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Viaggio intorno alla parrucca (1941)

Da La Lettura, Anno XLI, N. 1, gennaio 1941.
Di Raffaele Carrieri.

” ■ In una lettera datata da Parigi 1615 e indirizzata a Don Lorenzo Scoto, il Cavalier Marino ci informa della stranezza delle mode e dei costumi parigini.
«Incominciate prima dalla maniera del vivere; ogni cosa va alla rovescia. Qui gli uomini son donne e le donne sono uomini: intendetemi sanamente. Voglio dire che quelle hanno cura del governo della casa e questi usurpano tutti i lor ricami e tutte le lor pompe. Le donne studiano la pallidezza e quasi tutte paiono quattriduane. Per esser tenute più belle, sogliono mettersi degli impiastri e dei bullettini in sul viso. Si spruzzano le chiome di certa polvere di Zanni che le fa diventar canute, talché da principio io stimava che tutte fossero vecchie. Veniamo al vestire. Usano di portare attorno certi cerchi di botte a guisa di pergole, che si chiamano «verdugati». Questo quanto alle donne. Gli uomini in su le freddure maggiori del verno vanno in camicia. Ma vi ha un’altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camicia portano il farsetto. Guardate che nuova foggia d’ipocrisia cortigiana! Portano la schena aperta d’una gran fessura d’alto a basso, appunto come le tinche che si spaccano per le spalle. I manichini sono più lunghi delle maniche, onde rovesciandoli su le braccia par che la camicia venga a ricoprire il giubbone. Hanno per costume d’andar sempre stivalati e speronati; e questa è pure una delle stravaganze notabili, perché tal vi è che non ebbe mai cavallo in sua stalla né cavalcò in sua vita, e tuttavia va in arnese da cavallerizzo. Né per altra cagione penso io che costoro sian chiamati «galli», se non perché appunto come tanti galletti hanno a tutte l’ore gli sproni a’ piedi con certi stivaletti cavati dalla forma di quelli di Margutte, e d’avantaggio sopra gli stivali calzano le pianelle. Ma in quanto a me, più tosto che «galli» dovrebbono esser detti «papagalli», poiché se ben la maggior parte, quanto alla cappa e alle calze, vestono di scarlatto sì che paiono tanti cardinali, il resto poi è di più colori che non sono le tavolozze de’ dipintori. Pennacchiere lunghe come code di volpi, e sopra alla testa tengono un’altra testa posticcia con capelli contrafatti e si chiama «parucca»; onde a chi n’afferrasse uno per lo ciuffetto interverrebbe quello che intervenne al satiro con Corisca».

“UNA BOTTEGA DI PARRUCCHIERE NEL SETTECENTO”

■ Nessun rapporto sulla moda dei costumi, nessun dipinto figurino o tappezzeria potrebbe raggiungere l’efficacia, tra burlesca e documentaria, di questa golosissima lettera; mossa, grassa, vivace, lavorata a cartoccio, pungente e ridente come uno scenario d’opera. Prima di arrivare alla parrucca l’eccellentissimo ci fa passare attraverso i cerchi di botte a guisa di pergole; descrive gale, merletti, lacci, maniche, manichini; ci intrattiene sulla forma e il colore delle cappe; descrive calze, stivaletti, speroni, e da questi si diparte con una musichetta di flauti e nacchere per salire alle lunghe pennacchiere, alla doppia testa di magagna, a quella testa posticcia con capelli «contrafatti che si chiama parucca». Ha creato la base e su questa può elevare da espertissimo conciateste un trionfo di capelli, la parrucca più arborea di Francia; qualche cosa simile a un monumento, a una cascata, a un ornatissimo giardino; la può architettare come un poema, con vuoti e pieni, con cartocci e buccoli; e come in un paesaggio d’Arcadia rimuovere acque odorifere, coltivare serre e poggioli, arricciare, ombreggiare, drappeggiare; può inventare una gradinata di capelli e su questa salire col suo piede veloce sino alla cima della parrucca dove gli ultimi riccioli giocando con l’aria si fanno volubili. Le altre al confronto saranno delle povere parrucche, dei timballi, dei turbanti, delle montagnole coltivate da mani grosse con nodi e scale di corda, con sentieri e uccelli. Il re, il cortigiano, l’illustrissimo capitano delle pompe porteranno parrucche più modeste della sua. In una lettera posteriore la farà cantare come una fontana di Roma paragonandola per venustà e ricchezza al Nilo. Gli spiriti maligni invece di muschiarle con le blandizie della retorica possono arricciarla col fiele; ma il Cavalier Marino può elevarla sulla testa come un blasone e ridersi di tutte le altre, piccole e grandi, incluse nei trattati dell’araldica dei parrucchieri: ché nel Reame di Francia non v’è nessuno senza doppia testa e le parrucche sono tante, e tante le forme e i modi di pettinarle che un cristiano si sentirebbe perduto nell’enumerarle tutte.

“PETTINATURA AL CANE IN RIPOSO”

■ In Italia la prima parrucca appare a Venezia nel 1668. È una parrucca di Parigi, a due piani, coltivata a buccoli, con le bande inanellate e di colore cinerino. L’ha importata il conte di Collalto reduce da un’ambasceria presso la Corte di Francia. Gli altri patrizi veneziani non hanno forse introdotto mamalucchi e pappagalli? Lui s’è portata dietro la parrucca, un giardinetto di capelli come possono soltanto crescere sulla testa della luna. La sera quando compare in Piazza San Marco è una rivoluzione. Di cose stravaganti o comunque sorprendenti ne hanno viste tante i moscardini; ma mai una simile. È sorpresa ma è anche maraviglia. Gli sguardi entrano ed escono dai buccoli che sapienti si sciolgono in cascate; alcuni biondi, appena ambrati, altri argentini. È cosa soffice e aulente con ghirigori e ondulazioni. La sfiorano come se fosse un cigno; se la contendono, chiedono notizie e chiarimenti. Il dado è tratto.

“PETTINATURA ALLA BELLA POLLASTRELLA”

■ Il giorno dopo nei ridotti non si parla d’altro: i giovani si lamentano delle prolisse zazzere e i vecchi delle precoci calvizie. I capelli imponevano cure meticolose, arricciature, unguenti; tutti concordi improvvisamente si accorsero degli inconvenienti d’indole igienica — scrive il Morazzoni — dovuti alle zazzere. «Quasi tutti trovarono la nuova acconciatura pulita e soprattutto di uso facilissimo e comodo. Non bisogna dimenticare tra i fautori della parrucca tutti coloro che scorsero in essa un mezzo validissimo per celare agli occhi della moltitudine le sgradevoli ingiurie del tempo: i giovanissimi pure fecero lietissima accoglienza alla novità, non solo perché tale, ma perché si persuasero che la abbondante cascata di riccioli dava ai loro freschi visi inopinata maestà e virile gravità». Ma non tutto fila liscio. Gli eleganti veneziani del XVI secolo sono padronissimi di mutar forma alla testa, di elevarvi sopra mausolei di capelli morti, ma non possono esimersi da essere facile bersaglio di moralisti e satirici. Nel 1667 Carlo Celano diffama la parrucca dicendola composta con capelli tolti ai cadaveri, ai giustiziandi e alle serve: e fa arrivare da Marsiglia un illusorio bastimento carico di «casse di cappelliere posticce, ed alcune parevano di lini inanellati perché inclinavano ad un certo biondo stravagante che dava al bianco» per coprire di ridicolo gli imparruccati. Ma ad onta dei moralisti la parrucca s’afferma e conquista tutte le classi: l’insolenza dei sermonisti e la diffamazione in rime non trovano ascolto anche quando vent’anni dopo l’invettiva del Celano un altro sdegnoso, Carlo De Dottori, riprende con zelo la polemica in parnaso gridando che pecca meno la donna, che per «sostener maggio caduco» ricorre all’arte,

«Di quel che pecchi l’uom contro se stesso,
Ch’el capo ingombra di femminee chiome
Con avvilir la dignità del Nome,

Col degradar l’autorità del sesso.
Anzi dell’uomo a scorno oggi rifiuta
La Donna, e lascia l’ornamento insano;
Onde l’antico titolo di vano
Dall’un sesso nell’altro oggi si muta».

“PARRUCCHE SETTECENTESCHE CON I LORO ACCESSORI”

■ Ma i nemici della parrucca non sono soltanto gli scontenti di Parnaso; la nuova moda ne incontra di temibili e potenti anche nell’alta Magistratura. Infatti il Consiglio dei Dieci, in data 29 maggio 1688, emanava severo decreto per por termine allo scandalo proibendo a Senatori, Consiglieri, Cavalieri e Procuratori di San Marco, a Savi, Ambasciatori, insomma a tutti indistintamente i magistrati della Repubblica, l’uso della parrucca. Il Morazzoni chiarisce il decreto: «La proibizione era nello stesso tempo un poco una concessione, perché l’uso era proibito solo quando il patrizio vestiva la toga. Quali le conseguenze del draconiano ordine? In meno di quindici anni il decreto deve essere dimenticato, e le parrucche entrarono trionfanti forse nella sala dello stesso Consiglio dei Dieci. Nel 1702 lo Zucchi e il Ragheno pubblicavano un graziosissimo e bell’album di costumi veneziani dove ognuno può rilevare che le parrucche più ampie e solenni sono proprio quelle che adornano il capo delle più alte gerarchie della Repubblica, Doge compreso».

“ROSALBA CARRIERA: RITRATTO D’IGNOTO (MILANO, MUSEO POLDI PEZZOLI)”

■ I bastimenti che arrivano da Marsiglia non sono più quelli illusori del Celano: le stive sono piene di casse e cappelliere; le parrucche arrivano confezionate in grandi gabbie come uccelli di paradiso. La loro forma si fa sempre più stravagante: alte, scanalate, lavorate a pagoda, con batuffoli spioventi; divise in bande, ricche di insenature. Quelle dei magistrati sono ampie e ricordano le prospettive delle ville barocche; i senatori le hanno austere a grossi canaloni; quella del cicisbeo è manipolata a capriccio.

“DALL’ALTO IN BASSO: PETTINATURA ALLA VITTORIA, ALLA FREGATA GIUNONE, ALLA SCALA DI BUCCOLI, ALLA PULCE”

■ Lorenzo Magalotti tra i molti raffinati consigli di eleganza e di proprietà diretti al marchese Rinuccini, scrive: «Ell’è come io vi diceva l’altro giorno. I parrucchini non sono per voi. Al taglio della vostra vita fine, gentile, svelta vogliono essere parrucche di parata, o al più delfine, ma non di quelle che vi danno tutte addietro. Queste sono la coiffure, a’ miei occhi almeno, la più vantaggiosa del Principe di Forano. Per voi vogliono essere un po’ guernite d’intorno al viso, e più alle guance che alla fronte: roba che riempia un poco quel vôto che avete tra capo e collo senza rialzarvi la testa, che va in su a bastanza da sé. Così nel vestire: cappello con piuma, che slarghi la giurisdizione della testa senza pregiudizio de’ confini della testa…». Il parrucchiere non ha soltanto il compito di ornare ad arte la parrucca del gentiluomo, ma di correggere con una opportuna e sagace architettura anche la forma della sua testa, creando quella leggiadra misura e proporzione senza le quali è impossibile cavar armonia. In nome di questa armonia i conciateste si sbizzarriscono prendendo a modello il gioco delle acque, le grotte foderate di specchi e conchiglie; la musica, la botanica, l’araldica suggeriscono metafore di capelli, iperboli ricciolute e filamentose. La testa del gentiluomo è simile a un terreno di costruzione su cui si eleverà un palazzo incantato. Il costruttore si preoccuperà di sfruttare tutte le astuzie dell’arte sua per nascondere questo o quel difetto, allargare o accorciare, sveltire, arrotondare, spianare, curvare gli spigoli ottusi, in una parola correggere la natura. Il gentiluomo avrà più parrucche che cappelli. Una parrucca per le cerimonie, un’altra per i giorni feriali, un’altra ancora per la villeggiatura. Secondo il decoro e il censo. Tre comunque sono poche e dimostrano avarizia e mancanza di proprietà nei doveri del mondo. Cavalli candele e parrucche in numero spropositato formano l’orgoglio di ogni rispettabile nobiltà.

“ROSALBA CARRIERA: RITRATTO D’IGNOTO (VENEZIA, GALLERIA DELL’ACCADEMIA)”

■ Ecco la parrucca a gruppi, gonfietta e leggera; la parrucca alla brigadiera armata di piccole catenelle di capelli, setolosa, con minutissime bocche di fuoco tra camminamenti e nascondigli. La parrucca all’ecclesiastica con le sue tonsure a quattro grandezze, virtuosa di retorica, abbondante, contegnosa, maestosa; quella dei suddiaconi, dei diaconi, dei sacerdoti, dei vescovi e degli arcivescovi. Quelle di Francia. gareggiano per gli aggettivi: à la legère, piccola e quasi priva di riccioli; à la lunatique, tonda, paffutella; à l’adorable, con molti riccioli sulla tempia; à l’Italienne, con una serie di riccioli intorno alla fronte e alla tempia; à la conquerant, sbarazzina e disordinata; à l’antiquité, solenne con riservatezza, un poco marmorizzata, con cadenze latine. La parrucca a borsa o a sacchetto in principio chiamata «alla reggenza» in omaggio al Duca d’Orléans. Alla parrucca a due code, di origine tedesca, avverte il Grisellini, si ricorreva solo «per le feste grandi e per i balli solenni. Servono ancora ai commedianti nella rappresentazione di personaggi di principi tragici». Il Gradenigo ricorda tipi di parrucca quadrata, a gruppi, alla spagnola, alla Dolfina; e fra le bizzarre cita quelle che imitavano le ali di un volatile sostenute da certi aghi «non senza incomodo e pericolo della tempia».

“DALL’ALTO IN BASSO: PETTINATURA ALLA CANCELLERIA, ALL’ASIATICA, AL VEZZO DI PERLE, AL CANDORE”

■ Gli editti e le tasse non spaventano più nessuno. A Firenze nel 1692, per ordine dei superiori, Lorenzo Palmieri e Stefano Palanti pubblici banditori emettono e diffondono «la tassa annuale sopra le parrucche a tutti quelli di qualsiasi voglia stato grado condizione che presentemente sogliono o sono soliti d’usare e valersi della parrucca, di zazzera posticcia, di zazzerino o berretto con capelli finti o di altro simile acconcio in vece e luogo naturale e propria chioma paghino tasse tre per una intera annata anticipata da cominciare il primo luglio 1692: Gentiluomini lire quattro. Cittadini lire due. Terrazzani benestanti lire due. Artieri e ogni altra persona lire una pagabili in mani del loro camerlengo. Quanto a quelli che presente non sono soliti di usare della parrucca ma in progresso di usarla e valersene, prima di cominciare a praticarne in alcun modo l’uso devono pagare tassa di secondo grado. Chi volesse ricorrere deve presentare al tribunale dichiarazione di aver deposto la parrucca e di essere ritornato all’uso della propria chioma senza alcuna aggiunta di capelli posticci. Senza ammettere scusa alcuna intendendosi sempre il padre obbligato per il figlio».

“ANCORA PARRUCCHE”

■ Aumentano le tasse; ma aumentano anche parrucche e parrucchieri. Da Lucca a Firenze, da Genova a Bologna e Napoli, è un accorrere di conciateste; alcuni arrivano da Parigi con nuovi clamorosi modelli, altri inventano secondo il proprio estro. Si fondano accademie di pettinatura, scuole, laboratori, esposizioni. Il parrucchiere diviene un personaggio importante: influenza la politica, è il diplomatico delle alcove, il confidente di tutte le magagne maschili e femminili. È come arlecchino, paraninfo, cerusico, ambasciatore, adulatore, fornitore di ricette e di polverine, untore di balsami, alchimista profumato. Inventa parrucche ma inventa anche imbrogli, matrimoni, combina e scioglie insidie. Ogni anno i suoi modelli si moltiplicano, e anche le teste. Quando non scrive esametri latini in lode alla cioccolata redige memorie o trattati.
■ Il conciateste Bartelemi, membro delle primarie accademie di Agricoltura, pubblica una Enciclopedia del pettinarsi con quarantacinque modelli di parrucche maschili: «Io corsi da una parte e dall’altra, acconciai in terra, radetti per mare. Finalmente riguardai la capitale del mondo come il porto glorioso, dove si doveano terminare le mie carovane, e pel corso di alcuni anni mi esercitai sotto più di 30 maestri differenti, affine di conoscere a fondo la moda, i giri, le arie, le perquisizioni e le delicatezze dell’arte. Io non mi restrinsi all’ornamento delle sole teste degli uomini, le teste femminili occuparono anche più gradevolmente il mio zelo, la mia attenzione, allora fu ch’io conobbi più a fondo i vantaggi d’uno stato, il quale mi dava dei diritti alla familiarità, ed anche alla confidenza di diverse persone distinte. Buffone della padrona, cortigiano della cameriera, assisteva senza riguardo ai misteri dello dispogliamento, ed aveva delle distrazioni perdonabili. La tavoletta è un paese di libertà. Io vi vedeva la bellezza, la civetteria o la diformità in tutta la loro comparsa; buon numero di soggetti pareva mi sapessero in grado di abbellirli e di ringiovanirli. Gli uni mi raccontavano liberamente le loro buone fortune; gli altri m’associavano a’ loro progetti di conquiste, e non facevano niuna difficoltà di confidare alla mia industria delle commissioni spinose; quante volte ho imprestato de’ versi alla deformità medesima, ed ho convertito in farfalle di primo volo, quelle che prima del percorso dell’arte mia non colpivano ne la vista ne l’odorato». Con Bartelemi siamo in pieno Settecento. L’arte della parrucca a Venezia è diventata una specializzazione. Il conciateste della Serenissima non ha niente da invidiare ai monsù di Parigi.

“ACCONCIATURA ALLA CROCE DI CAVALIERE”

■ Nel 1723 fanno l’apparizione le prime parrucche femminili. La stravaganza delle fogge, gli aggeggi, le decorazioni non hanno più limiti. Capelli e nastri; capelli e farfalle; capelli e frutta, capelli sollevati da ghirlande d’amorini. La palma, il pappagallo, l’uva di vetro, la scala a chiocciola in rubini, tutto serve alle sue metamorfosi. Nomi e nomignoli franciosi distinguono le varie acconciature. La parrucca à la monte du ciel, di altezza vertiginosa; alla loge d’Opéra, parapettate in merletti; en pouf, sovraccariche di piume, nastri, gioielli; en pouf à sentiment, con rossignoli imbalsamati e gelsomini; à la Belle-Poule, con alberature, vele, cordami, dei veri vascelli incagliati in golfi di riccioli. Non mancano estimatori e laudatori in rima e in prosa. Il cavalier Ligulli di Vicenza nel primo tomo degli Annali politici e letterari del XVIII secolo ne tesse addirittura un panegirico:
«Che quella sia un’arte non ho bisogno di provarlo, non ci vogliono riflessioni per convincersene. Modificare con leggiadre forme lunghi filamenti dei quali la natura pare, che più tosto abbia voluto formare un velo che un oscuramento, assicurare a quelle forme una consistenza la di cui materia che vi si obbliga non pare suscettibile, dare all’abbondanza una regolare disposizione che faccia sparire la confusione e supplire alla mancanza con ricchezza fittizia, che inganna l’occhio il più penetrante, combinare gli accessori con i naturali, che debbono abbassare, o far risaltare; sostenere una figura delicata con delle leggere trecce, accompagnarne una maestosa con dei buccoli ondeggianti, ricoprire l’ineguaglianza dei luoghi con un contrasto e qualche volta con una bene immaginata consonanza; operare tutti quei prodigi con il solo aiuto d’un pettine ed alcune polveri di diversi colori è certamente quello che essenzialmente caratterizza un’arte: e non è un’arte quella che fa ogni giorno il parrucchiere? Non vi è toletta nella quale l’artista, che opera in questo tempo, non rinnovi ad ogni momento il più difficile dei prodigi della natura, quello di essere sempre uniforme e con tutto ciò sempre vario nelle sue produzioni. Il frutto della sua arte dura meno della primavera».

“PETTINATURA ALLA FLORA”

■ Nel 1797 lavorano a Venezia 852 parrucchieri che arricciano e pettinano capelli in gran parte importati da Parma e dalla Toscana. La parrucca bianca era la più elegante e costosa e perciò la preferita, nota il Morazzoni; tuttavia non si creda che fosse la sola ad adornare le teste veneziane: molte erano bionde e nere, quasi tutte confezionate a Venezia. Se per le teste maschili il conciateste Bartelemi nella sua «Enciclopedia del Pettinarsi» enumera e descrive quarantacinque modelli, immaginate il numero e la varietà delle parrucche da donna.
■ Sfogliate le stampe di Moreau, gli interni galanti dove le parrucche fanno dondolare i lampadari e toccano con i pennacchi i soffitti. Parrucche di Fragonard, parrucche di Laucret, parrucche di Watteau stormiscono al di sopra dei volti punteggiati di nei, avvolti in quell’impalpabile polvere rosa che faceva tremare il cuore del vecchio Voltaire. E il veneziano Longhi sfogliate; non vedrete soltanto parrucche e modelli di parrucche: nel segreto dell’alcova il conciateste manipola la testa della gentildonna come un prestigiatore. E Rosalba Carriera, e i ritratti cortesi del Bernini dove i buccoli schiumano e frascheggiano sonori come una pizzicata di contrabasso mozartiano.”