Category Archives: Medicina

Il martirio dei piedi femminili

Da La Scienza per Tutti, Anno XXIII – N. 15, 1 agosto 1916.

“Non si è generalmente molto ottimisti sui risultati che può dare la propaganda d’una verità scientifica quando essa conduce alla condanna d’un’abitudine invalsa nella moda femminile. Senza dubbio, il mondo umano è fatto più di passioni che di logica — e la vanità femminile di parere più belle o meno brutte di quanto si è, può definirsi pur essa una passione. Nemmeno però bisogna attribuire al sesso gentile anche l’aggettivo d’irragionevole, e credere che le campagne degli igienisti non abbiano alcuna influenza su certi usi.
Così, ad esempio, è avvenuto pei busti ultra-serrati di una volta; così per le orribili scarpe a punta che rovinavano le dita dei piedi a beneficio dei… cerotti pei calli; così per la famosa entrave che impediva alle donne ogni libertà di movimenti; così infine per gli spilloni enormi destinati a fissare i cappelli sulla testa delle signore… nonché a forare gli occhi dei vicini. Ed anche tra gli uomini, il cappello duro, che si è spesso accusato colpevole di tante insolazioni e di tante calvizie, va scomparendo, dopo quello a tuba.
Ora, vi è ancora una moda assurda e dannosa: i tacchi alti. Eppure, ogni giorno le osservazioni confermano il giudizio espresso, non solo da ora, dai medici e dagli igienisti più illustri: cioè ch’essi costituiscono un pericolo per la stabilità generale del corpo, una deformazione del piede, di cui indeboliscono la resistenza e compromettono la funzione, ed una fonte di malattie costituzionali per l’intero organismo.
Anzitutto, è interessante notare come l’uso secolare dei vestiti e delle calzature abbia influito sulla costituzione fisica dell’uomo. Nello stesso modo che la nostra pelle, a forza di coprirsi, è diventata più sensibile, e non potrebbe più sopportare impunemente il nostro clima, sebbene più temperato di quello che sopportano gli indigeni o gli acclimatati delle zone torride, così l’uso continuo delle scarpe ha finito per toglierci quell’agilità del piede che è sovrana in certe popolazioni primitive. Chi, ad una certa età, volesse tornare… all’assoluta economia di scarpe, dovrebbe attraversare un certo periodo di disagio prima di riabituarsi a camminare speditamente.
Peraltro, le scarpe con tacco regolare — cioè ampio quanto la parte posteriore della suola e alto da cm. 2,5 a 3 — non hanno sostanzialmente mutato il modo di funzionare del piede umano; gli hanno forse tolto un po’ d’agilità, ma ne hanno forse accresciuta la stabilità e la resistenza. Basta, per comprenderlo, pensare in qual modo il piede sorregga il peso del corpo: la colonna ossea G della gamba si connette, con un giunto A, alla parte più alta e sollevata d’un osso il quale da un lato (fig. 1) poggia a terra mediante il tallone T, e dall’altro, con un secondo giunto, si prolunga nel collo del piede, che poggia poi a terra con quella parte P della pianta da cui partono le dita. In breve, il peso del corpo, trasmesso dalla gamba, grava sopra la sommità di un ponte sorretto da due appoggi laterali. Si ottiene così una certa elasticità di portamento, ed una base per il corpo umano, il quale è molto meno stabile che non quello degli animali, come dimostra la diffioltà pei bambini di camminare: lo star ritti è un po’, per noi, un equilibrio, dovendosi per far sì che la verticale abbassata dal centro di gravità della persona, relativamente alta, cada sempre sul quadrilatero formato dalle due punte è dai due talloni.
Una scarpa a tacco moderato non altera dunque questo equilibrio generale; anzi, col rialzo della suola nel mezzo sostiene la parte più delicata del ponte, la chiave dell’arco, che riceve il peso e lo trasmette equamente ai pilastri. Senonché a questo modo la scarpa resta lunga precisamente come il piede, o poco più: fatto naturalissimo, ma che le signore eleganti non vogliono ammettere. Esse hanno un po’ la debolezza delle calunniate Cinesi, con le quali sono d’accordo nell’adorare i piedini piccoli, anche sproporzionatamente piccoli; e non volendo torturarsi a rimpicciolirseli sul serio, ricorrono ad una specie di inganno geometrico. Se una linea orizzontale — che sarebbe la mediana inferiore della pianta — viene sollevata obliquamente, essa darà una proiezione orizzontale minore della linea medesima: la distanza fra la punta e il tacco della scarpa diminuirà (fig. 2). Anzi, per renderla ancora più corta, si potrà inclinare il tacco verso l’avanti; e il tacco si presta, perché, dovendo mantenere sollevato il tallone del piede e dargli l’obliquità, risulta smisuratamente alto.

Vediamo ora gli effetti che ne derivano.
In primo luogo, quelli concernenti la stabilità generale. Nella fig. 1 si vede che il punto d’appoggio del tallone T si trova parecchio oltre la verticale rappresentata dalla colonna ossea della gamba. Facciamo girare T attorno ad A, in modo da sollevarlo: il dislivello fra T e P aumenterà; la curva inferiore dell’arco si avvicinerà ad una retta obliqua, la verticale passante per 7 si accosterà a quella passante per G. La sporgenza sarà dunque minore, e minore la base. Ma non per questo si raccorcia, almeno in proporzione, la distanza fra la colonna G e il sostegno P della pianta, cosicché il punto d’applicazione del peso si troverà spostato relativamente, e peserà quasi tutto direttamente sul tallone anziché sul ponte per essere poi ripartito fra gli appoggi. D’altronde, data la posizione del piede, la porzione della pianta che poggia veramente a terra si riduce ad una piccola striscia presso l’origine delle dita, che rimangono piegate fortemente: essa non può compiere un’efficace funzione di sostegno. L’equilibrio del corpo è tale che ricorda i trampoli: infatti, il peso grava quasi tutto sopra una colonna a cui il tallone fa da prolungamento, mentre il resto sembra un puntello obliquo, come quelli che si mettono alla base dei pali per evitarne la caduta verso una data direzione. E purtroppo, qui il puntello — uno solo — non protegge che verso la direzione anteriore.
Tutto ciò supponendo che il tacco, prolungante ancora il tallone, sia diritto: ma anche questo non è vero. Il primo s’inclina verso l’avanti, per cui il secondo, che preme precisamente sulla parte estrema posteriore della scarpa, rimane senza appoggio, giacché la verticale abbassata da esso cade fuori della base. Così se si camminasse in modo normale, cioè posando con noncuranza lo stivaletto per terra, nulla sarebbe più facile che un rovesciamento del piede all’indietro. appunto per posare il tallone sul suolo. Supponiamo che un uomo con scarpe e tacchi normali calpesti una buccia od altro di sdrucciolevole: il suo piede scivolerà, ma orizzontalmente, e le conseguenze non saranno gravi. Si supponga invece che la cosa capiti ad una signora elegante: il tacco scivolerà, ma girerà sul profilo posteriore, ed evitare una caduta sarà impossibile (fig. 3). Alla ragione poi dell’equilibrio sopra un solo punto del piede si devono pure gli storcimenti laterali del piede — anche qualora il tacco fosse diritto; al che le donne rimediano solo in parte serrando fortemente la scarpa, con grave danno per l’aerazione e la circolazione interna del piede (fig. 4).
Passiamo ora alla seconda categoria di effetti. Le signore hanno trovato il mezzo di evitare una eccessiva frequenza di disgrazie come le descritte, prevenendo il pericolo con un piegamento pronunciato delle ginocchia, ciò che permette sia di mantenere il piede un po’ all’indietro in rapporto allo sposta mento generale della persona, sia di appoggiare al suolo anche la punta con una certa efficacia. Ciò produce stanchezza: le dita così piegate sono poco resistenti, e la forza d’appoggio si trasmette alla gamba in senso obliquo e rettilineo attraverso il collo del piede, che è disposto per tutt’altre funzioni. Ne risulta una pressione delle dita contro la punta della scarpa, una fatica eccessiva dei tendini, favorita dalla compressione della tomaia, e producente dolori. È difficile trovare una ragazza elegante capace di camminare per tempo anche relativamente breve senza sentirsi stanca, e magari senza dover accusare dolori ai piedi: del che essa darà colpa, non agli stivaletti, ma alla debolezza naturale del proprio sesso.

Pure tutto ciò è il meno. Per assumere la posizione che si scorge nella fig. 2, le parti del piede devono compiere un vero acrobatismo, partendo dalla posizione naturale della fig. 1. Il tallone deve torcersi in alto; il resto deve appiattirsi in basso — dov’è curvo — ed accorciarsi in alto: e ciò avviene soltanto mediante un incurvamento del collo, con spostamento e compressione di ossa, torsione di legamenti, sforzo di tendini, piegamento anormale nelle giunture delle dita e deformazione generale che spesso diviene permanente. Infine, quando la donna camminerà, se il tallone non può funzionare perché la sua verticale cade fuori della base utile, se reggersi solo sulla punta è impossibile e doloroso, qual parte del piede sopporterà quasi tutto il peso della persona? È facile dirlo: proprio quella parte mediana destinata invece a rimanere sollevata per fungere come chiave dell’arco; negli uomini essa tocca appena la suola; nelle donne preme fortemente contro lo stivaletto, anche perché le due verticali estreme contenute nel tacco si trovano nel punto più delicato. Ora, l’infermità più notevole dei piedi — quella detta dei «piedi piatti» — consiste appunto nell’incapacità del detto giunto di far da ponte, trasmettendo il peso del corpo senza piegarsi e toccar terra; nel qual caso la base del corpo si restringe a due punti, e il sorreggersi diventa una pena. Ebbene, l’esercizio prolungato degli stivaletti eleganti sembra voluto proprio per far subire al giunto del collo uno sforzo di cui è incapace e che finirà per indebolirlo e rovinarlo.
Resterebbe la terza serie di effetti: quelli generali sull’organismo, meno controllabili appunto perché generali ma non meno gravi nelle loro conseguenze. Fra le tante funzioni del piede, nel trasmettere indirettamente il peso della gamba e del corpo, vi è pure quella di evitare una ripercussione diretta della scossa che inevitabilmente risente l’organismo allorché si posa in terra la parte destinata a sostenerlo. Appunto perciò il piede è elastico e flessibile, e ad ogni passo noi appoggiamo prima il tacco e poscia la punta, mentre scende a terra il tacco dell’altro piede. Il duplice movimento delle gambe resta così sdoppiato in quattro tempi, e le ripercussioni non sono sensibili. Il contrario avviene quando, per la rigidezza imposta dalle necessità dell’equilibrio, per la chiusura del piede nella scarpa che menoma la flessibilità, e per la diretta trasmissione del peso dalla gamba al terreno, le ripercussioni sono immediate. È una serie di urti continui sugli organi più vicini agli arti inferiori; e si è riscontrata una coincidenza fra la frequenza delle malattie uterine e la diffusione dei tacchi alti. Pure è consolante constatare come la stessa vita sociale, che ha creato, assieme alla vanità femminile, l’assurdità della moda ora criticata, abbia creato anche il rimedio. Cioè, nulla di più facile che vedere nei giorni festivi anche le più umili operaie scimmiottare, indomenicate, l’andazzo delle signore eleganti nella forma delle scarpe. Ma nei giorni di lavoro — almeno per le occupazioni non sedentarie — la moda trova la propria condanna nella stessa tortura che infligge; ed è tale che costringe ad eliminarla. Rimanere quattro o cinque ore in piedi, dinanzi ad un telaio, o presso un tornio, o in un campo, o sopra un tram, con tacchi alti cinque centimetri non è infatti assolutamente possibile. La vita sociale va verso una sempre maggiore utilizzazione della donna nei diversi rami della produzione umana. Non domandiamoci se sia un bene o un male: limitiamoci a constatare che se certi capricci della moda posso no trionfare per un po’ di tempo nel regno dell’eleganza sportiva e della vanità disoccupata, scompaiono poi inesorabilmente dinanzi alle necessità pratiche del lavoro.”

I muti parlano…

Da Sapere, Anno I, Volume I, N. 18, 30 settembre 1935.

“La parola deve ritenersi il dono più divino che il Creatore fece all’uomo; infatti per mezzo di essa egli può stabilire le relazioni con i propri simili, può esprimere il proprio pensiero, manifestare i propri sentimenti.
La parola perciò costituisce l’elemento essenziale e fondamentale della vita di relazione che differenzia l’uomo dagli altri animali.
La parola dell’uomo è caratterizzata dal fatto che il suono, generatosi nell’organo vocale, viene modificato nelle cavità della bocca, del naso e del retrobocca e ciò non soltanto per particolarità anatomiche nelle strutture generatrici e modificatrici dei suoni, ma anche per certe disposizioni particolari del sistema nervoso governante i movimenti complessi che stanno a base del delicato meccanismo della voce e della parola.

“1. Diagramma indicante il metodo di applicazione della laringe artificiale. – 2. Laringe artificiale pronta per l’uso.”

Lo strumento musicale ove i suoni si generano è costituito dalla laringe, che è paragonabile al dispositivo a linguetta degli strumenti ad ancia membranosa. La corrente d’aria proveniente dai polmoni, attraversa la trachea e la laringe e fa vibrare le linguette membranose (corde vocali) producendo il suono: con la cooperazione dei muscoli della cavità della bocca e delle fauci, il suono viene modulato ed emesso sotto forma di parola. Siccome la voce e la parola vengono per lo più formate contemporaneamente, così tutti i gruppi muscolari che vi partecipano debbono opportunamente intrecciarsi nei loro movimenti.

“3. – Laringe artificiale in uso. Nella fotografia si vede il paziente che imbocca a guisa di cannuccia di pipa il tubo di gomma connesso con la laringe artificiale che è adattata alla trachea a operazione terminata.”

In definitiva abbiamo, nella formazione della parola, due strumenti: uno produttore del suono, la laringe, ed uno modulatore del suono, la bocca. Questa elementare esposizione in sommi capi del meccanismo della parola è necessaria per comprendere il meccanismo di formazione della parola nello strumento veramente geniale ideato per ridonare la parola a coloro che divengono muti per arresto di funzionamento o distruzione dello strumento produttore del suono: la laringe.
L’apparecchio, molto chiaramente esposto dalle illustrazioni, può essere applicato dopo aver praticato una operazione chirurgica di discreta entità e cioè dopo avere posto la trachea, recisa subito al disotto della laringe, in comunicazione con l’esterno nella regione del collo; in corrispondenza dell’orificio così creato viene a combaciare una placca nel cui centro si innesta un tubo di gomma, che termina poi in una scatola sonora ove è una linguetta vibrante (laringe artificiale); l’altro estremo della scatola sonora si innesta con altro tubo che viene tenuto nel cavo orale dall’individuo muto a guisa di cannuccia di pipa.

“4. – La laringe artificiale per i nati muti e per coloro in cui l’operazione è impossibile. In questi casi il paziente deve comprimere un mantice per produrre la corrente necessaria alla produzione della voce.”

Come funziona questo meraviglioso strumento?
La corrente d’aria proveniente dai polmoni attraversa la trachea e, passando per la scatola sonora, si trasforma in un fascio di onde sonore che terminano nella bocca ove vengono modulate e trasformate in parole.
In definitiva, la laringe viene sostituita da altro organo meccanico, minutamente perfezionato, capace di vibrare ed emettere i suoni; lo strumento modulatore dei suoni rimane invece immutato con la variante che le onde sonore invece di provenire dall’interno, gli provengono dall’esterno.
Chi usa la laringe artificiale compie una serie di movimenti ed adattamenti lenti simili a quelli compiuti da una persona che parli in condizioni normali.
L’apparecchio è applicabile tanto a coloro che persero la facoltà della parola per malattie od operazione, quanto ai muti nati.
Quali meraviglie ancora la scienza ci prepara, se l’uomo è già capace di offrire al proprio simile doni che gli erano stati negati?”

Gli insegnamenti igienici della guerra

Da La Scienza per Tutti, Anno XXIII, N. 24, 15 dicembre 1916.

“Nessun laboratorio e nessuna clinica può mettere a prova l’ingegno umano! nella difesa della buona vita come la guerra. Essa offre al biologo un campo sperimentale impensato: e in mezzo all’orrore e al sangue matura una messe di insegnamenti, di esempi, di pratiche nuove. Non è soltanto la miriade delle ferite e la materia cruenta offerta a le ingegnosità del chirurgo, non è solamente la possibilità di comparare su schiere di sofferenti, in uguali condizioni di vita, le tecniche delle differenti risorse terapeutiche, ma è l’occasione offerta per saggiare tutti i precetti e tutte le metodiche della buona vita e della lotta contro il dolore.
Pur troppo le necessità urgenti e le difficoltà che accompagnano lo svolgimento delle operazioni guerresche rendono meno facili i rilievi comparativi e i corollari: ma pur ridotti nei limiti di rapide constatazioni schematiche gli ammaestramenti della guerra non cessano di essere grandi.
Le linee che seguono riflettono solamente un lato di questi insegnamenti: quello che più colpisce l’igienista e che ha rapporto con talune malattie infettive, coi processi immunizzanti e con talune norme di buona vita che la guerra di trincea pareva avesse sconvolto e allontanato per sempre.


La lotta che conturba il mondo ha rimesso in onore la trincea col suo fango, con le sue miserie di vita trogloditica di contatto e di sporcizia. Solamente dopo molti mesi di lotta, soltanto quando la dura esperienza delle cose obbligava a piegarsi alle necessità della vita da talpa, le trincee assumevano forma più civile e più rispondente alle necessità di un’igiene tollerabile.
La trincea ha avuto una conseguenza igienica immediata, ha reso embrionaria la pulizia personale, ha forzato ai contatti più impuri coi rifiuti della vita, ha formato un nido inatteso ai viventi superiori e inferiori (dai ratti ai pidocchi) e ha facilitato la diffusione di talune malattie.
Né era facile cosa cercare i rimedi. L’igiene è pulizia e la trincea è sudiciume: troppo antitetici erano i due termini perché l’accordo si facesse possibile. Così in tutti gli eserciti la trincea diventò occasione al propagarsi del tifo, del colera e del tifo petecchiale. I pessimisti avevano anzi buon giuoco nel presagire le riprese catastrofiche di queste forme infettive e lo spettro angoscioso delle pestilenze si riaffacciava allo spirito della turbata umanità.
Intanto era certa l’invasione dei viventi superiori e inferiori. La trincea ha avuto ovunque questo primo risultato di moltiplicare i ratti in una maniera allarmante.
Sono troppo semplici i rapporti tra trincea, detriti della vita dell’uomo e condizioni d’esistenza dei rosicchianti per non comprendere che le nuove condizioni di questi intrichi sotterranei dovevano voler dire un aumento di rosicchianti.
In qualche regione — su tutto il fronte francese, ad esempio — l’aumento assunse un tale aspetto di invasione violenta da richiamare l’attenzione del Comando. Non era soltanto uno sciupìo assai grave di materiale (gli oggetti in pelle in pochi giorni mutavano aspetto e natura per la feroce minaccia dei rosicchianti affamati), ma i soldati finivano con l’essere talmente turbati da vedere compromessa la buona difesa.
Si dovette studiare una scelta conveniente di buone armi per ridurre il danno e la minaccia. Il Governo francese che più appariva interessato nella strana battaglia, volle che lo studio della lotta fosse condotto con ogni rigore. Squadre ammaestrate sperimentavano, settore per settore, i mezzi di lotta, rintracciando i cadaveri dei rosicchianti, contandoli, traendo dalle prove i corollari utilitari. Furono in tal guisa sottoposti ad un controllo rigido e severo i virus topicidi comunemente adoperati, i veleni comuni (paste al fosforo ed all’arsenico), i cani pigliatopi, i più svariati sistemi di trappole.
La prova condotta in una maniera che nessun esperimento ha mai eguagliato, sorvegliata da appositi incaricati, resa valida da ogni specie di controllo, ha insegnato che il veleno più attivo e più pratico contro i ratti è la scilla. Il glucoside tossico della scilla — la scillitina — agisce assai bene e con estrema sicurezza, mentre nessun pericolo può derivare per l’uomo che maneggia il veleno e per gli animali che si trovano in occasione di consumare il veleno che vorrebbe esser propinato ai ratti. Anche mezzo milligrammo della sostanza attiva è sufficiente per uccidere un ratto in capo a 12-24 ore. L’importante si è di preparare la scilla in maniera opportuna non dimenticando che la sostanza attiva è facilmente alterabile per opera dei germi più comuni. Perciò si è consigliato una formola di preparazione così fatta: spappolare I kg. di scilla in un litro d’acqua, filtrare per tela riportando ad 1 litro. Poscia la soluzione, addizionata delle ultime traccie della spremitura della scilla, posta in infuso, è sterilizzata a 120° in autoclave. Così essa è conservabile per molti mesi, senza che il principio attivo corra pericolo di alterarsi o modificarsi. La preparazione del liquido viene fatta diluendolo a parti uguali con latte opportunamente edulcorato per mascherare l’amaro del glucoside: e con questa mescolanza si imbeve del pane che costituirà — umido o secco — l’agguato per i topi.
Servendosi della scilla, quattro soldati appositamente incaricati, sono riusciti in pochi mesi ad uccidere nelle trincee francesi oltre 40000 ratti: nella qual cifra sono compresi solamente i rosicchianti dei quali ha potuto la commissione francese ritrovare e numerare i cadaveri.


La lotta contro i ratti è però un piccolo incidente della guerra e fortunatamente la completa assenza della peste bubbonica ha fatto sì che nessuna conseguenza grave derivasse dalla presenza così considerevole di rosicchianti posti nella possibilità di stabilire continuamente dei rapporti con l’uomo.
Ben altrimenti grave e di ben più difficile nisoluzione si mostrò invece il problema della diffusione dei pidocchi, sovratutto del pidocchio degli abiti. Anche tralasciando tutte le altre ragioni di carattere strettamente mediche, la lotta contro i pidocchi e specialmente contro quello degli abiti e del corpo, era reclamata per la intolleranza che il soldato mostra di fronte alla puntura del pidocchio. Non solo per la puntura e per la presenza del pidocchio il singolo soldato si irrita e diventa meno attento, ma talvolta ha sofferenze naturali che gli rendono davvero malagevole il servizio.
Ed il pidocchio del corpo e dei vestimenti è il meno facilmente riconoscibile dei tre pidocchi che ospita l’uomo, e spesso neppure colui che lo ospita, pure subendo le morsicature e pur portando sulla maglia e sulla biancheria intima le uova del pidocchio o pure portando l’animale adulto, riesce a ritrovare il parassita.
Ma la pericolosità dei pidocchi (sì del capo, sì del pube, sì del corpo) e sovratutto di quello del corpo, è legata alla parte speciale che esso ha nella trasmissione del tifo esantematico.
La conoscenza di questa parte non è una conquista di guerra: C. Nicolle l’aveva assodata a Tunisi cinque anni or sono, permettendo di affrontare in una guisa geniale e nuova la lotta contro questa infezione. La guerra ha permesso di controllare su vasta scala la bella scoperta e di constatare come la difesa, condotta bene, conduca a magnifici risultati pratici.
Delle tre specie di pidocchi che ospitano l’uomo uno è peculiarmente incriminato nella diffusione del tifo petecchiale : quello del corpo o dei vestimenti. Anche il pidocchio del capo in qualche prova di Ricketts è risultato capace di trasmettere l’infezione, mentre quello del pube né alle prove sperimentali, né alla indagine epidemiologica è risultato capace di infettare. In realtà, se anche il pidocchio del capo può essere preso in considerazione come possibile trasmettitore del tifo petecchiale, la constatazione epidemiologica esclude che esso possa avere una parte di qualche reale importanza nella diffusione del morbo così come effettivamente si manifesta.
Che altre vie al di là dei pidocchi possano esistere capaci di propagare il tifo proprio non si può negare: e, ad esempio, si sono incriminate le goccioline di saliva e ancor di recente le pulci. Ma in ogni caso debbono essere veicoli di scarsissima importanza pratica, mentre la parte principale nella diffusione spetta al pidocchio degli abiti.
La guerra ha portato, prima sul fronte orientale, poi anche su quello occidentale, il tifo esantematico che in Russia è relativamente frequente e la diffusione è stata rapida per la grande facilità diffusiva e moltiplicativa dei pidocchi. La trincea ha costituito l’ambiente migliore per questa crescita impensata dei pidocchi e pochi soldati su tutti i fronti, dopo qualche giornata di soggiorno in trincea, hanno potuto sfuggire alla piaga che in ogni caso è assai noiosa e che può trasformarsi in pericolosa non appena il tifo petecchiale faccia la sua comparsa. Quasi tutti i paesi belligeranti si sono trovati di fronte al problema di dover spidocchiare sistematicamente milioni di uomini non solamente per difendersi contro il tifo esantematico, ma per impedire che i pidocchi si estendessero nella popolazione borghese.
La qual difesa veniva aggravata sovratutto da ciò che i pidocchi degli abiti posseggono lendini (uova) dotate di una straordinaria resistenza agli agenti distruttivi, talchè anche metodi energici di disinfezione non sempre riescono a distruggerle totalmente. E i metodi sicuri, e sovratutto il vapore compresso, deteriorano così profondamente gli abiti dei soldati spesso lordi di sangue o di fango, da compromettere economicamente un materiale che è doveroso salvaguardare nel miglior modo.
Il che non ha impedito che si dovesse ricorrere su vasta scala al vapore compresso (a 120°) salvo adoperare l’anidride solforosa a titolo alto (8 %) colà ove era possibile ricorrere a questo gas, che con certezza uccide insetti e lendini e non deteriora i tessuti.
Di fronte al pericolo pidocchi-tifo esantematico (si noti che il nesso tra l’un pericolo e l’altro non è assoluto ma può diventarlo da un momento all’altro) la difesa fu stabilita in tutti i paesi belligeranti con cura e con energia. L’insegnamento dolorosissimo della Serbia che ha perduto di tifo petecchiale qualche centinaio di migliaia di abitanti ed ha veduto la rovina in quasi tutti i suoi paesi e nelle sue città, è stato troppo eloquente perché non si raddoppiassero le difese contro la malattia e contro il veicolo di essa.
L’organamento della difesa contro il tifo esantematico — vista la difficoltà di garantire il successo pratico della distruzione dei pidocchi — fu stabilito vigilando al pronto riconoscimento degli infetti e al loro isolamento rapidissimo. Ogni qualvolta un malato sospetto di tifo petecchiale era isolato, si procedeva in ambienti adatti (e cioè con pavimenti lisci, lavabili, disinfettabili) all’allontanamento degli abiti e delle biancherie che subito erano disinfettati o al vapore compresso o con l’anidride solforosa, alla sbarbificazione dei malati, allo strofinamento con sostanze peculicide (trementina e canfora, xilolo, naftolo, ecc.), così da essere certi della morte di tutti i pidocchi che eventualmente il malato portava indosso. Dopo della quale pulizia radicale eseguita da personale istrutto e bene difeso contro i pidocchi da abiti che rendevano difficile in ogni caso il passaggio dei parassiti dal paziente agli infermieri, il malato era spedalizzato.
Quest’opera profilattica, condotta con energia, ha dato grandi risultati, ed ha permesso di dominare una infezione che in altri tempi avrebbe decimato l’umanità.
Si è anche tentato e si tenta la lotta diretta contro i parassiti cercando di distruggerli su tutti gli uomini. La Germania ha dato l’esempio più valido per questa via e forse si era illusa di poter effettivamente riuscire alla distruzione dei pidocchi, tenendoli lontani con armi chimiche dai sani.
In realtà l’impresa è assai più grave di quanto a prima vista non sembri. Nessuna sostanza tra quelle proposte soddisfa per intero, e difficoltà di vario ordine si oppongono alla estensione anche di quelle poche (soluzioni o polveri) che meglio hanno risposto.
Tra le sostanze liquide la benzina, il benzolo, la trementina, lo xilolo, l’alcool acidificato, l’essenza di garofani, l’anetolo, il petrolio, le soluzioni di canfora, di essenze di anice, il cloroformio e molti altri composti, tal quali o diluiti in olio, hanno avuto una prova ampia. Per nessuna di queste sostanze, ed in generale per nessuna di quelle che sono state proposte, esiste la sicurezza che essa valga a uccidere le lendini che rappresentano la maggiore difficoltà per una radicale uccisione. Però gli animali perfetti da quasi tutte vengono uccisi se la sostanza arriva in loro contatto. Così l’anetolo in trementina al 5 %, la canfora sciolta in trementina al 10% (soluzioni usate a loro volta diluite al 20 % in olio) valgono a uccidere bene, e molte formole simigliari sono state proposte che servono ugualmente bene. Talvolta queste soluzioni (e gli unguenti preparati in guisa non sostanzialmente diversa) se non raggiungono il pidocchio valgono a tenerlo lontano e cooperano quindi indirettamente alla difesa contro la pediculosi.
Le polveri adoperate sono diversamente costituite: le più comuni contengono naftalina e piretro; altre aggiungono a questi corpi delle essenze o delle sostanze (garofano, pepe) ricche di olio essenziale. Più che come polveri insetticide si adoperano come insettifughe, e per questo lato qualche servizio modesto possono rendere.
Bisogna convenire che questa lotta diretta contro i pidocchi è infida per sua natura. L’azione delle polveri e delle soluzioni ha un raggio di estrinsecazione assai modesto e di una durata che non è fatta per accontentare. Nella attuale guerra la Germania si era forse illusa di poter combattere vittoriosamente i pidocchi e il tifo petecchiale distruggendo su vasta scala i parassiti schifosi, esaltando la profilassi personale e moltiplicando le sostanze atte ad uccidere e a tener lontano i parassiti della cute. Ma il risultato non fu molto incoraggiante perché tutte le sostanze e tutti i procedimenti escogitati hanno bensì diminuito il numero dei pidocchi e dei parassiti, ma non hanno neppure minimamente sradicato il flagello.
Per questo tutti gli eserciti han compiuto la difesa del tifo esantematico ricorrendo al rapido isolamento degli infetti e dei sospetti di tifo esantematico, distruggendo con scrupolo grande i pidocchi sovra questi sospetti, impedendo che in ogni caso i pidocchi dei malati potessero giungere ai sani.
Al di là di questa difesa rigida, rigorosa, perseguita con grande scrupolo e con attività speciale, hanno intrapreso una lotta assai più modesta contro i pidocchi, senza illudersi di liberare realmente gli eserciti dai parassiti, ottenendo però che essi non si diffondessero a tergo nelle retrovie e tanto meno nella popolazione borghese. A tale scopo ogni riparto di truppa e ogni soldato che abbandona il fronte, è radicalmente cambiato d’abito, lavato, visitato, spidocchiato. Lavoro che non apparirà semplice e modesto quando si pensi al numero grande dei soldati che periodicamente lasciano il fronte e quando si tenga conto dell’estensione che assumono le zone di operazione.
Il risultato per contro è dei più lusinghieri, dacché non solamente si è riusciti (ed in Italia senza che vittime tra i connazionali abbiano a deplorarsi) a domare completamente l’infezione tifosa, ma si è ancora impedito che il flagello dei pidocchi superasse la tenue barriera della zona di operazioni e giungesse tra la popolazione civile.


La guerra europea ha pòrto una occasione unica alla prova su grande scala dei metodi di difesa immunitaria mediante le vaccinazioni contro taluni morbi infettivi.
È esagerato affermare che dalla guerra deriva la sanzione pratica per questi metodi, come è falso dire anche soltanto che essi hanno trovato nella guerra la prima larga esplicazione, ma è certo che la guerra ha offerto alla vaccinazione in genere alla vaccinazione antitifosa e anticolerica in ispecie, un insperato campo di applicazione e di osservazione.
Chi voglia mettere assieme i documenti sino ad oggl apparsi sopra questo argomento per trarne un giudizio sintetico sulla efficacia delle due vaccinazioni sì trova in un grave imbarazzo. Salvo pochissimi rapporti parziali, quasi tutta la documentazione al riguardo è frammentaria, incompleta nei dati e nelle indicazioni generali che permettano un esatto confronto, cosicché diventa azzardato volerne trarre corollari di indole generale. Per alcuni eserciti — ad esempio per quello italiano — le documentazioni sono così ristrette che per il momento nessun conto serio può stabilirsi sovra le cifre che dai rapporti sono poste innanzi. Per l’efficacia della vaccinazione anticolerica poi, il giudizio diventa ancora più difficile e limitato.
L’efficacia della vaccinazione antitifica nell’attuale guerra deriva prima di tutto da quanto si è osservato nei contingenti inglesi inviati primitivamente in Francia. A bella posta una aliquota dei contingenti fu lasciata senza vaccinazione, mentre la maggior parte dei soldati ebbe a subire una vaccinazione mediante tre iniezioni sottocutanee praticate alla distanza di sette giorni l’una dall’altra. La constatazione ufficiale accerta che a distanza di vari mesi il numero percentuale degli ammalati di tifo tra i soldati non vaccinati è sedici volte più considerevole di quanto è tra i vaccinati e la mortalità percentuale nei tifosi precedentemente vaccinati è tre volte più lieve di quanto non sia tra i tifosi che non erano vaccinati.
Per l’esercito italiano cifre attendibili non esistono salvo quelle della Zona Carnia. Orbene, in queste la mortalità è di 1.45 per mille soldati sui vaccinati, e di 4.1 tra i non vaccinati.
Si tratta, è vero, di poche cifre: ma il loro valore di rapporto è così grande che permette di escludere l’accidentalità. Esse del rimanente corrispondono ad alcuni altri dati analitici. Così nella Caserma Alpini di Cividale, ove sono accolti numerosissimi tifosi, sovra 3087 tifosi la mortalità tra i vaccinati tifosi fu di 5.64 %, mentre tra i non vaccinati toccò l’11.13 %.
Intorno al colera le constatazioni sino ad oggi avute riguardano esclusivamente l’esercito austriaco operante in Galizia. La sintesi delle cifre (le quali si riferiscono ad alcune centinaia di migliaia di soldati) dice chiaramente che nei soldati vaccinati contro il colera il numero dei morti per colera è quattro volte circa più basso di quello che è nei non vaccinati. Che se anche si debbono fare correzioni a questi valori e scendere a più modesti rapporti, si trarrà pur sempre la conclusione ultima che la vaccinazione fa diminuire in maniera considerevolissima le probabilità di ammalare e di morire di colera.
I rapporti sugli effetti della vaccinazione anticolerica e antitifica sono ancora troppo scarsi per poterne trarre una conclusione completa, al di là delle critiche e delle osservazioni soggettive che derivano assai più da una facile suggestione impressionistica personale che non da un metodico ragionamento. Pur troppo è anche verosimile non si arrivi ad avere elementi tecnici sufficienti per un giudizio fondato e che non si possa rispondere a tutte le domande che a ragione vengono sollevate innanzi ad un trattamento che obbliga l’individuo sotto le armi a subire immunizzazioni forzose.
Se anche il giudizio in totale sarà buono rimarrà difficile rispondere alla domanda che di frequente i profani ne muovono: se, cioè, vale la spesa di mettere in atto un trattamento così vasto per arrivare a simili risultati. Ma è molto verosimile che gli stessi elementi necessari per la risposta abbiano a sfuggirci. Però il poco che si è detto è sufficiente per mettere in guardia contro uno sciocco pessimismo facilone che già vorrebbe affermare l’inutilità delle vaccinazioni antitifiche e anticoleriche.


Se qualche prudenza deve regnare quindi allorquando si formulano giudizi sintetici intorno al beneficio constatato per le vaccinazioni contro il tifo e il colera, nessuna limitazione deve più esistere nell’elogio al trattamento preventivo contro il tetano mediante l’iniezione di siero praticata ai feriti sino dalle primissime ore del trauma.
La sieroprofilassi antitetanica non è una novità : ma la guerra ha permesso una constatazione così vasta e così continuata che nessuna prova sperimentale deliberatamente preparata potrebbe uguagliarsi a questa non voluta dall’uomo di studio e offerta dalla umana barbarie.
I rapporti sulla efficacia delle iniezioni di siero antitetanico eseguite subito dopo il prodursi delle ferite per evitare l’esplodere del tetano, sono ancora parziali, frammentari: ma le cifre poste in rilievo sono così concordi, così costanti nei differenti periodi della guerra, e così imponenti per il loro intrinseco valore, che davvero non possono lasciarsi passare sotto silenzio.
Dall’assieme dei dati parziali si trae questo corollario, che dopo le iniezioni preventive contro il tetano la insorgenza del tetano è diventata assolutamente eccezionale: e se il pensiero vuole tradursi in cifra conviene affermare che da quando immediatamente dietro le linee del fuoco si inoculano i feriti col siero antitetanico, i casi di tetano sono diventati sette volte meno frequenti. Cifre che giustificano da sole tutti gli entusiasmi e tutta la bella fede che hanno accompagnato l’applicazione preventiva del siero sui campi di battaglia.


La guerra ha dimostrato che le promesse della profilassi non erano fallaci. Se bene la trincea offrisse condizioni di vita così lontane dalla esistenza civile da ridurre in limiti molto modesti le difese igieniche, sebbene i contatti innumeri derivanti dalle torme degli armati più folti oggi in Europa di quanto nei secoli sono stati folti nel mondo, facessero sì che ogni provvidenza si arenasse di fronte ad ostacoli non previsti, pure i diversi popoli in lotta (eccezione fatta della Serbia che ha pagato uno spaventoso tributo alle malattie) hanno tenuto ben sodo. Morti di ogni genere si sono avute sulle linee di battaglia, ma la minaccia non ha varcato gli immediati confini della guerra.
In compenso la patologia, pure non facendo vere e proprie nuove conquiste, ha esteso le sue cognizioni, ha rilevato fatti nuovi, ha veduto manifestazioni che parevano da tempo superate nei ricordi di una patologia trascorsa.
La guerra moderna ha rimesso di moda i flemoni gazosi a cagione dei quali la porzione ferita si infiltra di bolle di gas fetido mentre lesioni profonde degenerative avvengono nei tessuti con degenerazione e necrosi di questi, con diffusione lungo le vene e lungo i linfatici. Germi anaerobiotici portati dalle schegge di granata o trascinati nella ferita da brandelli di tessuto entrano in giuoco in questa lesione contro la quale il chirurgo ha di frequente armi valide; ma che può condurre alla morte quando il processo ha assunto una certa estensione. ll flemone gazoso e l’edema gazoso pur troppo hanno assunto una importanza numerica e di intensità che nessuno si attendeva tra le ferite della guerra attuale: e la patologia ha raddoppiato di zelo nel definire i germi causali, il processo lesivo e nel cercare rimedi specifici.
La maggioranza degli studiosi non è del parere che si debba trattare di una unica causa: ma differenti germi capaci di crescere in assenza di aria dovrebbero venir incriminati come causa delle manifestazioni. Anche il rimedio specifico — un siero anti edematoso — è molto problematico, se bene in Francia e in Germania non manchi colui che afferma essere giunto a risultati convincenti. Fortunatamente assai più ed assai meglio del rimedio specifico per il momento ipotetico ha valso la cura chirurgica coi larghi sbrigliamenti, con la asetizzazione della ferita applicata alle forbici e al bisturi. E questo intervento semplice, ma efficace in mano del chirurgo esperti, ha valso a salvare molte vite ed a ridurre in limiti modesti il timore e le preoccupazioni che nei primi tempi dettava l’edema gazoso.
La guerra attuale ha rivelato ancora come anche in Europa possa apparire una forma morbosa assai rara sull’origine della quale sino a ieri regnavano dubbi e incertezze: l’ittero infettivo (ittero acuto emorragico, morbo di Weil).
Alla vigilia della guerra due ricercatori giapponesi avevano dimostrato che il morbo in discorso è dato da uno spirochete alquanto simile a quelli della sifilide: e la guerra ha reso possibile da varie parti l’accertamento di queste conoscenze e ha garantito quindi la possibilità di una diagnosi oggettiva. Così ha allargato la conoscenza intorno alla patologia della forma morbosa e sulla valutazione dei sintomi, senza rivelare ancora il meccanismo attraverso il quale avviene la diffusione del morbo.
Altre constatazioni di carattere tecnico riflettenti l’igiene saranno deducibili dalla guerra quando relazioni e dati troveranno un adeguato sviluppo con tutte le documentazioni probative. Così ad esempio sarà possibile un corollario di indole pratica intorno ad apparecchi di potabilizzazione delle acque che la guerra ha visto diffondersi con tanta larghezza; così sarà accoglibile un giudizio sereno comparativo sopra il valore della sterilizzazione chimica delle acque che ha trovato nella guerra presente una impensata occasione di prova; così potranno meglio giudicarsi gli apparecchi per la produzione dell’anidride solforosa a scopo di disinfezione dacché la lotta contra i pidocchi ha aumentato le occasioni nell’impiego di questi gas.
Ancora alcuni metodi di conservazione dei cibi, i nuovi metodi di trattamento delle uova con l’anidride carbonica e successiva conservazione in frigorifero, troveranno un giudizio adeguato ai servizi che avranno reso.
Di alcuni dei quesiti ora accennati appena sì prospettano dei corollari parziali: di altri si vedono risultati, inconvenienti e successi che ancora mancano delle possibilità comparative senza delle quali agli scopi sociali appare monco ogni giudizio.
Sino da ora è lecito un corollario generale confortante: uno dei pochi che sollevi lo spirito in mezzo a tanta miseria e a tanto sangue. È cioè, nessun fallimento ha fatto sinora la profilassi e per intero nella guerra sono state mantenute le promesse dell’igiene. Mercé la cui opera flagelli altra volta terrificanti si sono affacciati alla civiltà, sperando farsi largo dietro la cavalcata sanguinante della guerra: ma la civiltà almeno in questo campo non è mancata alle sue promesse ed ha tradotto in atto luminoso quelle che sino a ieri parevano speranze.
E. BERTARELLI.”