Dalla Rivista Mensile del Touring Club Italiano, Anno XV, N. 3, marzo 1909.
Di Silio Scarpani.
” ■ Per chi è dedito ai viaggi ed ama farsi un concetto preciso delle popolazioni in mezzo a cui è passato — le costumanze tradizionali dei diversi paesi, al pari dei loro monumenti e dei loro linguaggi, offrono ampia materia di osservazioni concludenti e di raffronti sicuri, e gettano sul passato di ciascuna stirpe una luce singolarmente interpretativa.
■ Fra le popolari solennità, quella forse fra tutte che meglio si presta a stabilire con esattezza le analogie e le differenze di temperamento, di mentalità e di civiltà fra le varie genti, è il Carnevale; poiché il Carnevale è antico come l’animo umano, poiché esso rappresenta un istinto, una necessità organica universale, un tributo alla comune natura, a cui nessun popolo si poté mai sottrarre in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini. E più ancora si presta perché in questo impeto periodico dello spirito che straripa tumultuosamente dalla cerchia delle convenzioni, frangendo perfino i freni ordinari del vivere sociale, l’anima d’una collettività erompe nuda e sincera e disegna con nitidezza e semplicità quasi schematiche i contorni della propria fisonomia.
■ In vino veritas — sentenzia un adagio vecchissimo. Ebbene, il carnevale è la breve ebbrezza delle generazioni.
■ Mette dunque conto dal punto di vista poco sopra espresso, di fare una rapida rassegna degli usi carnevaleschi, massime in quest’anno che la festa con tutto ciò che un giorno soleva connettervisi pare dibattersi negli ultimi aneliti, pel fatale marasma che la consuma.
■ Fra pochi lustri parlare di Carnevale non sarà più di moda; la festa, anche di queste settimane, avrà perduto la sua attualità. E ciò si può ritenere per certo, dal momento che l’occuparsene ha già fin d’ora un malinconico sapore di commemorazione.

■ Infatti del Carnevale sono bensì sopravissute, per tenace forza d’inerzia, alcune scarse e povere forme esteriori; ma il principio intimo e spontaneo che le suscitava e dava loro la vita e la ragione d’essere; ma la letizia schietta ed impulsiva, la enorme e grassa allegria che presiedeva e suggeriva il rito giocondo ai nostri padri antichi, non è più.
■ Però, riflettiamo. Era proprio gioia nel senso corrente ed umano della parola, la iddia dei carnevali d’una volta?
■ Io per me sarei tentato di dubitarne.
■ A ben pensarvi si trova che, in fondo, non c’è poi un grande divario psicologico fra la follia immane e brutale che si solleva a turbini dai carnevali di New York (per citare una località di grande modernismo) dove i cittadini vanno a gara nello stordirsi di alcool e di rumori — ed il delirio selvaggio dei baccanali greci, in cui un popolo che possedette sopra tutti al mondo l’estetica della misura, godeva imbestialirsi di sensualità sino alla violenza ed al furore.
■ In entrambi i casi noi notiamo lo sforzo dei celebranti a persuadere sé stessi d’essere felici, a dimenticare qualcosa di molesto e di pesante, ad illudersi circa il destino opprimente di lavoro e di saggezza che, trascorsa la immemore parentesi, tornerà ad abbattersi sugli uomini e a farli schiavi.
■ La giocondità serena e sincera che si traduce nel riso largo scaturente dal cuore, non è dunque e non fu la trionfatrice di queste cerimonie, tanto nel secolo XX, quanto nella lontana êra periclea; nella metropoli degli affari, come nella patria dell’arte.
■ Trattasi piuttosto di una frenesia spasmodica che ha per espressione, quasi direi per sigla, la smorfia, che l’emblema carnevalesco per eccellenza — la maschera — ha così fedelmente raccolta e fissata nella rigida immobilità de’ suoi sberleffi.
■ Le origini del Carnevale?
■ Arduo compito per non dire impossibile, se si pensa che sotto qualunque nome ed in qualsiasi tempo festeggiato, esso rispose sempre ad un bisogno igienico dell’organismo umano: doveva servire di valvola di sicurezza alle esuberanze popolari compresse dai doveri imposti dalle leggi e dalle convenienze.
■ Semel in anno licet insanire — proclamava la saviezza latina; ma sarebbe stato forse più esatto correggere: insanire oportet.
■ Senonché i carnevali della latinità erano più numerosi di quanto tale sentenza volesse lasciar credere e certamente più dello stretto indispensabile.
■ I baccanali, i lupercali, i saturnali offrivano frequenti occasioni al desiderio nostalgico d’insania e di licenza.
■ Quest’ultimo rito è quello che traccia in modo più evidente la linea caratteristica della solennità. I saturnali costituivano la festa dei servi: per un giorno gli ordini sociali venivano a confondersi, o meglio, a capovolgersi: il che favoriva e giustificava in certo modo l’impulso da parte dei cives e dei patrizi ad incanaglirsi.

■ In questo particolare noi possiamo ravvisare la linea saliente della tradizione, che permette agli infimi di godere, mediante i travestimenti, d’una passeggiera finzione di grandezza, ed ai grandi di provare, con lo stesso mezzo, un senso di soddisfazione e quasi di liberazione sfuggendo al peso della loro stessa dignità.
■ Ma prima dei romani, oltre agli elleni, altre genti celebrarono le feste della follia: gli ebrei, per quanto austeri di costumi e di pensiero, ebbero il loro Purim che cadeva precisamente nell’epoca del nostro Carnevale — e gli Egiziani fin dai tempi prefaraonici s’abbandonavano alle sfrenatezze di cui offrivano pretesto i misteri del bue Api.
■ Però, bisogna riconoscerlo, la culla del Carnevale e quasi diremmo il suo paese d’elezione — quello cioè in cui la solennità assunse le forme più tipiche — fu l’Italia.
■ Sarà l’azzurro intenso del nostro cielo, sarà la gaiezza incantevole delle nostre terre e delle nostre marine che disposero maggiormente il cuore alla spensieratezza e che lo indussero ad accordarsi alla grande armonia esultante per l’aria e su dalle cose che lo circondavano?
■ Può darsi. Può darsi anche che un tal fatto si debba alle orme profonde ed incancellabili che la civiltà romana ebbe a stampare nell’indole e nelle consuetudini di una lunga teoria di posteri.
■ Infatti venne bensì sul declinare del grande impero, il cristianesimo e conquistò in breve al verbo nuovo le turbe miserabili di tutti i vinti e di tutti i percossi dalla insaziabile e dominatrice rapacità quirite. Ma quella religione di umiltà, di rinunzia e di inquietudini oltra mondane non penetrò l’epidermide del nostro popolo. L’anima latina rimase tal quale, pagana ed incurante nel profondo, poiché col tramontare dei vecchi Dei e con l’inabissarsi dello Stato romano il cielo aveva pur continuato a brillare del suo terso turchino ed il suolo non aveva messo gramaglie.
■ Il paradiso si sostituì all’Olimpo; ma la liturgia, anche mutando indirizzo, si mantenne nella sua sostanza quasi invariata.
■ Baccanali, lupercali e saturnali sopravvissero alla grande rivoluzione: soltanto assunsero una diversa etichetta.
■ Il carnevale del medio evo fu meno dissoluto delle orgie classiche; ma più grossolano e triviale. E tanto s’impose che, agli inizi, esso veniva sanzionato dalla partecipazione del clero il quale direttamente lo organizzava nell’interno stesso dei templi.
■ Di tale costume testimonia ancora entro le più vecchie cattedrali l’umorismo grottesco e balzano di mascheroni, di gnomi e di mostri marmorei rilevanti intenzione e pensiero manifestamente profani.
■ Invano, fino dai primi secoli dell’êra, Tertulliano, S. Cipriano, S. Clemente e S. Giovanni Crisostomo fulminarono queste larvate manifestazioni di paganesimo colle loro più veementi filippiche. Invano S. Agostino e S. Ambrogio le condannarono come pratiche ereticali; la data dei sollazzi, dei bagordi e delle stravaganze andò affermandosi sempre più e salendo in grande onore: — e al fiero arcivescovo di Milano doveva toccare il postumo oltraggio d’un privilegio alla solennità diabolica accordato nella propria città sotto forma di appendice che per colmo d’ingiustizia prese il titolo di carnevalone ambrosiano.
■ Durante il Rinascimento italico il carnevale, come tutto il resto, ebbe il suo crisma di genialità: le pratiche ad esso inerenti ricevettero il loro assetto definitivo; la maschera, impassibile volto anonimo, livellatore d’ogni ordine sociale, aggiunse esca ed assicurò tolleranza ed impunità alla licenza.
■ La moda dei carnevali italiani si diffuse negli altri paesi e non vi dico se trovò ospitale accoglienza.
■ Ma il primato dei carnevali restò pur sempre all’Italia.
■ Roma, Firenze, Venezia furono per lungo volgere di secoli maestre nell’arte della pazzia.
■ La città eterna ne andò famosa fino al secolo scorso ed il Goethe ce ne lasciò una delle sue più vive descrizioni.
■ In queste contingenze soleva sopratutto esercitarsi l’indole mordace che è propria dei tardi nepoti di Romolo. Pasquino e Marforio non sono certo due figure carnevalesche; ma è sopratutto in questo periodo che essi aguzzavano la punta dei loro terribili strali.
■ Tuttavia le consuetudini che individualizzavano il carnevale romano erano specialmente due: la moccolata e la corsa dei barberi.
■ La prima consisteva, come lo dice la stessa parola, in una luminaria mobile di candele portate a mano da ciascuno… degli ufficianti.
■ Una folla di migliaia e migliaia di persone raccoglievasi la sera del martedì grasso nella vasta piazza innanzi alla Basilica di S. Pietro. Fra le persone ivi raccolte si impegnava una gara accanita e disordinata a spegnersi ed a rubarsi a vicenda i moccoli, e, vista ad una certa distanza, quella moltitudine presentava lo spettacolo imponente e fantastico di un oceano burrascoso dalle mobili onde incandescenti.
■ Della corsa vale la pena di dire qualche parola tanto più che non vi osta la natura della nostra Rivista.
■ Tale gara di animali eccitati ed inferociti dallo spavento e dalle dolorose battiture, prese il nome dai cavalli speciali che vi si usavano, cavalli che originariamente mandavansi a comperare nelle regioni settentrionali dell’Africa le quali tuttora ne forniscono una razza bellissima e generosa.
■ La prova doveva aver luogo per un tratto del «Corso» — oggi corso Umberto I — lungo 865 tese, pari a metri 1586 circa.
■ Per tutta la settimana precedente alla corsa si vedevano gli scudieri condurre a mano i loro cavalli facendoli caracollare pel «Corso» e porgendo ad essi una razione d’avena nel punto destinato a servire d’arrivo alla galoppata.
■ Nel giorno destinato, la via era gaiamente parata a festoni: nella piazza di Porta del Popolo si vedevano gli eleganti corsieri scalpitare, sventolando sulle teste altere ed irrequiete dei bellissimi pennacchi piumati e recanti sulla groppa sontuose gualdrappe ai lati delle quali erano attaccate punte d’acciaio e foglie d’orpello che battendo sui fianchi dovevano pungere i corridori, terrorizzarli ed incitarli fino al parossismo.
■ La schiera impennata, ardente e nitrente veniva trattenuta da un canapo teso in senso trasversale al «Corso».
■ Uno squillo di tromba: la corda cadeva ed i cavalli si lanciavano ad una fuga disordinata, furibonda e vertiginosa, sopravvanzandosi, raggiungendosi, tentando di mordersi e di urtarsi per trattenersi e sopraffarsi a vicenda — finché, giunti, come oggi direbbesi in linguaggio sportivo, al traguardo, una grande striscia di tela bianca fermava il loro impeto e li dava, ancora tutti frementi e bianchi di spuma, in mano ai rispettivi mozzi.
■ Parecchie insigni famiglie romane, come i Borghese, i Colonna, i Barberini, i Santa Croce ed altre, tenevano, espressamente destinate a codesta occasione, delle fiorenti e costose scuderie.
■ Ma la Corsa dei barberi presentava grandi pericoli e dava luogo sovente a raccapriccianti disgrazie, ed è perciò che il nuovo Governo d’Italia fu costretto a sopprimerla nel 1884.
■ Cosi essa fini anche a Bologna ed a Siena ove era grandemente in onore. In quest’ultima città permase però il Pallio, sport venerabile per quanto posteriore, che riassume la più cara tradizione senese: quella delle Contrade.
■ Anche a Firenze i festeggiamenti carnevaleschi erano celebri e tradizionali massimamente sotto lo splendido Governo dei Medici che li presero con grande cura a proteggere ed incoraggiare: insigne documento storico-artistico ne costituiscono i superbi Canti Carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico, il principe poeta.
■ A Firenze si manifestò presto l’abitudine, fra le varie comitive, d’impegnare per via delle cortesi battaglie servendosi come proiettili di sassolini, i quali man mano aumentando… di calibro, vennero proscritti ed in seguito sostituiti con dei frutti, poi con dei confetti e finalmente, per misura economica, con della polvere e dei finti coriandoli di gesso dei quali si fa sciupio nei poveri e volgari carnevali moderni.
■ Ma il carnevale più bello, originale e sincero, forse l’unico schiettamente sentito, fu quello di Venezia, la città strana, magica e coreografica, la quale sembrava avvolta in una perenne atmosfera voluttuosa ed entro cui tutte le maschere d’Italia che andavano sui palcoscenici erranti della Commedia a soggetto, godevano diritto di cittadinanza per tutto il corso dell’anno mentre nel giorno precedente alle Ceneri esse si identificavano al pubblico e trionfavano su tutta Venezia parata, multicolore e scintillante.
■ In cima ai campanili ondeggiavano maestosi i pennoni col leone alato di S. Marco mescolando i colori della Serenissima a quelli delle altre Nazioni i cui vessilli svariavano dalle antenne.
■ Le gondole patrizie percorrevano i canali straccariche di maschere imparuccate ed incipriate; sui ponti marmorei altre maschere cenciose si pigiavano e fra queste e quelle volavano e si incrociavano acuti frizzi.
■ Ove se n’era andata l’autorità e la distinzione sdegnosa della razza nobile, orgoglio della Repubblica oligarchica? Quel giorno non v’erano più patrizi né plebei, dominatori né servi ma solo dei tipi sommariamente riassunti dalla maschera: c’erano dei Pantaloni paterni, dei furbi Brighella, degli Arlecchini verbosi, dei Pulcinella dal grosso naso a gobba e dal mento lungo, saliente ed arguto, dei Florindi sospirosi e delle civettuole Rosaure.
■ Simpatiche ed oneste persone — diciamolo pure — nei giorni di carnevale, poiché in altri tempi non di rado servivano a celare delle birbe, dei prepotenti e dei micidiali. I membri misteriosi del terribile Consiglio dei Dieci recavano al volto la maschera, e la maschera nascondeva ordinariamente e non solo a Venezia — anche i lineamenti dei sicarî e dei carnefici. Fra le città del Veneto che si sforzarono di non essere in questo troppo al disotto della Regina dell’Adriatico, va annoverata Verona con le sue Gnoccolate o carnevali dei gnocchi come ancora sogliono colà denominarli, feste che sebbene portino un’intitolazione gastronomica, servono a rievocazioni storiche di grande fedeltà e di grande effetto.
■ E si può dire invero che la ferrea età resuscitata nelle diverse epoche con le sue cavalcate di guerrieri coperti di metallo, con le sue giostre, il suo Carroccio, non stoni per nulla fra quelle mure vetuste, oscure e severe.
■ Ma più tradizionali ancora e più intonate alla virile fibra degli abitanti erano le mascherate storiche che avevan luogo in Piemonte.
■ Torino è celebre per stupendi torneamenti, per le sfilate e le riproduzioni d’avvenimenti grandiosi del proprio passato: non sono molti anni che fu rappresentato l’assedio di Torino ed il sacrificio di Pietro Micca nei luoghi stessi ove si racconta che i fatti fossero accaduti. La «Cittadella» offriva uno sfondo suggestivo alla coreografia delle schiere armate caracollanti sulla vasta piazza e da ultimo perfino si giunse a riprodurre la scena leggendaria ed eroica che legò alla posterità il nome del martire biellese, con relativo scoppio di mina. Ma purtroppo anche i carnevali di Torino se ne sono ormai andati nel lento naufragio che inabissa dappertutto con inesorabile fatalità la vecchia costumanza.
■ Solo ad Ivrea essa è rimasta bella, viva e vibrante nella freschezza gloriosa del ricordo, la città d’Arduino la ripete ormai da più di cent’anni ed intende commemorare con essa la più fulgida pagina della sua storia popolana: l’insurrezione degli Eporediesi avvenuta nel 1194 contro il marchese Raineri di Biandrate, imposto a quella città dalla potenza e prepotenza del Barbarossa.
■ Più che storia però il tragico episodio ricordato e narrato dal popolo, ha ormai tutti i caratteri della leggenda: una leggenda ingenua e gloriosa la cui rappresentazione, sia pure nella settimana dedicata ai frivoli sollazzi, era germe un secolo fa di sdegni virili e di sante aspirazioni patriottiche.
■ Ma si può dire che in essa siano stati mutati quasi tutti i termini del fatto storico che vi diede origine.
■ Il tiranno non è più il Biandrate, ma Guglielmo di Monferrato, forse per la confusa memoria della esecrazione che la dominazione di quei marchesi aveva altra volta suscitato nei cittadini d’Ivrea. La causa della rivolta non si attribuisce già all’inasprimento dei balzelli ed alla brama acuta di libertà; essa assume forma e sostanza un poco più romantiche. Una fanciulla — la bella Mugnaia della Dora — è l’eroina di questa epopea.
■ Narra adunque la tradizione che Violetta, formosissima figlia di un mugnaio, doveva sposarsi con Toniotto, un gagliardo ed umile garzone del luogo.
■ Ma allora vigeva il ius primae noctis, ed il marchese — sopratutto in questa circostanza — ci teneva a farsi pagare l’iniqua tassa sul maritaggio.
■ Violetta naturalmente non vuol saperne: essa ama Toniotto e vuol essere unicamente sua. Si ribella agli sgherri inviati dal tracotante signore per condurla al castello; e mentre costoro tentano di trascinarvela a forza, viene liberata dall’intervento provvidenziale e cavalleresco di Alfredo, figlio del dispotico marchese del quale — ahimè, povero Toniotto! — la bella Mugnaia riconoscente, di punto in bianco si accende d’amore.
■ L’idillio ha appena il tempo di filare i primi stami, che Alfredo vien fatto imprigionare dal genitore corrucciato contro quel proposito di nozze plebee e specialmente contro la irrispettosa mania del figliolo di guastargli le avventure amorose.
■ Violetta è un brutto giorno rapita per mandato di quel vecchio peccatore di marchese. Ma mentre essa si divincola nell’amplesso ripugnante del bravo che la tiene a forza sulla larga groppa di un cavallo galoppante in fondo ad una tortuosa gola alpestre, ecco sbucare un soldato e farsi addosso, con grand’impeto di colpi, al rapitore. Costui non ha neppure il tempo di gridare «Mamma mia!» che vien steso morto al suolo. Il vincitore afferra come una preda la fanciulla, se la issa sul proprio cavallo e via di carriera.
■ Giungono ad una borgata, ove trovano ospitale accoglienza.
■ Il soldato, forse per asciugarsi il sudore, forse — perchè nò? — per ricevere un meritato ringraziamento dalla bella salvata, si slaccia la barbuta.
■ Indovinate un po’ chi è?
■ Toniotto, proprio il povero e bravo Toniotto il quale si assume anche l’incarico di liberare il suo fortunato rivale Alfredo di Monferrato, dalla prigione in cui stava rinchiuso, per ridonarlo all’amore di Violetta.
■ L’evasione è concertata, ma nel tentativo di fuga il giovine marchese viene sorpreso dai guardiani e ferito gravemente nonostante la prode difesa di Toniotto che vi lascia la vita.
■ La notizia è recata all’infelice Mugnaia che giura vendetta per sé e per i concittadini da anni frementi sotto il giogo esoso. Ella scende fra il popolo e le sue parole sono scintille che sollevano un incendio d’ira e di violenti propositi.
■ La fanciulla finge di acconsentire alle pretese del vecchio castellano, offrendosi come riscatto di Alfredo.
■ Ma il marchese Guglielmo senza tuttavia rinunciare ad essa, la conduce in chiesa ove, sopra un catafalco, esanime essa mira l’amor suo.
■ La disgraziata Violetta allora si consacra tutta alle rivendicazioni di Ivrea. Si lascia condurre negli appartamenti del marchese e mentre questi fa per ghermirla, dà fuoco ai cortinaggi.
■ La muta anelante d’odio e di sangue degli armati che sono intorno al castello, scorge il segnale ed imprende l’assalto e la distruzione di quelle mura temute e maledette.
■ Il vecchio Marchese avverte solo in quel punto la feroce rivolta che lo minaccia, ma mentre è per correre ai ripari, la bella Mugnaia lo pugnala e poscia, inorridita, si lancia nella fornace ruggente dell’incendio.
■ Strano motivo questa truce istoria per tripudi carnevaleschi! Eppure fra le nostre feste di martedì grasso è quella che si è mantenuta viva più a lungo, più integra nel cuore e nelle abitudini dei maschi abitanti d’Ivrea.
■ Ogni anno la rievocazione si compie con la gravità che il popolo piemontese suol mettere anche nelle proprie baldorie.
■ Il dramma si ripete in tutte le sue appassionanti fasi: ricchi e poveri ogni anno ne interpretano i personaggi famosi. Dopo le cavalcate e gli assalti, l’azione culmina nell’incendio del castello; ma essendo evidentemente poco economico, bruciare dei manieri, i buoni cittadini di Ivrea hanno pensato di supplirvi dando il fuoco agli scarli, altissime antenne rivestite di erica, che per la circostanza si piantano nelle piazze di ciascun rione.
■ Nelle altre città il carnevale ha finito di esistere: inutilmente si è conservato a Milano il privilegio della nota dilazione. Esso fa l’effetto di un prolungamento d’agonia.
■ In generale le maschere che vedonsi passeggiare sono stupide od ignobili.
■ O belli i tempi in cui la stravaganza carnevalesca era pretesto a sottili e coraggiose satire politiche e sotto il riso della maschera ribollivano le nobili impazienze della liberazione!
■ Qualche anno prima del 1848 a Milano vi furono due capi scarichi che scelsero un modo singolarissimo di affermare la propria fede patriottica. Uno aveva comperato un grosso tacchino e se lo teneva appeso per le zampe, gridando a squarciagola in tono di matto giubilo: Evviva!
■ Nello stesso tempo un colpo scendeva sul povero tacchino, il quale, tentando di divincolarsi, dolorosamente strillava, pio, pio! Ed il compare che gli stava ai fianchi con la faccia pietosa d’un membro di qualche Società protettrice degli animali, gli si faceva intorno, fingendo di stornare le percosse alla povera bestia ed esclamando in chiave di rampogna:
«No! No!»
■ Allora il grido Viva Pio IX! in causa della popolarità e delle voci di liberalismo che andavano per l’Italia sul conto di Papa Mastai, era espressione pericolosamente sediziosa e l’ingegnosità del mezzo scelto per manifestare il colore delle proprie opinioni politiche dai due allegri compagnoni meneghini aveva fatto ridere un mondo alle spalle della Polizia tedesca che, pur avendo come suol dirsi mangiata la foglia non avrebbe potuto giustificare in alcun modo il proprio intervento.
■ Oggi il carnevale è triste come tutte le cose che muoiono. Invano lo sport ha tentato di fornirgli un poco di ossigeno, massime nei centri cosidetti mondani, ove per qualche tempo la moda dei corsi fioriti automobilistici parve rianimarlo d’un nuovo ed originale elemento. Invano!
■ Lo sport è, anzi, il becchino del carnevale.
■ Poiché esso ci procura con maggiore frequenza un sano compenso dei muscoli, del sangue, dei nervi e dell’anima, al pesante sacrificio che il lavoro quotidiano ci impone.
■ Probabilmente anche hanno contribuito a questo nuovo indirizzo un senso più vivo della dignità, una maggiore austerità e le più assorbenti preoccupazioni della vita.
■ Il carnevale l’abbiamo lasciato allo svolto che la storia compie nel cammino dei secoli: solo tremano ancora nell’aria l’eco dei suoi pazzi clamori e la visione de’ suoi cenci sventolanti e multicolori.
■ Diamo dunque l’addio al grande morituro e che… il rimpianto gli sia leggiero.”




