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Le donne friulane

Da La donna, Anno II – N. 285, 5-20 novembre 1916

Zona di guerra, Settembre 1916.

Bisogna ricordarle tra le più valorose sorelle. Esse lavorano in silenzio, indefessamente fin da prima che si dichiarasse la nostra guerra, quando dalle terre irredente ottantunmila profughi si riversarono nella regione ove s’iniziarono così tutte le opere di assistenza, di conforto, di beneficenza che poi si sono ampliate e applicate alle necessità di guerra.

“Sig. Francesca Nimis Loi di Udine.”

Queste donne friulane hanno nel loro sangue la più fervente italianità. Per la fatalità del loro destino, più che in altre regioni d’Italia, esse hanno forse sofferto e combattuto per la loro salvezza patria e serbano nel cuore la memore fraternità di dolore e d’amore per le vicine città che erano, che sono ancora irredente. E operano in una profondità, dirci in una santità di sentimento che le onora e le fa degne dell’ammirazione di tutte le altre donne d’Italia e della loro commossa gratitudine. Allo scoppiare della guerra fu un accorrere generoso ove il bisogno nuovo richiedeva attività, soccorso, sacrificio.
Gli asili, per i figli dei profughi accolsero i figli dei soldati, le cucine economiche ne alleviarono le famiglie e tutta la beneficenza cittadina si adoperò in favore dei combattenti e delle loro famiglie.

“Sig.ra Bona Luzzatto Weilschott
Prefettessa di Udine”

L’associazione «Scuola e Famiglia» presieduta da quella gentildonna, dedita con fervore lieto ed intelligente ad ogni opera di bene, che è la signora Francy Fracassetti-Antonibon, si ampliò con l’aiuto del Comitato d’organizzazione civile e poté accogliere un migliaio di bambini nei due splendidi locali forniti di cortili vasti, di giardini, di una palestra ginnastica, che si trasforma ogni tanto in sala di cinematografie, e d’ampie trincee ove i bambini venivano rifugiati durante le quasi quotidiane incursioni di aeroplani nemici di che Udine è stata deliziata fino a pochi mesi fa. I piccoli, oltre alle cure e all’insegnamento, hanno due refezioni giornaliere e sono rivestiti e forniti di scarpe, di quei zoccoli forti e igienici, perché atti a preservare dall’umidità, sconosciuti nelle nostre città meridionali. Hanno un volto roseo, sano che dà consolazione a chi si adopera per il loro bene. Le maestre sono tutte volontarie e non si stancano alla fatica quotidiana. La stessa benemerita signora Fracassetti si occupa anche, insieme alla signora Francesca Nimis Loi, un’altra anima gentilissima, dell’ufficio notizie e informazioni che a Udine è particolarmente importante ed è interamente disimpegnato da donne; centosessanta signore e signorine volontarie che ogni giorno provvedono al disbrigo delle infinite ricerche, con amore di tenere sorelle, senza trascuratezza alcuna di tempo e di mezzi, e alle quali spesso tocca anche il doloroso incarico di partecipare la sventura e la morte, ciò che fanno con incomparabile delicatezza e con cuore esperiente.
Lo stesso on. Boselli, visitando di recente quest’ufficio, volle rendersi conto del metodo di funzionamento, ne restò ammirato e inviò alle due signore che lo presiedono il seguente telegramma:
«Ammirai e sentii nell’opera loro la virtù del pensiero e del cuore ispirata da fervido patriottismo e da alto senso fraterno. La patria del Friuli è esempio eccelso d’italianità. Plaudo e saluto».

“Sig.ra Francy Fracassetti Antonibon di Udine.”

Ad Udine, per opera del Comitato di organizzazione civile, esiste anche il Corredo del Soldato sotto la presidenza onoraria del venerando senatore di Prampero e della prefettessa sig.ra Bona Luzzatto Weilschott, che ogni opera di bene avviva e incoraggia del suo interessamento instancabile e offre nella città friulana una signorile, cordiale ospitalità degna delle nostre migliori tradizioni. Il Corredo del Soldato ha raccolto lana, ha confezionato migliaia di capi di biancheria, di vestiari, di tende mercé l’opera indefessa della contessa e del conte de Brandis che vi dedicano tutta la loro attività.
Per i prigionieri, per alleviarne la durissima sorte, si occupa, corrispondendo con la Croce Rossa, la contessa Elisa de Puppi. Un posto importante ad Udine è quello di conforto alla Stazione dove accorsero, allo scoppiare della guerra, le dame della Croce Rossa, prime la contessina Bianca di Prampero, la marchesa di Colloredo, la signora Nimis. Divenne presidente dell’opera la signora Luzzatto e mentre le signore già nominate si dividevano negli ospedali e in altre opere, ella ne stabili l’organizzazione per il lavoro grandissimo che vi è richiesto. Dai luoghi di combattimento, dagli ospedali da campo giungono a Udine le migliaia di feriti e di prigionieri e a giorni, a migliaia sono stati distribuiti le razioni di latte caldo e di biscotti. Le bianche infermiere corrono con le ampie ceste cariche di tazze fumanti e col ristoro portano ai sofferenti il loro sorriso, il loro augurio fervido, la grazia del loro gesto gentile.

“Le infermiere dell’Ospedale Toffo di Udine.”

Oltre alla presidente, che ama di particolare amore questa istituzione di operosità quotidiana, sono benemerite le signore Camavito e Montini della Croce Rossa, che aiutate da cinquantatré signore e signorine piene di zelo, hanno dato al Posto di Soccorso tutta la loro amorevole attività.
E che dire delle dame della Croce Rossa?
Esse sono sparse un po’ dappertutto, al Posto di Conforto alla Stazione, nei diciannove ospedali di Udine, nei più avanzati ospedali da campo e ovunque portano l’abilità del sapere, la consolazione della loro dolcezza, lo spirito sublime di sacrificio.
Maggior numero di esse è all’ospedale di Toffo al quale ha dedicato tutte le sue cure la vicepresidente della Croce Rossa di Udine, la contessa Costanza di Colloredo, che in sala di medicazione, al reparto stomatologico, è instancabile dal mattino alla sera. Altre infermiere che non hanno mai tralasciato di prestare il loro preziosissimo ufficio, sono la contessa Amalia della Porta e la signora Pecile, nonché la signora Adele Luzzatto, decana delle infermiere, una delle più ardenti friulane che donò prima, cinquant’anni or sono, al primo soldato italiano che entrò in Udine la bandiera tricolore, ricamata da lei nascostamente durante l’infame servaggio, nell’attesa torturante del grande riscatto. E le ampie camerate del Toffo accolgono in turno altre cinquanta infermiere volontarie che all’assistenza ospitaliera dedicano intieramente la loro vita e al principio della guerra, quando tutta l’organizzazione non era completata, si sono prestate nei lavori più faticosi e più umili, non importa quale fosse la loro condizione sociale. Duchesse e contesse compirono ogni servizio richiesto dalle esigenze dell’ora, come le maestre mirabili di attività, di intelligenza, di patriottismo.
Al Seminario, altro ospedale di Udine, dal principio della guerra, si adoperano indefessamente modeste e nobilissime la contessa Arnaldi e la signora Murero.
E tre delle dame premiate di medaglia d’argento al valore sono pure di Udine: Fanny Luzzatto, Hilda Galli, Sara Battistelli. E di Udine era la contessina Bianca di Prampero che prima soccombette alle lunghe ininterrotte fatiche di infermiera.

“Marchesa Costanza di Colloredo.”

Nell’ospedale di Toffo, nell’ampio salone centrale, ebbe luogo nella estate scorsa la consegna delle suddette medaglie al valore. Per l’occasione la marchesa Costanza di Colloredo pronunziò il seguente discorso che esprime con felice fervore il pensiero e il sentimento di tutte le donne italiane.
Esso suona così:

«Nei giorni solenni dell’anno 1915, quando tutta l’anima d’Italia era tesa in un anelito di sacrificio noi donne, ognuna di noi donne, rimpianse di non essere un uomo.
«I nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli partivano verso le verdi Alpi su cui il nemico sedeva burbanzoso; partivano, la baionetta in pugno, il cuore saldo, l’occhio scintillante di gioia e di speranza e a noi pareva troppo bella la loro sorte, troppo umile la nostra di solitarie Penelopi.

“La sezione dell’ufficio notizie di Udine.”

«Ma presto ci siamo accorte che un còmpito c’era anche per noi, un compito più arduo, più virile, più urgente della passiva virtù di Penelope che richiede anch’esso saldo cuore, docili nervi e anima di madre. Tornavano i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri mariti. Quelli che tornavano, ahimè! quanto bisognosi di noi! Non solo le carni lacerate, le membra tronche e gli occhi spenti, ma il cuore che aveva troppo pulsato troppo odiato e troppo sofferto aveva bisogno di un tenero sguardo, di una carezza, di una voce soave.
«Allora, anche noi, spinte dall’amor di patria, dalla pietà e dalla sublime poesia del dovere, abbiamo lasciato le nostre case e mentre in ogni soldato si scopriva un eroe in ogni donna italiana si scoprì l’anima di una suora di carità. Non tocca a noi dire con quale gioia profonda e solenne viviamo coi soldati feriti dal mattino alla sera e dalla sera al mattino. Ci sentiamo ancora umili e piccole di fronte a voi, soldati! Abbiamo imparato da voi la sofferenza eroica e l’eroico silenzio!

Le più fortunate, quelle che vissero veramente la santa guerra di redenzione, sono le poche che poterono spingersi su su più vicino al fervore della lotta, che poterono accogliere i feriti subito, quasi alla prima dolorosa tappa di ritorno e che ebbero l’eco delle immani cose che essi avevano visto, udirono vicino l’urlo del cannone, sentirono l’ala della morte sfiorare la loro fronte.

«Tu che oggi ricevi dal tuo paese questa sacra medaglia che ti pareggia ai prodi, tu che fedele come una sentinella, che muore ma non arretra, hai continuato, durante il bombardamento di Cormons e del suo ospedale colpito, ad incuorare i figli d’Italia affidati a te, tu fosti tra le fortunate e noi t’invidiamo, tu che non hai tremato quando imminente poteva essere la morte, tu che hai nel cuore quella tenace fedeltà del dovere che regge tutta Italia in quest’ora. No, noi ora non rimpiangiamo più di non essere un uomo, ciascuna di noi può dire per se stessa la parola di un poeta il quale dice a un suo eroe: «Forte come un uomo».
«Oh! sì, lasciateci quest’orgoglio di sentirci forti specchiandoci in questa, che con le intrepidi compagne, rappresentò così nobilmente le infermiere d’Italia!
«E tu lascia che io ti abbracci a nome di tutte le tue compagne di fatica e di abnegazione, a none di tutti che come te sanno che un’italiana oggi non trema».

E il pensiero dei soldati, che la tenerezza e la cura amorosa di un’infermiera consolano nelle ore della sofferenza e del dolore, si può riassumere in questa dedica che ho sotto gli occhi, scritta a tergo di una fotografia donata dai feriti appunto alla Marchesa di Colloredo. Eccola:

«Nobiltà di lignaggio armonicamente fusa in ogni più delicata virtù fanno di Costanza Roberti di Castelvero marchesa di Colloredo la dama eletta.
«La lagrima che bagna il suo occhio dolce ed offusca il suo sguardo sereno, la carezza delicata della sua mano diafana, la soavità della sua voce pietosa, la rendono agli occhi nostri madre e sorella impareggiabili.
«Con animo grato ed a loro ricordo gli ufficiali feriti».

“Feriti e infermiere dell’Ospedale Militare di Udine.”

Così le donne friulane onorano altamente nelle opere civili e di assistenza di quest’ora grave e grande di guerra, tutte le loro sorelle di patria.
Ma non si contentano e fanno altro: esse già provvedono ad istituire nuove industrie tra le donne della regione per farla più ricca e per aiutare l’Italia anche nella sua opera di indipendenza industriale e commerciale.
Di questo dirò altra volta.
Perché dobbiamo conoscere l’opera e l’animo di tutte le donne d’Italia, dobbiamo tutte sentirci unite in uno stesso sforzo e trarre conforto ed emulazione le une dalle altre per il fine nobilissimo della grandezza nazionale.
Ester Danesi Traversari.”

Torri di latta e serpi spinosi

Da La donna, Anno XII – N. 274 – 20 maggio 1916

“La lavorazione delle lamiere di latta, sorta come semplice reparto annesso alle fabbriche di conserve, con lo scopo di produrre i recipienti occorrenti alla fabbrica stessa, si costituì poi man mano in stabilimenti distinti e specializzati, destinati esclusivamente alla fabbricazione delle scatole prima occorrenti all’industria locale c poi in seguito ad altre industrie e per prodotti anche diversi dalle conserve. Sampierdarena conta ben 14 fabbriche del genere, con 1500 operai, dei quali circa 900 sono donne; Torino, Milano, Napoli, ecc. contano fabbriche per la lavorazione della latta, per scatole di conserve alimentari, scatole per sigarette italiane e straniere, cartelli réclame, scatole per dolci e cioccolato, prodotti farmaceutici e via dicendo.
Moltissimi, fra questi stabilimenti, si sono oggi dedicati alle forniture militari, particolarmente di bicchieri e di gavette. Tanto che, se si facesse un esperimento….. e si mettessero l’una sopra l’altra le gavette, per un milione di gavette si farebbe una torre alta duecento metri e con 10 metri di base quadrata, cioè più alta della Mole Antonelliana, che misura soli 167 metri e 50 centimetri !
E con le stesse gavette, si farebbe una piramide di base quadra, larga 50 metri e alta 40. Altro che Faraoni d’Egitto!

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Macchine tessitrici.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

La lavorazione della latta è qualcosa di eccezionalmente curioso e interessante.
I fogli di latta vengono tagliati nelle forme desiderate per le scatole, cartelli, ecc., e poi vengono passati al reparto litografico. Se si usassero le macchine comuni della litografia, data la rigidità del foglio di latta, per quanta pressione venga prodotta su di esso, non si riuscirebbe ad imprimere nettamente i tratti del disegno, ma esso risulterebbe a false tinte e incompleto. Tali inconvenienti vengono appunto rimossi, introducendo un cilindro intermediario rivestito di un foglio di caucciù, il quale è destinato a rilevare il disegno dalla pietra litografica per portarlo ed imprimerlo dolcemente e completamente sulla latta.
Molte volte il foglio di latta deve avere un fondo colorato uniformemente prima della litografatura; e questo colore è distribuito da due cilindri e quindi viene essiccato a caldo. Per alcune scatole, oltre alla litografia, sono richieste parole o fregi in rilievo, ed a questo scopo i fogli vengono sottoposti all’azione di potenti bilancieri o presse, muniti di stampi di acciaio temprato col disegno voluto. Vi sono poi macchine per variegare, spruzzare, dorare e bronzare.
I fondi dei coperchi sono lavorati da ingegnose macchine speciali. Altre macchine tagliano i fogli litografati, piegano i bordi, saldano eventualmente i fondi.
Per le conserve alimentari, si lavorano le scatole secondo i prodotti che debbono confezionarsi. Ed è interessante sapere i mesi di lavorazione dei principali prodotti:
PISELLI: aprile-maggio;
CILIEGIE: maggio-giugno;
PESCHE, ALBICOCCHE, PRUGNE: agosto, settembre, ottobre;
POMODORO: agosto-settembre;
FUNGHI: dicembre, ottobre, novembre.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Il filo in matasse per la lavorazione.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Quanto più la materia è di facile deterioramento tanto più si deve intensificare la produzione dei recipienti e la confezione in scatole.
Le scatole per l’olio sono invece ancora più variabili nella forma, nelle dimensioni, nelle diciture, e dipendono essenzialmente dalle ordinazioni avute dal grossista.
Un’ altra industria, eccezionalmente interessante e preziosissima oggi per la preparazione bellica, è quella dei radiatori.
Il radiatore è un apparecchio, necessario nei motori a scoppio, per raffreddare le pareti dei cilindri e delle valvole, che altrimenti dopo pochi giri del motore si porterebbero ad un grado di riscaldamento non compatibile col buon funzionamento del motore stesso. Nel radiatore una quantità piccola d’acqua può venire in contatto con una grandissima superficie metallica radiante. Per esprimersi volgarmente, il radiatore è la parte anteriore delle automobili, che si presenta di fronte a chi guarda come un quadrato o con altre forme geometriche, ricoperto di una parete a rete a quadrettini bucherellati.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Macchina tessitrice.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Questa rete apparente non è che il risultato della saldatura, l’uno vicino all’altro, di circa 6000 tubetti quadri, che formano così il radiatore a nido d’api (nid d’abeilles), che offre una grande superficie di raffreddamento, circa 20 mq. di superficie per 6 litri d’acqua di cui è capace il radiatore.
Una volta, la costruzione dei radiatori era fatta negli stabilimenti di automobili, ma oggi è divenuta un’importante industria a parte, in causa del grande numero di macchine che si costruiscono; gli operai e le operaie di essa sono molto rari e ricercati.
Ho detto le operaie, perché il paziente lavoro di saldatura a fiamma ossidrica dei 6000 tubetti per ogni radiatore è proprio fatto dalle donne. Credo che vi siano poche industrie i cui procedimenti siano così curiosi ed interessanti come quelli della fabbricazione dei radiatori, la cui moltiplicità di elementi e il cui adattamento individuale richiedono una particolare maestria. Ed in questi lavori di pazienza, di agilità e di prestezza leggera e pronta, le operaie sì sono rivelate preziosissime cooperatrici del lavoro maschile, anzi le sole capaci di perfettamente eseguire tale mansione.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Telai.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Ma l’abilità femminile non si ferma qui. Altre industrie hanno applicato l’opera della donna alle loro lavorazioni: e ricorderò qui due forme interessanti d’industria, le reti metalliche e i fili spinosi.
I telai meccanici erano, una volta, destinati a tessere il lino, il cotone, la canapa e la lana. Nel piano di Pisa, in quello di Torino, in Lombardia, nel Veneto, nell’Italia Centrale e Meridionale e Insulare, dovunque insomma si poteva, la donna impiantava il suo telaio domestico e lavorava, non solo per sé, pel suo corredo e per la famiglia, ma ancora per i mercanti, che passavano periodicamente a comperare i teli fabbricati.
Poi l’industria creò gli stabilimenti coi telai meccanici; e venne la trafilatura, a trafilare anche il metallo, rendendolo sotto forma di filo, grosso, sottile, magari capillare a volontà; così il telaio fu adattato a tessere anche il filo metallico.
Ma la donna rimase l’operaia, e noi la ritroviamo accanto ai telai meccanici, a lavorare, con la spola a mano, le tele di zinco o di rame o di ottone, dai disegni ampi e facili alle trame veramente meravigliose, finissime, microscopiche, destinate alla fabbricazione della carta o alla crivellatura della polvere da sparo o di prodotti chimici.
E non basta.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Bobine avvolgitrici.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

I soldati fanno, al fronte, i cavalli di frisia, piantano i reticolati a difesa delle trincee, e stendono centinaia di chilometri di filo spinoso, irto di aculei.
Ma questo serto è fabbricato dalla donna. Sono le donne, nei pacifici e lontani stabilimenti che accudiscono alla torcitura dei fili zincati e alla creazione di quei rami di spine artificiali, che, tesi di fronte al nemico, difenderanno le moderne trincee dagli assalti disperati di quegli eserciti assediati e sicuri della finale sconfitta. Il dente, la spina, che il lavoro femminile ha incastrato di palmo in palmo, fra i fili che s’intrecciano, è li pronto ad offendere e a difendere i nostri valorosi soldati.
E la storia si ripete. Noi ci meravigliamo della donna balcanica, che segue, come le serbe o le montenegrine o le albanesi, il marito o il padre o il fratello al campo, e lo fornisce di cibo, di armi, di cartucce? Ma che fanno le donne nostre? In questa guerra moderna, modernamente forniscono i loro uomini delle armi e delle vettovaglie, e con un paziente lavoro industriale, elaborano i possenti mezzi di offesa e di difesa per i loro uomini, là sul campo, difensori della Patria.
Avv. P. C. Rinaudo.”

La scuola elementare in Piemonte alla fine dell’Ottocento

In questo periodo in cui il governo italiano valuta di introdurre controverse riforme scolastiche, diamo uno sguardo a com’era la scuola alla fine del XIX secolo in Piemonte sfogliando una “carta d’ammissione e di frequenza” per le Scuole Elementari del Comune di Novara.

L’anno scolastico iniziava ad ottobre e terminava in agosto.
La scuola elementare durava 4 anni e l’orario scolastico era suddiviso in due lezioni, con orari diversi a seconda del mese. Le due lezioni potevano anche avere un orario continuato. Spettava ai Maestri (con la “M” maiuscola) compilare gli orari, oppure agli alunni su indicazioni di questi.

Secondo le Istruzioni minsteriali del 17 giugno 1896, la ginnastica non faceva media, ma per le scuole femminili invece faceva media il voto in “Lavori donneschi”.
Le materie:
– Condotta
– Lettura, esercizi di memoria, spiegazione delle letture fatte a scuola ed in casa
– Dettatura
– Esercizi del comporre
– Aritmetica pratica
– Storia, geografia, diritti e doveri del cittadino
– Calligrafia
– Ginnastica
– Lavori donneschi
Le classificazioni erano mensili, veniva poi scritta la media annuale per ogni singola materia.
Fondamentale anche il numero delle eventuali assenze.

Gli esami si strutturavano in due distinte sessioni, al termine della 2a e della 4a classe.
Ogni sessione consisteva in 2 prove scritte (componimento e dettatura), dalle quale veniva ricavata una media, e 3 prove orali: lettura, spiegazione e riassunto delle cose lette e nozioni di grammatica; aritmetica pratica; storia, geografia, diritti e doveri del cittadino.
Completava la sessione anche una prova di calligrafia.
Per l’ammissione alla prima sessione, fondamentali le medie in condotta o in profitto, che dovevano essere almeno del 6 (su 10), e il numero delle assenze, giustificate o non, che non dovevano superare la metà del numero totale delle lezioni, calcolandone due al giorno.
Alla prima sessione d’esame l’alunno poteva essere promosso con dispensa dalla sessione, prosciolto dall’obbligo dell’istruzione elementare o licenziato dal corso elementare superiore, oppure veniva bollato come “non approvato”.

Nota a margine:
“Non può conseguire l’approvazione un candidato che in ciascuna delle prove orali e scritte degli esami non abbia meritato in punti un 10.”

Nel libretto era presente l’attestato finale da compilare con cognome (si diceva “prenome” all’epoca) e il nome del candidato e il nome del padre. L’attestato doveva dichiarare se l’alunno avesse ottenuto una media non inferiore all’otto in condotta, al sette in profitto e se avesse ottenuto l’idoneità (la sufficienza diremmo oggi) in tutte le materie.

Non mancava l’elenco dei “Doveri principali dell’alunno”:
1° L’alunno dev’essere sempre costumato, pulito nelle vesti e nella persona e coi capelli ravviati.
2° Dovrà portarsi sempre e dovunque da giovane bene educato per dimostrare che ricava profitto dai paterni consigli del suo Maestro. Per le vie camminerà composto, senza gridare, nè cantare, nè fischiare, e mai pronunzierà parole sconce e triviali.
3° Parlando coi Superiori, si terrà diritto sulla persona e rivolgerà loro lo sguardo.
4° Incontrando dei Superiori deve salutarli rispettosamente, e, se trovasi seduto, è obbligato ad alzarsi.
5° La scuola, che è il santuario consacrato all’istruzione della mente ed all’educazione del cuore, è il luogo che merita maggiore rispetto.
6° L’alunno si deve recare alla scuola nell’ora stabilita dall’orario, ed in caso di legittimo impedimento, pregherà i genitori di renderne avvertito il Maestro.
7° Messo nel luogo assegnato il cappello ed il mantello, deve entrare in classe silenzioso e recarsi al proprio posto.
8° E vietato all’alunno:
a) di gettare sul pavimento carta od altro;
b) di insudiciare i banchi, i muri ed i libri;
c) di portare libri, stampe ed altri oggetti estranei all’insegnamento;
d) di muoversi dal posto senza il permesso del Maestro;
e) di far sua cosa alcuna appartenente alla scuola od ai compagni;
9° L’alunno deve alzarsi in piedi ad ogni chiamata del Maestro, o all’entrata in iscuola dei Superiori o di persone autorevoli, e non sedersi senza averne ottenuto il permesso.
10° Quando il Maestro spiega, deve stare composto ed in silenzio, attento, con gli occhi rivolti a lui.
12° Ogni alunno deve amare i suoi condiscepoli, come se fossero tanti fratelli.
13° Chi, commesso un fallo, francamente lo confessa, sarà punito leggermente; ma chi, nascondendo la mancanza, espone i compagni ad essere incolpati e puniti in sua vece, commette un atto vile, e, scoperto, verrà punito rigorosamente.
14° Ritornando dalla scuola a casa, deve salutare i genitori, e negli intervalli da una lezione all’altra — e specialmente nei giorni di vacanza — fare qualche lavoretto, studiare, e prestare ai genitori quei servizi di cui venisse richiesto.