Dalla Rivista Enciclopedica Contemporanea, dispense del 1922.
Di B. Maineri.
” ■ L’11 luglio 1921 Harding, Presidente degli Stati Uniti, inviava un messaggio alle grandi potenze col quale proponeva di convocare una conferenza a Washington allo scopo di studiare e concretare la riduzione degli armamenti marittimi e terrestri, di sistemare la quistione d’Oriente, e di ristabilire l’equilibrio economico nel mondo. La proposta venne accettata ed appoggiata immediatamente dall’Inghilterra ed ebbe quindi l’adesione del Giappone, della Francia, dell’Italia, del Belgio e dell’Olanda. Le principali nazioni del mondo dimostrarono in tal modo di apprezzare convenientemente l’opera di Harding, il quale ha fama di essere un uomo intelligente e pratico, che si prefigge di conseguire soltanto ciò che è possibile, e che — contrariamente a quanto faceva Wilson — sa circondarsi di ottimi collaboratori.
■ Le origini della Conferenza si devono ricercare nell’incremento continuo e preoccupante delle spese militari degli Stati Uniti e nelle probabilità di un conflitto armato per le quistioni dell’ Estremo Oriente. Come è noto, prima della guerra mondiale la grande Confederazione Nordamericana spendeva relativamente poco per gli armamenti. Una volta decisa la partecipazione all’immane lotta creò organismi militari e navali potentissimi e spese miliardi e miliardi di dollari per preparare, con una rapidità sorprendente, materiale bellico, per equipaggiare gli eserciti e per mandarli in Europa sul «ponte di navi» gettato attraverso l’ Atlantico. Queste spese colossali non cessarono, naturalmente, colla conclusione della pace. Anche negli Stati Uniti si formò, in breve, una casta militaristica la quale avrebbe voluto conservare la nazione armata quasi come durante la guerra. Essa venne anche appoggiata da alcune grandi corporazioni industriali che durante il tremendo conflitto mondiale fecero guadagni enormi. E siccome questi guadagni si realizzarono soprattutto per l’abbondanza di materie prime e di prodotti agricoli, non tardarono a manifestarsi correnti che sostenevano l’opportunità di estendere la sovranità degli Stati Uniti sui paesi vicini che possedevano miniere, foreste e terreni non ancora sfruttati. Il Messico — confinante colla Confederazione — e la Columbia — la quale non può dimenticare che le venne tolta la regione in cui fu costrutto il Canale di Panama — furono maggiormente presi di mira dai nazionalisti istigati dalle grandi compagnie interessate nelle miniere di petrolio, d’oro e di smeraldi, nello sfruttamento dei boschi e delle immense estensioni di terreno tuttora incolti e facilmente trasformabili in campi di grano, di cotone, di caffè e di banane.
■ Ma per fortuna i dirigenti le sorti della nazione non tardarono ad accorgersi che questa si era posta sopra una falsa strada. Le spese fatte per l’esercito e per la marina in questi ultimi quattro anni ascesero a circa quarantun miliardi di dollari — circa mille miliardi di lire quando il dollaro costa poco meno di 25 lire — ed obbligarono il governo federale ad imporre tasse fortissime, ad elevare in modo considerevole le tariffe doganali. È superfluo ricordare che questi provvedimenti sono sempre dannosi, anche nei paesi ricchi, perché inaridiscono le vere fonti della ricchezza, limitando il commercio e l’attività nazionale.
■ Questi inconvenienti che, purtroppo non si avvertono affatto, o si avvertono con enorme ritardo nel nostro paese, non tardarono ad essere avvertiti negli Stati Uniti, ed i grandi industriali furono tra i primi a convincersi che l’armamento su vasta scala era in fin dei conti meno proficuo dello stesso disarmo, persino per i fornitori militari.
■ L’opinione pubblica si orientò in tal modo verso il disarmo ed il Presidente Harding non esitò a lanciare l’idea della conferenza, la quale ebbe un grande successo ovunque ed in particolar modo agli Stati Uniti. Il segretario di Stato Hughes dimostrò subito che bisognava «escogitare dei mezzi per eliminare il più possibile le guerre, fonte di distruzione e di dolore». Il ministro del tesoro Houston ricordò che il governo federale sorto 131 anni prima della proposta, aveva speso, sino ad allora, «67 miliardi di dollari, di cui 58 per guerre e preparativi militari» e chiese al popolo americano se voleva che il Governo continuasse «a spendere circa il 90 per cento delle entrate pubbliche a questo scopo».
■ Agli uomini di stato si unirono pubblicamente anche gli industriali più autorevoli. Il presidente della «First National Bank» di New York dichiarò che dal momento che nel conflitto mondiale 13 milioni di esseri produttivi e molti miliardi di dollari erano stati distrutti non si doveva ricreare, né favorire «lo stesso spirito militaristico che aveva prodotto questo sperpero atroce». L’organo dei miliardari, il «Wall Street Magazine» dimostrò, con una serie di articoli basati su cifre e su documenti, che il disarmo non doveva preoccupare alcuno, neppure dal punto di vista dell’interesse immediato, perché, in tempi normali, soltanto il cinque per cento delle imprese serie e rispettabili proveniva dalle spese militari e navali.
■ Anche i nazionalisti si convinsero che il disarmo non indeboliva, ma rafforzava gli Stati Uniti, i quali possiedono i tre quinti di tutto l’oro esistente nel mondo, possiedono o controllano le migliori miniere di ferro, carbone e petrolio, elementi indispensabili nelle guerre dei tempi nostri. Le guerre si vincono ormai più coll’oro che colla spada. Chi non deve preoccuparsi di limitare la spesa può improvvisare eserciti e flotte comprando materiale dai neutri ed assoldare eserciti di… volontari; può procurarsi in breve amicizie ed alleanze; provocare la rivoluzione nei paesi nemici e corrompere persino i loro governanti, i loro generali ed i loro ammiragli. La Germania dovette cedere perché si esaurirono le sue risorse economiche, pur avendo preparato il migliore esercito del mondo. Fu precisamente per gli sforzi compiuti in questa preparazione che la sua potenzialità economica fu molto più limitata. E ragionando in tal modo non mancarono coloro che proclamarono gli Stati Uniti invincibili, ancorché disarmati, per il fatto che avevano l’oro, il ferro, il carbone, il petrolio ed il grano e che con essi potevano imporre la loro volontà a tutto il mondo.
■ Ma c’era per gli Stati Uniti anche un’altra grave questione che imponeva loro di considerare freddamente l’eventualità di una prossima guerra, di cui conveniva, finché era in tempo, eliminare le cause. Il Pacifico era ormai diventato un campo di violenta competizione fra essi e il Giappone, il quale impegnava somme formidabili in armamenti per vincere la gara. Senza una soluzione di tale problema, sarebbe stato frustrata qualunque proposta di disarmo e inutile qualsiasi sforzo per la pacificazione.
■ L’inaugurazione. — La Conferenza venne solennemente inaugurata il 12 novembre 1921, dopo quattro mesi di accurata preparazione. Tutti fecero voti sinceri per un ottimo risultato. Anche Papa Benedetto XV inviò un telegramma di felicitazione nel quale diceva di pregare «fervidamente Iddio per il felice successo dell’iniziativa presa dal Primo Magistrato della grande Repubblica Americana a sollievo dell’umanità trepidante». La cerimonia fu iniziata con una solenne preghiera recitata dal cappellano della Casa Bianca.
■ Harding, nel suo discorso inaugurale, seppe tenersi sempre alla debita altezza. Premesso che non si apprezzerà mai abbastanza l’importanza della Conferenza che eserciterà «un’influenza memorabile in tutti i progressi dell’umanità e sull’avvenire del mondo intero» perché segna «l’aurora, il risveglio della coscienza della civiltà nel secolo XX» dimostrò che non si trattava di una riunione «consacrata all’espressione di un rimorso», né di «una conferenza di vincitori riuniti per imporre le loro condizioni ai vinti, né di un consiglio di nazioni tendente a rifare l’umanità», ma bensì «la riunione di nazioni venute da tutte le parti del mondo per fare appello ai migliori sentimenti dell’uomo, onde attenuare le difficoltà esistenti nelle riunioni internazionali. L’invito lanciato non va inteso come un invito limitato degli Stati Uniti, ma bensì come «quello del mondo, stanco della guerra, che lotta per la ricostruzione di un mondo che ha fame e sete di migliori relazioni reciproche; è l’appello dell’Umanità che chiede a gran voce di essere sollevata e che è divorata dal desiderio di possedere una buona volta una pace duratura. È facile comprendere queste aspirazioni universali: la gloria, il trionfo, la gioia del successo, l’amore della libertà, la devozione alla patria, gli orrori della tristezza, il fardello dei debiti, la desolazione delle rovine sono cose che risentono, apprezzano e comprendono tutti i paesi».
■ E dopo aver ricordato le onoranze tributate nei giorni precedenti al soldato ignoto nordamericano, aggiunse che tutti domandavano «libertà e giustizia», perché «l’una non può esistere senza l’altra, e devono essere considerate come proprietà incontestabili di tutti i popoli. Il mondo intero aspira ormai al godimento di questi diritti; nazioni si armano per difenderli o contestarli, mentre che il semplice buon senso richiede il loro riconoscimento, mediante una comune intesa. I cataclismi della guerra mondiale fanno nascere nuovi accordi, nuove condizioni, nuove aspirazioni: a noi tocca di usarne per il nostro meglio. Il mondo vacilla sotto il peso dei debiti ed ha bisogno di essere alleggerito dal suo fardello. L’Umanità che è stata colpita da una distruzione sfrenata deve diminuire le cause di questa distruzione, eliminando le spese smisurate della guerra ed il costo degli armamenti. Tutte le persone di buon senso si augurano questa limitazione e desiderano che la guerra sia posta fuori della legge».
■ Harding aggiunse che gli Stati Uniti accoglievano i delegati con cuore sincero e senza egoismo. «Noi non nutriamo alcun timore; non difendiamo alcun scopo ingiusto; non sospettiamo alcuno per nostro nemico; non bramiamo né temiamo alcuna contesa. Soddisfatti di ciò che abbiamo, non cerchiamo nulla di ciò che appartiene ad altri; desideriamo soltanto fare una delle cose più belle e più nobili, riunirci con voi alla tavola dell’intesa e della buona volontà internazionale. Con piena coscienza del nostro dovere, siamo lieti di invitarvi a cooperare con noi e di offrirvi la nostra cooperazione. Il mondo domanda che si mediti molto saggiamente sullo stato attuale delle cose e che si renda conto che non vi potranno essere rimedi senza sacrifici da parte di tutti. Io non voglio parlare qui di abbandoni di diritti, né di restrizioni di libertà, né di constatazioni di aspirazioni, né di rifiuti di riconoscere le necessità nazionali. Gli Stati Uniti non domanderebbero mai ciò. Non v’è bisogno di umiliare nessuna forza, né di sommergere alcuna nazionalità, ma io vorrei che i nostri pensieri si confondessero insieme per avere una pace migliore, se più grandi speranze nascono dallo spirito che ci riunisce.
«È giusto riconoscere i differenti bisogni e le particolari situazioni, nulla si può compiere col disprezzo delle apprensioni nazionali ma bisogna agire insieme per togliere le cause di apprensioni. Anche se non fossimo animati dai più elevati sentimenti, il fatto brutale delle spese eccessive e l’eloquenza della situazione economica, ci inciterebbero a ridurre i nostri armamenti. Se la concezione di un migliore ordine di cose non ci attira, riflettiamo almeno al peso schiacciante che impone una competizione continua.
«Io non posso parlare ufficialmente che per gli Stati Uniti. Milioni di uomini desiderano sinceramente di ridurre gli armamenti e nessuno vuole la guerra. Noi non nutriamo alcun progetto ingiusto ed attribuiamo a tutti le nostre buone intenzioni».
■ Harding terminò ricordando che la Conferenza era riunita «per servire l’Umanità» ed augurandosi che la stessa potesse condurre «a garanzie di pace ed a impegni tendenti a ridurre il fardello che pesa sul mondo, ed a stabilire per la prosperità di tutti un migliore stato di cose».
■ Come si vede, gli elogi fatti dalla stampa mondiale più autorevole a questo discorso furono ben meritati. Lo stesso Balfour, che prese subito la parola per proporre che la Conferenza fosse presieduta da Hughes, il quale aveva «tutte le qualità richieste: capacità, carattere e cortesia» non tralasciò di chiamarlo pieno di «nobile eloquenza». Essendo stato stabilito che non vi fossero discorsi in risposta a quello di Harding e essendo stato fatto notare da Briand che non era necessario fare la traduzione orale in francese del discorso presidenziale distribuito subito nelle due lingue ufficiali della Conferenza, Hughes poté immediatamente precisare le proposte degli Stati Uniti.
■ Spiegate le relazioni tra i problemi del disarmo e quelli dell’Estremo Oriente, propose che la Conferenza incominciasse anzitutto lo studio di quelli relativi alla limitazione degli armamenti ed ottenuta l’adesione dell’Assemblea, dichiarò a nome di tutta la Delegazione Nordamericana che gli Stati Uniti facevano alle tre potenze maggiormente interessate, e cioè alla Gran Bretagna, al Giappone ed agli Stati Uniti (perché secondo lui le condizioni anormali determinate dalla guerra non consigliavano di discutere subito anche circa il tonnellaggio bellico della Francia e dell’Italia) quattro proposte, e cioè:
I — Abbandonare la costruzione delle «capital-ships» esistenti sugli scali e non procedere alla costruzione di quelle progettate;
II — Distruggere un certo numero di navi che non possono più essere considerate come aventi una forza di combattimento effettiva;
III — Prendere in generale come base, per determinare la potenza navale futura di ciascuno dei tre stati interessati, le forze navali di cui dispongono attualmente gli stessi stati;
IV — Essendo il tonnellaggio delle «capital-ships» preso come base per la determinazione della potenza navale, è necessario stabilire delle cifre proporzionate per le navi ausiliarie.
■ Secondo Hughes, tre mesi dopo la firma dell’accordo, gli Stati Uniti dovrebbero avere 18 superdreadnoughts, la Gran Bretagna 22 ed il Giappone 10. Il tonnellaggio bellico delle tre nazioni dovrebbe essere di 500.360, di 604.450 e di 299.700 tonnellate. Per il periodo di dieci anni gli Stati Uniti e l’Inghilterra non potrebbero costrurre più di 500.000 tonnellate ed il Giappone più di 300.000. Le «capitalships» sarebbero limitate ad un numero da convenirsi. La sostituzione delle navi di prima classe che datano da vent’anni sarebbe permessa, ma non con unità oltrepassanti le 35.000 tonnellate. Per il naviglio ausiliario (comprese le navi carboniere, gli aereoplani, ecc.) gli Stati Uniti e l’Inghilterra dovrebbero limitarsi a 450.000 tonnellate ed il Giappone a 270.000.
■ Le due prime nazioni non potrebbero avere un naviglio sottomarino superiore alle 90.000 tonnellate ciascuna, e la terza uno superiore alle 54.000. L’armamento navale dell’Italia e della Francia doveva essere discusso in seguito.
■ Di fronte a queste proposte categoriche Briand pronunciò un discorso molto deferente per gli Stati Uniti nel quale, dopo aver ricordato i sacrifici compiuti dal suo paese durante la guerra, dopo aver detto che il popolo francese non fu mai né imperialista, né militarista, dichiarò che una volta garantita la sua sicurezza, la Francia è pronta a dire: «Abbasso le armi»! Analoghe dichiarazioni fecero il Principe Tokugawa a nome del Giappone; l’On. Schanzer per l’Italia; Cartier de Marchienne per il Belgio; Wellington Koo per la Cina, Van Karnebeeck per l’Olanda e Dale per il Portogallo.
■ L’ On. Schanzer, a nome della Delegazione italiana si disse lieto di poter dichiarare che l’Italia può consentire senza riserve alle grandi linee del programma essendo questa la tendenza alla quale si ispira.
«La convocazione della Conferenza — egli disse — che mira all’alto ideale di creare su solide basi il mantenimento della pace nel mondo ha trovato in Italia la più favorevole e simpatica accoglienza come la necessità storica esigeva. L’Italia che ha strenuamente combattuto accanto agli alleati ed associati fino alla vittoria, sopportando duri sacrifici di vite e di ricchezze, è oggi uno dei primissimi elementi di pace. Essa non ha niente da temere; non ha ragioni di conflitto con altri popoli e desidera procedere nella via della sua ricostruzione economica e finanziaria in buona armonia con gli interessi delle altre nazioni salvaguardando il prestigio del nome italiano nel mondo.
«L’Italia non ha tendenze imperialistiche, pur conscia del suo glorioso passato e della sua missione di civiltà nell’avvenire, in ragione delle sue tradizioni, della dottrina politica dei suoi eminenti scrittori e pensatori, della struttura mentale e morale del suo popolo. L’Italia si sente capace e pronta a cooperare lealmente ed efficacemente alla attuazione degli ideali che si propone di realizzare la Conferenza ed a dare il suo concorso in qualunque misura che valga a garantire il mondo contro pericoli di guerra. Nessuna guerra, neppure la più lontana dai propri confini, può lasciare indifferenti per ragioni etiche e per ragioni economiche. Una nuova guerra sarebbe ancora più terribile della grande guerra dalla quale siamo da poco usciti. Una nuova guerra in qualsiasi parte del mondo si svolga, sarebbe un disastro economico per tutti i popoli. Le sue ripercussioni sulle industrie e sugli approvvigionamenti alimentari dei paesi, anche non belligeranti, potrebbero significare la disoccupazione di milioni di uomini, la miseria e la fame di intere popolazioni. Tutti gli italiani sono nettamente favorevoli a porre fine alle gare degli armamenti che implicano i maggiori pericoli di guerra. E non da oggi si è manifestata questa tendenza anzi, si è fatto di più, riducendo effettivamente e senza attendere gli accordi internazionali, i nostri armamenti terrestri e navali nella più larga misura.
■ La storia degli ultimi cinquant’anni degli Stati Uniti, offre agli altri popoli il più grande esempio di come si possa mantenere durevolmente la pace tra milioni di uomini raccolti in numerosi stati sovrani, sopra un vastissimo territorio che costituisce, da se solo, un intero mondo. «È un esempio che dimostra come l’aspirazione verso l’ordine internazionale nel quale i conflitti si risolvono con i mezzi pacifici, della discussione e del diritto, anziché con la violenza, non sia una vana illusione.
«Se, come fermamente si confida, la Conferenza raggiungerà favorevoli risultati, i valorosi soldati americani e gli innumerevoli loro compagni, gloria delle nazioni alleate, caduti per la libertà e per la giustizia, non avranno versato invano il foro nobile sangue». L’On. Schanzer concluse assicurando che l’Italia non sarà seconda ad alcuna altra nazione nel lavorare con alacrità e fiducia affinché la preziosa idea della solenne assemblea, ottenga il trionfo per il bene della umanità intera ansiosa di pace, di sicurezza e di civile progresso.
■ Tutte le Delegazioni rimasero però alquanto sorprese e confuse poiché nessuna indiscrezione aveva fatto prevedere lontanamente le dichiarazioni fatte da Hughes. Tutti compresero che, dato il modo con cui era stato imposto il problema, la Conferenza sarebbe stata molto laboriosa e non era facile fare serii pronostici sui risultati.
■ Nella seconda seduta, tenutasi il 15, su proposta di Hughes, vennero nominate due commissioni: la prima, composta di rappresentanti delle cinque grandi potenze fu incaricata di esaminare e discutere il problema del disarmo; la seconda formata con rappresentanti di tutte le nove nazioni partecipanti alla Conferenza intraprese lo studio della quistione dell’estremo Oriente.
■ Durante i lavori di queste Commissioni — che tennero le loro sedute in forma privata — non mancarono naturalmente, molte divergenze di vedute fra i vari delegati. I tecnici inglesi si dichiararono ad esempio molto favorevoli ad una forte riduzione del naviglio sottomarino, mentre quelli nordamericani consigliarono una maggior cautela, attribuendo molta importanza ai sommergibili, specie nel caso in cui non si potesse evitare un conflitto nel Pacifico.
■ Il Giappone si dichiarò pronto a rinunciare al suo trattato coll’Inghilterra, ma cercò di dimostrare che le sue forze navali dovevano subire una diminuzione troppo forte ed era quindi necessario mutare le proporzioni proposte, ed autorizzarlo a sostituire alcuni tipi di navi. La Francia, d’accordo coll’Italia, si riservò di esporre il suo punto di vista quando si sarebbero discussi gli armamenti terrestri. Le due nazioni mediterranee chiesero che anche la loro posizione fosse nettamente stabilita prima di firmare l’accordo fra le tre nazioni interessate nel Pacifico. L’Inghilterra per dare una prova tangibile della sua adesione non esitò a sospendere i contratti in corso per la costruzione di tre superdreadnoughts.
■ Le divergenze sorte durante i lavori delle Commissioni furono confermate nella seduta pubblica del 21 novembre, nella quale la nota predominante fu costituita dal discorso di Briand. La quistione del naviglio da guerra della Francia e dell’Italia sembrava avviata ad un’equa soluzione; si tendeva cioè alla equiparazione delle forze di prima linea delle due nazioni mediterranee, togliendo di mezzo il pretesto per future rivalità. Si era proposto di assegnare una quota di 200 mila tonnellate per la Francia e per l’Italia, per il naviglio di prima linea, con adeguata proporzione di incrociatori è di sottomarini.
■ La flotta da battaglia delle cinque maggiori potenze del mondo doveva essere stabilita nelle seguenti proporzioni: 500 mila tonnellate per gli Stati Uniti e altrettante per l’Inghilterra, 300 mila per il Giappone e 200 mila rispettivamente per l’Italia è la Francia. Si pensava di creare così l’equilibrio nell’Atlantico e nel Mediterraneo, lasciando al Giappone una certa latitudine di vantaggi nel Pacifico.
■ Iniziata la discussione del disarmo terrestre, dopo che Hughes ebbe precisato che gli Stati Uniti avevano già completata la smobilitazione, riducendo l’esercito da 4.200.000 uomini durante la guerra, a soli 150 mila, prese la parola il capo della Delegazione francese il quale, dopo aver ringraziato gli alleati presenti per l’aiuto dato al suo paese,dichiarò che nulla gli sarebbe più simpatico di poter dire: Abbiamo la nostra sicurezza nel nostro paese ed abbassiamo quindi le armi. Ma sfortunatamente questa frase non si poteva pronunciare. Per fare la pace — disse testualmente — bisogna essere in due: sé stessi e chi ci sta di fronte; per fare la pace, ed io dico che, per ciò che si riferisce al disarmo terrestre, non è sufficiente ridurre gli effettivi ed il materiale di guerra, occorre, soprattutto, che nel paese esista un’atmosfera di pace. Più che materiale, il disarmo deve essere morale. Mantenendo un esercito regolare come l’attuale, la Francia non fa che assicurarsi le proprie frontiere. Essa farà di tutto perché nessun dissenso avvenga tra lei e la Germania.
«Ma Ludendorff ha ancora recentemente riprodotto le terribili parole di Moltke: La pace eterna è un sogno e non è un bel sogno: la guerra è una parte naturale dell’ordine del mondo creato da Dio: senza la guerra il mondo cadrebbe nel peggiore materialismo.
Ludendorff afferma inoltre che nell’avvenire la guerra sarà l’ultimo ed il più decisivo mezzo di politica. Come volete — egli esclamò — che la Francia dimentichi le parole di questo popolo che le sta vicino? Bisogna che noi ci mettiamo bene in mente che viviamo in un’epoca guerriera. Il combattimento è la regola dell’individuo isolato ed anche di uno Stato; se non avessimo avuto dietro di noi una forza per farci ubbidire, la pace europea sarebbe ancora turbata. La situazione russa non è ancora regolata. Che cosa diventerà un esercito senza il suo materiale? Che cosa farà la Germania per ridare alla Russia il suo equilibrio? Noi non lo sappiamo. Ecco il problema, ecco il vero problema. Bisogna vivere e questo è il punto interrogativo per la Francia».
■ Le dichiarazioni del capo della Delegazione francese furono prese nella dovuta considerazione da tutta la storica assemblea, come fece immediatamente rilevare Balfour. Il senatore Schanzer dichiarò che anche la nostra Delegazione era d’accordo, nelle linee generali, colle osservazioni fatte da Briand. L’Italia è di avviso che un esercito di 200.000 uomini le sia necessario; ma sta studiando nuove riduzioni. «L’Italia — concluse — è sempre stata favorevole a una politica di pace ed ha già considerevolmente ridotto i suoi effettivi militari».

■ L’ammiraglio Kato dichiarò che il Giappone non chiede per il suo esercito se non gli effettivi assolutamente indispensabili alla propria difesa. Dopo altre dichiarazioni di Hughes, Briand, Balfour, Schanzer e Kato, la questione degli armamenti terrestri fu rinviata alla Commissione plenaria delle 5 grandi potenze.
■ La Conferenza riprese quindi i suoi lavori nelle sedute segrete, durante le quali si affacciò persino l’idea di invitare la Germania affinché potesse dare assicurazioni alla Francia circa i suoi timori di una nuova guerra. Nonostante le inevitabili difficoltà incontrate, specialmente dai tecnici nello stabilire i particolari, i lavori procedettero con alquanta rapidità.
■ Il preteso incidente Schanzer-Briand. — Nella seduta del 24 novembre — secondo le dichiarazioni fatte alla Camera italiana del nostro ministro degli Esteri, marchese Della Torretta — il delegato inglese Balfour dimostrò che «i riguardi dovuti alla posizione speciale della Francia non dovevano costituire un impedimento alla trattazione di argomenti connessi con la riduzione degli armamenti e che sarebbe stata grande delusione il seppellimento della questione». Il presidente della nostra Delegazione on. Schanzer, fece seguire a quella inglese una breve dichiarazione, affermando di condividere il concetto esposto dal collega britannico ed aggiungendo che non era intenzione della delegazione italiana di discutere circa le necessità vitali della Francia, ma che egli riteneva d’interpretare i sentimenti dell’opinione pubblica italiana, augurandosi di poter riaffermare nella Conferenza le aspirazioni generali di giungere presto alla riduzione degli armamenti. A Balfour ed a Schanzer replicò l’on. Briand, sostenendo fermamente la sua tesi e cioè, che le affermazioni platoniche non sarebbero, a suo giudizio, servite proprio a nulla, mentre la discussione della limitazione degli effettivi riguardava solo la Francia e che essa desiderava non discuterla.
■ La prima notizia di questa seduta giunse in Europa in termini molto diversi. Il Daily Telegraph — il quale da qualche tempo si mostrava non eccessivamente favorevole alla nostra politica estera — l’Echo de Paris e la Stampa di Torino pubblicarono sostanzialmente che durante la discussione, Briand, dopo aver chiesto a Schanzer quali fossero i nemici dell’Italia, non avendo ottenuto alcuna risposta, avrebbe detto al nostro delegato queste parole:
«Parlate di disarmo, perché non siete in grado di avere un esercito e non per amore della pace. Volete ridurre il vostro esercito non perché desideriate disarmare, ma perché il vostro esercito è in decomposizione. Il vostro disarmo è il frutto della decomposizione morale dell’esercito italiano».
■ Lo stesso Briand, dirigendosi quindi verso il delegato americano, avrebbe detto:
«Siete pronti a concludere con noi un regolare trattato di garanzia? Se lo volete, il governo francese si dichiara pronto a riconsiderare il suo bilancio militare al fine di apportare una riduzione ai suoi armamenti terrestri». Nessuno dei delegati presenti avrebbe dato risposta a quella domanda e Briand avrebbe allora concluso:
«Comprendo il vostro silenzio. La garanzia, sulla quale ritenevamo di poter contare non ci fu offerta. In queste condizioni esigiamo il diritto di provvedere alla nostra sicurezza senza il controllo o il consiglio né di amici né di nemici». Non è di sicuro difficile spiegare, dopo una notizia di questo genere, le dimostrazioni di protesta contro la Francia avvenute in molte città italiane ed in particolar modo a Torino, a Roma, a Napoli ed a Genova. L’incidente, per fortuna di tutti, poté essere immediatamente smentito nel modo più reciso alla Camera dal marchese Della Torretta il quale lesse anche due telegrammi dell’On. Schanzer in cui si diceva che «la discussione della Commissione fu vivace, ma sempre corretta e che Briand non pronunciò alcuna parola che potesse solo lontanamente suonare offesa all’Italia». A questa smentita seguirono subito quelle del governo francese e quella formale e categorica di Hughes, come presidente della Conferenza. È evidente che i rapporti italo-francesi non potevano essere affatto turbati da quanto era accaduto, una volta messo così bene in chiaro le cose.
■ La Francia non mutò affatto il suo punto di vista circa il disarmo terrestre e Briand, prendendo congedo dalla Conferenza per ritornare in Francia (24 novembre), riconfermava in modo reciso che il suo paese poteva ridurre l’esercito solo nel caso in cui le altre potenze si fossero dichiarate pronte a dividerne i pericoli. La dichiarazione di Hughes, secondo la quale la Francia non doveva temere «un isolamento morale», non gli apparve abbastanza soddisfacente.
■ Dopo la partenza di Briand si disse che la Delegazione francese avrebbe acconsentito alla richiesta di una flotta non superiore a quella dell’Italia, ma i fatti non tardarono a smentire quest’affermazione. In una seduta del Comitato Navale, composto di tre rappresentanti di ciascuna delle cinque grandi potenze, l’ammiraglio Le Bon chiese per la Francia il diritto di costrurre dieci superdreadnoughts di 35.000 tonnellate ciascuna entro dieci anni, a cominciare dal 1925. Il senatore Schanzer dovette naturalmente dichiararsi contrario a questa proposta perché la sua esecuzione avrebbe reso il tonnellaggio bellico francese superiore al nostro ed il pareggio ci avrebbe richiesto uno sforzo finanziario suscettibile di gravi conseguenze economiche. La proposta francese non fece buona impressione neppure negli ambienti nordamericani, tant’è vero che Briand dovette affrettarsi a dare buone assicurazioni all’ambasciatore degli Stati Uniti a Londra. Ma qualche giorno dopo un comunicato ufficiale francese credette bene di precisare che la Francia avrebbe accettato il punto di vista nordamericano solo per quanto si riferiva alle grandi corazzate, ma doveva mantenere il programma relativo agli incrociatori ed ai sottomarini. Lo stesso Briand sostenne in un’intervista che tale atteggiamento confermava la politica navale puramente difensiva della Francia. I punti di vista circa le navi di piccolo tonnellaggio non erano d’altronde concordi fra tutte le altre grandi potenze partecipanti alla Conferenza. L’importante problema venne ampliamente discusso anche dalla Commissione Navale. Il nostro delegato sostenne anche questa volta la tesi francese, dimostrando che il sottomarino è un’arma ancora indispensabile per la difesa delle nostre coste che hanno una grande estensione e lungo le quali si trovano alcune delle nostre maggiori città, le nostre ferrovie ed importanti stabilimenti industriali. Essi sono inoltre indispensabili per proteggere le comunicazioni marittime, mediante le quali si assicurano gli approvvigionamenti. L’Italia propose una flotta di sottomarini di 31.000 tonnellate per sé ed una eguale per la Francia, mentre questa sosteneva la necessità di 90.000 tonnellate. Anche i giapponesi — ai quali se ne volevano assegnare 31.000 tonnellate — dichiararono d’aver bisogno almeno di tonnellate 54.000. La Francia affacciò allora il progetto di un accordo fra le cinque grandi potenze per il mantenimento dello «stato quo» nell’Atlantico, nel Mar del Nord, nel Mediterraneo e nell’Adriatico. Negli ultimi giorni di dicembre l’accordo sembrava impossibile per l’intransigenza della Delegazione francese la quale insisteva sulle 330.000 tonnellate di naviglio leggero e sulle 90.000 tonnellate di sottomarini. I delegati dell’Inghilterra, dell’Italia e degli Stati Uniti dovettero esprimere a questo proposito il loro più vivo rammarico. La stampa nordamericana protestò per qualche tempo con insolita vivacità contro le insistenze francesi e mise in evidenza i danni che deriverebbero alla Francia qualora finisse coll’alienarsi le simpatie dell’America.
■ Soltanto verso la metà di gennaio si poté annunciare ufficialmente che il trattato navale era quasi completo e che non rimanevano da sistemare che alcuni punti secondari per i quali i giapponesi aspettavano la risposta definitiva da Tokio. Con questo comunicato non si intendeva evidentemente alludere anche al naviglio sottomarino, perché la persistenza della Francia nei suoi propositi, rese davvero impossibile tale accordo. Anche la redazione del testo definitivo richiese molto lavoro, trattandosi di un accordo senza precedenti, nel quale dovevano essere vagliati i più minuti particolari onde evitare il minimo equivoco.
■ Il testo dell’accordo navale letto dal Presidente Hughes nella seduta plenaria del primo febbraio, consta di 24 articoli, i quali possono essere così riassunti:
Art. 1. — Gli Stati Uniti, l’Inghilterra e il Giappone rimangono rispettivamente con 18, 22, 10 navi da battaglia distruggendo le rimanenti, comprese le pre-dreadnoughts.
Art. 2. — L’Inghilterra è autorizzata alla costruzione di due navi di linea, completate le quali distruggerà quattro navi in servizio. Gli Stati Uniti completeranno due navi attualmente in costruzione, radiandone due in servizio. La Francia e l’Italia sono autorizzate a ritenere tutte le navi di linea, compresa la «Leonardo» e le pre-dreadnoughts.
Art. 3. — È fatto divieto di costruzione di navi di linea fino al 1931, salvo per la Francia e l’Italia che sono autorizzate ad impostare 35.000 tonnellate ciascuna negli anni 1927 e 1929.
Art. 4. — Il tonnellaggio totale definitivo delle navi di linea sarà di 525.000 tonnellate per gli Stati Uniti e l’Inghilterra, 175.000 per l’Italia e la Francia, e 315.000 per il Giappone.
Art. 5. — Il dislocamento massimo di ogni nave di linea è limitato a 35.000 tonnellate.
Art. 6. — Il calibro dei cannoni è limitato ad un massimo di sedici pollici (circa 40 cm.).
Art. 7. — I tonnellaggio globale massimo delle navi porta-aeroplani è di 135.000 tonnellate per gli Stati Uniti e l’Inghilterra, 60.000 per l’Italia e la Francia, 81.000 per il Giappone.
Art. 8. — Le navi porta-aeroplani esistenti sono considerate sperimentali, sostituibili senza limitazione di età.
Art. 9. — Il tonnellaggio massimo d’ogni nave porta-aeroplani è limitato a 27.000, ma è permesso trasformare le navi di linea radiate in porta-aeroplani, purché il dislocamento non superi le 33.000 tonnellate, e queste navi così trasformate quando dovranno essere sostituite, lo siano con tipi non superiori a 27.000 tonnellate.
Art. 10. — Le navi porta-aeroplani non possono essere armate con più di 10 cannoni superiori ai 6 pollici (15 cm.): non sono ammessi cannoni superiori agli otto pollici (20 cm.) né un numero illimitato di artiglierie inferiore ai sei pollici. Ma le navi di linea trasformate in porta-aeroplani non potranno avere più di otto cannoni superiori ai sei pollici, e non superiori agli otto pollici, per evitare il loro impiego come incrociatori da battaglia.
Art. 11. — Tutti gli altri tipi di navi da guerra non potranno superare il tonnellaggio individuale di 10.000 tonnellate.
Art. 12. — Al loro armamento non potranno usarsi cannoni superiori agli otto pollici.
Art. 13. — È fatto divieto di autorizzare ad usi bellici le navi radiate.
Art. 14. — Non si potrà in tempo di pace fare sistemazioni belliche sopra gli incrociatori ausiliari, salvo il rafforzamento del ponte per eventuale armamento con cannoni non superiori ai sei pollici.
Art. 15. — Sarà vietato di costruire per conto di Potenze non firmatarie navi eccedenti le limitazioni fissate nel presente trattato.
Art. 16. — È obbligo di comunicare prontamente a tutte le Potenze firmatarie i dati relativi alle navi in costruzione per conto di altre Potenze.
Art. 17. — Non si può in caso di guerra requisire navi in costruzione sul proprio territorio per conto di altre Potenze.
Art. 18. — È vietato di cedere ad altre Potenze delle proprie navi da guerra di qualsiasi tipo.
Art. 19. — È ammesso lo statu-quo delle fortificazioni nel Pacifico.
Art. 20. — Contiene particolari per la esecuzione del trattato e la radiazione da eseguirsi mediante affondamento o demolizione totale.
Soltanto una unità potrà ritenersi per servire come bersaglio. L’Italia e la Francia potranno a tempo debito conservare due vecchie dreadnoughts-extra come naviscuola, con l’obbligo di togliere la torre di comando, e l’impegno di non utilizzarle a scopi bellici.
La vita delle navi di linea e dei porta-aeroplani è di 20 anni. I rimpiazzi saranno da impostarsi dopo 17 anni. La radiazione delle vecchie navi deve avvenire quando i loro rimpiazzi entrano in servizio, od al più tardi quattro anni dopo impostato il rimpiazzo. La inutilizzazione ai fini bellici è da effettuarsi in 6 mesi, e la demolizione completa in 18.
È fatto obbligo di notificare alle Potenze firmatarie i dati principali sulle unità da costruirsi. È concessa l’autorizzazione di rimpiazzare le unità perdute accidentalmente. È fatto divieto di migliorare la qualità difensiva delle navi esistenti tranne la protezione contro aerei e subacquei.
È fatto divieto di alterare le corazze laterali e l’armamento principale, salvo per l’Italia e la Francia che sono autorizzate a modificare l’armamento e la difesa entro il limite delle 3000 tonnellate per nave.
È concesso all’Italia e alla Francia il diritto di costruire cinque, oppure un altro numero conveniente di navi di linea, entro il limite del tonnellaggio globale.
Ogni nave costruita in futuro di oltre 10.000 tonnellate di dislocamento con cannoni superiori a 8 pollici sarà computata come nave di linea. Sono escluse le navi ausiliarie.
Art. 21. — Qualsiasi Potenza contraente che ritenesse minacciata la sua sicurezza nazionale nei riguardi navali ha diritto di convocare in conferenza gli altri contraenti. Ad ogni modo gli Stati Uniti provvederanno a convocare una nuova conferenza fra otto anni per esaminare gli eventuali emendamenti suggeriti dai progressi tecnici e scientifici.
Art. 22. — Una potenza contraente, entrando in guerra, avrà diritto di notificare la sospensione dei suoi obblighi contrattuali durante il periodo di ostilità, eccezione fatta per le disposizioni di cui agli art. 13 e 17. Le rimanenti Potenze concorderanno allora le eventuali modifiche temporanee al trattato dettate dalle circostanze, e cessate le ostilità, si convocherà una nuova conferenza.
Art. 23. — Il trattato rimarrà in vigore sino a tutto il 1936, con possibilità di denunziarlo due anni prima di tale termine: entro un anno dalla denunzia si convocherà una conferenza di tutti i contraenti.
Art. 24. — Il trattato, da ratificarsi coi metodi costituzionali di ciascuna Potenza, entrerà in vigore dopo lo scambio delle ratifiche.
■ Come si vede in questo trattato non si fa cenno del disarmo terreste. Dopo il discorso pronunciato da Briand nella seduta del 21 novembre la grande maggioranza dei delegati ritenne l’accordo sul disarmo terreste difficilissimo, per non dire senz’altro impossibile. Nelle sedute dei comitati si fecero vari tentativi, dovuti in gran parte all’insistenza della nostra Delegazione, ma l’intransigenza francese e l’assenza di molte potenze di importanza tutt’altro che trascurabile alla Conferenza, consigliò di abbandonare questo esame. Una maggiore insistenza avrebbe potuto forse dar luogo a brutte sorprese.
■ Lo stesso può dirsi per quanto riguarda il tonnellaggio delle flotte sottomarine. Non bisogna infatti dimenticare che gli Stati Uniti esercitarono tutta la pressione possibile sulla Francia per giungere all’accordo navale, tant’è vero che quando le difficoltà maggiori si opposero al conseguimento di quest’ultimo accordo, il Segretario di Stato nordamericano si decise a telegrafare a Briand che se l’accordo fosse andato a monte per colpa della Francia, gli Stati Uniti e l’Inghilterra avrebbero costrutto flotte di una potenzialità di gran lunga superiore a quella della francese e l’America non avrebbe potuto aiutare economicamente una nazione che voleva «investire centinaia di milioni in navi da guerra».
■ L’uso dei sottomarini e degli aereoplani. — Se la Conferenza non riuscì a limitare il quantitativo dei sottomarini riusci però a limitarne l’uso, il che ha di certo molta importanza. Nella seduta del sei gennaio il senatore Root presentò infatti una mozione chiedente l’abolizione dell’uso dei sottomarini per distruggere il traffico mercantile, e l’abolizione completa dell’uso dei gas asfissianti. I nostri delegati diedero subito la loro adesione, ma i loro colleghi si mostrarono alquanto perplessi e dichiararono che la quistione doveva essere studiata a fondo. Dopo una conveniente discussione la tesi di Root venne accolta interamente (11 gennaio). Ma, se venne affermata la massima di non usare i sottomarini per distruggere il traffico commerciale, venne però riconosciuto che i mezzi aerei però non possono essere limitati e l’uso dell’aviazione contro le città è un problema giuridico e tecnico di tale importanza da non poter essere precisato che da una revisione generale delle leggi internazionali sulla guerra. I nostri delegati però insistettero sulla necessità di effettuare al più presto una ragionevole limitazione della guerra aerea, ed è vivamente da augurarsi che le loro insistenze diano presto dei buoni frutti in qualche prossima conferenza internazionale.
■ La limitazione dell’uso dei sottomarini e la condanna dell’uso dei gas asfissianti sono concretate in una dichiarazione annessa al Trattato Navale fra le cinque grandi Potenze (Five Power’s Treaty). La parte riguardante i sottomarini dice testualmente:
1. — Le potenze firmatarie, desiderando di rendere più effettive le regole adottate dalle nazioni civili per la protezione della vita dei neutrali e non combattenti, dichiarano che una nave mercantile non deve essere attaccata se non quando essa rifiuta di fermarsi per essere visitata e perquisita dopo l’avviso ricevuto.
Una nave mercantile non deve essere distrutta se non quando l’equipaggio ed i passeggeri siano messi al sicuro.
2. — I sottomarini belligeranti, in qualsiasi circostanza, non devono essere esenti dalle regole suddette e se un sottomarino non può catturare una nave mercantile in conformità di queste regole, esso deve desistere dall’attacco e permettere alla nave di procedere immolestata.
3. — Le potenze firmatarie riconoscono l’impossibilità pratica di usare i sottomarini come distruttori del commercio senza violare — come lo furono nella recente guerra, dal 1914 al 1918 — le regole universalmente accettate dalle nazioni civili per la protezione delle vite dei neutrali e dei non combattenti; ed affinché il divieto di valersi dei sommergibili come distruttori del commercio, sia universalmente accettato come una parte delle leggi di tutte le nazioni, danno ora il loro assenso a tale divieto, ed invitano tutte le altre potenze ad aderirvi. Naturalmente l’accordo non può essere perfetto senza questa adesione che si dovrebbe provocare al più presto possibile.
■ L’accordo del Pacifico è senza dubbio il più importante dopo quello della limitazione delle navi da guerra. La sua elaborazione richiese però minor tempo alla Conferenza, sebbene gli ostacoli che si dovettero superare non fossero molto facili. Prima della riunione di Washington l’Inghilterra aveva, come è noto, proposto agli Stati Uniti di partecipare alla sua alleanza col Giappone. Durante la Conferenza gli Stati Uniti proposero invece l’abolizione dell’alleanza anglo-giapponese, l’evacuazione della Siberia e dello Sciantung da parte del Giappone, la rinuncia del Giappone a qualsiasi esigenza di speciale interesse in Cina in base all’accordo Lansing-Ishij del 1917, l’abbandono da parte dell’Inghilterra, della Francia e del Giappone e di altre potenze di tutte le sfere d’influenza in Cina; la rinuncia ai diritti politici e militari basati sul possesso di proprietà private e di ferrovie e l’impegno di non procedere a fortificazioni sul Pacifico. Gli Stati Uniti tennero un contegno molto conciliante durante tutte le discussioni, cosa che contribui senza dubbio ad eliminare molte difficoltà che, prima dell’inizio dei lavori, destavano, e con ragione, non poche preoccupazioni anche nei più ottimisti.
■ Contrariamente alle previsioni di autorevolissime personalità, l’accordo del Pacifico venne infatti firmato sin dal 10 dicembre tra gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Giappone e la Francia, ossia fra le quattro grandi Potenze che possiedono isole in quell’Oceano. Il Giappone fece però osservare prima della firma che non esiterebbe a negare la propria adesione all’accordo stesso, qualora il senato nordamericano non lo ratificasse, e che non rinuncierebbe all’alleanza coll’Inghilterra prima della ratifica.
■ Il testo del Trattato del Pacifico comprende un preambolo e quattro articoli i quali dicono testualmente così:
«Gli Stati Uniti d’ America, l’Impero Britannico, la Francia ed il Giappone, in considerazione di conservare la pace generale e mantenere i loro diritti in relazione dei propri possessi insulari e domini insulari nelle regioni dell’Oceano Pacifico, hanno determinato di concludere un trattato e a tale effetto furono nominati i relativi plenipotenziari dal Presidente degli Stati Uniti d’America, da S.M. il Re del Regno Unito, della Gran Bretagna e dei domini inglesi al di là dei mari, imperatore delle Indie, del dominio del Canadà, pei domini dell’Australia e della Nuova Zelanda, dal Presidente della Repubblica Francese, da S.M. l’Imperatore del Giappone, approvando i seguenti articoli:
Art. 1. — Le alte parti contraenti convengono tra loro di rispettare i relativi diritti in relazione ai possedimenti insulari e ai domini insulari delle regioni dell’Oceano Pacifico. Se dovesse sorgere da parte di alcuna delle altre parti contraenti qualsiasi controversia proveniente da una qualsiasi questione riguardante il Pacifico involgente i loro diritti controversi e che non potesse essere definita soddisfacentemente per via diplomatica e potesse influire sui rapporti di buona armonia ora esistenti fra le parti, si inviteranno le altre parti contraenti ad una conferenza, alla quale l’intera questione sarà deferita per lo studio e per l’accomodamento.
Art. 2. — Se detti diritti fossero minacciati dall’azione aggressiva di una qualsiasi altra potenza, le alte parti contraenti comunicheranno tra loro francamente e completamente per giungere ad un’intesa per adottare le misure più efficaci da essere prese insieme o separatamente per provvedere secondo le esigenze della speciale situazione.
Art. 3. — Questo accordo rimane in vigore per dieci anni dal momento in cui comincerà ad avere effetto, e continuerà a rimanere in vigore dopo lo spirare di detto termine, salvo il diritto di una qualsiasi delle parti a denunziarlo con un preavviso di dieci mesi.
Art. 4. — Questo accordo sarà ratificato al più presto possibile in armonia con le costituzioni delle alte parti contraenti ed avrà effetto quando le ratifiche saranno depositate a Washington.
■ In conseguenza, l’accordo tra la Gran Bretagna ed il Giappone, concluso a Londra il 13 luglio 1911 è completamente cessato. Ciascun firmatario s’impegna a rispettare i diritti degli altri e prima di sottoscrivere questo trattato da parte degli Stati Uniti si dovrà sottoscrivere una convenzione con il Giappone per quanto riguarda l’isola Yap, le isole sotto mandato dell’Oceano Pacifico a nord dell’Equatore, per cui sono quasi conclusi i negoziati, e le riserve circa le isole sotto mandato delle rispettive potenze dell’Oceano Pacifico del Sud.
■ Come fece notare lo stesso senatore Lodge quando comunicò il testo dell’accordo alla seduta plenaria del 10 dicembre, nel preambolo e negli articoli non è affatto previsto l’uso della forza per l’applicazione del trattato e nessuna sanzione militare e navale è contemplata.
«Ma — aggiunse testualmente il grande statista nordamericano — la via più sicura per prevenire la guerra è di rimuovere le cause della guerra. Questo è un tentativo di rimuovere le cause della guerra sopra una grande estensione della superficie del globo, dipendendo dalla buona fede e dalle oneste intenzioni delle nazioni che sottoscrivono questo trattato il risolvere le divergenze in via diplomatica e con comune spirito di conciliazione».
■ Le decisioni concernenti la Cina furono pure di grande importanza, specialmente per quell’immenso paese travagliato da tanta discordia. Queste decisioni furono ritenute — e non a torto — da molti come l’affermazione della vera indipendenza della Cina. La nostra Delegazione e quella americana furono le due che sostennero maggiormente le ragioni della vastissima nazione. La Delegazione cinese aveva presentato fino dal 18 novembre un lungo memoriale col quale faceva dieci richieste che si possono così riassumere
1.° Rispetto all’integrità territoriale e indipendenza amministrativa;
2.° principio della «porta aperta» da applicarsi su tutta l’estensione della Cina;
3.° impegno delle Potenze estere di non concludere tra loro alcun accordo che tocchi la Cina senza prima notificarlo e farnela partecipe;
4.° tutti i diritti o immunità speciali ora esistenti in favore delle potenze estere in Cina doversi rendere pubblici e quelli che non lo fossero essere annullati. Tutti questi diritti e immunità devono armonizzare coi principi dichiarati dalla Conferenza;
5.° abolizione di tutti i limiti sulla libertà d’azione politica, giudiziaria e amministrativa della Repubblica cinese (tribunali e uffici postali esteri, ecc.);
6.° definita durata dei presenti impegni territoriali ed altri che sono senza limite di tempo;
7.° interpretazione a favore della Cina di tutte le clausole di concessioni esistenti;
8.° diritti di neutralità della Cina da essere rispettati in tutte le guerre future a cui essa non partecipi;
9.° disposizioni per regolare pacificamente tutte le dispute internazionali nel Pacifico o nell’Estremo Oriente.
10.° necessità di organizzare delle conferenze di tempo in tempo per la discussione delle future questioni del Pacifico e dell’estremo Oriente, da considerarsi come base per la determinazione di comuni interessi delle Potenze firmatarie.
■ Queste richieste apparvero subito abbastanza moderate e molto elastiche, suscettibili di subire notevoli modificazioni e di conservare nello stesso tempo i loro caratteri fondamentali. Lo studio di questi ardui problemi venne affidato alla Commissione dell’estremo Oriente, presieduta dal senatore Lodge, il quale accettò quasi subito il principio dell’abolizione dell’extra-territorialità. Quando venne firmato l’accordo generale per il Pacifico, anche la maggior parte delle questioni cinesi sembrava avviata ad un’ equa soluzione. Si riteneva sino da allora che il Giappone avrebbe rinunciato al controllo sullo Sciantung, qualora la Cina si fosse dimostrata disposta ad adempiere a determinate obbligazioni finanziarie ed erano già state studiate le modalità per l’esproprio della ferrovia di Kiao-Ciao.
■ Le rivalità fra le varie potenze, anziché ostacolare, facilitarono alquanto la soluzione. Infatti quando gli Stati Uniti proposero al Giappone di abbandonare lo Sciantung e di ritirare quelle famose 21 domande del 1916, costituenti un vero e proprio protettorato sulla Cina, l’Impero del Sol Levante chiese come compenso la restituzione alla Cina delle città portuarie in concessione degli stranieri.
■ Dopo molte discussioni fu possibile stabilire il pieno accordo su tutti i particolari. Vennero approvate otto mozioni lette da Hughes nella storica seduta plenaria del primo febbraio. Ecco in sostanza il loro contenuto:
La prima riguarda la rinunzia delle potenze, sotto determinate condizioni, a mantenere i propri uffici postali in Cina, che assumerà i servizi postali sotto una direzione cinese unica. La seconda si riferisce all’impegno delle potenze di ritirare le forze armate dal territorio cinese. La terza conferisce alla Cina il diritto di aumentare le dogane in determinati limiti per migliorare le finanze statali. La quarta impegna le potenze ad osservare il principio della porta aperta che viene precisato e definito. La quinta riguarda le ferrovie della Cina; stabilisce l’eguaglianza di diritti nei trasporti per le merci ed i passeggieri di ogni paese, e proclama la tendenza all’unificazione delle ferrovie cinesi. La sesta esprime il voto delle potenze per la riduzione delle forze armate in Cina e stabilisce la disciplina per l’importazione delle armi. La settima impone la notifica, entro sessanta giorni dalla ratifica, di tutti i trattati, concessioni speciali, contratti esistenti fra le potenze e la Cina, qualunque sia il loro carattere e la loro data. L’ottava limita l’uso della radiotelegrafia e degli impianti stranieri in Cina, alla quale sono riconosciuti i diritti di esclusività e di controllo sul suo territorio.
■ Il Giappone si è inoltre impegnato di restituire lo Sciantung, di ritirare le sue truppe e di trasferire la proprietà delle ferrovie alla Cina entro sei mesi e Balfour dichiarò che l’Inghilterra restituisce alla Cina la concessione di Wei Hai-Wei, concessione che si era assicurata per fronteggiare la minacciosa politica germanica nel Pacifico.
■ La questione dei debiti interalleati per la quale era così viva l’attesa venne affrontata solo in alcune sedute private. Si disse che gli americani si sarebbero dichiarati disposti ad adoperarsi, nel caso in cui la Conferenza del disarmo fosse coronata da un pieno successo, a rimettere il cinquanta per cento dei debiti, purché l’Inghilterra annullasse pure a sua volta la metà dei crediti di guerra presso gli alleati. Harding affacciò anche la proposta di una conferenza internazionale periodica alla quale dovrebbe partecipare anche la Germania. Ma nulla di concreto fu stabilito. Anzi, alla vigilia della chiusura della Conferenza, il Senato nordamericano approvò il consolidamento di questi debiti con 39 voti contro 25. Una commissione di cinque membri, presieduta dal ministro del Tesoro, studierà e fisserà le modalità per il pagamento degli interessi e queste modalità dovranno essere approvate dal Presidente della Confederazione. La scadenza non potrà andar oltre il giugno del 1947 e l’interesse non potrà essere inferiore al 4 e mezzo per cento. I governi debitori non potranno dare in pagamento obbligazioni di altri governi. Come si vede, le grandi speranze degli Alleati furono deluse.
■ L’approvazione degli accordi conclusi ebbe luogo nella seduta plenaria del primo febbraio. Il presidente Hughes diede lettura dei vari trattati, che vennero approvati all’unanimità fra vivi e prolungati applausi. L’accordo relativo allo Sciantung venne immediatamente firmato. I delegati cinesi erano profondamente commossi. Come è noto, i cinesi si erano rifiutati di firmare il Trattato di Versailles, perché assegnava lo Sciantung al Giappone. Non è quindi difficile comprendere la loro gioia e la soddisfazione degli Stati Uniti, i quali vedevano in quella quistione una delle prime cause di una guerra nell’estremo Oriente.
■ In quella memorabile seduta i delegati giapponesi, al pari di quelli della Cina, espressero la loro soddisfazione cordiale per la liquidazione delle loro controversie. Il delegato francese Sarraut, pur ammettendo che nessuna potenza ha aderito agli accordi per costrizione, ha creduto di giustificare l’atteggiamento del suo paese, il quale tenne sempre un tono di ardente e combattiva difesa, come se le potenze intervenute alla Conferenza si fossero anzitutto proposte di mettere in pericolo la sicurezza della Francia. Secondo il Sarraut, lo spettro di una Francia imperialista è un «camouflage» germanico che non può che fare sorridere. «La Francia — egli soggiunse — non è imperialista, tanto è vero che ha distrutto l’imperialismo tedesco; ha dato la vita di un milione e mezzo dei suoi figli e si è esposta a devastazioni immense per salvare il mondo dall’imperialismo teutonico. Ha bisogno di una flotta adeguata per proteggere non solo le frontiere della patria, ma tutte le altre sue frontiere in parte lontane, nei possessi coloniali, e anche per salvaguardare i trasporti dei contingenti coloniali che durante l’ultima guerra hanno dato alla madre patria quasi un milione di uomini. Se la Francia non avesse rinunziato ai suoi programmi navali, avrebbe a quest’ora 28 grandi corazzate e il tonnellaggio totale delle sue navi da guerra sarebbe di 700.000 tonnellate; ma essa si contenta di sole 5 dreadnoughts e abbandona con le grandi unità le vere armi dell’aggressione e dell’attacco. La Francia attraverso tutti i tempi fu sempre un infaticabile campione della giustizia e delle leggi umane».
■ Queste dichiarazioni non ottennero invero lo sperato successo, specialmente perché presentarono la Francia come la salvatrice del mondo, mentre è evidentissimo che il mondo ha salvato la Francia, la quale senza l’aiuto delle altre nazioni in poche settimane sarebbe stata invasa e disfatta dalle truppe germaniche.
■ Il nostro delegato, on. Schanzer, ottenne invece un vero successo quando riaffermò nuovamente la necessità di limitare, al più presto, anche gli armamenti terrestri. Dopo aver elogiato gli accordi conclusi l’ on. Schanzer dimostrò che «nulla può avere maggiore importanza della limitazione degli armamenti terrestri per il futuro assetto del mondo e dell’urgenza di dare a tale problema una soluzione soddisfacente nel più breve tempo possibile».
■ È evidente che senza la soluzione di questo problema è assolutamente vano sperare il ritorno alle normali condizioni monetarie dei paesi di Europa. «Ci si dice giustamente — egli disse — che i paesi d’Europa che vogliono salvare se stessi riducono gli armamenti terrestri, aumentando nella misura necessaria le imposte per rimettere l’equilibrio nel bilancio e ridurre la circolazione cartacea.
«L’Italia ha in gran parte attuata questa saggia politica. L’Italia che ha 40 milioni di abitanti ha ridotto l’esercito da 5 milioni di uomini quali erano in guerra a 200 mila ed ha introdotto nuove e gravose imposte per equilibrare il proprio bilancio. È enorme lo sforzo che abbiamo imposto ai contribuenti italiani, ma i durissimi sacrifici hanno portato i loro frutti. Infatti basti ricordare, che il disavanzo italiano, che era di 20 miliardi da lire nell’anno finanziario immediatamente successivo alla guerra, è gradatamente sceso a 3 miliardi, mentre si ha fondata speranza che esso sarà presto completamente eliminato grazie a nuovi provvedimenti. La circolazione cartacea è stata ridotta dal 1919 di due miliardi e mezzo.
«Ora se purtroppo la nostra moneta è ancora grandemente deprezzata, ciò non dipende soltanto dalle condizioni nostre, ma in gran parte da quelle dell’Europa in generale. È quindi di suprema urgenza per noi, come per tutti, che si addivenga ad una sistemazione delle condizioni economiche europee. Non si deve più continuare ad aggirarsi in questo circolo vizioso, cioè che non è possibile ridurre gli armamenti perché non sono ancora risolute certe questioni economiche fra talune nazioni e che d’altra parte non si può arrivare ad una sistemazione economica, perché non si possono ridurre gli armamenti. Occorre un energico sforzo per rompere questo circolo vizioso e ciò non può essere ottenuto se non col comporsi di tutte le buone volontà. Bisogna soprattutto promuovere e fortificare lo spirito di pace e di solidarietà fra i popoli, come ha cominciato a fare questa Conferenza. Dobbiamo tutti riconoscere che il problema della riduzione degli armamenti non è soltanto un problema tecnico militare, ma anche e soprattutto un problema morale. A nulla varrebbe limitare materialmente gli armamenti, se perdurassero le cause intime e profonde dei dissidi e dei conflitti fra i popoli».
■ Il senatore Schanzer concluse applauditissimo affermando la necessità di continuare sulla buona strada seguita durante la Conferenza.
■ La firma dei Trattati ebbe luogo nella solenne seduta di chiusura svoltasi il 6 febbraio, in un ambiente saturo di emozione e di entusiasmo. La Continental Hall presentava un aspetto impressionante, eternato da un’infinità di fotografi e cinematografisti. Hughes, dichiarata aperta la seduta e ricordato che il trattato per lo Sciantung era firmato sino dal sabato precedente, pose la firma agli altri trattati alle 10,10, con una penna simile ad un piccolo albero di bastimento portante a pavese le bandiere di tutte le nazioni presenti. La firma richiese complessivamente 40 minuti. L’ultima a firmare fu la Delegazione portoghese.
■ Quando tutti ebbero firmato entrò nell’aula il Presidente Harding il quale pronunciò, dal posto presidenziale della Conferenza, uno storico discorso pieno di pacata eloquenza densa di fede e pervasa di energica bontà. Il Presidente degli Stati Uniti ha affermato che la Conferenza condusse «ad un grande risultato» e che la fede che fu giurata e «che sarà tenuta dall’onore delle nazioni, segna l’inizio di una nuova era del progresso umano.
«Nove grandi nazioni della terra — disse testualmente — hanno trattato questioni di grande importanza per i comuni interessi, problemi che minacciavano le loro relazioni pacifiche e che costituivano un pericolo comune. Hanno trattato alla luce rivelatrice della pubblica opinione mondiale senza che vi fosse diminuzione di sovranità e pericolo per nessuna nazione di offesa al sentimento della dignità nazionale: si è così trovata nella unanimità la soluzione degna.
«Il popolo degli Stati Uniti è oltremodo soddisfatto. Quando le divergenze si trascinavano e gli accordi ritardavano e vi erano ostacoli dentro e fuori, allora i popoli si resero conto che una Conferenza come questa avrebbe salvato il loro avvenire, giacché si trattava di una Conferenza di stati sovrani, la quale soltanto dal consenso unanime poteva essere regolata e nella quale non vi erano né vincitori per comandare, né vinti per obbedire. Tutti dovevano cordialmente accordarsi nell’interpretare la coscienza della nostra civiltà, per dare un’espressione concreta alle aspirazioni del mondo. Le convenzioni dell’Aja furono rovesciate dall’antagonismo di una potenza forte, la quale fu condotta dalla sua avversione a cooperare, alla tragedia suprema. I Congressi di Vienna e di Berlino cercarono una pace fondata sulle ingiustizie della guerra e gettarono i semi di futuri conflitti.
«È giusto dire che il progresso umano ha favorito la intimità dei rapporti internazionali; e lo sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, aiutato da una opinione mondiale dirigente, ha preparato un ambiente più favorevole. Non si sono cercate nuove formule di onore nazionale, ma sono state pronunciate condanne del disonore nazionale. Il mondo è pronto a proclamare la odiosità, la perfidia e l’infamia di tale di sonore.
«Non si pretende che il perseguimento della pace e la limitazione degli armamenti sia una concezione nuova e che la Conferenza sia un nuovo strumento per mettere definitivamente fine alle guerre. Ma i risultati ottenuti sono eccellenti, giacché nessun seme di conflitto è stato seminato.
«Ogni singolo risultato raggiunto basterebbe a giustificare la riunione della Conferenza. Essa ha scritto la prima deliberata ed efficace espressione della coscienza pacifica delle grandi potenze e della suprema inutilità della guerra. Ha messo in evidenza questa pazzia ed ha rivelato al mondo che la sola via sicura di riaversi dalle rovine, dalle schiaccianti conseguenze create dalla guerra mondiale è quella di porre fine alle competizioni destinate a creare nuovi preparativi di guerra e di rivolgere le energie umane all’opera ricostruttiva della pace.
«La giustizia è meglio servita nelle conferenze di pace che nei conflitti armati. Sono stati stabiliti degli scambi di vedute dirette, e l’egoismo è stato volto in ritirata».
■ Ma si potrebbe obbiettare che le massime stabilite finiscono con lo spirare dei trattati firmati. Harding non lo crede. Coloro che vivranno un altro decennio saranno assai probabilmente testimoni del rafforzamento nella pubblica opinione del sentimento che le nazioni sono disposte a vivere in modo da compiere le alte intenzioni di Dio anziché servire come strumenti di guerra e di distruzione.
■ « Se questa Conferenza — egli aggiunse — ha indicato la via della pace, le conferenze future, se avverranno in condizioni appropriate, con scopi bene concepiti potranno illuminare la via maestra del pensiero e dell’attività umana con le fiaccole del buon accordo che sono accese e che devono splendere e circondare il mondo di luce sopra il mormorio di lutto mondiale che non tace ancora, sopra i lamenti che gli oneri eccessivi hanno sollevato, sopra lo scoramento di un mondo che è ancora in lotta per ritrovare se stesso dopo uno sconvolgimento senza esempio».
■ Il Presidente Harding, dopo aver concluso che questa nota di gioia doveva unire in quel momento «i cuori degli uomini di tutto il mondo», cedette il posto al cappellano della Casa Bianca, il quale, in mezzo ad un solenne silenzio, elevò una preghiera all’Onnipotente per ringraziarlo dei «sentimenti di concordia ispirati agli uomini responsabili delle sorti dei popoli».
■ Il successo della Conferenza. — La Conferenza di Washington ha avuto adunque uno di quei successi che nessun polemista può svalutare davanti alle persone che sanno ragionare col proprio cervello. Basta pensare che le dreadnoughts che devono essere distrutte in base agli accordi presi ascendono a 66 e costarono la bellezza di 15 miliardi, per avere un’idea dell’enorme portata delle deliberazioni e della via tracciata, in mezzo a tante difficoltà e sormontando tanti ostacoli, alle nazioni per l’avvenire. Non bisogna neppure dimenticare che se non fosse stato conseguito l’accordo una nuova guerra sarebbe stata inevitabile sul Pacifico ed avrebbe potuto gettare tutte le principali nazioni del mondo nell’immane conflitto, il quale per le sue conseguenze avrebbe potuto divenire più grave della stessa guerra mondiale del 1914-1918. I tecnici discutevano già da qualche tempo sul modo e sui mezzi occorrenti per distruggere, o per lo meno paralizzare, il Canale di Panama, il quale può, finora almeno, considerarsi come il miglior monumento eretto dall’attività umana. Le questioni relative all’estremo Oriente — che provocarono quattro guerre nello spazio di sessant’anni, da quella dell’oppio alla Russo- Giapponese — sono state, sia pure nelle linee generali, felicemente risolte.
■ Il Giappone non rimase affatto scontento, poiché oltre ad assicurarsi la pace, ha ottenuto che gli Stati Uniti non fortifichino e non preparino basi navali nel Pacifico e mantiene il mandato sulle isole di quell’Oceano tolte ai tedeschi. La Inghilterra, colla sua adesione alle tesi nord-americane ha migliorato non poco i suoi rapporti cogli Stati Uniti. Le dichiarazioni fatte in proposito da Re Giorgio nel discorso del trono ne sono una delle migliori prove. La Francia ha invece perduto molta simpatia per l’ostinata insistenza circa il tonnellaggio dei sottomarini — insistenza che fece tramontare la possibilità di ogni accordo — e per l’opposizione al disarmo terrestre.
■ L’Italia ha ottenuto un grande successo. La nostra Delegazione, della quale facevano parte i senatori Schanzer e Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera», ed il nostro ambasciatore a Washington Rolandi-Ricci, studiò profondamente tutte le questioni, validamente aiutata da un corpo di tecnici navali, militari e finanziari, davvero perfetto, e divenne anche un fattore importante e talvolta indispensabile nel corso dei lavori.
■ Il discorso finale dell’ on. Schanzer venne varie volte interrotto da applausi, e fu definito dalla stampa nordamericana «risonante di una nuova nota oratoria». L’Italia fu chiamata dal New York World «il più forte alleato dell’America in tutti i dibattiti dei comitati, risoluti in una piena eguaglianza navale colla Francia, qualunque essa fosse». Tutto questo ha necessariamente determinato una forte corrente di simpatia per il nostro paese agli Stati Uniti, simpatia che dovrebbe essere accresciuta e valorizzata per i grandi vantaggi morali ed economici che potrebbe apportare.”











