Donne patriottiche del Mezzogiorno. Il processo politico di Antonietta De Pace (1917)

Da La Donna, Anno XIII, N. 297, 15 settembre 1917.
Di Francesco Bernardini.

” ■ All’aborrita dominazione austriaca del Lombardo-Veneto fece degno riscontro, nel Mezzogiorno d’Italia, quella del Governo borbonico, bollato da Gladstone con una frase divenuta celebre: La negazione di Dio.
■ Fra coloro che ne affrettarono la caduta noi troviamo, all’epoca del Risorgimento, una singolare figura di donna in persona di Antonietta De Pace, morta nell’aprile del 1893 a Napoli, dove io ebbi modo di conoscerla e di frequentarne per parecchi anni la casa, essendo ella maritata, credo in seconde nozze, ad un mio carissimo amico, il prof. Beniamino Marciano, trapassato egli pure.
■ La De Pace, nata da nobile famiglia gallipolina il 2 febbraio 1818, soffriva, quando io la conobbi, una fiera bronchite, che l’aveva assai mal ridotta e spesso la costringeva a ricevere gli intimi stando a letto; ma conservava, insieme al contegno aristocratico, la vivacità dello spirito ed una meravigliosa lucidezza di mente che le consentiva di rievocare, con evidente compiacimento, le drammatiche vicende politiche della sua giovinezza.
■ Del resto, i documenti storici parlavano esuberantemente per lei. La defunta era cognata a quel fiero cospiratore di Epaminonda Valentino che, ascritto alla Giovane Italia, dirigeva in provincia di Lecce, insieme al Duca Castromediano (mio illustre concittadino e compagno di catena di Settembrini), il movimento rivoluzionario. Non è quindi meraviglia che la De Pace, ardentissima di anima, strappasse il segreto al cognato, divenendone poscia nell’attiva propaganda il braccio destro. Svelta, ardita, ma prudente fino all’astuzia, non poteva non rendere utilissimi servizi alla causa della libertà, a cui, dimenticando il mondo femminile, si era dedicata.
■ Scatenatasi, dopo il 15 maggio 1848, la reazione nel regno delle Due Sicilie, anche Lecce ebbe i suoi processi e le sue condanne; e il Duca Castromediano insieme al Valentino, arrestati come capi del movimento, vennero condannati, il primo alla galera, il secondo nel capo. Senonché il Valentino era morto durante l’istruttoria nel carcere centrale di Lecce, lasciando la moglie con due figliuoletti, il cui dolore inenarrabile valse ad instillare nella De Pace un odio ancor più profondo contro la tirannide. Trasferitasi a Napoli con la sorella e gli orfani nipoti, principal sua cura, giunta colà, fu di riannodare le relazioni del defunto suo cognato, e legossi ben tosto in amicizia con la madre di Alessandro e di Carlo Poerio, con la moglie di Settembrini e dell’Agresti e, più intimamente, con la signora Antonietta Poerio, sorella del barone Giuseppe, l’oratore del Parlamento napoletano del 1820, e zia di Carlo.
■ Da quest’epoca comincia per la De Pace la propaganda più attiva. Era il tempo buio del presidente Navarra e del procuratore generale Angelillo, e si faceva la celebre causa, politica s’intende, dei Quarantadue. Conosciute le famiglie più povere fra gl’imputati, andava d’attorno per le case dei liberali agiati, raccogliendo abiti, danaro, tutto ciò che era offerto, per venire in soccorso di queste famiglie. Seppe poi che in Napoli v’era un centro della Giovane Italia con a capo l’avv. Nicola Mignogna di Taranto; lo avvicinò e per suo mezzo conobbe gli altri cospiratori mazziniani fra i quali il Mignogna non era il più di talento, ma il più indomito ed audace.
■ Non par verosimile ciò che la De Pace facesse per servire il partito. Un parrucchiere a nome Vincenzo Vetrò le recava nascostamente da Procida la corrispondenza dei reclusi politici, che a sua volta ella faceva pervenire al Comitato di Genova, ove risiedeva Nicotera: di là a Lugano, altro centro rivoluzionario, e finalmente a Londra dov’era Giuseppe Mazzini.
■ Avvedutasi che la casa di sua sorella Rosa, presso cui viveva, le era d’impaccio, se ne liberò, ritirandosi nel tempio di S. Paolo, ove, mancandole il mezzo di pagare, fu ricevuta come corista; la qual cosa la obbligò ad imparare il latino per adempire l’ufficio assunto.
■ Là dentro ebbe cura di caparrarsi coi suoi modi l’affetto e le simpatie di quante erano chiuse con lei, ma in ispecial modo delle persone addette alla portineria ed al parlatorio, dovendo ricevere per la propaganda segreta lettere, comunicazioni ed ambasciate d’ogni genere.
■ Manco a dirlo, la De Pace suggestionò a tal segno tutte quelle ignoranti creature, che esse divennero facile ed inconscio strumento nelle sue mani. Le abbisognava non di meno maggior libertà. Che pensa? Nel bagno di Procida erano a scontar la pena, di venticinque e fin di trent’anni, parecchi liberali processati, fra cui il già mentovato Duca Castromediano di Lecce e Schiavoni Carissimo di Manduria. Essendo ritenuta donna eminentemente pia, la De Pace espresse il desiderio ed ottenne di recarsi periodicamente a Procida col pretesto di curare la biancheria dello Schiavoni, del quale si qualificò parente, ed a fine di visitare, per opera di misericordia, i carcerati. Poi, siccome la scusa della parentela era un filo troppo tenue, ella inventò un legame amoroso ed un matrimonio di là da venire col più giovine dei reclusi, Aniello Ventre, condannato a 15 anni di ferri. Così la parentela immaginaria ed il romanzo dei… promessi sposi finirono per burlare la polizia e il Comando del bagno, di guisa che la signorina De Pace poté per mesi e mesi andare e venire da Procida, dando e ricevendo comunicazioni.
■ Intanto nel 1853 falliva il tentativo insurrezionale nel Lombardo-Veneto, e nove patrioti, fra cui il prete don Enrico Tazzoli, Tito Speri, Carlo Montanari, conosciuti sotto il titolo di Martiri di Belfiore (valletta mantovana dove furono rizzate le forche), scontavano con la vita il loro grande amore per l’Italia. Lo scacco di lassù non affievolì l’ardore dei rivoluzionari napoletani, i quali cominciarono a lavorare fra i soldati dell’esercito borbonico per seminarvi il lievito della ribellione. Anima di questo nuovo atteggiamento fu la De Pace. Ma la polizia, a capo della quale era il feroce commissario Campagna, ebbe tosto sentore della cosa e, venuto a capo delle fila della congiura, decise l’arresto dei settari e, principalmente, di Nicola Mignogna e di Antonietta De Pace, che fu rintracciata e presa in casa Valentino il 26 agosto di quell’anno: non così presto, però, che ella, ratta come il baleno, non trovasse il tempo di togliersi dal petto due proclami di Mazzini, farne una pillola ed ingoiarla in presenza dei birri, per fare sparire il corpo del reato.
■ Se ne avvidero pertanto costoro e, credendo si avvelenasse, gridarono:
— Che fate?!…
— Nulla — rispose la De Pace, senza scomporsi — era l’ora di prendere una pillola; non ho alcuna ragione di avvelenarmi.
E, rivolgendosi al commissario Campagna — che obbiettava essere quelli, da lei ingoiati, dei proclami simili agli altri presi nel cappello del Mignogna — soggiunse sorridendo: Quel signore è pazzo!
■ Tratta al Commissariato, riuscirono inutili tutte le arti a cui si ricorse per strapparle confessioni compromettenti. Ma quando, una volta, dopo vane minacce il Campagna si lasciò andare fino alla viltà di alzare le mani, la mansueta signorina, fatta subito leonessa, dié di piglio ad una sedia per battergliela sul muso, gridando:
— Giù le mani, commissario Campagna, o io reagisco, mancandovi di rispetto!
■ Ad onta che le raffinate arti di questo sbirro non riuscissero nell’intento di farle confessare la colpa, la De Pace fu ugualmente mandata dinanzi ai giudici sotto l’accusa di cospirazione repubblicana per abbattere il governo esistente. E siccome il Mignogna, fatto passare per le verghe (che egli aveva sostenuto impavido, senza un lamento, fino al numero di sessanta battiture) si era mantenuto negativo, tutto l’interesse pubblico si acuì sulla persona della De Pace, dalla quale dipendeva la sorte di tante altre a lei legate dalla stessa fede.
■ Ma il contegno della imputata durante il processo che durò ben quarantasei giorni, e nel quale la cospiratrice fu difesa cavallerescamente dai più valorosi avvocati del foro napoletano — noto tra questi il Pessina e il Lauria — fu pari in tutto alla fama che ella godeva di donna cioè fiera, audace, ma prudente. Non una parola, non un atto di debolezza tradì in lei il fermo proposito di salvare, senza compromettere chicchessia, la causa della libertà.
■ Innumerevoli naturalmente furono, durante il dibattimento, gli episodi che ci lasciano intravedere le torture morali della De Pace per schermirsi dalle abili domande investigatrici del Presidente e del Procuratore Generale Nicoletti, inquisitore ed aggressivo. Ma tipico fra tutti il seguente: una lettera vien fuori in cui si parlava di capponi da far tenere a D. Peppino della villeggiatura. I capponi, manco a dirlo, erano dei proclami di Mazzini, e Don Peppino della villeggiatura era Giuseppe Libertini di Lecce, l’amico di Mazzini, il fiero cospiratore al quale i miei concittadini hanno innalzato un monumento nella piazza omonima. Il caso era per la De Pace terribile; il Tribunale voleva ad ogni costo spiegazioni dall’imputata.
— E che debbo dire io? — rispose costei, sorridente. — Mi furono mandati sette capponi, perché li facessi arrivare a destinazione.
— Ma no, ma no! — saltò su il Procuratore Generale, gongolante — i sette capponi sono altrettanti proclami!
E la De Pace senza scomporsi:
— Scusi, signor Presidente, abbia la bontà di vedere la lettera che data porta.
Il Presidente lesse: Diciannove dicembre.
— Bravo! — risponde lei di rimando — la spiegazione è data: siamo quasi alla vigilia di Natale, ed in quei giorni si usa, se non erro, mandare in dono dei capponi. Perché torturare una povera donna, quando le cose procedono chiare da sé?
■ In quanto al nome, ella, dopo aver chiesto un giorno di tempo a rispondere, col pretesto che le sofferenze del carcere le avessero indebolita la memoria, fece quello di un innocuo cittadino, tal Peppino Ventre, capo urbano, che nulla affatto sapeva e che era stato sempre devoto al Borbone. Ma la De Pace, appunto per questo, ne faceva il nome, sapendo che, col procurare a costui una seccatura, salvava gli altri da un grave pericolo.
■ E per vero il Ventre fu arrestato e tradotto dinanzi al generale Wiel; ma questi, dopo un sommario interrogatorio, non poté che rimetterlo in libertà.
■ Così, fra il contegno negativo degli imputati e le sospette testimonianze di alcuni agenti, il processo senza prove si protrasse fino alla requisitoria del Procuratore Generale, il quale, scagliando con enfasi retorica i suoi fulmini e dipingendo l’imputata e la sua setta coi più neri colori della sua tavolozza, chiese per la De Pace la pena di morte, che ella ascoltò senza battere ciglio; anzi, avendo seco dei confetti, si mise, con la maggiore disinvoltura di questo mondo, a mangiarne, mentre, alla richiesta del rappresentante della legge, un fremito di orrore correva per tutta l’aula, gremita di pubblico.
■ Ma il dubbio era ormai penetrato nell’animo del Presidente e dei giudici, la maggior parte dei quali non somigliava per fortuna al Procuratore Nicoletti; perché, dopo le eloquenti arringhe dei difensori, la De Pace a parità di voti, avendo tre giudici votato per la morte e tre per l’assoluzione usci a libertà, mentre il Mignogna veniva mandato in esilio, ed a pene egualmente miti erano condannati gli altri imputati.
■ Questo può dirsi il periodo più tempestoso e drammatico della De Pace, la quale, dopo la morte di Ferdinando II e la spedizione dei mille, vide avverarsi l’agognato sogno dell’unità e dell’indipendenza italiana. E fu la nostra eroina che mosse incontro Garibaldi, a Salerno, e circondata da signore, signorine, e dai componenti del Comitato, strinse la mano al Generale, dandogli in nome di tutti il benvenuto. Al quale saluto Garibaldi rispose, baciandola:
— Sono felice di esser venuto a spezzare le catene ad un popolo generoso, il cui governo non aveva rispetto neppure per le donne!
■ Nessuno però osava domandare a Garibaldi che cosa avrebbe fatto il giorno appresso; e tutti gli sguardi si appuntavano sulla De Pace, la quale ne intese il significato e chiese animatamente:
— Generale, ed a Napoli quando andremo?
— Domani — rispose Garibaldi con voce ferma, risoluta — e lei si tenga pronta a venire con me.
■ E il giorno appresso Garibaldi, infatti, avendo al proprio seguito la De Pace ed accanto, nella stessa carrozza, il ministro Liborio Romano (che lo aveva invitato telegraficamente a venire a Napoli) entrava nella capitale del Mezzogiorno fra le clamorose manifestazioni di gioia che il popolo delirante tributava all’eroe leggendario.
■ Era il 7 settembre del 1860.!

Trasmutazione artificiale degli elementi (1935)

Da Sapere, Anno I, Vol. I, 31 gennaio 1935.
Di Enrico Fermi.

“La trasmutazione artificiale degli elementi, la produzione artificiale di corpi radioattivi, la loro possibile utilizzazione in medicina la probabile scoperta di nuovi elementi chimici in più dei novantadue finora conosciuti, sono l’oggetto di questo scritto di Enrico Fermi che per i suoi lavori in corso nell’Istituto fisico dell’Università di Roma, coi contributi di valentissimi collaboratori, va richiamando l’attenzione di tutto il mondo sull’attività scientifica italiana in questo campo eccezionalmente importante sotto ogni aspetto.”

” ■ Il problema della scoperta di metodi intesi a trasmutare un elemento chimico in un altro è stato variamente studiato da parecchie generazioni di ricercatori scientifici.
■ Com’è risaputo, nel medio evo il più dei lavori degli alchimisti, dai quali ha origine appunto la chimica moderna, è intensamente rivolto ai tentativi di trasformare il mercurio in oro; ma solo in tempi molto recenti le nostre cognizioni sulla struttura e sulle proprietà dell’atomo hanno progredito a tal punto da poterci consentire di trattare il problema su basi scientifiche e di ottenere l’effettiva trasmutazione di un certo numero di elementi chimici. E se è vero che a molti alchimisti arrise la speranza di conquistare il benessere e la ricchezza, non credo davvero che altrettanto possa dirsi per alcuno degli scienziati che oggi lavorano nello stesso campo. La quantità di materia che si riesce a trasformare coi mezzi più adatti è tanto esigua da sfuggire anche ai più delicati processi di analisi chimica e soltanto le sensibilissime misure radioattive, consentendo di rivelare in molteplici casi la presenza di un numero anche piccolo di atomi, han fornito direttamente, negli ultimi anni, la prova sicura delle trasmutazioni compiute.

“S. E. FERMI, W. HEISENBERG, W. PAULI, I TRE GIOVANISSIMI FISICI DI FAMA MONDIALE, SUL LAGO DI COMO NEL 1927, IN OCCASIONE DELLE ONORANZE ALLA MEMORIA DI ALESSANDRO VOLTA.”

■ Il primo trasmutatore di elementi è stato il fisico inglese Lord Rutherford, del Cavendish Laboratory di Cambridge. Di fatto, nel 1919 egli dimostrava che alcuni elementi leggeri, ad esempio l’alluminio e l’azoto, quando venivano colpiti con particelle alfa emesse da corpi radioattivi, potevano qualche volta assorbire una di queste particelle ed emettere invece, corrispondentemente, un corpuscolo più leggero: un “protone”.
■ Allo scopo di chiarire il significato di questa scoperta sarà opportuno ricordare che, secondo le moderne teorie, l’atomo si ritiene costituito da corpuscoli carichi. Il centro dell’atomo è occupato da una particella relativamente pesante: il così detto “nucleo”. Questo è carico positivamente ed ha intorno a sé dei corpuscoli negativi, gli “elettroni”, perfettamente identici in tutti gli atomi. Ciò che differenzia tra di loro le varie specie atomiche è la diversa specie di nuclei, i quali possono differire o per massa o per carica elettrica; quest’ultima, misurata in unità atomiche, è sempre espressa da un numero intero (il “numero atomico”): 1 per l’elemento idrogeno, 2 per l’elio, 3 per il litio e così via, sino a 92 per l’uranio, che è il più pesante di tutti gli atomi conosciuti. Le particelle alfa che il Rutherford impiegava nelle sue esperienze, sono nuclei di elio proiettati spontaneamente da corpi radioattivi; invece i protoni, emessi dai corpi che venivano colpiti dalle particelle alfa, sono nuclei d’idrogeno.
■ Da quanto si è detto risulta la impossibilità di ogni tentativo di trasformare un atomo in un altro se il tentativo stesso non si traduce in un’azione sul nucleo: e si è riconosciuto che l’unico mezzo efficace per tale scopo è quello di colpire i nuclei con un bombardamento di particelle molto veloci e provviste dell’energia necessaria per raggiungere il nucleo e modificarne la struttura.
■ Nelle classiche esperienze di Rutherford del 1919, particelle alfa (carica elettrica 2), penetrando nel nucleo, ne accrescevano la carica di due unità; ma siccome seguiva la immediata emissione di un protone (carica elettrica 1), la carica del nucleo primitivo veniva, in ultima analisi, ad accrescersi di una sola unità; cioè l’elemento bombardato si trasformava in un altro, con numero atomico maggiore di 1 rispetto al precedente. Così, dall’elemento azoto (numero atomico 7) è possibile passare all’elemento ossigeno (numero atomico 8).
■ Dopo queste prime esperienze di Rutherford, nuovi esempi di trasmutazioni sono stati raccolti bombardando gli elementi con varie altre particelle, e speciale rilievo meritano qui le trasmutazioni prodotte mediante atomi di idrogeno ionizzato, accelerati in campi con potenziali altissimi, dell’ordine del milione di volt, esperimentati da I. D. Cockroft e E. T. Walton a Cambridge, e poi da Lawrence, Livingstone ed altri scienziati in America.
■ Fin quasi all’anno scorso, si credeva generalmente che dalle disintegrazioni artificiali ottenute mediante l’urto di particelle veloci contro i nuclei, si ottenessero sempre atomi stabili. Ma ecco che i fisici francesi F. Joliot e la moglie Irene Curie, figlia della compianta Maria Curie cui si deve la scoperta del radio, annunziavano — e il risultato era davvero ragguardevolissimo — d’essere riusciti a produrre tre nuovi istopi che non raggiungevano immediatamente una forma stabile; ma che si mantenevano per un tempo medio di qualche minuto in uno stato labile, analogo a quello delle sostanze radioattive naturali; emettendo poi un elettrone, questi elementi si trasformavano in comuni elementi stabili.

“LORD ERNEST RUTHERFORD OF NELSON.”

■ Il metodo seguito dai coniugi Joliot per la produzione di questi corpi radioattivi era il medesimo delle classiche esperienze di Rutherford: bombardamento, cioè, con particelle alfa. Queste non possono tuttavia considerarsi come agenti molto efficaci per produrre la disintegrazione artificiale dei nuclei, pel fatto che, essendo le particelle alfa cariche positivamente come i nuclei esse vengono da questi fortemente respinti. Questa ed altre cause limitano le possibilità di disintegrazione mediante le particelle alfa; anzi le circoscrivono praticamente ai casi di elementi molto leggeri, giacché la repulsione elettrica da parte dei nuclei di elementi pesanti assume tale valore da rendere impossibile la collisione del proiettile contro il nucleo atomico. Da ciò si comprende la opportunità di ricercare gli effetti di una particella neutra, cioè del neutrone che è un corpuscolo di dimensioni nucleari, con massa all’incirca equivalente a quella dell’atomo di idrogeno, ma privo di carica elettrica. Sebbene le sorgenti utilizzabili di neutroni siano di gran lunga meno ricche delle sorgenti di particelle alfa o di protoni, si poteva sperare a priori di trovare un compenso a questi elementi di svantaggio nel fatto che i neutroni sono appunto elettricamente neutri. Le esperienze all’uopo compiute a Roma hanno confermato appieno la legittimità di questo tentativo, dimostrando che all’incirca due terzi dei sessanta atomi cimentati al bombardamento di neutroni davano origine a nuovi corpi radioattivi. Il fenomeno si presenta non solo operando su elementi leggeri, sui quali è efficace anche il bombardamento con particelle cariche, ma anche lavorando su elementi pesanti. Invero anche l’uranio, l’elemento più pesante che si conosca, sottoposto al bombardamento di neutroni, dà luogo a prodotti radioattivi, diversi da tutti gli altri corpi radioattivi noti.
■ In molti casi, l’elemento radioattivo che si produce bombardando con neutroni un dato elemento è chimicamente diverso da quello originario e quindi è possibile, con metodi di analisi chimica adatti a questo tipo di separazione, discernere il corpo radioattivo dalla sostanza madre e con ciò provare direttamente la trasmutazione ottenuta. Si è così dimostrato, ad esempio, che bombardando il ferro con neutroni lo si trasforma in un isotopo radioattivo del manganese; che il cloro diventa fosforo radioattivo e così via. Un caso che presenta speciale interesse per tal riguardo è quello dell’uranio, giacché sembra che qualcheduno dei prodotti, nei quali esso si trasforma in conseguenza del bombardamento, abbia proprietà diverse da quelle di tutti gli elementi chimici conosciuti. Se questi risultati troveranno conferma sarà altresì provato che, per effetto del bombardamento dell’uranio, si forma un elemento instabile, finora ignorato, probabilmente con numero atomico 93, superiore cioè a quello di tutti gli elementi noti.

“F. JOLIOT E IRÈNE CURIE, FOTOGRAFATI ALL’ISTITUTO DEL RADIUM DI PARIGI [FOT. NEW YORK TIMES.]”

■ Osservavo dapprincipio come, pur essendosi ottenuta la trasformazione degli elementi in un gran numero di casi, la quantità di materia che si riesce a trasformare con tutti i metodi attuali sia tuttavia straordinariamente piccola.
■ Questo fatto esclude per ora ogni possibilità di ottenere una conveniente produzione di elementi rari, finché non si escogitino processi di trasformazione sostanzialmente nuovi. Naturalmente altrettanto deve dirsi circa le possibilità di utilizzazione delle enormi quantità di energie racchiuse nell’interno dei nuclei che si liberano in alcune reazioni nucleari.
■ Una applicazione che forse potrà in un tempo non lontanissimo entrare in una fase concreta potrebbe consistere nella produzione di corpi radioattivi artificiali per uso medico. Al riguardo può interessare la notizia che, come è stato provato nell’Istituto fisico di Roma, la intensità di produzione dei corpi radioattivi può in determinate circostanze arrivare a centuplicarsi solo che la sorgente dei neutroni e la sostanza irradiata vengano circondate da una grande massa d’acqua. Ciò è forse dovuto ad un rallentamento dei neutroni provocato dal loro urto cogli atomi d’idrogeno contenuto nell’acqua; sembra infatti che i neutroni lenti abbiano la proprietà di legarsi facilmente a qualche nucleo e quindi di trasformarli in un nuovo nucleo radioattivo. Tuttavia, neppure così è possibile produrre dei corpi radioattivi in quantità sufficiente alle applicazioni mediche: per questo parrebbe necessario poter accrescere ancora l’intensità delle sorgenti neutroniche utilizzabili.
■ In conclusione, sebbene la speranza d’applicare industrialmente i risultati su riferiti presenti oggi ancora molte difficoltà, possiamo affermare che molte proprietà del misterioso centro dell’atomo sono oramai venute in luce ma che molti fatti sono ancora oscuri e che occorrerà lavorare ancora parecchio prima di poterli chiarire, spingendo così più avanti la nostra comprensione dei misteri della costituzione della materia.”

Un moderno e benefico servizio di guerra: l’opera della “Fratellanza Universale Americana” in Italia (1918)

Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XXIV, N. 6, luglio-agosto 1918.
Di W. Mackenzie

” ■ Si potrebbe chiamare la «Croce Rossa Spirituale». Infatti, se la Croce Rossa pensa soprattutto a ristorare, a curare, a salvare i corpi ammalati o feriti, la «Fratellanza Universale» vuol dar cibo e conforto agli animi; vuol ricreare, istruire, bene spesso perfino educare nel senso migliore del la parola. Insomma, la Croce Rossa, in senso largo, combatte contro la depressione fisica, e la «Fratellanza Universale», in senso largo, combatte contro la depressione morale; valendosi del resto anch’essa di tutti i mezzi fisici più efficaci. Ma la depressione morale, se non è osteggiata, si trasforma con fatale sicurezza in depressione fisica, e questa in diminuita efficienza bellica. Cosicché, per un esercito in guerra, pur facendo astrazione da ogni possibile significato sociale ulteriore, devesi considerare importantissima e forse talvolta essenziale, ogni opera tendente a tener alto, sereno, possibilmente lieto, l’animo delle truppe.

■ Quattro lettere maiuscole, insieme ad un triangolo rosso dalla punta rivolta in basso, sul quale sono campate, formano già da molti anni una insegna notissima ed estremamente gradita, in varie parti del mondo, a milioni di uomini. Le quattro lettere sono: «Y. M. C. A.»; e la insegna è quella d’innumerevoli case del soldato, posti di ristoro, ricreatorii, cinematografi, teatrini, luoghi varii di onesto trattenimento e di conforto morale. Di tutte queste utili provvidenze si valgono, come ora dicevasi, milioni di uomini e sono essi anzitutto, nel momento attuale, i soldati di ogni nazione di lingua inglese; ma sono anche schiere infinite di operai, d’impiegati d’ogni specie, di studenti, di emigrati e perfino di adolescenti e di ragazzi; di tutti coloro, insomma, che la solerte «Y. M. C. A» può raggiungere con i suoi validi strumenti di ristoro spirituale, bene adatti, di caso in caso, alle più diverse persone che possano averne bisogno.

“I MEMBRI DELLA “FRATELLANZA UNIVERSALE,, AMERICANA COME COMPONENTI LA DIREZIONE PER IL FRONTE ITALIANO, PRESSO AL MONUMENTO DI GARIBALDI A BOLOGNA, NEL GIORNO DELLO STATUTO.”

■ Una tale opera benefica e silenziosa presta nel nostro Esercito, da mesi, la «Fratellanza Universale Americana». E perché silenziosa, essa è poco nota, tranne che presso il pubblico più direttamente interessato, cioè fra i nostri soldati. Sembra dunque doveroso ed utile il contribuire a farla conoscere ad un pubblico più largo; nei suoi risultati, nel suo programma, e soprattutto nel suo spirito.
■ Quel triangolo rosso, sia detto qui subito, nulla significa di massonico! La «Y. M. C. A.» non è una setta, non è una società segreta, non è una chiesuola di qualsiasi sorta. Le quattro lettere della sua targa sono le iniziali della dicitura: «Young Men’s Christian Association» che tradotta con precisione formale suonerebbe, in italiano: «Società dei Giovani Cristiani». Ma, molto saggiamente, la società si fa chiamare da noi «Fratellanza Universale»; poiché anche a proposito del suo titolo, essa desidera evitare qualsiasi malinteso. «Cristiano» nel senso più largo ed umano della parola, è in effetto lo spirito dell’impresa; ma nessuna tendenza di proselitismo verso una qualsiasi confessione lo anima. La «Fratellanza Universale» ha lavorato con grande successo, durante la guerra europea, prima che l’America entrasse in guerra, negli scacchieri orientali: ed a tutti coloro che ne vollero approfittare, ivi essa offrì l’opera sua. E questa fu bene apprezzata dai soldati cristiani, come da quelli maomettani o israeliti; dagli armeni, dai greci scismatici, dagli ortodossi. Ciò che la «Fratellanza Universale» anzitutto desidera, è di fare degli uomini, sani di corpo e di mente, alieni dalla immoralità e dagli eccessi, capaci di costituire con altri simili un tipo di società pervasa da un ideale umano. E intanto, essa vuole applicare le sue massime a quella «società» di urgente interesse, che un esercito combattente rappresenta.

“UNA SQUADRA GINNASTICA DI SOLDATI ITALIANI AL FRONTE, COMPOSTA E ALLENATA DALLA F.U.A.”

■ Qui si aggiunge per forza, e per buona ventura, l’elemento politico a quello umano: poiché, per naturale sviluppo di cose, l’opera umanitaria della «Fratellanza Universale», ora che l’America è fra gli Alleati, resta polarizzata verso di essi, oltreché verso i proprii connazionali. E questa è una nuova e non trascurabile arma che agli Alleati vien data: poiché si tratta di una energia mossa da ideali profondi, e poggiante su mezzi materiali poderosi; di un’ accolta di persone che sono, insieme, missionarii nel concetto e uomini di affari nell’applicazione; di un movimento che ha le sue radici nell’animo di alcune centinaia di milioni di uomini, e le sue prove maturate in settantacinque anni di assiduo lavoro.


■ La prima «Y. M. C. A.», infatti, sorse a Londra nel 1844, con pochi mezzi e con 12 soci, per opera di Giorgio Williams. Lo schema fondamentale dell’impresa fu quello conservato in sostanza fino ad oggi presso tutte le associazioni consimili sorte successivamente in tutto il mondo: elevare il livello morale dell’individuo per elevare quello del rispettivo gruppo sociale. Oggi, la «Y. M. C. A.» di Londra è una potenza finanziaria di prim’ordine: il solo palazzo dov’è insediato l’Ufficio Centrale vale oltre due milioni di lire italiane.

“UN MATCH ITALO-BRITANNICO DI FOOTBALL FRA SOLDATI ALLEATI, AL NOSTRO FRONTE.”

■ Attualmente vi sono «Fratellanze» in 47 Stati — non esclusi alcuni (anche non cristiani) dell’Estremo Oriente, né altri dell’Oceania e dell’Africa — con più di un milione di soci che pagano la loro quota. Il movimento, in quanto internazionale, fa capo ad un «Comitato Mondiale» con sede a Ginevra (lo presiede attualmente il Segretario Generale della Croce Rossa Internazionale). Ma in pratica sembra che l’elemento nord-americano sia quello più attivo, nei riguardi delle opere internazionali. E infatti, una buona parte di queste sono collegate al «Comitato Internazionale» di Nuova York, il quale nel contempo funziona da ente consultivo supremo per tutte le «Fratellanze» nord-americane, ossia degli Stati Uniti e del Canadà, che sono parecchie migliaia: una per ogni principale città. Il Segretario Generale di quel Comitato è l’attivissimo signor John R. Mott; il quale, oltretutto, è un grande amico dell’Italia.
■ I fondi sono ingenti: le quote sociali e le sottoscrizioni pubbliche, lanciate tanto dalle singole associazioni locali, quanto dal Comitato di Nuova York, assicurano la copertura di un bilancio che per i soli Stati Uniti segnava in uscita, in tempo di pace, spese annue per 60 milioni di franchi oro. E con tutto ciò si poterono costituire tante proprietà immobili per circa 600 milioni di franchi oro, sempre negli Stati Uniti soltanto. La sola centrale di Brooklyn (Nuova York) vale quasi due milioni di dollari: al corso attuale, circa 18 milioni di lire!

“UN TEATRINO DELLA F.U.A. PER I SOLDATI, NELLA NOSTRA ZONA DI OPERAZIONI.”

■ Ora poi la guerra fa crescere immensamente i bisogni, poiché l’opera della «Fratellanza Universale» si estende in modo impressionante presso gli eserciti combattenti e nei campi di allenamento. In Francia, per esempio, furono costituiti già 1300 centri attivi (Case del Soldato, ecc.), per le sole truppe non britanniche. Le truppe britanniche sono, a loro volta, splendidamente servite dalla «Fratellanza» inglese, che ad esse dedica l’opera sua particolare anche all’Estero, con più di 1500 centri attivi già in funzione. Questi «centri» sono in aumento continuo, rapidissimo: in America, in Francia, in Egitto, in Mesopotamia, ed ora pure in Italia.
■ Il cresciuto fabbisogno sarà senza dubbio coperto dai nuovi responsi del generoso pubblico americano. È in corso una «campagna» di raccolta per la «Y. M. C. A.», e si confida con tutta certezza, che uno solo dei prossimi mesi frutterà non meno di cento milioni di dollari per la provvida istituzione.


■ La rappresentanza in Italia di quel meraviglioso movimento costituisce un preciso campione degli uomini cui esso fa capo, e dello spirito che lo anima. I membri della «Fratellanza» venuti fra noi, vestono la semplice uniforme americana di guerra poiché infatti si considerano anch’essi soldati, ed inoltre, la divisa occorre loro in quanto essi lavoran anche in prima linea, e possono esser fatti prigionieri, col rischio di esser fucilati se privi dei contrassegni militari.

“DUE MEMBRI DELLA F.U.A. CHE AIUTANO UN SOLDATO BRITANNICO FERITO.”

■ Ma (e questo è caratteristico) essi non hanno mai voluto accettare gradi né galloni di qualsiasi genere. Sono tutti soldati semplici; dal capo all’ultimo gregario. La loro fede operosa è pura di ambizioni personali; mai alcuna réclame diretta o indiretta essi hanno cercato di procurarsi, e i loro nomi sono ignoti al grande pubblico. Anzi è certissimo, per chi scrive queste righe, che al modesto quanto valoroso capo della missione sarà discaro il vedersi menzionato. Ma d’altra parte non è possibile tralasciare il nome dell’egregio dott. John S. Nollen, che tanto concreto bene fa, con silenziosa efficacia, per i nostri soldati. Egli è l’anima e il Direttore Generale della «Y. M. C. A.» in Italia. Sempre occupatissimo, ma sempre calmo e sorridente: presente ovunque ciò sia necessario, in qualunque momento: pronto ad agire sempre, ma nel modo più adatto alle circostanze: senza preconcetti, senza vanità di alcun genere: pieno di amore per la terra e per la gente d’Italia, della quale parla con gioia la lingua come la sua propria. Ecco l’uomo; il cui viso e le cui sobrie parole, rivelano ben presto una grande bontà, un’alta intelligenza ed un potente ideale. Di quest’ultimo, la formula più comprensiva sarebbe forse la seguente: contribuire a diffondere presso il maggior possibile numero di italiani a cominciare dai combattenti un alto concetto di sé stessi, come uomini, e come italiani.

“LA F.U.A. IN FRANCIA: POSTO DI RISTORO PER FERITI ALLEATI E PRIGIONIERI NEMICI.”

■ Gli altri principali collaboratori del dottor Nollen, in tutto e per tutto degni di lui, sono: il sig. M. B. Rideout (a Roma), il sig. G. W. Braden, ed il sig. G. M. Kirk. La sede dell’Ufficio per l’Italia trovasi a Bologna (Hôtel Baglioni): un ufficio americano in tutto e per tutto, numeroso di personale occupato da mane a sera, mentre un personale anche più grosso è dislocato al fronte. Nessun imboscato, si noti bene: tutti coloro che servono la «Y. M. C. A.» sono inabili alle fatiche di guerra, oppure attendono con gioia la chiamata che li farà entrare nell’esercito combattente.


■ L’opera dell’ufficio italiano della «Fratellanza», per ora specializzata presso le truppe in zona di guerra, è multipla. Per sommi capi essa può suddividersi nel triplice schema seguente: opera di coltura fisica, opera ricreativa, opera educativa. Naturalmente, nessuna rigidità presiede a quella divisione, in pratica; e le tre funzioni bene spesso si intrecciano e si completano a vicenda.
■ Per la prima, cioè per la importantissima impresa della coltura fisica, è in azione un vasto programma che sarà gradatamente applicato, mediante razionali esercizi di masse all’aperto, giuochi sportivi, gare ginnastiche (fra soldati sani, durante gli allenamenti militari ed i riposi; fra convalescenti; fra mutilati). Sono già costituite al nostro fronte numerose «squadre» sul tipo britannico ed americano. I nostri soldati, per latini che siano, dimostrano il massimo interesse per il nuovo insegnamento venuto dal Nord, e — questo è molto importante — hanno già imparato a battere in piena regola le «squadre» alleate che si misurano talvolta con essi. Un grande orizzonte di rigenerazione fisica del nostro popolo si apre oggi, sulla fede di questo inizio magnifico: ed alla salute del corpo andrà facilmente compagna, come per solito avviene, la salute dello spirito.

“UN RIFUGIO DELLA F.U.A. IN FRANCIA CONQUISTATO AL NEMICO NELLA ZONA DI COMBATTIMENTO.”

■ Ma la «Fratellanza» pensa non solo a fortificare, bensì pure a ricreare: perciò, la sua seconda sezione, quella dello svago, si occupa di cinematografo, di teatro, di musica, di letture divertenti. Ed anche in questo ramo l’opera s’inizia sul nostro fronte di battaglia: già si aprono i primi teatrini per soldati, già circolano nelle retrovie magnifici apparecchi da proiezione, montati su appositi autocarri con sorgente autogena di luce. Le pellicole, svariatissime, sono fornite in gran parte dallo stesso governo americano. E si comprende facilmente quale magnifico veicolo di propaganda morale possa costituire il cinematografo, messo così al servizio di un alto concetto sociale!
■ Quanto alle funzioni educative propriamente dette, per ora esse resteranno connesse alle altre, quasi facendone parte integrante: buoni libri nelle Case del Soldato; proiezioni cinematografiche di soggetti che possano dare al soldato una idea delle cose più importanti a lui sconosciute; qualche buona ma breve conferenza di tanto in tanto, ecc.
■ Le «Case del Soldato» al fronte costituiscono l’applicazione tipica del programma multiplo suenunciato, poiché in esse o presso di esse possono attuarsi tutte quante le funzioni della «Fratellanza». Perciò, le «Case», con tutto il complesso armamentario, col personale direttivo che occorre per ognuna, e con le scorte costose da rinnovare continuamente, costituiscono una delle cure principali dell’ufficio italiano. Questo è, beninteso, raccordato alle Autorità Militari mobilitate; particolarmente, alla Intendenza Generale, nonché alla dipendente Direzione delle Case del Soldato al Fronte, per le quali già tanto bene ha fatto l’ottimo capitano don Minozzi, Cappellano Militare dell’Ordine di Malta.
■ Oltre a tuttociò, la «Fratellanza» collabora in via sussidiaria, ogni qualvolta se ne presenti l’opportunità, con la Croce Rossa, trasportando, ricoverando, ristorando feriti; occupandosi dei loro desiderii e bisogni; scrivendo lettere per essi, ecc.
■ Per tutta quanta l’opera suddetta, la «Fratellanza» ritiene importantissimo il contatto personale dei proprii membri con coloro ai quali l’opera stessa si rivolge: la viva parola, il tratto gentile, la profonda fede animatrice comunicata di presenza, sono le buone armi di questi nuovi crociati. E con tali armi, essi guadagneranno sicuri successi alla campagna benefica che stanno svolgendo al nostro fronte di guerra.


■ Infatti, se un ideale lungimirante anima quei nobili spiriti, essi sono per altro rivestiti di buona e fresca stoffa corporea nord-americana e perciò all’ideale corrisponderà senza dubbio la efficienza pratica.
■ Noi ci siamo per lungo tempo sbagliati a proposito dei nord-americani. Abbiamo veduto in essi, soprattutto, uomini assetati di denaro e orgogliosi di possesso materiale. Nulla di più falso. L’anima nord-americana è ancora quella dell’antico ceppo puritano inglese che costituì le prime colonie, trasformate poi negli Stati Uniti d’America. Ma nella rude giornaliera esperienza di una lotta secolare per esistere prima, e poi per assurgere a nuova unità politica, gli uomini che fecero gli Stati Uniti, pur conservando quell’anima primitiva piena di aspirazioni umanitarie, hanno imparato a guadagnare il possesso materiale (senza del quale poco valgono le aspirazioni), ed a foggiare l’applicazione dei loro concetti a seconda dei fatti esteriori.

“UNA CASA DEL SOLDATO DELLA F.U.A.”

■ Ecco perché molto si può sperare dall’opera della «Fratellanza» nel nostro paese. Gli uomini venuti fra noi a rappresentarla, come sopra si disse, amano profondamente l’Italia, e credono alle infinite virtù della sua gente. Ma sanno altresì che di tali magnifiche virtù, molte sonnecchiano perché la nostra educazione nazionale non seppe risvegliarle a bastanza. Ora essi contribuiranno a risvegliarle; invero, sono semplici e precise le parole ch’essi hanno da dire al nostro popolo in armi, e questo è il popolo più intelligente di tutti, e capirà molto presto.
■ Capirà cioè la bellezza del programma, che la «Fratellanza Universale Americana» si propone di sviluppare fra noi quale riflesso del suo programma generale; il quale si potrebbe forse condensare nei capisaldi seguenti:
— assistere moralmente coloro che ne abbiano bisogno;
— dare alla vita una formola limpida ed una impostazione morale;
— diffondere il sentimento ed il piacere della reciprocanza e della mutualità;
— tendere a formare una buona ed amichevole volontà collettiva;
— far conoscere la bellezza della vita coraggiosa e della coraggiosa morte;
— arricchire il contenuto della esistenza di ognuno;
— sostituire la sana ricreazione fisica e morale alle tentazioni pericolose;
— sviluppare il corpo, la mente, lo spirito degli uomini;
— insegnare la gioia del servire una causa umana e civile;
— insegnare la gioia della moderazione quale vittoria sugli eccessi;
— favorire tutte le migliori tendenze sociali; la cooperazione pratica; le iniziative concrete capaci di migliorare il livello di vita di un determinato gruppo qualsiasi;
— ed infine, far sentire anche ai cittadini d’Italia oggi combattenti, ch’essi sono considerati fratelli dalla vasta e poderosa nazione nord-americana, la quale vuole lavorare con essi per un graduale assetto migliore del mondo.”

I “Camaldolesi” di Camaldoli (1934)

Da La Lettura, Anno XXXIV, N. 1, 1 gennaio 1934.
Di Pigiko.

“Rilegare i libri è un lavoro gradito ai monaci novizi. Anche durante questo lavoro il silenzio è rigorosamente rispettato.”

” ■ Il Casentino! Poppi e Bibbiena, Campaldino e Vallombrosa, la Verna e Camaldoli. Difficile trovare adunate in sì breve spazio tante bellezze artistiche e naturali, tante memorie storiche e tante tradizioni mistiche. I castelli dei Conti Guidi, le terrecotte robbiane, il dantesco piano di Certomondo, il Calvario francescano della Verna, l’eremo di San Romualdo nella foresta camaldolese. È l’alta valle dell’Arno; e il fiume che bagna Firenze e Pisa non potrebbe più gloriosamente iniziare il suo corso.

Li ruscelletti che de’ verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno…

■ Impossibile render meglio la freschezza del paesaggio casentinese; e questi liquidi versi tornano di continuo alla memoria visitando il Casentino. San Romualdo era ravennate e fu nel monastero di Classe; ma quando si trattò di fondare un nuovo ordine e il primo convento dell’ordine, venne in Casentino. Scelse la parte più alta, i boschi fitti di abeti e, tra il mormorio de’ ruscelletti e il fruscio della selva, costruì il primo oratorio e le prime cinque celle (1012). Un aretino, il conte Maldolo, aveva donato al santo il terreno, detto Campo Amabile; e quando il Santo, oltre l’Eremo, fondò a valle anche l’Ospizio, questo fu chiamato Casa di Maldolo, che presto si trasformò in Camaldoli. Oggi i Camaldolesi abitano ancora una parte delle celle dell’Eremo e da tempo hanno abbandonato l’ala maggiore del Convento basso.

■ Con speciali permessi si può salire all’Eremo e visitarlo. Ma bisogna rispettare il silenzio dei padri. Essi hanno fatto il voto del silenzio e non possono infrangerlo, almeno in certe ore del giorno. Alcuni che hanno voluto isolarsi nella più stretta clausura, non vedono e non parlano con nessuno; si ritrovano con i compagni soltanto la notte per le preghiere in comunità.

“Tutte le notti, sotto la luna o sotto la pioggia, d’estate o d’inverno, i monaci lasciano le loro celle e si adunano nella chiesa conventuale per la preghiera.”

■ Oggi è possibile salire sino all’eremo in macchina; ma le conquiste della civiltà contemporanea si arrestano alla porta dell’Eremo. Nell’interno, tutto è com’era secoli or sono. Fasciato dal fitto bosco demaniale di abeti dal fusto alto e dritto, l’Eremo è il regno sacro al silenzio. Qualunque parola sembra qui inutile e banale. I Camaldolesi hanno fatto del silenzio e della meditazione la ragione del loro ordine. Essi sono i poeti del silenzio. In questa purezza di aria e di cielo, in questa cattedrale di abeti, dove l’Oratorio appare come l’altare maggiore, niente è più naturale, opportuno e conseguente del silenzio. Poema in bianco e in verde, mistici colori della purezza e della speranza. Bianchi i padri nella loro tonaca di lana grezza; verde il bosco che protegge geloso le celle.

“Ogni cella ha il suo piccolo orto; e tutti i Padri coltivano amorosamente le brevi zolle loro assegnate.”

■ Le celle hanno una qualche somiglianza con quelle adottate da San Brunone per i suoi certosini. Sono isolate e ciascuna forma un piccolo mondo a sé. V’è un piccolo portico, dove si apre l’ingresso e dove si affacciano le finestre della camera, dello studio e la finestrella dalla quale viene passato il cibo (rigorosamente di magro). Nella camera arde quasi sempre il fuoco; il letto è un sacco ripieno di paglia. V’è poi un piccolo studio, un oratorio, un ripostiglio per le legna, la «Stanza della Fonte» dove l’acqua simbolo della castità zampilla perenne; e infine l’orto dove i monaci coltivano fiori ed erbe.
■ Nel refettorio i monaci si adunano a convivio dodici volte l’anno, conservando sempre il silenzio assoluto e mangiando sempre di magro uova, erbe, talvolta pesce.

“Il solo diporto permesso talvolta ai Padri è quello della pesca, in un laghetto della foresta adiacente al convento di Camaldoli.”

■ Il raduno di tutti i monaci, dei novizi e dei padri è alla una e mezza di notte. Essi trascorrono un’ora in chiesa a salmodiare. Ritornano in cella a riprendere il sonno interrotto sino alle sei. Alle sei e trenta una breve meditazione; alle sette i padri celebrano la messa. Alle otto prima colazione; alle nove preghiera e poi studio e lavoro manuale: «ora et labora». Alla una seconda colazione; al venerdì, giorno di penitenza, il pasto è ridotto al minimo e i monaci mangiano in terra, a piedi nudi, in segno di umiltà. Dopo la seconda colazione un breve riposo; poi ancora preghiera, studio e lavoro. Un’ora prima dell’«Ave Maria», meditazione e i novizi si radunano per una lezione spirituale. Dopo il tramonto e il terzo pasto, i padri ciascuno nella propria cella cantano le litanie. Un suono discreto di campana nell’alto silenzio del bosco, e i monaci si pongono a dormire sul duro sacco, sino ad un’ora e mezza di notte.

“L’ora del pasto frugale; un novizio porge ad un Padre, traverso una finestrella, il cibo mattutino.”

■ Regola stretta, voluta da San Romualdo per affinare gli spiriti dei suoi monaci. E da Camaldoli uscirono gli «Annali Camaldolesi» (907-1764), le «Costituzioni Camaldolesi», le «dispute» dell’Accademia di Camaldoli protetta da Lorenzo il Magnifico; e ne uscì un gran dottore quale San Pier Damiano.
■ Anc’oggi l’eremo ha un grande ascendente su molti spiriti eletti. Uomini di vasta cultura, prelati che hanno rivestito alte cariche, chiedono, da ogni parte del mondo, di venire accolti nell’ordine di San Romualdo. Nell’eremo l’abito bianco fa tutti uguali; il silenzio livella i diversi linguaggi. Il regno del silenzio confina con il Regno del Cielo, dove i monaci sperano di poter passare puri come la lana che rivestono, mondi come l’acqua che zampilla nelle loro nude stanze.”

Un Napoleone nero (1920)

Da Il Secolo XX, Anno XIX, N. 8, 1 agosto 1920.
Di Antonio Curti.

“■ Nella interessantissima storia della magnifica isola di San Domingo, la seconda delle «Grandi Antille» — dotata generosamente di una vegetazione che non ha rivali; corsa da fiumi scendenti da tre sistemi di montagne, talune toccanti duemila cinquecento metri, poco ancora ci è noto, per quanto non manchi su San Domingo (o Haïti, che in caraibo significa «terra alta o montagna») una buona bibliografia. Egli è che alla guisa di altri casi gli autori, salvo pochissimi, si ricopiano, tramandando induzioni per verità, leggende per storia.

“San Domingo”

■ L’isola, chiamata dapprima Hispaniola, da Cristoforo Colombo, venne ribattezzata, nel 1496 col nome San Domingo. Abitata, allora, dalla razza rossa — circa un milione —, ebbe subito le carezze della civiltà spagnola (che è poi quella comune agli altri «civilizzatori»).
■ Quegl’ingenui caraibi dovettero pentirsi dell’ospitalità offerta agli «hidalgos». E bastarono i quaranta spagnoli lasciati da Colombo a costruire, coi resti della caravella Santa Maria, il forte della Natività, a iniziare quella serie di prepotenze che doveva spingere i padroni a mettere al dovere gli ospiti. Ma questi urlarono per l’offesa alla civiltà — poverini! — e ritornarono in ben altro numero; così che furono vendicati i quaranta pionieri-teppisti, innalzando in quelle quete contrade il più puro simbolo della civiltà europea: la forca.

“Toussaint Louverture”

■ S’intende che gli spagnoli, scoperte le miniere d’oro, vi obbligarono a lavorare i padroni dell’isola, mentre essi, da perfetti «civili» si godevano, in ozio beato, le ricchezze e il meglio della vita.
■ Bastò qualche diecina di anni a ridurre la piccola popolazione rossa in una lenta agonìa. I fannulloni «civili» accordarono ai sopravvissuti dei vecchi padroni la valle La Boya ove spegnersi tranquillamente, e il loro capo ebbe il titolo di cacicco di Haïti. Salute! Ma la foga del massacrare i rossi fece mancare la mano d’opera per lo sfruttamento delle miniere d’oro; e poiché i bianchi — i «civili» non pensavano a piegare il groppone, ricorsero all’ebano; e dall’Africa incominciò la forzata immigrazione nera in San Domingo. Ed ecco la creazione di uno strano incrocio: rosso, nero con qualche goccia di bianco.
■ Poi le più ricche miniere del Messico e del Perù avendo attirato gran numero di spagnoli da San Domingo, l’isola divenne man mano agricola.
■ Avventurieri francesi vi misero piede, fondarono stabilimenti; così che si formò la colonia francese di Goave, che per quanto assalita reiteratamente dagli spagnoli resistette; e i metodi più umani dei francesi ebbero l’effetto di fare della colonia di Goave la macchia d’olio. Ai primi del 1700 un terzo dell’isola era riconosciuta ufficialmente ai francesi. Nel 1770 si stabilì una linea di demarcazione fra la parte francese, denominata Haïti, e l’altra, di quasi identica superficie, degli spagnoli, che ritenne la vecchia denominazione di San Domingo. Fiorente di piantagioni di zucchero, di caffè, di commerci e di popolazione di colore, con venti mila bianchi, la prima; povera di tutto, anche di abitanti (schiavi, mulatti e bianchi) la seconda: la spagnola.

“Carlo Emanuele Le Clerc”

■ Ma qui si appalesa il solito fenomeno, che induce ad amare riflessioni sull’uso della bontà, della generosità.
■ I quattrocento mila schiavi neri, trattati così umanamente per cui sortirono generazioni vigorose, unitamente ai ventimila uomini di colore, ma liberi, sobillati dagli spagnoli e dagli inglesi, si sollevarono contro i piantatori: contro i bianchi. E poiché l’onda rivoluzionaria francese recò anche ad Haïti l’eco delle follìe di quei giorni di Francia, così i sobillatori non ebbero più misura. La Società Gli amici dei neri recò olio al fuoco, senza badare al pericolo in cui andava a mettere i francesi della grande isola; forse perché erano quasi tutti imparentati con l’aristocrazia e la borghesia di Francia.
■ I piantatori vennero in gran parte massacrati — incendiate centinaia di piantagioni, distrutta ogni fonte di vera civiltà, di ricchezza.
■ I generali francesi sono vinti dalla febbre gialla, quando non lo sono dai ribelli.
■ Giungono i Commissari della convenzione, che tengono dei neri; e si parla di Assemblea coloniale, di Direttorio e di uguaglianza dei cittadini.
■ Le forze francesi sono ridotte a un manipolo, rose dai combattimenti e dalle epidemie.
■ La ferocia della razza nera si manifesta in tutte le sue più crudeli caratteristiche — e il massacro dei bianchi è riassunto in questa brevissima scena. — Il piantatore al nero che sta per ucciderlo: Eppure io ti ho sempre fatto del bene! È vero, risponde il nero, ma mi hanno fatto giurare di assassinarvi!

“Paolina Bonaparte”

■ Per quanta volontà di restare oggettivi non è possibile togliersi da certe considerazioni rapportandoci ai nostri giorni; e sovratutto se avevano ragione gli spagnoli, che trattavano gli schiavi… da schiavi, oppure i francesi, che procedevano con esemplare bontà.
■ Che proprio l’ingratitudine sia il carattere principale della razzaccia nostra?
■ Nel 1795 l’ultimo governatore di San Domingo, generale Laveaux, sì trovò davanti a Toussaint-Louverture: una rivelazione, per l’intelligenza e la tempra, fra la gente di colore, e che doveva passare alla storia come eroe e come martire.
■ Toussaint, che s’era messo alla testa di forze nere, aveva offerto la sua collaborazione a Laveaux — ridottosi, con poca gente, a Port de la Paix.
■ Egli nominava il capo nero generale di brigata. Un anno dopo veniva promosso, dal Direttorio, generale di divisione. Lo si fornì generosamente di armi — errore che si ripete da tutti i governi in tutte le epoche; armi poi rivolte contro i francesi.
■ Partendo il Laveaux nel ‘796, nominava il Louverture governatore dell’isola. Ed il nero, astuto e paziente, seppe condurre,con un po’ di calma tutta la acqua al suo mulino; così che invase la parte spagnola dell’isola egli riuscì a dettare una costituzione per tutti i cittadini dell’isola.

“Carta della parte francese delle isole di S. Domingo.”

■ È innegabile ch’egli pacificò la sua terra; ma a tutto danno degli interessi e della dignità della Francia. Di qui la decisione della sciagurata spedizione Le Clerc, voluta dal Primo Console, e intesa a rimettere le cose a posto a San Domingo.
■ La spedizione partì da Brest nel dicembre 1801. Le Clerc, uno degli aiutanti di campo del grande Bonaparte, e suo cognato per averne sposata la bellissima e… sensibilissima sorella Paolina, non aveva certamente sollecitato l’onore di capeggiare la spedizione — e mise in pratica ogni mezzo per scansare la pericolosa, e per nulla gloriosa missione. Ma Bonaparte fu inflessibile, così col cognato, come con la sorella; la quale invano lo pregò, sino alle lagrime, di scaricare su altre spalle il non piacevole peso. Ma anch’essa dovette ubbidire e seguire il marito.
■ Non è qui sede per dire di Paolina Bonaparte a S. Domingo e del suo ritorno in Francia col cadavere del povero Le Clerc (vittima non già del furore dei neri rivoltosi, ma della febbre gialla) anche perché ci sarebbe molto da dire, e che esulerebbe dal carattere di questo brevissimo scritto.

“Il nuovo imperatore di Haiti FAUSTINO I in consiglio.”

■ Contro Le Clerc, il dittatore — il primo console nero, insomma, — disponeva di 25 mila uomini, quasi tutti di colore, organizzati alla europea. Nel suo stato maggiore si trovavano dei rinnegati francesi — pianta maledetta che cresce in ogni angolo del mondo — e dei neri, che alla loro volta lasciarono traccie nella storia, quali Dessalines e Christophe.
■ Louverture trascinava i suoi con la parola — e li convinse che essi difendevano la loro indipendenza — consacrata nel decreto della Convenzione che li faceva cittadini uguali ai bianchi.
■ Le Clerc vide subito le enormi, insormontabili difficoltà dell’impresa, e cercò di riconciliarsi col generale nero; ma questi non accolse l’invito. Tutto quel che di più orribile, di più crudele, di più feroce può architettare mente di Satrapo asiatico fu usato ai danni dei poveri soldati del Le Clerc. Tattica dei neri: l’imboscata.
■ Christophe, del resto, affermava che fin che ci fosse stato un nero nell’isola, i bianchi non avrebbero goduto pace. Dessalines, altro luogotenente del Louverture, faceva abbruciare intere masse di feriti francesi e i villaggi che ospitavano qualcuno.
■ Ma nel maggio 1802 un altro luogotenente del Louverture, più crudele degli altri, provvide a liquidare la disgraziata impresa: la febbre gialla.
■ Le Clerc, che pure si difendeva bene, vinto più dai disagi che dalle armi di Toussaint Louverture, spossato, esasperato dai tardi e tenui aiuti della Metropoli, in ottobre veniva afferrato dalla febbre gialla, che lo spegneva il 1° di novembre.
■ Toussaint Louverture, che si credeva un po’ il Bonaparte di San Domingo, ed al quale scriveva così: Il primo dei neri al primo dei bianchi — messo al bando delle genti dal Le Clerc, con Christophe e Dessalines, e dopo una guerra spietata, abbandonato da’ suoi due luogotenenti, è graziato dal generale francese; ma tosto colto a preparare altre rovine ai bianchi, fu arrestato e inviato in Francia; ove per ordine del «primo dei bianchi» che nemmeno volle vederlo, fu rinchiuso nel forte di Jouq [Joux]. Toussaint in dieci mesi di prigionia — o, meglio, di agonia, si spegneva il 21 aprile a sessanta anni di età. Odiosa e disastrosa la spedizione; odioso e disastroso, per la sua storia, il provvedimento del Bonaparte.
■ Durante l’agonia di Toussaint Louverture a Joup [Joux], tre dei suoi luogotenenti si disputavano il potere: Christophe, Pétion e Dessalines.

“(Christophe): ENRICO I re di Haiti.”

■ Dessalines, feroce quant’altri mai, originario della Costa d’oro (Africa), fu l’istrumento principale della perdita di Haïti per la Francia.
■ Il nero Christophe e il mulatto Pétion gli erano allora alleati, in attesa di diventare suoi nemici.
■ Pétion, collaboratore del generale mulatto Rigaud contro Louverture, era, dei tre, quello che possedeva la migliore educazione e l’intelligenza più ordinata.
■ Il primo a rivelare la sua stragrande ambizione fu Dessalines; il quale creatosi un partito, si fece eleggere imperatore d’Haiti, col nome di Giacomo I. Lo scacco subìto in una spedizione contro la parte spagnola dell’isola e la sua tirannide, la sua ferocia, gli alienarono i partigiani, ingrossando le file di Christophe e Pétion; una cospirazione militare lo tolse dal buffo trono e dalla vita col metodo spiccio della soppressione.
■ A Dessalines succedeva un uomo, straordinario nel bene e nel male: Henri Christophe, nato, pare, all’isola Saint Christophe — e venduto, con altri neri al Capo di San Domingo.
■ Egli si segnalò terribile, feroce comandante, generale abbastanza abile, saccheggiatore infaticabile.
■ Con la ricchezza acquistò posizione politica. Per quanto Giacomo I — Dessalines — lo avesse accarezzato, egli volle essere padrone, signore. — All’indomani dell’assassinio di quegli veniva eletto Presidente e generalissimo dello stato d’Haiti. Pétion diventò il suo luogotenente. Fra i due temperamenti, profondamente diversi, scoppiarono tosto insanabili divergenze di metodi — dittatori quelli del primo, moderati e costituzionali quelli del secondo. Si ingaggiò la lotta — e Pétion fu presidente della parte dell’isola da lui strappata al despota nero.
■ Nell’aprile del 1811 Christophe veniva unto e coronato re. Anche questo scellerato volle assumere atteggiamenti da Napoleone; si volle chiamare: Enrico I e improvvisò una corte con degli straccioni, fatti, a mo’ d’esempio, conti della Limonade, duchi della Marmelade, principi di Sale Trone.
■ Enrico I fondò un ordine cavalleresco, ed ebbe rappresentanti diplomatici anche in Europa. Ma a parte il comico di quella corte di neri, è incontestabile che Christophe si affermò un ben saggio amministratore e riorganizzatore Mentre Pétion teneva per la Francia, Christophe fu sempre avverso ad ogni torma di protettorato francese e si mostrò rigidamente patriota; tanto da mettersi al repentaglio di una guerra con la Francia.
■ Ma anche Haiti voleva far parlare frequentemente di sé; e poiché morto Pétion nel 1818 — colui che nell’isola venne chiamato il Padre della Patria — gli successe alla Presidenza della repubblica Boyer, uomo d’alti talenti militari e amministrativi, nel 1820 marciò contro il tiranno Enrico I — che abbandonato da’ suoi si uccise. Così anche il nord veniva assorbito dalla Repubblica.
■ Sollevatasi la plebe, nell’altra parte dell’isola, contro gli spagnoli, Boyer accorse, e gli stranieri furono cacciati; di modo che tutta l’isola passò alla presidenza del Boyer, formando un solo Stato.

“Veduta generale del Cap-Hitien.”

■ Fu il periodo d’oro di S. Domingo e durò sino al 1843. — Ma gli spagnoli lavoravano — sobillavano — e pervennero a un moto rivoluzionario, diretto da Rivière, per cui l’onesto Boyer dovette esulare dalla patria; ma Rivière, fattosi presidente fu a sua volta cacciato. Gli successe il fiacco Guarrico, sotto la di cui presidenza gli spagnoli riuscirono a ristabilire la loro dominazione e a consolidarsi in San Domingo. Morto Guarrico, scalzato il suo successore Pierrot da Birbé — venne tolto di mezzo anche questo dalla rivoluzione dal 1° marzo 1846 in cui veniva eletto Presidente della Repubblica di Haiti Soulauque. La calma regnò dall’avvento di questi sino al ’48; ma ambiziosissimo e avido di dittatura, cominciò a perseguitare quanti non gli andavano a garbo. Da parecchi zelanti fu domandato un cambiamento nella forma di governo. Intimorito dalle crudeltà del despota, il popolo lo acclamò imperatore; e Soulouque prese il nome di Faustino I. Pubblicò tosto un proclama in cui tirò in ballo cento volte Napoleone.
■ Alla resa dei conti, però, il nuovo imperatore non seppe far altro che mettere in onore la feccia del suo popolo, creando dei miserabili, dei mascalzoni, conti, duchi, principi; organizzando una guardia del corpo vestita come la Napoleonica.
■ Egli era però amato nell’esercito, essendo salito da servo a generale. D’alta statura, di forme erculee, il viso color d’ebano, egli passava nelle strade, pompeggiandosi in una uniforme prettamente napoleonica. Faustino ebbe molti figli ed una moglie assai ambiziosa. Profuse tesori in commissioni di mode a Parigi, per la sua famiglia, pei gentiluomini e dame della Corte.
■ Soulouque — ovverossia S. M. Faustino I, imperatore di Haïti — riuscì, ad onta della sua vanità, delle sue crudeltà, delle sue sciocchezze, a tenersi in sella dieci anni; giacché non fu ribaltato dal trono che nel ‘59. Soulouque morì alla Guadalupa, nel 1867, ridotto in uno stato di apatia intellettuale, da farlo ritenere afflitto da paranoia.
■ Ma se le convulsioni sociali e politiche fruttarono alla storia fenomeni di ferocia collettiva e di singoli, fra i neri della repubblica di Haïti — con intermezzi di corone reali e imperiali da operetta, da questa razza di Spartachi e di cannibali — o quasi — spuntò e crebbe robusto un fiore: il nero Eustache, lo schiavo del fazendero Belinde Villeneuve; affrancato all’arrivo in Haiti dei famosi commissari bolscevichi — pardon: della Convenzione, che in luogo di sedare gli ultimi movimenti della ribellione dei neri contro i fazenderos bianchi, rieccitarono l’odio di quelli contro la impotenza a difendersi di questi.
■ La previdenza, la dedizione intelligente al suo padrone — il Villeneuve — che salvò da morte sicura, sottraendolo ai massacratori neri, fecero di Eustache una insegna di eccezionale bontà, la cui fama ha corso le pagine della storia della prima metà del secolo scorso — e vive tutt’ora per coloro che la virtù tengono in pregio, appunto come il fiore, che spunta anche laddove par che il sole non giunga.”

Il contributo dell’elettronica all’espressione musicale (1950)

Da Scienza e Vita, N. 22, novembre 1950.

La continua evoluzione dell’arte musicale implica, tra l’altro, la ricerca di nuovi timbri sonori. Anche in questo campo, come in tanti altri, la moderna elettronica ha già recato e reca ancora ogni giorno un valido e pratico contributo con la creazione di strumenti elettronici sempre più numerosi e capaci di dar sensazioni musicali finora ignote.

“■ Organi elettronici, campane elettroniche, strumenti di fantasia anch’essi elettronici vengono ora costruiti in quasi tutto il mondo; concorrenti e tecniche si affrontano sempre ріù numerosi a mano a mano che si sviluppa questa nuova industria. Eppure, eccettuando alcuni precursori, soltanto alla fine del primo conflitto mondiale nacque la musica elettronica; i primi strumenti fecero la loro comparsa solo una decina d’anni più tardi, dopo numerosi perfezionamenti portati alla valvola termoionica e all’altoparlante. Fu questa la prima fase nell’evoluzione della musica elettronica che ha visto nascere, fra gli altri, il primo apparecchio di Martenot, che ascoltammo in un concerto eseguito nella sala dell’antico Augusteo romano.
■ Nel 1931 si apre una seconda fase: quella delle ricerche di laboratorio che nel 1936 permettono la comparsa sul mercato mondiale del primo organo elettronico costruito in serie da L. Hammond di Chicago, mentre dovunque si adottano varie altre soluzioni (organi con cellule fotoelettriche, ance libere associate a lettori di vibrazioni ecc.).
■ Ma solo nel 1945 comincia, la vera fase industriale: nasce la tecnica degli strumenti elettronici e dopo gli apparecchi di Givelet, Hugoniot, Toulon e Berthenod, vediamo affermarsi ancora, per limitarci alle ultime creazioni, la Clavioline di Constant Martin e l’Ondioline di Georges Jenny che sono state udite alla 28a Fiera di Milano e successivamente, sempre quest’anno, a Roma.


“Figura: LA CLAVIOLINE MARTIN L’inventore alla tastiera del suo strumento, creato non solo per i musicisti, ma per gl’innumerevoli dilettanti, che con quel mezzo possono senza faticosi studi eseguire melodie con o senza accompagnamento di pianoforte. Esso consta di una specie di mensola che può essere fissata o no ad un pianoforte, e di una cassa contenente il diffusore con i circuiti d’alimentazione e d’amplificazione a bassa frequenza.”

“Figura: VEDUTA INTERNA DELLA PICCOLA MENSOLA DELLA CLAVIOLINE
1. REGISTRO DEL CAMBIAMENTO DI TIMBRO, DEL VIBRATO, DELLA PERCUSSIONE
2. TRASPOSITORE ELETTRICO
3. CIRCUITI DEL TIMBRO
4. SUPPORTO DELLE RESISTENZE POSTE IN CIRCUITO DAI TASTI
5. CONDENSATORE VARIABILE D’ACCORDO
6. TUBO ELETTRONICO DI COMANDO
7. TUBI OSCILLATORI
8. TUBO MODULATORE (VIBRATO)
9. RESISTENZA VARIABILE COMANDATA DALLA STAFFA D’ESPRESSIONE
10. STAFFA DI ESPRESSIONE”


Musica elettronica e industria

■ Nonostante l’importanza del fattore tecnico, il fabbricante di strumenti elettronici non deve essere esclusivamente un tecnico. Cosa varrebbe infatti uno strumento musicale che, pur essendo il vanto del fisico, non soddisfacesse anche l’artista?

“I proiettori di suono di un carillon elettronico; il movimento è quello delle campane classiche.”

■ Qui è appunto tutto il problema della musica elettronica. Grazie allo straordinario sviluppo delle applicazioni dell’elettronica durante gli ultimi venti anni, sono stati scoperti una quantità di nuovi mezzi atti a produrre suoni musicali, ma la difficoltà sta precisamente nella loro scelta. Supponiamo, ad esempio, che un industriale decida di lanciare sul mercato un organo elettronico. Fra i procedimenti di produzione del suono che la tecnica gli offre, quelli che conducono ad apparecchi semplici, atti alla fabbricazione in serie col minimo costo, richiamano più particolarmente la sua attenzione. Per il rimanente l’industriale confida, ed è naturale, nei suoi servizi di vendita e nella pubblicità. Il punto di vista artistico ha così molte probabilità di passare in seconda linea. D’altra parte, anche se il costruttore abbia il desiderio di soddisfare il musico, egli può ancora sbagliare nella scelta alla quale è costretto, perché i motivi per i quali certi procedimenti nuovi vanno scartati non appaiono ancora chiari in quel momento. Pochissimi sono sfuggiti a questo errore; tuttavia proprio gli istrumenti imperfetti nati una quindicina di anni fa e giustamente criticati dai musicisti hanno consentito i progressi della musica elettronica. Infatti difetti e critiche hanno costretto fisici e tecnici ad osservare da vicino e a penetrare fenomeni fino ad allora oscuri che rendevano inaccettabili in tutto o in parte gli effetti sonori tratti dai nuovi strumenti. Si può perciò sperare che in un prossimo avvenire, taluni strumenti riconosciuti inadatti alla normale orchestra sinfonica potranno essere utili nello jazz o nella musica di carattere, mentre l’organo elettronico, una volta ben definito (poiché questo termine designa oggi apparecchi molto dissimili per costruzione e per effetti musicali), offrirà agli esecutori gli stessi uffici dell’organo classico.
■ Un rapido cenno teorico è ora necessario per far capire in quale senso sia rivolta l’evoluzione tecnica della musica elettronica.


Regime permanente, periodi transitori

■ Soffiando in un tubo cilindrico che abbia una estremità aperta e l’altra provvista di un’imboccatura di flauto, il tubo emette un suono. A partire dall’istante in cui l’aria viene immessa sotto pressione nell’imboccatura, occorre distinguere diverse fasi (fig. in basso a destra). Primo tempo. (T): la corrente d’aria viene ad infrangersi contro la fenditura, provocando la cosiddetta eccitazione. Secondo tempo (T2): la colonna d’aria limitata dalle pareti interne del tubo è messa in istato di vibrazione. Terzo tempo (T3): la vibrazione raggiunge il regime normale e, se si soffia nell’imboccatura in modo perfettamente regolare, il suono percepito dal nostro orecchio è continuo e non subisce fluttuazioni. Quarto tempo. (T4): se si smette di soffiare, l’eccitazione cessa e il complesso vibrante torna alla posizione di quiete.

“Vibrazioni ottenute in una canna ad imboccatura di flauto; periodi transitori e regime permanente.”

■ I tempi 1, 2 e 4 sono periodi transitori e la loro reale durata dipende dalla pressione con cui l’aria viene immessa nel tubo cilindrico; al tempo 3 corrisponde invece un regime permanente. Durante questo regime, l’analisi della vibrazione è relativamente facile; è di solito possibile scomporla in un suono fondamentale e in armonici (multipli intieri del fondamentale) che si possono rappresentare graficamente.
■ I periodi transitori sono una conseguenza dell’inerzia degli elementi, solidi o no, che costituiscono il sistema vibrante. Ora, questo sistema di rado è semplice: uno strumento musicale si compone in generale di un numero più o meno grande di oscillatori dipendenti gli uni dagli altri e sottoposti alla stessa eccitazione. Durante i periodi transitori, appaiono fenomeni molto complessi che conferiscono un carattere particolare a ciascuna emissione sonora.
■ Quantunque l’antica acustica si sia interessata dei soli regimi permanenti, i periodi transitori hanno invece una funzione importante nella musica e sono ormai oggetto di molti studi teorici.


“Figura: STRUMENTO MUSICALE DI M. MARTENOT Il primo fra gli strumenti produttori di onde Martenot fu presentato all’Opéra di Parigi nel 1928. Il modello che abbiamo descritto è evidentemente frutto di numerosi perfezionamenti. Si dice spesso: “Il Martenot può imitare tutti gli strumenti”; in realtà, esso si propone anzitutto di offrire nuovi colori per la tavolozza sonora. Insegnato da due anni al Conservatorio di Parigi, il Martenot ha trovato oggi il suo posto nell’orchestra, per il concerto e il teatro, nel cinema per gli usi più diversi, nella radio e nella televisione.
(Freccia in alto) Questo diffusore-risonatore, ritrovato recente, è stato oggetto di interessanti discussioni teoriche. Sopra una cassa di risonanza sono tese corde vibranti; la corrente modulata dallo strumento viene trasmessa a queste pel tramite di un’elettrocalamita e di un pezzo metallico oscillante collegato con ciascuna corda. L’eccitazione agisce simultaneamente su tutte le corde, ma, di queste, vibrano per simpatia solo quelle in rapporto semplice, o armonico con essa. Questa sintesi di suoni puri così ottenuta dà rilievo alla vibrazione che viene prolungata dopo la fine dell’impulso.
(Freccia in basso) Lo strumento Martenot propriamente detto usa un generatore elettronico a battimenti, unito a filtri elettrici e ad un amplificatore seguito da altoparlanti speciali. Esso si presenta come una stretta tastiera di sette ottave. La tastiera, oscillante in un piano orizzontale, e il nastro posto davanti ad essa permettono all’esecutore di far variare la frequenza delle vibrazioni, eseguendo in particolare il «vibrato». Agendo sui filtri e sugli altoparlanti mediante il piccolo bottone a sinistra sotto la tastiera, si fa variare l’intensità e si combinano i diversi timbri.”


Riproduzione elettronica dei suoni musicali

■ Ciò premesso, cerchiamo di riprodurre, per via elettronica il suono di uno strumento musicale, ad esempio quello della canna di flauto già considerata. È facile ottenere un oscillatore a valvola come quello della figura qui sotto. AB è l’oscillatore propriamente detto, comprendente il circuito oscillante B composto di un’induttanza e di una capacità. C è un amplificatore seguito da un altoparlante. Abbiamo così costituito uno strumento musicale elettronico in embrione.

“Schema di strumento elettronico. L’oscillatore a valvola (AB) è unito ad un amplificatore e ad un altoparlante (C). L’interruttore (D) e il potenziometro (E) si possono inserire nel circuito.”

■ Esiste una certa analogia fra questo e il flauto sopra accennato. Infatti, chiudiamo l’interruttore X; l’oscillatore si trova allora sotto tensione. Durante un brevissimo tempo (nascita dell’eccitazione, tempo 1) si generano moti confusi, poi il circuito oscillante B, convenientemente eccitato, impone la propria frequenza al complesso del circuito. A (tempo 2); infine, si stabilisce un’oscillazione elettrica ben determinata (tempo 3, regime permanente). Se l’amplificatore e l’altoparlante C sono in grado di assicurare senza apprezzabile ritardo la trasmissione del segnale applicato, il suono prodotto dal complesso viene emesso secondo un procedimento analogo a quello già osservato nel caso del flauto.


Sensazioni auditive nuove

■ Ma fra le parti AB e C può essere inserito un dispositivo che permette di trasmettere o no all’entrata dell’amplificatore il segnale proveniente da AB; questo può essere un semplice interruttore (D), o un potenziometro (E); o qualsiasi altro sistema atto a far variare progressivamente l’ampiezza del segnale da zero al massimo.
■ Chiudiamo allora permanentemente l’interruttore X. Il circuito AB si trova allora continuamente in istato di regime permanente. Se fra AB e C inseriamo l’interruttore D, l’emissione del suono dipende dalla chiusura di quell’interruttore: nell’istante in cui questo viene chiuso, il suono si produce istantaneamente. Il periodo transitorio, assai fugace, si manifesta qui con un semplice urto, un breve colpo secco.
■ Al posto dell’interruttore D, inseriamo invece il potenziometro E fra l’uscita dei circuiti AB e l’entrata dell’amplificatore C. Manteniamo chiuso X e provochiamo l’emissione sonora spostando il cursore del potenziometro da a a b. Il suono nasce allora a nostro piacimento, più o meno presto. Questa volta, il periodo transitorio è costituito da una semplice variazione di ampiezza: il suono, d’intensità nulla quando il cursore si trova in posizione a, cresce da a fino a b dove raggiunge il suo massimo. Vari dispositivi possono essere usati invece del potenziometro E per produrre analoghi effetti di ritardo (carica di un condensatore inserito in uno dei circuiti delle valvole di accoppiamento ecc.).
■ I periodi transitori prodotti dai suddetti procedimenti sono assai differenti da quelli osservati nel caso generale degli strumenti musicali classici; prima che nascesse la musica elettronica, non esisteva alcuno strumento in cui la parte vibrante fosse mantenuta continuamente in vibrazione su una determinata frequenza, sia durante i silenzi sia durante i periodi di emissione sonora. L’esperienza dimostra che l’applicazione di siffatti procedimenti produce sull’orecchio del musicista sensazioni nuove, che possono essere fastidiose, sia nel caso dell’urto già citato (accettabile, a rigore, in alcuni effetti di jazz) sia in quello della progressione di ampiezza, che conferisce all’emissione sonora un carattere esitante.


Il fenomeno dei battimenti

■ Per un nuovo esperimento, prendiamo due canne di flauto che diano ciascuna il la corrispondente a 440 periodi.
■ Soffiamo moderatamente nella prima canna. Considerando le vibrazioni del tubo in regime permanente e trascurando i fenomeni transitori, rappresenteremo il moto vibratorio con una curva che è prossima ad una sinusoide (figura a destra). A partire dall’istante T riportato sull’asse dei tempi, disegnamo un’alternanza positiva e negativa, limitando la curva al termine di questa, nel punto A. La distanza TA corrisponde così a 1/440 di secondo. Continuiamo a soffiare nella prima canna, invitando qualcuno a soffiare nella seconda, e la curva T’ A’ rappresenti il moto vibratorio di questa seconda canna. Ammettendo che la frequenza di vibrazione del secondo strumento sia rigorosamente identica a quella del primo, e uguale anch’essa a 440 periodi, è infinitamente probabile che le due curve siano sfasate fra loro nel tempo: soltanto il caso stabilisce la posizione dei due suoni uno rispetto all’altro. Le due curve indicheranno quindi uno sfasamento fra i due moti vibratori.
■ Considerazioni analoghe dimostrano che due canne accordate sul la 440 periodi, non possono vibrare esattamente su questa frequenza; è infatti materialmente impossibile raggiungere un’identità fisica perfetta fra le due canne. Intervengono anche altri motivi (differenza di pressione d’aria immessa nelle imboccature ecc.), sicché sulle curve della figura le distanze TA e T’A’ non sono in realtà identiche. Le posizioni relative delle due curve non rimangono quindi fisse, e accade come se le due vibrazioni fossero ora in fase, ora in opposizione: è il noto fenomeno dei battimenti.

“I battimenti: essi si manifestano con una frequenza pari alla differenza fra le frequenze delle due fonti.”

■ Allorché le due sorgenti sonore in presenza sono perfettamente costanti (è di solito il caso delle canne d’organo), questi battimenti si manifestano con una frequenza pari alla differenza fra le frequenze delle due sorgenti. Così, due canne accordate una su 441, l’altra su 440 periodi, dànno origine ad un battimento al secondo.
■ Ma il più delle volte nell’orchestra le varie sorgenti sonore emettono note di frequenze non rigorosamente costanti nel tempo; le fluttuazioni prodotte in seguito all’emissione simultanea dei diversi suoni non hanno quindi alcun carattere periodico. Questi battimenti e queste fluttuazioni diventano innumerevoli non appena si facciano suonare insieme più strumenti, o più registri d’organo. Da essi dipendono sensazioni auditive di tale importanza da rendere legittima la domanda se possa ancora esistere una musica quando siano in gran parte soppresse quelle fluttuazioni.


L’effetto di polifonia negli istrumenti elettronici

■ Mediante dispositivi opportuni, non è difficile ideare strumenti composti di generatori di vibrazioni regolati gli uni rispetto agli altri in posizioni di fase invariabili; si possono usare per questo:
— piccoli alternatori, ruote foniche o generatori elettrostatici rotanti, fissati sullo stesso asse di rotazione, o collegati mediante ingranaggi e dipendenti dal medesimo motore;
— dischi girevoli con piste sonore concentri che (organi fotoelettrici);
— tutti i sistemi divisori di frequenza, ad esempio i divisori di frequenza elettronici nei quali un pilota comandi una serie di stadi che forniscono tutte le ottave inferiori di una stessa nota.


“Figura: LA CLAVIOLINE A DOPPIA CORDA
Questo strumento di concezione originale non può mancare di rivoluzionare il campo degli strumenti musicali elettronici. Infatti, sotto l’aspetto esterno semplice della clavioline, la sua piccola tastiera offre all’artista non una, ma due voci assolutamente indipendenti fra di loro in rapporto alla fase. Sono noti gli effetti musicali efficaci ottenuti con le cosiddette corde doppie del violino, ricavate da due corde indipendenti, suoni doppi che finora nessuno strumento elettronico monodico era in grado di produrre. Ora su questo nuovo apparecchio si ottiene un effetto analogo senza bisogno di alcuna manovra, con un procedimento interamente elettronico. Per dare un esempio concreto: se l’esecutore sceglie il timbro del violino, per ognuna delle voci, quando preme uno dei tasti, egli ottiene l’effetto di due violini distinti che suonano all’unisono. Ma se egli preme contemporaneamente due tasti, uno dei violini risuona sulla nota più acuta, l’altro su quella più grave. Questa invenzione è già stata oggetto di numerosi brevetti mondiali.”


■ Siffatti sistemi, che si prestano a costruire dispositivi semplici, hanno appunto tentato molti costruttori di strumenti elettronici.
■ Così l’industria americana propone l’Hammond, il Baldwin, il Consonata. Gl’Inglesi usano più spesso il Compton abbastanza affine allo Hammond.
■ Questi strumenti non sono tuttavia capaci di dare quel senso di polifonia che il musicista cerca nel grande organo e nell’orchestra, e che esiste in realtà soltanto quando i suoni emessi simultaneamente si combinino in piena libertà di fase.
■ Illustriamo questa osservazione con un semplice esempio. Un violinista trae dal suo strumento una nota tenuta. Riuniamo dieci violini che suonino all’unisono la stessa nota; la sensazione auditiva è interamente diversa nel primo e nel secondo caso. Non si tratta menomamente di una variazione d’ampiezza sonora, e per convincersene basta amplificare il suono di un violino solo: quest’aumento di ampiezza non richiama affatto la particolarissima sensazione destata dalla sovrapposizione simultanea di più sorgenti sonore indipendenti.
■ In conclusione, per creare l’effetto di polifonia è indispensabile unire un numero sufficiente di generatori di vibrazioni in completa indipendenza di fase. Uno strumento che non risponda a questa condizione può creare sensazioni auditive nuove trovando impiego nella musica di jazz o di carattere; ma è incapace di sostituire l’organo classico. Appunto in applicazione di questi principi, il Martin ha costruito il suo organo elettronico.
■ Ma un’esperienza abbastanza lunga è stata necessaria per svelare alcuni errori: in questo la musica elettronica ha favorito il progresso scientifico costringendo la scienza acustica a studiare più a fondo alcuni particolari fenomeni.”

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