Censimenti romani (1936)

Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 4, aprile 1936.
Di Aristide Calderini.

“In occasione del prossimo censimento quinquennale della popolazione italiana

■ Le origini sono narrate così dalla tradizione raccolta da Livio (I. 42 e seg.): il re Servio Tullio, vinta la guerra con gli Etruschi e tornato a Roma nel 555 av. Cr. «inizia la più grande impresa che fosse mai stata fatta in tem po di pace, sicché i posteri dovessero poi celebrarlo come il fondatore di ogni distinzione fra i cittadini e dei loro ordini diversi, per mezzo dei quali appare fra essi differenza di dignità e di fortuna». Istituì pertanto il censo «utilissima istituzione per un impero destinato a diventare così grande» e formò in rapporto al censo classi e centurie, in modo che i carichi di pace e di guerra gravassero su ciascuno in proporzione dei loro averi. Compiuto l’ordinamento nuovo, il re convocò tutti i cittadini romani a piedi e a cavallo, ciascuno nella sua centuria, sul far del giorno in Campo Marzio e schierato tutto l’esercito ne fece la purificazione rituale col sacrificio più solenne del toro, della pecora e del maiale, e chiamò «lustro compiuto» la cerimonia, perché essa dava fine al censimento; Livio poi conclude col numero di 80.000 uomini, contati in quella remota occasione in Roma.
■ A noi qui ora non interessa il numero di quei censiti antichissimi, tanto più che già gli storici romani lo mettevano in discussione, ma piuttosto giovano i particolari di codesta tradizione delle origini, per fissarne le caratteristiche secondo l’opinione primitiva fin dai tempi, attribuibili o no alla monarchia e a Servio Tullio, della città patrizio-plebea antichissima.
■ Scopo dunque del censimento romano è la determinazione della capacità di pagamento d’ogni singolo cittadino; mezzo ne è la suddivisione dei cittadini in categorie di varia potenzialità economica e di diverso diritto; forma è la efficienza militare e la dignità religiosa; naturalmente nessuna invece di quelle preoccupazioni demografiche o, in generale, scientifiche che giustificano ogni moderno censimento.
■ Prerogativa del più alto potere dello Stato, la facoltà censoria passò dal re della monarchia primitiva ai consoli, e dopo il 441 av. Cr. a uno speciale magistrato chiamato appunto censore e rappresentato da due patrizi, nominati dal popolo in occasione di ogni censimento, che si teneva ad intervalli di quattro, di cinque e più anni; né i censori erano annuali ma restavano in carica fino a lavoro compiuto. Essi erano pertanto i redattori delle liste dei cittadini e della loro classificazione fondamentale, in modo che poi, attingendo alle loro conclusioni, altri magistrati potessero formare la serie dei contribuenti delle imposte, quella degli eleggibili e degli elettori, quella degli atti alle armi secondo il loro rango particolare; e in codesta redazione, come si vede, di conseguenze assai gravi, il giudizio dei censori in gran parte arbitrario non poteva essere sindacato e solo poteva essere corretto o distrutto da un censimento o da censori successivi.
■ Né si deve dimenticare che in Roma il dichiarante doveva rispondere non solo intorno alla condizione civile e finanziaria sua personale e a quella dei membri della famiglia, ma anche poteva essere interrogato dal magistrato intorno al suo modo di vivere, ai suoi costumi, ai particolari molteplici della sua vita privata, in modo da determinare nel censore un’opinione sicura circa il grado di dignità personale che l’individuo aveva portato o poteva portare anche alla vita pubblica: negligenze ed abusi, viltà di fronte al nemico, usurpazione di poteri e condotta di poco rispetto verso i magistrati, atti o occupazioni infamanti, dissipazione economica e morale, mancanza alla parola data e perfino un matrimonio sconveniente o la cattiva educazione data ai propri figliuoli o la trascuratezza di doveri verso la tomba di famiglia o verso i parenti più poveri e anche il tentativo di suicidio erano o potevano essere altrettante «note» di biasimo con cui il censore contrassegnava il nome del cittadino romano. E tutti sanno quale arma formidabile per la lotta contro la corruzione sia stato un tale potere nelle mani di un Catone il Vecchio, che, al dire di Plutarco, non fu celebrato dal popolo nell’iscrizione che fu posta sotto una sua statua nel tempio della Salute, come generale o come trionfatore, ma solo come censore, per avere coi suoi modi, coi suoi esempi e coi suoi consigli trattenuto dalla rovina la cadente repubblica.
■ Né la riverenza del Censore per antonomasia impedì il diffondersi di episodi censorî di meno austera gravità, come quello narrato da Aulo Gellio (IV. 20) e ricordato anche da Cicerone (de orat. II, 64, 260): il censore interrogava con solenne giuramento i suoi censiti intorno alle loro mogli e la formula d’interrogazione era questa: «dimmi se secondo il tuo parere hai moglie» (ut tu ex animi tui sententia uxorem habes). L’interrogato a giurare era un pedante sfacciato e burlone, e credendo che gli si presentasse la occasione di dire una spiritosaggine, quando il censore, conforme la consuetudine, gli aveva domandato se secondo il suo parere avesse moglie, «l’ho» rispose «la moglie, ma veramente non secondo il mio parere» (habeo equidem uxorem, sed non hercle animi mei sententia). E così per questa risposta fu messo dal censore fuori dalla categoria in cui era.
■ Come si vede anche da ciò, l’odierno nostro censimento, se ha forse guadagnato in perfezionamenti tecnici e scientifici di indubbio valore, ha perduto nei confronti con l’antica pratica di Roma repubblicana più d’una delle sue caratteristiche e finalità.
■ Il primo a perdersi fu certamente il suo contenuto morale, fin dal giorno in cui, divenuto lo stato romano troppo più vasto di una sola città, per quanto popolosa, il censimento da urbano divenne municipale, cioè si moltiplicò da Roma in tutte le città d’Italia e poi in quelle del sempre più vasto dominio romano, affidato a funzionari locali e col tempo indipendente anche dall’autorità dei censori, che passarono da magistrati ordinari a straordinari e poi, già dal I secolo d. Cr., scomparvero.
■ Il censimento allora non più generale e simultaneo, ma parziale e talora anche limitato a singole regioni o città, circoscrisse le sue indagini alle più materiali e positive risultanze, e attraverso svariate modificazioni ebbe di mira specialmente lo scopo fiscale e parve specialmente diretto (ciò che è escluso del tutto dai censimenti moderni) a fornire informazioni all’agente delle imposte per le sue…. dilapidazioni.

“LA CERIMONIA DEL «LUSTRO» RAPPRESENTATA SULLA COLONNA TRAIANA; IL SACRIFICIO È SIMILE A QUELLO CHE SEGUE LE OPERAZIONI DEL CENSIMENTO.”

■ Oltre le notizie che gli autori antichi ci riferiscono circa lo svolgimento della cerimonia del censo a Roma in Campo Marzio, fuori della città, dove una cosidetta villa pubblica serviva come sede ufficiale ai censori, insieme con l’Atrio della Libertà nell’interno dell’Urbe presso il Foro, dove avvenivano le operazioni del censo dei senatori e dei cavalieri, è per noi interessante leggere qualche passo di una celebre iscrizione in bronzo superstite per illustrare il sistema di schedatura nelle città italiche, dove dapprima si frazionò il censimento dei cittadini romani, avanti di passare nelle provincie più lontane.
■ Si tratta della cosidetta Tavola di bronzo di Eraclea, scoperta fin dal secolo XVIII, ed ora conservata fra i più preziosi cimelî del Museo di Napoli: in essa vi sono alcuni paragrafi particolarmente diretti a riordinare il censimento municipale dei cittadini romani nelle città italiche forse nell’età di Giulio Cesare, che ci danno preziose informazioni: traduco e riassumo la parte che più ci interessa (II. 142 e seg.): «Nei municipi, colonie, prefetture di cittadini Romani, che siano e saranno in Italia, coloro che occuperanno la maggiore magistratura o podestà, quando il censore o altro magistrato in sua vece terrà in Roma il censimento, nei 60 giorni prossimi a quelli in cui verrà a sapere che si sarà tenuto in Roma, tenga il censimento di tutti i municipi e i coloni suoi e degli appartenenti alla sua prefettura, e riceva da loro, previo giuramento, i nomi, i prenomi, i cognomi, il nome dei padri o dei patroni, quello della tribù e l’età di ciascuno e l’importo della sua ricchezza, secondo la formula di censimento che sarà stata proposta da colui che terrà il censimento a Roma; e curerà che tutte queste indicazioni siano riportate nelle pubbliche tavole del suo municipio», poi curerà che tali indicazioni siano portate a Roma da speciali incaricati e trasmesse «senza inganno» e con una serie di altre meticolose cautele al censore o a chi per esso, perché siano aggiunte alle altre.
■ Risulta così che nel I secolo av. Cr. il censimento dei cittadini era ridotto alla richiesta dei tre nomi ufficiali del cittadino accompagnati da quello del padre per i liberi e da quello del patrono per i liberti, e dal nome della tribù, (p. es. Marco Tullio figlio di Marco della tribù Cornelia, Cicerone) della sua età, del nome e dell’età dei componenti la sua famiglia, donne e figli compresi, dell’elenco delle sostanze e delle rendite, e tutto ciò in base ad una formula o, per dirla con parola più moderna, a particolari istruzioni che il censore o chi per esso avrà pubblicato nel bando di censimento; tali dichiarazioni saranno rese con giuramento e riportate tutte a Roma, e nelle città originarie, in archivi dunque parziali e generali.
■ Da codesti archivi poi i singoli magistrati o altri interessati avrebbero ricavato le loro deduzioni ai fini più vari; e un esempio anche di tali deduzioni ci è rimasto in un passo della «Storia naturale» di Plinio il Vecchio (VII. 162), dove egli riporta dal censimento del 74 d. Cr., eseguito dall’imperatore Vespasiano e da Tito come censori, una lista di ultracentenari, quali risultavano in varie città d’Italia, fra Appennino e Po: e precisamente «3 di 120 a Parma, 1 di 125 a Brescello, 2 a Parma di 130 e 1 a Piacenza, una donna di 135 anni a Faenza, e a Bologna L. Terenzio figlio di Marco, a Rimini M. Aponio di 140 anni, e Tertulla di 137. Intorno a Piacenza sui colli è la città di Velleja nella quale 6 cittadini raggiunsero i 110 anni, 4 i 120, 1 i 140, M. Mucio Felice figlio di Marco della tribù Galeria».
■ E conclude che nella regione VIII d’Italia che è all’incirca l’attuale Emilia e Romagna, furono contati «54 uomini di 100 anni, 14 di 110, 2 di 125, 4 di 130, altrettanti di 135 o di 137, 3 di 140».
■ Mi auguro che il prossimo censimento degli Italiani riveli altrettanti centenari fra noi, se pure, come parrebbe suggerirci il confronto epigrafico, le dichiarazioni di quegli antichi Matusalemmi non sono alquanto esagerate.
■ Con questi dati censorî ricordati da Plinio siamo già in presenza di censimenti imperiali, ai quali si riferiscono i documenti più curiosi e certo più interessanti che siano superstiti fino a noi, cioè le schede dell’Egitto romano.

“PARTE DELLA COSIDETTA «TAVOLA DI ERACLEA» (MUSEO NAZIONALE DI NAPOLI) DA CUI SI RICAVANO IMPORTANTI NOTIZIE SULLA PROCEDURA DEL CENSIMENTO ROMANO, COSÌ IN ROMA, COME NELLE COLONIE D’ITALIA.”

■ Si tratta di quasi duecento dichiarazioni, redatte in greco secondo le norme dettate dagli imperatori ad ogni quattordicesimo anno dal I al III secolo d. Cr., ad opera di abitanti di villaggi egiziani e dirette a funzionari del distretto amministrativo più prossimo alla abitazione del denunciante, che è il padrone stesso di uno stabile o un inquilino, che segnalano la proprietà e nel medesimo tempo gli abitanti della casa, non escluse le donne e gli schiavi; lo scopo anche qui è quello fiscale, ma a noi le schede giovano per ricavarne tante altre notizie, che nessun testo antico sopravvissuto potrebbe offrirci più vive e dirette.
■ Ecco p. es. ciò che dichiara al capo del distretto Apollonopolite l’abitante del piccolo villaggio rurale di Tanuathis in obbedienza al bando di censimento del 117-118 d. Cr.: «Ad Apollonio, stratego dell’Apollonopolite Eptacomia da parte di Arpocrazione di Dioscoro, ecc. da Tanuathis. Denuncio per il censimento dell’anno II dell’imperatore Adriano (mio) signore, secondo gli ordini impartiti dal potente prefetto (d’Egitto) Ramnio Marziale (come viventi) in una casa e in un terreno non coltivato appartenente a Sennonnofri di Arpocrazione e in un cortile situati nella parte sud del villaggio di Tanuathis, me stesso (di professione) «segretario» di anni 60, con una cicatrice sulla tibia della gamba sinistra, mio figlio Dioscoro nato dalla madre Senpachumis di Anompis senza particolari contrassegni, «medico» di anni 18, mia moglie Senpachumis di Anompis di anni 36, mia figlia Tazbes di anni 15, e giuro per la Fortuna dell’imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto, che ho reso questa dichiarazione in piena salute e secondo verità e che non ho tralasciato la denuncia di alcuno; in caso diverso che io mi ritenga legato al giuramento».
■ Come si vede, è qui una piccola famiglia costituita da un marito vecchio e da una moglie giovane con due figliuoli, maschio e femmina; il primo nato quando la madre aveva solo 19 anni, ma già egli stesso a 18 anni qualificato come medico, a grande scorno, come si può immaginare, dei suoi moderni colleghi; e tutti abitano in una casa d’affitto, in proporzione con altre piuttosto ampia, ai confini del villaggio verso la campagna.
■ Caso ben diverso da quelli segnalati da altre schede come p. es. da due del 159-160 d. Cr. che provengono da un villaggio del Delta, in cui appaiono conviventi 19 persone, e cioè le famiglie di ben 4 fratelli, con figli numerosi; oppure da una scheda del 187-188 d. Cr. della città di Arsinoe, con cui il proprietario di 1/10 di casa denuncia con sé conviventi ben 26 persone da 1 a 54 anni di età, tra cui figurano i discendenti di tre generazioni con un numero di figli che raggiunge, caso piuttosto raro, anche i 5 e insieme appaiono anche altri «inquilini» organizzati pure in piccole famiglie ed esercenti professioni varie, tessitori, fonditori d’oro, asinai, giardinieri, battitori di grano, o, più genericamente, operai; fra tutti compaiono tre coniugati consanguinei, secondo il costume egiziano, e due gemelli.
■ Chi volesse, potrebbe anche fare la conoscenza, mediante queste schede, con una famiglia di dichiarati «contadini» del II sec. d. Cr., con una famiglia di sacerdoti o di ricchi «senza professione» o anche con una famiglia di «becchini», composta del padre di 75 anni e di tre figli, rispettivamente di 45, 36 e 30 anni, tutti dediti alla imbalsamazione dei cadaveri; le donne di casa di questi sono dette «benestanti», il che significa che il lavoro dei mariti era evidentemente proficuo.

“SCHEDA DI CENSIMENTO DEL 216-215 A. CR. APPARTENENTE ALLA RACCOLTA DI PAPIRI DI OSLO.”

■ La fortuna ci ha perfino concesso di consultare due schede della medesima famiglia, redatte in occasione di due censimenti contigui del 159-160 d. Cr., e del 173-174 d. Cr., in cui appaiono le modificazioni intervenute nella famiglia a 14 anni di distanza e cioè scomparsa, nella seconda scheda, del padre e allontanamento del figlio illegittimo di lui, prima convivente con altri fratelli, scomparsa anche di due maschi figli del primogenito o defunti o usciti ormai dalla casa paterna, e sostituiti da altri 4 figliuoli nati tutti dopo il censimento del 159-160.
■ E altre e altre curiosità e indiscrezioni ci rivelano questi testi più volte secolari, e altre ancora ne riveleranno i numerosi ancora inediti che attendono la pubblicazione, come pure un ricco materiale censorio sarà messo a disposizione degli studiosi presso la Mostra Augustea prima e poi il Museo dell’Impero, quando sia largamente avanzato per non dire compiuto il cosidetto «censimento epigrafico», cioè ricavato dalle epigrafi superstiti antiche, che si sta eseguendo presso la Sezione Lombarda dell’Istituto di Studi Romani e che ha già raccolto qualche migliaio di schede, destinate ad essere diecine di migliaia, con utilità grande degli studi non solo epigrafici, ma demografici, etnografici e sociali.

“SCHEDA DI CENSIMENTO DEL 16 D. CR. ORA NELLA RACCOLTA DELL’UNIVERSITÀ CATT. DI MILANO.”

■ Fra tutte le schede però che noi potremmo in modo particolare gradire e che forse l’Egitto avrebbe conservato nelle sue sabbie preservatrici, ma che certo la terra di Giudea ha distrutto per sempre, è quella di Giuseppe originario di Betlemme e di Maria di Nazareth: tutti infatti ricorderanno le parole del III Vangelo (Luc. 2. 2.): «In quei giorni appunto uscì un editto di Cesare Augusto per fare il censimento in tutta la terra. E questa notifica fu fatta mentre era preside della Siria, Cirino; e andavano tutti a dare il nome, ognuno alla sua città.
«Anche Giuseppe andò da Nazareth di Galilea alla città di David, chiamata Betlemme, in Giudea, per essere lui del casato e della famiglia di David, a dare il nome insieme con Maria a lui sposata, la quale era incinta».
■ In mancanza di questa scheda eccezionale credo di avere trovato e conservo quella che fino ad ora è probabilmente la più vicina ad essa nel tempo, perché è, come pare, dell’anno 16 d. Cr., anteriore al censimento quattordicennale d’Egitto e appartenente anch’essa ad uno di quei censimenti sporadici che venivano ordinati dall’imperatore qua e là nell’impero, come è probabilmente anche quello a cui allude il Vangelo: proviene dal villaggio di Theadelfia, nell’Arsinoite e ne do qui la fotografia e la traduzione.
«A Isidoro segretario del villaggio di Theadelfia, da parte di Harthotes figlio di Marrès, coltivatore pubblico e sacerdote della dea Thoeris; posseggo a Theadelfia una casa dentro il recinto del tempio, nella quale abito io stesso Harthotes di madre Esersuthis, di anni 55, Harpathoeius, mio figlio, di anni 9, di madre Manchoripsis, e la madre mia Esersuthis di Pasion, di anni 70. Io Hartothes soprascritto giuro per l’imperatore…»; qui il papiro è mutilo, ma seguiva probabilmente «Tiberio Cesare Augusto» e la data «anno III» dello stesso imperatore con l’aggiunta del mese e del giorno.”

Il turismo nel XXIV secolo (1936)

Da Le Vie d’Italia, Anno XLII, N. 3, marzo 1936.
Di Franco Bianchi.
Disegni di Bisi.

” ■ Non trascurate mai i carrettini e i negozietti di libri usati: sono la raccolta di ciò che realmente si legge, mentre le grandi librerie… (ma questa, vedete, è un’altra storia). E poi, quante ghiotte scoperte per chi ha l’occhio!
■ Appunto su un carrettino scovai in questi giorni una bellissima gemma: tra un Libro dei Sogni e un romanzo giallo, mi capitò tra le mani un fascicolo de Le Vie d’Italia del 24 settembre 2372, dico duemila trecento settantadue. Il rivendugliolo mi chiese cinquanta centesimi, che sborsai subito, svignandomela col mio tesoro, per paura che il buon uomo, avvedendosi tardi del suo sbaglio, mi corresse dietro per chiedere invece 10.000 lire, valore minimo d’un tale cimelio per i bibliofili.
■ Quando, spinto dal rimorso per la mia azione disonesta e anche dalla curiosità di sapere come il fascicolo fosse finito su quel carrettino, ritornai indietro, con le lire 9.999,50 in mano, rivendugliolo e carrettino erano misteriosamente spariti, come avviene nei casi analoghi, in tutti i racconti fantastici. Porterò nella tomba quell’atroce implacabile rimorso, quella morbosa curiosità e (forse) quei quattrini.

■ Ma mi corre l’obbligo, almeno, di offrire ai lettori de Le Vie d’Italia un po’ della mia scoperta; ciò che allevierà il mio rimorso.
■ Si tratta d’un fascicolo non molto differente da questo, che avete in mano: il T. C. I. sa mantenere le tradizioni, e fa bene. Unica differenza notevole: l’ultimo sedicesimo non è di carta ma d’una specie di cellophane, con le immagini cinematografiche da proiettarsi a illustrazione degli articoli, e la traduzione di questi in colonne sonore, per chi non vuol prendersi il disturbo di leggere e preferisce ascoltare. Magnifica comodità, per la quale però, purtroppo, mi mancano gli istrumenti adatti a metterla in pratica.

“…LA TRADUZIONE IN COLONNE SONORE PER CHI NON VUOL PRENDERSI IL DISTURBO DI LEGGERE…”

■ La sede del T. C. I. pare essere stata, nel 2372, trasferita di fresco in un grattacielo, sito precisamente in Milano- XXXVII-B, all’indirizzo: «XII, 763, √215 ». «L’atterraggio degli elicorazzi avverte una nota avviene sulla Bertarella, che dev’essere, immagino, una specie di torre. Da altra nota si può anche arguire la ragione per cui s’è aggiunta, all’imponente edificio, una torre: il numero dei «Soci fondatori della sede» era diventato così enorme, e la relativa lapide s’era così allungata, da richiedere quell’appendice costruttiva per farle posto!

“LA SEDE DEL T.C.I. PARE ESSERE STATA, NEL 2372, TRASFERITA DI FRESCO IN UN GRATTACIELO, SITO PRECISAMENTE IN MILANO…”

■ Non mi fu facile, a tutta prima, capire il testo. Non è cosa da nulla l’evoluzione della lingua italiana, in oltre tre secoli. L’influenza del paroliberismo, il crescente tecnicismo dei linguaggi, l’abolizione (successivamente imposta forse da qualche grande letterato) del punto esclamativo, dell’interrogativo, della virgola, del punto-e-virgola, delle maiuscole e del puntino sull’i, hanno fatto dell’italiano scritto una specie di stenografia. Solo una certa mia cultura nella glottologia, nell’enigmistica e nel dialetto bergamasco m’hanno permesso di interpretare quasi tutto il fascicolo con sufficiente approssimazione. Ma ciò sarà oggetto d’uno studio a parte: a voi basta, nevvero? un rapido sunto di quanto ho potuto laboriosamente decifrare.
■ E, perbacco, ce n’è abbastanza: per erudirsi e per stupirsi. Vediamo dunque.
■ A che punto sono i vari generi di turismo, nel 2372? Questa è senza dubbio la vostra prima curiosità; e un accorato articolo editoriale ve la soddisfa subito.
■ Il turismo è molto a mal partito, in Europa. L’istituzione degli S. D. E. (Stati Disuniti d’Europa), qualche cosa come una Confederazione, non sembra abbia dato tutti i frutti attesi. La pace è su per giù assicurata in tutto il globo, pare, con vari ingegnosi artifici. Ma, visto e considerato che nella vecchia Europa qualche Stato, a turno, conserva ancora in pieno sec. XXIV le ataviche virtù bellicose, un vasto territorio nell’Australia Centrale è stato riservato alle guerre. Due popoli hanno voglia di menar le mani? Si sfidano, e mandano laggiù i loro perfezionatissimi eserciti a saggiare e sfogare le loro energie nazionali: insomma, qualche cosa come delle Olimpiadi di guerra, finanziate dalle grandi «industrie pesanti» europee.
■ Ora, appare dall’articolo in questione come la passione eccessiva per queste Olimpiadi belliche svii i cittadini da tutti gli altri sport, turismo compreso.
■ Ma il male peggiore non è questo.
■ «Ormai dice lo scrittore, e io traduco in italiano… antico l’enorme diffusione in ogni casa della panvisione radioplastica ci distoglie a poco a poco dal salubre gusto di viaggiare. La legge del minimo mezzo ha portato tutte le sue disastrose conseguenze. E si capisce: mettersi comodamente a sedere davanti al proprio apparecchio, girare il bottone della latitudine e quello della longitudine, e essere visualmente e acusticamente trasportati in quel punto del globo, per ammirare il panorama o assistere all’avvenimento prescelto, è cosa così facile e gradevole, che vince tutte le altre curiosità.

“…IL TIPO STRATOSFERICO DA GRANDE CROCIERA…”

■ «Pochi superano la naturale pigrizia umana, per sobbarcarsi alla noia di recarsi in aerotassì al vicino razzoscalo, accomodarsi sul sedile pneumatico dell’elicorazzo da crociera, e affrontare qualche ora di stratosfera, per dare una capatina alle gare di iceberghismo accademico o di tiro al tricheco, al Polo Nord, oppure all’inaugurazione del nuovo lago-serbatoio nel Sahara. Spesa, rischio, perdita di tempo, per piccoli che siano, superano di gran lunga ciò che occorre nella panvisione casalinga.
■ «E poi, per i topi di biblioteca, ci sono i libri fotosonori, coi quali è così facile assistere agli avvenimenti di cinquanta, ottant’anni fa, rivedere l’eruzione del Monviso, l’arrivo del primo convoglio etereo dei Marziani, gli episodi dell’invasione nipponica in Patagonia, e così via.
■ «Tutte bellissime cose, se anche ormai risapute e viste e riviste. Ma il risultato, purtroppo, è chiaro: la decadenza irreparabile del turismo!

■ «L’uomo del secolo XXV sarà dunque l’uomo in poltrona? «Purtroppo, la scienza medica, una volta nostra alleata, che predicava le sane gioie del moto, dell’aria libera, dei mutamenti di clima, e poteva così spaventare gli inerti col quadro dei cento mali fisici della vita sedentaria, la scienza medica ora offre i suoi servizi alla poltroneria! Grazie agli apparecchi per la produzione casalinga dei climi artificiali, grazie alle facili applicazioni dei raggi KZ, dei raggi fisiocosmici, dei raggi ipergialli, ognuno può prevenire gli acciacchi della vita sedentaria.
■ «Ma non sconteranno poi le generazioni future quest’orgia di radiazioni, questa fisiologia adulterata, questa vita artificiale?
■ «Tali tremendi pericoli, che minacciano tragicamente il domani della razza, ci spingono a intensificare sempre più la nuova campagna del T.C.I.: Per il moto e per la vita naturale!
■ «E basta con le poltrone pneumatiche e con gli uomini-ostrica!».
■ Il quadro è davvero deprimente, e non possiamo a meno di applaudire, con 436 anni d’anticipo, a questo nostro Touring sempre benemerito, sempre glorioso.


■ Ma i mali del 2372 non finiscono qui: i gridi di dolore, lungo il bel fascicolo, sono molteplici (peccato non poterli tradurre in suoni, mediante la colonna sonora!). Un lungo desolatissimo articolo è dedicato, per esempio, alla importante riforma alberghiera.

■ Purtroppo, ci sfuggono i particolari tecnici della «elettrificazione totalitaria alberghiera» e certi termini ci danno una acuta ma vana curiosità: «alberghi a rovesciamento climatico», «im pianto iperigienico irradiante», «cameriera catalitica», «lista dei pasti ad equivalenza biochimica», «pneumoletti a chiusura-lampo», «sorriso fotoelettrico d’accoglienza», «conto algebrico-meccanico-istantaneo»… Di che cosa si tratterà? Difficile è farsene un’idea.
■ Ma questo è certo: nel 2372, malgrado tanti progressi, «in molte regioni l’arte alberghiera è ancora deplorevolmente arretrata». Esistono ancora, con grave scandalo dell’articolista, alberghi con «l’antiquata acqua corrente calda e fredda» e con ridicoli ascensori elettrici! E che dire di quelli ove non c’è ancora, in ogni camera, il pan-televisore? o dove la mancanza del «cameriere telepatico» costringe tuttora all’uso dei vecchi radiocampanelli?
■ Un problema soprattutto sembra molesto alla clientela, ed è continuamente oggetto di studi dei competenti e di voti dei congressi: il problema della mancia!

“…IL PRIMO CONVOGLIO ETEREO DEI MARZIANI…”

■ Ma, pur con queste difficoltà alberghiere e in contraddizione con le lamentele che abbiamo riferite, non pare che i cittadini del XXIV secolo siano poi, in realtà, tanto «sedentari»: l’elico-razzo, il mezzo di trasporto di gran lunga preferito, è diffusissimo. Il motore elettrolitico, che funziona mediante la scomposizione elettrica dell’acqua ne’ suoi tre elementi (ossigeno, idrogeno ed eterogeno), consente l’uso d’un combustibile che sarebbe ultra-economico, l’acqua, se non fosse oggetto d’un monopolio. E il T. C. I., dopo una campagna di dieci anni, non è riuscito a ottenere che una riduzione del 5 per 100 sull’imposta relativa.
■ Ma esistono elicorazzi per tutti i gusti e per tutte le borse: dall’utilitario-atmosferico, di cui s’insegna l’uso nelle scuole ai bambini di cinque anni, al tipo stratosferico da grande crociera; dal tipo lusso per signora al colossale elicotreno pel trasporto delle merci, che ammorba l’atmosfera col suo idrogeno mal combusto e scoperchia ogni tanto qualche grattacielo. L’atmosfera e la stratosfera sono ormai conquistate, e già i primi apparecchi eterei, copiati sul tipo marziano, permettono di ritener vicino il turismo interplanetare, l’unico che tenti lo spirito sportivo degli umani, ormai sazî del volo, troppo sicuro, troppo diffuso, troppo quotidiano.


■ Eppure, qualche spirito patriarcale, qualche ostinato laudatore del tempo antico sente ancora, lo credereste?, la nostalgia del buon vecchio automobile, che, sino agli albori del 2300 «percorreva con così gustosa rudezza, alle placide velocità di 400 o 500 chilometri all’ora, la solida superficie di questo nostro pianeta, così ricca di quei bizzarri ma pittoreschi paesaggi, di quelle rilevate prospettive radenti, di cui l’abitudine ai monotoni, piatti panorami aerei ci ha fatto perdere il gusto…». Sono le parole d’un «vecchio socio Fondatore della Sede» e in una accorata rievocazione che ha per titolo: Siamo ancora dei terrestri?
■ Ma il destino dell’automobile è stato crudele, paradossale: la nobile macchina è scomparsa dalla superficie della terra tra il 2305 e il 2310. Come mai? Uccisa se ho ben capito dallo snobismo dei carrozzieri e dalle manie scientifiche degli ingegneri; vittima dell’aerodinamismo.

“… PEI POVERI AUTOMOBILISTI ERA BEN GRAVE IL DISAGIO DI INTRODURSI NELLA INABITABILE CARROZZERIA-GUAINA… IL COEFFICIENTE 100 FU RAGGIUNTO…”

■ Uno schizzo storico rileva, infatti, come «questa moda fatale si sia manifestata nei torbidi anni intorno al 1930»: le macchine cominciarono ad abbassarsi, a rastremarsi, ad affilarsi, per migliorare il loro coefficiente di penetrazione, e i viaggiatori, nel torchio delle pareti sempre più ravvicinate, dovevano coricarsi, appiattirsi via via… Verso il 2100 il coefficiente era meccanicamente brillantissimo, la velocità e la ripresa sempre più eccellenti; ma pei poveri automobilisti era ben grave il disagio di introdursi nella inabitabile carrozzeria-guaina. Il coefficiente 100 fu raggiunto nel 2210, ma le linee s’erano alla fine così ravvicinate, che le macchine, ridotte a semplici espressioni geometriche, erano completamente scomparse: (O automobilisti miei contemporanei, siete avvertiti: non avete più davanti che tre secoli per godervi il vostro sport prediletto!).

■ Dopo questo doloroso necrologio, una nota simpatica: il fervido appello per la propaganda al nostro caro T. C. I. «O soci, dateci almeno un altro nuovo socio!» esorta la vigile Direzione Generale. Ma l’Italia nel 2372 conta 93.241.001 cittadini e il T. C. I. 93.241.001 soci! Perciò la propaganda sociale si risolve in una simpatica propaganda demografica!
■ Queste le spigolature principali, le più curiose dell’istruttivo fascicolo.
■ Alle quali si potrebbe far seguire una bella serie di meditazioni filosofiche sul progresso umano, con molto consumo di arguti punti esclamativi e interrogativi, ancora permessi.
■ Ma sarebbe troppo facile e, anche, di poco buon gusto. Pensate che effetto di scrittore goffamente arretrato io farei quando nel 2372 un curioso, nel frugare sui razzocarrettini di libri usati, ci scovasse proprio questo nostro fascicolo….”

Il riordinamento dell’Esercito Italiano (1920)

Da La Lettura, Anno XX, N. 2, 1 febbraio 1920.
Di Antonio Sammicheli.

” ■ Nei tempi andati, quando gli eserciti che tenevano il campo erano composti di poche migliaia di uomini, per la maggior parte soldati di mestiere, e spesso stranieri al paese per il quale combattevano, il riordinamento degli eserciti, a guerra finita, era operazione abbastanza semplice e quasi automatica.
■ Una bella battaglia (con pochi morti e molta coreografia) metteva fine alle ostilità: uno dei due avversari dichiarava che non giocava più: l’altro prendeva atto della dichiarazione; prendeva in più qualche milione in denaro e, se ne era il caso, anche qualche provincia; dopo di che i due eserciti, malconci in modo molto relativo, facevano contemporaneamente un bel «dietro front» e ciascuno riprendeva la strada per far ritorno alle normali guarnigioni, dove in poco tempo si rimetteva delle busse toccate, e, come si dice ora, «si riportava in efficienza» tal quale era prima della campagna.
■ La battaglia finale, di massima, coincideva col morire dell’estate o tutt’al più con l’autunno non troppo inoltrato, perché si riteneva inutile affrontare per questo genere di sport i disagi della cattiva stagione: l’inverno essendo così disponibile, e più che bastevole, per la cura ricostituente, la primavera ritrovava gli eserciti poco dissimili dagli eserciti dell’anno precedente e pronti ad affrontare nuove imprese.
■ Una siffatta rapidità di convalescenza periodica era possibile perché le guerre erano poco cruente, e perché gli eserciti di allora erano assai piccoli: equivalevano nei riguardi del numero, ai Corpi d’Armata o tutto al più alle Armate d’oggi giorno.

■ E mentre questa minima aliquota di cittadini combatteva in ristretti campi di battaglia, per il rimanente della popolazione la vita continuava col suo ritmo normale di lavoro, cosicché il problema del dopo guerra riusciva localizzato all’esercito ed eventualmente a qualche provincia devastata dal passaggio delle milizie e dai saccheggi.
■ L’epoca napoleonica che poggiò le sue basi sui concetti rivoluzionari degli eserciti della Convenzione, e che coordinò intimamente il fattore militare con quelli sociali e politici, ponendo gli uni e gli altri a servizio delle ambizioni conquistatrici della Francia imperiale e imperialista, parve per alcun poco turbare l’onesta consuetudine del buon tempo antico. Ma Napoleone non ebbe mai il tempo di procedere ad un vero e proprio riordinamento organico dei suoi eserciti. La costituzione delle forze armate ed il loro impiego subì, è vero, nel periodo dal 1796 al 1815 mutamenti profondi, ma per lente e progressive trasformazioni, contingenti ciascuna ad una particolare necessità del momento. Perciò le istituzioni militari di quegli anni conservarono un carattere rivoluzionario e provvisorio che spiega la facilità con la quale la Santa Alleanza poté nel 1815 sopprimerli quasi del tutto ricorrendo, anche in tema di riordinamento degli eserciti, al metodo semplicista del ritorno allo «statu quo ante».
■ Nel frattempo però un piccolo Stato aveva dato un primo esempio di riordinamento sostanziale, ideando ed attuando, per la costituzione dell’esercito in relazione alla vita dell’intero Paese, concetti veramente nuovi, gettando così le basi di un sistema sul cui sviluppo andarono via via modellandosi, durante tutto il XIX secolo, gli ordinamenti militari del mondo intero. Questo piccolo stato era la Prussia del 1806, che, avendo subito a Jena una disfatta non inferiore (in confronto alle proporzioni geografiche e politiche del regno ed ai mezzi di quei tempi) alla disfatta toccata alla Germania del 1918 sui campi di Francia, ed avendo in conseguenza di ciò dovuto piegare il capo a condizioni di pace che, applicando il concetto di relatività ora detto, ricordano molto da vicino quelle che il sig. capo della Delegazione tedesca si udì comunicare dal sig. Clémenceau alla Conferenza di Parigi, aveva subito cercato, e trovato, il modo di eludere i patti impostile dal vincitore. La trovata dello Scharnhorst consisté nel creare un nuovo ordinamento che tenendo conto dell’esperienza fatta dai francesi con i metodi di leva, e chiamando a concorrere alla difesa dello Stato tutte le forze della Nazione, in misura apparsa allora straordinaria, preparò la rivincita del 1814-15 e, in più lontano avvenire, le vittorie del 1866 e del 1870.
■ Non si può negare che l’espediente messo in opera coll’abbinare il criterio francese della coscrizione a quello nuovissimo delle ferme brevi era assai ingegnoso, perché prometteva di impartire l’istruzione militare a gran numero di cittadini, pur senza tenere contemporaneamente sotto le armi un numero di soldati superiore a quello prescritto dal vincitore, e nello stesso tempo assicurava la pronta disponibilità di forti contingenti (forti per quel tempo) in caso di bisogno, quando cioè fosse giunto il momento di lacerare i patti e muovere alla riscossa.
■ Il male è che dal 1806 al 1914 non si inventò in tal materia nulla di sostanzialmente nuovo; tutto il XIX secolo trascorse fra l’ammirazione e l’imitazione più o meno pedissequa dei sistemi prussiani, così che la guerra mondiale trovò gli eserciti di tutte le nazioni foggiati su di un modello unico tratto dagli insegnamenti della guerra franco-germanica del 1870 71.


■ Ma la guerra mondiale aveva in sé troppi elementi assolutamente nuovi per non imporre, fin dal suo primo divampare, metodi nuovi nel campo organico non meno che nel campo tattico.
■ Le fronti di combattimento assunsero subito estensioni gigantesche sbarrando da un mare all’altro l’intero continente europeo; non furono eserciti, ma popoli quelli che dalle due bande di tali interminabili fronti stettero in arme, non durante una breve stagione o tutt’al più durante poche stagioni consecutive, ma per cinque lunghi anni, ininterrottamente, armati gli uni contro gli altri, con la volontà e con ogni muscolo teso in uno sforzo continuato e sempre crescente, ad alimentare il quale dovevano concorrere necessariamente tutte le energie del Paese: uomini, danaro, materiali di ogni specie, e sopra tutto la forza morale di idealità superiori. Questa soltanto, infatti, poteva cementare la massa eterogenea di ciascuno degli opposti belligeranti e sostenere lena e vigore al conato di resistenza in cui tosto ebbe a mutarsi il primo impulso di entusiasmo appena venne ad urtare contro la rigida immota linea delle contrastate trincee.
■ La volontà di vincere tenne luogo molte volte di istruzione militare in questi immensi eserciti improvvisati: la bontà della causa rimedio a molte deficienze di organizzazione, tanto sulla fronte di combattimento quanto nelle retrovie, che si estendevano di fatto sino alle frontiere diametralmente opposte a quella lungo la quale ardeva la lotta.
■ Ma se di questi elementi imponderabili occorre tenere il massimo conto nella preparazione del Paese alla guerra, non è lecito su di essi fare esclusivo assegnamento; perché se anche si può confidare che si ripeta il miracolo della Fede che condusse l’Italia alla vittoria, non si può disconoscere che una conveniente organizzazione preventiva di tutte le forze del Paese avrebbe permesso di raggiungere i medesimi fini con un minore dispendio di tempo, di mezzi e di energie di ogni specie.
■ Ora questo semplice accenno alla necessità di organizzare tutta una grande Nazione in previsione di doverla un giorno (necessariamente lontano, e quindi in condizioni diverse da quelle verificatesi ieri) condurre nuovamente e tutta in guerra, basta a fare intravedere quanto vasto e complicato sia oggi il problema del riordinamento dell’esercito in confronto a quello che dovettero, a campagna finita, proporsi tutte le generazioni che ci hanno preceduto, compresa quella dei nostri padri, e quale differenza istituiscano fra i sistemi dell’avvenire e quelli del secolo scorso le stesse proporzioni gigantesche in cui vengono applicati concetti sostanzialmente analoghi a quelli del vecchio Scharnhorst.


■ È ben vero che non manca chi semplifica il problema, sopprimendolo addirittura col negare la possibilità di guerre future, negazione dalla quale consegue logicamente la necessità del disarmo generale.
■ Chiunque abbia una nozione anche vaga di ciò che costano oggi ad uno Stato gli armamenti, e delle ricchezze che un conflitto armato distrugge; ma, più ancora, chiunque abbia visto da vicino la guerra non può non augurarsi che quella or ora terminata sia stata realmente l’ultima.
■ E l’immane flagello che ha percosso la nostra generazione sarebbe da benedire per tutta l’eternità se gli si potesse attribuire il merito di aver guarito il vecchio mondo dalla malattia cronica che lo travaglia da otto mila anni in qua, e cioè dal giorno in cui gli uomini sulla terra, essendosi per la prima volta trovati in due, ossia nel minor numero necessario e sufficiente per ingaggiare battaglia, subito vennero alle mani fra di loro, e Caino uccise Abele.
■ Certo la guerra ultima è stato un revulsivo di massima violenza: sarebbe tuttavia pericoloso addormentarsi nella fiducia che esso sia stato sufficiente a mutare l’orientamento delle molecole dei cervelli umani al punto di disporle come si conviene perché il prossimo non ispiri al prossimo altro sentimento che non sia quello di sviscerato ed altruistico amore.
■ Ma più di qualsiasi altra considerazione psicologica, per modo di dire, soccorre questa tesi, con tutta la sua autorità di scienza positiva, la geografia elementare.
■ Non avete mai gettato uno sguardo sulla carta dell’Europa quale la Conferenza di Parigi l’ha disegnata? E non vi ha dato l’impressione dello Stivale italico prima del 1848, quale lo deplorava il Giusti, a cagione del suo arlecchinesco aspetto? Con quei confini «fantasia» assegnati ai nuovi Stati, con quella Polonia ipertrofica che separa in due la fremente Germania, con quella Czeco Slovacchia piena di magiari e quell’Ungheria ridotta ai minimi termini, e sopratutto con quella Russia diventata più misteriosa del Continente nero nel secolo XVII, è prudente giurare in una eterna pacifica conservazione dell’attuale stato di cose?
■ E che cosa ne dite di quella irrequieta moltitudine di slavi che occupa così gran parte della superficie del nostro continente e tende, con lento e costante processo di espansione, a relegare latini e germanici in un cantuccio, all’estremo occidente e spinge ai nostri confini proprio nel tratto ove essi sono più accessibili, la garrula avanguardia jugoslava, che separa dal grosso soltanto la sottile striscia formata dai territori contigui dell’Austria tedesca, dell’Ungheria e della Romania?
■ Siete ben certi che questa striscia, che non può aver pretese di costituire barriera contro la spinta della massa omogenea e gigantesca che la preme da oriente, non sarà mai violata, non sarà mai travolta, ma continuerà in eterno ad impedire il realizzarsi del gran sogno panslavo? Ed allora che avverrà? Non dimenticate che erano slave molte di quelle orde che travolsero l’impero di Roma, quando la città dei Cesari, rinnegando le sue tradizioni militari del periodo repubblicano e del periodo aureo, divenne la Roma imbelle degli ultimi imperatori!


■ Senonché, appunto per il fatto che il lungo e atroce conflitto da cui siamo usciti ha paralizzato per tanti anni le energie produttive del Paese, ed ha distrutto tante ricchezze, bisogna risolvere ora il problema della massima preparazione col minimo onere dell’erario, non solo, ma anche con il minimo disturbo alla vita civile dello Stato.
■ La risoluzione di tal problema non appare impossibile quando alle istituzioni militari si prefigga come scopo, non il conseguimento di una qualsiasi egemonia sulle altre nazioni, ma la pacifica tutela del nostro diritto a vivere e a prosperare, ottenuta coll’impedire, per il solo fatto dell’esistenza potenziale di questa forza armata, il formarsi di coalizioni straniere intese a far prevalere colla violenza interessi contrari ai nostri o a sfruttare comunque la debolezza che a noi deriverebbe dall’essere completamente inermi e quindi evidentemente impotenti ad opporci alle prepotenze che non mancherebbero di usare a nostro danno i più forti di noi, anche, senza ricorrere alle armi, nel campo economico e industriale. Vedasi in proposito l’ultima favola di Trilussa ove si narra ciò che accadde a un leone, che, per consiglio di un coniglio umanitario, aveva creduto i tempi maturi per rinunziare agli artigli.
■ Fino ad ora la parte più rilevante del bilancio del Ministero della Guerra era assorbita dalle spese derivanti dalla presenza sotto le armi di forti contingenti, costituiti da tre classi di leva. E si riteneva necessario trattenere in servizio tanta gente sia perché si credevano due o tre anni indispensabili per impartire la istruzione militare occorrente, sia perché l’esercito era largamente adoperato per tutelare l’ordine pubblico nell’interno dello Stato.
■ Le lunghe ferme sottraevano così a parte della gioventù gli anni migliori e più redditizi per la preparazione professionale civile, mentre l’impiego troppo frequente in servizi di ordine pubblico era nocivo alla preparazione militare. Inoltre per diminuire la spesa che sarebbe conseguita dal chiamare alle armi l’intero contingente di una classe di leva, si erano adottati innumerevoli criteri di dispensa dal servizio militare che inevitabilmente davano luogo ad ingiustizie, e, in ogni modo, impoverivano il contingente totale prontamente disponibile in caso di una chiamata generale per la guerra.
■ Per queste considerazioni, validamente suffragate dalla dura esperienza che delle conseguenze degli inconvenienti ora detti abbiamo fatto nell’ultima guerra, caratteristica essenziale degli eserciti avvenire sarà la ferma breve (meno di un anno) e l’obbligo militare esteso a tutti i cittadini indistintamente.


■ È da tener presente tuttavia che l’istruzione militare consta di due elementi ben distinti: addestramento professionale e educazione morale. Se un anno, ed anche meno, si è dimostrato sufficiente per addestrare professionalmente il soldato semplice, tale periodo è certamente troppo breve per educarlo.
■ Ora l’educazione militare, intesa nel suo vero senso e cioè come quella che mira ad infondere il senso del rispetto a sé stesso, della disciplina formale e sostanziale, del culto del dovere spinto sino al sacrificio personale in favore della collettività, ed a creare nel popolo una forte e seria coscienza nazionale, non differisce affatto dall’educazione civile intesa nel suo più alto significato.
■ Perciò non occorre che tale educazione sia impartita nelle caserme: meglio e con più efficace progressione essa può e deve essere impartita nelle famiglie e nelle scuole prima che i giovani siano chiamati sotto le bandiere.
■ «Cittadini e soldati siate un esercito solo!» ammonì un’Augusta voce in uno dei momenti più angosciosi della guerra. E l’ammonizione riferita al sereno tempo della pace sarà il migliore e più sintetico programma per la concorde opera di preparazione di tutte le energie della nuova Italia.
■ L’adozione del sistema caratterizzato dalla brevità della ferma, oltre all’esigere una conveniente istruzione premilitare, comporta la necessità di assicurare all’esercito buoni e numerosi quadri, perché è evidente che la gran moltitudine di giovani che con tal sistema si succedono rapidamente nelle caserme e sui campi di esercitazione, sottoponendosi ad una istruzione intensiva, non può in caso di chiamata generale costituire unità dotate della coesione necessaria, se queste non sono fortemente inquadrate da ufficiali buoni, numerosi e perfettamente affiatati fra di loro.
■ L’affluire contemporaneo, sempre in caso di chiamata generale, ai centri di mobilitazione dapprima, e quindi alle frontiere, di tanti uomini, di tanti reparti, non potrà avvenire con l’ordine e la precisione indispensabili se questi movimenti non si incanaleranno a tempo e luogo a colmare i vuoti a bella posta lasciati nella trama scheletrica che sarà l’esercito sul piede di pace. La guerra ha insegnato che l’organizzazione è tutto: l’improvvisazione, anche quando per un colpo di fortuna raggiunga lo scopo voluto, lo raggiunge male, tardi e con dispendio di energie, di mezzi, di danaro e di vite centuplo di quello necessario. Ora per organizzare occorre studiare: quindi necessità, nel nuovo ordinamento, di dar larga parte agli studi militari, condotti con rigore scientifico e con quella abbondanza di mezzi che sola vale ad assicurarne l’efficacia.
■ Evidentemente per inquadrare con la dovuta saldezza le formazioni non del solo esercito di pace, ma anche quelle da costituire all’atto della mobilitazione, occorre un gran numero di ufficiali. E questa necessità risulta in contrasto con l’altra del minimo onere all’erario, posta come base del riordinamento dell’esercito.
■ Il contrasto tuttavia è apparente soltanto, se si applica anche qui il principio del largo concorso del Paese alla preparazione militare.
■ È ancora fresco infatti il ricordo dell’ottima prova fornita dagli ufficiali di complemento, i quali superarono ogni più lusinghiera aspettativa e furono in ciò tanto più meritorî in quanto né l’organizzazione dell’esercito prima del 1914 aveva preveduto e provveduto alla loro preparazione professionale nella misura e nel numero che si manifestarono necessari, né il Paese aveva concorso alla loro preparazione morale circondando il grado e le funzioni dell’ufficiale del prestigio e della considerazione che loro spetta.

“LA RIGIDA IMMOTA LINEA DELLE CONTRASTATE TRINCEE.”

■ Questo disinteressamento del Paese per l’Esercito che inaridiva le fonti del reclutamento degli ufficiali (e non di quelli di complemento soltanto) e che si rifletteva su tutta l’educazione della Nazione, era causa ed effetto ad un tempo della assoluta incompetenza dell’elemento civile in fatto di questioni militari.
■ Accadeva non di rado udire persone di media ed anche di alta coltura, che avrebbero arrossito se sorprese a confondere in una conversazione un Boltraffio con un Luini o un Carpaccio con un Gentile Bellini, scambiare nei loro scritti con la massima disinvoltura un proiettile con una bocca da fuoco, o confessare candidamente di non saper distinguere un sergente da un colonnello.
■ Durante la guerra invece la forza dei valori ideali trasformò in breve tempo professori di università in ottimi ufficiali di stato maggiore; avvocati di grido comandarono brillantemente al fuoco sezioni e batterie; cittadini di ogni professione e di ogni età combatterono eroicamente alla testa di compagnie e di battaglioni; commercianti e industriali arrecarono prezioso concorso al funzionamento dei servizi. Quasi tutti però nei gradi inferiori: e quanta fatica costò la trasformazione, e quanto tempo perso, quanta energia dispersa nel tirocinio indispensabile ed affrettato febbrilmente nei quadri di truppa! Di tutto questo terrà conto il nuovo ordinamento, e in questo più che mai è necessario il coscienzioso e convinto concorso del Paese.
■ Soltanto cosi potranno in pace e in guerra essere sfruttate per il bene comune e nella sfera d’azione che compete al loro sapere ed alla loro posizione sociale le attitudini di tutti coloro che nella vita civile esercitano funzioni direttive o di comando.
■ Soltanto così l’Esercito, vera Nazione armata, potrà seguire passo a passo, in intima e costante comunione di spirito e di sentimento, tutti i progressi, tutte le correnti ideali del Paese.
■ Soltanto così sarà possibile che realmente ed efficacemente venga impartita ai giovani quella educazione civile che è la più efficace istruzione premilitare.
■ Soltanto così, infine, le discussioni sulle questioni militari, che sono fra le più vitali per il Paese perché coinvolgono tutte le sue attività economiche e sociali, potranno entrare veramente nel campo del pubblico dominio e non essere ristrette alla solita cerchia dei pochi competenti.


■ Queste sono, a grandi linee, le tendenze a cui si ispirano i concetti informatori dell’odierno riordinamento dell’Esercito, riordinamento che il decreto ufficiale qualifica come provvisorio perché frutto di impressioni complessive e generiche e degli insegnamenti tratti dai primi studii sulla guerra.
■ Ma un fenomeno così grandioso come quello verificatosi nell’ultimo quinquennio non può essere analizzato a fondo in un anno solo — ed in un anno così agitato come il 19I9. — Sono necessari pertanto, anche in materia militare, ulteriori studii dai quali scaturiranno altri insegnamenti che suggeriranno alla loro volta modificazioni a questo primo schema, il quale volutamente si è mantenuto sulle generali allo scopo di conservare l’elasticità occorrente per adattarsi all’evoluzione di un lunghissimo periodo di tempo — quale speriamo sia quello che ci separa da una nuova guerra.
■ Le innovazioni arrecate all’ordinamento dello Stato Maggiore dell’esercito, sono tuttavia comprese in un decreto legge distinto dal R. Decreto che stabilisce l’organico provvisorio perché non sussistono per esso le probabilità di modificazioni immediate di cui sopra è cenno.
■ Lo Stato Maggiore, da non confondere con il Corpo di Stato Maggiore che viene soppresso, è l’insieme di ufficiali di ogni grado che concorrono al governo delle unità, senza far parte delle medesime. Ad esso perciò competono gli studi per l’organizzazione delle varie armi e per il loro impiego, gli studi per la difesa delle frontiere e per le eventuali operazioni, le disposizioni per la mobilitazione, la compilazione delle istruzioni e dei programmi delle scuole, la direzione di tutto ciò che in pace come in guerra è esecuzione di tali studi, e non è di competenza del Ministro, il quale rimane sempre il supremo responsabile di fronte al Paese di ogni attività dell’Esercito ed è l’Amministratore dei fondi stanziati dal Parlamento per le spese militari.

“L’ISPETTORE GENERALE DELLA FANTERIA NON POTEVA ESSERE SE NON IL DUCA DEL CARSO E DEL PIAVE.”

■ Un insieme così complesso di compiti rende necessario un grande snodamento dell’organizzazione dello Stato Maggiore. Ed infatti dall’Ispettore generale dell’Esercito, (carica ora istituita) il quale dà l’indirizzo generale alla preparazione, intesa nella più larga accezione della parola, e coordina il lavoro delle multiformi attività che gli sono sottoposte, fino ai comandi di divisione è tutta una scala di organi importanti, con funzioni ben distinte, destinati ad irradiare fin nelle più eccentriche diramazioni del supremo comando.
■ Alla sommità di questa scala, subito dopo l’Ispettore generale, sta il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, le cui mansioni sono rimaste a un dipresso quelle che gli competevano secondo l’antico ordinamento.
■ Con la nomina di S. E. Diaz ad Ispettore generale, la carica di Capo di Stato Maggiore viene assunta da S. E. Badoglio, generale di esercito.
■ Come è noto, il generale Badoglio ha 48 anni, proviene dall’artiglieria (al pari del generale Diaz), ha preso parte alla guerra di Libia quale capitano di Stato Maggiore, ed è entrato in campagna nel 1915 col grado di tenente colonnello e la carica di sottocapo di Stato Maggiore della seconda Armata. Comandò il reggimento di fanteria che conquistò il Sabotino, la Brigata di Fanteria che conquistò il Sober, il Corpo di Armata che conquistò il Kuk, il Vodice, il Monte Santo. Nominato alla fine del 1917 Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, resse il reparto operazioni del Comando Supremo, e, sotto l’alta direzione del generale Diaz, organizzò ed eseguì la manovra difensiva del giugno 1918 che fiaccò per sempre l’esercito avversario, e la manovra offensiva dell’ottobre-novembre che gli diede il colpo di grazia.
■ Sostituisce S. E. Badoglio nella carica di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito il Tenente Generale Grazioli che, sino alla fine dell’agosto scorso, ha comandato il Corpo Interalleato di occupazione di Fiume.
■ Ogni arma combattente ha necessità sue particolari di studio e di sviluppo: perciò ogni arma avrà il suo Ispettore generale. Col vecchio ordinamento esistevano già Ispettori generali per ciascuna delle armi speciali. La guerra ha dimostrata l’utilità di estendere tale provvedimento anche alla fanteria.
■ E l’Ispettore dell’Arma regina delle battaglie altri non poteva essere se non il Duca del Carso e del Piave che nella lieta come nell’avversa fortuna tante cure e tanto amore consacrò ai piccoli fanti dell’Armata gloriosa.
■ Di nuova istituzione è pure il Consiglio degli Ispettori generali, di cui fa parte anche il Capo di S. M. dell’Esercito e che viene convocato dall’Ispettore generale, quando questi ravvisi l’opportunità di sentire su determinate questioni il parere degli Ispettori delle varie armi.
■ Questo Consiglio non deve essere confuso con il Consiglio dell’Esercito, già esistente, che è presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri e di cui fanno parte oltre l’Ispettore generale dell’Esercito e i capi di S. M. dell’Esercito e della Marina anche i Ministri della Guerra e della Marina.
■ La Commissione suprema mista per la difesa dello Stato e la Commissicne Centrale di avanzamento completano il sistema dei sommi organi direttivi dell’Esercito.
■ L’esperienza della guerra ha dimostrato la necessità di avere un gran numero di ufficiali addestrati al servizio di Stato Maggiore sia per costituire sin dall’entrata in campagna i nuovi comandi con organici sufficienti ed idonei alle loro funzioni, sia per diffondere la cultura nei quadri, sia per dare impulso agli studii, sia infine per permettere quella rotazione fra servizio presso lo Stato Maggiore e servizio presso le truppe che sola assicura il persistere del senso pratico della realtà negli ufficiali dei Comandi e degli organi incaricati di qualsiasi genere di studio. Questi identici scopi già si proponeva il Corpo di Stato Maggiore, ma appunto perché necessariamente risultava composto di un numero troppo esiguo di ufficiali, non poté raggiungerli, specialmente a guerra iniziata, quando l’Esercito assunse proporzioni non prevedute e in parte non prevedibili.

“GLI ALPINI DESTINATI A VIGILARE AI CONFINI ED A FORNIRE LA PRIMA COPERTURA ANCHE SULLE ALPI GIULIE RICONGIUNTE ALLE SORELLE ITALIANE.”

■ Ora invece, per assicurare il numero veramente enorme di ufficiali occorrenti per il servizio di Stato Maggiore, vi è la tendenza a seguire anche in tempo di pace il sistema praticato durante la guerra, ricorrendo anche agli ufficiali di complemento di ogni grado.
■ L’aumento del territorio nazionale, conseguito con la pace vittoriosa e con la liberazione delle province irredente, ha reso necessario aumentare il numero dei Corpi d’Armata territoriali che da 12 è salito a 75; conseguentemente le divisioni territoriali saranno 30 invece di 25.
■ In conseguenza dell’aumento del numero dei Corpi d’Armata e della popolazione del Regno, accresciuto di nuove province, venne pure aumentato il numero dei reggimenti di fanteria di linea, portandolo da 94 a 106. La vecchia e gloriosissima Brigata dei Granatieri di Sardegna è conservata col suo organico attuale.
■ Più che da questo insignificante aumento numerico, il nuovo ordinamento della fanteria sarà caratterizzato dalla fisionomia che acquisteranno i nuovi reparti dell’arma, intimamente diversi da quella dei corrispondenti reparti dell’ante guerra.
■ La parola «battaglione» evocava, sino al 1914, l’immagine di una falange di mille uomini, muniti ciascuno di un lungo fucile: anzi l’importanza dell’uomo scompariva dinanzi a quella dell’arma, tanto che si contava la forza dei reparti non a uomini, ma a fucili.
■ E questa falange si distendeva in ben ordinata catena, per combattere col fuoco; si riuniva in massa compatta per irrompere all’assalto, baionetta al sole, bandiera al vento, al suono incalzante, eccitatore di musiche guerriere.
■ Concezione molto pittoresca, consacrata dall’Arte dei grandi maestri e volgarizzata ad uso del grosso pubblico dalle cinematografie di grandi manovre e dalla pagina a colori dei giornali illustrati.
■ Questo convenzionalismo, applicato alla guerra vera, nelle prime azioni del 1915 ci costò il fiore dei nostri ufficiali di fanteria ed il sangue generoso delle più solide classi di truppa.
■ A nostre spese abbiamo sùbito imparato quanto sia atroce il quadro della battaglia, per l’essenza stessa della guerra moderna, col suo fuoco di artiglieria potente, preciso e inestinguibile, col suo fuoco di mitragliatrici onnipresente ed infallibile, con le sue insidie di ogni specie: reticolati, buche da lupo, lacci alla giapponese, elementi fiancheggianti, elementi traditori, mine, fogate, getti di fiamme e di gaz pestiferi, con la sua indifferenza all’ora, al tempo, al clima, alla stagione, alle sofferenze e alle passioni degli uomini, indifferenza che dà al combattimento odierno il carattere di un cataclisma della natura implacabile e fatale, che non conosce tregua né pietà.
■ Allora siamo corsi anche noi ai ripari: abbiamo strisciato per terra, ci siamo sprofondati nel suolo con trincee, camminameati, gallerie, caverne: abbiamo disteso reticolati, gettato cavalli di Frisia, abbiamo apprestato ogni sorta di armi difensive ed offensive, richiamando in onore elmo e pugnale, imbracciando lo scudo, adoperando ramponi, fiocine, bombarde, lancia-ruote, lancia-bombe e lancia-fiamme ed ogni sorta di macchine e di congegni. Contemporaneamente adottavamo bombe a mano e fucili automatici; aumentavamo le mitragliatrici in misura non mai pensata. Invece il fucile tendeva sempre più a scomparire in secondo piano; tanto che durante le ultime azioni si ebbero più di una volta assalti «a ferro freddo»: il pugnale fra i denti, una bomba in ciascuna mano, e il tascapane pieno di altri ordegni di morte.
■ Tutte le nuove invenzioni adottate tumultuariamente, a seconda dei bisogni locali di ciascun settore e della disponibilità di mezzi e che necessariamente influivano sulla costituzione organica dei reparti di fanteria, poco a poco si andarono disciplinando in una organizzazione uniforme per tutto l’esercito. Nell’interno di ciascuna unità ad ogni mezzo di offesa venne a corrispondere una squadra addestrata all’impiego del mezzo stesso, e, conseguentemente, armata ed equipaggiata in modo particolare. La compagnia divenne la combinazione di squadre di fucilieri, di compagnie mitragliatrici, di sezioni mitragliatrici leggere, di sezioni lancia-spezzoni, e talora, anche di sezioni di fucili automatici; il reggimento constò di battaglioni, di reparti zappatori, di sezioni bombarde, di sezioni cannoncini, e così via.
■ Questa trasformazione organica, rispondente alla importanza predominante della fanteria, ed alla necessità di congegnare i reparti in modo che abbiano in sé stessi i mezzi per risolvere prontamente tutti i problemi e di superare le multiformi difficoltà che si presentano durante lo svolgimento del combattimento, rende altresì più complicato l’impiego delle unità di quest’arma ed esige perciò uno studio accurato, con gran preoccupazione di praticità, per non cadere negli eccessi a cui trascina, nei lunghi periodi di pace, la tendenza a spingere sino alle estreme conseguenze l’applicazione di principii giusti per sé stessi in quanto derivano da insegnamenti accuratamente vagliati. Il pericolo di tali eccessi è ancora più temibile quando si tratti di organizzare la combinazione della fanteria-uomo con la fanteria-macchina, e cioè con quei mezzi meccanici, come le autoblindomitragliatrici e i carri di assalto (tanks) destinati ad operare in istretta collaborazione con le colonne di attacco e che perciò fanno realmente parte integrante dell’arma di fanteria.
■ Non è ancora stabilito quale sarà la formazione dei reparti elementari di fanteria.
■ Il nuovo ordinamento prevede tuttavia la costituzione di un gruppo di carri armati che fa parte dell’arma di fanteria e che consta di un reparto di autoblindomitragliatrici e di un reparto di carri armati.
■ Posto che i bersaglieri non ebbero in questa guerra impiego sostanzialmente diverso da quello della fanteria di linea, si era pensato in un primo tempo di sopprimere il loro corpo trasformando i reggimenti loro in altrettanti reggimenti di linea. Ma poi, per non far getto della forza morale incontestabilmente insita nel valore ideale delle tradizioni, (e il pennacchio di piume di gallo vanta tradizioni che nulla hanno da invidiare alle tradizioni di altre ben più vecchie insegne) si ritenne che, in sede di ordinamento provvisorio, conveniva conservare questa specialità, e studiare intanto come assegnarle le funzioni affidate attualmente ai reparti di assalto, riconducendola così, in sostanza, ai fini per i quali l’aveva ideata, sin dal 1836, il fondatore del corpo: Alessandro della Marmora. I reggimenti di bersaglieri, dunque, continueranno a sussistere, fino a nuovo ordine, in numero di 12 come prima della guerra, ma riuniti a due a due in brigata, come i reggimenti fanteria di linea.
■ Quanto agli alpini, destinati a vigilare ai confini ed a fornire le prime truppe di copertura (ad impedire cioè incursioni nemiche nella pianura dove, compiuta la mobilitazione si dovrà effettuare la radunata delle armate) il numero dei loro reggimenti è stato aumentato di uno, corrispondentemente all’aumentata estensione della cerchia montana, dopo che le Alpi Giulie si sono ricongiunte alle altre sorelle italiane per completare e chiudere il baluardo che la natura creò al nostro Paese.

“AL LONTANO SPETTATORE DEL CAMPO DI BATTAGLIA L’AZIONE SI RIVELA ESSENZIALMENTE PER LE NUVOLE BIANCHE CON LE QUALI I PROIETTILI DELLE ARTIGLIERIE DI OGNI CALIBRO AVVOLGONO E DISEGNANO LE POSIZIONI SULLE QUALI FERVE IL COMBATTIMENTO.”

■ La cavalleria, l’arma gloriosa delle cariche brillanti, sta per compire il suo ciclo e scomparire nel mondo evanescente della leggenda, dopo aver scritto, a prezzo di sangue, nella storia di questa guerra, pagine non indegne delle sue secolari tradizioni. Ma l’entità stessa del sacrificio incontrato, in confronto al risultato ottenuto, ha dimostrato una volta di più che il cavallo e la lancia non sono in grado di lottare contro il reticolato e contro le macchine di guerra che accoppiano oggi la potenza di distruzione alla velocità di traslazione ed alla capacità di percorrere qualsiasi terreno, e che certamente andranno sempre più perfezionandosi negli anni che ci separano da una nuovo futura conflagrazione. Inoltre la cavalleria è un’arma costosa perché, a differenza delle macchine, i cavalli consumano razioni e quindi danaro anche quando i reparti non lavorano.
■ Essa, poi, male si adatta al sistema delle ferme brevi perché il buon cavaliere non si forma in pochi mesi; invece immobilizza, a detrimento delle altre armi, elementi scelti specialmente dal punto di vista fisico. Per quest’ultima considerazione, nella guerra ultima, oltre che all’appiedamento di intere divisioni, si ricorse largamente all’impiego di ufficiali di cavalleria fuori della propria arma. Gli ardimentosi cavalieri che eravamo abituati ad ammirare nelle gare sportive affrontarono con l’usata baldanza gli aspri cimenti della battaglia, trasformandosi in fanti, in mitraglieri, in artiglieri, in bombardieri, in aviatori, e pagando ovunque, per la gloria delle armi sorelle, largo tributo di sangue.
■ Da queste premesse parrebbe doversi dedurre una decisa condanna a morte della cavalleria e cioè la sua totale abolizione. Ma l’ordinamento, come si è avvertito, è provvisorio, e deve perciò badare a nulla compromettere per l’avvenire che potrebbe anche riservarci sorprese non piccole; per esempio, condizioni tali da fornire occasione ad un utile impiego di cavalleria.
■ Questa possibilità non è da escludersi specialmente per operazioni in particolari terreni, e che non richiedano il concorso di grandi masse.
■ Ora, se vi è un’arma che non si improvvisi, questa è la cavalleria: se disperdessimo adesso, precipitosamente, il prezioso materiale (cavalli) che è in dotazione ai suoi corpi, e distruggessimo le gloriose tradizioni che sono parte essenziale della forza dei vecchi reggimenti, potremmo correre il rischio di trovarci, a momento opportuno, incapaci di approfittare di occasioni favorevoli. Perciò, in attesa che la situazione si chiarisca, si è adottato il criterio di addivenire non ad una abolizione ma ad una riduzione, conservando un forte nucleo che le circostanze del futuro diranno se sia da ridurre ulteriormente o da aumentare di nuovo. I reggimenti di cavalleria, dunque, scenderanno da 30 a 16 e in conseguenza le brigate saranno ristrette a 6, le divisioni a 2.
■ Anche agli occhi di un semplice e lontano spettatore, invece, sarà apparsa evidente la grande importanza assunta dall’artiglieria nella guerra moderna. Sul campo di battaglia, l’azione si rivela essenzialmente per le nuvole bianche colle quali i proiettili di ogni calibro avvolgono e disegnano le posizioni su cui ferve il combattimento; le detonazioni dei colpi di artiglieria in arrivo e in partenza costituiscono la terribile sinfonia che copre ogni altro rumore, e che col variare di tonalità scande il ritmo, e rivela, per ciascun punto e in ogni istante, il polso della lotta. E i combattenti sanno come spetti all’artiglieria soffocare e distruggere ogni cosa che offenda o minacci la nostra fanteria, spezzare e spazzare ogni ostacolo che le sbarri la strada, proteggendola con un cerchio di ferro e di fuoco che avanza quando essa avanza, che sosta quando essa sosta per prender lena sulle posizioni faticosamente e sanguinosamente raggiunte.

“L’ARTIGLIERIA SPAZZA E SPEZZA OGNI OSTACOLO CHE SBARRA LA VIA ALLA FANTERIA.”

■ L’artiglieria per quanto poderosa in numero non è mai eccedente al bisogno, perché non è mai eccessiva la spesa che permette alla nostra fanteria di raggiungere un dato scopo col massimo risparmio di vite umane.
■ Ma allo stato attuale delle cose, in sede di riordinamento provvisorio, l’organizzatore ha potuto e dovuto fissare un limite pratico ad un incremento dell’artiglieria, che teoricamente parrebbe doversi protrarre all’infinito.
■ E il limite è dato dalle presenti condizioni del bilancio, dalla preminenza che in questo momento hanno, su quelle militari, tutte le spese necessarie per la ricostruzione economica del Paese, dalla lontananza della probabilità di una nuova guerra, e dalla conseguente certezza che in questo lungo periodo nuovi studi condurranno ad adottare altri materiali che relegheranno anche i più moderni fra quelli di cui ora disponiamo fra gli oggetti da museo.
■ Eppertanto l’attuale riordinamento non segna, rispetto all’antico, quello straordinario aumento che le premesse ora enunciate potrebbero fare aspettare. Il numero dei reggimenti da campagna è sceso da 36 a 30; siccome però è considerevolmente aumentato il numero delle batterie nel reggimento, nel complesso si ha effettivamente una «massa di fuoco» alquanto maggiore. Ma mentre, prima della guerra, i reggimenti da campagna erano tutti di cannoni da 75, trainati da cavalli, ciascuno di essi avrà ora batterie da 75 trainate, batterie di obici leggeri pure trainate e batterie someggiate. E questa è una innovazione della massima importanza nei riguardi dell’impiego dell’arma.
■ L’artiglieria pesante campale — così apprezzata e così desiderata dal nostro piccolo fante, per la vigile agilità che le ha permesso di essere presente a tempo «sempre e ovunque» con il suo tiro preciso e potente — è accresciuta di 13 reggimenti, che saranno tutti a traino meccanico (ossia trainati a rimorchio da appositi autocarri anziché da cavalli), perché essendo destinati a costituire l’elemento principale delle riserve di artiglieria, manovrando le quali gli alti comandi esercitano azione diretta sullo svolgimento delle battaglie, devono avere la capacità di eseguire rapidi spostamenti su percorsi talora lunghissimi. L’altra grande amica del fante «la montagna» rimane invece su tre reggimenti, mentre l’unico reggimento di artiglieria a cavallo — «la volante» — seguendo le sorti dell’arma sua sorella, la cavalleria, si riduce a 4 batterie.
■ L’artiglieria da costa divorzia, in questo ordinamento, dall’artiglieria da fortezza che cambia nome, poiché le fortezze, travolte senza gloria al solo approssimarsi del vortice della guerra, paiono addirittura scomparse anche dalla nomenclatura militare. Avremo dunque 4 reggimenti da costa e 6 reggimenti di artiglieria pesante, destinati questi ultimi a fornire le batterie di grosso e medio calibro agli schieramenti dell’avvenire. E l’avvenire fa capolino specialmente in una nuovissima artiglieria della quale per ora avremo un solo reggimento: reggimento autoportato, ossia di cannoni da 75 portati da autocarri e disposti in modo da poter essere deposti rapidamente a terra, e messi «in batteria».
■ Per contro, scompaiono le bombarde che non erano artiglieria vera e propria, ma un ripiego per superare difficoltà rivelatesi nel corso di questa guerra e che, con più calmo esame del problema e mezzi meno empirici, permetteranno di vincere in avvenire. Infine, per concorrere anche alle lotte nei cieli, l’artiglieria addestrerà, con apposito materiale, ufficiali e personale in 13 depositi-scuola antiaerei.
■ Nell’arma del Genio i due reggimenti zappatori dell’antico ordinamento danno luogo a 15 battaglioni — uno per Corpo d’Armata, come era necessario per affiatare con le altre truppe combattenti quelle di questa importantissima specialità — ed i radiotelegrafisti con la istituzione di un reggimento loro proprio acquistano autonomia consona alla cresciuta importanza del loro servizio. La quarta arma combattente sorta da questa guerra, l’Aviazione, si afferma nel nuovo riordinamento con l’istituzione del nuovo Corpo Aeronautico, con un proprio Ispettorato, composto di tre raggruppamenti di aeroplani (uno da bombardamento, uno da caccia e uno da ricognizione) e di 3 gruppi (2 di aerostieri, per i palloni frenati, e 1 di dirigibilisti).
■ Dalla necessità di non distrarre da compiti strettamente inerenti alla preparazione alla guerra le truppe composte di soldati dalla ferma brevissima, consegue quella di accrescere l’organico dell’Arma benemerita. Le legioni dei CC. RR. sono state quasi raddoppiate (22 anzichè 12) ed è stata consacrata nel nuovo ordinamento la recente istituzione dei comandi di gruppo di legioni. È da notare che la R. Guardia — ora in formazione — istituita essa pure per alleviare dalla tutela della sicurezza interna le truppe combattenti, in concorso ai RR. Carabinieri, non fa parte dell’Esercito perché dipende dal Ministero degli Interni.
■ Altro Corpo sorto da questa guerra è il Corpo Automobilistico destinato a provvedere ai trasporti a traino meccanico di carattere generale: sarà su 15 centri automobilistici (uno per Corpo d’Armata) comandati ciascuno da un colonnello.
■ Ed infine avremo il Corpo del Treno, novità di questo ordinamento rispetto al precedente, ma risurrezione del «Corpo reali proviande» dell’antico e ben costrutto esercito piemontese, destinato a provvedere ai trasporti a trazione animale di carattere generale, sollevando finalmente i reggimenti del genio e sopratutto quelli di artiglieria dalla moltitudine di servizi giornalieri di presidio, che con l’istruzione delle batterie nulla avevano che vedere, ma finivano invece per assorbire talmente le energie e la pazienza degli ufficiali, dei soldati e dei cavalli, da paralizzare talvolta la vita delle batterie. Per lo stesso criterio organico che ha presieduto alla ripartizione del Corpo automobilistico, il Corpo del Treno sarà su 15 gruppi, uno cioè per ogni Corpo d’Armata.”

La tricromia (1910)

Da La Scienza per Tutti, Anno XVII, N. 32, 15 maggio 1910.

“■ Pochi sono i rami dell’industria nei quali siano avvenuti, in questi ultimi quarant’anni, dei cambiamenti così radicali come nell’illustrazione dei libri. Trent’anni or sono, i procedimenti più in voga erano la litografia, l’incisione in acciaio od in legno; oggigiorno, l’ultima non esiste quale industria commerciale, la penultima comincia a divenire un’arte del passato, e la prima è seriamente minacciata di una totale sostituzione in quasi tutte le applicazioni da ciò che si chiama il «procedimento a tre colori», o più brevemente, la «tricromia».

■ L’avvento ed i continui perfezionamenti della fotografia sono la cagione di questi cambiamenti radicali; poiché, se essa fu dapprima di grande aiuto all’incisore in legno, che applicava la positiva sul blocco di legno in cui doveva incidere il suo soggetto, non passò molto tempo prima che la positiva venisse ottenuta direttamente su un blocco di metallo, e vi restasse incisa senza che la mano dell’incisore vi avesse la benché minima parte diretta, e con una spesa di molto inferiore a quella dell’incisione a mano. Ne derivò quello che comunemente si chiama una riproduzione zincografica. È il cliché che, sostituendo il blocco di legno che si incideva altravolta, si usa attualmente per illustrare libri, riviste e giornali.

“FIG. 1. — DISPOSIZIONE SEMPLICE E DOPPIA DELLE DIAGONALI SUGLI SCHERMI.”

■ La sua invenzione ha, nel campo pratico dell’industria, uccisa l’incisione in legno, ed ha dato in mano allo zincografo quasi tutto il campo delle illustrazioni. La zincografia non ci dà però solamente le incisioni in bianco e nero che ben conosciamo, col loro reticolato talvolta finissimo e colle loro delicate linee trasversali ed i loro minutissimi punti; essa è anche la base della tricromia. E crediamo perciò necessario di spiegare dapprima al lettore ciò che sia la prima, per poi trattare della seconda.

“FIG. 2. — RIPRODUZIONE PARZIALE DI SCHERMI A DIAGONALI ED A RETICOLO.”

■ Vi sono due specie di riproduzione zincografica, che vengono chiamate al tratto ed a mezza tinta, a seconda che il procedimento riproduce delle semplici linee o tutte le sfumature d’una pittura o d’una fotografia. Solamente la seconda di queste riproduzioni è interessante dal punto di vista della tricromia, e ci limiteremo a descriverla brevemente.
■ Se vi capita sottomano un cliché antico, di quelli eseguiti nei primissimi tempi della zincografia, vedrete come la superficie ne sia rude e rozza, e come il reticolato che lo copre sia composto da linee trasversali ed incrociate site ad una grande distanza le une dalle altre, producendo all’occhio l’effetto di veder la vignetta attraverso un velo a larghe maglie. Ma, ci domanderete, a che serve questo reticolato di linee? Perché non si può riprodurre la vignetta in modo che abbia l’aspetto d’una fotografia, senza che sia attraversata da linee di nessun genere ? La domanda è non solamente ovvia ma anche interessante, ed eccovene la risposta: Supponete di avere la lastra di metallo, e di riportarvi la fotografia che deve essere riprodotta. Voi volete riportare quest’imagine su un foglio di carta; e, naturalmente, dovrete prima cospargere la lastra metallica con inchiostro da stampatori, o con altra sostanza che renda possibile la riproduzione. Passando però il rullo sulla lastra, questo lascia l’inchiostro su tutte le parti egualmente; e, nel caso di una lastra liscia, per quanto leggiadra sia la fotografia che vi è stampata, non otterrete nella riproduzione che uno scarabocchio, poiché l’inchiostro è andato a toccare in egual misura tutte le parti della lastra. La macchia nera che otterrete sulla carta avrà bensì le precise dimensioni della lastra, ma non ispirerà un’idea neppur lontana di un’imagine.

“FIG. 3. — COME SI FOTOGRAFA PER OTTENERE I CLICHÉS.”

■ Ora, se le parti della lastra che devono figurare le ombre verranno invece divise in tanti punti vicini gli uni agli altri; punti che saranno più radi laddove sono le penombre, e che spariranno completamente nei luoghi occupati dai bianchi della fotografia, si comprenderà facilmente che, passando il rullo intriso d’inchiostro sulla lastra, esso lascierà una grande quantità d’inchiostro laddove i punti sono vicini, meno dove essi sono più diradati, e per niente laddove essi mancano totalmente. Fra questi due estremi si può ottenere un’infinità di variazioni e di sfumature tra il nero ed il bianco, tra l’ombra e la luce variando gli intervalli regolari tra i punti nei quali è stata divisa la lastra metallica. Si otterrà così una riproduzione esatta della fotografia, ma più grossolana.
■ Lo schermo che ora si usa per dividere la superficie della placca si compone di due lastre di vetro, liscie, terse e limpide per quanto è possibile. Ciascuna di esse è divisa in linee diagonali (fig. 1) e nelle scanalature da esse formate si introduce una sostanza opaca, che non lascia quindi passare la luce. Sono state inventate delle macchine che con matematica precisione possono incidere da 80 a 120 diagonali su una lastra di vetro di 1 cm. di lato. Con questo mezzo si è riusciti ad avere dei clichés di reticolato assai più fino di quello originariamente usato di grana tanto fina che le linee trasversali divengono quasi completamente invisibili all’occhio nudo. Le due lastre di vetro vengono sovrapposte una all’altra, colle loro faccie incise combacianti, e riunite con balsamo del Canadà, sostanza che, come sanno i nostri lettori, è perfettamente trasparente.
■ Nella fig. 2 si vede in A la lastra a linee singole, in B le due lastre sovrapposte.
■ Ed ora, colla nostra lastra metallica — il metallo può essere zinco o rame — ed il nostro schermo di vetro siamo pronti a fare dei clichés, e procediamo come segue:
Il soggetto da riprodursi vien posto dinanzi all’obbiettivo di una macchina fotografica. Nel fondo della macchina stessa, e a 4 mm. circa davanti alla negativa, si mette lo schermo di vetro (fig. 3). Si ottiene allora una negativa del soggetto col solito procedimento fotografico; solamente non appariranno in essa i punti del soggetto i di cui raggi sono andati a colpire le parti incise dello schermo, poiché, come abbiamo visto, dette parti sono riempite di una sostanza opaca. Ciò che si ottiene dopo lo sviluppo è la negativa reticolata, e riproduce il soggetto coperto dal fitto reticolato delle linee che si incrociano ad angolo retto sopra di esso.
■ La placca metallica sulla quale si deve riprodurre il soggetto viene cosparsa di uno strato sottile di colla di pesce e di bicromato di potassa, sostanza questa sensibile alla luce e che si indurisce sotto la sua influenza.
■ La negativa reticolata si mette sulla lastra metallica sensibilizzata, e si espone alla luce, stampando la positiva come al solito. Nei punti in cui la luce passa liberamente attraverso la negativa, lo strato che ricopre la lastra metallica si indurisce completamente; laddove invece la luce non può passare, grazie all’oscurità della negativa, lo strato sensibile rimane assai molle, e tra questi due estremi abbiamo tutte le sfumature e tutte le gradazioni possibili di durezza o meno.
■ Una volta stampata la positiva, la lastra metallica vien lavata ripetutamente con acqua corrente, che asporta tutte le parti rimaste molli, lasciando pertanto la superficie della lastra a nudo in certe parti, ben riparata in altre, e meno riparata in altre ancora, in tutte le gradazioni. La lastra viene allora sottomessa all’azione del calore, e ciò che rimane della pellicola sensibile cuoce e forma sulla lastra come uno smalto. Questi resti di pellicola carbonizzati hanno una parte importantissima nel processo, come vedremo in seguito.
■ La lastra viene messa in un bagno di acido corrosivo, che scava la sua superficie nei punti in cui è nuda, la rispetta nei punti coperti, che sono poi i punti del cliché. Questi rimangono, e, nelle loro vicendevoli relazioni di vicinanza o di distanza, dànno la superficie riproduttrice.
■ Nella fig. 5 si vede un pezzo di superficie ingrandita. mentre nella fig. 4 si vede la superficie del cliché tal qual’è naturalmente coi suoi punti salienti ed i suoi incavi. La lastra viene poi montata su uno zoccolo di metallo o di legno di altezza adatta; ed eccovi, brevemente riassunto, il processo di riproduzione zincografica a mezza tinta.


■ Quali relazioni passino tra la riproduzione zincografica descritta e la tricromia il lettore non potrà comprenderle prima di aver prestata la sua attenzione ad alcuni fatti derivanti dalla teoria dei colori.

“FIG. 4. — TESTA D’UOMO, RIPRODOTTA DALLA NEGATIVA A RETICOLO.”

■ Elementare è la teoria secondo la quale tutti i colori e le loro sfumature possono venir derivati dai tre colori fondamentali — rosso, azzurro e giallo. La tabella che riproduciamo dà le combinazioni binarie e ternarie dei tre colori fondamentali. Essi vengono anche chiamati primari poiché non possono derivare da combinazioni di altri. Poche sono però le sostanze coloranti che diano questi tre colori puri. Ciascuno di essi si trova in generale frammisto a traccie d’un altro colore primario. Il carminio, ad esempio, non è rosso puro, ma rosso con un po’ d’azzurro; mentre il vermiglione contiene delle traccie di giallo. Lo stesso dicasi dei gialli e degli azzurri. La teoria però dei tre colori fondamentali parte dalla supposizione che essi si possano ottenere allo stato di purezza.
■ Il primo scalino nella combinazione dei colori primari è di mescolarne due, e d’ottenere così un colore secondario. Di questi ne esistono tre: il verde, combinazione di giallo e d’azzurro; l’aranciato, mescolanza di rosso e di giallo; il violetto, composto di rosso é azzurro. Possono, questi colori secondari, variare all’infinito nei loro toni a seconda delle proporzioni nelle quali si sono presi i primari che li compongono.
■ Mescolando i tre primari assieme si ottengono altri tre colori detti terziari: il rossiccio, quando nella mescolanza predomina il rosso; l’olivastro, quando vi abbonda l’azzurro; il citrino, quando il giallo vi è in maggior quantità. Anche qui si possono ottenere tutte le mezze tinte e le sfumature; e quando i tre colori vengono stampati uno sull’altro, a dosi eguali si ottiene un bel nero (semplice).

■ Dobbiamo menzionare che questa teoria dei colori si applica solamente alle sostanze coloranti, non già a quelli dello spettro solare. In questo la luce bianca viene riprodotta dalla combinazione di tutti e sette i colori, oppure di uno e del suo così detto «complemento»: il verde pel rosso, ecc.

“FIG. 5. — SUPERFICIE DI UN CLICHÉ, INGRANDITA A 40 DIAMETRI.”

■ La teoria della tricromia consiste nel prendere un oggetto qualsiasi, nell’analizzare in quali quantità entrino a far parte del suo colore i tre colori primari, ed in quali esatte proporzioni. Stabilito ciò si potrà poi, con appositi clichés e col torchio da stampatori, riprodurre e riunire questi colori di bel nuovo, nelle stesse proporzioni di colori primari, secondari e terziari esistenti nell’oggetto.
■ La pratica dista ancora dalla teoria. E ciò dobbiamo ascrivere a varie cause, quali la delicatezza quasi irraggiungibile di manipolazioni che esigono le lastre sensibili, l’incertezza dei filtri di colore, l’imperfezione delle sostanze coloranti che si trovano negli inchiostri tipografici, i difetti e le irregolarità delle carte e delle macchine da stampare, la mancanza di senso artistico che spesso si riscontra negli zincografi. Nullameno i risultati sono abbastanza soddisfacenti, direi anzi meravigliosi; e possiamo sperare che, migliorandosi sempre più i processi, si giunga un giorno alla perfezione.
■ Passiamo ora alla preparazione dei clichés per la tricromia. Non si dimentichi, durante questa spiegazione, che venti lastre di pietra non erano molte per ottenere un buon risultato nella cromolitografia.
■ La prima parte del procedimento è la decomposizione dei colori dell’oggetto, la determinazione delle loro proporzioni. Anche qui saremo aiutati dalla fotografia. Si è scoperto che i raggi luminosi emananti da un oggetto sono passibili di essere filtrati come dell’acqua in un filtro; e che, come le sostanze estranee all’acqua vengono trattenute dallo strato di carbone od altro, con filtri colorati adatti si riesce a lasciar passare solamente raggi di un determinato colore. Abbiamo due specie di questi filtri secchi od umidi.

“FIG. 6. — FILTRO UMIDO.”

■ Il filtro umido consta di una cellula con pareti consistenti in due lastre di vetro limpido, tra le quali sta una soluzione d’un colore d’anilina (fig. 6). Quando invece la tinta d’anilina mescolata ad una soluzione di gelatina o di collodio viene cosparsa su una lastra di vetro, sulla quale se ne assicura, con balsamo del Canadà, una seconda per proteggere lo strato colorato, abbiamo un filtro asciutto (fig. 7). Per filtrare ogni colore si devono usare tinte differenti, come dalla seguente tabella:

■ Preparati i filtri, si pongono dinanzi o dietro l’obbiettivo della macchina fotografica, uno alla volta. Nella macchina si avrà una lastra sensibilissima. Usando il primo filtro accennato, la fotografia non registrerà che i toni azzurri dell’oggetto, impedendo il passaggio ai raggi rossi e gialli, ed a quelli derivanti dalle loro combinazioni binarie. E così via pel rosso e pel giallo. Otterremo così tre negative differenti, che vengono poi riprodotte sulle lastre metalliche col processo descritto nella prima parte di questa trattazione.

“FIG. 7. — FILTRO ASCIUTTO.”

■ Nella nostra tavola a colori, si vedono le impronte delle tre lastre metalliche, da sole, nelle loro combinazioni binarie, ed in quella terziaria; ed è interessantissimo di osservare le differenze che passano tra una lastra e l’altra, ed il risultato che producono quando vengono stampate, una dopo l’altra.

“FIG. 8. — UN SALONE DI LAVORO PER RIPRODUZIONI IN TRICROMIA.”

■ Abbiamo visto di quale semplicità sia il processo di tricromia. Non si tratta che di separare, fotografandoli attraverso differenti filtri colorati, i colori d’un oggetto, e di riunirli poi nelle stesse proporzioni sulla carta, stampandoveli colle lastre ottenute dalle negative prese. Per quanto semplice però sia la teoria, la pratica è tutt’altro che facile, e la tricromia è ancora in fascie; il rendimento dei filtri colorati è ancora imperfetto, e conviene spesso ritoccare a mano le lastre per ovviare all’insufficiente funzionamento dei filtri. Naturalmente, anche questo ramo dell’industria si va ogni giorno più perfezionando, e speriamo in alcuni anni di ottenere dei risultati ben più meravigliosi di quelli finora ottenuti. Non sarà una delle minori vittorie riportate dall’intelletto umano.”

Filtri e stacci negli animali (1910)

Da La Scienza per Tutti, Anno XVII, N. 32, 15 maggio 1910.

” ■ Le branchie dei pesci che abitano acque torbide o che hanno scelto la loro abitazione nei fondi fangosi dei pantani son sempre d’un bel color rosso vivo, e perfettamente pulite. Né questo fenomeno si può spiegare colla protezione data alle branchie dagli opercoli che le coprono, poiché l’acqua, pura o melmosa, passa continuamente attraverso ad essi ed alle branchie. Ma la provvida natura ha dotato la gola dei pesci di veri filtri, attraverso i quali passa, purificandosi, l’acqua, prima che essa abbia raggiunto le branchie. In molti altri animali troviamo dei dispositivi naturali che fanno l’ufficio di filtri o di setacci, e finora s’era concessa una lieve attenzione ad essi, abbenché siano d’importanza capitale, diremo anzi vitale, per gli animali che ne vanno provvisti. I filtri naturali che si trovano nell’organismo di alcuni animali si possono dividere in tre grandi categorie; quelli che hanno uno scopo puramente protettivo, quelli che provvedono alla filtrazione dei cibi assorbiti dall’animale, e quelli infine che servono ad ambedue gli scopi.

“FIG. 1. — PORI RESPIRATORI NEL DITISCO MARGINATO (MOLTO INGRANDITI).”

■ I filtri protettivi si riscontrano tanto negli animali terrestri che in quelli acquatici. La loro funzione consiste nel proteggere contro gli attacchi di agenti esterni gli organi di respirazione ed altre parti delicate del corpo. I pori respiratorî che si trovano lungo la linea addominale degli insetti e che apportano l’aria alle loro trachee sono provvisti di apparecchi svariatissimi che impediscono l’accesso alla polvere. Ed anche la minima parte di pulviscolo che riesce ad entrare nelle trachee durante il periodo dell’inspirazione, ne viene espulsa nel successivo periodo di espirazione. Nel Ditisco marginato ciascuno dei due grandi pori respiratori di forma ovale è protetto da un tessuto di peli intrecciantisi (fig. 1). Le branchie del granchio d’acqua dolce son provviste di lunghi peli arricciati che ne proteggono l’accesso (figura 2).

“FIG. 2. — SEZIONE TRASVERSALE DEL GRANCHIO D’ACQUA DOLCE.”

■ Le larve acquatiche delle Friganee, come dicevamo nel supplemento dell’8. numero della Rivista, si proteggono con casette che vengono costruite di pietruzze, festuche, pezzettini di legno, detriti di ogni sorta, tenuti assieme da un umore vischioso, che si solidifica in una specie di seta (fig. 3). Prima che la larva passi allo stato di crisalide, le aperture della casetta tubolare vengono provviste di filtri, attraverso i quali passa l’acqua necessaria purificata, e tale da non poter recar danno alle branchie della crisalide. Questi filtri vengono filati come le tele di ragno, in diverse forme ed in differenti modi (fig. 4). Alcuni sono dei veri tessuti provvisti di piccolissime aperture (b 1); altri sono molto aperti (b 2), altri ancora sono commisti a pietruzze (a).

“FIG. 3. — LE METAMORFOSI DELLE FRIGANEE.”

■ Il sistema acquatico vascolare delle stelle e dei ricci di mare è protetto dalle «placche madreporiche» attraverso le quali vien filtrata l’acqua prima di entrare in circolazione nell’organismo dell’animale (fig. 5).
■ L’esempio più potente, più efficace di setacci pei cibi vien dato dalla balena. L’intera bocca dell’enorme mammifero è quasi completamente otturata dai fanoni (ossi di balena) che non permettono l’accesso della trachea e del tubo digestivo se non a minuscoli crostacei e piccolissimi molluschi, contrariamente a quanto molti credono ancora.
■ I fanoni pendono in file parallele dal palato, che ne ha da 300 a 360 (specie groenlandesi), di cui i più lunghi possono misurare anche 5 metri di lunghezza su 30 cm. di spessore alla radice. Spesso il peso complessivo dei fanoni di una balena raggiunge i 1500 chilogrammi. La loro superficie interna è provvista di peli intrecciati (figure 6 e 7). Quando le mandibole dell’animale si chiudono, la lingua ed i fanoni si dispongono in modo da precludere quasi completamente il passaggio a qualsiasi oggetto che non sia di dimensioni minime. L’acqua trattenuta dall’animale nella bocca sfugge attraverso il piccolissimo foro, e gli animaletti che v’erano contenuti rimangono invece presi tra i fanoni, fornendo così alla balena il necessario nutrimento.
■ In modo simile si nutre il Mestolone (Rhyncopsis clipeata), specie di anitra che si trova anche in Italia, benché sverni in generale nelle Indie e nelle regioni etiopiche. La parte superiore del suo becco sormonta a mo’ di portico quella inferiore, e porta da ogni lato una fila di piccoli fanoni, di consistenza cornea, e smussati (figura 9). Ogni lato della parte inferiore del becco è altresì provvista di circa 200 fanoncini, simili a spigoli sfrangiati e di varie lunghezze, fino a 6 cm. al massimo. La cavità formata dal becco, dal palato e dalle fauci vien riempita dall’animale d’acqua nella quale son sospesi degli animaletti. Quando poi l’uccello leva il capo, a bocca chiusa, l’acqua sgocciola lateralmente tra i fanoni, che trattengono invece la preda. E tutta l’operazione vien effettuata con tale rapidità, che l’occhio può difficilmente rendersene conto.

“FIG. 4. — FILTRI NEGLI INVOLUCRI DI LARVE DELLE FRIGANEE.”

■ Apparecchi di filtramento assai bizzarri si riscontrano pure nello stomaco del granchio d’acqua dolce. Gli intestini di questo crostaceo, eccezion fatta di una piccola porzione contigua allo stomaco, sono improprii alla digestione, essendo intonacati della medesima sostanza cornea e di purezza pietrosa che forma il guscio dell’animale. E dappoiché il piccolo pezzo superiore dell’intestino non è bastante per compire tutte le operazioni della digestione, la superficie digerente è stata aumentata dalla Natura in modo assai strano. Da ciascun lato dell’intestino superiore, comunicante con esso, si trova un organo abbastanza grande, di color giallo, e pieno di innumerevoli tubetti o canaletti, di sezione finissima (fig. 11 I, b); organo che vien chiamato comunemente ma erroneamente, il fegato dell’animale. Il cibo, preparato ed emulsionato nello stomaco del granchio, passa attraverso questi canaletti, che, pel loro gran numero, offrono una grandissima superficie assorbente.

“FIG. 5. PARTE DI UNA PLACCA MADREPORICA DI STELLA MARINA. — FIG. 6. TESTA DI BALENA.”

■ I canaletti sono così sottili che solamente delle sostanze sminuzzatissime possono passarvi attraverso. E quindi, nello stomaco, il cibo non è solamente preparato, ma deve anche ripetutamente passare attraverso i filtri e gli stacci che vi si trovano, per ridurlo in uno stato di sminuzzamento tale da poter essere digerito dai canaletti di cui abbiamo parlato. Lo stomaco è diviso in due compartimenti; un ventriglio (analogo a quello che forma il secondo stomaco di certe specie d’uccelli) (fig. 11, C), in cui il cibo è macinato, ed una camera di filtri (figura 11, P), che contiene un serbatoio (fig. 10, St), e tre filtri (Mf, Drf, fig. 12).

“FIG. 7. — SEZIONE TRASVERSALE NELLA BOCCA DI UNA BALENA.”

■ Il cibo finemente macinato e ridotto in poltiglia nel ventriglio s’accumula nel serbatoio, che, quando è pieno, vien compresso dai muscoli che lo attorniano. La pressione costringe la parte liquida del chilo a passare attraverso tre orifizi protetti da peli; mentre questi ultimi trattengono le particelle solide che vi possono essere contenute, e le rigettano nel serbatoio, da dove passano nella parte inferiore dell’intestino. Gli orifizi di cui parliamo conducono ai tre filtri, due dei quali (fig. 10, Drf) sono di forma tubolare e rivestiti di numerose creste trasversali, coperte di peli finissimi, rivolti verso il serbatoio, ossia contro corrente. Quando il chilo liquido passa sopra questi peli, tutte le particelle solide che avessero potuto sfuggire a quelli che guarniscono l’orifizio maggiore vi rimangono impigliate, mentre la soluzione purificata, od emulsione del chilo, gocciola tra le creste, e trova la sua via ai canaletti del cosidetto fegato. Tutte le particelle trattenute dai filtri se ne tornano al serbatoio, e di lì all’intestino inferiore. Il filtro superiore poi, (Mf, fig. 10) è guarnito di peli, ma non di creste, e dà direttamente sull’intestino superiore.

“FIG. 8. TESTA DEL MESTOLONE. — FIG. 9. SEZIONE DEL BECCO DEL MESTOLONE.”

■ In molti animali acquatici, la stessa disposizione di filtro serve per proteggere gli organi respiratori e per separare il cibo. Gli animali e le altre sostanze solide che entrano nella bocca assieme coll’acqua che serve per la respirazione devono essere messi da parte, sia per proteggere le branchie, che per fornire il cibo all’animale. Una di queste due funzioni predomina a seconda della specie.

“FIG. 10. GLI STOMACHI DEL GRANCHIO D’ACQUA DOLCE. — FIG. 11. GLI ORGANI DIGESTIVI DEL GRANCHIO D’ACQUA DOLCE.”

I pesci ed i girini delle rane e delle salamandre sono provvisti di filtri di meravigliosa complessità, situati nella gola e negli spigoli interni delle aperture che conducono alle branchie. La forma più semplice si riscontra nei girini delle salamandre, e si compone di piccole escrescenze; più complesso invece è l’apparato del girino della rana. La salamandra, anche allo stato di girino, è un animale predone, e pertanto inghiotte la sua preda a pezzi abbastanza grandi, che possono essere rimossi facilmente dalle branchie caso mai vi entrassero, o vi si soffermassero. I girini delle rane, invece, si nutrono precipuamente di alghe, e tutto il cibo entra nel loro tubo digerente in uno stato di grande sminuzzamento.


“FIG. 12. FILTRI NELLE BRANCHIE DI UN GIRINO. — FIG. 13. FILTRI NELLE BRANCHIE DI UN PESCE. — FIG. 14. FILTRI NELLE APERTURE BRANCHIALI DI UN PESCE.”

■ Le loro branchie sono pertanto protette da un vero labirinto di canaletti e di condotti (fig. 12), attraverso i quali non può passare che l’acqua pura.
■ Grandi differenze si riscontrano pure nei filtri protettori delle branchie nei pesci. Nella sua forma più semplice l’apparato comporta solamente una stretta fessura che compone l’orifizio delle branchie sulla gola, fessure che si aprono come i diti di una mano serrata (fig. 13). Nella fig. 14 si vedono invece delle forme più complicate, a mo’ di pettini o di graticci. Filtri di questi tipi si trovano nei salmoni, nelle trote, nelle aringhe. Quanto ai pesci che abitano acque limpide, la maggiore o minore apertura dei filtri dipende dalle dimensioni del cibo che l’animale può inghiottire. Legge questa che si trova chiaramente spiegata nelle famiglie dei salmoni e delle aringhe. I salmoni, le trote ed altre specie di pesci predoni, che divorano animali di dimensioni relativamente grandi hanno dei filtri di disegno rozzo, con pochi canaletti mentre le specie che, come l’aringa, si nutrono particolarmente d’alghe, hanno dei filtri complicati, intricatissimi e quasi chiusi.

“FIG. 15. — FILTRI NELLE BRANCHIE DI ALCUNI TUNICATI (MOLTO INGRANDITI).”

■ Tutti i pesci poi che, come i carpioni, vanno a cercare il loro nutrimento nelle acque melmose, hanno dei filtri strettissimi, e che non dipendono per nulla dalle dimensioni del cibo divorato, visto che il loro ufficio si riduce a quello di proteggere le branchie dell’animale.
■ I molluschi chiamati «Tunicati» od «Ascidi», posseggono pure dei filtri complicati. Queste strane creature sono altrettanto attive dei girini ai quali rassomigliano, mentre, allo stato adulto, passano la loro esistenza immobili sul fondo del mare. Il corpo ne è ricoperto di un integumento coriaceo, il «mantello» o «tunica», che possiede due orifizi alla parte libera superiore. Una corrente d’acqua circola continuamente fra questi due fori, entrando dall’uno di essi ed uscendo dall’altro. Il foro d’entrata s’apre su di una cavità chiamata cavità branchio-intestinale, le di cui pareti comunicano per dei pori sottilissimi alla cavità generale del corpo, che comunica a sua volta coll’apertura di uscita dell’acqua.
■ Di più le pareti della cavità branchio-intestinale sono tappezzate da numerosissimi vasi sanguigni, ed anche il sangue che vi scorre viene aereato dall’aria contenuta dall’acqua circolante. Ma esse pareti, simili a setacci, servono pure a trattenere nelle cavità, e prima che abbiano a giungere alla vera bocca, aprentesi al fondo sullo stomaco, tutti gli animali ed altri corpi solidi che la corrente d’acqua porta seco entrando. I pori sono di disegni assai differenti, complicati e finissimi; alcuni di essi sono riprodotti, molto ingranditi, nella fig. 15. Il numero di questi pori, microscopici sorpassa talvolta i 250 000.
■ Condizioni simili troviamo nella respirazione e nella nutrizione dei molluschi bivalvi. Le branchie, che contengono circa 4000 pori al centimetro quadrato, servono da filtri, e trattengono tutti i corpi solidi che, a seconda della loro natura, vanno alla bocca per servire da nutrimento, oppure vengono direttamente eliminati dall’animale.”

Una splendida pagina della preistoria italica (1912)

Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XVIII, N. 11, novembre 1912.
Dell’avv. B. Mattiauda.

” ■ Ripenso talvolta il lavoro paziente e vastissimo compiuto dal Touring Club Italiano quando sotto l’ispirazione e la guida di L. V. Bertarelli, imprese la «revisione toponomastica dei documenti fondamentali che ci danno i nomi di casa nostra». Ripenso al contributo spontaneo di lavoro portato da un esercito di soci, ed alle 48000 comunicazioni cogli Informatori spogliate, discusse e utilizzate in poco più d’un anno rettificando 7197 nomi della Carta d’Italia…; e domando a me stesso di che cosa sarebbe ancora capace codesta attività con tanta coesione di buon volere e di forza morale.

“FIGURA D’UOMO CON ARATRO E BUOI IN «VAL FONTANALBA».”

■ E ripensando al lavoro compiuto di fronte a quello che rimane da compiere, si affacciano alla mia mente le NOTE TOPONOMASTICHE del Touring Club Italiano come prima correzione delle prove di stampa per un libro di valore immenso, quale sarebbe il libro più antico mondo; perché il libro più antico non è certamente la Bibbia, né possono esserlo i libri sacri dell’India o del Celeste Impero, né quelli sacerdotali d’Egitto, dove leggevansi le vicende di civiltà e di popoli scomparsi. Prima di Mosè, prima di ogni scrittura geroglifica dell’Egitto e del Messico, prima ancora del sacro vate che affidò al vetustissimo canto le prime istorie da tramandarsi ai venturi, esordiva la umana industria con un libro mirabile per vastità d’argomento e continuità di dettato e serie non interrotta di collaboratori, così da farne la storia più antica e fedele di tutti i popoli meritevoli di ricordanza. Questo libro antichissimo, perché anteriore alle prime parvenze di civiltà, è la superficie stessa della terra, e i suoi caratteri indelebili e le sue parole, sonanti lungo il corso di molti millennî, sono I NOMI LOCALI, testimonianze sicure delle vicende infinite dell’Umanità, delle sue divisioni, delle sue lotte, delle parentele remotissime, dei linguaggi misteriosi che germogliarono per secolari contatti di tribù e di popoli senza nome, prima assai che sorgesse il primo vate ripolitore di volgare linguaggio o il primo grammatico paziente e l’acuto glottologo a raccogliere le leggi arcane e mirabili della umana parola. In questo libro immenso, nei nomi dei monti, dei fiumi, dei golfi, dei promontorî, delle fontane e delle caverne stesse che raccolsero e protessero le umilissime origini degli umani consorzi, nei nomi delle città e dei villaggi più antichi è la storia prima e più certa delle vicende dell’umana famiglia. Ogni popolo ha in questo libro la sua pagina misteriosa. Ed una delle più splendide è certamente quella toccata alle genti d’Italia e scolpita indelebile su tutta quanta la superficie della penisola nostra nelle migliaia di nomi che più durevoli della pietra e del bronzo serbano le memorie dell’italica stirpe.

“UNA GRANDE SUPERFICIE LISCIA IN «VAL FONTANALBA» COPERTA DALLE FIGURE SCOLPITE.”

■ A leggere questa pagina, inesauribile per ricchezza di rivelazioni inattese, pochi si accinsero, distratti specialmente dalla volgare credenza che tutto s’abbi a trovare nei libri, senza pensare che prima d’ogni più antica scrittura, l’Umanità ebbe millennî di vita lasciandone sempre testimonianza NEI NOMI DEI LUOGHI ABITATI. I quali nomi accettati quasi sempre dai successivi occupanti, modificati in parte o storpiati pure talvolta dai conquistatori, ma più sovente ancora dalla incosciente superbia dei letterati, restarono però quasi sempre inalterati nella fonetica popolare dei volghi abitatori della regione specialmente nelle parti montane e di più difficile accesso. E in questa volgare fonetica sempre o quasi si possono rintracciare e riconoscere nelle loro forme antichissime, e possono essere purgati dalle eventuali sovrapposizioni e dalle storpiature che li deturpano. A leggere e a purgare la splendida pagina che porta il nome d’ITALIA si accinse da qualche tempo il Touring Club Italiano come apparisce in modo speciale dalle Note toponomastiche pubblicate nel 1908. E se la collaborazione dei numerosi consoci rispondesse ancora volonterosa all’appello, come prevede il Bertarelli, io vorrei pure sollecitarla non solo per aggiungere a molti nomi locali compresi o da comprendersi nella Carta topografica d’Italia la forma dialettale corrispondente, ma per raccogliere inoltre nelle rispettive forme volgari tutti quei nomi di regioni, di località, di rupi, di fontane, di caverne, ecc. ecc., che non possono essere compresi nella carta e che non avendo una ragione storica conosciuta, sieno in apparenza strani o difficilmente spiegabili. Io ciò vorrei perché una certa esperienza e ripetute osservazioni e pazientissime indagini da lungo tempo m’insegnano che nella forma volgare dei nomi proprî locali è a raccogliersi la più gran messe di voci comuni delle antichissime lingue italiche.

“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE DI ARMI, ARATRO, ECC.”

■ È in questi nomi la prova più certa che vive e si perpetua in moltissimi volghi italici l’idioma dei Liguri, stirpe più antica d’Italia, l’idioma stesso che i dotti immaginarono e proclamarono estinto, vaneggiando sorpresi dietro un errore colossale di Metrodoro Scepzio, divulgato da Plinio, riguardo al nome del maggior fiume d’Italia.
■ È in questi nomi la chiave di quell’arcano linguaggio degli Etruschi dalla cui civiltà assai prima che dalla Graecia capta si educava l’antica Roma all’imperio del mondo; di quell’arcano linguaggio che il Lattes (miracolo di lavoro e di pertinace pazienza tra i molti e dottissimi che ne tentarono il mistero) dice ancora, e giustamente, «un problema che da tre secoli almeno — altri potrebbe dire da venti — pesa come cappa di piombo sulla storia della civiltà e dell’Italia». E tale è davvero, perché delle sue migliaia d’iscrizioni scoperte finora NON UNA fu integralmente, con sicurezza e concordemente decifrata in tre secoli di lavoro, da una legione di dotti; NON UNA! neppur quella semplice e chiara di due sole parole conosciuta col nome di epigrafe di Tresivio (Fabretti, N. 2, del Primo Supplemento al Corpus inscriptionum italicarum), neppur quella sepolcrale davvero e chiarissima e di una sola parola al N. 1981 del Fabretti! senza contare le venti interpretazioni diverse e quasi tutte frammentarie della grande e completa epigrafe del Cippo di Perugia (al N. 1914 del Fabretti) attorno alla quale da 89 anni almeno si sta lavorando!

“TESTA CORNUTA CON RETTANGOLI DENTRO LE CORNA
«VAL FONTANALBA»”

■ Sarebbe pure questa raccolta di forme dialettali dei nomi di casa nostra, il primo e più efficace contributo a un Dizionario Geografico d’Italia, utilissimo non solo alle ricerche geografiche, ma sì ancora, e più efficacemente forse, alle ricerche linguistiche ed etnografiche, essendo certissimo ad esempio, l’etimologia dei nomi stessi più noti, come quelli di Torino, Milano, Genova, Nizza, ecc., ecc. non potrà mai seriamente e utilmente ricercarsi se non partendo dalla forma volgare (Turin, Milan, Zena, Nissa, ecc.), cioè la forma ricevuta dal linguaggio d’origine.
■ E codesta verità intuirono forse coloro che (specialmente dalla Sardegna) contribuirono alle Note toponomastiche per la Carta del T. C. I. tentando di sostituire la forma dialettale nei nomi di molte località alla forma dei nomi stessi non sempre felicemente italianizzata, e immeritatamente accolta nelle Carte dell’Istituto geografico Militare, come già per lo innanzi nelle scritture notarili e burocratiche. Col quale tentativo intesero probabilmente affermare che i 3052 nuraghi inscritti nell’Elenco degli edifizi monumentali d’Italia pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1902 non valgono per lo storico e pel filologo quanto i nomi di pochi debitamente studiati e accertati nel rispettivo valore linguistico, e quanto valgono i nomi dei paesi dove s’incontrano ancora, come, ad esempio, il nome di Arzana, Bennari d’Usellus, Baiore, Isili, Narca, Oliena, ecc., ecc. e quanto i nomi dei nuraghi Izzi ed Aiga in Abbasanta, Bolessene in Aidomaggiore, Sa Nizza in Assolo, Sa Iba in Bari Sardo, Ruinenna ed Atza Cosu in Guamaggiore, Solene e Mene in Macomer, Sabadi in Muravera, Orene in Norbello, Ena longa in Ortueri, Benas in Solarussa, Mitza manna in Uras, S’Ena de Calvia in Alghero, Badena a Ittiri, Marena in Cheremule, S‘Ecca de S’Aghedue S’adde de sa chessa a Nulvi, ecc.

“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE.”

■ Non mi dissimulo le difficoltà che sovente s’incontrano dovendo scrivere un nome o vocabolo con giusta grafia corrispondente alla fonetica dialettale; ma giova considerare che tra un nome malamente scritto nella forma volgare (suscettibile sempre di correzione) ed un nome storpiato o travisato per ismania di tradurlo e vestirlo nella lingua comune della nazione, è preferibile sempre la imperfezione del primo caso, la quale non impedisce il riconoscimento, alla imperfezione del secondo, che fa irriconoscibile il nome a coloro stessi che ogni giorno lo ripetono e lo sentono.
■ Altro lavoro d’indagine utilissima alla storia qualche volta pure all’archeologia sarebbe di ricercare fra le centinaia di nomi locali desunti dal Cristianesimo i nomi precedentemente portati da quelle stesse località e probabilmente, nella maggior parte dei casi, desunti dalle credenze pagane o da ragioni storiche o topografiche.
■ Abbiamo, ad esempio, in Italia non meno di 529 comuni (senza contare un maggior numero di frazioni, molte delle quali vantano origine più antica del capoluogo) i quali portano nomi di Santi; ed è certo che molti tra questi aggregati di abitazioni hanno origine anteriore al Cristianesimo. Qual era di questi comuni o di queste frazioni il nome primitivo scomparso? E la ragione di quel nome qual era?…
■ Pochissimi sanno oggi, ad esempio, che al nome antico di VILLA MATUTIANA (tratto dal culto pagano) fu sostituito nei tempi cristiani il nome di San Remo; che il nome dell’antica PEDONA, nei liguri Vagienni, venne mutato in quello di BORGO SAN DALMAZZO; che S. Pietro di Bivona (Calabria Ult.) fosse l’antico IPPONIUM; che Borgo S. Sepolcro fosse altra volta BITURGIA, e S. Angelo in Vado il THIPHERNUM METAURENSE, e Borgo S. Donnino fosse FIDENZIA, e che sia stato San Gemini la CARSULAE degli Umbri antichissimi.

“«VALLONE DELLE MERAVIGLIE» SUPERFICIE CON FIGURE.”

■ E non basta. Moltissimi passi alpini (conosciuti pure e frequentati dai Liguri, dagli Umbri, dagli Etruschi e dai Romani) portano oggi il nome di un Santo: San Bernardo, San Gottardo, San Giacomo, S. Marco, S. Martino, ecc. Qual era il nome antico, e da qual fatto storico o mitologica leggenda era esso desunto?
■ Quali avanzi di templi o sacelli, di teschi o d’are o d’erme solitarie del paganesimo esistono od esistevano un giorno, o quali nomi rimangono a indiziarne la disfatta dove sorgono oggi i santuarî, le cappelle, i piloni e le statue colossali del Redentore, testimonianze solenni alla fede vittoriosa del Crocifisso di Nazaret?
■ Ecco un campo vastissimo al buon volere, all’attività inesauribile del Sodalizio nostro. Coraggio dunque e all’opera!
■ Si apra dalla Rivista una rubrica speciale a queste indagini, a raccogliere le informazioni, le rettifiche ulteriori dei nomi sfuggiti al lavoro delle Note toponomastiche, le forme dialettali di quanti più nomi sarà possibile, i nomi antichi scomparsi o rimasti silenziosi o sconosciuti per alterazioni o per sovrapposizione di nuovi.
■ Il campo è vastissimo e la messe inesauribile forse, perché non ostante il lavoro immenso che in Italia e fuori si andò compiendo, molti sono ancora i punti oscuri e moltissime le oasi inesplorate nella storia delle genti italiche. Fino a qual punto si estese la irradiazione e il dominio dei Liguri, degli Umbri, degli Etruschi? Dove sorgevano e come quelle città d’Etruria delle quali appena il nome ci è noto, come Amitina e Arteña, e Blera o Bieda, e Fescennia, e Ferentino, e Fregena, e Gravisca ed Erbano, e Larteniano, e Larnia ossia Larina, e Ocricula, e Velete, e Solonio, e Suderto, e il celebratissimo Feroniae Lucus, e Syrenzio o Syrcento, e Falari o Faleri, e il Fanum Voltumnae, e il Vicus Elbii, e Meonia, e Statonia, e Turrena, e Vetulonia e tante altre delle quali appena ci resta il nome ellenicamente o latinamente storpiato come quello, ad esempio, di Bondelia, lasciatoci da Tolomeo con tre lettere che l’alfabeto etrusco non ebbe (B, O, e D), e come quello di Eba?
■ E non potrebbero per avventura indiziarne l’ubicazione le scoperte frequenti di necropoli senza nome e la toponomastica della circostante regione?

“SUPPOSTI DISEGNI DI UNA CAPANNA CON RECINTO PER LE BESTIE IN «VAL FONTANALBA»”

■ Quali sono i castelli dei Liguri onde i Romani, tacendo i nomi nella storia, celebrarono l’espugnazione con trionfi ai quali Cicerone (estimatore non sospetto delle glorie romane) mordacemente preferiva un’orazione di Crasso? — Dove e quali sarebbero i campi memorandi in terra italica sui quali a Roma fu tante volte disputato l’imperio del mondo? — Dove apparve più lunga ed intensa in Italia la influenza della civiltà e della dominazione romana? — Dove ancora si riconosce e si accerta una traccia delle antiche religioni scomparse? — Perché il nome o i nomi molteplici dei due massimi fiumi d’Italia? — Perché il nome più modesto e non meno arcano del Bormida? e quelli perfettamente Liguri-etruschi del Ticino e dell’Adige, l’un dall’altro in apparenza tanto diversi e in realtà tanto affini? — Perché nelle Alpi marittime il nome di quel Monte Bego, circondato da nomi così arcani e paurosi e da quelle sette od ottomila incisioni rupestri che al più deserto di quei valloni dettero il nome delle meraviglie, e formano la disperazione dei dotti e il nobile perpetuo sogno di Clarence Bicknell, ricercatore infaticabile di quei geroglifici che speriamo non abbiano ad essere eternamente insolubile enimma? — E i nomi di Monte Viso, di Colle Ardente, di Rocca Barbena, di Pietra Ardena, o meglio Predenna, dei venti o più Monte Caro o Carmo o Calvo? delle Arme o Tane o grotte o caverne che furono abitazioni preistoriche anteriori all’alba di ogni civile consorzio?
■ Ecco il campo vastissimo che i centomila soci del Touring Club Italiano non avranno forse la sorte di percorrere intiero; ma potranno certamente avere il vanto di averne iniziato la cultura e di aver aperta o spianata la via a coloro che dopo di noi, e forse più fortunati di noi, verranno a raccogliersi attorno al vessillo che per la patria comune ci unisce e ci guida al lavoro.
■ Non avranno in questa impresa i nostri consocî lo stimolo di un premio accademico o la gloriola di aver vinto la gara come i cercatori di sciarade, di rebus e d’altri simili mezzi di ginnastica intellettuale adolescente; ma avranno essi di certo l’incitamento morale, assai più potente sopra intelletto d’uomini ai quali, dato il loro nome a un sodalizio, piace che questo raggiunga il suo scopo.
■ E lo scopo del sodalizio nostro, pur sotto il nome di modeste parvenze, è quello di conoscere, di correggere e di esporre nel fulgore della sua gloria una splendida pagina del più antico libro del mondo: quella pagina che chiamasi ITALIA.”

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