoltà teologica di Parigi.

“IL CARDINALE RICHELIEU”

■ Quando questa sala di conferenze funziona, la Gazette è già in vita, e con la Gazette il foglio dell’Ufficio di indirizzi, dove si annunziano i programmi. Così possiamo conoscere alcuni dei temi che si trattavano in quei pomeriggi di lunedì in cui le riunioni avevano luogo. E ahimè, nonostante lo spirito pratico di Teofrasto, quanti argomenti più piacevoli che utili! «Perché ognuno tiene alle proprie opinioni, pur non avendovi alcun interesse». «Se è più facile resistere alla voluttà o al dolore». «Quale, tra l’uomo e la donna, sia più incline all’amore». «Dei diversi modi di portare il lutto e perché si usi più il nero che qualsiasi altro colore». «Del capriccio delle donne». Ma in compenso vi si fanno anche discussioni che possono avere un fondamento d’utilità (tutto dipende dalla serietà di quelli che parlano). Per esempio: «Del vino: se è necessario al soldato». «Se si può con l’arte prolungare la vita umana». «Del Monte di Pietà». «Se i colori sono reali».
■ A principio queste conferenze erano riservate agl’intimi; poi vi fu ammesso il pubblico; e poi bisognò fissare dei turni per impedire l’affollamento e il disordine. Nella prefazione alla Raccolta dei resoconti di quelle riunioni il buon dottore affermava che ogni maldicenza v’era esclusa e con la maldicenza — come s’è già detto — ogni argomento pericoloso. «Per timore d’irritare gli spiriti facili a infiammarsi in materia di religione, tutto ciò che concerne questa è rimandato alla Sorbona (cioè alla Facoltà teologica). E poiché i misteri degli affari di Stato tengono anch’essi della natura delle cose divine, delle quali parla meglio chi parla meno, noi li rimandiamo al Consiglio da cui procedono». Tenere a mente. Siamo nel Seicento e i maestri di docilità ammoniscono: «Nihil de Principe, parum de Deo». Sicuro. «I misteri degli affari di Stato tengono della natura delle cose divine», o volgo petulante. È il fondatore del giornalismo che vi ammonisce.


Come nasce e come comincia a zoppicare il giornalismo

■ Ma di Teofrasto Renaudot quale giornalista non abbiamo ancora dato sufficienti notizie.
■ Il 30 maggio, dunque, del 1631 uscì il primo numero della Gazette, giornale settimanale, annunziato già da otto giorni per la città con fogli volanti e avvisi incollati ai muri e atteso con curiosità grandissima. È un giornale di quattro pagine in quarto, senza firma, senza indirizzo e senza una sola notizia di Francia. Le informazioni riguardano Costantinopoli, Roma, la Spagna, il Portogallo, la Germania, la Fiandra, l’Olanda. Le tre prime copie sono destinate, non ancora alla Procura del Re, ma al Re stesso, al Cardinale e a padre Giuseppe, e quest’ultimo è il più interessato alla novità, perché è lui che ha incoraggiato e favorito il medico giornalista e lui sarà, per conto del Cardinale, l’ispiratore delle notizie d’importanza politica. Il povero direttore — di già! — non farà che obbedire. Richelieu pretenderà persino che si pubblichino nella Gazette notizie capaci di ferire e di irritare la Regina. (I lettori dei «Tre Moschettieri» ricordano certamente, anche se non si sono occupati molto della storia di Francia, la rivalità tra il Cardinale e Anna d’Austria), e il povero direttore legherà l’asino dove vorrà il padrone. Che più? Un giorno Luigi XIII, divertito dal caso di Mademoiselle de Lafayette che in piena Corte, per il gran ridere a proposito d’una storiella salace, aveva lasciato sul pavimento umide tracce d’una — diremo — distrazione nervosa, compose dei pessimi versi e li mandò alla Gazette che li pubblicasse; ma Richelieu li trovò così brutti che ordinò a Renaudot di perdere il foglietto reale. E così il giornalista cestinò il Re di Francia.
■ Fortuna che c’erano le notizie dei paesi lontani, che si potevano dare senza preoccupazioni. «Costantinopoli, 2 aprile 1631 (Un paio di mesi non è un grande spazio di tempo per l’arrivo d’una notizia da Bisanzio a Lutezia, tre secoli fa) — Il Re di Persia con quindicimila cavalli e cinquantamila fanti assedia Dilla, a due giorni di viaggio dalla città di Babilonia, dove il Gran Signore ha ordinato a tutti i suoi giannizzeri di riunirsi, pena la vita; e continua, nonostante questa diversione, a far sempre un’aspra guerra ai prenditori di tabacco, che fa soffocare col fumo».
■ La notizia è realmente interessante e vale parecchie pagine delle corrispondenze telegrafiche o epistolari d’oggi. L’uso del tabacco da fumo e da fiuto, cominciato da non molto tempo, dopo la scoperta dell’America, non si diffondeva senza contrasto: pontefici e sovrani a volta a volta lo combattevano o lo tolleravano. Come si vede, lo Scià di Persia gli era ferocemente ostile.

“PADRE GIUSEPPE — IL CONSIGLIERE DEL CARDINALE RICHELIEU”

■ Il successo della novità è grande. Sei mesi dopo, il giornale è già di otto pagine, di cui le prime quattro sono dedicate alla vita politica, letteraria, scientifica ed economica della Francia e le altre quattro a notizie ordinarie di diversi luoghi. Le due parti si vendono anche separatamente. La Gazette esce regolarmente ogni venerdì e va sempre più diventando un perfetto embrione del giornalismo di tre secoli dopo. Se il giornale non ha pubblicità, c’è però il Foglio dell’Ufficio d’indirizzi che è tutta pubblicità; e ben presto vengono fuori anche gli Straordinari, cioè i Supplementi. E poiché la pubblicità non richiama bene la attenzione se non è mescolata con notizie, il Foglio dell’Ufficio dà anche notizie che per il loro carattere non sembrano adatte alla solenne Gazette, che — come spiegava il fondatore in una dedica al Re — è una specie di storia volante.
■ Tra gli avvisi — specialmente tra quelli miscellanei — ce ne sono di curiosi. C’è chi offre l’invenzione di fermare la selvaggina e impedirle d’uscire dal bosco o di rientrarvi, quando ne fosse uscita, per luoghi diversi da quelli desiderati. Un altro ha trovato il modo di nutrire molto pollame con poca spesa. C’è chi cerca compagnia per partire entro quindici giorni verso l’Italia. E c’è persino chi è disposto a vendere un giovine dromedario a prezzo ragionevole. Provate ora, se avete voglia d’acquistar dromedarii, a cercarli nella pubblicità dei giornali!
■ Ma un maligno precoce — di quelli che oggi sono legione — avrebbe potuto sospettare che sotto l’apparenza di notizie d’interesse pubblico la «réclame» s’insinuasse anche nella Gazette. Per esempio, il due luglio dell’anno primo, una corrispondenza da Saint-Germain en Laye dice: «La siccità della stagione ha aumentato fortemente la virtù delle acque minerali, fra le quali quelle di Forges sono qui generalmente in uso. Le fece conoscere trent’anni or sono il signor Martin, un gran medico, e la voce pubblica le approvò. Oggi il signor Bonnard, primo medico del Re, le ha portate alla più alta reputazione, che la sua fedeltà, capacità ed esperienza possono conferire a ciò che n’è meritevole, presso Sua Maestà, che ne beve qui per precauzione; e tutta la Corte segue il suo esempio». Ci sono già gli attestati dei medici illustri e c’è il vanto d’una clientela di primissimo ordine; ma non è ancora il tempo delle società anonime e degl’imbottigliamenti, e a ogni modo il dottor Renaudot è tanto onesto quanto intraprendente.
■ Se il giornale non è ugualmente onesto, dal punto di vista della veridicità, la colpa non è del medico ma de’ suoi padroni, i quali sono ancora più — diremo — moderni di lui e fanno già macchiare certi punti scabrosi per renderli illeggibili o impongono false edizioni o edizioni speciali per ingannare chi doveva essere ingannato o, in casi estremi, fanno comprare tirature intere per sottrarle alla circolazione. Ma sì, trecento anni or sono, nella gloriosa città di Parigi, è veramente nato il giornalismo moderno e un medico n’è stato l’ostetrico e il padre insieme, geniale e innocente.
■ Egli vedeva bene l’utilità e gl’inevitabili difetti dell’invenzione. Nella prefazione al pubblico, scritta per la raccolta del primo anno, diceva: «Queste gazzette saranno mantenute sopra tutto per l’utilità che ne traggono il pubblico e i privati: il pubblico, perché esse impediscono parecchi falsi rumori che servono ad accendere movimenti e sedizioni intestine… i privati, perché ciascuno regola volentieri i proprii affari secondo l’andatura del tempo. Così il mercante non va più a commerciare in una città assediata o rovinata…». Non si nascondeva la gran difficoltà di contentare pienamente un pubblico così vario. Ognuno vorrà che il giornale si occupi sopra tutto delle cose che interessano lui. Il giornalista è come il contadino della favola, che andava al mercato col figlio e l’asino; e che si mettesse lui sull’asino, o ci lasciasse salire il figlio, o lui e il figlio andassero a piedi con l’asino scarico o tutt’e due cavalcassero il paziente animale, sempre i passanti trovavano motivo di critica. Giudizioso e immortale paragone!
■ E continuava: «In una sola cosa non la cederò ad alcuno: nella ricerca della verità. (Povero e ingenuo antenato, degno d’una più fedele discendenza!). Di questa tuttavia non mi faccio garante, perché è difficile fra cinquecento notizie scritte in fretta dall’uno all’altro clima che non ne sfugga qualcuna meritevole d’essere corretta da suo padre il Tempo. Con tutto ciò, si troveranno forse delle persone curiose di sapere che in quel tal momento quella tal voce era tenuta per vera». E questa è un’osservazione finissima, che alle origini stesse del giornalismo ne definisce già nettamente il principale valore storico, non tanto come fonte di verità quanto come specchio fedele delle frettolose e spesso errate credenze di uomini e di momenti. Il giornalismo riflesso non tanto della realtà quanto della passione creatrice di maliziose opinioni e di torbide leggende; e il padre Tempo dietro, a correggere, a raddrizzare, a mondare, a rifare — e a raccogliere talvolta i cocci fra le lagrime e il sangue.


Guerra di medici, guerra a coltello

■ La Gazette, pur non essendo stata creata per puro spirito commerciale, era un buon affare e come tale doveva suscitare emuli e plagiarii, che sfidavano i divieti fondati sui brevetti reali. Il giornalismo era nuovo ma l’arte della frode antica. Il dottor Renaudot protestava, ricorreva al Governo e ai magistrati, si difendeva come poteva, sempre intento a migliorare la propria invenzione. Richelieu se lo portava qualche volta con sé nelle campagne militari e il medico diventava così anche il primo dei corrispondenti di guerra. Richelieu e padre Giuseppe seguivano attentamente lo sviluppo del giornale, rendendosi conto della grande importanza di quel nuovo strumento per agire sulla pubblica opinione. Ma alle volte, quando il giornalista aveva bisogno di essere sostenuto, il gran ministro — specialmente dopo la morte dell’Eminenza Grigia — aveva altre faccende, più serie, per la testa; e il giornalista era dimenticato in anticamera. Fatalità di tutte le servitù.

“GUIDO PATIN”

■ A ogni modo non fu il giornale che gli diede i maggiori dispiaceri. Teofrasto Renaudot soffrì assai più come medico che come giornalista. Per la Gazette lo canzonavano, lo parodiavano; per la sua opera, invece, d’assistenza ai malati lo combattevano con un’asprezza incredibile.
■ Egli s’era messi contro, come abbiamo già detto, i medici della Facoltà, alla cui testa era un uomo d’ingegno straordinariamente maligno, Guido Patin, famoso allora come medico ma rimasto poi sopra tutto nella storia letteraria per la pittoresca vivacità stilistica e per il pungentissimo spirito di maldicenza delle sue lettere, che costituiscono un interessante riflesso del tempo e dei costumi. Il Patin era l’Achille del tradizionalismo. Fermatosi a Galeno, andava in bestia quando gli si parlava di nuove teorie e sopra tutto di nuovi rimedii. Aveva tutto l’ingegno possibile d’un conservatore testardo e acre, che nega l’evidenza dei fatti e ha abbastanza abilità per dare un’apparenza di forza alle sue negazioni, ma ha sopra tutto l’arte di trasformare in polemiche personali — sempre attraenti per le platee e pei loggioni —, in polemiche piene di scherni e di contumelie, le questioni di logica e di scienza.
■ Guido Patin l’ebbe a morte con Teofrasto Renaudot. Uno degli argomenti favoriti del decano della Facoltà contro l’organizzatore dell’ambulanza dei poveri era il brutto naso e la brutta faccia del povero medico di Loudun. In verso e in prosa quel naso fu adoperato a combattere i novatori in medicina e l’uomo che dedicava la sua vita, disinteressatamente, al bene del prossimo.
■ Poiché l’ambulanza del Renaudot continuava ad avere molto successo, la Facoltà si decise a combatterlo con le stesse armi e ne fondò una per conto suo in concorrenza; ma il pubblico aveva più fiducia nel medico ribelle: era convinto ch’egli fabbricasse e sapesse usare rimedii assai più giovevoli di quelli usati dalla Facoltà. La quale d’altra parte faceva spargere la voce che la fabbrica di medicinali del buon Teofrasto fosse una vera officina del diavolo, dove si producevano orribili intrugli, e che i medici che lo aiutavano erano gente senza scrupoli, capace di tutto, dedita per esempio a favorire gli aborti nelle ragazze che volevano far scomparire le conseguenze dei peccati d’amore.
■ Due figli del Renaudot avevano studiato medicina e volevano laurearsi. La Facoltà li osteggiò a tutto suo potere e giunse persino a imporre, se volevano essere ammessi agli esami, che firmassero una dichiarazione con cui sconfessavano il proprio padre. Padre e figli resisterono, si dibatterono con tutte le loro forze, ma i tempi non volgevano propizi all’ardente novatore, e un brutto giorno egli stesso, con le lagrime agli occhi, dovette consigliare i figliuoli a piegare il capo e firmare.
■ Passavano gli anni, le difficoltà crescevano. Morto Richelieu, il più potente appoggio crollava. D’altra parte la Regina, divenuta Reggente durante la minorità di Luigi XIV, trovò chi le ricordò le maligne notizie offensive pubblicate contro di lei — velate sì, ma abbastanza trasparenti — dal giornale di Teofrasto Renaudot. Il povero Renaudot non si accasciò sotto il nuovo colpo. Era un uomo d’ingegno e aveva la forza della sincerità, e si difese. Se notizie sgradevoli per Sua Maestà erano state inserite nella Gazette, che colpa ne aveva lui? Egli era il direttore, il compilatore, non il padrone. Le pubblicazioni gli erano imposte dal Cardinale Richelieu, a cui nessuno osava opporre un rifiuto. Infatti — osservava acutamente il medico giornalista — la Regina stessa aveva forse potuto impedire che queste offese si rinnovassero contro di lei? E se la Regina non aveva potuto, come avrebbe potuto lui, umile suddito, alla mercé dell’uomo più potente di Francia?
■ Fortunatamente la buona dialettica del Renaudot — che da sola forse non sarebbe servita a nulla — fu aiutata dalle favorevoli disposizioni del cardinal Mazzarino, successo al Richelieu. Il Mazzarino trovò il giornale a sua disposizione, vide quanto gli poteva essere utile, capì che col Renaudot si sarebbe inteso facilmente e aggiustò ogni cosa. Egli era non soltanto il consigliere ma anche l’amante d’Anna d’Austria e Anna accettò per buone, quali realmente erano, le scuse del giornalista.

“ANNA D’AUSTRIA”

■ Ma rimaneva sempre la lotta accanita della Facoltà, diretta da quel perfido e maligno Guido Patin. Per sua disgrazia Teofrasto Renaudot, divenuto vedovo una seconda volta, ebbe l’idea, benché vecchio e d’una bruttezza che gli anni declinanti non avevano certo attenuata, di pigliar moglie una terza volta e di sposare una fresca pulzella. La fresca pulzella non si trovò bene col vecchio marito e ben presto le cose si guastarono fino alla separazione: non senza che prima, a detta dei malédici, la sposa avesse cercato altrove illeciti conforti. Figurarsi se i medici nemici del medico filantropo si lasciarono sfuggire l’eccellente tema per le loro satire rimate o sciolte!


Vinto ma vendicato

■ Dalli e dalli, gli avversarii riuscirono a ottenere un decreto della Prevostura che vietava a Teofrasto Renaudot e a’ suoi collaboratori, «sedicenti medici», di esercitare la medicina e di tener conferenze, adunanze e consulti nell’Ufficio d’indirizzi o in qualsiasi altro luogo della città. Il Renaudot ricorse al tribunale; ma, dopo un aspro dibattimento in cui egli fece gli estremi sforzi possibili, la parte avversa prevalse. Chi poteva sostenerlo non lo fece. Con le lagrime agli occhi egli uscì disfatto dal Palazzo di Giustizia, mentre il suo implacabile avversario, Guido Patin, alludendo ancora una volta al naso camuso della vittima, faceva ridere i suoi degni seguaci dicendo: — Ecco uno che è entrato senza naso e che esce con un palmo di naso….

“IL CARDINALE MAZZARINO”

■ La benefica istituzione era crollata. Gli rimaneva il giornale, che tirò innanzi a grandi sforzi attraverso i difficili tempi della Fronda. Ma il peso degli anni e delle amarezze lo premeva sempre più. Ebbe un attacco di paralisi; poi un altro. Il 25 ottobre 1653 un terzo attacco lo spense, a sessantasette anni. Guido Patin, dandone notizia a un amico, scriveva sprezzantemente: — È morto pezzente come un pittore. — E non si accorgeva che con quelle parole, degne d’essere incise come epigrafe sulla tomba del medico giornalista, ne faceva il massimo elogio. Teofrasto Renaudot che aveva creato un ufficio di collocamento, un monte di pietà, un’ambulanza, una fabbrica di medicine, un giornale, non aveva mai pensato ad accumulare quattrini ed era morto povero, avendo speso anche il suo patrimonio a beneficio dei poveri.
■ La Facoltà poteva ridere. Ma un vendicatore di Teofrasto Renaudot era al lavoro per far sentire ai medici della razza di Guido Patin la sferza del suo riso immortale. Il vendicatore si chiamava Molière.”