Da Esercito e Nazione, Anno IV, N. 1, gennaio 1929.
Di Leone Andrea Maggiorotti.
” ■ Sino a pochi decenni or sono, la designazione di campagna romana risvegliava una visione triste di territorio desertico, malarico, nel quale, a radi greggi di pecore e a solitarie mandrie di bovini e di equini, succedevano desolate, misteriose rovine di vecchie murature e torri scheletriche sporgenti da fitti e alti cespugli di rovi. Chi la percorreva, dinnanzi al melanconico spettacolo, che si prolungava per decine e decine di chilometri, non riesciva a rendersi conto di quello che fosse stato in tempi passati questo suolo, perché pochi sanno che esso nell’epoca dell’antica Roma, fu intensissimamente abitato, pieno di vita e ricco di meravigliose costruzioni.
■ Col nome di campagna romana si suole designare quella zona che nei tempi decorsi dipendeva direttamente dal senato romano; i suoi limiti durante l’Impero si spingevano sino al centesimo miglio sulle strade consolari che partivano dalla capitale, cosicché da Ceprano, a sud-est, raggiungevano Radicofani nella provincia di Siena, e dalla Sabina andavano al mare. Però in questa nostra esposizione, per evidenti necessità di sviluppo, ci fermeremo a considerare solo il territorio entro un raggio di una trentina di chilometri attorno a Roma.
■ Questa zona (fig. 1), solcata diametralmente dal Tevere, si presenta quasi pianeggiante, salvo a sud-est, verso i Colli Albani, ove il terreno alzasi gradatamente sino al cratere tuscolano, raggiungendo con qualche cima la quota di circa 900 metri. Essa, pur essendo pianeggiante, è molto rotta da burroncelli e marrane, che vi originano una quantità di piccole dorsali e di poggi, i quali in tutti i tempi, dal V secolo dopo C., fornirono buone posizioni per la difesa dei luoghi nelle continue guerre che vi si svolsero. Tali difese, però si raggrupparono maggiormente lungo le strade che la solcavano, a guisa di raggiera tutto attorno alla città.
■ Ci è necessario pertanto di ricordare queste strade. Sulla destra del Tevere erano, e sono ancora, la Via Portuense, che raggiungeva Porto Traiano presso l’attuale Fiumicino; poi la Via Aurelia, che va a Civitavecchia; indi la Via Cassia, dalla quale dopo circa 40 chilometri si stacca la Via Clodia, ed ambedue si dirigono in Etruria. Questa coppia, Cassia e Clodia, fu quella per la quale scesero su Roma la maggior parte delle colonne di barbari invasori, e per la quale vennero alla capitale della Cristianità le migliaia e migliaia di pellegrini medioevali da tutte le contrade del nord; questi ultimi giunti a 3 chilometri dal bivio della Clodia, abbandonavano la Cassia e per la Via Trionfale raggiungevano l’altura di Monte Mario; dove d’un tratto presentavasi ai loro sguardi attoniti, come una visione di sogno in un magnifico impressionante panorama, la sospirata Roma, irta di torri, scintillante di marmi; quella Roma, il cui nome li aveva fatti tremare di commozione, di soggezione, e per la quale essi avevano percorsi molte centinaia di chilometri e sofferto privazioni d’ogni fatta.
■ Ancora sulla destra del Tevere è la Via Flaminia, che biforcandosi dopo una diecina di chilometri, dà origine alla Via Tiberina, e ambedue conducono in Umbria e Sabinia.
■ Sulla sinistra del Tevere la raggiera stradale era ed è assai più complessa. Lungo il fiume verso nord è la Via Salaria che va in Sabinia, poi la Nomentana che si riunisce alla precedente; indi la Tiburtina che mette nella Marsica; la Prenestina e la Casilina che raggiungono la Ciociaria; poscia la Tuscolana o Labicana che riunivasi alla precedente a San Cesareo. Sino al 1300 correva poco discosta dalla Tuscolana tra Roma e i Colli Albani la Via Latina, che oggi più non esiste; essa, uscendo da Porta Latina, procedeva diretta fino al sito della attuale Grottaferrata, quindi, contornando internamente la cresta settentrionale del cratere tuscolano, lo traversava al taglio dell’Algido inferiore, oggi detto «La Cava», e scendeva nella valle del Sacco in Ciociaria.
■ Dopo la Via Latina, da Porta Appia (ora San Sebastiano) usciva da Roma la Via Appia Antica, che dirigevasi verso Albano e Velletri, e poi univasi alla Latina. Queste due vie, la Latina e l’Appia, furono le grandi arterie di tutto il movimento militare ed economico antico, che da Roma volgeva alla Campania; pressocché tutte le invasioni che discesero su Roma, dopo saccheggiata o costeggiata la grande città, s’incanalavano per esse dileguandosi nelle feraci regioni meridionali. I Goti (VI secolo) nei vari assedi della capitale rovinarono tali vie: ne fecero impaludare dei tratti, rendendone assai malagevole il percorso; di poi nei secoli successivi i baroni romani le sbarrarono con i loro castelli, taglieggiando i passanti, sicché per riattivare l’arteria nel XIV secolo i Papi fecero costruire la Via Appia Nuova tuttora esistente, e che poco si discosta da quella antica.

■ Altre strade a mezzodì di Roma erano l’Ardeatina, la Laurentina, e la Ostiense, in gran parte ancora esistenti, le quali servivano di comunicazione con la zona costiera tra Terracina e la foce del Tevere. Si è accennato che tutto il territorio che consideriamo, sino al V secolo, fu intensamente abitato. Le strade per le prime sei o sette miglia dalle mura della città erano fiancheggiate da monumenti ed abitazioni; e specialmente l’Appia Antica correva tra due file di ville, di mausolei e di opere d’arte d’ogni forma e specie, ricche di marmi, di lapidi, di colonne, di decorazioni, di sculture, cosicché il percorrerle riesciva suggestivo ed impressionante. Ancora oggi, dopo tanti secoli di vandalismo, i ruderi ivi esistenti s’impongono alla nostra ammirazione e risvegliano in noi l’eco della passata grandezza. Nella figura 2 si riporta il tratto di tale via presso il mausoleo di Cecilia Metella, quale mostravasi a chi dalla campagna veniva a Roma, secondo una ricostruzione storica fatta da competenti archeologi.
■ Lungo tale via fu il patrimonium, cioè la proprietà imperiale. Esso da Porta Maggiore raggiungeva San Cesareo oltre Colonna tra la via Casilina e la Labicana; a San Cesareo fu la villa di Cesare, dove egli, venti giorni prima di esser pugnalato, scrisse il suo testamento. Tale terreno fu poi donato nel medio-evo ai monaci di San Nilo, che s’installarono tra le splendide rovine della villa e chiamarono il luogo San Cesareo in onore del martire diacono di Terracina, sperando di cancellare dal posto il ricordo del grande pagano, il cui nome invece resta eterno sul luogo e nella storia, specialmente militare.
■ Il primo tratto del patrimonium, subito fuori Porta Maggiore, era proprietà particolare dell’Imperatore, perciò detto «sub Augusto»; in esso risiedeva un corpo sceltissimo di soldati: gli equites singulares, tutti barbari (classificati subito dopo i pretoriani), i quali vi ebbero le loro caserme, il loro cimitero, il loro campus martius. Nel XIII secolo in tal luogo fu eretto un recinto fortificato, con una torre, di cui oggi esiste un rudere alto ben 25 metri ed è detta di San Giovanni.
■ Gli eventi che condussero alla distruzione di tanta ricchezza furono: le invasioni dei barbari, le incursioni dei Saraceni, e le lotte tra Papato e Baroni.
■ Roma restò abbastanza tranquilla sino al 410 d. C., nel quale anno Alarico con i suoi Visigoti, l’assediò, la prese, la saccheggiò durante tre giorni, dirigendosi di poi, carico di ricchissimo bottino, verso la Campania. Seguirono altre invasioni nel 455, nel 472, nel 476, le quali ponevano sempre a sacco la città. Per esse, sia questa che la campagna, andarono spopolandosi e deperendo; giacché i barbari nell’allontanarsi portavano seco, come ostaggi, centinaia di senatori e di membri delle loro famiglie, che quasi tutti morivano in lontane contrade. Totila, Re goto, ad esempio, nel 552 in Campania ne mise a morte oltre trecento, perché alcuni di essi si erano allontanati per rientrare a Roma. Inoltre i contadini, quasi tutti schiavi di nazionalità barbariche, si disperdevano unendosi agl’invasori, e le terre restavano incolte.
■ A colmare la misura, nell’845 d. C., una squadra navale di Saraceni, partita dalla Sicilia, imboccava il Tevere e sbarcava un’orda presso Fiumicino, la quale, univasi ad altra proveniente da Civitavecchia, ed insieme disertavano il territorio attorno Roma e attaccavano la città dal lato di San Pietro. Allora non esisteva la cinta del Gianicolo e del Vaticano; le mura aureliane terminavano contro il Tevere da un lato presso la Mole Adriana e dall’altro presso l’attuale Porta Settimiana in Trastevere, cosicché la Basilica di San Pietro era indifesa. Per il grande ascendente che la religione cattolica esercitava sui barbari, questi avevano sempre rispettate le chiese; invece i Saraceni saccheggiarono orrendamente tanto San Pietro quanto San Paolo, asportandone ricchezze immense: basti considerare che la tomba di San Pietro era di lastre d’oro, coperta di pietre preziose, e i tesori basilicali di valore e di pregio senza pari. Purtroppo questa prima impresa così fruttuosa e facile, indusse i Saraceni a tornare e minacciare continuamente nuovi danni. Però, costruite nell’850 le mura leonine attorno al Vaticano, essi si limitavano a sbarcare in un punto della costa gruppi di loro truppe, i quali in rapidissime incursioni si portavano verso l’interno del Lazio, saccheggiando ed uccidendo, poscia si asserragliavano in qualche forte sito, costruendovi un fortilizio, riunendovi viveri e donne rubate nei dintorni. Questi presidî dettero origine a parecchi paesetti, che in parte esistono ancora, come Castel Saracinesco e Ciciliano presso Tivoli, nonché altri in Ciociaria e in Etruria.
■ Tali avvenimenti causavano appunto il continuo deperimento della campagna romana.
■ Durante tutti i secoli medioevali nel territorio di Roma si combatterono ed avvicendarono quattro poteri: quello dei prefetti imperiali, i quali però sparirono relativamente presto; quello del senato romano, che sempre lottò per conservare i suoi antichi diritti, e riuscì a trascinare la sua combattuta esistenza sino al tardo medio-evo; quello del Vescovo di Roma, la cui potenza crebbe continuamente, e accentrando in sé il potere politico ricondusse poi l’ordine nella società romana; infine quello dei baroni. Questi in parte erano membri delle varie famiglie senatorie romane, i quali avevano acquistata grande preminenza in città; in parte erano conti e duchi barbari cui era stato affidato il governo delle terre e dei luoghi della campagna. Gli uni e gli altri si affermarono sempre più aiutati dall’ordinamento feudale importato dagli imperatori stranieri.
■ Questo rapidissimo quadro delle condizioni del territorio romano lascia comprendere come i pochi abitanti che sopravvissero alle stragi, sentirono la necessità di riunirsi in siti forti per difendersi durante le incursioni e porre riparo dalle sorprese le famiglie e i raccolti agrari. In esso abbondavano le costruzioni robuste adatte allo scopo, specialmente i mausolei di forma rotonda o quadrata, che con le loro grosse pareti verticali costituivano delle vere torri difensive. Essi furono le prime costruzioni largamente usate a tale scopo; così la tomba di Cecilia Metella, la torre di Capo di Bove, Casal Rotondo e Torre Selci della Via Appia, il Torraccio Lonardo e la torre della Bella Pisana sulla Via Latina, il torrione di Terranova sulla Labicana, Tor degli Schiavi sulla Prenestina, Tor di Quinto sulla Flaminia, il mausoleo dei Plauzi presso Tivoli, e molte altre. In luoghi più lontani dalla città si utilizzarono le acropoli degli antichi centri abitati, trasformandole in veri castelli: l’acropoli di Vejo divenne il castello di Isola Farnese, quella di Galeria sulla Via Cassia, quelle di Collatia e di Gabio sulla Prenestina, ed altre pure formarono fortilizi murati.
■ Ma il più antico esempio di fortificazione medioevale nella campagna romana lo si deve ai Goti invasori, quando nel 537 d.C. assediarono Roma, difesa da Belisario. Essi circondarono la città con gruppi di armati, uno dei quali, di circa 7000 uomini, si fermò al quarto miglio della Via Latina, ove oggi sorge Tor Fiscale. Ivi due acquedotti, quello dell’acqua marcia e quello dell’Aniene Nuovo si attraversavano due volte racchiudendo un ampio spazio di terreno di forma allungata. In questo si stabilirono i Goti, che otturarono con sassi ed argilla i fornici degli acquedotti formando così un campo recinto da alte mura, che d’allora fu chiamato campo barbarico (fig. 3). Questo mantenne il suo carattere di fortezza per quasi un millennio, e lo troviamo nel 1084 occupato dalle truppe del Re Guiscardo il normanno; un secolo dopo vi erano truppe romane per difendere gli acquedotti; nel 1277 per rafforzarlo vi fu eretta l’attuale Tor Fiscale, tuttora alta 30 metri con base quadrata, e divisa in tredici piani da solai di legno; poscia fu occupato dalle truppe di Re Ladislao e nel 1482 da quelle di Papa Sisto IV. Dopo tale epoca andò in rovina.
■ Intanto, allo scopo di ripopolare la campagna, sin dall’anno 700 papa Adriano I aveva costituite le prime domus culte, cioè quelle masserie con un casale chiuso e fortificato nel quale si riunivano varie famiglie di contadini a sicuro ricovero: una fu stabilita a Capracorum presso l’antica Vejo, e fu cintata con muro turrito; un’altra a Galeria, ed altre molte in siti vari. E un secolo dopo Leone III (795-816) iniziò la costruzione di torri regolari, specialmente costiere, che si moltiplicarono nei secoli IX e X. Esse furono centinaia, ed ancora oggi in gran numero mostrano i loro resti. Se ne ebbero di tre specie: di vedetta o semaforiche, di difesa e giurisdizionali.
■ Le torri di vedetta, disseminate specialmente lungo la costa, servivano a segnalare l’arrivo dei corsari; molte però erano anche nell’interno su punti culminanti, presso ponti o strette, per segnalare il passaggio di truppe, di viandanti e di merciaiuoli, contro i quali si esercitava il pedaggio ed ogni altra sorte di angherie dei signorotti dei luoghi. Lungo la spiaggia da Civitavecchia ad Anzio, su circa 80 chilometri ne esistono tuttora ventotto ad una distanza media di circa 3 chilometri tra esse. Queste torri avevano generalmente pianta quadrata, erano alte una decina di metri o poco più, con tre o quattro piani di solai; l’ingresso era al primo piano e vi si accedeva con scale a mano asportabili; erano presidiate da 4 o 5 soldati, che dalla sommità della torre trasmettevano segnali con bandiere, fumate e torce. Attorno alla torre quasi sempre era una cinta di muro preparata a difesa. Esse assai spesso erano attaccate, prese e rovinate, poi venivano ricostruite: ancora nel 1569 la torre di San Michele, presso Ostia, veniva rifatta secondo un progetto di Michelangelo.
■ La più antica torre di vedetta è quella di Santa Anastasia, presso Anzio, la quale prese il nome dalla Santa, la cui testa fu inviata come reliquia nel 627 dall’Imperatore bizantino al Papa, e fu sbarcata appunto sulla spiaggia di quel luogo. La torre oggi dista un chilometro dal mare; è sopra un culmine alla quota di 44 metri; alta 20 metri; era circondata da una cinta merlata a pianta irregolare che seguiva il margine della collinetta. Inoltre restano tuttora le torri di Maccarese, Clementina, di San Michele, di Piastra, di Paterno, Vajanica e altre. Delle torri interne si hanno sulla Via Cassia, i ruderi importanti dell’antichissima Torre delle Cornacchie che si alza ancora per 20 metri, con base quadrata di 7 metri di lato, ed aveva otto piani; e della Torre di Spizzichino (fig. 4), al bivio della Clodia, che faceva pagare un forte pedaggio ai pellegrini. Sulla Via Appia sono ancora il Torraccio del Palombaro e la Torre delle Selci, quali posti avanzati dei castelli dei Caetani; la Torre di Ciampino, la Torre della Selcetta (fig. 5), e il Torraccio della Marrana (fig. 6), sulla Via Latina come posti avanzati del Castello di Borghetto; la Torre Santi Quattro (fig. 7) sulla Tuscolana; Tor Marancia (fig. 8) e Tor Maggiore (fig. 9), alta 30 metri, sulla Via Ardeatina. Un bell’esempio di torre restaurata l’abbiamo in Tor Sapienza (fig. 10) sulla Via Prenestina, con una cinta merlata, e così chiamata perché fu della Casa della Sapienza (oggi Università).
■ Le torri difensive erano sparse per la campagna in siti adatti per raccogliervi nei momenti di torbidi, o durante il passaggio di truppe, le famiglie dei contadini e i loro averi. La torre non era differente dalle precedenti salvo nella maggiore altezza e sempre circondata da una o più cinte turrite, cosicché nello spazio compreso in queste si raccoglievano sotto pagliai le genti e gli animali. Alcune di esse difendevano, sbarrandoli, certi passaggi obbligati, come i ponti e le strette, e nel loro sviluppo costituivano un vero castello embrionale. Così la Torre di Molara presso il Tuscolo che sbarrava la Via Latina, così il Torraccio di Marino che sbarrava la Via Appia.
■ Le torri giurisdizionali erano quelle che un feudatario erigeva nel suo feudo per affermare tangibilmente il suo diritto baronale; specialmente vescovi, conventi e chiese usarono erigerle. Su di esse si poneva lo stemma o la bandiera del signore. Queste torri si costruivano su quei punti che ne consentivano la visione da tutti gli angoli del feudo e perciò erano anche altissime. Esse erano pure predisposte a difesa. Esempi rimarchevoli di tali costruzioni erano la Torre Cancellaria, eretta dal Monastero di San Saba sui suoi beneficî tra la Via Appia e la Latina, e che fu demolita quando si abolirono i beni ecclesiastici; la Tor Maggiore (già accennata) sulla Via Ardeatina, le torri di Ninfa e di Pimpinara o Piombinara (fig. 11) sulla Via Latina.
■ Di tali torri, col tempo, alcune si trasformarono in castelli restando come centri di borghi fortificati; altre divennero torri campanarie di chiese, come quella del Duomo di Grottaferrata; altre divennero torri comunali.
■ In complesso, di esse, oggi, nello spazio tra la Via Prenestina, la Laurentina e i Colli Albani, ne esistono ancora in grossi ruderi circa ottanta ad una distanza media di un chilometro tra loro, ciò può dare un’idea del come fosse organizzata la difesa di queste campagne sulla fine del medioevo.
■ Dal X secolo in poi, nella campagna romana sorsero pure in gran numero i castelli feudali. Le famiglie baronali, durante il medio-evo, se i tempi correvano relativamente tranquilli, preferivano il soggiorno in Roma, perché la città, per quanto andasse in continua rovina, era pur sempre magnifica e grandiosa e perché in essa vi potevano più facilmente sfoggiare il loro fasto, preparare le loro clientele, difendere i loro interessi, pur tuttavia era loro costante cura di procurarsi forti feudi incastellati nella campagna, specialmente lungo le strade che dovevano percorrere tra la città e i loro possessi originari, allo scopo di poter più facilmente e sicuramente ritirarsi in questi nei momenti di torbidi. Pertanto i baroni di origine latina, cioè discendenti dalle antiche famiglie senatorie, le quali abitualmente risiedevano in città, erano spinti ad allargare i loro dominî da questa verso le più lontane e sicure zone del contado; al contrario il gruppo di baroni di origine barbarica, cioè longobardi, franchi, sassoni, normanni dimoranti abitualmente in campagna, tendevano a costituirsi possessi lungo le strade verso Roma. L’affermazione di questo possesso si faceva con l’erezione del castello.
■ Dal X al XII secolo il castello fu una costruzione relativamente semplice, di limitato sviluppo edilizio. Esso era costituito da una grossa torre, generalmente a base quadrata, che formava il mastio, e attorno ad essa due o più cinte merlate e turrite. Il castellano dimorava nella torre con pochi famigliari; essa era divisa in tre o quattro piani per mezzo di solai o di vôlte, comunicanti tra loro con scalette interne a piuoli; vi si accedeva dal 1° piano. Al piano terreno era la cisterna, la prigione e un magazzino; al 1° piano i servi e la cucina; ai piani superiori il castellano. In seguito i castelli aumentarono di sviluppo; la residenza padronale si accrebbe di un palazzotto facente corpo con la torre, la quale non mancò mai e sempre costituì il mastio o ridotto del fortilizio. Tale palazzotto col progresso del tempo, si trasformò e sviluppò a maggior agio e fasto del signore sino a formare quelle grandiose e magnifiche residenze di cui sono esempi i castelli di Palo, di Santa Severa, di Bracciano, di Sermoneta, di Arsoli, e di tanti altri luoghi, sebbene parecchi di essi, in seguito abbandonati, si trovino oggi in cattive condizioni.
■ Attorno ai primordiali castelli assai spesso si raggruppavano le baracche dei contadini, formando così dei borghi, i quali venivano recinti da mura turrite e costituivano una dipendenza del castello. Il feudatario in tal caso provvedeva a garantire una relativa sicurezza al borgo, e i borghigiani a loro volta si obbligavano a particolari doveri militari verso il signore secondo un giure speciale, e perciò si dissero gens in manso nata, cioè genti nate nel maniero o castello, e di qui vennero i nomi di masnadiero e masnada, i quali, di poi, per la particolare prepotenza degl’individui, acquistarono significato malfamato.
■ Le cronache ed i documenti romani dei primi secoli del medio-evo fanno menzione di moltissimi castelli; però della maggior parte di essi oggi esistono solo pochi ruderi; e se anche di molti si veggono rilevanti resti, questi appartengono quasi sempre a ricostruzioni posteriori al XII e al XIII secolo. Tra i tanti di maggior fama possiamo accennare a quello di Preneste (oggi Palestrina), ricco di leggende e di storia. La città di Preneste, esisteva sin dall’epoca preromana a mezza costa d’un monte, ed ebbe un arce molto importante, del quale ancora oggi si veggono rilevanti tratti di mura, a grossi massi parallelepipedi. Nell’epoca di Roma antica vi si uccise Mario, e Silla quasi la distrusse facendovi poi erigere un magnifico tempio alla dea Fortuna, la cui grandiosità architettonica è molto richiamata dalla struttura del nostro monumento al Gran Re in Roma. Gl’Imperatori e i poeti latini ne cantarono le lodi, tanto era famosa. Poi andò in rovina col resto del territorio. Nel 1000 era semidiruta, e già esisteva, non sul colle dell’antica arce, ma su un culmine più alto e dominante, un castello dei conti di Tuscolo, che passò poi ai Colonna. Questa famiglia ne fece il centro della sua potenza, vi concentrò le sue ricchezze, ricostruendolo e ampiandolo. Però papa Bonifacio VIII per abbattere quella famiglia baronale, assediò il castello, lo prese e lo distrusse con la città, facendo poi aprire attraverso le rovine un solco in cui fece spargere del sale, dicendo: «così, come si è fatto a Cartagine» (1300). Oggi di esso restano ancora imponenti rovine (fig. 12) testimoni dell’antica potenza.
■ Un altro castello, che ebbe nel primo medio-evo molta importanza, fu quello di Grotta Marozia, del quale pure esistono rilevanti rovine. Esso sorgeva dove la Via Nomentana si unisce alla Via Salaria, sopra un’alta rupe che domina le due strade. Ebbe il nome da Marozia, famosa signora della scomparsa Nomento. Il castello aveva due cinte (di cui sono parecchi avanzi) a pianta rettangolare, con un mastio centrale altissimo; esso fu rifatti nell’XI secolo, ampliato nel XIV, comprendeva un borgo con due chiese. Passò ai Crescenzi, ai Caponi, agli Orsini, ai Colonna, e ad altre famiglie baronali, ma dopo vicende di guerre, sulla fine del medio-evo era già in rovina.
■ Il numero dei castelli crebbe in modo rilevante in tutto il territorio attorno Roma, però nella zona tra questa ed i Colli Albani essi erano assai più fitti che nella restante campagna: forse oltre la preesistente ricchezza dei luoghi non fu estranea a tale fatto, la ragione della salubrità; poiché sulla destra del Tevere la malaria comparve sin dai primi anni del medio-evo, ostacolandovi la permanenza degli abitanti, mentre nelle altre zone furono sopratutto le guerre ed il continuo passaggio di truppe che causarono distruzioni e rovine.
■ Di tali castelli ricorderò succintamente i più importanti situati specialmente lungo le varie strade; la breve rassegna varrà a rianimare questa campagna, che, silenziosa per secoli, oggi va ridestandosi a nuova vita per opera del nuovo Regime.
■ Lungo la Via Aurelia, oltrepassata l’attuale Torretta Troili, e la diruta Torrevecchia, nel 1200 esisteva il Castello di Tragliata, sui cui ruderi è il casale omonimo; poscia più oltre sono le mura residue di Castel Bucceo del IX secolo, che i Savelli quasi distrussero nel 1341; indi il Castello di Malagrotta e Castel di Guido, dei quali esistono poche rovine. Oltre questo luogo si entra nel territorio ove dominarono i Normanni, alla cui nazione apparteneva la famiglia degli Anguillara che furono potentissimi signori medioevali. Il loro centro fu il Castello di Maccarese, che aveva pianta quadrilatera con quattro torrioni agli angoli, e con una torre staccata verso mare (che esiste tuttora come torre costiera, alta 15 metri). I Normanni costruirono anche, tra la Via Aurelia e la Cassia, Castel Campanile e il Castellaccio che furono validissimi fortilizi, dei quali restano residui rilevanti. Poco oltre il Casale Torrimpietra, che conserva ancora un torrione ed un’alta torricella delle antiche difese, la Via Aurelia era sbarrata da un castello presso Casale di Statua, formato da un muro turrito a pianta rettangolare del quale restano ancora due torri alte 8 metri con merli e saettiere. Seguivano poi i castelli di Palidoro, Palo, Cerveteri, tutti molto importanti.
■ Le Vie Cassia e Clodia erano anche più munite dell’Aurelia. Tutta la zona nelle vicinanze di Roma sulla destra del Tevere fu certamente molto ricca di difese, con numerosi castelli e torri, allo scopo di contrastare l’avanzata dei barbari; ma questi, o allo arrivo o alla partenza li distruggevano quasi completamente, cosicché oggi, tra i numerosi ruderi che ancora ne esistono, difficilmente può orientarsi anche un occhio esperto. Ponte Milvio (fig. 13) era difeso da due torri (la Tripizone e la Torre dei Lazzaroni), contro le quali non mancava di accanirsi l’azione dei guerreggianti. Il Casale della Castelluccia (fig. 14), quello di Spizzichino con la vicina Torre delle Cornacchie, sono trasformazioni di antichi castelli, dei quali campeggiano ancora i torrioni centrali antichi. Al bivio della Cassia e Clodia era il castello di Formello che nel secolo XI già esisteva, del quale sono tuttora residui di mura con torri, alcune rotonde altre quadre, con gli stemmi dei Chigi e degli Orsini, e con merli ghibellini. Poco lontano è Isola Farnese sui ruderi dell’antica Vejo, la cui acropoli fu rafforzata ed utilizzata nei primi secoli del medio-evo; poi vi sorse un castello le cui mura oggi sono racchiuse nel moderno palazzo baronale (fig. 15). Un pò a nord è il casale dell’Olgiata il quale conserva tuttora la forma di castello a pianta quadrata con torri agli angoli. E poco ad occidente è Galeria, di origine etrusca, già fortificata nell’VIII secolo; essa sorge sopra una rupe ed ha tuttora una porta difesa da torre oltre altri ruderi di mura. Da essa una strada mette diritto verso nord al famoso castello degli Anguillara sul lago di Bracciano, eretto dai Normanni, ove nel 1458 un conte Everso esercitò il più feroce dispotismo che in quella epoca si potesse attuare.
■ Lungo la Via Flaminia, appena oltre il Ponte Milvio, c’imbattiamo nella Torre di Quinto (fig. 16) che fu costruita nell’XI secolo sopra un mausoleo romano; poi nel Casale della Crescenza (fig. 17) che fu dei Crescenzi e che ha tuttora cinta turrita con fossato e ponte. Più oltre trovasi il gruppo Vacchetta e due Case, il quale costituisce una zona ove sono torri e ruderi in ogni direzione, e tutto induce a ritenere che in essa si sviluppasse un complesso sistema di difese. A Pietrapertusa, oltre il bivio della Tiberina, era altro castello che nel VI secolo fu occupato dai Goti e ripreso nel 552 da Narsete. A Malborghetto (così chiamato perché rifugio di banditi in tempi moderni) era un castello con recinto e torri, e in parte formato da un arco quadrifronte romano, dedicato a Giano, che tuttora esiste. Infine tutto intorno più oltre sono Scrofano, Scorano e Castelnuovo di Porto che ebbero potenti castelli: quello di Scrofano fu demolito dalla furia degli abitanti ribellatisi alla tirannica famiglia dei Nardini, ma ne restano ruderi tra cui un torrione rotondo; del Castello di Scorano che aveva pianta esagonale, rimane la torre d’ingresso con merli ghibellini, feritoie e caditoie; di quello di Castelnuovo di Porto sono ancora due torrioni rotondi oltre altre torri angolari quadrate annesse al palazzo baronale eretto nel XVI secolo.
■ Passando ora sulla sinistra del Tevere, tralasciamo per brevità la zona tra questo fiume e l’Aniene, la quale nel medio-evo non ebbe l’importanza delle altre, sebbene, vi fossero assai potenti i castelli di Monterotondo, di Mentana, di Sant’Angelo Romano, di Monte Celio e di Castell’Arcione. Fermiamoci solo su quest’ultimo, situato sulla Via Tiberina, perché è un esempio molto interessante di castello romano del XII secolo, restaurato con vera competenza tecnica ed artistica del prof. ing. Giovanni Battista Ferrari. Questo fortilizio trovasi sopra un culmine a falde di dolce declivio, ed ha un mastio e tre cinte. Il mastio, costituito da un torrione a pianta quadrata si erge nel mezzo sul punto più alto; gli girano attorno a breve distanza due cinte che racchiudono il palazzotto dimora del castellano; la terza cinta si svolge a maggior distanza e rinserrava nella sua ampiezza il borgo e la chiesetta.
■ La zona tra la Via Casilina ed il mare fu, come si è accennato tra le più ricche d’opere difensive; però mentre tra quella via e l’Ardeatina furono moltissimi i castelli, tra l’Ardeatina e il mare questi furono pochi (Castel Fusano, Castel Porziano, Castel di Decima, Castel Romano e qualche altro), e invece assai numerose le torri, che vi compivano la funzione di vedette e di difesa avanzata contro i corsari che vi sbarcavano.
■ Lungo la Via Prenestina si susseguono i casali di Cervelletta, Cervaro e Rustica, Tor Tre Teste (fig. 18), Salone che conservano ruderi di torri e di mura, residui dei castelli che vi esistevano; tra essi quasi sempre si erge, o intera, o scapitozzata la torre del mastio. Poco oltre s’incontrano i resti del «Castellum Longueza » (l’attuale Lunghezza), e, sopra una rupe, quelli del Castello dell’Osa, che col precedente fu distrutto dai Viterbesi nel 1242. 11 successivo Casale Castiglione mostra una torre che era il mastio del castrum eretto nel XII secolo sull’acropoli dell’antica Gabii. Infine, dopo i ruderi del Castello di Corcolle, si erge sopra un’alta rupe il castello di Passerano, il quale è uno dei meglio conservati della campagna romana. Questo fu fondato al posto di altro preesistente del X secolo; ha doppio recinto turrito, una torre centrale a base elittica del XIV secolo, e quattro torri quadrate di epoca anteriore. Sempre lungo la Via Prenestina seguono San Vittorino, con una porta difesa da torre, con fossato e ponte; Gallicano col castello totalmente rimodernato sopra uno scoglio di tufo, avente due torrioni antichi, uno rotondo, uno quadro; infine Cave e Gennazzano con ruderi di grossi fortilizi antichi.

■ Ritornando presso Roma, subito fuori le antiche porte Asinaria, Latina e Appia, erano addensate una quantità di torri (la Vespi, la Tripiccione, la La Marmora, la Perone la Rucciani, la Mocario, la Cornicella, la Caputvacca), delle quali cinque davano alla zona il nome di Contrada delle cinque torri. Partendo da questa sulle tracce dell’antica Via Latina s’incontra Tor Quadraro (fig. 19), rimodernata, residuo d’un castello degli Annibaldi, poscia il Campo Barbarico, di cui si è detto, e altri più o meno importanti residui di castelli come le tre torri di Mezzavia di Marino, di Albano e di Frascati (fig. 20) e Torre Santi Quattro.
■ Lungo la Via Appia Antica, a tre chilometri da Porta San Sebastiano è ancora il maestoso rudere del mausoleo di Cecilia Metella, al quale si appoggia un muro merlato che è il residuo dell’antico Castello dei Caetani (figg. 21 e 22), il più originale, forse, di quanti castelli siano esistiti attorno Roma. Le mura sono dell’XI secolo: avevano sedici torri, delle quali ne restano otto, compreso il mausoleo, che costituiva il mastio del castello. Questo sbarrava completamente la Via Appia, la quale ne traversava il cortile. Entro le mura erano la chiesetta, che fu di poi ricostruita, il palazzotto del castellano con cinque o sei vani, le cui rovine mostrano tracce di buone decorazioni. Attorno al castello si formò poi un borgo di oltre cinquanta casette, che chiamavasi Tropio, chiuso da proprio recinto; ma tutto andò distrutto. Con questo castello facevano sistema, e ne dipendevano, altri tre fortilizi: Torre Capo di Bove, che sorvegliava le provenienze dai Colli Albani, Tor Zampa di Bove (fig. 23), che sorvegliava quelle da Roma, e un terzo del tutto scomparso, che guardava quelle dal mare; il primo era un sepolcro adattato a difesa, che conserva tuttora scolpite sull’alto le teste di bucranio; il secondo aveva una cinta con torrette e nel mezzo una torre quadrata di 15 metri di lato.
■ Nel secolo X un primo fortilizio ivi esistente apparteneva ai Conti di Tuscolo e poi passò ai loro discendenti: i Savelli; Bonifacio VIII, dei Caetani, lo concesse ai propri nipoti, che lo ingrandirono, e vi costituirono il loro primo feudo nella campagna romana; ma alla sua morte ritornò ai Savelli. Un Giovanni Savelli vi fu assediato nel 1312 da uno Stefano Colonna, e il castello fu espugnato. Nel secolo seguente esso era degli Orsini. Col tempo fu lasciato deperire e divenne rifugio di malfattori e ladroni, che vi si asserragliarono, obbligando papa Sisto V a snidarli con la forza e a demolire sempre più quei ruderi; i quali di poi costituirono una miniera inesauribile di marmi, che venivano asportati e cotti per farne calce.
■ Proseguendo per la Via Appia Antica s’incontrano, al sesto chilometro, i ruderi della Villa dei Quintilii. Erano questi valorosi soldati del tempo dell’Imperatore Commodo (180 d. C.), il quale volendo impadronirsi delle loro ricchezze, li fece condannare a morte e ne confiscò i beni. Nell’alto medio-evo, tra le rovine della villa si erano installati i Conti di Tuscolo, trasformandone una parte in un fortilizio, del quale resta solo un muro merlato lungo il perimetro della grande esedra. La non lontana Torre di Santa Maria la Nova (fig. 24), circondata da muro merlato era anch’essa una tomba romana, che nel XII secolo fu rialzata come oggi si vede.
■ Dall’Appia Antica si stacca la Via Ardeatina, lungo la quale sono: La Cecchignola (fig. 25), che conserva ancora un’alta torre merlata con recinto turrito; poscia una quantità di altre torri (Tor Pagnotta, Tor Chiesaccia, il Torraccio, Tor Marancia, Tor Carbone, ed altre) tutte con importanti ruderi. Indi è Castel di Leva, ora grosso casale col santuario del Divino Amore, che fu Castello degli Orsini, costruito sui ruderi della città romana di Tellene. La cinta in gran parte esiste tuttora ed ha sei torri quadre, in una delle quali è l’antica porta con fosso e ponte levatoio. Nello interno era la rocca con varie torri che tuttora esistono e si distinguono tra molte costruzioni posteriori. Castel di Leva fu un fortilizio molto importante ed aveva attorno una quantità di opere sussidiarie, tra le quali verso occidente il Castello di Palavesta (fig. 26), ora ridotto ad informi ruderi, poi la Torre Quadrata, quella della Castelluccia con propria cinta, quella della Falcognana, quella di Cerqueto (fig. 27), ed altre.
■ Siamo così pervenuti alle falde del cono che forma il cratere tuscolano, il quale in ogni tempo, dalla più remota antichità sino a tutto il medio-evo, ha avuto una particolare importanza nella storia di Roma, specialmente nei riguardi militari. Nel medio-evo tutte le azioni guerresche che s’impegnavano tra il papato e le famiglie baronali ebbero due centri di convergenza: il Laterano, quale rocca del papato, e la zona tuscolana quale centro feudale: ogni contrasto, che iniziava in Roma tra quei due poteri, si ripercoteva immancabilmente nella zona tuscolana. Questa perciò si riempì di fortilizi.
■ I castelli che sorsero su questo cratere formano due gruppi: uno sulla falda meridionale attorno alla Via Appia, l’altro sulla falda settentrionale attorno la Via Latina, o meglio attorno al più antico di essi, il Castello di Tuscolo. L’azione di questi due gruppi si può dire fosse esclusivamente volta verso Roma; mentre sul margine orientale del cratere era una particolare posizione militare che, sia nell’epoca romana, che nella medioevale, ebbe molta importanza perché comandava il passo della Via Latina verso la valle del Sacco (Ciociaria); ed era quella dei due Algidi. Nel centro del cratere era poi Rocca di Papa il cui castello formava quasi un ridotto dell’intera posizione.
■ Il gruppo della Via Appia era formato dai castelli di Castel Savello, Castel Gandolfo, Albano, Ariccia, Genzano, Monte le due Torri e Nemi.
■ Di Castel Savello restano grandi tratti di mura dello sviluppo di 500 metri; esso aveva pianta rettangolare con due porte, una verso Roma, l’altra verso Albano. Il palazzo baronale era sulla parte alta del terreno ed aveva un proprio recinto interno al precedente. Entro il primo era il borgo con la chiesetta. Costruito nel XIII secolo per opera dei Savelli, subì ampliamenti vari sino al XV. All’ingresso del palazzo baronale, sotto l’androne, è tuttora un trabocchetto che inghiottiva gli amici incomodi. Nel cortile sono ancora una piscina, di costruzione romana, e sette silos e pozzi a forma di fiasco per conservare il grano. Questo castello subì un assedio nel 1178 perché un Giovanni de’ Savelli durante lo scisma religioso vi ospitò l’antipapa; un altro assedio subì nel 1436 perché il feudatario si rese ribelle alla Chiesa, e allora, preso, fu in buona parte demolito, ma poi restaurato. Abbandonato dagli abitanti nel 1630 cominciò a deperire ed oggi ne restano solo le mura scheletriche.
■ In Castel Gandolfo si veggono ancora le torri e le mura del vecchio castello racchiuse entro l’attuale palazzo Savelli. Ove ora è Albano, sin dall’epoca romana, era un castrum che aveva un recinto rettangolare di m. 235 per m. 429; di esso restano tuttora vari tratti con torri quadrate, formati da grossi blocchi regolari lunghi da m. 1,50 a m. 3, grossi da m. 1 a 0,90, e alti da m. 0,80 a m. 0,50, uniti tra loro con perni di metallo. Nel castrum erano alloggiamenti per truppe, anfiteatro, piscina, tempio e necropoli militare; in esso ebbe sede prima una coorte, poi la 2a legione partica. Nel medio-evo esso si trasformò in borgo fortificato dipendente dai Savelli che ne ripararono le mura, ebbe vita burrascosa: fu saccheggiato dai Saraceni e dal Barbarossa, e soffrì molto per le successive guerre. Ariccia fu anch’essa culla di Romani; nel 990 era castello dei conti di Tuscolo e di poi passò in potere di varie famiglie; essa oggi nulla conserva delle antiche opere di difesa. Genzano invece ha nell’attuale palazzo dei Cesarini avanzi dell’antico castello, inoltre restano una torre e altri residui di mura presso il Duomo. Presso Genzano è un’importante rovina, detta Monte le due torri (fig. 28), che fu castello eretto sui ruderi del romano castrum Moecium, esistente nel 422 di Roma. Esso aveva due cinte, e nel mezzo un mastio su fondazioni romane; questo, a pianta quadrata, è tuttora alto 20 metri e circondato da ruderi di altre torri e di mura. Esso fu possesso dei Massimi, poi dei Cesarini, poi del Convento di San Martino ai Monti, e di poi cadde in rovina.
■ Sull’orlo del Lago di Nemi opposto a Genzano è il Castello di Nemi, che in un affresco locale medioevale è disegnato con una fronte merlata, chiusa tra due torri, e con un torrione centrale più alto (fig. 29). Esso fu successivamente trasformato, ma ne resta il torrione altissimo del XII o XIII secolo.
■ La posizione degli Algidi comprende l’Algido inferiore e quello superiore.
■ Il primo è costituito da un varco tra l’attuale Monte Tagliente e la Collina del Castellaccio; esso fu sempre fortificato, dapprima dagli Equi, poi dai Romani; e vi passarono Pirro ed Annibale. Ivi era pure l’oppidum costruitovi dai Romani. L’Algido superiore non è ben chiaro ove fosse, forse fu dove poi sorse il Castello di Lariano. Ambedue gli Algidi furono fortilizi dei conti di Tuscolo, poi dei Colonna, ed in appresso vi si installò un feroce brigantaggio contro il quale lottò Sisto V che fu obbligato ad abbattere completamente quelle costruzioni. Dell’Algido inferiore restano ruderi informi; del castello di Lariano si veggono tuttora i residui dei tre recinti che lo formavano, di qualche torrione e della chiesetta.
■ Concorreva nello sbarramento della Via Latina, Rocca di Papa, la quale sorge sul cono centrale nel mezzo del cratere, ov’era l’antica Cabum romana; un castello vi fu costruito sull’arce preesistente; ebbe pianta rettangolare con quattro torrioni rotondi agli angoli; ma oggi lo ricordano pochi ruderi. Nel 1044 vi si rifugiò Benedetto IX; poi fu degli Annibaldi, degli Orsini dei Colonna. Prospero Colonna lo rafforzò, ma attaccato da Pier Luigi Farnese nel 1541 fu smantellato; riparato, subì nuovi attacchi dopo i quali andò in rovina. Come dipendenza di questo castello sull’orlo del Lago di Albano fu il castello Malafitto che esisteva presso l’attuale convento di Palazzolo, ed aveva pianta rettangolare di m. 30 per m. 40, con torri quadrate agli angoli, doppio muro verso sud; esso è stato poi restaurato ad uso di villa moderna.
■ Il gruppo settentrionale dei castelli tuscolani, come si è detto, sorse essenzialmente intorno la Via Latina, o meglio attorno al più potente di essi, quello di Tuscolo, e costituì il nucleo della contea di Tuscolo esistita alle porte di Roma nelle nebbie dei secoli dal VI all’XI, perché si estendeva dal castello di Cecilia Metella sino ai Colli Albani. Essa fu culla della famiglia baronale romana più antica che la storia ricordi, dalla quale discendono i Crescenzi, i Savelli, i Colonna ed altre. I principali castelli di tale contea erano: Rocca Priora, Monte Compatri, Borghetto, Castel dei Paoli e Marino. Però numerosi altri castelli vi furono, dei quali ora rimangono miserissimi resti o il solo ricordo nelle cronache dei tempi, così quello di Monteporzio (da Bonifacio VIII nel 1300 dato agli Annibaldi), quello di Prataporci, il Castrum Squarciarelli, quello della Castelluccia, ed altri ancora.

■ Tuscolo fu vecchissima città latina, anteriore a Roma e poi divenne un ricchissimo centro romano, perché vi furono le ville di Cicerone, di Ortenzio, di Lucullo, di Crasso, di Metello e di vari imperatori. Nel X secolo era già fortificato ed ancora pieno di vita; vi dominavano i conti omonimi. Non accettando questi la supremazia del Vescovo di Roma, nel 1191, Enrico VI, dopo essere stato coronato imperatore da Celestino III, si recò a combatterli e presa Tuscolo ne uccise in gran parte gli abitanti e rase al suolo il castello. La famiglia comitale si sparse per la campagna negli altri suoi feudi, e gli abitanti superstiti si portarono a fondare Frascati. Dal castello di Tuscolo dipendeva quello di Molara che sbarrava la Via Latina e che fu anch’esso distrutto, sicché oggi di ambedue esistono pochi informi ruderi. Frascati a sua volta ingranditasi fu sottomessa dai Colonna; questi vi eressero mura e castello, il quale era situato ove ora è il palazzo vescovile (fig. 30) che ne conserva la forma quadrata con torri quadrate agli angoli.
■ Rocca Priora ancora nel 1000 era un’arce romana, detta Arce Periure, ed apparteneva ai conti di Tuscolo; essa nel 1382 pervenne ai Savelli i quali vi costrussero un nuovo castello quadrato con torri agli angoli; che saccheggiato e confiscato varie volte andò in lenta rovina (fig. 31), finché nel 1885 in parte fu demolito ed in parte fu restaurato dall’architetto Vespignani e trasformato in palazzo municipale.
■ Del castello di Borghetto invece restano importanti rovine e tratti di mura alti 10 o 12 metri. Esso, nel secolo XI, fu castello feudale dei conti tuscolani; sbarrava materialmente la Via Latina, come quello di Cecilia Metella sbarrava l’Appia Antica, ed ambedue furono non ultima causa per la quale i viandanti abbandonarono tali vie. Passò di poi agli Annibaldi, fu preso e ripreso ora dagli uni ora dagli altri; nel 1473 era dei Della Rovere e il cardinale Giuliano lo fece restaurare; ma dopo non molti anni cominciò il suo deperimento. Il suo recinto rettangolare misura uno sviluppo di 380 metri, e ha 13 torri rettangolari distanti tra loro da 18 a 20 metri; ha due ingressi opposti. Nel suo interno era la rocca, di cui poco resta ed una chiesetta per la quale una delle torri del recinto funzionava da torre campanaria. Sua difesa avan- zata era il nominato Torraccio della Marrana (fig. 6), di cui rimane un grosso rudere a pianta quadrata di 7 metri di lato, con recinto di m. 26 per m. 80.
■ Poco lontano verso sud è Grottaferrata, famosa badia fortificata, fondata da S. Nilo poco dopo il 1000, sulle rovine della villa di Cicerone; ma delle antiche sue opere difensive medioevali resta quasi nulla, perché gli attuali potenti torrioni che la recingono sono opera degli ultimi anni del medio-evo, attribuite al Bramante, al Sangallo e a Baccio Pintelli.
■ Castel dei Paoli, presso Marino, fu importantissimo fortilizio dei conti tuscolani, anteriore al 1000, ma riattato successivamente varie volte. Di esso restano parecchi ruderi, con una parte del torrione d’ingresso del XII secolo.
■ Marino nel 1100 era Castello dei Frangipane; oggi il castello più non esiste; però numerosi ruderi staccati sono tra le case dell’abitato: due torri dell’antica rocca, ch’era al sommo dell’altura sono nella piazza superiore, una scapitozzata e l’altra murata in una casa civile; alla base del colle è ancora una torre già vedetta del castello. Nel secolo XII questo castello passò agli Orsini; nel 1302 vi furono ospitati Sciarra Colonna e Rinaldo di Supino che vi complottarono il noto colpo di mano di Anagni contro Bonifacio VIII. Cola di Rienzi lo assediò volendo impadronirsi degli Orsini e di altri baroni suoi nemici che vi si erano chiusi; ma non riuscì nell’intento. Nel 1378, durante lo scisma religioso, gli Orsini tennero per l’antipapa, favorevole all’imperatore, perciò il papa Urbano VI spedì Alberico da Barbiano e Galeazzo Pepoli contro di essi, affidando loro uno stendardo su cui era scritto «Italia dai barbari liberata». La vittoria favorì quel primo grido di sentimento nazionale: il partito imperiale fu battuto, gli Orsini vennero a patti. Non per questo tacquero le lotte attorno quel castello, che passò ai Caetani, poi fu quasi diroccato da Eugenio IV (1440) indi passò ai Colonna, che lo riattarono. In esso Fabrizio Colonna vi sposò Agnesina di Montefeltro, sorella del Duca di Urbino, dai quali, un anno dopo, nello stesso castello, nasceva Vittoria, la celebre marchesa di Pescara.
■ E col nome della gentile poetessa, il cui ricordo varrà a mitigare l’asprezza della tormentata storia di tante costruzioni guerresche, chiudo questi rapidi appunti sulle torri e sui castelli medioevali della campagna romana. Pochi di essi oggi resistono ancora all’azione distruttiva degli uomini e del tempo; la più gran parte o sono scomparsi, o, pur troppo, vanno scomparendo, perché, dobbiamo confessare che nella coscienza della generalità, non ancora è penetrato un sano concetto di conservazione dei nostri monumenti (ed è monumento non solo quello che riveste forme preclari di arte, ma anche quel rudere intorno cui i ricordi storici e le leggende creano il sentimento della Patria); noi ricerchiamo bensì con cura religiosa ogni residuo della nostra prima civiltà, quella romana, ma di fronte a buona parte delle opere che appartengono all’età di mezzo, restiamo indifferenti, specialmente se sono opere di architettura militare, le cui leggi e le cui armonie sono assai poco familiari al pubblico in genere. È perciò che riteniamo non inutile l’aver richiamato il ricordo di alcune di tali opere, augurandoci che l’esempio di quei pochi che, restaurandone alcune, le richiamano a nuova vita, trovino competenti imitatori e munifici mecenati.”




























