Genealogie e vicende del giornale di mode (1942)

Da La Lettura, anno XLII, N. 9, settembre 1942.
Di Gabriella Laiatico.
(Illustrazioni dalla collezione dell’autrice.)

“■ Il giornale di mode ha una sua genealogia segreta, ricca di elementi e di apporti impensati, dai quali trasse, in definitiva, le caratteristiche che ancora conserva. Come in un quadro di De Pisis, ove gli oggetti lontani e diversi tra loro, armonizzano per parentele, accostamenti e finalità sotterranee, in questo rintracciare attraverso il tempo, la nascita di un mezzo informativo e documentario quale è il giornale di mode, occorre colmare le pause, avvicinare i contrasti, seguire il filo nascosto che lega lontane espressioni d’arte e d’attività all’attuale rivista d’eleganza.
■ Il valore sociale della moda, la sua importanza artigianale e industriale sono documentate da un’infinità di scritti, libri, stampe, che nel lontano passato diffusero le molteplici fogge del vestire. Attraverso questa attività secolare venne a formarsi il giornale di mode, agile, divertente, o cerebrale, recante comunque il segno del nostro gusto e lo stile del nostro tempo.

“LA PAVANA. (INCISIONE DI G. FRANCO PER IL «BALLERINO» DI CAROSO).”

■ La ricerca di fogge inedite e nuove (primordiale bisogno di mutamento della donna di ogni tempo e di ogni classe) si acutizza nel Rinascimento, quando cioè la moda e le arti suntuarie, affiancate all’arte pura, seguendo il ritmo della vita più vasta, assumono un’importanza specialissima per il loro carattere intellettualistico, dovuto alla collaborazione diretta degli artisti che disegnano abiti, ricami, gioielli, acconciature. Questo fervore d’eleganza, sorto in un clima storico difficile per guerre, pestilenze, invasioni, ribellioni, viene insidiato da leggi suntuarie, prediche, scomuniche e bruciamenti di vanità; ma le donne eleganti continuano ad escogitar nuove mode e i carteggi, le cronache, le prediche e le leggi suntuarie del tempo narrano l’eleganza fiabesca di «gamurre» ingioiellate, di «balzi» altissimi, di «cipriane» scollate e «caudate» (che il cronista De Mussis qualifica per «inoneste») e dicono, tra brontolii e incensamenti, di mode «alla dilà» e di vesti «di garbo italiano».

“DAMA E FANCIULLA DI COLONIA IN VESTI DI «GALA». (DA A. DE BRUYN, OMNIUM POENE GENTIUM…)”

■ I primi cronisti della moda furono i diaristi meticolosi e i pittori della scuola naturalistica, narrativi e aneddotici. Nel secolo XV, la squisita eleganza del gotico fiorito si traduce in ricerca di particolari preziosi, in un’ornamentazione particolareggiata e minuta delle vesti e dell’ambiente; l’artista s’indugia e si compiace di drappeggiare stoffe, di comporre acconciature assurde e decorative. Nei quadri, negli affreschi che rappresentano questa corrente artistica, uomini e donne sembrano sempre avviati ad una festa, partecipanti ad una scenografia che esorbita dalla sua funzione decorativa per assumere significati più vasti. Nei «Trionfi» (tema frequente nella pittura naturalistica) l’eleganza dei personaggi raggiunge un equilibrio perfetto che non deriva soltanto dallo splendore delle vesti, dal giuoco dei colori, ma da una più intima e segreta squisitezza poiché un’armonia tutta umanistica informa queste composizioni, ispirate dai «Trionfi» petrarcheschi, realizzati poi nelle feste del secolo XV. Le precisazioni costumistiche di Francesco del Cossa negli affreschi del palazzo Schifanoia a Ferrara, hanno il valore di un dogma: esempi di rara eleganza sono le molteplici fogge di acconciature delle tessitrici, le «cioppe» delle donne del concerto, le «giornee» e gli «zipponi» dei cavalieri e dei paggi. Queste pitture (vere cronache tempo) ci tramandano, non solo le fogge e gli arredi ma anche le abitudini mondane, i gesti, gli atteggiamenti, lo stile d’una eleganza remota. Tra i pittori «cronisti della moda» emerge la figura solare del Pisanello, disegnatore arguto, pittore romanzesco ed estroso, che insiste, ad onta del contenuto mistico od eroico dei suoi quadri, in una eleganza aristocratica sintetizzante la moda quattrocentesca. La fastosità del sec. XVI arricchisce poi lo spirito decorativo del primo Rinascimento e il lusso appare opulento e imperante. Nelle classi alte, isolate ed assorte nel culto delle lettere e delle arti, l’eleganza del vestire assume un valore inconsueto: ogni particolare, ogni nuova foggia deve rappresentare un’opera d’arte ed ha un significato, quasi direi, umanistico. Le dame cercano di conoscere ogni segreto di eleganza, e indagano e chiedono notizie, consigli, resoconti. I segretari al seguito di signorotti in viaggio, sono i grandi suscitatori di gelosie mondane, i veri responsabili di fastose gare d’eleganza tra le donne del sec. XVI; «inviati speciali» o «cronisti mondani», hanno il compito di descrivere vesti e gioielli, conviti e corredi nelle lettere alla gentildonna lontana. Isabella Gonzaga, di questi cronisti ne ha parecchi: Bernardino Prosperi l’informa delle vesti di Lucrezia Borgia, Batista Stabellino e Girolamo da Sestola le narrano le eleganze di Renata di Francia Estense e Gian Tommaso Manfredi le descrive le nozze della Regina di Polonia. Questo scambio di «cronache della moda» attivissimo nei grandi centri, ove la vita splendida del Rinascimento assume forme di squisita eleganza, diventa indispensabile nei piccoli paesi isolati, ove per le «invenzioni» della moda non sono sufficienti le stoffe e le notizie che portano i mercanti di oltremare; Caterina Cibo Verano, duchessa di Camerino, prega Isabella Gonzaga di farle fare dei vestiti a Mantova, secondo il suo gusto; l’eleganza di Isabella, derivata da un profondo amore per ogni forma d’arte, è una specie di sovranità assoluta a cui rende omaggio anche Francesco I nel chiederle una «puva (bambola) a la fogia che va lei, di camisa, di manighe, de veste de sotto e di sopra et di abiliamenti et aconciatura di capelli perché S. M. designa fare alcuni di quelli abiti».

“SFARZI CINQUECENTESCHI: LA DOGARESSA NEL GIORNO DELL’INCORONAZIONE. (DA A. DE BRUYN).”
“UNA NOBILE SENESE. (DAL «VECELLIO», HABITI).”
“«DONNA DI QUALITÀ». (INC. ITALIANA DEL 1688, DA BONNARD).”

■ La bambola, ambasciatrice di fogge nuove, è anch’essa «cronaca della moda», cronaca muta e precisa, non priva di suggestione, se per circa quattro secoli porta in giro per l’Europa la fastosa eleganza delle vesti di gran parata e la ingombrante semplicità dei vestiti di minore importanza. Il primo manichino di cartapesta di cui si ha notizia è del 1390: è Isabella di Baviera che l’invia alla Regina d’Inghilterra; i conti dell’archivio reale ci dicono il costo di questa bambola a cui Roberto di Varenne, ricamatore del Re, ricama la veste per 459 «livres», ma non parlano dell’«hennin» altissimo, della «cottardita» e delle scarpe «alla polana» che certo essa aveva, secondo il gusto della stravagante Isabella. Anche Anna di Bretagna manda, nel 1496, una bambola-figurino a Isabella di Castiglia, e più tardi Enrico IV offre a Maria de’ Medici una «puva» in sontuosa veste «alla francese». La bambola di moda ha inoltre un compito più vasto; dalla «Rue St. Honoré» porta regolarmente a Londra, Vienna, Venezia i modelli per il gran pubblico e per gli artigiani della moda. Ma all’eleganza intellettuale del ‘500 questo tramite non è più sufficiente: la moda e le arti del lusso si diffondono assai più rapidamente per mezzo della stampa, ormai perfettissima. Pittori e incisori, quasi inconsapevolmente, creano per le donne smaniose di nuove fogge, modelli di vesti, tipi di pettinature. Già nella cronaca figurata di Maso Finiguerra, dame e gentiluomini elegantissimi in vesti quattrocentesche, rappresentano personaggi mitologici o sacri e più tardi, a questo nostro artista, si ispirano i grandi incisori nordici: Luca di Leyda, Aldegraver, Dürer nelle loro incisioni dimostrano lo stesso gusto anacronistico delle vesti e la stessa ricerca di un’eleganza miniaturistica. La mutevole grazia degli abiti attrae l’artista che pur studiando le fogge del tempo ignora ancora l’importanza del «fenomeno moda»; e passerà del tempo prima che questa forza subdola e inquietante venga considerata e coordinata. Le prime opere sui costumi e sulla moda sono della metà del secolo XVI e segnano l’ingresso ufficiale della moda nel mondo intellettuale: sono raccolte d’incisioni in legno e in rame, libri ricchi di immagini che hanno l’importanza di un’opera d’arte e il riferimento preciso del giornale di mode. Verso la metà del secolo XVI Enea Vico incide a Firenze la bella raccolta di costumi di diverse nazioni; è questa forse l’opera più antica sul costume; c’è ancora, in queste composte figure delineate senza segni superflui, la definitiva precisione quattrocentesca. Un anonimo «Recueil de la diversité des habits» è stampato a Parigi nel 1562, e Ferdinando Bertelli pubblica a Venezia una raccolta di 64 tavole di costumi (Omnium fere gentium…) ma molti di questi costumi sono copiati da Enea Vico. I Bertelli sono incisori per tradizioni di famiglia: nel 1589 Pietro Bertelli stampa a Padova una grande opera sul costume (Diversarum nationum habitus…) che il De Fabri copierà poi nel 1593. La raccolta bertelliana è delle più interessanti per la storia della moda: dame e gentiluomini, cortigiane, maschere della commedia dell’arte hanno vesti tipicamente differenziate; la sontuosa processione del doge, la pompa del «re dei turchi», la donna con la «solana», certe scene di carnevale son disegnate con ironico spirito d’osservazione e i paesaggi, le architetture veneziane dànno a questo libro un sapore ambientale e «contradaiolo». Più mondano, l’incisore G. Guerra ci tramanda nome ed effige di 48 gentildonne italiane nel suo libro «Varie acconciature di teste usate da nobilissime dame in diverse città d’Italia» (Venezia, 1570); queste pettinature dimostrano una grande diversità di stile, derivata dalle molteplici influenze artistiche, politiche, commerciali che serpeggiano in Italia alla fine del ‘500; gusto di fogge francesi in Piemonte, suggestioni di Oriente a Venezia (dovute ai traffici coi paesi d’oltre mare), influenza d’arte nordica in Lombardia e nella Emilia, mentre l’Italia centrale conserva un suo inconfondibile stile umbro-toscano; in Sicilia e nell’Italia meridionale lo stesso clima, il diverso carattere della gente e i frequenti rapporti con la Spagna e l’Oriente, si risolvono in una grande vivacità di colori, nella ricchezza delle stoffe di seta, od anche in certe fogge quasi monacali, passate poi (e vive tuttora) nel costume popolare. Nei libri di costumi del secolo XVI questa varietà di fogge appare chiarissima: C. Vecellio, nel suo prezioso libro (Habiti antichi et moderni di tutto il mondo. Venezia, 1590) illustra in belle xilografie i costumi antichi e del tempo di quasi tutte le città d’Italia. La nobile senese con il suo velo e il curioso cappello, segue certamente una moda locale perché questo tipo di acconciatura non si ritrova in nessun altro luogo. Nel 1591 G. Franco illustra il «Ballerino» di Caroso (libro sul ballo) e nel 1604 egli descrive l’ambiente «festaiolo» nel suo bel lavoro «Habiti delle donne veneziane».

“EQUILIBRIO E PROPORZIONE DELLA MODA FRANCESE DEL 1785. (DALLA «GALLERIE DES MODES ET COSTUMES FRANÇAIS»). DIS. DI DESRAIS.”
“DAMA IN «BAGNOLETTE», PRATICISSIMO MANTELLO PER IL VENTO. (FIGURINO ITALIANO ANONIMO, DEL 1778).”
“SEMPLICITÀ SETTECENTESCA: CASCO ALLA « BELLONE » E VESTITO « EN CHEMISE ». (DAL «CABINET DES MODES» DEL 1786).”

■ Ma non soltanto a Venezia si pubblicano con frequenza ormai i libri e le raccolte sui costumi. A. de Bruyn, nella sua opera basilare (Omnium poene gentium… Anversa, 1581) incide i costumi europei (ed anche non pochi orientali) dando infine grande importanza alle mode d’Italia; egli è un interprete magico dell’eleganza, per il suo modo di disegnare e di incidere prezioso e sottile. Il fasto della dogaressa, la voluta semplicità della cortigiana, l’armonioso costume della sposa di Colonia dimostrano l’importanza costumistica di questo magnifico artista. A Malines, nel 1577 Boissard pubblica «Habitus variarum…», ma la finezza delle incisioni non attenua la povertà di questi «modelli»: Boissard è bravo ma non è elegante: e per quanto analitico e descrittivo, i suoi costumi non dànno l’impressione di qualche carattere essenziale; egli appartiene alla stessa schiera di quei costumisti dei nostri giorni che copiano Racinet o Hottenroth con la fedeltà di un «lucido»: ci si domanda poi che cosa manca a questi costumi di seconda mano: quasi nulla: lo studio diretto di un documento del tempo e un po’ di genialità!

“GRAZIA ROMANTICA DEL 1823. (DAL «CORRIERE DELLE DAME»).”

■ Alla fine del ‘500 i libri di costumi si pubblicano in due o tre edizioni, si copiano, si ripetono, il che sta a dimostrare la diffusione e la ricerca delle opere sulla moda; donne eleganti, pittori, mercanti-artigiani, gente di cultura, leggono e «assorbono» questi libri, nei quali ognuno vede un proprio mondo misterioso: magia di viaggi, di vesti splendide, bagliori di guadagni, fervore di lavoro.

“UN’ELEGANTISSIMA «NINFA DANZANTE» DEL 1801 E UN CAVALIERE NAPOLEONIZZANTE. (DAL «COSTUME PARISIEN»).”

■ Nel secolo XVII s’ inizia un nuovo genere di pubblicazioni sulla moda che si avvicina ancor più al figurino; il libro d’immagini viene sostituito da una serie di incisioni commentate da brevi didascalie; per diffondere la moda, questo mezzo, più semplice, meno costoso è certamente più pratico. Secondo lo stile del tempo si dà a queste immagini, che spesso sono ritratti di personaggi di gran casata, un titolo mondano con relativa dedica. Ed è precisamente il figlio di un sarto che inizia a Parigi questo tipo di pubblicazione: A. Bosse, disegnatore, pittore, incisore, architetto e scrittore, ha passato l’infanzia tra le fatiche del laboratorio paterno e le smanie della gente elegante; conosce quindi la tecnica dell’eleganza, ed ogni difficoltà della moda, vista dall’interno di una sartoria. Spirito indipendente e caustico, la sua attività va dai modelli di ventagli all’insegnamento di prospettiva all’accademia di Parigi, finché si fissa nello studio del costume e della moda; in parziale collaborazione con Saint-Igny, pubblica nel 1629 le 15 tavole del «Jardin de la noblesse»; lo spirito ironico del Bosse trapela sempre in tutta la sua vasta opera sul costume; le sue stampe di genere commentano la vita quotidiana elegante ed ogni avvenimento interessante per la moda; al tempo degli editti contro il lusso delle stoffe, dei gioielli, dei merletti (1633) le sue incisioni hanno un’ironia contenuta ed elegante da gran signore; nelle stampe di genere, che riproducono scene di vita mondana con spensierata malizia, le vesti son trattate con l’amore e la delicatezza di un profondo conoscitore della moda.

“STUDIO PER UN FIGURINO DI MODA DEL 1842. (ACQUARELLO DI A. TOUDOUSE, NOTA FIGURINISTA DEL SECOLO SCORSO).”

■ Tra Bosse e Saint-Igny, Crispin de Passe, nel suo «Miroir» e nei «Les vrais portraits» continua la maniera che si potrebbe definire «grottesco elegante» accentuata da Callot, disegnatore mordace, nella «Noblesse de Lorraine» e nei «Balli di Sfessania» (1621-1624). Gli spettinatissimi cavalieri di Callot riassumono il tipo francese seicentesco nobilissimo e fanfarone che si ritrova poi in Stefano della Bella. Ma Callot, artista pensoso ed amaro, si libera talvolta da questo accento e in certi studi di costume il suo disegno è definitivo e schematico. Comunque è precisamente nel segno esagerato del grottesco che meglio si comprendono lo stile e la tendenza della moda ed è per mezzo dell’ironia più o meno larvata che si diffondono le fogge nuove. Con meno fantasia e a carattere più «figurinistico» D. Rabel incide a Parigi, nel 1630 la piccola serie rarissima: «Voici comment l’on s’accomode»; queste incisioni, quelle ultrapreziose di Hollar (edite a Praga e a Londra dal 1636 al 1644) e la raccolta di Valegio (Costumes…) costituiscono un primo tentativo del «foglio di mode». Editori, incisori, e negozianti di stampe di costumi, i Bonnart pubblicano a Parigi dal 1675 al 1715 un’infinità di incisioni sulla moda: ritratti, stampe di genere, allegorie; i Bonnart sono degli accentratori, poiché molte incisioni di varî autori vanno col loro nome editoriale (un centinaio di figure di moda incise da Saint Jean vengono assorbite così dai Bonnart), ma dobbiamo a questa laboriosa famiglia la diffusione della moda in Francia e in Italia. Il tipo di queste stampe avvia gli incisori verso il «figurino di moda» che si va precisando nello stile della composizione con il «Recueil des differents modes» (1729), e con le incisioni di Mariette; la stampa di moda che nella prima metà del ‘700 è incerta tra una funzione puramente artistica e decorativa e la precisazione esplicativa, diventa decisamente il figurino di moda con il bel «Recueil» di Boucher (1740) e le quattro serie di Gravelot, finissime incisioni edite a Londra nel 1744.

“IL VESTITO ALL’ITALIANA. (DAL «CORRIERE DELLE DAME», 1848).”
“SEMPLICE ABITO DA MATTINA DEL 1860.”

■ Nel 1763 ha inizio la pubblicazione dell’Almanach de Gotha con i figurini di Chodowiecki; altre pubblicazioni importanti per la storia del giornale di mode sono i «Tableaux de la bonne compagnie» (1777) e la «Gallerie des modes» con i disegni di Moreau l. j. e Derais (1785).
■ La rivoluzione francese arresta ogni pubblicazione elegante, ma dal 1790 al 1793 (incoscienza o coraggio?) esce a Parigi «Le journal de la mode et du goût». Nel 1798 comincia a Parigi la pubblicazione di «Modes et moeurs», interessantissima raccolta annuale di moda caricaturale con le incisioni di Debucourt, capostipite per così dire, dei caricaturisti eleganti dell’800. (Deveria, Gavarni). Ormai si pubblicano dovunque giornali di moda: a Londra, a Vienna, ad Amsterdam; sono piccoli fascicoli che contengono, oltre alle tavole di mode, articoli letterari, critiche teatrali e notizie politiche.

“ELEGANZE VIENNESI DEL 1830. (DAL «WIENER MODE»).”

■ In Italia, il primo periodico di mode è il «Giornale delle donne» del 1786, seguito dal «Giornale della moda» (1788). Il figurino italiano è fin dall’inizio molto diverso da quelli francesi: questa netta differenziazione risulta assai meglio in certe «raccolte» di stampe sulla moda; nella bella serie del Viero (Venezia, 1783-1791) di carattere spiccatamente italiano, e nelle incisioni del Volpini (Firenze, 1797-1798), che l’incisore chiama «figurini di moda», scene di vita mondana o familiare, di una eleganza tranquilla e garbata. Fondato da Carolina Lattanzi esce a Milano, nel 1804, il «Corriere delle dame»; nell’aprile del 1848 questo periodico pubblica il «vestito all’italiana» che sintetizza, con la sua grazia romantica, l’aspirazione di un popolo in armi e l’atmosfera politica del Risorgimento; il giornale di mode ha ormai trovato il suo stile e precisato il suo compito: compito e stile tutt’altro che frivoli, poiché al di là di queste immagini eleganti tutto un mondo industriale-artigiano, opera e lavora; artisti e creatori di modelli imprimono ad ogni veste, ad ogni accessorio, impensatamente, il segno del loro tempo, mentre le vicende storiche e sociali segnano pause e creano riflessi profondi nella moda, dando così il valore di un documento ad ogni immagine di eleganza.”

“CALLOT: STUDIO DI COSTUME. DAMA IN ABITO DA VIAGGIO.”

L’autoslitta a turbina del Granduca Cirillo di Russia (1911)

Da La Scienza per Tutti, Anno XVII, N. 47, 1 gennaio 1911.

” ■ Da circa tre anni, grazie al Touring Club di Francia, le slitte automobili sono all’ordine del giorno e prove interessantissime sono già state fatte per raggiungere apprezzabili risultati.
■ Il Granduca Cirillo di Russia, sedotto da questo nuovo genere di locomozione, ha fatto costruire una di queste slitte d’un sistema del tutto speciale che si può considerare quale slitta da corsa.

“LA SLITTA DEL GRANDUCA CIRILLO COL TURBOMOTORE COANDA.”

■ Come si vede dal disegno, il corpo della slitta è fusiforme e porta nella parte anteriore una turbina Coanda. La parte motrice è fornita di un motore Gregoire a 6 cilindri. Lo scafo, giacché si può usare questa parola, è stato costruito da Despujols in doppia bordata e racchiude il motore, i serbatoi, la direzione e la sedia del conduttore.

“IL TURBOMOTRE VISTO DI FRONTE.”

■ La slitta è sostenuta da quattro pattini di legno; i due anteriori sono comandati dalla direzione.
■ Questa slitta, col suo motore di 40 cavalli deve raggiungere una velocità di 100 chilometri all’ora, e grazie alla sua propulsione mediante turbina, può scorrere anche sulla neve molle.”