Da Il Giardino di Esculapio, Anno XVII, N. 1, gennaio 1948.
” ■ Con l’acquisto del voto politico, onde è consacrato a una velata immortalità il nome del benemerente Ivanoe Bonomi, la donna italiana non avrebbe più nulla da desiderare, se la fine de’ desiderii fosse presumibile nella inappagabile anima umana. Ella va a votare e si fa, quando vi riesce, mandare in Parlamento. Tutte le professioni le sono aperte; anzi le erano aperte prima ancora che il gallonato portiere di Montecitorio s’inchinasse al suo passaggio. Dei mestieri non le sono ormai estranei, tolti il sacerdozio e la magistratura, che quelli a cui ella stessa repugna per i suoi gusti o per la minore robustezza fisica; e, cosa sempre la più importante di tutte, sebbene non abbia il menomo carattere di novità, tutto ciò non le impedisce di esercitare sul suo debellato rivale, detto con crescente ironia il sesso forte, quel fascino, strumento antico e perenne d’imperio, che ha nella poesia, e anche nella pratica della vita, un largo posto negato a tutti gli altri generi di conquista.

■ Nella storia del suo progresso la conquista insieme più antica e più recente è quella dell’esercizio della medicina. Vi furono cultrici dell’arte d’Esculapio nella più remota antichità; ve ne furono in tutti i paesi attraverso i secoli, ma ne escono con laurea e libertà professionale dalle Università soltanto ora: cioè da un secolo a questa parte. Prima il campo era più limitato e sopra tutto più contrastato, sebbene non vi fosse ragione al mondo per escludere una donna intelligente e volonterosa da uno studio e da una pratica nient’affatto contrarii, entro certi limiti, alla sua natura e alla utilità sociale.
■ Non si dice che la curiosità è la madre delle scienze? E chi più curioso della donna, da Eva in poi?
■ L’opposizione maggiore, la più tenace, non dipese tanto da un’eccessiva severità di giudizio sul valore intellettuale della donna o dalla preoccupazione di vederla venir meno alla sua preziosa attività familiare (nella qual preoccupazione è sottintesa, da parte di molti oppositori, la preferenza per la donna addetta — secondo la parola di Nietzsche — a rallegrare «gli ozi del guerriero») quanto dal timore della concorrenza: timore che, del resto, le suscitò e seguita a suscitarle, con sempre minore fortuna, impedimenti in varii altri campi.
■ Tolti gl’impedimenti, l’equilibrio viene da sé. Il numero delle mediche (tale il nome latino, più semplice e bello del nostro «medichessa») sarà sempre minore di quello dei medici, perché l’attività familiare seguiterà ad avere una preponderante attrazione, perché buona parte della chirurgia parrà, almeno per un pezzo, più adatta agli uomini, perché le donne stesse, quando s’ammalano, paiono persistere ancora nel preferire le cure consigliate dagli uomini, e perché certi rami della medicina saranno sempre, naturalmente, evitati dalle donne.
La medicina femminile nell’Olimpo e in Paradiso
■ La donna si dev’essere interessata alla medicina sin dalle origini della vita sociale, come vi si interessava l’uomo.
■ Quando cominciò la divisione dei cómpiti, se il maschio si attribuì il monopolio di quelli fuori del servizio familiare, la femmina non accettò senz’altro l’esclusione, come in altri campi, anche in quello della medicina. La stessa segregazione in cui l’antichità spesso la tenne favorì l’assistenza della donna alla donna nelle circostanze che più hanno rapporti, attraverso la fisiologia, con la medicina, cioè nella gravidanza e nel parto.
■ E dalla necessità d’un’assistenza sorse la professione e si ebbe la levatrice. Donne esperte di medicamenti e del curar ferite vi furono sempre, ma attive soltanto in date occasioni e nella cerchia familiare o poco al di là. La levatrice invece ebbe ben presto carattere professionale. La prima donna bisognosa d’aiuto nel parto trovò naturale l’aiuto d’un’altra donna.
■ Certo bisogna escludere Eva. Condannata dal castigo divino a partorir con dolore, ed essendo sola del suo sesso nel giovinetto mondo, dové servirsi dell’assistenza di Adamo. Da che si può dedurre che, se la levatrice ha un albero genealogico rimontante alla più remota antichità, l’ostetricia maschile è anche più antica, perché comincia da Adamo.
■ Qualche cosa di simile alla vita dell’età primitiva si trova nei selvaggi del nostro tempo, dove accanto ai medici fattucchieri non mancano le mediche fattucchiere, e dove, se la donna gravida non si ritira nel bosco a partorire da sola e subito immergere il figlio nella gelida acqua del fiume, è la parente o la vicina. della tribù o la donna addetta alla cura dei corpi che le allevia l’operazione. E presso alcune tribù ve ne sono che, per l’abilità acquistata con l’esperienza, meritarono l’ammirazione di esperti viaggiatori: tanto è vero che, se l’esperienza non rende superflua la scienza, il meglio del sapere è dato dalla esperienza. E poiché è proprio dell’uomo, e quindi della donna, tendere a sconfinare, la levatrice si cominciò presto a occupare anche delle malattie delle donne in generale e, di sconfinamento in sconfinamento, considerando che il corpo femminile va il più delle volte soggetto alle stesse cause di mali che insidiano il corpo maschile, volle entrare pienamente nel campo della medicina. Ma la direzione di gran lunga dominante fu sempre l’ostetricia.
■ Così nel Cielo come sulla terra.

■ Se nell’Olimpo ebbero radiante sede Apollo e il suo figlio Esculapio, non mancò, nella figlia di questo, Igea, la rappresentante del sesso che si voleva tenere indietro.
■ Né Igea era sola accanto al padre. Altre figlie collaborarono con lui: Epione (da alcuni ritenuta invece sua moglie), che fu madre dei medici omerici Macaone e Podalirio, e il cui nome significa «colei che addolcisce i mali», quindi divinità dei calmanti, come Igea della salute preventivamente difesa; Egle e Panacea, la qual ultima, a giudicare dal nome, come curatrice di tutti i mali, potrebbe essere la divinità dei ciarlatani. Certo Igea e le sorelle non sono all’altezza di Esculapio, e questa specie d’ordine gerarchico può simboleggiare tuttora la dominante autorità e importanza del sesso forte nella medicina; ma anche a Igea si erigevano templi e statue e si offrivano voti. Minerva poi, la dea dell’intelligenza e del progresso civile, non poteva essere considerata estranea a un’arte di tanta necessità e col nome di medica ebbe, tra l’altro, un tempio in Roma. Più strettamente aderente alla specialità femminile dell’ostetricia, Giunone, col nome di Lucina o con quello della figlia Ilitia, fu invocata nei parti. La mitologia ricorda come la gelosa dea rendesse difficile il parto di Alemena, moglie di Anfitrione, che, sedotta da Giove, finì col dare alla luce Ercole. E un’altra dea invocata nei parti era Diana.

■ Né mancano divinità minori dell’affollata religione romana, che appartengono, per così dire, alla plebe del cielo pagano, come non mancano divinità femminili non estranee alla medicina in altre religioni primitive, da Iside che, collaborando col fratello Osiride all’incivilimento del popolo egiziano, lo interessò anche all’arte medica, a Ixmina, la dea messicana dei parti.
■ In Egitto, a Sais, c’era una scuola di levatrici, perché ben presto si riconobbe la necessità d’una preparazione, diciamo così, scientifica a un cómpito delicato, e pare che in quella scuola insegnassero donne. E non facevano difetto, fuori della specialità professionale, le dilettanti, che poi furono attraverso i secoli di gran lunga le più numerose: si ricorda una principessa Scheseh, che possedeva un rimedio per far crescere i capelli.
■ L’Egitto era il paese della misteriosa sapienza e, in particolare, delle erbe portentose. In Egitto Elena, che fra i suoi amori erranti coltivava anche la voglia d’istruirsi, ebbe da Polidamna quell’erba la cui polvere — il famoso nepente — messa nel vino produceva l’effetto di mirabile stupefacente del quale parla Omero nel quarto libro dell’Odissea: «un farmaco contro l’affanno e contro la collera, capace di far dimenticare tutti i mali. Chiunque inghiottisse quel farmaco, una volta infuso nel cratere, non potrebbe per tutto quel giorno versare una sola lagrima giù per le gote, neppure se gli fosse morta la madre, e il padre, e neppure se gli uccidessero il fratello o il caro figlio col ferro ed egli fosse lì a vedere con i suoi occhi». E il poeta dice l’Egitto fertile terra che «produce medicinali senza numero, molti salutari nelle loro miscele e molti dannosi; e lì ciascuno è medico più abile che altrove nel mondo».

■ Le donne conoscevano e usavano non meno i dannosi che i salutari; anzi nei veleni si distinsero, a cominciare da quella Medea, torva Voronoff della mitologia, che sapeva bene far ringiovanire i vecchi, come fece col padre di Giasone, Esone, e anche i non vecchi, come Giasone stesso, forse poiché ci teneva ad averlo più gagliardamente fresco, ma che, accecata dalla passione, perdeva ogni ritegno. Innamorata di Giasone gli diede un filtro per addormentare il drago custode del Vello d’oro, forse avvelenò il fratello Absirto e vendicò la strage dei parenti del suo amante su Pelias, re di Jolco, servendosi appunto della sua fama voronoffiana. Disse alle figlie del vecchio re che ella poteva ridargli il vigore della giovinezza se si osava una terribile operazione. E le persuase con una prova. Prese un vecchio montone, lo fece a pezzi, mise i pezzi a bollire in una caldaia e, pronunziata una formola magica, dalla caldaia venne fuori lietamente belando un tenero agnello. Le figlie del re osarono: Pelias fu fatto a pezzi e messo nella caldaia; ma la fiera donna, soddisfatta, non pronunziò la formola magica. Poi, abbandonata da Giasone, che aveva sposato Creusa, fece morir questa mandandole per interposta persona una tunica avvelenata, e infine sgozzò di sua mano i figli che aveva avuti dall’infedele amante.
■ E tutti ricordano, dell’Odissea, la maga Circe e come mutò in bestie i compagni d’Ulisse: in una miscela di formaggio e farina e biondo miele con vino di Pramno infuse «tristi farmaci perché si dimenticassero affatto della patria. Quando poi ebbe loro dato da bere, subito li percosse con una verga e li mandava a rinchiudere dentro i porcili». Da che converrebbe arguire che per diventare delle bestie bisogna prima di tutto dimenticare la patria, con farmaci circei o con teorie. Ma Omero ricorda anche le donne espertamente soccorrevoli, come quella bionda Agamede a cui «nota era, di quante l’almo sen della terra erbe produce, la medica virtù».

■ Col cristianesimo il Paradiso sostituisce l’Olimpo. Tutti sanno che nella lunga lista dei santi soccorritori, ciascuno di una data malattia, le sante hanno anch’esse il loro posto, il più delle volte dipendente dalla qualità del martirio sofferto; donde santa Lucia oculista, santa Apollonia odontoiatra e via dicendo. E come vi sono santi che nella vita terrena esercitarono la medicina (in cima a tutti i fratelli Cosma e Damiano, che hanno il patronato generale del mondo medico (quantunque chiamati «anargiri» per quella loro debolezza di non farsi pagare le visite) vi è anche qualche santa coi medesimi precedenti; per esempio una santa Nicerata, di cui si dice che avrebbe fra l’altro guarito d’un fiero mal di stomaco san Giovanni Crisostomo. Né probabilmente era ignara di medicina empirica quella santa Fabiola, su cui fu scritto un romanzo verso la metà del secolo scorso, che fondò a Ostia il primo vero ospedale, cioè casa di malati, che san Girolamo chiama appunto nosocomio. E come non immaginare assurta alla sede celestiale quella Teodosia, esperta di medicina e di chirurgia, che fu madre di san Procopio e subì il martirio durante la persecuzione di Diocleziano? Né più tardi, nel medio evo, dové mancare di esperienza nella cura dei mali la gentile regina santa Elisabetta d’Ungheria, così larga e provvida soccorritrice di malati.
Mediche greche e romane
■ Nella luce della civiltà greca le donne appaiono liberamente occupate ad alleviare le sofferenze delle donne. Ma la libertà bisogna sempre sapersela conquistare e la leggenda di Agnodice starebbe a significare appunto lo sforzo della conquista. Questa fanciulla greca è protagonista d’una favola d’Igino, il quale racconta che, commossa dai patimenti delle donne partorienti, a cui il pudore spesso vietava di mettersi nelle mani degli uomini, Agnodice si tagliò i capelli, indossò una veste maschile, seguì il corso d’un tal Jerofilo e si diede a esercitare l’ostetricia.
■ Quando una partoriente si mostrava riluttante ad affidare il suo corpo a un giovanotto quale ella pareva, Agnodice le faceva conoscere il proprio sesso e operava ben accolta.
■ Senonché i concorrenti vennero in gelosia del suo felice successo professionale e l’accusarono di profittare della propria attraente gioventù per sedurre e corrompere le clienti. Tratta davanti ai giudici, ella si difese facilmente col confessarsi donna. Cadeva l’accusa di corruzione, sorgeva quella di esercizio abusivo della professione, poiché la legge vietava a donne e a schiavi di esercitarla. Ma le cittadine ateniesi fecero rumore, la legge fu abolita e le levatrici fiorirono.
■ Il difetto della leggenda di Agnodice è nel tempo a cui fu assegnata, perché quel suo maestro Jerofilo sarebbe vissuto dopo Ippocrate e Ippocrate parla in più d’un luogo de’ suoi scritti delle levatrici, alle quali non soltanto dà il nome di «maia», che sembra proprio di quella specialità, ma anche di «iatrina», che le conferisce un più chiaro carattere medicale. Perciò i critici la ritengono assurda. Con maggior discrezione conviene riportarla a età più remota e ritenerla come primo simbolo della millenaria opposizione che le donne hanno dovuto sostenere per conquistare il diritto di esercitare almeno una parte della medicina: a molto prima, cioè, del tempo in cui fra le sacerdotesse greche v’erano anche quelle dei templi d’Esculapio, fra le quali è ricordata, addetta al maggior tempio del dio, in Epidauro, Anite, che registrava gli oracoli e che ispirandosi a essi avrebbe, tra l’altro, resa la vista a un cittadino di Naupatto. Poetessa, oltre che sacerdotessa, alcuni epigrammi si trovano sotto il suo nome nella raccolta della Antologia palatina.
■ Più antiche di lei le donne che appresero da Pitagora, sapiente nelle vicende del corpo umano come in quelle degli astri, anche cognizioni di medicina e d’igiene. Di sua moglie Teofano, sopravvissuta al marito, si ricorda una disputa sulla vitalità dei bambini nati di sette mesi. Ella, d’accordo con Empedocle, sosteneva che possono essere vitali — e aveva ragione. E sua figlia Mya avrebbe scritto un trattato sull’alimentazione dell’infanzia.
■ Più tardi, fra le levatrici, è da ricordare Fenarete, la madre di Socrate; parlando della quale il figlio dà, nel dialogo intitolato «Teeteto», un piccolo quadro di ciò che era al suo tempo l’attività di queste donne.
— Non hai udito dire — domanda il filosofo a Teeteto — che io sono figlio d’una levatrice, la quale fu delle più nobili e più autorevoli, Fenarete?
— L’ho udito — risponde il giovane.
— E hai anche udito dire che io esercito la medesima arte?
■ Perché Socrate si paragonava alle levatrici per il fatto che non poneva le cognizioni, le considerazioni, le conclusioni nella mente degl’interlocutori, ma con le sue domande e con le sue osservazioni, come con agili ed esperte mani, le faceva uscire da loro stessi.

— Ricordati — prosegue Socrate — gli usi e costumi delle levatrici. Sai, immagino, che nessuna donna ancora capace di concepire e di figliare fa il mestiere di aiutare le altre nel parto; ma solo quelle che non possono avere più figli. Questa, dicono, è una legge di Artemide, la quale, senza aver mai avuto figli, ebbe in sua parte il cómpito di presiedere alle nascite. (Altra divinità femminile del reparto medico). Alle sterili ella non ha dato potenza di levatrici, essendo l’umana natura troppo debole perché le si possa affidare un’arte in cui non ha propria esperienza; ma l’ha affidata a quelle cui l’età impedisce di aver più figli, per onorare in esse la propria immagine. — E continua:
— Le levatrici sanno anche con loro droghe e incantesimi destare a volontà o sopire i dolori, condurre a termine i parti difficili e, se credono opportuno, sopprimere il frutto non ancora maturo, provocare l’aborto.
■ È noto che in Grecia l’aborto era lecito e raccomandato dai filosofi, Platone per primo, allo scopo d’impedire l’eccessivo aumento della popolazione. Quando si parla, del resto inesattamente, di Malthus, bisognerebbe invece parlare di teoria. Platonica.
— Sono anche — ricorda Socrate — le più degne intermediarie, perché hanno una grandissima abilità nel conoscere qual donna e qual uomo debbano unirsi per generare figli meglio dotati… E di questa abilità sono più fiere che di saper tagliare il cordone… Rifletti: non appartiene forse alla medesima arte curare e raccogliere i frutti della terra e conoscere in che terra qual pianta e quale semenza meglio convengano?… Ma perché un commercio senza probità e senz’arte accoppia uomini e donne in ciò che si chiama prostituzione, le rispettabili persone che sono le levatrici hanno preso in avversione l’arte d’intermediarie, temendo il sospetto di esercitare siffatto commercio… —.
■ Da ciò si rilevano l’importanza e la familiarità che le levatrici avevano nella vita domestica degli ateniesi e specialmente nei ginecei.
■ Nomi non soltanto di «maie» (del resto Sorano diceva che le levatrici dovevano conoscere tutte le parti della medicina) ma di mediche generiche sono ricordati, con loro ricette, da Plinio, da Galeno e da altri. Che cosa le ricette valessero è un’altra questione. Olimpia di Tebe, per esempio, affermava che si può abortire usando la malva mescolata con grasso d’oca. Ma i consigli d’una Aspasia sul regime della gravidanza sono eccellenti. Una Cleopatra insegnava il modo di far crescere i capelli e d’impedirne la caduta. Galeno riferiva una ricetta di Origenal contro l’emottisi e la formola di pillole contro la diarrea. Salpé aveva un rimedio per il mal d’occhi e un altro per l’insolazione. Aveva anche un afrodisiaco (vaga intuizione di opoterapia, di cui altri accenni interessanti si trovano citati dallo stesso Plinio in fine al capitolo ventottesimo della sua Storia naturale) ottenuto con l’immergere sette volte le parti genitali d’un asino in olio bollente; col quale olio conveniva strofinarsi le medesime parti.
■ Si spaziava, dunque. E più d’una dové farsi una eccellente reputazione, come quella Antiochide di Tlos, nell’Asia Minore, la cui statua, che ella stessa si era dedicata e che fu riportata in luce negli scavi della fine del secolo scorso, voleva essere un solenne riconoscimento, da parte del senato e del popolo di Tlos, della sua abilità medica. Ed ella è probabilmente la stessa medica Antiochide ricordata da Galeno.
■ Anche più libero fu in Roma e sotto il dominio romano l’esercizio femminile non solo dell’ostetricia ma della medicina in generale. Basta ricordare che nel codice di Giustiniano si parla di «medici utriusque sexus».
■ I veri romani, in verità, i romani della borghesia tradizionalista e del patriziato, per un pezzo rimasero estranei allo studio e alla pratica della medicina. Il foro, la guerra e tutt’al più il commercio in grande furono le loro occupazioni. C’erano soltanto levatrici, liberte di condizione, cioè schiave emancipate, prima che insieme coi medici avvenisse a Roma anche l’invasione delle mediche, imitate poi dalle latine. E, come accade oggi col titolo di dottore, e magari di professore, dovettero spacciarsi per mediche anche quelle che erano semplici «tractatrices», cioè massaggiatrici.
■ In casi gravi, come del resto nei parti difficili, intervenivano presso le malate gli uomini. Così, soffrendo molto una Leda di Marziale, divenuta isterica perché ha un marito vecchio,
protinus accedunt medici medicaeque recedunt.
■ E già nell’«Ippolito» di Euripide la nutrice dice a Fedra: «Se tu sei colpita da un male segreto, ecco donne che potrebbero aiutarmi ad alleviare le tue sofferenze; ma se il tuo male può essere rivelato a uomini, parla, perché lo si faccia conoscere a medici».
■ Ma per le necessità ordinarie bastavano le mediche, serie o meno serie: a quale di queste categorie appartenesse quella grossa Lyde di Giovenale che andava attorno con la sua ben fornita pisside non importa indagare. La pisside era il tipico barattolo dei medicamenti. Senonché per una certa sterilità che non occorre qui specificare
turgida non prodest condita pyxide Lyde nec prodest agili palmas praebere Luperco,
cioè non giova né ricorrere a Lyde con la sua pisside né tendere le palme all’agile luperco. I luperchi erano sacerdoti del dio Pan che andavano attorno con sferze di pelle di caprone (animale lascivo) e le donne credevano che, a esserne toccate, diventassero feconde.
■ Né mancavano le dilettanti, delle quali sarà grande il numero più tardi, quando si impedirà la libera professione. La zia del poeta Ausonio è ricordata con tenerezza filiale dal nipote come donna che, disdegnando le inclinazioni femminili, sino a non voler mai prendere marito, si rese celebre nella pratica medica:
more virum medicis artibus experiens.
■ Non poche lapidi ricordano i nomi e l’affetto che talune mediche avevano saputo ispirare ai loro cari: commovente, tra l’altre, l’epigrafe sulla tomba che eresse a Primilla suo marito Lucio Cocceio.
«Alla mia santa dea, Primilla, medica, figlia di Lucio Vibio Melitone; visse quarantaquattro anni, di cui trenta, senza litigare, con Lucio Cocceio Aftoro. Aftoro fece (la tomba) per l’ottima casta consorte e per sé». Trent’anni «sine querella». E poi dicono che le donne professioniste sono insopportabili nella vita coniugale!

■ Nell’entusiasmo della ricerca di documenti epigrafici riguardanti le donne addette alla medicina si è andati qualche volta troppo oltre, come nel caso d’una lapide trovata in Ispagna senza nome della persona, con una iscrizione in versi, di cui due dicono: Mi bruciarono i visceri ardenti morbi, «vincere quos medicae non potuere manus». E tanto la Lipinska quanto il Baudouin, autori di storie delle donne mediche, traducono: «che le mani della medica non poterono vincere», mentre è tanto più semplice tradurre «le mediche mani».
■ Donne scrivevano libri su malattie femminili e generiche e, cosa degna di nota, avevano la stima di grandi medici che, come Galeno, si compiacevano di ricordarne i nomi e le opere. L’archiatra Teodoro Prisciano dedicò il terzo libro della sua «Medicina praesentanea», cioè medicina di effetto immediato, a una medica «amabile compagna della sua arte».
La leggenda e la storia nel medio evo
■ Per la scarsezza delle notizie l’alto medio evo sembra aver soppressa, o almeno gravemente ridotta, l’attività medica delle donne. Permane, di quei secoli che furono creduti di squallida decadenza, un’immagine quasi notturna, nella quale chiese e conventi s’alzano tra rovine, e su una folla indistinta alcune possenti figure.
■ Ma, come le donne seguitavano a partorire, altre donne seguitavano ad aiutarle nel parto e la tradizione, essendo anche popolare, non dové spegnersi delle donne che si occupavano di malattie femminili, anche prima ch’essa risorgesse nel nome d’una donna famosa della scuola medica di Salerno.
■ Nei romanzi di cavalleria sono frequenti le donne e donzelle che curavano le ferite dei cavalieri erranti, come, tanto nelle saghe nordiche quanto nella realtà di quella vita di scorrerie, invasioni, conquiste violente e zuffe di popoli, donne preparavano in casa unguenti e miscele pei loro guerrieri o li seguivano, fornite di rimedi, nella rossa scia delle battaglie.
■ I frati copiavano nel silenzio dei conventi le opere della grande letteratura pagana (quando non le sopprimevano raschiando le pergamene per riscrivervi preghiere o scarne cronache monastiche); le monache non di rado attendevano alle preparazioni di farmaci.
■ Nel romanzo di Goffredo di Strasburgo Tristano, sfinito dalla lotta contro il drago, è soccorso da Isotta e dalle sue compagne. «La savia regina prese allora della teriaca…». E quando Rivolino, uno degli eroi del poema tedesco intorno a Tristano, è ferito in battaglia, la innamorata Biancofiore accorre a lui di notte, travestita da medica, da «arzatinne» (ärztin), e lo cura. I grandi poemi cavallereschi italiani hanno sempre tra i loro personaggi donne che conoscono i segreti delle erbe salutari.
■ La donna aveva subìto, è vero, una formidabile diffamazione dal cristianesimo, che la faceva responsabile, come della perdita del Paradiso terrestre, dei peccati della carne per cui tanto frequentata era la via che conduceva all’inferno. Basti ricordare che nel concilio di Mâcon, del 581, si discusse «an mulier sit homo», cioè se la donna abbia anche lei come l’uomo un’anima immortale. Ma mentre le une si risollevavano in una più pura dignità col loro fervore religioso e con le loro opere di carità — onde il Cielo si andava popolando di sante — le altre e per opere di carità e per le necessità della vita che continuava co’ suoi bisogni non cessavano di partecipare all’assistenza dei sofferenti. Nel secolo XI alle suore del Paracleto, governate dalla sua appassionata Eloisa, Abelardo consigliava d’occuparsi anche di quella elementare chirurgia che era allora possibile. Errada di Landsberg fondava un ospedale presso al suo monastero.
■ Né mancarono, eredi dell’antica tradizione, le conoscitrici e manipolatrici di veleni. La leggenda ricorda, come esperta di farmaci, la moglie di Crescenzio, Stefania, e la mette in rilievo nel dramma della lotta tra quel fiero patrizio romano e l’imperatore Ottone III sul finire del secolo decimo.
■ Crescenzio era l’idolo dei romani e aveva più volte tenuto testa al giovine sire germanico, il quale d’altra parte precorreva Federico II di Svevia nel preferire l’Italia, ancora splendida in paragone della rozza Alemagna. Crescenzio finì con essere sopraffatto. Chiuso in Castel Sant’Angelo, sembra ne fosse fatto uscire con falsa promessa d’aver salva la vita. Fu invece — secondo alcuni cronisti — orribilmente straziato: gli si strapparono gli occhi, gli si amputarono le membra e, involto in una pelle di vacca, fu trascinato per le vie fangose della città; quindi impiccato.
■ Ora, la leggenda vuole che la bella Stefania, moglie di lui, memore dello strazio inflitto al marito e, pare, anche delle violenze ch’ella avrebbe subìte da soldati tedeschi, studiasse una sottile vendetta. Riuscì a diventare l’amante dell’imperatore; il quale, malato, sapendola esperta di cure, accettò ch’ella lo involgesse in una pelle di cervo e gli facesse bere una certa pozione. Ma la pelle di cervo era avvelenata e un veleno era nel beveraggio, ond’egli morì non ancora ventiduenne, nel gennaio del 1002.
■ Figura ben diversa, nel corso del secolo XI, quella della badessa del convento di Ruprechtsberg, la suora Ildegarda, un’altra donna esperta di medicina da aggiungere al catalogo dei santi. Santa Ildegarda si occupò di fisiologia e di patologia e scrisse libri che sono arrivati sino a noi, non si può dire se intatti o manipolati da trascrittori ed editori. Certo essi s’impongono alla considerazione degli studiosi. La pia abbadessa trattò le malattie delle donne in particolare e altri mali comuni ai due sessi, compresi quelli degli organi genitali maschili. Omnia munda mundis. I conoscitori di quei trattati assicurano che in essi è quanto di meglio si trova nella scienza del suo tempo e qualche cosa di più. Per il fatto, a esempio, ch’ella parla del moto del sangue, non si esita a vedere nella monaca medievale una precorritrice della scoperta della circolazione. E fu fautrice della metalloterapia.
■ Nello stesso secolo di santa Ildegarda visse a Salerno una donna medica la cui fama superò ogni altra: Trotula o Trottola o Trotta. Ella fu, si può dire, popolare in tutta Europa. Si parla di «Dame Trott» nella letteratura inglese antica e Rutebeuf, poeta francese del sec. XIII, nel «Dit de l’Erberie», imitato dall’Ariosto nel suo «Erbolato», fa dire dal ciarlatano: «Bella gente, io non sono di quei poveri predicatori né di quei poveri erboristi che portano scatole e sacchetti e stendono un tappeto, ma appartengo a una dama che ha nome Madama Trotta di Salerno; la quale (aggiunge, beffandosi del suo uditorio) si fa un copricapo delle orecchie e le sopracciglia le pendono a trecce d’argento sulle spalle, e sappiate che è la più savia dama che esista nelle quattro parti del mondo» (le quali erano allora tre).

■ La critica moderna ha rivisto severamente le bucce ai più entusiasti biografi di questa gloria medievale della medicina, specialmente al De Renzi che ne parla diffusamente nella sua Storia documentata della scuola medica di Salerno. Taluni sono arrivati a negarne l’esistenza, esagerando. Secondo il De Renzi Trotula, della cospicua famiglia De Ruggero, moglie d’un famoso medico salernitano, Giovanni Plateario (Della Piazza) seniore, e probabilmente madre di Giovanni Plateario juniore, altro insigne medico, sarebbe fiorita intorno alla metà del secolo XI. Egli si fonda sulla cronaca ecclesiastica di Orderico Vitale, dove all’anno 1059 si parla d’un illustre studioso, poi guerriero, poi frate, Rodolfo Malacorona, il quale narrava di essere stato a Salerno, già celebre per la sua scuola medica, e di non aver trovato, capace di tenergli testa, che una sapiente matrona. Poiché si conoscevano opere che andavano sotto il nome di Trotula, chi altri se non Trotula poteva essere quella sapiente matrona?
■ Di queste opere alcune erano in una raccolta di scritti di medici salernitani e altre in manipolazioni di editori posteriori d’un secolo o due, sicché è difficile dire quanto in esse sia farina del sacco della sapiente matrona e quanto aggiunte e modificazioni. Ma in un codice di Breslavia, che sembra il più autorevole, c’è il «De passionibus mulierum ante in et post partum» e altri scritti posti sotto il titolo di «Trotula minor», fra i quali uno sulla composizione dei medicamenti. Un altro scritto a lei attribuito è intitolato «De aegritudinum curatione».
■ Principale l’opera di carattere ostetrico, in cui fra precetti apprezzabili, per esempio sulle qualità e sulla condotta della nutrice, non mancano naturalmente opinioni e consigli, diremo così, ingenui, come il metodo di prevedere se il nascituro sarà maschio o femmina. Esso è così semplice che un curioso può essere tentato di farne esperimento. Si prende dell’acqua di fonte; si cavano alcune stille di sangue dal fianco destro della donna incinta e si versano nell’acqua; se il sangue va a fondo vuol dire che il figlio sarà maschio; se galleggia, femmina. Primo segno che la donna è più leggera dell’uomo, se non è segno che nella vita la donna riesce a star a galla meglio dell’uomo.
■ Il Novati, che nel suo volume su «Le origini» della storia letteraria d’Italia è molto severo col De Renzi, dimostra che nel 1059 il cronista registrava il racconto del Malacorona, allora ridottosi a vita ascetica in convento, e non già la sua visita a Salerno, che dové avvenire una ventina d’anni innanzi. Egli ne deduce dunque che Trotula sarebbe fiorita verso il 1030 e quindi non poteva essere madre di Giovanni Plateario junior, che apparterrebbe piuttosto alla seconda metà del secolo; ma prima di tutto anche per esso le date sono incerte e in secondo luogo nel 1030 Trotula poteva essere ancora giovane e non aver dato allora alla luce il figlio, fiorito quindi dopo la metà del secolo.
■ Aggiunge il Novati che la sapiente matrona, non nominata dalla cronaca ecclesiastica, poteva non essere Trotula, poiché v’erano a Salerno altre donne che esercitavano la medicina. Infatti negli scritti medici del medio evo si parla spesso di rimedi usati dalle donne salernitane. E di queste «mulieres salernitanae» alcune potevano non essere propriamente mediche e in una città satura di sapienza medica, onde era detta ippocratica, avere un’infarinatura di medicina. e conservare e suggerire ricette apprese, ma altre occuparsi veramente dell’arte, come quelle che consigliavano il succo di ciclamino contro le emorroidi o, per calmare i bambini, semi di papavero bianco col latte.

■ E, sempre secondo il Novati, poteva Trotula non essere salernitana e della famiglia De Ruggero: Salerno ospitava persone d’ogni paese. Per esempio, in uno dei «lai» di Maria di Francia si parla d’una donna di Normandia che esercitava con molta reputazione la medicina in Salerno. E il Novati sembra domandarsi se la sapiente matrona della cronaca non potesse essere per l’appunto quella, non considerando che i temi dei lai non hanno un serio fondamento storico. A ogni modo, la leggenda cantata da Maria di Francia merita d’ornare il ricordo della medicina femminile.
■ C’erano in un luogo di Normandia due giovani di nobili famiglie innamorati ma contrastati nel loro amore dallo strano umore del padre della fanciulla, il quale, attaccatissimo alla figliuola e non osando impedirle senz’altro di prender marito, aveva stabilito che l’avrebbe data in moglie soltanto a chi fosse stato capace di portarla in braccio sino alla cima d’un monte vicino. Parecchi si provarono ma si spossarono a mezza via; né osava provarsi il giovanotto ch’ella amava e da cui era amata. Un giorno la fanciulla ebbe un’idea. — Recatevi — gli disse — a Salerno, dove è una mia parente valentissima nell’arte medica (quella che potrebbe essere la Trotula del Novati) e in particolare nella conoscenza «d’erbe e radici». Ella vi darà tali elettuarii e filtri che v’infonderanno una gran forza.

■ Il donzello va, è bene accolto, ben trattato e riceve un filtro la cui virtù assicura la medica è tale che riparerà immediatamente a ogni spossatezza.
■ Ed ecco la grande prova. La fanciulla ha digiunato per dimagrire e pesar meno e si mette nelle braccia dell’amato con la sola camicia. Su per il monte. Su, su. La stanchezza comincia e la donzella, che ha in mano la fiala del filtro, raccomanda al caro portatore di berne; ma egli è tanto rapito nella sensazione del gentil corpo giacente sulle sue braccia che rifiuta. Vuol seguitare a salire con le sole proprie forze. Tutte le preghiere sono vane. E, anelante, sfinito, riesce a toccare la vetta; ma lo sforzo è stato troppo grande; il cuore gli si rompe ed egli cade morto. Disperata, la fanciulla getta la fiala e muore su di lui e il potente filtro serve soltanto a dare alla terra del monte la forza di produrre ogni ricchezza di piante e di fiori.
■ Che donne mediche fossero a Salerno, allora e dopo, non è da dubitare. Ne rimangono gravi documenti. Si ricorda, tra l’altro, una Abella che non si peritò di scrivere un trattato «De natura seminis humani», una Mercuriade, una Rebecca Guarno, entrambe autrici di opere mediche; una Francesca de Romano, della quale esiste la licenza, concessale nel 1321 da Carlo duca di Calabria, di esercitare la chirurgia, avendo ottenuto un attestato di capacità dall’Università e superato un esame davanti ai medici e ai chirurghi del re. Nella licenza è detto non essere conveniente alla donna occuparsi di uomini per ragione di pudore, ma per la stessa ragione esser ella più adatta dell’uomo a curare donne malate. L’anno dopo la stessa licenza per l’esercizio della chirurgia è accordata a Venturella Crisinato. Circa quel tempo una ugual concessione fu fatta a Tomasia de Matteo e nel secolo seguente a Costanza Calenda figlia del medico di Giovanna II.
■ Nella storia dell’esercizio femminile dell’arte salutare bisogna tener presenti due fatti di carattere generale: che queste donne erano solitamente mogli o figlie di medici e l’arte l’avevano quindi appresa in famiglia e che esse si occupavano principalmente di chirurgia, ramo spregiato dall’arte, al quale i medici non si abbassavano. In lunghi secoli i chirurghi ebbero a lottare per essere distinti dai barbieri. Al tempo di Roberto d’Angiò c’erano i chirurghi vulnerarii, gli erniarii e persino gli oculisti, definiti tutti chirurghi idioti, cioè profani nella sacra medicina.
■ Figlia di medico era quella Giletta di Narbona della quale il Boccaccio racconta che riuscì a guarire il re di Francia d’una fistola contro la quale nulla avevano potuto gli altri medici e che in compenso richiese d’avere per marito Beltramo conte di Rossiglione, col quale era cresciuta e del quale s’era innamorata mentre suo padre era medico del padre di lui. Beltramo, che non l’amava, la sposò solo per obbedire al re e lasciò subito il proprio castello e se ne venne in Italia; ma finì con essere vinto dalla costanza e dalla devozione della moglie abbandonata.
■ Spesso la concessione della licenza era data appunto in considerazione del bisogno che la vedova o l’orfana d’un medico aveva di mettere a profitto, per vivere, le cognizioni acquisite.
Le mal tollerate, le dilettanti, le volonterose
■ Nel secolo XIII nomi di donne mediche, nonché levatrici, sono conosciuti in Italia e fuori; altri nel Trecento e nel Quattrocento in Germania, specialmente a Francoforte sul Meno, dove operano liberamente mediche in gran parte ebree. In Inghilterra una legge (abolita poi da Enrico V) dichiarava con solenne affermazione d’uguaglianza: «Possunt et vir et foemina medici esse». In Ungheria la regina Elisabetta, moglie di Carlo I e sorella del re di Polonia Casimiro il Grande, tormentata da un assai doloroso reumatismo che nessun medico riusciva a vincere, escogita un rimedio che le dà la completa guarigione. Rimedio molto semplice: rosmarino in spirito di vino rettificato, da usare in frizioni; ma nella sua semplicità tanto fortunato che per secoli i medici seguitarono a prescrivere l’«acqua della regina d’Ungheria».

■ Per chi ci tenesse, ecco nella sua integrità la ricetta tradotta dal latino: «Recipe tre parti d’acquavite quattro volte distillata; vi si mettano due parti di cime e fiori di rosmarino in un recipiente che rimanga ben chiuso in luogo caldo per cinquanta ore, poi si distilli con alambicco e se ne prenda una dramma in cibo o bevanda, di mattina, una sola volta ogni settimana, ma ogni mattina se ne lavino la faccia e la parte del corpo malata. Essa rinnova le forze, acuisce l’ingegno (anche!), purifica le midolla e i nervi, rinfresca e conserva il viso e prolunga la vita». Non meno.
■ In Polonia, nello stesso secolo XIV, una Caterina esercitava la medicina a Cracovia.
■ Del Trecento si ha il ricordo, a Parigi, d’una Sara di Saint-Gilles, ebrea, che si accorda con un tale Salvet, suo correligionario, per insegnargli la fisica e la medicina, a patto che le consegni, fin che rimane con lei, tutti i guadagni che farà aiutandola o sostituendola nelle cure.
■ Ma intanto l’Università si andava consolidando e la Facoltà di medicina interveniva per difendere il monopolio professionale degli uomini. Nel 1312 il priore di Santa Genoveffa, ch’era allora una delle sedi dell’insegnamento universitario, scomunica Clarissa di Rotomago perché esercita la medicina, e la Facoltà processa, per la stessa ragione, Jacopa Félicie, che aveva studiato l’arte e che l’esercitava per puro spirito filantropico e non per guadagno. Invano i testimoni affermano unanimi non solo il suo disinteresse ma la sua valentia, essendo stati tutti guariti da lei dopo che parecchi avevano visto i medici disperare di liberarli dai loro mali. C’era già un editto che vietava l’esercizio della medicina alle donne ed ella fu condannata. Altro editto, più ragionevole, proibiva loro di praticare la chirurgia senza aver prima subito un esame.
■ La chirurgia come s’è detto consisteva allora nel curare le ferite e nel far salassi (occupazione di barbieri) ed era tenuta in dispregio dai signori medici, i quali sdegnosamente se ne astenevano. Ma non volevano essere disturbati nel campo dei loro profitti.
■ Fu poi proibito alle donne anche l’esercizio della chirurgia, eccezion fatta per le vedove di chirurghi, e a metà dell’illuminato secolo XVIII in Francia era vietato alle donne anche di farsi erniarie e dentiste e insomma ogni specie di pratica chirurgica. Che più? Mirabeau scrisse: «La donna deve regnare nell’interno della sua casa, ma non deve regnare che là». E lodava la decisione di escluderla dalla politica. Del resto tutta la Rivoluzione fu generalmente antifemminista, e Napoleone non meno. Le donne dovettero pensare a ben altro. Un’eccezione può essere considerata la famosa M.me Rolland, la quale, prima di gettarsi a capofitto nella politica e lasciare il medesimo sotto la lama della ghigliottina, ritiratasi con suo marito in un paese presso Lione, si dedicò allo studio delle erbe salutari, dei semplici, e per mezzo di esse operava cure con tal successo che i malati accorrevano a lei anche da altri paesi. E nell’«Avviso a mia figlia» espose sagaci consigli sull’allevamento dell’infanzia.
■ A proposito della Rolland, come della polacca regina d’Ungheria e d’altre molte, bisogna insistere nella distinzione fra le vere mediche o almeno quelle che, pur non praticando come oggi la professione, fecero della medicina la loro principale occupazione e le curiose, le dilettanti, distinguendole anche dalle donne che attesero a cure e rimedi per utilità familiare o per costume del tempo. Di queste dilettanti, non poche del resto assai benemerite, il numero è grande sin dall’antichità. Una sarebbe stata Artemisia, regina di Caria, moglie di quel Mausolo alla cui memoria ella fece erigere un monumento funebre detto Mausoleo; nome che divenne poi comune per cospicui monumenti di questa specie.

■ Il Rinascimento, ripigliando il largo respiro dell’antichità pagana, ridiede alle donne anche la curiosità scientifica — cosa diversa dalla praticità medievale di laiche o di monache —; curiosità per altro nella quale, come del resto avveniva fra gli uomini, alla scienza si mescolavano con inconsiderate tradizioni anche superstizioni tenaci. Allora e per parecchio tempo ancora contavano sopra tutto i «segreti», a gran vantaggio dei ciarlatani; i segreti, per esempio, che Caterina Sforza ricreava nel suo laboratorio per la salute ma specialmente per la difesa e accrescimento del fascino fisico femminile. E senza dubbio aveva i suoi segreti anche Adelmota, moglie del signore di Padova Jacopo Carrara, che un dotto danese del Seicento vissuto a Padova affermò essere stata eminente «consultandi prudentia medendique arte»: definizione completa, nell’enfasi del laudatore, per il più valente dei medici.

■ Diana di Poitiers, la favorita di Enrico II, assisteva con rara abilità la non gelosa regina Caterina dei Medici nei parti e nelle cure dei neonati: la sua biblioteca, su trentasei opere (non una grande biblioteca, come si vede), tutte di argomenti serii, ne comprendeva cinque di medicina, tra cui una sulla cura della malattia venerea e due del celebre Sylvius, in una delle quali, riguardante malattie di donne, il traduttore pubblicò un’epistola a Diana, discorrendo della materia come con persona competente.
■ Un illustre medico di Basilea, Felice Plater, ricordava, del tempo che aveva studiato a Montpellier, l’affollamento dei curiosi al teatro anatomico, e tra essi delle donne, «anche quando si dissecava un uomo». Più tardi Boileau si faceva beffe nelle sue satire della donna appassionata di nozioni scientifiche, che va in giro per i gabinetti dei dotti:
Puis d’une femme morte avec sou embryon — Il faut, chez Du Verney, voir la dissection.
(Du Verney era un valente medico molto in voga anche per la sua colorita eloquenza).
■ La curiosità riprese e si estese fra le donne del bel mondo nel secolo seguente. Assistere alle dissezioni era uno dei maggiori godimenti intellettuali. Alcune non si limitavano ad assistere, ma intrepide maneggiavano il coltello anatomico. Della signorina De Launay lo stesso Du Verney ebbe a dire, presentandola alla duchessa Du Maine: — È la damigella di Francia che conosce meglio il corpo umano — dando buon giuoco, si capisce, ai commentatori maliziosi.
■ Si andrebbe per le lunghe a ricordare tutte le principesse e grandi dame che tra il Rinascimento e il Settecento si occuparono da dilettanti, ma con zelo, di medicina. In Germania la duchessa di Troppau pubblicò nel 1600 «Sei libri di rimedi e mezzi scelti per quasi tutte le sofferenze e malattie umane» che un secolo dopo fu ristampato con un diverso e piuttosto bizzarro titolo: «Melagrana aperta del samaritano cristiano».
■ Non è il caso di far parola della contessa di Chinchon, Anna di Osorio, moglie del viceré del Perù, la quale non ebbe altro merito nella storia della medicina che di aver accettato il consiglio di curare certe sue febbri ostinate con la scorza d’un albero di quelle montagne usato dagli indigeni contro la malaria e di far conoscere in Europa il nuovo prezioso farmaco, che da lei fu chiamato «cinchona» — la china. Né della principessa del Wurthemberg, Eleonora, che favorì la pubblicazione d’un «Manuale di terapeutica» de’ cui medicamenti faceva uso; o, prima di lei, di Anna Sofia, moglie dell’Elettore di Sassonia Augusto I, che coltivava nel proprio giardino molte erbe medicinali e ne preparava essa stessa medicamenti che distribuiva ai poveri, e volle anche fondare una farmacia nella capitale sassone, Dresda.
■ Se mai, bisognerebbe fermarsi a una delle accennate donne francesi del Settecento, la D’Arconville, appassionata di medicina e particolarmente di anatomia, che nel 1759 fece stampare a sue spese, annotandola, la traduzione d’un trattato d’osteologia dell’inglese Munro, con belle tavole di cui curò personalmente la precisione. Ella pubblicò su argomenti medici numerosi scritti, alcuni assai curiosi, come le «Osservazioni su un feto che è rimasto quarantasei anni nel corpo della madre». Il più importante è un «Saggio per servire alla storia della putrefazione».
■ E con maggior ragione converrebbe diffondersi su una donna di cuor generoso e di chiara intelligenza, la moglie del ministro di Luigi XVI Necker, che iniziò con profondo ardore e col successo dovuto a un eccezionale senso pratico la riforma ospitaliera, in un tempo nel quale gli ospedali erano per lo più tristi luoghi dove si mettevano malati diversi in un medesimo letto, fondando arditamente un «Ospizio di carità» con centoventi letti, in locali ariosi ove ogni malato aveva il suo e il trattamento riusciva a essere soddisfacente e poco costoso. A lei si deve anche il merito di aver precorso col suo scritto sulle «Inumazioni precipitose» tutte le cautele prese più tardi per impedire gli orrori dei sepolti vivi, dalla permanenza del presunto morto in luogo speciale prima del seppellimento all’obbligo della visita medica per la constatazione di morte.
■ Per donne di questo valore il nome di «dilettante» potrebbe parere ingiusto se non lo si intendesse nel semplice senso di non mediche, come la famosa lady Montague che introdusse in Europa l’inoculazione contro il vaiolo osservata in Turchia, facendola operare sui propri figli e sostenendo una lotta coraggiosa e generosa (come doveva poi sostenerla il suo connazionale Jenner per la vaccinazione) contro gli scettici, i diffidenti e gli scandalizzati del genere di quel teologo il quale andava gridando che innestare una malattia voleva dire tentar Dio e imitare il diavolo, il quale aveva certamente inoculato la lebbra a Giobbe. Fortunati quei cinque condannati a morte a cui il Governo propose di subire l’inoculazione in luogo della forca — tanto la novità pareva dubbiosa — e si trovarono, pur dopo avere tremato, liberi dal nodo scorsoio e dal pericolo del vaiolo. In più ristretto campo, fecero del bene, a principio del secolo, in Ungheria, le due contesse Von Calisch, madre e figlia — questa maritata poi al conte Von Zay — che si occuparono con molta serietà di terapeutica e preparavano medicamenti che poi distribuivano ai malati poveri. La figlia, specialmente, la contessa Maria von Zay, si prodigò in quest’opera illuminata e caritatevole, sì che la sua casa attirava malati anche da lontano.
■ La materia è così ricca, pur nella cerchia delle dilettanti, che non si può se non scorrerla rapidamente. Pensare soltanto alle infermiere di guerra, che ora sono candide legioni, ma che una volta si facevano notare per la loro rarità, non meno che per il loro coraggio. Si ha il ricordo particolare, sebbene i casi non dovessero essere rarissimi, d’una inglese del Seicento, certa Anna Halkett, che assisté con devozione e con abilità i feriti della battaglia di Dunbar e n’ebbe i ringraziamenti del re. L’abilità dipendeva dal fatto ch’ella aveva studiato medicina e chirurgia, probabilmente più per passione che per il desiderio di esercitare la professione.
■ Una monaca francese dell’ordine delle Visitandine, suor Biget, benché la Rivoluzione l’avesse cacciata dal convento, non esitò, pur avendo passata la sessantina, a seguire nel 1814 gli eserciti napoleonici, sollecita e intrepida sui campi di battaglia, benefica a tutti, così che, mentre Napoleone la faceva nominare cavaliera della Legion d’onore, i re di Prussia e di Spagna e gl’imperatori d’Austria e di Russia le mandavano medaglie. Lo stesso anno un’altra monaca, suor Giovanna Chiara Massin, si prodigò in un ospedale militare, e quando Napoleone offrì anche a lei la croce ella lo pregò di darla invece a un vecchio soldato che aveva appena subìta una grave amputazione, e fu accontentata. Sull’altra riva, la pietosa regina Luisa di Prussia e la moglie del filosofo Fichte si mostrarono infaticabili nella vita d’ospedale; né furono certamente le sole.

■ Pallida, gracile, sostenuta da uno spirito ardente di patriottismo e di carità, la polacca Claudina Potocka, scoppiata nel 1830 l’insurrezione del suo paese contro i russi, cominciò col dare gran parte della sua ricchezza, poi si recò a curare i feriti sui campi di battaglia, per passare di lì a curare i colerosi negli ospedali. Il ferito, il malato — dice il suo biografo — pregava: — Ch’io la veda ancora una volta e morirò in pace —.
■ Poi venne Florence Nightingale, nome di duratura celebrità in tutto il mondo. Né mancarono, appena apparvero o riuscirono a intrudersi, le mediche di guerra: le giovani statunitensi, che avevano appena ottenuto di poter studiare medicina, nella guerra di secessione; le studentesse russe, abili a trattare il bisturi nelle amputazioni, durante la guerra russo-turca del 1878.
■ Il chirurgo dell’esercito inglese Maclod era molto apprezzato per la sua abilità e per il suo sapere; resistente alle fatiche della professione sebbene d’aspetto delicato. Ma non bisognava parlargli del suo aspetto. Una volta, in India, un ufficiale che si mise a scherzare sul suo modo di vivere da signorina si ebbe uno schiaffo e il giorno dopo, in duello, un mortale colpo di pistola. Molti anni dopo, quando Maclod morì, si scoperse che era una donna. Il suo collega Barry, che fece anche lui gran parte del suo servizio in India, fu scoperto donna da persona che lo assisté in una grave malattia, ma che mantenne il segreto. La cosa non si riseppe che dopo la morte.
■ E con queste professioniste, diciamo così, d’avventura, rientriamo nel tema degli sforzi fatti dalle donne per praticare la medicina con la tolleranza degli uomini o a loro dispetto.
L’ardita donna Oliva
■ Lasciamo da parte, ancora, le levatrici, le sole a cui fu sempre riconosciuto il diritto di esercitare la professione; delle quali alcune rimasero famose anche per la loro grande coltura medica. Basterà ricordare, per tutte, la celebre Bourgeois, che assisté Maria dei Medici in tutti i suoi parti, a cominciare da quello in cui venne alla luce il re Luigi XIII, ed ebbe a soffrire la persecuzione dei maledici quando la duchessa di Montpensier, moglie del duca d’Orléans, altro figlio della regina Maria, morì d’una peritonite puerperale, che si voleva ingiustamente attribuire a imprudenza della Bourgeois, la quale entrò in polemica coi medici che avevano fatto l’autopsia della principessa. Ella pubblicò opere importanti, nonché una raccolta di «segreti» e curiose osservazioni, per esempio su una donna incinta il cui figlio mostrò un braccio e poco dopo lo ritirò, due mesi prima di venire alla luce, su una bambina che una settimana dopo la nascita ebbe mestruazioni della durata di dieci o dodici giorni e su due donne che seguitarono ad averle regolarmente all’età di ottant’anni. Precorse la terapeutica moderna consigliando nella clorosi la cura del ferro. Nobili parole scrisse nell’«Avviso a sua figlia», che continuava la professione materna: «Quando sarete chiamata da persone anche le più povere del mondo, servitele con lo stesso affetto che porreste se ne aspettaste la più grande riconoscenza, e guardatevi bene, conoscendo la loro povertà, d’accettare il minimo pagamento, perché a un povero il poco è molto: date piuttosto che prendere». E ricordare, due secoli dopo, un’altra francese, la signora Gillain-Boivin, tanto celebre nella prima metà del secolo scorso in Francia e all’estero da essere onorata della laurea in medicina «honoris causa» da un’università tedesca.
■ Né importa fermarsi a quelle che si trovarono in possesso di rimedi dai quali trassero profitto, come quella Giovanna d’Assonville, moglie d’un oste, processata sulla fine del Seicento perché spacciava un suo unguento per guarire le emorroidi e assolta, o la inglese Giovanna Stephens, dalla quale il Parlamento comprò un segreto per la cura della pietra con la bella somma di tremila sterline: segreto che consisteva in una composizione di gusci d’ostriche triturati e di sapone, molto sapone, di Spagna.
■ In generale le donne trovavano le maggiori difficoltà non solo per esercitare ma per poter studiare la medicina.
■ Sulla fine del secolo XIV vi fu in Polonia un caso che ricordava la leggenda greca di Agnodice: una ragazza, smaniosa di apprendere l’arte d’Esculapio, si travestì da uomo e riuscì così a iscriversi all’Università di Cracovia. Scoperta, fu tratta davanti al tribunale ecclesiastico, poiché la legge vietava innanzi tutto alle donne d’indossare abiti maschili. Ella si difese dichiarando che l’aveva fatto per amore della scienza, e ai giudici parve d’essere miti condannandola alla clausura in un convento, fra monache di cui più tardi divenne la superiora.
■ Degna di memoria una spagnola di singolare ingegno. Oliva Sabuco. La lotta femminile in Ispagna è meno notevole che altrove, ma questa donna vale per molte. Il suo libro «Nuova filosofia della natura dell’uomo, non conosciuta né raggiunta dai grandi filosofi antichi, la quale migliora la vita e la salute umana… scritta e data in luce da Donna Oliva Sabuco de Nantes Barrera, nativa della città di Alcazar», pieno di osservazioni originali e ardite e suscitò molto scalpore. Pubblicato prima in Ispagna, una terza edizione se ne fece circa quarant’anni dopo e precisamente nel 1622 in Portogallo: sola edizione ora conosciuta e di cui non si sa quanto esattamente corrisponda all’originale. Un secolo dopo il Sant’Uffizio non permise una quarta ristampa che con l’obbligo di sopprimere alcuni passi.
■ Vi è un po’ di tutto in forma dialogica: conoscenza di sé stesso, natura umana, mezzi di vivere bene sino all’estrema vecchiaia, composizione del mondo, saggio di riforma politica e sociale, precetti salutari a cui corrispondono i principii svolti in un dialogo finale sulla vera medicina e sulla vera filosofia; il tutto riassunto poi in latino, dopo aver trattato fin allora le questioni nella lingua materna.

■ Con molta efficacia ella mette in rilievo i gravi effetti che le passioni hanno sulla salute. I medici d’oggi non direbbero di più sulle conseguenze dei patemi d’animo nella determinazione o nell’aggravamento dell’arteriosclerosi. Quanti lattanti muoiono vittime delle sofferenze morali delle loro madri! La Lipinska, che si diffonde nell’esame dell’opera, ricorda che questo criterio esisteva già presso i greci e che l’oratore Antifonte ebbe l’idea di aprire a Corinto un ufficio di consolazione per la cura delle malattie morali, da cui le fisiche derivano. La gioia può uccidere come il dolore, quando è eccessiva, benché la gioia sia sostegno della vita e della salute.

■ Parlando poi delle altre cause delle malattie, mette in rilievo l’importanza del sistema nervoso, che ha il suo centro nel cervello. Giudiziose sono le sue osservazioni sulle epidemie, e se è superstizione, secondo la Lipinska, ciò che ella dice del malocchio o jettatura, e specialmente dei rimedi per combatterne i dannosi effetti, non è detto che della jettatura si possa parlare con leggero disprezzo. Come sono malati reali i così detti malati immaginarii, per l’azione malefica dell’immaginazione sul corpo, così la credenza nella jettatura ha realmente un’azione malefica su chi vi crede, e non è escluso che alcune persone abbiano un che di sinistro capace di turbare il sistema nervoso di alcune altre. Notevole anche è nel libro della Sabuco l’importanza che vi si dà alla musica per la cura delle malattie nervose. Ella deplora che un così eccellente mezzo curativo sia tanto trascurato, e la deplorazione non sarebbe superflua neanche oggi.
■ Né meno interessanti sono i suoi precetti igienici e in particolare il suo giudizio sul freddo, che chiama nemico della natura, come nemico è il caldo eccessivo. La moderazione della temperatura corrisponde alla temperanza del vitto e delle bevande.
■ Altro nemico della salute è la noia, che bisogna combattere variando le occupazioni e gli esercizi: anche questa varietà corrisponde, ne’ suoi benefici effetti, alla varietà dell’alimentazione. Ed è vero ch’ella esagera parlando degl’influssi della luna sulle condizioni del corpo umano, ma influssi sono innegabili nella misteriosa rispondenza del microcosmo col macrocosmo. Per ciò che riguarda le facoltà dello spirito, la Sabuco stabilisce una topografia cerebrale: il senso comune è nella parte frontale, la memoria nella posteriore e in mezzo hanno sede l’immaginazione e la concezione.
■ Ella ha osservato che v’è pericolo anche nel movimento ascensionale della vita, onde avviene che uomini sani e gagliardi siano abbattuti da morte subitanea, mentre si prolunga l’età di persone malaticce. Il lento flusso del cervello rende gli uomini più intelligenti e più saggi, laddove la sua umidità diminuisce la forza del giudizio nei giovani e la impedisce nei fanciulli. Per questo motivo del cervello più asciutto avviene anche che i vecchi generino figli molto intelligenti, allo stesso modo che i terreni umidi danno frutti di minor sapore. La nuova filosofia di questa donna non ebbe fortuna, ma ciò non vuol dire che non ne meritasse una maggiore.
Avventure di due mediche
■ Vi sono poi donne mediche la cui vita è un romanzo, come quella signora Salome Halpiz, nata nel 1718 in Lituania e divenuta medica in compagnia del marito, l’oculista Jacopo Halpiz, a cui era andata sposa a tredici anni e che aveva seguito a Costantinopoli, dov’egli aveva una larga clientela.
■ Disgraziatamente uno dei maggiori clienti, un gran dignitario, che quasi cieco andava riacquistando felicemente la vista per opera dell’Halpiz, morì dopo alcuni mesi di colpo, il giorno che aveva presa una pozione da lui ordinatagli, onde fu accusato di averlo avvelenato e condannato a morte.
■ La moglie fece di tutto per salvarlo. Cominciò con l’ottenere dal Gran Visir la commutazione della pena in una grossa somma da pagare agli eredi del morto, ma non si appagò di questo primo risultato. Informatasi della farmacia dove la pozione era stata preparata, venne a sapere che alla preparazione si trovava presente un medico ebreo, il quale, accecato dalla gelosia verso il collega straniero, aveva approfittato d’un momento in cui il farmacista s’era assentato per versarvi un veleno. Intanto un altro Gran Visir era successo al primo, e il secondo, pur dovendo riconoscere la verità del fatto, si limitò a imporre all’ebreo la restituzione della somma pagata dall’Halpiz agli eredi.
■ Tutto il racconto delle vicende di questa donna è nell’autobiografia pubblicata dallo storico polacco Glatman.
■ L’implacabile rivale non si diede per vinto e riuscì a ottenere che alla straniera, la quale esercitava la medicina anche per proprio conto, si proibisse di curar malati per altri mali che non fossero d’occhi e si permettessero soltanto clienti del suo sesso. Ma l’aver salvato altra persona d’importanza da una grave crisi renale le fece ottenere una raccomandazione per Hakim pascià, che era un medico francese convertitosi all’islamismo. Hakim dichiarò di volerla mettere alla prova con la cura della sua vecchia nutrice cieca da sette anni. La Halpiz accettò la prova e in quaranta giorni le restituì la vista; dopo di che ella fu libera nell’esercizio professionale e per giunta famosa.
■ Senonché cadde allora gravemente malata e, durante la sua malattia, il marito la abbandonò, lasciandola senza un quattrino e con una bambina di due anni. Ella decise allora di tornarsene, povera e malaticcia, in patria.
■ Lungo sarebbe riferire tutte le peripezie del viaggio. La sua abilità di medica la salva nelle più difficili circostanze, conquistandole anche il rispetto d’un brigante che soffriva d’una blefarite. Ritrova a Sofia il marito, coperto di piaghe e pentito ed ella gli perdona e si rassegna a intraprenderne la cura benché non si sia mai occupata di quella specie di malattia; e con l’aiuto d’un medico italiano di Malta venuto in compagnia di lui riesce a guarirlo. Il dottor Halpiz doveva però tornare in Bosnia, dov’era medico del pascià, e la lasciò di nuovo. Poco dopo ella seppe che era stato vittima d’un’epidemia.
■ Rimase qualche tempo a Sofia e ne approfittò per apprendere dal valente medico italiano quelle parti della medicina nelle quali era ancora inesperta. Poi questo suo maestro, perseguitato per l’odio dei turchi contro i maltesi, fu costretto a fuggire ed ella riprese il suo cammino verso la patria. Curò a Vidin il famoso principe Rakoczi, pretendente al trono d’Ungheria, che s’innamorò di lei e le propose di rimanere; ma ella rifiutò di diventare la sua favorita e, volendo egli costringerla con la forza, fuggì. Il Rakoczi la denunziò come spia ai turchi, che la cacciarono in prigione e la condannarono a morte; ma anche in quell’occasione la felice cura d’un personaggio importante fece soprassedere all’esecuzione. Intanto il principe Rakoczi, preso da rimorso, scriveva smentendo l’accusa ed ella poté finalmente riprendere il viaggio e rimetter piede in Polonia, dove però nuove traversie l’attendevano.
■ È costretta a sposare un tristo ufficiale austriaco, fa un viaggio in Russia, raggiunge il marito in Polonia, ne è ridotta alla miseria, si reca, incinta, dai parenti di lui in Austria, che trova privi di mezzi di fortuna. Si separa dallo sciagurato, che tenta di farla avvelenare e poi ogni tanto si ripresenta per spillarle danaro. Dopo aver esercitato per buon numero d’anni in Polonia, torna a Costantinopoli, dove diventa medica dell’harem del sultano Mustafà. E a quarantadue anni, nel 1760, ella chiude la storia della sua vita, né si sa qual fosse dopo d’allora.
■ La Halpiz, per essersi trovata a lungo fra mussulmani, meno ostili dei cristiani alle donne mediche, dové le proprie disgrazie ad altre cause, e anzi la medicina l’aiutò a non soffrirne troppo. Un’altra invece, anch’essa col suo drammatico romanzo, soffrì appunto dell’aver voluto a ogni costo guadagnarsi la vita con una professione vietata.

■ Enrichetta Faber, nata a Losanna, aveva sposato un ufficiale francese che cadde alla battaglia di Wagram. Rimasta sola, poiché s’era già occupata di chirurgia, pensò di trovare il modo d’esercitarla. Si travestì da uomo e col nome di Enrico Faber riuscì a superare gli esami di chirurgo militare e tornò così nell’esercito a cui aveva appartenuto suo marito. Prese parte alla guerra di Spagna, dove fu fatta prigioniera e dove rimase dopo la pace e la liberazione. Entrata nell’esercito spagnolo, fu mandata, sempre come medico militare, a Cuba nel 1818. Quivi le accadde un giorno di sentir dire dietro di sé: — Ma quell’ufficiale dev’essere una donna! —. Spaventata, corse a casa e alla domestica, che conosceva il suo segreto, propose di sposarla, offrendole un buon compenso. Questa accettò, ma non seppe abbastanza tacere, e un brutto giorno la povera Faber fu arrestata, processata per «sacrilegio» e condannata a dieci anni di reclusione e poi al bando. Trasportata nella Florida, i suoi guai ebbero fine. Poté rimettersi all’esercizio della chirurgia e trovarvi una discreta agiatezza; ma se ne stancò e finì suora di carità a Veracruz, ancora in grado, evidentemente, di esser utile al prossimo col proprio sapere.
■ Più recente la patetica storia di quella giovane indiana di ricca famiglia, Anandibai Joshee che, nata nel 1865, fu costretta, secondo la bestiale usanza del paese, a sposare a nove anni un vedovo che ne aveva venti più di lei. Ebbe a tredici un figlio, che morì, e allora ella decise di venire con lo studio della medicina in aiuto delle donne del suo paese, per le quali vigeva ancora il rigoroso costume di non potersi far curare, in caso di malattia, da un medico che tendendo una mano da dietro la tenda del letto. Lottò quattro anni per riuscire a ottenere il permesso di recarsi negli Stati Uniti, quantunque il marito la sostenesse nella sua decisione; finalmente poté partire — caso inaudito — sola, e a Filadelfia si dedicò allo studio con tale intensità che la sua salute n’ebbe a soffrire. Fra cadute e riprese, riuscì nel 1886 a laurearsi con una tesi sull’ostetricia indiana; ma la salute era ormai rovinata e, dopo un lungo viaggio penoso, morì a Bombay in età di ventidue anni, quando l’avversione alla novità era superata e nei templi il popolo pregava per la sua guarigione.
■ Ma con questo caso siamo alla lotta finale e in vista della vittoria e bisogna tornare ancora al passato.
Le «dottrici» di Bologna
■ Se diamo uno sguardo generale a questa lotta secolare fra le donne che vogliono dedicarsi alla medicina e gli uomini che vogliono tener lontane tali concorrenti vediamo che nell’antichità, specialmente nel periodo dell’Impero romano, vi fu una larga tolleranza, probabilmente anche perché le donne non si mostrarono molto invadenti nel campo dominato dagli uomini; che nel medio evo l’attività medica o pseudomedica femminile non cessò, rimanendo piuttosto oscura ne’ suoi particolari e nelle sue proporzioni come altre forme della vita privata del tempo; e che l’intolleranza crebbe a mano a mano che le Università, monopolio maschile, crebbero d’autorità e poterono veramente dettar legge.
■ Il Rinascimento faceva più largo posto alla donna, ne incoraggiava e ammirava la crescente coltura, ma in fondo mirava a quella coltura letteraria che poteva essere considerata ornamentale. Si hanno donne verseggiatrici, donne artiste, donne erudite, colmate spesso di iperboliche lodi, ma tutte queste non erano donne «concorrenti». Lo studio della medicina si andava facendo a mano a mano più serio e questa serietà conferiva forza all’argomento che la donna è troppo debole per reggere a una così gravosa preparazione e all’esercizio d’un’arte che esigeva, tra l’altro, una notevole resistenza fisica. I medici sono in massima parte ostili. Girolamo Cardano parla con disprezzo delle «donne da nulla che s’immischiano nelle cure dei bambini» e più tardi il mordace medico francese Guido Patin scrive brutalmente: «È uno stupido animale la donna che s’impiccia del nostro mestiere».
■ Ma le donne non cedono. Se qualche cosa guasta nella costanza e valentia dei loro sforzi è che per una veramente seria ve ne sono almeno quattro che o svolgono un’attività ciarlatanesca per far danaro e sono spesso più vicine alle fattucchiere che alle curatrici di mali o — come avvenne nel secolo XVIII — indirizzano al sapere scientifico, e quindi alla medicina, la loro frivolità di irrefrenabili seguaci delle mode. E si sa che nel Settecento fu di moda, specialmente a Parigi, frequentare gabinetti di fisica sperimentale, lezioni di scienze naturali, dimostrazioni anatomiche, con grande profitto di ciarlatani come Cagliostro e un po’ anche l’impudente Casanova e semiciarlatani come il Mesmer. Si mettevano in circolazione con fortuna libri d’istruzione scientifica a profitto del bel sesso, come «La Chimica per le donne», e gravi vocaboli si mescolavano ai luoghi comuni delle conversazioni fra dotte e galanti.
■ Era il secolo dei lumi anche in Italia.
■ In Italia nei secoli precedenti le cose erano andate press’a poco come negli altri paesi. Nomi di donne che esercitavano la medicina, senza dubbio con ristretta attività, se ne trovano nei ricordi eruditi delle varie città e regioni: nomi senza lustro, ma che testimoniano d’una certa tolleranza. Nel 1475, per esempio, c’era a Milano una nobile «magistra Antonia de Genua de Campogrande», moglie di Cristoforo da Padullo, abitante in Santa Maria alla Chiusa, della quale un rogito notarile afferma aver ella dall’esame dell’orina conosciuto che un tal brentatore (portatore di brente) era ridotto agli estremi per una grande «impostemazione». La maestra Antonia era «doctorata per litteras ducales»: quindi piena autorità d’esercizio. E in principio di quel secolo era registrata a Firenze, nella matricola delle arti, «maestra Antonia del maestro Daniello ebrea medicha»: uno dei frequenti casi di donne a cui era permesso curar malati perché mogli, ossia vedove, o figlie di medici.

■ Liberale era particolarmente la tradizione della dotta Bologna intorno o entro alla sua famosa Università. Alle cultrici di leggi e di lettere si accompagnavano di tanto in tanto donne esperte nelle scienze e nella medicina. Nel Trecento la figlia di maestro Giovanni Bocchi, celebre medico, fu invitata a proseguire le lezioni dalla cattedra del padre. D’un tempo alquanto antecedente fu una Jacobina, medica; del secolo XVI una Gigliani. Ma il Settecento vide insegnare nell’Università bolognese donne rimaste famose: Gaetana Agnesi, milanese, a cui Benedetto XIV affidò la cattedra di geometria analitica, Clotilde Tambroni, che insegnò lettere greche, e più vicina alla medicina Laura Bassi, che insegnò prima filosofia naturale e poi fisica sperimentale.
■ Ella fu considerata un portento dell’età sua. Già il conferimento della laurea era stato un avvenimento cittadino di cui è rimasto il ricordo anche figurato. E si hanno figurate anche la sua prima lezione di filosofia nel 1732, tenuta a pochi mesi di distanza dalla laurea, e la solenne «funzione dell’anatomia» nel 1734, nella quale Laura Bassi intervenne alla discussione ed è rappresentata in un gruppo di tre donne, in piedi, nell’atto di parlare.
■ Negli «Atti» infatti è detto che, terminata la lezione dell’illustre anatomico dottor Domenico Gusmano Galeazzi sul tema «De visu», iniziata la libera discussione «insorse con universale piacimento di tutto il Teatro la signora Laura Bassi Dottrice, e pubblica lettrice di filosofia, la quale con sottilissimi e dottissimi argomenti e rare espositioni d’esperimenti intorno al suddetto sensorio della Vista venne a dimostrare l’alto e profondo intendimento che riteneva in tale materia un commune applauso…».
■ La filosofia naturale era materia affine agli studi medici, tanto che per lungo tempo il suo insegnamento fu accoppiato a quello della medicina, e la Bassi era stata avviata alla sua gloriosa carriera dal professore d’anatomia Gaetano Tacconi, succeduto nella cattedra al celebre Valsalva, e aveva ricevuto la laurea dal dottor Matteo Bazzani, che lo Zanotti giudicò «dotto filosofo, medico apprezzato, non volgare anatomico e tanto eloquente che nessuno sembrava stargli a paro per copia di parole e di sentenze».
■ Quanto al Galeazzi, protagonista della detta Funzione, egli fu il padre di quella Lucia che andò sposa a Luigi Galvani e che va ricordata perché ne fu valente collaboratrice, tanto che a lei si attribuisce l’inizio della famosa scoperta. Ella era malaticcia (morì nel 1790 lasciando il marito veramente inconsolabile) e il Galvani le stava preparando un giorno il brodo di rane. Alcune rane già spellate erano sulla tavola presso una macchina elettrica e avvenne per caso che un assistente toccasse con un ferro le zampette d’una di esse, subito agitata da convulsioni. La moglie del Galvani rilevò la singolarità e l’importanza del fatto e corse ad avvertirne il marito. Non grande merito, ma indizio d’una mente preparata, fra il padre e il marito, all’osservazione scientifica.

■ Contemporaneamente alla Bassi insegnava a Bologna — e insegnava anatomia — un’altra illustre donna, Anna Morandi, allora già vedova di Giovanni Manzolini da cui aveva appreso l’anatomia e l’arte di lavorare in cera. In quest’arte, avvantaggiata dal largo e sicuro sapere, ella riuscì a produrre pezzi anatomici di rara perfezione, specialmente gli organi della generazione e i feti nelle loro diverse posizioni: esemplari di notevole aiuto per operare nei casi di parti difficili. La sua dottrina e la sua abilità di modellatrice le fecero avere allettanti inviti da Milano, da Londra, da Pietroburgo, ma ella non volle muoversi dalla sua città natale. Negli ultimi anni di sua vita il conte Ranuzzi le comprò gli strumenti, le cere, la biblioteca e ne fece un museo nel suo palazzo, dove le concesse anche il gratuito godimento di alcune stanze.
■ Contemporanea ed emula sua a Parigi Maria Caterina Biheron, figlia d’un farmacista, che fu valentissima in modelli anatomici di cera. Ella riuscì a comporre un perfetto corpo di donna che si poteva aprire come si voleva per esaminarne, anche movendole, le singole parti interne. Ma, meno fortunata dell’italiana, e in un ambiente meno liberale di quello di Bologna, se due insigni medici la sostennero, altri le furono ostili e ottennero che le fosse proibito di ricevere allievi. Si aiutava a vivere aprendo tutti i mercoledì il suo gabinetto ai curiosi, che pagavano tre franchi d’ingresso. La raccolta fu poi fatta comprare da Caterina II.
■ Un’altra donna, a Bologna, si acquistò una certa fama per essersi laureata in medicina verso la fine di quel secolo, Anna Maria Dalle Donne. Una sua Tesi di anatomia e fisiologia è interessante non solo per la vasta conoscenza che mostra della materia e per lo spirito critico che vi si rileva, ma perché porta sulla copertina, come titolo dell’autrice, quello di «dottrice». Questo femminile di «dottore», che doveva essere in uso allora, almeno a Bologna, come abbiamo visto dal resoconto della «Funzione d’anatomia», meritava una maggiore fortuna. Ma il capriccio dell’uso ha voluto che il maschile si seguitasse a usare anche per le donne, quasi a dar l’impressione ch’esse si occupano di cose spettanti all’altro sesso.
■ La Dalle Donne era stata distinta ma non prescelta in un primo concorso per una cattedra, ma la cattedra l’ebbe di lì a qualche anno, in regime napoleonico, e fu d’ostetricia. Morì nel 1842, quando altrove le donne ponevano l’assedio alla fortezza universitaria per potervi entrare come allieve.
La svizzera abbassa il, ponte levatoio
■ In sostanza, prima dell’ultima fase, che è uno dei vanti del secolo XIX, detto «stupido» da quel medico non medico e clamoroso scrittore che fu Leone Daudet ma in realtà uno dei più grandi secoli della storia umana, la donna aveva nella medicina un solo modesto sebbene apprezzabile posto: quello di levatrice. Si può dire che dalle origini della civiltà nessuno le contestava la legittimità di quella funzione.
■ Senonché proprio nel secolo XVIII la «specialità» era aggredita dalla concorrenza degli ostetrici, venuti in voga per il fatto appunto che la voga è pur sempre la grande ispiratrice degli umori femminili. La donna del Settecento voleva partorire con l’aiuto del medico e lasciava la levatrice alle donne di bassa condizione; il che del resto seguita ad accadere fra grassa borghesia e popolo minuto, fra grandi città e campagne.

■ Sempre, s’intende, i medici erano intervenuti nei parti difficili e alcuni di essi, fra i più noti, avevano anche scritto sull’argomento; ma poi si raffinò la costruzione e, con la costruzione, l’uso di ferri, e la «accoucheuse», che nella vecchia Francia era chiamata semplicemente «ventrière», dové tirarsi da parte per cedere il passo al dottore, cioè stargli da presso in condizione di subalterna, come un’assistente o un’infermiera.
■ C’è un curioso libro del Settecento, scritto da una inglese e di cui abbiamo tra mani la traduzione francese pubblicata nel 1771, che è tutto una violenta requisitoria contro gli ostetrici: «La cause de l’humanité référée au tribunal du bon sens et de la raison ou Traité sur les accouchements par les femmes ecc.». (Era ancora il tempo dei titoli di libri che non finivano mai). L’autrice, Elisabetta Nihell «maîtresse sage-femme», va avanti per cinquecento pagine a dimostrare che la tradizione, il pudore, l’interesse della donna in particolare e della società in generale sono contro l’invadente uso della mano maschile, armata per giunta di ferro, e tra l’altro si fa forte dell’opinione d’un illustre medico francese, Filippo Hecquet, vissuto fra il Seicento e la prima metà del Settecento. Questo Hecquet, di grande autorità al suo tempo, professore di materia medica all’Università di Parigi, uomo di singolare rettitudine e religiosissimo, appunto perché religioso si levò fieramente contro la moda dell’assistenza ostetrica maschile. Un suo scritto sull’argomento è intitolato: «Dell’indecenza per gli uomini d’intervenire nei parti e dell’obbligo per le donne di allattare i loro figli; ove si dimostra con ragioni di fisica, di morale e di medicina che le madri non esporrebbero né le proprie vite né quelle dei loro figli rinunciando ordinariamente agli ostetrici e alle balie».
■ Vana battaglia. Gli ostetrici invasero il regno delle levatrici. Ma le donne risposero invadendo l’impero dei medici. Avendo dovuto cedere su un punto, avanzarono su più vasto fronte.
■ Non si trattava più di ottenere la tolleranza d’un esercizio collaterale e subordinato dell’arte per eccellenza maschile, né di combattere con armi disuguali. Esse vollero avere gli stessi titoli degli uomini, entrare accanto a loro nelle aule universitarie, che si videro vietare in alcuni paesi ben avanti nel secolo scorso, uscirne laureate come loro e come loro in pieno diritto di attendere alla professione. E vi riuscirono, con ultimi e più faticosi sforzi, vincendo ultime e più acri resistenze. In quest’ultima fase va riconosciuta ancora una volta alla Svizzera quella costante pratica di buon senso la quale l’ha distinta e la distingue in mezzo a tante aberrazioni che ebbero e hanno nomi più sonori. Il buon senso è gran parte della saggezza e un gran mezzo, anche, di far bene il proprio interesse. È probabile che anche in Isvizzera le donne generalmente non avessero nei secoli passati né l’agio né sopra tutto la voglia di far la concorrenza ai medici. La donna svizzera era per eccellenza, in un popolo di semplici costumi, la donna di casa.

■ Ciò non vuol dire che non ve ne fossero, spinte dalla necessità o dal bisogno o da particolari circostanze a occuparsi di medicina anche praticamente. C’era già stata nella prima metà del Cinquecento, a Berna, la vedova di Ottone Brunfels, medico tedesco ma sopra tutto celebre botanico, la cui vita fu ricca di vicende; appassionato di scienze naturali e impedito di coltivarle da’ suoi, si fece frate, poi passò alla Riforma, quindi fu per un pezzo maestro di scuola, infine si mise a studiar medicina, proseguendo negli studi botanici e prese la laurea di medico a Basilea quando aveva già passata la sessantina; divenne medico ispettore a Berna, dove morì 4 anni appena dopo la laurea. La moglie, istruita dal marito, ne continuò in certi limiti la professione. Ma l’esempio più degno di memoria è forse quello di Maria de Hilden, vissuta tra la seconda metà del Cinquecento e la prima del Seicento a Berna.
■ Nativa di Ginevra sposò Fabrizio de Hilden (latinamente Hildanus), tedesco di origine, che aveva studiato anche in Italia e poi a Losanna, uno dei più rinomati chirurghi del suo tempo, autore di un apparecchio per applicare i setoni da rivulsioni, medico prima a Payerne poi a Berna, dove morì nel 1634. Ella s’interessò vivamente all’arte del marito e vi divenne così abile che questi in più d’un’occasione ne vantò per iscritto la perizia.

■ Nelle sue «Observationes medico-chirurgicae» egli racconta fra l’altro una cura molto sagace e fortunata condotta dalla moglie in sua assenza. Un tal Dilberger era caduto malamente sull’elsa della propria spada, rompendosi la nona e decima costola a sinistra presso la colonna vertebrale. Il marito non c’era; intervenne la moglie, poiché il caso era urgente e grave. Rimise a posto le costole, poi unse tutto il lato d’olio rosato, applicando quindi un cataplasma del quale ecco, a edificazione dei chirurghi d’oggi, la curiosa composizione: farina d’orzo mescolata con polvere di rosa, fiori di melograno selvatico, bacche di cipresso e radice di tormentilla in polvere, nonché un uovo intero. (La tormentilla era già nella farmacopea medievale e se ne trova menzione nel «Tesoro dei poveri» di Pietro Spano, libro di medicina che Vincenzo Monti proponeva d’intitolare «Tesoro d’inaudite sciocchezze in fatto di medicina». Ma con questo rigore quanti libri di quel tempo e anche di tempi posteriori si salverebbero?). Sopra dispose assicelle di legno per tener fermo il restauro, sulle assicelle un cuscinetto e intorno bende moderatamente strette.
■ I dolori, che erano acuti, cessarono quasi subito. Ella prescrisse inoltre per bocca acqua di prunella e di gorgolestro (sium angustifolium, reputato come antiscorbutico) in parti uguali, un sorso due volte al giorno, dieta molto severa e cambiamento quotidiano di medicazione. Quando il marito tornò, dieci giorni dopo, trovò il paziente fuor di pericolo. E in quattro settimane era guarito.

■ Parve grande prova di sagacia aver ella pensato a estrarre un bruscolo d’acciaio dall’occhio d’un paziente con la calamita. E suo marito non si lasciava sfuggir occasione di celebrare la perizia della moglie nel condurre a buon termine, secondo il metodo del consorte, parti difficili pei quali gli altri medici ricorrevano all’operazione cesarea.
■ Ma il vanto della Svizzera (vanto, questo, di uomini) è di aver abbassato, per la prima in Europa, il ponte levatoio della fortezza universitaria e dato il passo alle donne, mentre da per tutto altrove (fuorché, forse, in qualche parte d’Italia) l’entrata rimaneva proibita.
■ Nell’autunno del 1864 una giovine russa domandò al Senato dell’Università di Zurigo il permesso di seguire regolarmente in quel rinomato Istituto i corsi di storia naturale, d’anatomia e d’istologia. Naturalmente la novità, dati gli umori delle altre Università europee, doveva cominciare col cagionare un certo imbarazzo, sì che il Senato si rivolse al Governo, il quale rispose che non vedeva nulla d’anormale in quella domanda, e il Senato, che non aveva mosso obbiezioni ma soltanto voluto evitare d’assumersi l’intera responsabilità, si affrettò a concedere il permesso.
■ E d’anno in anno da’ varii Stati d’Europa arrivavano giovani donne entusiaste della libertà concessa. Non molte in principio, si capisce, perché quel genere di studi era faticoso, tanto più che oramai si esigeva, da chi voleva intraprenderli col proposito di laurearsi e di esercitare la professione, un’adeguata preparazione; ma ogni anno, da allora, la Facoltà medica di Zurigo ospitò alcune donne, che trovavano la più cortese accoglienza presso i colleghi dell’altro sesso.
■ La cosa parrebbe naturale fra giovani; ma non fu così da per tutto, quando anche negli altri paesi le donne furono ammesse ai corsi. Ostilissimi, fra gli altri, furono gli studenti inglesi: d’una grossolana villania che stupisce in quei borghesi celebri per le fredde maniere corrette. Cordiali invece gli studenti russi nel periodo in cui anche a Pietroburgo si decise, abbastanza per tempo, di favorire l’istruzione femminile; ma quel movimento liberale durò poco, perché una politica sospettosa intervenne e molti anni ancora dovettero passare prima che le russe potessero studiare e addottorarsi in casa loro.
■ In Germania la resistenza fu tenace e l’ostilità acre da parte dei professori universitarii e dei professionisti più noti con, s’intende, le buone eccezioni: ancora nel 1888 in un Congresso a Colonia di medici e naturalisti si ripetevano fra gli applausi i soliti argomenti contro la inidoneità della donna allo studio e all’esercizio della medicina. Eppure nel Settecento una donna di Quedlinburg, Dorotea Cristiana Leporin, figlia d’un medico del quale seguiva avidamente le lezioni che da lui riceveva il fratello, era andata così avanti nel sapere e s’era tanto fatta notare per la sua passione d’apprendere che Federico il Grande le diede il permesso d’iscriversi all’Università di Halle, dove già si trovava il fratello. Maritatasi poi col ministro evangelico Erxleben e divenuta madre di quattro figli, trascurò gli studi, ma alcuni anni dopo li riprese, si addottorò ed ebbe licenza di esercitare la professione. Acuto e arguto il tema della sua tesi di laurea, naturalmente in lingua latina: «Quod nimis cito ac jucunde curare saepius fiat causa minus tutae curationis». Ed è a notare che, in occasione della sua laurea, l’avvenimento fu celebrato da un professore in versi latini, nei quali era detto che casi di questo genere s’eran visti «in Italia nonnunquem – In Germania nunquam».
■ Ma nelle sue Memorie ella ricorda l’ostilità dei colleghi di Quedlinburg. I congressisti tedeschi del 1888 erano ancora di quella medesima stoffa.
La marcia sull’università e la vittoria
■ Intanto le donne avevano conseguito piena vittoria negli Stati Uniti. Parecchi anni prima che l’Università di Zurigo desse prova al bel sesso o sesso debole (due aggettivi, come si sa, troppo generici) della saggia democrazia elvetica, la democrazia americana, dopo l’inevitabile periodo di incomprensione, o piuttosto di quella repugnanza alle novità pur logiche e giuste della quale anche le democrazie sono tutt’altro che immuni, s’era inchinata alla ammirabile ostinazione femminile.
■ Pioniera di questa lotta una inglese emigrata fanciulla con la famiglia nel Nuovo Mondo, ch’ella doveva fare in un certo senso più nuovo: Elisabetta Blackwell. Nel 1899 le donne mediche, con l’adesione, questa volta, di molti colleghi, vollero celebrare con solennità internazionale il cinquantenario della sua laurea. Era la prima volta che una donna, non per favore d’un sovrano o per tolleranza di medici o di atenei, meno curanti d’una concorrenza timida e ristretta, spesso quasi clandestina, otteneva da un Istituto scientifico il riconoscimento di studi regolarmente fatti e il diritto di esercitare la professione in pari condizioni con medici dell’altro sesso.
■ Ma ce n’era voluta della pazienza e della costanza! Il capo d’uno di quei «Colleges» che erano altrettanti rami universitarii espresse il sentimento che vigeva da secoli contro i tentativi femminili, confessò cioè il più forte motivo della secolare resistenza: «Non potete aspettarvi da noi che vi forniamo il bastone con cui picchiarci sulla testa».
■ Ella interrogava consigli e decani de’ varii Istituti da un capo all’altro degli Stati Uniti e d’ogni parte la risposta era negativa. Qualche amico la consigliava addirittura di ripetere il trucco dell’antica Agnodice: travestirsi da uomo e iscriversi come tale. Ma il tempo e il suo carattere la portarono all’azione aperta. Qualche professore più benevolo le consentiva di assistere alle sue lezioni, ma, se le lezioni giovavano per la coltura, non portavano alla conclusione pratica cui ella aspirava. E la frequentazione degli ospedali le era vietata.
■ Finalmente la piccola Università di Ginevra (si sa che molte città minori americane sono state battezzate con nomi di città europee e c’è persino un borgo che si chiama Milano), rispose favorevolmente, nell’ottobre del 1867, alla sua domanda di regolare ammissione. Il rettore la informò che il Consiglio aveva deciso di sottoporre quella domanda alla studentesca. E la studentesca votò un ordine del giorno che diceva: «Uno dei fondamentali principii d’un Governo repubblicano è la universale educazione d’entrambi i sessi, quindi per ogni ramo d’educazione scientifica la porta dev’essere aperta ugualmente a tutti. La richiesta di Elisabetta Blackwell di appartenere alla nostra classe riceve la nostra intera approvazione e nel presentare il nostro unanime invito noi ci obblighiamo a comportarci in modo ch’ella non abbia a pentirsi di esser entrata nel nostro Istituto».
■ Quale differenza dal contegno degli studenti di medicina inglesi!
■ Naturalmente anche dopo la laurea le difficoltà della professione nuova per una donna non potevano mancare. Si può dire che non mancano del tutto neanche ora. Ma furono e sono difficoltà dipendenti principalmente, appunto, dalla novità, che non ha ancora cessato di apparir tale dopo tanti decenni di pacifica conquista.
■ In America ella fondò o provocò la fondazione di Collegi femminili, poi tornò in Inghilterra a continuare la lotta, che si concluse più tardi con una nuova vittoria. Lo stesso «Punch», il famoso giornale umoristico inglese, pubblicò piacevoli versi in onore della «Doctrix Blackwell». (Ecco ancora un tentativo di sostuituire all’ambiguo «dottore» il preciso termine «dottrice» per la donna). Elisabetta Blackwell, morta a ottantanove anni nel 1910, ha lasciato, oltre scritti scientifici e di propaganda sociale e morale (era una fervente fautrice dell’emancipazione della donna, avversaria convinta della vaccinazione obbligatoria, dell’abuso della vivisezione, del controllo dello Stato sulla prostituzione, un’ardita assertrice dell’educazione femminile senza restrizioni e senza ipocrisia), ha lasciato un libro di memorie intitolato «Pioneer Work for Women» che l’editore Dent ha incluso nella sua «Everyman’s Library» fra le opere più importanti della letteratura inglese. È un attraente racconto, scritto assai piacevolmente, che meriterebbe d’essere tradotto indipendentemente dal suo valore storico.

■ Il secolo decimonono si chiuse con una legione di mediche laureate e praticanti: seimila in tutto il mondo civile.
■ A che punto siamo oggi? Basterà aggiungere uno zero alla cifra?
■ È certo, a ogni modo, che buona parte di queste donne tengono onorevolmente il loro posto nella cultura e nell’esercizio della medicina.
■ Alcune si sono distinte anche in lavori scientifici. Non medica ma batteriologa quella Alice Evans, americana, che scoprì la stretta parentela fra il bacillo di Bang, causa dell’aborto delle mucche, detto appunto «bacterium abortus», e il bacillo di Bruce, causa della febbre maltese o mediterranea: scoperta che portò alla più esatta diagnosi di febbri ritenute tifoidee o d’altro genere, fece constatare il pericolo d’infezione dal latte anche di mucche tenute con ogni regola d’igiene e indusse ad ammettere necessaria in ogni caso la pastorizzazione. Il De Kruif ne parla, con la sua eccessiva coloritura e con una certa prolissità, nel suo libro «Uomini contro la Morte».
■ Si può ricordare in Italia (dove il libero accesso alle Università data dal 1875, mentre in Austria-Ungheria si dové aspettare sino al 1893) Giuseppina Cattani, nata a Imola nel 1859 e ivi morta nel 1914, che collaborò col Tizzoni alla scoperta (preceduta, però, sembra, di due anni dal Behring) della immunizzazione contro il tetano. E ve ne furono certamente altre e ve ne sono che ne’ laboratorii si dimostrarono e si dimostrano valenti collaboratrici d’indagatori.
■ Uno scettico dirà che non c’è né un Koch né un Murri del bel sesso, come non c’è né un Dante né un Beethoven; ma questo non conta gran che. Come la civiltà d’un popolo non si valuta da alcuni genii, sì bene dalle qualità veramente civili della gran massa del popolo stesso, così l’opera della donna medica non si giudica dalla mancanza di sommità d’una fama universale, ma dal beneficio che possono recare numerose donne in compiti anche ardui e rischiosi, sostenuti con coraggio, con diligenza, con devozione.”