Rivista Enciclopedica Contemporanea — Varietà (1915)

Voci dalla rubrica “Varietà”, dispense del 1915 della Rivista Enciclopedica Contemporanea.

La biblioteca del figlio di ColomboLe ferrovie dell’Africa
I proventi del LottoIl cinematografo nella scuola
Le corazze per i soldatiDove volano le mosche?
Il generale ShrapnelGuerra e letteratura
I cani da guerraI popoli non cristiani e la guerra
Lo spirito di emulazioneI primi animali domestici
Il giornale dell’avvenireLa vaccinazione contro il tifo
La forza degli insettiI bagni e i loro effetti sulla pelle
I giovani italiani riformatiLa quarta arma
La guerra e il vocabolarioIl mestiere e i denti
Il cinematografo e la vista


La biblioteca del figlio di Colombo.

” ■ A Siviglia nell’antica Galleria del Lagarto, annessa alla cattedrale, si trova raccolta la celebre biblioteca di Fernando Colombo, il figlio di Cristoforo.
■ Il discendente naturale dell’esploratore e di Beatrice Enriquez ci si presenta come una di quelle curiose figure d’uomini d’azione e di umanisti, di cui il secolo XVI ci offre più d’un esempio. A quattordici anni, Fernando accompagna il padre in America e comincia così la sua carriera di navigatore, di diplomatico, di geografo e di matematico.
■ Si accinge a valorizzare l’impero d’oltre mare, percorre l’Europa, visita la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania. Entra in relazione con gli uomini più colti del tempo, frequenta i negozi dei librai e dei rivenditori, raccoglie qua e là le opere che formeranno più tardi la famosa «Biblioteca colombina».
■ Il Babelon, uno studioso francese, ha pubblicato in questi giorni un suo libro su questa biblioteca, ed è interessante seguire passo passo le ricerche di questo appassionato bibliofilo. Fernando Colombo aveva un’abitudine che ha molto facilitato il compito del suo biografo. Egli notava all’ultima pagina di ciascun volume, non solo il prezzo — generalmente modesto — ch’egli l’aveva pagato, ma anche il luogo dove l’acquisto era stato fatto, la data, la temperatura che faceva in quel giorno, e altre indicazioni accessorie. Così su un libro di poesie si può leggere: «Comprato a Lione per un soldo, il 21 dicembre 1535; faceva molto freddo e la città era avvolta di nebbia».
■ Accanto ai libri di devozione, di storie popolari, ecc., quasi uniche, si trovano le Chroniques di Froissart, le Mémoires di Commines, un esemplare della prima traduzione francese dell’Imitazione di Cristo, poesie di Jean de Meun, di Cristina di Pisa, di Gringoire, e traduzioni francesi da Petrarca e da Virgilio.
■ Questa biblioteca è, come si vede, la biblioteca d’un letterato molto acuto e si resta stupiti davanti alla larga curiosità di spirito d’un uomo che fu tutto preso da una vita attivissima e piena di importanti cure pratiche. Tutti questi libri raccolti con interesse e con amore Fernando Colombo li aveva riuniti a Siviglia, dove riposava il corpo del padre, nella sua casa sulle rive del Guadalquivir circondata di giardini magnifici dove si trovavano le più preziose essenze di alberi portati dai tropici. A questa biblioteca ogni dotto, secondo la tradizione di ospitalità umanista, era ammesso a lavorare e per favorirne ancora lo sviluppo Carlo V aveva concesso al fondatore una rendita importante. Quando Fernando Colombo mori nel 1549 essa comprendeva 15.370 volumi, il numero di volumi più considerevole che avesse allora raggiunto una biblioteca privata. Oggi la biblioteca colombina appartiene al capitolo della cattedrale di Siviglia a cui Fernando Colombo l’aveva lasciata, ma purtroppo essa è diminuita di molti volumi che sono stati involati e dispersi.”


Le ferrovie dell’Africa.

” ■ Vi sono attualmente in Africa circa 25.000 miglia di strade ferrate. Salvo poche eccezioni, tutte le linee esistenti sono state costruite con intento di penetrazione commerciale.
■ Su 20.000 e più miglia di costa dell’Africa è difficile ormai trovare un tratto di 500 miglia in cui non si trovi il punto di partenza di una linea ferroviaria di penetrazione.
■ Possiamo ormai parlare di una conquista ferroviaria dell’Africa. Ogni anno vi si costruiscono 2000 miglia di nuove linee. Fra non molti anni il continente nero sarà solcato da cinque o sei ferrovie trascontinentali, alcune in senso longitudinale (nord-sud), altre in senso trasversale (est-ovest).
■ I più attivi costruttori di ferrovie in Africa sono stati gli Inglesi, a cui si devono le importanti reti del bacino del Nilo e dell’ Africa australe; seguono poi i Francesi e i Tedeschi. La Francia ha costruito una rete abbastanza ragguardevole nell’Africa settentrionale e varie linee nell’Africa tropicale, a Madagascar, nell’Africa orientale; i Tedeschi stavano gettando le basi di un’importante rete nell’Africa australe.

Nell’Egitto e nel Sudan. — L’Egitto fu il primo paese dell’Africa che sentì il fischio della vaporiera. Nel 1852, per ordine del viceré Abbas Pascià, si iniziava la costruzione della linea Alessandria-Cairo. Nei 30 anni successivi si costruirono vari brevi tronchi nel delta del Nilo; ma un programma organico di opere ferroviarie fu tracciato solo quando cominciò la rigenerazione dell’Egitto sotto il regime di Lord Cromer.
■ Nell’ultimo ventennio del secolo XIX, il delta fu coperto da una fitta rete di linee, a scartamento normale, e scartamento ridotto, mentre verso il sud veniva costruita una linea di 415 miglia che raggiunge Luxor sul Nilo e che per un terzo della sua lunghezza è a doppio binario.
■ La linea Cairo-Luxor si allaccia a una linea a scartamento ridotto lunga 140 miglia, che raggiunge Scellal presso Assuan.
■ Le ferrovie del delta, la ferrovia del Nilo, con una diramazione verso ovest diretta all’oasi di Faium, e alcune linee secondarie costituiscono la rete delle ferrovie dello Stato egiziano, che hanno uno sviluppo complessivo di 1600 miglia.
■ Nel 1913 le ferrovie egiziane trasportarono 547 mila passeggieri di prima classe, 2.327.000 di seconda e 26 milioni di terza; in complesso si ebbe un aumento del 3 per cento in confronto al 1911.
■ Nel traffico delle merci vi fu nello stesso anno un aumento di 841 mila tonnellate, cioè più del 10 per cento, in confronto all’anno precedente.
■ L’incasso netto si avvicinò ai 100 milioni di lire, mentre le spese non arrivarono ai 60 milioni; il profitto netto superò quindi i 40 milioni di lire. L’interesse sul capitale investito fu del 6.08 per cento.
■ Al sud della rete egiziana c’è la rete dello Stato sudanese, la cui dorsale è costituita da una linea lunga 575 miglia che va da Uadi Alfa, sotto la seconda cataratta del Nilo, a Khartum. La distanza fra Uadi Alfa e Scellal capolinea della ferrovia del Nilo viene percorsa in battello a vapore ma presto sarà costruita una linea di raccordo fra le due stazioni succitate.
■ La linea Uadi Alfa-Khartum è destinata a diventare il secondo tronco (il primo è formato dalla ferrovia egiziana del Nilo) della grande linea Cairo-Capo di Buona Speranza sognata da Cecil Rhodes. Essa è un vero prodigio della tecnica ferroviaria moderna e rappresenta il primo esempio di costruzione di una grande linea ferroviaria attraverso un deserto.
■ La sua costruzione fu decisa per ragioni strategiche. Si era nel tempo in cui le orde fanatiche del Mahdi mettevano a ferro e a fuoco il Sudan.
■ L’opera precedette con una rapidità stupefacente, il binario si avanzava nel deserto in ragione di un miglio, due miglia, talvolta perfino tre miglia al giorno: cosa meravigliosa, quando si pensi che i costruttori dovevano portare con sé a dorso di cammello perfino l’acqua da bere. L’impresa raggiunse pienamente il suo scopo, poiché permise alle truppe anglo-egiziane di prendere un’energica offensiva contro il Mahdismo. Per effetto di quella memorabile campagna, la potenza del Mahdi fu abbattuta.
■ Contrariamente a ogni aspettativa, questa ferrovia del Sudan, costruita esclusivamente per scopi strategici, acquistò nel volgere di pochi anni una grande importanza commerciale. A poco per volta vi si venne incanalando tutto il traffico, che prima si faceva per mezzo di carovane, fra il Sudan e l’Egitto. Più tardi fu costruita una diramazione verso il Mar Rosso e creato il porto di Porto Sudan, che aprì una nuova linea di comunicazione fra il Sudan e il mondo esterno.
■ In questi ultimi anni la linea principale del Sudan è stata prolungata verso sud di circa 500 miglia, fino a raggiungere El Obeid, capitale del Cordofan.
■ Oggi la rete del Sudan ha uno sviluppo di oltre 2 mila miglia. Prossimamente si costruiranno delle diramazioni da Sennar al Mar Rosso e si prolungherà la linea principale in direzione sud verso l’Uganda e i grandi laghi da cui nasce il Nilo.

Nell’Africa australe. — La più importante rete ferroviaria del continente nero è quella dell’Africa australe. Qui le costruzioni ferroviarie cominciarono nel 1857, quando si mise mano ai lavori della linea Cape Town-Wellington. Un programma organico di sviluppo ferroviario fu elaborato solo nel 1872; nel 1884 fu aperta al traffico la linea Cape Town-Kimberley e intanto veniva costituendosi una rete di strade ferrate nel Transvaal e nello Stato libero dell’Orange. Quando furono scoperti i giacimenti auriferi del Rand, la rete della Colonia del Capo fu raccordata con quella delle due Repubbliche boere. Il Transvaal era collegato al mare anche da una ferrovia che faceva capo a Durban e apparteneva al Governo del Natal.
■ Nel 1910 le reti della Colonia del Capo, del Transvaal, dell’Orange e del Natal furono fuse in un solo sistema amministrato dal Governo dell’Unione sud-africana. In quell’anno esse comprendevano complessivamente circa 7000 miglia di strade ferrate, di cui 3329 miglia nella Colonia del Capo, 1998 nel Natal, 1728 nel Transvaal e 987 nell’Orange.
■ Attualmente la rete dell’Africa australe ha uno sviluppo di circa 8000 miglia; con le linee in corso di costruzione e con quelle progettate, essa raggiungerà fra pochi anni 10.000 miglia. In queste cifre non sono comprese le 3000 miglia della rete della Rhodesia.
■ Le linee dell’Africa australe sono generalmente a scartamento ridotto: prevale lo scartamento di un metro. La costruzione è molto accurata.
■ Le stazioni sono generalmente in muratura e in cemento armato, i ponti e viadotti in acciaio e in cemento armato.
■ Il personale è formato per 45% da neri e per 55 % da bianchi.

Le ferrovie dell’Uganda. — Oltre alle sue grandi reti nelle regioni temperate dell’Africa, l’Inghilterra ha costruito varie linee ferroviarie nelle colonie situate nella parte tropicale del continente. La più nota, se non la più importante, è la così detta ferrovia dell’Uganda, che congiunge Mombasa sull’Oceano indiano, a pochi gradi al disotto dell’Equatore, a Port Florence sul lago Victoria Nyanza: distanza 584 miglia. È una linea molto battuta dagli amatori della caccia grossa, perché percorre una delle regioni dell’Africa più ricche di animali feroci. Attraversa una catena di alte montagne, e ciò spiega l’alto costo di costruzione che si avvicina ai 140 milioni di lire: in media, 230 mila per miglio, cifra molto alta per una ferrovia a scartamento di un metro.
■ La linea Mombasa-Port Florence sarà prossimamente completata da due linee di penetrazione nell’Uganda. Una, partendo da Gingia, località situata nel punto in cui il Nilo esce dal lago Victoria Nyanza, raggiungerà Kakindu, dove il fiume ridiventa navigabile, e formerà un tronco della grande linea Cairo-Capo. L’altra è destinata a congiungere Kampala col lago Alberto ricongiungendosi alla linea belga che mette in comunicazione Stanleyville e il punto in cui il Congo diventa navigabile.

Ferrovie dell’Africa occidentale. — Le colonie inglesi e francesi della costa occidentale dell’Africa sono solcate da parecchie linee ferroviarie che mettono in comunicazione i principali punti di approdo con le regioni interne. Nelle tre colonie inglesi delle Guinea troviamo circa 1550 miglia di strade ferrate, così distribuite: Sierra Leone, 275 miglia; Costa d’Oro, 230 miglia; Nigeria, 1000 miglia.
■ La linea della Nigeria è sotto vari aspetti la ferrovia più importante dell’Africa tropicale. Essa è destinata ad aprire al traffico europeo le ricche e salubri regioni del Hansaland, abitate da una popolazione di 6 a 8 milioni di musulmani. Probabilmente sarà prolungata fino alla regione del lago Ciad, e qui si allaccerà alla grande linea transcontinentale che i Francesi pensano di gettare attraverso il Sahara e il Congo come concorrente alla ferrovia Cairo-Capo.
■ I Francesi hanno costruito nelle loro quattro colonie del Senegal, della Guinea, della Costa d’Oro e del Dahomey circa 2000 miglia di ferrovie. La rete più importante quella del Senegal, che comprende una linea da St. Louis allo splendido porto di Dacar, e una linea Kayes-Nyaniama; quest’ultima mette in comunicazione la parte navigabile del fiume Senegal col Niger e costituisce un efficace mezzo di penetrazione verso Timbuctu, la mitica capitale del deserto. È in corso di costruzione un tronco Kayes-Dakar.
■ La Guinea francese è attraversata da una linea lunga 350 miglia, che va da Konakry a Kouroussa. Nella Colonia della Costa d’Avorio si sta lavorando intorno a un prolungamento della ferrovia Bingerville-Macouguie. Nel Dahomey troviamo una linea costiera fra i porti di Kotonu e di Ouidah, e una linea di penetrazione nell’interno verso Abome e Save, che sarà presto prolungata fino a Karnuama sul confine settentrionale della colonia.
■ Quando le quattro reti saranno completate, i loro punti estremi verranno congiunti mediante una ferrovia trasversale lunga 1600 miglia.

Ferrovie della Rhodesia. — Cecil Rhodes non pensò soltanto alla ferrovia dal Cairo al Capo di Buona Speranza; ma tradusse il suo sogno gettando le basi della rete ferroviaria della Rhodesia.
■ Non appena la Compagnia privilegiata da lui costituita assunse l’amministrazione della Rhodesia, egli promosse la costruzione di una linea da Kimberley a Vryburg sul confine dell’Impero.
■ Terminata questa, si mise mano ai lavori di una nuova linea attraverso la Rhodesia: nel 1895 si raggiungeva Bulawayo, nel 1904 lo Zambesi presso la cascata Victoria, nel 1909 Bwana M’kuba sul confine del Congo Belga.
■ Il Governo del Congo Belga ha costruito una linea da Bwana M’kuba a Elizabethville (la così detta ferrovia del Katanga) che continua verso nord la linea della Rhodesia.
■ Oggi si può viaggiare dalla città del Capo alle cascate Victoria senza cambiar treno. Lo Zambesi Express è composto di vagoni-letto, camerini da bagno, un vagone ristorante; tutte le carrozze illuminate a luce elettrica.
■ Il biglietto da Capo Town a Elizabethville (2300 miglia) costa circa 400 lire.
■ Dalla linea principale della Rhodesia si stacca una diramazione che, attraverso il Mashonoland e l’Africa orientale portoghese, raggiunge il porto di Beira sull’Oceano Indiano.
■ Si ritiene che presto sarà completata la ferrovia Elizabethville-Lago Tanganica ed in tanto proseguono i lavori per il prolungamento della linea del Sudan fino a Costi sul Nilo. Finito questo, non resterà che da costruire alcune linee di raccordo fra i laghi e i fiumi navigabili dell’Africa equatoriale, per poter compiere, parte in ferrovia e parte in battello a vapore, il percorso Cairo-Capo di Buona Speranza. Queste linee non presenteranno difficoltà poiché si tratta di attraversare regioni pianeggianti. Però per metter mano ai lavori si attenderà il momento in cui le condizioni del traffico, che si farà più intenso, renderanno opportuna la costruzione. Anche quando sarà stabilito un servizio di comunicazione dal Cairo al Capo per ferrovia e per battello a vapore, si continueranno le costruzioni ferroviarie lungo il Nilo e intorno ai laghi equatoriali fino a che si avrà una comunicazione ferroviaria ininterrotta da un capo all’altro del Continente africano.

Ferrovie tedesche, belghe e portoghesi. — I Tedeschi hanno quasi ultimato una linea ferroviaria lunga circa 800 miglia, con scartamento di un metro, destinata a congiungere il porto di Dar-es-Salaam, sulla costa dell’Africa orientale tedesca, con Ujiji, sulla riva settentrionale del lago Tanganica. Quando la linea Cairo-Capo avrà raggiunto Kituta, sulla riva meridionale dello stesso lago, metterà in comunicazione l’Africa orientale tedesca con la rete delle ferrovie inglesi dell’Africa australe.
■ Altre linee ferroviarie esistono nell’Africa occidentale tedesca, nel Togoland e nel Camerun. Dal porto di Swakopmund, nell’Africa occidentale tedesca, si muovono due linee a scartamento ridotto; l’una, diretta verso nord, arriva a Tsumbeh e alle miniere di rame di Otavi; l’altra, in direzione est, dopo un percorso di 200 miglia, raggiunge Windhoek. La prima di queste linee deve essere prolungata sino ai confini del Beciuanaland per allacciarsi a una diramazione, partente da Buluwayo, della linea della Rhodesia.
■ La ferrovia, che dalla baia di Lüderitz si spinge verso l’interno per una lunghezza di 250 miglia, sarà prolungata fino a incontrare un tronco della rete dell’Africa australe che da Kimberley muove verso occidente.
■ Se la Germania riuscirà a impadronirsi del Congo, è certo che essa prolungherà una delle attuali linee di penetrazione dal porto di Duala sull’Atlantico fino a incontrare la Dar-es-Salaam-Lago Tanganica, e così si formerebbe una transcontinentale tutta tedesca dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano.
■ Le costruzioni ferroviarie intraprese dai Belgi nel Congo hanno lo scopo di collegare insieme, per mezzo di brevi tronchi, i tratti navigabili del fiume Congo, e di completare le reti straniere che hanno raggiunto i confini della grande colonia. Per esempio, la linea, già costruita, da Bwana M’kuba sul confine della Rhodesia, a Elizabethville, e quella in corso di costruzione da Elizabethville al Lago Tanganica servono a completare la rete dalla Rhodesia.
■ Dal punto di vista tecnico, la linea di Matadi a Leopoldville sul basso Congo è una delle opere ferroviarie più notevoli dell’Africa e fa grande onore al suo costruttore, il colonnello A. Thys, del genio militare belga. Essa sarà prolungata per la valle del fiume Sancuru fino a raggiungere la sponda occidentale del lago Tanganica, di fronte al punto in cui termina la linea tedesca di Dar-es-Salaam.
■ Attraverso le colonie portoghesi sulla costa occidentale e su quella orientale dell’Africa corrono varie linee ferroviarie, costruite da stranieri per mettere in comunicazione col mare i possedimenti inglesi e belgi dell’interno. Da Beira, nel Mozambico, parte una linea che per Salisbury raggiunge Bulawayo nella Rhodesia. Sono molto inoltrati i lavori della così detta ferrovia del Benguela, costruita con capitali inglesi e destinata a mettere in comunicazione Elizabethville con Lobito Bay, porto sull’Atlantico nella colonia portoghese dell’Angola. Essa sarà lunga circa 1000 miglia, attraverserà una regione ricchissima di miniere di rame e abbrevierà di parecchi giorni la durata del viaggio fra l’Europa e la Rhodesia.
■ Una Società portoghese ha costruito una linea di 300 miglia che prende le mosse da Loanda nell’Angola Settentrionale e procede verso le regioni dell’interno; e si propone di prolungarla fino ad allacciarla con la linea belga all’ovest del Lago Tanganica.
■ Fra alcuni anni i ricchi distretti minerari al sud-ovest del lago Tanganica saranno solcati da una rete di ferrovie non meno fitta di quella dell’Africa australe. Così concludeva un autore, ma egli non prevedeva la guerra la quale le ferrovie — causa questa espressione di civiltà — si sono fermate in varii paesi per lasciare il passo all’uragano di ferro e di fuoco e ai fantasmi delle epoche selvaggie.

La rete francese dell’Africa settentrionale. — La rete ferroviaria forse più importante dell’Africa è quella che i Francesi hanno creato in Algeria o nella Tunisia: quasi 4000 miglia di ferrovie già in esercizio: in gran parte a scartamento normale.
■ Alcune appartengono allo Stato, altre a società private.
■ La dorsale della rete è formata da una linea parallela alla costa, che va a Tunisi, a Tlemzen. Da essa si staccano vari tronchi diretti verso le regioni dell’interno, alcuni dei quali si spingono attraverso il deserto verso le principali oasi del Sahara settentrionale.
■ Le strade ferrate già costruite in questa parte del continente nero non sono che il principio di un grandioso programma di costruzioni ferroviarie, che i Francesi si propongono di svolgere in Africa. Il progetto più ambizioso è quello di una grande linea transcontinentale che partendo dal Mediterraneo raggiungerebbe attraverso il Sahara le regioni interne dell’Uadai e e del Kanem nelle vicinanze del Lago Ciad, e si ricongiungerebbe alle ferrovie belghe del Congo e attraverso queste alla ferrovia della Rhodesia. Questa linea potrebbe fare una seria concorrenza a quella Cairo-Capo, poiché abbrevierebbe di parecchi giorni la durata del viaggio fra Parigi e il Capo di Buona Speranza. La linea già in esercizio Algeri-Constantine-Biskra formerebbe il tronco settentrionale della grande linea progettata. Un altro progetto riguarda il prolungamento fino a Timbuctu della linea, lunga 600 miglia, che va da Orano a Colomb-Becha sul margine del Sahara.
■ Molto interessante è il programma di costruzioni ferroviarie che la Francia si propone di svolgere nel Marocco. La prima linea importante sarà quella da Ujda, sul confine dell’Algeria, a Fez. Si parla anche di una linea da Tangeri al porto francese di Dakar nel Senegal, via Fez Tamagrut-Timbuctu.
■ Dakar si trova a 1500 miglia da Pernambuco sulla costa del Brasile, distanza che un piroscafo della velocità di 21 miglia allora potrebbe coprire in tre giorni.
■ Una volta costruita la Tangeri-Dakar, il viaggio Parigi-Rio de Janeiro potrebbe compiersi comodamente in 12 giorni, mentre attualmente per via di mare ne richiede da 16 a 20.
■ Ricordiamo ancora la ferrovia che da Gibuti, capitale della Somalia francese si spinge a Dize- Dauah in Abissinia (miglia 250).

Ferrovie della Tripolitania. — Da qualche tempo si parla di allacciare la rete delle ferrovie egiziane con quelle delle ferrovie tunisine, per mezzo di una linea che attraverserebbe la Cirenaica e la Tripolitania in direzione est-ovest. Questo progetto era appoggiato dal Kedivé d’Egitto, che aveva fatto eseguire degli studi preliminari sul terreno prima dell’occupazione italiana della Libia. Il Governo italiano vedrà di buon occhio l’effettuazione di questo progetto?
■ Sono già a buon punto gli studi per la costruzione di una ferrovia da Orano a Tangeri. Quando saranno costruite questa linea e la trans-tripolitana, si avrà una comunicazione ininterrotta fra il Mar Rosso e l’Atlantico.”


I proventi del Lotto.

” ■ Le entrate del Lotto nell’esercizio finanziario 1912-1913 raggiunsero L. 111.500.926 per i soli proventi delle giocate. Tale cifra superò di L. 4.576.083 quella del precedente periodo (L. 106.924.942), a formare la quale concorsero 53 estrazioni. Sicché, se si tien conto che l’entrata dell’esercizio in esame si ottenne con 52 estrazioni, essa superò effettivamente di L. 6.593.533 quella precedente. Bisogna sapere, però, quando si parla di «entrate», che il Lotto, all’infuori dei proventi delle giocate, ha due altre risorse, che sono definite di «eventuali» e di «contravvenzioni». Il loro ammontare per l’esercizio 1912-1913 fu di L. 160.303, le quali, aggiunte alla precedente cifra dei proventi delle giocate, permettono di stabilire la cifra esatta delle entrate che fu di L. 111.661.229.
■ Queste le entrate. Ma le vincite?
■ Le vincite, nella contabilità del Lotto, vanno inserite nella partita delle spese, che l’Amministrazione del Lotto deve sopportare accanto agli aggi di riscossione, stipendi al personale e altre spese diverse.

■ Profitto netto dell’esercizio L. 51.743.075. Confrontando i proventi delle giocate con le vincite pagate, si ha che la percentuale delle riscossioni è del 46.04 per cento; ciò che dà un’idea abbastanza chiara della media delle perdite dei giocatori.
■ È il Mezzogiorno d’Italia che ha l’onore d’essere il migliore contribuente delle riscossioni del Lotto. Ma sopratutto il Compartimento di Napoli, con una riscossione di L. 38.009.349. Segue poi quello di Torino con L. 15.445.528; Palermo con L. 14.069.699; Roma con L. 10.177.899; Milano con L. 9.688.008; Firenze con L. 9.223.112; Venezia con L. 7.606.776 ed infine Bari con L. 7.280.555.”


Il cinematografo nella scuola.

” ■ «I libri ha affermato Edison saranno presto abbandonati nelle scuole. Ogni ramo dello scibile può essere insegnato per mezzo del cinematografo, e i nostri sistemi scolastici subiranno una completa rivoluzione entro dieci anni». E, col pieno coraggio delle sue opinioni, ha già voluto tentare l’esperimento. Ha redatto, quindi una lista di circa mille materie di studio, affidando la preparazione di ciascuna pellicola a uno specialista: e le cinematografie, a mano a mano che son pronte, vengono approvate davanti a varie classi di pubblico e sottoposte al particolare giudizio di un gruppo di dieci ragazzi, fra cui è il figlio stesso di Edison.
■ L’iniziativa è certamente lodevole; ma con tutto il rispetto dovuto al grande inventore, la sua fiducia nella completa eliminazione del libro dalla scuola non appare giustificata. Delaroche era un pittore illustre: ma la predizione ch’egli fece nel 1839, vedendo la prima fotografia, e cioè che l’arte della pittura sarebbe morta ben presto, era assurda. Non è concepibile che la base di un sistema, su cui la nostra civiltà s’appoggia da quattrocento anni possa essere demolita d’un tratto. Il cinematografo entrerà certamente in ogni scuola, e vi renderà preziosi servigi, ma il libro continuerà per un pezzo a occuparvi il maggior posto.
■ L’efficacia della cinematografia come mezzo educativo non può essere messa in dubbio. I fanciulli si divertono allo spettacolo e ne ricevono viva impressione: perciò bisogna stare in guardia contro l’influenza di certe films, che tendono a «educare» i giovani in modo molto diverso da quello che Edison propugna. Un quarto dei frequentatori di cinematografi, in America, sono i ragazzi sotto i 16 anni; nella sola città di New York, mezzo milione di scolaretti assiste ogni giorno alle rappresentazioni, e sebbene il Comitato nazionale di censura istituito cinque anni fa, abbia lavorato e lavori alacremente a proibire gli spettacoli immorali, l’opera sua è insufficiente, perché si può esplicare soltanto nei casi di vera offesa al pudore, o in quelli ove l’unica attrattiva della scienza è data dall’orrore e dal delitto. Ma la grandissima maggioranza degli spettacoli permessi è ancora dannosa, perché non tende che a suscitare emozioni violente, e costituisce un cibo intellettuale assai malsano per i milioni di adolescenti che giornalmente se ne nutrono. È la solita inevitabile storia d’ogni forza nuova: se menti elevate non la dirigono al bene comune, gli speculatori se ne impadroniscono e la dirigono al loro bene individuale.
■ In tutte le scuole dell’Ontario, nel Canadà, si studia la geografia con l’aiuto delle proiezioni luminose; la Grecia ha comperato di recente 4000 macchine cinematografiche da usarsi nelle scuole governative; il Parlamento dello Stato di Wisconsin, in America, ha lungamente discusso la questione del valore educativo del cinematografo, e ha affidato alla sua Università l’incarico di fare una raccolta di pellicole, da mandarsi poi alternativamente in tutte le scuole dello Stato. Apparecchi cinematografici sono stati impiantati in parecchie scuole di New York e di Brooklyn, per darvi spettacoli gratuiti nel pomeriggio, e a pagamento (modesto pagamento di L. 0.25) di sera; si espongono qui riproduzioni di scene patriottiche e storiche, come «La dichiarazione dell’indipendenza americana», o di fatti reali e istruttivi, come «I lavori del Canale di Panamà», o di racconti fantastici e divertimenti, come «Il viaggio di Alice nel paese delle meraviglie». In alcune scuole di medicina l’insegnamento cinematografico si è dimostrato efficacissimo; una Società Ferroviaria della Costa del Pacifico lo ha pure adottato per far conoscere agli impiegati gli obblighi che loro incombono e le conseguenze che una loro disattenzione può portare; più di un comitato per la lotta contro la tubercolosi si è valso di questo mezzo per indicare al pubblico le necessarie regole d’igiene; e il commissario preposto dal Governo ai lavori di viabilità nell’Ohio se ne serve per istruire i contadini sui miglioramenti da portarsi alle strade di campagna. Perfino in chiesa è stato introdotto il cinematografo, da alcuni predicatori che lo trovano strumento più valido delle loro parole.
■ In Francia si usa la rappresentazione cinematografica per insegnare ai sordomuti a parlare; in Danimarca si allestiscono speciali spettacoli per curare la mente dei nevrastenici; e in un ospedale americano si è potuto constatare che tali rappresentazioni esercitano straordinaria influenza anche sui pazzi.
■ E tuttavia non si può dire di essere ancora sulla vera strada per trarre dal cinematografo tutto il profitto di cui è capace, come strumento di educazione. Molti insegnamenti sono contrarii ad adottarlo; altri, pur adottandolo, non se ne dichiarano pienamente soddisfatti, e, fra le ragioni che adducono, ve ne sono alcune assai giuste.
■ Le pellicole che si son preparate fino ad oggi non corrispondono allo scopo: le medesime case producono le scene divertenti e le scene istruttive, e queste ultime, siccome hanno commercialmente niuna importanza, passano in seconda linea. Manca, in un tal lavoro, la guida di persone che conoscano i metodi e i bisogni della scuola; lo stesso Edison, sebbene sia un uomo di altissimo ingegno, non possiede la pratica dell’insegnante, e, mentre da un lato può essere utile l’intervento di una mente vigorosa come la sua ribelle a ogni tradizione e a ogni autorità, dall’altro è cosa folle volere gettar via tutta l’esperienza accumulata in un secolo dalle migliaia d’ uomini che hanno studiato il difficile problema dell’insegnamento.
■ Un’altra cosa è pure necessaria, perché il cinematografo sia facilmente applicato: ed è una macchina da proiezione molto buona e non troppo costosa.
■ Si cerchino, dunque, degli uomini — ve ne è certamente qualcuno — che conoscano l’arte cinematografica e la scuola; si trovi un proiettore adatto; si inizî una vera biblioteca scolastica di pellicole, comprando quelle che già esistono e fabbricando quelle che mancano, per formare corsi splendidi su speciali argomenti; se ne facciano numerosi duplicati; si mandino queste pellicole, a prezzo modesto, in ogni scuola che ne faccia richiesta: e la lotta fra il cinematografo e il libro comincierà davvero.”


Le corazze per i soldati.

” ■ Quando ancora non si conoscevano gli esplosivi moderni, bastavano corazze di lamina oppure maglie tessute di filo metallico, per proteggere contro i fendenti e le puntate delle armi. Oggi i proiettili di duro metallo, per lo più coperti di acciaio, perforano, a distanze grandissime, i più resistenti bersagli. Tuttavia i tecnici hanno cercato di costruire corazze anche contro i proiettili delle armi moderne, come risulta dai numerosissimi brevetti ottenuti in tutti i paesi del mondo. Ma finora nessuno dei mezzi inventati è entrato nella pratica: nella guerra attuale i soldati vanno in campo privi di corazze, se si eccettuino quelle da parata dei corazzieri, le quali non sono che un avanzo simbolico delle antiche armature. Eppure i giornali raccontano spesso dei casi in cui un proiettile è arrestato da una moneta o da un bottone di metallo.
■ Molti anni or sono, fece molto chiasso una corazza inventata dal Dove, e si disse che essa avrebbe cambiato radicalmente il modo di combattere. Ma poi non se ne parlò più. Quali requisiti deve avere una corazza per essere veramente pratica? Anzitutto non deve in alcun modo impedire la libertà di movimento e la capacità di marcia delle truppe. Questo impedimento si ha, per esempio, quando la corazza abbia un peso considerevole, e perciò sono da escludersi le corazze fatte di lamine metalliche relativamente grosse.
■ Inoltre, tutte le corazze presentano un inconveniente non trascurabile: fanno rimbalzare il proiettile, che va a colpire i soldati vicini. Per evitare ciò, si son costruite corazze formate da due strati metallici, l’uno dei quali, più duro, sta sotto, e l’altro, più molle (per esempio di alluminio), sta nella parte esterna.
■ Una certa somiglianza con le maglie usate nei tempi antichi hanno alcune corazze esperimentate or è qualche anno, composte di reti metalliche sovrapposte a sottili lamine di ferro; esse hanno la proprietà di smorzare l’effetto perforante del proiettile, arrestando quest’ultimo senza produrre rimbalzo. Buoni risultati si sono ottenuti anche con una specie di feltro, fatto di fili di asbesto; con uno strato di caucciù coperto di lamina d’acciaio; col sughero bollito nell’olio, anch’esso coperto di lamina d’acciaio.
■ Si è anche pensato di utilizzare, per proteggere almeno la testa, le vanghe portate dai soldati: questi, quando si trovano dinanzi al nemico, conficcano nel terreno il manico della vanga e si riparano il capo tenendolo dietro la pala di ferro, la quale per rendere possibile il tiro, ha nel centro un buco, che permette il passaggio della canna, del fucile e la mira.”


Dove volano le mosche?

” ■ Fin dove può arrivare il volo di una mosca? La domanda non è posta per semplice curiosità, ma ha importanza seria per la nefasta opera che l’insetto compie, come veicolo di malattie. Perciò una serie di studi è stata compiuta recentemente, all’Università di Cambridge sull’argomento.
■ Più di 25.000 mosche sono state raccolte e poi messe in libertà, in varie volte e in diverse condizioni atmosferiche: e di questi insetti, colorati per il riconoscimento, 191 hanno potuto essere rinvenuti nei 50 posti d’osservazione scelti allo scopo. Si è dimostrato così che le mosche domestiche tendono a viaggiare o contro il vento o trasversalmente ad esso: il che può esser dovuto o all’azione del vento direttamente, o indirettamente agli odori che il vento porta. In favore di quest’ultima ipotesi sta il fatto che il maggior numero delle mosche in esame fu ritrovato in una macelleria, in varie osterie e in un restaurant, da cui si sprigionavano forti odori di cibi. Le mosche volano molto quando il tempo è bello e la temperatura calda; volano in campagna più che in città, forse perché qui trovano da per tutto nutrimento e riparo, e non hanno motivo di spingersi lontano; volano preferibilmente di mattina anziché nel pomeriggio.
■ Il più lungo volo osservato nei quartieri centrali di Cambridge è di circa 400 metri; in un singolo caso, ove parte della distanza era attraverso la campagna, l’insetto ne aveva percorsi più di 700. Ma è probabile che distanze anche maggiori possano venir compiute, quando la mosca vi sia costretta dalla necessità di trovar cibo e ricovero.
■ Qualche tempo fa, si era espressa l’ipotesi che la mosca, come altri insetti, avesse preferenza per certi colori e antipatia per certi altri, per esempio il turchino: e si diceva di un francese, che, avendo tinto d’azzurro le pareti della sua vaccheria, era riuscito ad allontanarne le moleste visitatrici. Ma i recenti studi statistici non hanno potuto dimostrar nulla in proposito: né sembra probabile che il colore dei muri influisca sul numero delle mosche che entrano in un edificio.”


Il generale Shrapnel.

” ■ Enrico Shrapnel, l’inventore delle granate a pallottole che sui campi di battaglia mietono ora tante vite umane, nacque il 3 giugno 1761 a Midnay Mauor House presso Bradfort sull’Avow; figlio di famiglia assai numerosa, trascorse gli anni giovanili nelle strettezze, ma, essendo intelligente e studioso, compì rapidamente i suoi studi e nel 1779 era già sottotenente d’artiglieria. Fu mandato a Terranova, presto fu promosso tenente e nel 1784 ritornò in Inghilterra e qui iniziò quegli esperimenti di balistica che gli dovevano assicurare tanta fama. Fino a quel tempo si usavano proietti sferici e cavi, pieni di sostanze esplosive, che si rompevano in frantumi e irraggiavano a caso: lo Shrapnel ebbe l’idea di introdurre nel proietto un buon numero di pallottole sferiche e polvere in quantità misurata per produrre lo scoppio; a tal fine conglomerava le pallottole in mezzo a zolfo fuso, lasciando dentro un po’ di spazio per la carica esplosiva. L’esercito inglese adottò subito questi nuovi proietti, imperfettissimi ancora, ma abbastanza efficaci perché i Francesi ne provassero gli effetti micidiali nella guerra di Spagna e di Portogallo. In una lettera a Sir John Sinclair (13 ottobre 1808), il Wellington faceva testimonianza di questi buoni risultati e proponeva che fosse data allo Shrapnel larga ricompensa «per l’abilità e la scienza onde aveva perfezionato la sua invenzione». Nello stesso tempo Sir William Robe, comandante dell’artiglieria, si compiaceva dell’uso degli shrapnels a Torres Vedras, e più tardi Sir George Wood affermava che gli shrapnels avevano permesso alla sua brigata la riconquista della fattoria della Haye Sainte, che contribuì molto alla vittoria di Waterloo.
■ Intanto Enrico Shrapnel continuava il suo glorioso cammino di soldato a Gibilterra, nelle Antille, in Fiandra nel settembre 1793 era ferito all’assedio di Dunkerque; nel 1813 era colonnello. E siccome non aveva abbandonato i suoi studi, riusciva a perfezionare i mortai introducendovi le camere paraboliche, e inventava un freno compensatore del rinculo e altre novità nel campo delle artiglierie.
■ Così aveva esaurito le sue modeste risorse e dovette chiedere sussidi al Ministro, il quale semplicemente rispose che «la direzione dell’artiglieria non aveva fondi per ricompensare il merito». — Il Governo inglese, riconoscendo i preziosi servigi resi dagli shrapnels all’esercito, trovò finalmente il modo di assegnare all’inventore una pensione di circa 30.000 franchi all’anno. Enrico Shrapnel poté quindi continuare la sua carriera fuor delle strettezze economiche, divenne generale nel 1827, e il 13 marzo 1842 moriva nella sua Peartree House a Southampton.
■ Gli shrapnels sono molto perfezionati, oggi: le pallottole vengono sommerse nella polvere, e a queste si aggiunge una sostanza speciale che evita la rottura del proietto nel momento del tiro: sono 300 palle di 12 grammi, fatte di piombo indurito con l’antimonio, le quali ricevono dalla carica interna una velocità di 100 metri circa. E dove passano, mietono.”


Guerra e letteratura.

” ■ È stato detto da varie parti che lo spettacolo della guerra europea avrebbe stimolato le facoltà creatrici dei poeti e dei romanzieri, e dato origine a una ricca fioritura letteraria. Non così la pensa il romanziere americano Howells, il quale, in una intervista concessa al Times di New York, ha osservato che la guerra franco-prussiana ha avuto un effetto deprimente sulla letteratura francese, e che la guerra di secessione degli Stati Uniti non ha prodotto nulla di notevole nel campo della letteratura, all’infuori dell’Ode commemorativa del Lowels. Del resto, secondo lo Howells, in generale i grandi avvenimenti non danno mai origine a manifestazioni letterarie importanti. Quelle che durano non sono le poesie d’occasione, ma quelle che nascono indipendentemente dalle vicende storiche.
■ Venendo a parlare della guerra attuale, Howells dice: «Questa guerra non fornisce materiali da utilizzare al poeta, al romanziere, al drammaturgo. Per esempio, i Tedeschi, non si può negarlo, si mostrano dotati di mirabile valore. Ma noi non pensiamo affatto a celebrare questo valore in versi; esso non colpisce l’immaginazione degli scrittori moderni, come gli atti di coraggio colpivano gli scrittori dei secoli passati. Quando pensiamo al valore dei Tedeschi, sorge in noi un senso non di ammirazione, ma di pietà. E questo avviene perché la lotta non è più il nostro ideale. La guerra non è un ideale elevato, e per questo ha cessato di essere il nostro ideale. Tutti i vecchi amminicoli della letteratura — il cozzare dei brandi, il tuono delle artiglierie, le nubi di fumo, il sangue, il furore dei combattenti — tutto ciò ha esulato dal campo della letteratura.
«La guerra arresta il movimento letterario. Essa è una sospensione della vita civile, un ritorno alla barbarie, e perciò dà un colpo mortale a tutte le arti. Perfino la preparazione alla guerra uccide la letteratura. L’ha uccisa la Germania da un pezzo. Trovandomi a Firenze nel 1883 conobbi il direttore di un’importante Rivista letteraria tedesca: uomo coltissimo e di gusto raffinato. Un giorno gli domandai notizie sui romanzi tedeschi del giorno. Mi rispose: «Non vi sono più in Germania romanzieri degni di questo nome. Il nostro nuovo ideale ha ucciso la letteratura. Il nostro ideale è adesso il militarismo — l’idea del dovere — ed esso ha ucciso la nostra immaginazione». Così è morto il romanzo tedesco». L’intervistatore domandò come mai la Russia, che pure è una nazione di ideali militaristici, abbia prodotto nel secolo scorso tanti romanzi insigni. Lo intervistato rispose: «La Russia non è la Germania. La popolazione russa non è cosi militaristica come quella tedesca. Da una generazione a questa parte, in Germania la guerra è il pensiero dominante di ogni cittadino. La nazione è stata presa da un’ossessione militaristica. E ciò, naturalmente, ha mortificato la fantasia. Ma in Russia non è avvenuto nulla di tutto questo. Quali che siano i propositi delle sue classi dirigenti, il popolo russo conserva le sua semplicità e la sua alta spiritualità. E perciò la sua fantasia e le altre sue facoltà intellettuali e morali trovano espressione nel romanzo e nella novella».”


I cani da guerra.

” ■ Che il fido compagno dell’uomo siasi reso utile in guerra fino dai tempi antichissimi, è cosa ignorata dai più, i quali credono che il «cane da guerra» sia un’invenzione affatto moderna. Già nell’anno 510 avanti Cristo — scrive il veterinario W. Wieand — un cane ebbe il merito di salvare la patria: quando i Peloponnesiaci, di notte, improvvisamente assalirono Corinto, un cane svegliò con ripetuti latrati i soldati posti a guardia della fortezza, e questi respinsero il nemico. I Corinzi eressero una colonna in onore del cane salvatore, lo adornarono con un collare d’argento, e gli assegnarono una pensione.
■ Nella battaglia di Maratona (490 av. C.) un cane combatté tra le file greche. Per il valore dimostrato durante la battaglia, esso ebbe l’onore di essere dipinto da Polignoto in un grande quadro, fra gli eroi caduti in quel combattimento.
■ Anche gli antichi Germani si servirono dei cani in guerra, affidando ad essi la difesa delle donne e dei fanciulli che seguivano l’esercito.
■ Quando gli Spagnuoli conquistarono il Messico, si distinse per il suo valore e per la sua intelligenza un cane bulldog, chiamato Bezarillo, che durante i combattimenti afferrava per un braccio i nemici e li traeva prigionieri; se essi tentavano di fuggire, li gettava a terra e li strangolava. Morì combattendo contro i Caraibi, colpito da una freccia avvelenata.
■ Nella battaglia di Marengo, un can barbone, chiamato Moustache, suscitava l’ammirazione dei soldati francesi per il suo coraggio. Andava con le avanguardie in esplorazione, e scopriva meravigliosamente i movimenti del nemico.
■ Nelle guerre moderne il cane non è adoperato per combattere, ma per compiere una funzione benefica cercare e salvare i feriti.
■ In Germania è stata fondata, or è qualche anno, una Società che provvede all’allevamento e all’ammaestramento dei cani adetti al Corpo militare di sanità. Le razze canine preferite per questo servizio sono quelle stesse adibite al servizio di polizia.
■ Le notizie pervenute al Governo di Berlino dai campi di battaglia dimostrano quanto utile sia l’impiego di questi cani: numerosissimi sono i feriti salvati esclusivamente per opera di essi. Perciò il Ministero della Guerra ha ordinato che nessun Corpo d’Armata ne sia privo.
■ Un altro servizio importante reso dai cani è quello di far guardia agli avamposti. Da parecchi anni l’Austria, per guardare il confine verso i Balcani, minacciato continuamente da incursioni di bande armate, ha messo a disposizione delle truppe colà dislocate numerosi cani che cooperano nel servizio di vigilanza. Il loro udito sensibilissimo e il loro eccellente olfatto li rendono utilissimi per segnalare l’avvicinarsi del nemico. Molti cani sono ora adoperati dai belligeranti per vigilare alle trincee, specialmente di notte.
■ Nella guerra russo-giapponese le truppe messe a guardia delle ferrovie nella Manciura avevano molti cani mastini che, anche nelle notti di tempesta, sentivano le voci e i passi di coloro che si avanzavano per distruggere la strada ferrata, e ne avvertivano i soldati con un lieve mugolio: abbaiare forte non devono, perché rivelerebbero al nemico la loro presenza.”


I popoli non cristiani e la guerra.

” ■ Da varie parti è stato espresso il timore che la guerra europea, per le sue origini e per il modo in cui si svolge, possa ingenerare nei popoli extra-europei un senso di ripugnanza e di disprezzo per la religione cristiana. Ma il vescovo anglicano Giorgio F. H. Frodsham, che per parecchi anni ha soggiornato come missionario nei paesi d’Oriente, crede che gli ideali pacifisti non abbiano presa sulle razze non cristiane. E come esempio cita le popolazioni musulmane dell’India, dalle quali l’Inghilterra trae la maggior parte dei suoi contingenti di truppe coloniali, i Ragiput, i Gurcas, i Maratti, i Siks, i Patan, ecc. Si tratta di popolazioni bellicose, le cui tradizioni militari risalgono a un passato remotissimo. Alcune di esse da oltre un secolo combattono a fianco degli Inglesi. È quindi molto probabile che, ben lungi dal restare inorridite dalle carneficine che arrossano l’Europa, le truppe indiane sieno contente di partecipare al conflitto. Un ufficiale di artiglieria inglese racconta, in una lettera pubblicata nel Morning Post, che, avendo domandato a un soldato Gurca che cosa pensasse della guerra, ne ricevette questa risposta, accompagnata da un sorriso di compiacimento: «Tutte le guerre sono buone; questo è il paradiso».
■ D’altra parte i popoli non cristiani sanno distinguere fra il cristianesimo e coloro che si professano cristiani. Un colto musulmano di nome Achmed Abdullah, in un articolo recentemente pubblicato nella rivista americana Forum, scriveva: «Se voi (occidentali) intendete di conquistare col diritto del fuoco e con la potenza della spada, fate pure. Sarebbe un argomento che noi musulmani, gente guerriera, potremmo comprendere e apprezzare».
«Ma non camuffate la vostra cupidigia di ricchezza e di dominio con le cantilene nasali delle missioni che si dicono destinate a illuminare i poveri indigeni, non nascondete la vostra intenzione riposta di sopraffare il pagano ignorante dietro l’affermazione bugiarda di voler propagare la parola del vostro Salvatore… Voi siete sordi alla voce della ragione e della bontà; e bisogna che noi v’insegniamo queste virtù a colpi di lancia e di scimitarra…». A queste considerazioni fa riscontro quanto ebbe a scrivere un valoroso pedagogo giapponese, Ucimura, nel giornale Yorodsu: «Che cosa è, in sostanza la civiltà occidentale? I bianchi dicono che essa è cristiana. Ma lo è essa veramente? Ci troviamo di fronte a una civiltà basata sul Crocifisso? No, certamente. Si tratta di una civiltà basata sul crocifissore… L’attuale guerra europea fornisce una prova evidentissima che quella occidentale è una civiltà vergognosa, bella alla superficie, ma al di dentro vuota di qualsiasi principio ideale».
■ D’altra parte, i popoli non cristiani hanno rilevato che l’Inghilterra e i suoi alleati sono scesi in campo per la difesa delle nazionalità minori e per il rispetto dei trattati. Il conte Okuma, presidente del Consiglio giapponese, esprime categoricamente il convincimento che gli alleati sostengono la causa della giustizia: «Quello che desideriamo maggiormente in questo momento è di dimostrare al mondo occidentale che possiamo collaborare con le grandi Potenze europee per sostenere e difendere i più alti ideali della civiltà, e che per questo fine siamo pronti anche a morire. Non solo nell’Estremo Oriente, ma dovunque potrà essere necessario, i Giapponesi sono pronti a dare la loro vita per i principî sostenuti dalle più progredite nazioni europee. Per essere a fianco di queste Potenze, il Giappone sta combattendo adesso contro la nazione che esso crede avversaria di tali principî. Nell’attuale conflitto il Giappone concorre alla difesa degli ideali che contribuiscono a promuovere una civiltà più alta e una pace più sicura».
■ Le stesse opinioni dominano anche nell’India. Lo scrittore indiano Sainth Nihal Singh, parlando delle truppe indiane, scrive: «Il Ragiput è altero e facile all’ira; ma la sua parola gli è sacra. Non c’è pericolo che manchi a un impegno». E concepibile che degli uomini di questa tempra morale siano incapaci di rendersi conto del significato della teoria del «pezzetto di carta»? I Gurcas hanno dato infinite prove della loro lealtà. I Siks sono famosi in tutta l’Asia per la loro fedeltà non meno che per il loro indomito valore, e disprezzano chi manca alla parola data. Lo stesso può ripetersi per le altre razze che hanno mandato i loro figli a combattere sotto le bandiere del Re inglese. Tutta questa gente è in grado di distinguere quali delle Potenze partecipanti alla guerra attuale combattano per una causa giusta. Se non avesse mantenuto i suoi impegni verso il Belgio l’Inghilterra si sarebbe tirata addosso il disprezzo dei suoi sudditi indiani».
■ Non diverso dev’essere l’atteggiamento dei Cinesi. I Celestiali hanno molti difetti, ma possiedono un profondo senso etico; per convincersene, basta leggere gli scritti di Confucio, di Mencio, di Lao-Tsu e di altri saggi cinesi. Tutti coloro che hanno avuto relazioni d’affari con commercianti cinesi, sono concordi nell’affermare che in generale questi sono molto probi, osservano scrupolosamente la parola data. Non c’è dubbio che essi comprenderanno che gli alleati, che lottano per il rispetto dei trattati internazionali e per i diritti degli Stati deboli, per la democrazia contro il militarismo, hanno sguainato la spada per la causa della giustizia, e vedranno in essi i veri rappresentanti del cristianesimo.

■ Nelle loro relazioni con i popoli asiatici, i Tedeschi si sono attirate molte antipatie, specialmente per il disprezzo che hanno mostrato in molte occasioni per l’idea cristiana della eguaglianza di tutte le razze umane. Quando incitava le sue truppe mandate in Cina a comportarsi in maniera che un Cinese non osasse levare gli occhi su un Tedesco, il Kaiser rendeva un pessimo servigio al suo popolo. Con quelle parole egli gettava nello spirito cinese un seme di odio che ha fruttificato. Lo stesso può dirsi per il Giappone. In apparenza i Giapponesi non hanno dato importanza agli improperî che contro il loro paese si scagliavano da Berlino, ma quelli che conoscono il loro temperamento nazionale non possono ammettere che essi non vedono perché tacciono, o hanno dimenticato perché sorridono.
■ Anche nell’India esiste una corrente di viva antipatia per i Tedeschi. Il colonnello A.C. Yate osservava recentemente: «È probabile che oggi quasi nessuno ricordi in Europa che nel 1900, durante la spedizione in soccorso degli Europei assediati dai Boxers a Pechino, i Tedeschi, agli ordini del Feldmaresciallo Waldersee, trattarono i soldati indiani con studiata insolenza. Gli Indiani non lo hanno dimenticato, e possiamo essere sicuri che i soldati indiani, che hanno partecipato alla spedizione internazionale per la liberazione di Pechino, hanno ricordato ai loro commilitoni, che adesso combattono in Europa, che c’è un vecchio conto da aggiustare fra Indiani e Tedeschi».

■ Nell’insieme non sembra probabile che la guerra europea possa diminuire il prestigio del cristianesimo di fronte ai popoli non cristiani. Assai più che dalla guerra, la causa del cristianesimo di fronte alla razza colorata è compromessa dal fatto che la civiltà occidentale è in così larga misura, apertamente o nascostamente, materialistica; in secondo luogo, dal fatto che gli Europei, che si dichiarano cristiani, molto spesso non si rendono conto dei doveri che impone l’appartenenza a questa religione. Perché nell’Africa occidentale l’islamismo si diffonde assai più rapidamente del cristianesimo? Perché, mentre ogni maomettano si considera come un missionario della sua fede, la maggior parte dei cristiani ritiene che il compito della propagazione della sua religione spetti ad altri.
■ La situazione resterà immutata anche nell’avvenire? Qui sta il nocciolo della questione. L’autore si dimostra in proposito piuttosto ottimista. La prova della guerra, egli osserva, ha dimostrato che nel popolo inglese esistono delle qualità insospettate di serietà e un profondo spirito di abnegazione. Ha spazzato via molte delle frivolezze che mortificavano la vita sociale britannica. Ha dimostrato che non tutti gli Inglesi sono materialisti e riluttanti a mettere a repentaglio la propria vita per un ideale. Tutto ciò ispira una grande fiducia nell’avvenire dell’Inghilterra e, ciò che importa per i destini del mondo, nell’avvenire del cristianesimo.”


Lo spirito di emulazione.

” ■ Per dimostrare quanta importanza abbia lo spirito di emulazione, il dott. Walther Moede ha fatto alcuni interessanti esperimenti col dinamometro, che come ognuno sa, è una macchina la quale, per mezzo di una freccia che si muove su un quadrante, segna la quantità di forza muscolare sviluppata dal braccio di una persona che preme su un manubrio.
■ Il dott. Moede ha fatto eseguire cinque prove col dinamometro, l’una dopo l’altra, a due uomini, i quali prima hanno operato separatamente, e poi alla presenza l’uno dell’altro, in gara. Egli ha constatato che le prove isolate danno risultati inferiori del 10 per cento a quelli delle prove in gara.
■ Inoltre ha notato che, nelle prove isolate, mentre l’uno dei due soggetti raggiungeva sempre lo stesso numero di chilogrammi (circa 20), l’altro variava di molto (ora 25, ora 22, ora 19, ecc.), il che dimostra che la tensione e la concentrazione della volontà erano nel primo soggetto molto più costanti. Nelle prove in gara. invece, anche il secondo soggetto dava risultati più eguali.
■ Il Moede ha anche constatato che, quanto maggiore è la differenza di forza fra i due soggetti, tanto minore è la quantità di forza sviluppata da entrambi. Ciò si spiega facilmente: il più debole non ha alcuna speranza di vincere l’avversario, e questi non ha alcun timore di esser superato, e quindi non fa il massimo sforzo di cui è capace. La verità di questa teoria si manifesta anche nella vita sociale. Una principessa e una mendicante non si mettono a gareggiare in eleganza, ma bensì due signore della stessa classe sociale. Nella presente guerra il maggiore spirito di emulazione si manifesta fra gli Inglesi e i Tedeschi, che rappresentano le due nazioni più potenti e appartengono alla stessa razza. Le lotte fra Luterani e Calvinisti furono molto più aspre di quelle fra Luterani e Cattolici.
■ Dagli esperimenti del Moede è anche risultato che lo sforzo fatto in compagnia è meno faticoso. Ed è perciò che i soldati marciano con passo sincrono: questo metodo di marcia era già praticato dalle legioni romane: fu poi abbandonato nel Medio Evo, e rimesso in uso nei tempi moderni.”


I primi animali domestici.

” ■ È possibile che le renne, che vivevano nell’Europa alla fine dell’età della pietra, fossero addomesticate in grado maggiore o minore. Ma la cosa non è sicura. Il primo animale di cui sappiamo con certezza quando fu addomesticato, è il cane. Nell’Europa settentrionale si sono trovati dei cumuli di residui di cucina, che risalgono al principio del periodo neolitico. Ora si è notato che le ossa che si trovano in questi cumuli portano delle impronte di denti. E si è provato sperimentalmente che tali impronte non possono esser state prodotte che da cani.
■ I cani addomesticati dell’età neolitica erano di media statura, e somigliavano ai nostri bracchi. Sul principio dell’età del bronzo apparvero razze canine più grandi; alla fine di quel periodo, vi erano numerose razze di cani domestici. Forse alcune di esse derivavano da incroci con lupi. Per quanto riguarda il cavallo, abbiamo motivo di credere che esso fosse già addomesticato alla fine dell’età della pietra. Pare che nell’Europa occidentale l’addomesticamento sia avvenuto piuttosto tardi; infatti tutte le parole con cui il cavallo è designato dalle razze occidentali derivano dal sanscrito, cioè da una lingua dell’Asia centrale, dove ancor oggi esistono numerosi branchi di cavalli allo stato selvatico. Le odierne razze equine sono discesi in gran parte da questi cavalli dell’Asia.
■ Per quanto riguarda il piccolo cavallo paleolitico, così abbondante a Solutré, è probabile che esso abbia dato origine alle attuali razze semi-nane, come quelli dei cavallini di Sardegna, di Corsica, delle isole Shetland, ecc.
■ Il maiale sarebbe stato addomesticato verso la fine dell’età della pietra. La pecora è stata addomesticata molto più tardi dei bovini e del cavallo. Nelle antiche pitture murali dell’Egitto troviamo cavalli e buoi, ma non vi figurano ovini. La pecora preistorica ha dei discendenti, non molto modificati, in certe razze svizzere odierne. Era piccola, aveva gli arti sottili e corna corte, di forma simile a quelle della capra. Alla fine del periodo neolitico apparve una razza più forte. Le capre neolitiche erano molto simili alle loro congeneri attuali, ma più piccole. Erano originarie dell’Asia. Gli antichi Egizi hanno riprodotte nelle loro pitture la capra, di cui si parla nella Bibbia e nei Veda.
■ I bovini, in origine, devono essere stati rappresentati da due forme: il bos primigenius ura, e il bos longifrons. All’uro si ricollegano probabilmente certe razze odierne della Scozia, dell’Ungheria e della Russia. L’altra specie corrisponderebbe alle odierne varietà a corna corte. Si son trovati qua e là dei teschi di bovini privi di corna, ma il loro significato non è ancora noto.
■ Nell’età del bronzo apparve il bos frontosus, bovino dalla testa lunga, dalla fronte appiattita e dalle corna allungate, l’antenato delle nostre razze attuali. Disgraziatamente non ci sono note le relazioni reciproche fra queste diverse razze.”


Il giornale dell’avvenire.

” ■ In una conferenza tenuta al Congresso dei giornalisti adunatasi a New-York, Robert Donald, ha cercato di delineare le caratteristiche del giornale dell’avvenire. Egli prevede che i giornali futuri saranno più maneggevoli degli odierni; saranno distribuiti con metodi più perfetti, e avranno zona di diffusione molto più vasta. Per trasporto a grande distanza, si adopereranno aereoplani, treni elettrici e motoplani viaggianti su strade apposite. Non vi saranno più distinzioni fra edizione del mattino ed edizioni della sera; a ogni ora del giorno e della notte uscirà una edizione nuova. I reporters andranno in giro muniti di un apparecchio radio-telefonico, e per mezzo di esso trasmetteranno le notizie alla redazione.
■ Può darsi che un giorno la gente diventi pigra al punto da non volerne più sapere di leggere un giornale. Sorgerà allora il giornale «parlato», col quale «le notizie arriveranno al domicilio degli abbonati come il gas o l’acqua». Esse saranno trasmesse per via telefonica dalla redazione alla casa dell’abbonato e recitate da un grammofono. L’abbonato potrà sentire le «recentissime» mentre riposerà su di una amaca nel giardino o mentre se ne starà comodamente seduto nel suo Fumoir.
■ Non è impossibile — ha detto il conferenziere — che molti di noi giungano a vedere queste trasformazioni. Nel corso degli ultimi venti o trenta anni abbiamo vedute delle novità molto più strabilianti.
■ Il Donald ha anche notato nella sua conferenza che un giornale «parlato» riuscirà intollerabilmente monotono, se le sue varie parti non saranno trasmesse con voci diverse. Le voci dovranno essere «intonate» all’argomento. Gli articoli di fondo saranno recitati da una grave voce di baritono; per le notizie sportive si sceglierà una voce dalle inflessioni secche e autoritarie; per le informazioni finanziarie una voce cadenzata, di intonazione solenne e cattedratica; per il corriere della moda e per gli echi mondani sarà preferita un’argentina voce femminile. I buoni dicitori saranno molto ricercati nelle redazioni future, e pagati profumatamente.”


La vaccinazione contro il tifo.

” ■ L’idea della vaccinazione contro la febbre tifoide è ormai antica di ventiquattro anni, poiché venne in campo nel 1888, dopo i lavori di Widal e Chantemesse; dapprima fu combattuta fino a negarne lo stesso principio fondamentale; poi sottoposta a esperimenti, divenne dottrina accertata e stabilita, ed oggi ha trionfato di tutti i dubbi e di tutte le esitazioni. Widal e Chantemesse affermavano che iniettando culture di bacilli del tifo, sterilizzati per mezzo del calore, si può dare ad alcuni animali l’immunità contro il tifo: per ottenere simili risultati occorrono tre o quattro iniezioni a distanza di tempo e a dosi crescenti. Il metodo non parve dapprima applicabile all’uomo; ma ripreso a studiare da altri scienziati, diede risultati più soddisfacenti. Quasi contemporaneamente nel 1896, Kalle e Wright proposero di usare l’inoculazione di culture morte, cioè sterilizzate mediante il calore e unite a sostanze antisettiche.
■ Il dottor Vincent ha invece preparato un altro vaccino, formato non già di culture morte, ma di culture macerate: fondandosi sul fatto che le varietà del bacillo del tifo sono molte, egli mescola bacilli di diverse razze, fra le quali debbono essere sempre quelle razze di microbi provenienti dal paese in cui debbono esser fatte le inoculazioni; vi aggiunge dei bacilli paratifici, cioè differenti da quelli del tifo, ma assai simili. Quindi, avendo riconosciuto che il calore usato per sterilizzare il vaccino affievolisce assai il potere vaccinante dei bacilli, incorpora al liquido una piccola quantità d’etere solforico, della quale si libera poi dopo 24 ore mediante evaporazione sotto pressione ridotta a bassa temperatura. Il suo vaccino dunque è assolutamente sterile e identico al vaccino vivo.
■ E finalmente il prof. Metchnikoff e il dottor Broughton Alcock dell’Istituto Pasteur, hanno sperimentato, prima sulle scimmie, poi sull’uomo, un terzo vaccino formato solo di culture viventi: i bacilli del tifo sono diluiti in un siero artificiale e sensibilizzati mediante sostanze particolari che si trovano nel sangue di animali per lor natura immunizzati contro la febbre tifoide; il sangue di cavallo è stato scelto come più opportuno.
■ La scienza medica dispone dunque ormai di tre vaccini contro il tifo; se l’ultimo non ha ancora la sanzione della pratica sperimentale, gli altri due possono già vantare risultati certi. Il vaccino di Wright fu adoperato, nell’esercito britannico fin dal 1897; due anni dopo, molte migliaia di soldati nell’India e nel Transvaal furono vaccinati con questo sistema. I Tedeschi lo sperimentarono su oltre 7.000 uomini durante la spedizione contro gli Herreros; i Russi vaccinarono tutto il personale d’infermeria durante la guerra col Giappone; ora gli Americani l’hanno reso obbligatorio nell’esercito, e gli ufficiali e i soldati, chiamati sotto le armi, vengono vaccinati nel braccio destro contro il vaiuolo, nel braccio sinistro contro il tifo. Insomma, si può dire che su 200.000 uomini sia stato a tutt’oggi esperimentato il vaccino di Wright.
■ Nell’esercito coloniale francese si è esperimentato recentemente il vaccino del prof. Vincent. I risultati pubblicati ora son questi: per 1000 uomini, non vaccinati, 64.97 casi di tifoide, 8.35 decessi, 50.90 casi di febbre gastrica. Vaccinati col sistema Wright: 7.75 casi di tifoide, o decessi, o febbre gastrica. Vaccinati col sistema Vincent: nessun caso di tifo o di febbre gastrica.
■ Le conclusioni sono evidenti: la vaccinazione antitifica è ormai un fatto acquisito; il vaccino di Wright è eccellente, il vaccino Vincent è anche migliore e privo di ogni inconveniente. È opportuno far vaccinare i bambini, i giovani e gli uomini al disotto dei 40 anni. Coloro che abbiano subito 4 o 5 inoculazioni potranno impunemente bere acqua di fiume, mangiare ostriche, frequentare luoghi infetti, sopportar le fatiche del servizio militare. Probabilmente di qui a qualche anno il vaccino antitifico sarà d’uso comune come il vaccino contro il vaiuolo.”


La forza degli insetti.

” ■ Secondo le esperienze dell’inglese J. Weir e dei francesi F. Plateau e De Cucy, molti insetti sviluppano una forza muscolare davvero sorprendente, davanti alla quale dovrebbe… arrossire il più forte dei nostri atleti. Un cervo volante, lungo 5,5 cm., largo 16 mm., e del peso di soli 1,86 grammi, tirava con facilità un trenino di zinco, del peso di 56 gr. cioè 30 volte più pesante del suo corpo. Aumentando il peso del treno fino a 84 gr. vale a dire a 54 volte il suo peso, l’insetto lo poté ancora spostare di 3 cm.
■ Applicando le sue zampine ad un dinamometro, si vede ch’esso sviluppava una trazione di 15 gr., cioè era paragonabile ad un uomo del peso di 1 quintale, che avesse su una mano il peso di una tonnellata!
■ Anche le mosche hanno una forza sorprendente. Uno di questi insetti sollevò con le zampe anteriori un fiammifero; orbene, se un uomo potesse sviluppare la stessa forza, dovrebbe alzare una trave lunga m. 8,50 e spessa 40 cm.
■ Più curioso ancora è il confronto con la pulce. Siccome la pulce può saltare ad un’altezza 200 volte maggiore della sua, sarebbe ad essa confrontabile quell’uomo che potesse con un salto superare la torre Eiffel, alta 300 m.
■ Lo scienziato tedesco Schmidt fa però osservare che i confronti degli insetti con l’uomo, a questo riguardo, non si devono fare basandosi solo sulle dimensioni del corpo e sul suo peso, sono bensì da considerarsi anche la resistenza dell’aria e l’influenza della gravità.
■ Bisogna anzitutto porre in rapporto il peso sollevato e trainato con un’uguale sezione dei muscoli; ora negli insetti le masse muscolari non sono né più grosse né più potenti di quelle dell’uomo.
■ Quando noi vediamo una formica trasportare un peso che apparentemente è tanto maggiore di quello del suo corpo, bisogna riflettere alla sezione dei muscoli che in quel momento operano; facendo i calcoli opportuni, lo Schmidt dimostra che, messo a parità condizioni, l’uomo non potrebbe trascinare più di 20 del peso del suo corpo. Ciò è molto inferiore alla potenza muscolare media dell’uomo; si dimostra quindi che il suo apparato muscolare è dei più poderosi.”


I bagni e i loro effetti sulla pelle.

” ■ Polvere, bacilli di varie specie, sudore, insudiciano la pelle umana, che perciò ha bisogno di essere continuamente lavata. La maggior parte delle persone si lava una sola volta al giorno, di mattina, con acqua e sapone, e per lo più nelle sole parti superiori del corpo. Ciò, dal punto di vista igienico, è insufficiente. La lavatura dovrebbe estendersi a tutte le altre parti del corpo e specialmente a quelle dove avviene un’abbondante e continua secrezione di sudore e di grasso, come le ascelle e i piedi. Questa lavatura completa dovrebbe farsi non di mattina, ma di sera, quando la pelle è stata sottoposta agli effetti climatici: di mattina basterebbe lavarsi le mani e la faccia.
■ Le persone che hanno la pelle molto sensibile non sopportano né l’acqua fredda né il sapone.
■ L’effetto di quest’ultimo consiste nello sciogliere il grasso della pelle e asportarlo insieme con la sporcizia in esso contenuta. Ma il sapone provoca anche il disfacimento corneo della pelle, specialmente quel sapone che contiene una grande quantità di alcali. Perciò a chi abbia la pelle delicata è consigliabile l’uso dei saponi così detti neutrali, contenenti molto grasso, che non sono irritanti.
■ Chi sente danno alla pelle dall’uso dell’acqua fredda, adoperi acqua bollita aggiungendovi un po’ di borace, oppure si serva di acqua calda, a una temperatura tanto elevata quanto si può sopportare.
■ Per alcune persone e specialmente per alcune signore non sono sopportabili neanche i saponi molto grassi e l’acqua calda. In tal caso si abolisca completamente l’uso del sapone, si mescoli all’acqua calda una mezza chicchera di latte, in modo da ottenere una emulsione grassa, non irritante, che sostituisce il sapone, e dopo la lavatura si stenda sulla pelle con un pezzo di tela, un sottile strato di una delle tante creme di buona qualità che si trovano in commercio.
■ Ma, per aversi una cura della pelle veramente completa, non bastano le lavature: a queste devonsi aggiungere i bagni quotidiani: un bagno di fiume in estate, e un bagno fresco o una doccia d’inverno. Questi bagni, però, devono essere di corta durata: bastano pochi minuti per togliere dalla pelle ogni sudiciume. Una più lunga durata toglierebbe completamente lo strato grasso e corneo, e, ripetendosi ciò ogni giorno, ne potrebbero derivare gravi malattie della pelle. Altrettanto deve dirsi dei bagni di mare, nei quali il cloruro di sodio aumenta l’effetto irritante dell’acqua.
■ Se son da raccomandarsi quotidianamente 1 bagni freddi e freschi e le docce, dannosi invece sono i bagni quotidiani di acqua tiepida, specialmente se siano accompagnati da insaponatura, perché producono un eccessivo dissolvimento dello strato grasso. Questi bagni devono farsi non più di due volte la settimana.
■ I bagni caldissimi, che sono molto in uso nel Giappone e contro i quali esistono pregiudizi ingiustificati, perché si crede che indeboliscano l’organismo, hanno invece, indubbiamente, un effetto rinfrescante sulla pelle e sul corpo, siano essi d’inverno o d’estate. La bella e sana pelle che noi ammiriamo non solo nelle donne, ma anche negli uomini giapponesi è effetto di questi bagni.
■ Naturalmente, non bisogna abusare neanche di essi; la loro durata non deve superare qualche minuto. Anche nel Giappone si comincia ad abusarne: nelle famose terme di Kusatsu si vedono con meraviglia persone che si immergono persino cinque volte al giorno in acqua a 54 gradi, tanto calda che i bagnanti vi scendono con un grande sforzo di volontà, tutti insieme, emettendo un grido per incoraggiarsi l’un l’altro. Il bagno non dura più di tre minuti. I bagnanti ne escono rossi come gamberi cotti. Generalmente questi bagni producono una grave infiammazione alla pelle, che persino impedisce di camminare, ma in compenso hanno un meraviglioso effetto salutare; dicono i Giapponesi che una sola malattia non si guarisce coi bagni di Kusatsu: l’amore.
■ I bagni a vapore, noti sotto il nome di bagni russi o romani, sono adatti per chi abbia la pelle sana. Essi eccitano il funzionamento delle glandole sudorifere e sebacee, e così puliscono perfettamente la pelle. Ma non devono farsi più di due volte al mese.
■ Quanto ai cosidetti bagni di sole non si può negare che recano giovamento all’organismo in generale, ma il loro effetto sulla pelle è più spesso dannoso che utile. La natura stessa protegge la pelle contro la troppo forte irradiazione solare col raccogliere in essa una grande quantità di sostanza colorante «rendendo bruna la pelle», ma in molte persone questa reazione naturale non avviene, particolarmente nelle persone bionde, e queste, per effetto dei raggi fotochimici, subiscono danni alle pelle, che possono essere l’origine di gravi malattie.
■ Per coloro che abbiano la pelle malata, la lavatura e il bagno sono quasi sempre dannosi. Talvolta la faccia non sopporta né acqua né sapone: questi la rendono squamosa e piena di rossori. In tali casi, per pulire la pelle non si può far altro che ricorrere a olii o a creme. Coloro che hanno la pelle screpolata e ruvida, devono, dopo il bagno, specialmente se insaponato, ungersi di sostanze grasse, come facevano gli antichi.
■ Per le persone che hanno la pelle molto grassa l’acqua e il sapone o sono poco disgrassanti o sono troppo irritanti. Perciò è meglio che esse si puliscano la pelle con alcool oppure con benzina, la quale è un mezzo eccellente per questo scopo.
■ Ma specialmente dannosi sono l’acqua e il sapone per chi soffra eczema. In questo caso la pulitura della pelle deve farsi esclusivamente con grasso e benzina. Se i bagni sono assolutamente necessarii, devonsi aggiungere all’acqua sostanze che ne attenuino l’effetto dannoso, come l’argilla e la creta bianca, oppure lo zolfo e il catrame.”


I giovani italiani riformati.

” ■ La questione ha tanto interessato privati e governo che si è deliberato richiamare i riformati a nuova visita. È interessante sapere quanti essi siano non sotto il rapporto immediato del numero di quelli che potranno prestar servizio militare, ma sotto l’aspetto della larghezza che si usava dalle autorità. e delle categorie sociali cui questi riformati appartenevano.
■ Intanto è subito da stabilire che in quindici anni dal 1900 al 1914 essi furono quasi due milioni.
■ Dal 1900 al 1911, per esempio, la media fu di 103 mila all’anno; la visita definitiva ha quasi sempre dato un esclusione dalla vita militare del 35%.
■ Il minor numero di riformati lo davano almeno per la statistica 1911 gli Abruzzi e Molise con 22.7 su cento; cui seguivano il Lazio 23.8; la Catania il 26.1; l’Umbria 26.2; il Veneto 26.3; la Toscana 27.4; la Campania 27.8: l’Emilia 28.0: la Basilicata 30.5; le Marche 31.1; la Sicilia 32.6; il Piemonte 35.3; la Lombardia 35.5; le Puglie 38.3; la Liguria 41.4; la Sardegna 47.5.
■ E sempre osservando la tabella 1911 si ricava che il maggior numero di riformati era da ricercarsi fra gli artisti 40.4; servitori 37,4; calzolai 36.1; commercianti 34.7; professionisti e studenti 33.7; impiegati 33.5; lavoratori del legno 33.5; professioni girovaghe 33.4; lavoratori del metallo 31.5; pescatori 30.4; agricoltori 30.2; proprietari 28.9.”


La quarta arma.

” ■ La Germania (a guerra scoppiata) possedeva non meno di 21 dirigibili, 13 dei quali sono veri incrociatori aerei, e gli altri sono aeronavi destinate a pacifiche escursioni, che, senza grandi modificazioni, saranno state trasformate in dirigibili militari.
■ Gli Zeppelin sono 13 (18-30 mila m3, 500-800 HP), i Parseval 5 (3-10 mila m3), e gli altri 3 sono di tipo Militär (6-9 mila m3), designati con le iniziali Z. P. M. seguite dal numero d’ordine.
■ Gli areoplani e idroaeroplani tedeschi sono più di 800, tutti costruiti in Germania: impropriamente si chiamano tutti Tauben (piccioni), mentre la Taube (non il Taube, perché questo nome in tedesco è femminile) è un monoplano con le ali ricurve e dentate nella parte posteriore, come ali d’uccello; la flotta aerea della Germania possiede però molte macchine d’altro tipo, e molti biplani, anzi si dice che dal principio della guerra non si siano costruiti altro che biplani. Questi sono pesanti e possenti, e compensano la difficoltà che hanno d’innalzarsi con la possibilità di lunghissimi voli; i principali sono l’Aviatik, costruito a Mulhouse, il D.L.V. (Deutsche-Luft-Verkehrs-Ges.), costruito a Johannisthal, l’Albatros, l’Otto, l’Ago, l’L.F.G. (Luft-Fahrzeug-Werke), l’A.E.G. (Allgemeine Elektrizitäs Ges.), l’Eule, la Schwalbe. Parecchi di questi biplani hanno un fratello nella categoria dei monoplani: Albatros, Rumpler, Harlan, Hanuschke, Roland, Etrich, Jeannin, Kondor, Gotha, Hansa, Focke, ecc. I motori sono Mercedes-Daimler o Argus (tedeschi), o Gnome (francese).
■ Otto dirigibili di costruzione austriaca, tedesca e francese e circa 150 aeroplani Lohner (austr.) e Etrich (ted.) formano la flotta aerea della Monarchia austro-ungarica. Il Lohner è un eccellente biplano, che può rendere ottimi servizi, tanto più che i piloti austriaci hanno fama di audaci e abili aviatori.
■ Poco sappiamo della Turchia: certo essa ha un piccolo Parseval, qualche biplano D.F.W. e una mezza dozzina di monoplani francesi R.E.P. vecchio modello; è presumibile che la Germania abbia inviato macchine e piloti alla sua nuova alleata.

■ I dirigibili francesi sono una diecina, costruiti dagli stabilimenti Lebai Clément-Bayan: Astra e Zodiac, con volume da 6000 a 9000 mc. Forse si è unito alla flotta aerea francese un dirigibile rigido Spiess; le otto grandi aeronavi di 23.000 mc. ordinate dal Governo alle quattro officine suddette, non debbono ancora essere pronte.
■ L’esercito ha 400 aeroplani, e certo può disporre di altrettante macchine civili. I biplani sono di tipo Farman, Voisin, Dorant, Breguet, Caudron: i monoplani di tipo Morane, Deperdussin, Blériot, R. E. P., Nieuport. I motori (80, 100, 180 HP) sono costruiti nelle officine francesi Gnome, Anzani, Rhône, Renault Salmson.
■ L’Inghilterra s’è dedicata un po’ tardi alla navigazione aerea, ma subito ha riguadaguato il tempo perduto: la sua flotta si rivela ora più forte, numerosa, e ben organizzata di quanto si supponesse.
■ Oltre gli aeroplani francesi, ha i seguenti tipi di biplano: B. E., Avro, Bristol, Cody, Graham, White, Short, Vickers, Sopwith; e i monoplani: Blackborn, Martin-Handasyde, Bristol, Handle.
■ In questa guerra si usano specialmente i biplani, armati di mitragliatrici e di bombe. L’Inghilterra possiede 5 piccoli dirigibili flessibili, di 2000 mc. — Beta, Gamma, Delta, Eta, Willons — un Parseval, un Astra, ciascuno di 8000 mc.; due grandi navi aeree. Wickers e Armstrong, dovevano entrare in servizio quest’anno, né sappiamo se siano pronte.
■ La Russia ha 12 dirigibili (4 francesi, 3 tedeschi, 2 russi) e 300-400 aereoplani Sikorsksy (l’unica fabbrica russa), Farman, Morane, Deperdussin. Il Sikorsksy è un biplano gigantesco, con 182 mq. di superficie di sostentamento e 2 motori di 200 HP ciascuno; può trasportare 12-15 paseggieri; il Governo russo, al principio del 1914 ne aveva ordinati cento.
■ Il Belgio possedeva, all’inizio delle ostilità, due piccoli dirigibili (lo Zodiac francese e il Belgique tedesco) oltre a una ventina di biplani militari Henry Farman. La Serbia ha recentemente acquistato alcuni biplani Farman e monoplani Deperdussin.
■ Il Giappone ha un dirigibile Parseval e buon numero di aeroplani francesi, tedeschi e americani: Farman, Deperdussin, Rumplere Curtiss.

■ L’Italia ha una flotta aerea potente: una dozzina di dirigibili italiani e tedeschi, e circa 150 aereoplani costruiti da officine italiane con brevetti francesi.
■ Bulgaria, Danimarca, Grecia, Olanda, Svezia, Norvegia, Spagna, Romania e cioè i paesi neutri hanno aeroplani francesi. Quanto alla Svizzera, che ha dovuto affrettare l’organizzazione della sua aeronautica militare, possiede una buona squadra di aeroplani di costruzione francese, tedesca e svizzera.”


La guerra e il vocabolario.

” ■ In ogni tempo e paese — leggiamo nel Times di Londra — le guerre hanno arricchito i vocabolari: sembra che i soldati tornino sempre a casa carichi di bottino linguistico, per disperazione grandissima dei puristi borghesi. Addison, nello Spectator, fra il serio ed il faceto, com’era suo costume, lamentava l’uso di strane parole nelle lettere degli ufficiali combattenti a Blenheim: parole che poi venivano raccolte e riprodotte da alcuni giornali cittadini.
■ Molti dei gallicismi, che tanto dispiacevano ad Addison, hanno acquistato ormai diritto di cittadinanza in Inghilterra: ed altre espressioni, che suonerebbero non meno aspre ai suoi orecchi, v’hanno introdotto le guerre successive.
■ Fra le nuovissime importazioni della guerra attuale, sono degni di nota i vacoboli boche, degommer e liaison. Boche sembra parola d’origine tedesca e viene usata per designare il nemico in un senso non troppo laudativo. Dégommer, levar la gomma, vuol dire nel linguaggio del popolo «mandar via da un posto».
Liaison è una parola di cui già si conosceva il significato culinario e amoroso: in cucina, la liaison è quel preparato che dà consistenza alle salse; e l’uso della stessa voce per indicare una relazione d’amore risale a un brutto romanzo francese del secolo decimottavo, che così appunto s’intitolava: oggi si deve aggiungere a questi due un terzo significato, ma militare, per cui officier de liaison è l’ufficiale che mantiene le comunicazioni fra diversi corpi d’esercito o fra diverse unità.
■ Molti altri vocaboli le fervide fantasie dei Francesi hanno creato o stranamente trasformato. Poilu: peloso, è diventato sinonimo di soldato; marmite, pentola, significa bomba; zigoniller, che nel gergo degli apaches vuol dire accoltellare, ora indica l’attacco alla baionetta; crapouillot, rospo, è il nome che si dà al tozzo mortaio usato nelle trincee; e artiflot, parola composta da artilleur e fiflot, soldato semplice, serve a designare il soldato d’artiglieria.
■ Altri simili esempi si potrebbero raccogliere nelle lettere dei soldati o nei giornali delle trincee, il cui numero cresce ogni giorno. Fra i più noti è l’Echo des Marmites, che si pubblica presso Reims.
■ Un altro, fondato di recente, è il Tele-Méle, che appartiene a una sezione di telegrafisti e che ha preso il titolo, adattandone ingegnosamente l’ortografia alla pronuncia francese, dal Dail Mail.”


Il mestiere e i denti.

” ■ I pasticceri, e in special modo i fabbricanti di confetti e di canditi, perdono i loro denti anteriori molto presto, per la continua aspirazione di polvere di zucchero. Gli operai che stanno nei laboratori chimici, dove si preparano e si usano acidi in gran copia, perdono anch’essi i denti: ma la caduta non avviene nel modo solito, poiché si produce per decomposizioni delle sostanze inorganiche del dente, seguita poi dalla morte di quelle organiche. L’effetto degli acidi comincia a manifestarsi con una sensazione di peso nel dente malato, poi questo diventa così sensibile a ogni cambiamento di temperatura, a ogni contatto con materie aspre, dolci o salate, che ciascun boccone di cibo provoca mille torture; questa sensibilità decresce, in seguito, via via che s’avanza il processo di distruzione. I denti di mezzo, naturalmente, essendo i più esposti, sono i primi a soffrire, per l’influenza deleteria dei vapori aspirati.
■ Gli operai metallurgici, se non hanno grandissima cura della loro bocca, mostrano denti coperti per metà, dalla gengiva in su, da una patina verdognola; e dicono comunemente d’avere il «verderame» ai denti. Questo deposito è prodotto dall’inevitabile pulviscolo metallico, che si solleva durante il lavoro e si ferma sui denti, dove rimane fissato insieme al tartaro; e il rivestimento perdura per parecchio tempo, anche quando l’operaio cambi occupazione.
■ I calzolai e i tappezzieri hanno i denti consumati sugli orli, perché usano tenere in bocca i chiodi che debbono adoperare, o poi spingerli con la lingua fra le punte degli incisivi. I vetrai presentano spesso un incavo e, in seguito, una apertura rombica fra i denti anteriori; questa è prodotta dal cannello di ferro, che tengono in bocca e girano continuamente quando soffiano nel vetro.
■ Tutti coloro che adoprano l’ago, sarti, sarte, modiste, cucitrici di biancheria, ecc. hanno spesso un’intaccatura sull’orlo di uno degli incisivi, dovuta all’abitudine di spezzare il filo coi denti.
■ E talvolta si può riconoscere un maestro o un contadino dalla corrosione che la matita, tenuta spesso fra le labbra, produce sullo smalto. Viene da ricordare ancora che l’abitudine di mettere i chiodi in bocca e poi riporre quelli che non sono serviti nella scatola, insieme agli altri, è stata causa più volte di trasmissione di malattie. Si dovrebbe perciò mettere in guardia contro il pericolo i calzolai, i tappezzieri e quanti altri più facilmente vi possono incorrere.”


Il cinematografo e la vista.

” ■ Il Medical Times, di New Yorck ha aperto un referendum fra i medici, per sapere se il cinematografo sia dannoso alla vista, e le risposte raccolte sono concordi nell’affermare che una vista sana e robusta nulla ha da temere dal piacevole spettacolo.
■ Il dottor J. Norman Risley di Filadelfia osserva che il tremolio delle figure e la luce riflessa dallo schermo possono essere causa di stanchezza e di irritazione dell’occhio, ma solo quando questo vi sia già predisposto da debolezza o da difetto non curato; perciò in ultima analisi, il cinematografo rende, anche per tal via, un utile servizio, poiché rivela difetti ottici ignorati e ne permette la cura. A ogni modo, le cause irritanti possono essere eliminate facilmente con l’uso di lenti e di macchine migliori, e con una più scientifica applicazione dei principi ottici nella collocazione degli apparecchi luminosi.
■ Quel che più dà fastidio è la luce riflessa, la quale, dallo schermo, viene generalmente a cadere sul piano visuale dello spettatore; per evitar l’inconveniente basta far sì che i raggi luminosi non giungano sullo schermo dall’alto ma da egual livello, oppure dal basso: in tal modo, siccome l’angolo di riflessione è uguale a quello d’incidenza, i raggi riflessi tornano indietro sulla stessa linea orizzontale o risalgono verso l’alto, e non offendono gli occhi.
■ II dottor Herbert Claiborne di New Yorck assicura che una vista buona, e non stanca per precedenti occupazioni, deve poter tollerare, senza risentirne il minimo disturbo, uno spettacolo cinematografico di un ora o di un’ora e mezza. Alle viste deboli e difettose, però è bene evitare lo sforzo.
■ Il dottor Seth Scott Bishop di Chicago lamenta che certe proiezioni sian faticosissime per gli occhi a causa di innumerevoli scintillii, lampi e macchie luminose che le deturpano: ma ciò non avviene nelle pellicole di miglior qualità, il che dimostra come il difetto possa essere evitato.
■ Un’altra causa di stanchezza è data dalla velocità eccessiva con cui si fa girare la macchina; onde ogni gesto degli attori diventa esageratamente brusco, e par che tutti abbiano il ballo di S. Vito.
■ Anche la rapidità con cui le parole scritte o stampate compaiono e scompaiono dallo schermo costringe gli spettatori a fare uno sforzo, per la fretta di leggere. Un altro effetto, però non dannoso, degli spettacoli cinematografici troppo prolungati è quello di dar luogo a una specie di sonno ipnotico: dopo una o due ore, molti spettatori son presi da sonnolenza, e non di raro, per lievi momenti, s’addormentano del tutto, ad onta d’ogni sforzo fatto per star svegli. Questo si spiega molto facilmente quando si pensi che uno dei mezzi usati dagli ipnotizzatori per produrre il sonno è appunto quello di stancare i muscoli dell’occhio, costringendo il paziente a guardar fisso un oggetto luminoso. Il dottor Dunbar Roy di Atalanta, infine, insiste nello sconsigliare il cinematografo alle persone di vista debole. Quando lo spettacolo produce bruciore agli occhi, rossore, lagrimazione e mal di capo frontale, bisogna astenersene; ma se ciò non avviene, ci si può andare con l’animo tranquillo.”