Da Il Giardino di Esculapio, Anno XXV, N. 3-4, 1956.
Il procedere della conoscenza scientifica.
” ■ La scoperta biologica interessa e affascina l’uomo: nei suoi confronti egli — studioso o uomo della strada — si considera non solo spettatore ma anche, e soprattutto, attore. Concezioni filosofiche e religiose, rapporti sociali, sentimenti, interessi, a torto o a ragione, entrano in giuoco. Di qui, clamore di negazione e fervore di entusiasmi, accanimento di critiche e ottimismo di generalizzazioni, fantasioso divagare di narratori e celebrazione di apologeti.
■ Ancora una volta, la vicenda si osserva in modo che può dirsi tipico quando, nella prima metà del ‘700, tra stupore di scienziati, di curiosi, di incompetenti, avviene la straordinaria scoperta della partenogenesi naturale. Che possa prodursi maternità verginale è fatto il quale sconvolge opinione consolidata da secolare e quotidiana esperienza. Sembra davvero un misterioso prodigio: l’inatteso che suscita sorpresa e assume i caratteri del mistero (quel mistero che, amico od ostile, ma sempre affascinante, allo studioso si manifesta anche nei fenomeni più comuni, in quelli cioè che, divenendo abituali, possono sembrare facilmente interpretabili).
■ Altri insegnamenti di carattere generale si possono trarre dalla scoperta della partenogenesi. È conquista della prima metà del ‘700, di un periodo, dunque, di splendidi studi naturalistici, e subito entra, fattore fondamentale, nel ricco quadro delle dispute tra ovisti e spermisti. Lunga polemica, la quale offre documento, che si potrebbe dire esemplare, dei modi secondo i quali procede la conoscenza scientifica. Essa non avanza, come semplicisticamente si potrebbe credere, lungo una via rettilinea, ma da un lato e dall’altro di questa linea oscilla, e quanto più si sposta da una parte, tanto maggiormente, per reazione e per compenso, si sposta dall’altra. Si vuol dire che nuove osservazioni ed esperimenti — soprattutto quando assurgano a valore di scoperta — inducono a interpretare, alla luce delle nuove conoscenze, il maggior numero possibile di fenomeni, e spesso interpretazioni così generali peccano di arbitrio. L’arbitrio genera poi critica e reazione: ecco che, per compenso, si determinano atteggiamenti e interpretazioni opposte. Insomma, più che da una retta, il procedere della conoscenza scientifica e, in generale, di quella umana, può essere rappresentato dal movimento di un pendolo che, continuamente oscillando, continuamente procede. Se si traccia nello spazio la linea segnata dalla punta di questo pendolo, si ottiene una spirale, con curve più o meno ampie, più o meno ravvicinate, a seconda della vastità delle oscillazioni e della rapidità del procedere.
Diatriba fra ovisti e spermisti.
■ Fervono in Olanda, già nella seconda metà del ‘600, le indagini microscopiche ed ecco il giovanissimo chirurgo Regnier de Graaf, celebre anche per le sue indagini sulla secrezione salivare e su quella biliare (doveva morire a soli 32 anni, nel 1673) scoprire, un anno prima della morte, nell’ovaio di coniglia, di pecora, di donna, i follicoli che portano il suo nome e affermare, in virtù di intuizione e di raziocinio, l’esistenza delle uova ova nei Mammiferi. Che le femmine degli animali superiori, comprese le donne, producevano uova come quelle dei Pesci o degli Uccelli, sembrò incredibile, e pareva anche stupefacente che grandi quadrupedi facessero uova più piccole degli insetti. Si osservi — come già si è accennato — che le uova allora rappresentavano una semplice ipotesi, perché nessuna struttura specifica era stata veduta al microscopio; eppure, ragionamento, osservazioni, analogie molteplici ne dimostravano l’esistenza in maniera sicura (vien fatto di pensare a Girolamo Fracastoro che, oltre un secolo prima, e senza poterli vedere, con logica impeccabile, dimostrava l’esistenza dei «Seminaria»).
■ All’incredulità seguì l’entusiasmo e all’entusiasmo l’eccesso: ecco gli ovisti affermare che solo l’uovo conteneva l’universale principio ereditario della vita.
■ Pochi anni dopo, la scoperta degli spermatozoi. A chi è dovuta? È consuetudine attribuirla al naturalista e mercante e vinaio e capomastro olandese Antonio van Leeuwenhoek, nato nel 1632 e morto nel 1723. Si dice che sia stato Luis D. Ham, o Hammen, o anche Hammius, a vederli per la prima volta. Studiava medicina a Danzica e si appassionava alle indagini microscopiche. Esaminando lo sperma di un gonorroico, in un giorno del 1677, fu stupito di scorgervi delle cellule mobilissime e ne diede notizia a van Leeuwenhoek, il quale approfondì le ricerche e nel mese di novembre dello stesso anno, ne comunicò i risultati a Milord Brounker, presidente della Società Reale di Londra. Ma si deve anche ricordare — e oggi sembra dimenticato — che i contemporanei diedero merito di priorità a Tommaso Bartolini. Nell’interessante opera di Martinus Schurigius, medico di Dresda, «Spermatologia Historico-Medica h.e. Seminis Humani Consideratio Physico-Medico-Legalis» (Francofurti ad Moenum, Sumptibus Johannis Beckii, 1720) completo, sistematico trattato di sessuologia, si legge a pag. 27 che chi scoprì i «vermiculos seu animalcula in Semine virili tum brutorum, tum ipsius hominis» è stato il Bartolini: al Leeuwenhoek attribuisce il merito di avere difeso e convalidato autorevolmente la scoperta. Certo è che in «Thomae Bartholini — Act Medica et Philosophica Hafniensia», vol. V, Parte I (Hafniae, Sumptibus Petri Hauboldi — Academia Bibl. 1680) in una epistola, scritta in Leida il 28 maggio 1678, esplicitamente si afferma di avere Osservato al microscopio che «semen humanum animalculis multorum generum esse repletum». E può darsi che vi siano documenti anteriori. Spetta, dunque, al danese, o all’olandese la scoperta? Non basta un altro olandese, Nicolas Hartsoeker, studioso serissimo, attendibile, sempre documentato, nel 1678, assicurava di avere veduto gli spermatozoi quattro anni prima, e in un notevole volume, pubblicato ad Amsterdam nel 1708 («Suite des Conjectures Physiques») nel VII Discorso, trattando «De la génération», ribadisce di avere studiato «depuis de trente ans la semence d’un grand nombre de quadrupedes et d’oiseaux» (p. 106). «Da più di trent’anni», e cioè (poiché il libro, come si è detto, è stato stampato nel 1708, ed è ragionevole che sia stato scritto non oltre il 1707) prima del 1677. È molto probabile che Bartolini, Ham, Leeuwenhoek e Hartsoeker, siano giunti quasi contemporaneamente, e indipendentemente l’uno dall’altro, alla grande scoperta. Il che non stupisce quando si consideri l’appassionato fervore delle ricerche microscopiche in quei tempi. Certo è che il Leeuwenhoek, a differenza degli altri, non si limita a una semplice notizia, ma intraprende ricerche sistematiche, e sui risultati discute e costruisce, divenendo un fervente spermista e suscitando consenso di seguaci, i quali con lui concludono che i fattori ereditari sono tutti contenuti e preformati nella cellula sessuale maschile. Ecco il pendolo che oscilla, per compenso e per reazione, dal lato opposto. Il Leeuwenhoek non solo nega importanza e consistenza all’ovulo (in una lettera che scrive nel febbraio del 1680 al nobilissimo Signor Cristoforo Wren, tratta «De ovario, et imaginariis eius Ovis») ma tutto spiega con le virtù degli «animalcula» maschili, perfino la nascita di maschi o di femmine, che deriverebbero da due specie di spermatozoi, uno maschile e l’altro femminile: «… ubi etiam in seminibus masculinis animalium, avium, piscium, imo etiam insectorum repperi animalcula, multo certius esse statuo, quam antea, hominem non ex ovo, sed ex animalculo in semine virili, oriri; ac praesertim cum reminiscor me in semine masculino hominis, et etiam canis, vidisse duorum generum animalcula. Hoc videns mihi imaginabar, alterum genus esse masculinum, alterum faemininum» («Arcana Naturae», Delphis Batavorum Apud Henricum a Krooneveld, 1695).
■ Diciannove anni dopo non si è per nulla ravveduto e in una lettera scritta alla Società Reale di Londra, riafferma: «Un intero uomo è contenuto in uno dei piccoli animali del seme maschile e tutti gli «animalcula» del seme maschile derivano dal primo uomo creato».
■ Qui lo studioso, pericolosamente si mescola al mistico ed è miscela gradevole, in quei tempi, a molti calvinistici palati, cui piace che la scienza avvalori il concetto della predestinazione. Influenza dei tempi e, tuttavia, non bisogna peccare di facile orgoglio nel giudicare quella stortura, e perché non è detto che anche oggi si sia conquistata completa immunità da patologico misticismo e da ideologica suggestione, e perché, anche allora, pacati studiosi avevano osservato come l’olandese indulgesse nella sua interpretazione più a preconcetti che a fatti: ecco il botanico Patrick Blair (Botanick Essays — London 1720 — William and John Innys) fare appunto al Leeuwenhoek di usare ingiustificatamente «Subterfuges which are mere Hypotheses and no ways demonstrative».

■ La notizia delle scoperte, l’eco delle discussioni giungono a un più vasto pubblico e la fantasia si accende: quando un altro microscopista olandese stampa il disegno di minuscolo ometto che si troverebbe, forse, nella testa dello spermatozoo, e non già perché lo abbia veduto, ma esplicitamente dichiarando che si tratta di un semplice tentativo di ricostruzione, ecco che molti lo considerano la figura esatta di microscopico reperto. È il ritorno, sotto altra forma, dell’alchimistico «homunculus» paracelsiano (si veda il «Liber de Homunculis» in Philosophia Magna) che poteva ottenersi, secondo il grande mago, dallo sperma fatto digerire nel ventre di cavallo e poi sottoposto a molteplici trattamenti chimici. Nella minuscola fiala, ecco allora comparire un piccolo essere umano, perfettamente simile in ogni particolare all’individuo da cui proveniva una vera androgenesi artificiale. Tenace concezione quella dell’«Homunculus» di Paracelso! La ritroviamo (e proprio negli anni nei quali veniva scoperta la partenogenesi) in un’opera che è straordinaria miniera di conoscenze biologiche dell’epoca: «La vita e le opinioni di Tristano Shandy» dello Sterne.
■ Eppure, stranezza del destino (ma, soprattutto, curiosità di indagatore e onestà di osservatore, per il quale pur sempre valeva, oltre ogni misticismo, il «primum experiri, deinde philosophari») doveva proprio essere il fervente spermista Leeuwenhoek a osservare, per primo, o tra i primissimi, la partenogenesi.
Scoperta della partenogenesi naturale.
■ Studiando il riprodursi dei Pidocchi di svariate piante (cespugli di giardino e alberi da frutto) e proprio mentre si riprometteva di documentare la predominante o esclusiva importanza degli spermatozoi, ecco che non riesce a trovare maschi, mentre tranquillamente e rapidamente le vedove femmine continuano a riprodursi. L’olandese, con suo stupore, in ogni femmina, anche giovanissima, trova embrioni di varia dimensione. Egli ne dà notizia per la prima volta — se non erriamo — in una lettera del 1696, e cioè sedici anni dopo quella che egli aveva scritto a Sir Wren, descrivendo gli «animalcula» dello sperma e magnificandone l’esclusiva importanza genetica. Le sue osservazioni sui Pidocchi lo interessano, lo stupiscono, gli sembrano inverosimili, ma vi insiste, le conferma, in una lettera del 1700 riconosce che si tratta di fenomeno davvero straordinario non costatabile in nessun’altra creatura («… Esse mettono al mondo figlie senza bisogno di accoppiamento col maschio») e, tuttavia, non recede dalla sua posizione di acceso spermista, considerando il fenomeno da lui scoperto come… eccezione.
■ Anche qui bisogna tuttavia chiedere: è proprio l’olandese che per primo ha veduto la partenogenesi naturale? Qualche dubbio può sorgere, perché non è escluso che la priorità vada a un italiano, Diacinto Cestoni, nato cinque anni dopo l’olandese e morto cinque anni prima. Il Cestoni, che visse a Livorno e che fu protospeziale di Cosimo III, fervidamente e genialmente si era appassionato agli studi naturalistici e farmacologici (trattò, tra l’altro, della salsapariglia e della china-china). Ha larga notorietà soprattutto per una lettera scritta con G.B. Bonomo, nel 1687, al maestro amico Francesco Redi, dando notizia di avere scoperto l’acaro della scabbia e descrivendolo accuratamente. Poco note, o del tutto ignorate sono invece le sue osservazioni sulla partenogenesi nei «Pidocchi del cavolo». Precede il Leeuwenhoek? Non è facile dirlo. Certo è che egli nei suoi scritti cita frequentemente l’olandese, chiamandolo «Levenochio» e invidiando la potenza del suo «terribile microscopio». Ma sembra anche che la sua scoperta sia del tutto indipendente dalle osservazioni dell’olandese. In una lettera da lui scritta al Vallisnieri (Giacinto Cestoni: Epistolario ad Antonio Vallisnieri, Roma, Reale Accademia d’Italia, 1940, vol. I) in data 26 maggio 1698, si legge: «Una razza di Insetti che da giardinieri, da contadini, da ortolani e da altre persone ho sentito nominar sotto nome di Pidocchi quali non solo ne’ cavoli, ma in molte, e molte altre erbe e fiori si annidano con danno notabile. Di due razze ne ho scoperti, cioè alati, non alati, et ambedue le razze fanno la medesima metamorfosi, che racconterò; tant’uno, che l’altro partoriscono viventi, e non principiano a partorire se prima non si siano spogliati tre volte, e di più non ho potuto osservar tra loro li maschi, ma tutti ho veduto partorire… La loro generazione è grandissima, perché come ho detto son partoriti vivi e della similitudine della genitrice e in tutto, e per tutto, e nel medesimo istante».

FIG. I RAPPRESENTA L’ANIMALETTO DI COLORE VERDE, COSÌ COME SI VEDE NETTAMENTE AD OCCHIO NUDO QUANDO È ADULTO.
FIG. 2 ABCDEFGH RAPPRESENTA LO STESSO ANIMALE, VISTO AL MICROSCOPIO, PROSSIMO ALL’ULTIMA METAMORFOSI E NEL QUALE GIÀ IN WX SI COMINCIANO A INTRAVVEDERE LE ALI.
FIG. 3 RAPPRESENTA LO STESSO ANIMALE DOPO LA METAMORFOSI IN MOSCA. MENTRE IL PITTORE ERA OCCUPATO A DISEGNARE L’ANIMALE, IO NE DISSECAI ALCUNI, ESTRAENDONE I FIGLI NON ANCORA NATI. UNO SE NE VEDE ALLA FIG. 4, ESAMINATO AL MICROSCOPIO; UN GRUPPO DI 8 È RIPRODOTTO ALLA FIG. 5.
FIG. 6 L’AUTORE RIPRODUCE, INGRANDITO, L’OCCHIO COMPOSITO DELL’ANIMALE, CHE GIÀ SI VEDE NETTAMENTE DISEGNATO NELLA FIG. 2.
OSSERVAZIONE: LA FIGURA E I DATI RIFERITI DALL’A. RENDONO MOLTO PROBABILE CHE SI TRATTI DEL MYZUS CERASI F., NOTO VOLGARMENTE COME L’AFIDE NERASTRO DEL CILIEGIO. LA DIAGNOSI È AVVALORATA DAI LUNGHI SIFONI (CB) DISEGNATI NELLA FIG. 2.”
■ Sotto l’aspetto che qui interessa, assume particolare significato un’altra lettera (n. 47) ancora diretta al Vallisnieri, nello stesso anno. (Dall’«Epistolario» la data precisa non è rilevabile, ma la lettera precedente n. 46 — è del 1° agosto 1698, quella che segue n. 48 è dell’8 agosto 1698). Insistendo sui Pidocchi dei cavoli, osserva che «quando sono pervenuti alla loro maggior grandezza tutti quanti partoriscono e producono i loro figlioli viventi della grandezza d’un minuto punto di penna e di figura simile alla madre… Non ho potuto rinvenire quali sono li maschi e quali le femmine, così che mi fa pien di meraviglia; poiché tutti indifferentemente ho veduto, che partoriscono…». Ha interesse il sottolineare che di questa lettera ebbe conoscenza il Réaumur, il quale ne comprese l’importanza, esaltando il merito dell’italiano.
■ René Antoine Ferchault de Réaumur non era solamente — come tutti sanno — scienziato enciclopedico, ma anche uomo di fervidi sentimenti, di cordiali rapporti, di benefica suggestione animatrice. Insomma, un «maestro» che è attributo dato a molti, ma da pochi meritato, perché richiede oltre alle conoscenze da trasmettere, attitudine a suscitare fervore e, soprattutto, disinteressato altruismo nell’aiutare i discepoli invero, all’allievo, come al figliolo, va riconosciuto essenziale diritto d’impiegare, sia pure con misura, l’arma dell’egoismo che aiuti a vincere dure difficoltà di inizio, aprendo la via del successo; mentre è nel dovere del maestro, come del padre, ragionevole sacrificio di interessi e di ambizioni nel coadiuvare e nello stimolare.
■ Compare nel 1737 il III volume della monumentale opera del Réaumur «Mémoires pour servir à l’histoire des insectes» e in esso si trova, soprattutto, una vasta indagine (IX Mémoire) sui «Pucerons» e cioè sugli Afidi, o Pidocchi delle piante, di cui il Réaumur studia, in maniera particolare, l’influenza sulla formazione delle «galle». Il Réaumur conosce quanto hanno osservato il Leeuwenhoek e il Cestoni, e sospetta egli stesso che quegli insetti, o parte di essi, possano originare figli senza accoppiamento. Con acume critico persuasivo mette tuttavia in evidenza come le prove addotte e dall’olandese e dall’italiano non siano sufficienti per dimostrare con assoluta sicurezza una così straordinaria eccezione e tenta egli stesso di risolvere sperimentalmente il problema. Non vi riesce e suggerisce agli studiosi di ritentare l’esperimento isolando qualche pidocchio appena nato: «Si un puceron qui auroit été ainsi élevé seul, produisoit des pucerons, ce seroit sans accouplement, ou il faudroit qu’il se fût accouplé dans le ventre même de sa mère».
■ Ed ecco un giovane svizzero di origine francese, il quale aveva già letto con commosso entusiasmo i precedenti volumi dei «Mémoires», e che col Réaumur era in rapporto perché gli aveva comunicato alcune osservazioni sulle Cocciniglie, raccogliere il suggerimento, iniziando un’accuratissima serie di esperimenti e dimostrando, con rigore ineccepibile, che la riproduzione avviene per via partenogenetica. Non rimangono dubbi: isolato un pidocchio appena nato, ne ottiene dieci generazioni successive, senza alcun intervento di altri esseri.

■ La partenogenesi naturale è solidamente scoperta e il Réaumur comunica la fondamentale memoria del Bonnet nella pubblica seduta dell’Académie des Sciences, il 23 luglio 1740. Un mese dopo, il Bonnet, che aveva solamente vent’anni, era nominato socio corrispondente della famosa accademia. Figura davvero ammirevole e patetica quella del Bonnet. Aveva cominciato a frequentare i corsi di diritto, ma senza successo perché, quasi sordo, male udiva le lezioni e faticosamente partecipava a discussioni, uscendone talvolta deriso e umiliato. Passato allora agli studi naturalistici, ecco fallirgli oltre all’udito la vista, per una grave forma di glaucoma bilaterale che dà i primi segni mentre egli studia gli Afidi e va sempre più aggravandosi, portandolo, dopo crudeli alternative di miglioramenti e di ricadute, alla completa cecità. Duro destino per chiunque, durissimo per un osservatore della natura, così fervido e preciso. Tra gli studiosi ormai egli è chiamato «le noble et touchant aveugle»; ma ancora non cessa dal dettare e dallo stampare e, soprattutto, dal corrispondere con illustri contemporanei, particolarmente col nostro grande Spallanzani che, anche se non sembra possa chiamarsi — come fa il Rostand — «discepolo del Bonnet», era certamente legato a lui da ricambiata ammirazione e da reciproco affetto. Il Bonnet fu non solo scienziato, ma anche filosofo. Mentre, tuttavia, unanime è il riconoscimento del suo valore nel campo naturalistico, contestato è il giudizio che si dà sulla sua filosofia. Lo derideva il Voltaire chiamandolo «tête félée» e il Sainte-Beuve «philosophe de banlieue». Sembrano, tuttavia, giudizi spicciativi e crudeli. In una tesi di laurea stampata a Parigi nel 1850 («Charles Bonnet de Genève, Philosophe et Naturaliste») Albert Lemoine ne dà giudizio assai più benevolo. Potrebbero, forse, essere vantaggiose nuove indagini.
■ Era davvero uno splendido periodo per le ricerche naturalistiche. Accanto al Bonnet, e collaboratore di lui nella ricerca e nell’esame critico dei risultati anche per gli studi sulla partenogenesi, ecco un suo cugino, Abraham Trembley, di qualche anno più anziano e che dal Bonnet è messo in rapporto col Réaumur, il quale incoraggia, stimola, consiglia. Meno di un anno dopo la presentazione della fondamentale memoria del Bonnet, e precisamente il 1° marzo 1741, il Réaumur comunica all’Accademia la memoria del Trembley sui cosiddetti Polipi, a cui egli amputava i tentacoli che meravigliosamente rinascevano e spesso in numero ancora più grande. Gli animali su cui il Trembley sperimentava erano, in realtà, delle idre di acqua dolce (Hydra viridis e Hydra fusca).
■ Questa stupefacente maniera di far rigenerare gli organi, e di riprodurre Polipi, o anche Vermi (i quali, tagliati in più pezzi, danno poi origine, ognuno per proprio conto, a un individuo completo: riproduzione per «coupure») era del tutto sconosciuta in quei tempi e, assieme alla partenogenesi naturale, colpisce straordinariamente la fantasia non solo degli studiosi, ma di tutti i contemporanei. Scriveva il Trembley al Réaumur: «Hercule devoit détruire les monstres, mais vous m’ordonnez d’en faire. Nous aurons ensuite besoin d’un autre Hercule pour les combattre».

■ Carlo Bonnet estende gli esperimenti del cugino e nelle sue opere complete, l’«Osservazione XX» ha appunto per titolo: «Sur un ver de l’Espèce des premiers, auquel on est parvenu à donner deux têtes».
■ Su questi fenomeni di rigenerazione, la moderna biologia ha largamente indagato, ma si deve pure riconoscere che, tra l’altro, le code bifide ottenute dal Terni nelle lucertole, la formazione di più lenti ottenuta dal Ciaccio nel tritone e quella di arti soprannumerarii provocata dal Perrin nel rospo, si riannodano direttamente, e in modo chiarissimo, alle ricerche del Trembley e del Bonnet.
Lucina sine concubitu.
■ Meravigliarono — come si è detto — non soltanto i naturalisti, ma anche gli uomini della strada e, ovunque, per anni e anni, si discute sui «Pucerons» del Bonnet, le cui femmine per fare figli non hanno bisogno di maschi, e sui «Polipes» del Trembley, che si riproducono per «coupure». Ne scrivono Voltaire, Diderot, molti altri e delle impressioni suscitate si trovano documenti di grande interesse. Basterà ricordare che appassionata eco ancora risuona un secolo dopo. Ecco Eugenio Delacroix (e il ricordo assume particolare interesse in questi giorni nei quali si può visitare in Italia un’importante mostra del grande pittore) scrivere il 7 ottobre 1855 (Journal, t. III, p. 102): «Je lis un de ces jours dans la Revue, que Charles Bonnet se rendit aveugle par son acharnement à découvrir le mystère de la génération chez la race intéressante des pucerons; il eut, entre autre, une séance de trente-quatre jours consécutifs et sans le moindre relâche, pendant laquelle il eut l’oeil appliqué à son microscope, afin de surveiller les accouchements successifs d’une puceronne androgyne, c’est-à-dire mâle et femelle, mari et femme réunis dans le même sujet, comme dans certains genres de plantes. Est-ce vraiment là un sujet de méditation intéressant à un degré suffisant, soit le bonheur, soit simplement le plaisir de l’humanité? Etait-il bien nécessaire qu’un brave philosophe perdît tout son temps et sortout perdît les yeux, si utiles pour tant de choses, afin de s’assurer que le péché d’Adam était véniel pour la race puceronne, dans les décrets de la Providence, et qu’il pouvait en résulter un nombre infini de générations d’affreux animaux? Le philosophe eût fait un emploi plus raisonnable de son temps, s’il eût découvert un moyen de mettre obstacle à une pareille fécondité en détruisant pucerons et puceronnes. Quel chapitre à ajouter à celui qui traiterait de l’inutilité des savants et surtout des pucerons».

FIG. I FAIT VOIR UN VER MANGEUR DE PUCERONS PLACÉ SUR UN MORCEAU DE BRANCHE DE SUREAU, COUVERT EN PARTIE DE CES PETITS INSECTES: U, CE VER QUI SE SAISIT D’UN PUCERON; P, P, P, LES PUCERONS; R MARQUE UNE PLACE VUIDE, OÙ LE VER A MANGÉ LES PUCERONS QUI Y ÉTOIENT CI-DEVANT.
FIG. 2 REPRÉSENTE EN GRAND LE VER DE LA FIGURE PRÉCÉDENTE: S, S, ORGANES POSTÉRIEURES DE LA RESPIRATION, QU’IL TIENT ACTUELLEMENT PRESQUE COUCHÉS; O, UN DES STIGMATES ANTÉRIEURS; P, UN PUCERON QUE CE VER SUCE.
FIG. 3 EST CELLE DE LA MOUCHE, DANS LAQUELLE LE VER DES FIG. 1 ET 2 SE MÉTAMORPHOSE.
FIG. 4 REPRÉSENTE UN PETIT LION DE PUCERONS DU PREMIER GENRE, VU AU NATUREL: C, C, SES CORNES; A, A, ESPÈCE D’ANTENNES.
FIG. 5 EST CELLE D’UN LION DES PUCERONS DU SECOND GENRE, DE GRANDEUR NATURELLE.
FIG. 6 MONTRE LA DEMOISELLE, DANS LAQUELLE LES PETITS LIONS SE MÉTAMORPHOSENT.
FIG. 7 REPRÉSENTE AU NATUREL UN DE CES PETITS LIONS DU TROISIÈME GENRE, QUI SE COUVRENT DES PEAUX DES PUCERONS QU’ILS ONT SUCÉS.
FIG. 8 MONTRE CE PETIT LION GROSSI À LA LOUPE: FF SA COUVERTURE.
FIG. 9 FAIT VOIR UN BOUT DE BRANCHE DE PRUNIER, SUR LEQUEL DES MOUCHES DU LION DES PUCERONS ONT ATTACHÉ LEURS OEUFS: D, O, M, O, DIVERS PETITS TAS, OU PLUTÔT DIFFÉRENTS BOUQUETS DE CES OEUFS.
FIG. 10 REPRÉSENTE LE PETIT INSECTE NOMMÉ LE BARBET BLANC DES PUCERONS, DANS SA GRANDEUR NATURELLE.
FIG. 11 LE REPRÉSENTE GROSSI À LA LOUPE.
FIG. 12 EST CELLE D’UN VER MANGEUR DE PUCERONS, QUI SE TRANSFORME EN SCARABÉ HÉMISPHÉRIQUE. CE VER EST REPRÉSENTÉ ICI DE GRANDEUR NATURELLE.
FIG. 13 MONTRE AU NATUREL LE SCARABÉ HÉMISPHÉRIQUE, DANS LEQUEL SE TRANSFORME LE MANGE-PUCERON DE LA FIGURE PRÉCÉDENTE.
FIG. 14 MONTRE EN GRAND UN PUCERON MÈRE NON-AILÉE DU POIRIER, QUI MET UN PETIT AU JOUR. C, C, LES PETITES CORNES: Q, ESPÈCE DE PETITE QUEUE: N, LE PUCERON NAISSANT.
FIG. 15 EST CELLE DU PUCERON DE LA FIGURE PRÉCÉDENTE, DONT L’ACCOUCHEMENT EST PLUS AVANCÉ. LE PETIT EST PRESQU’ENTIÈREMENT SORTI DU CORPS DE SA MÈRE: IL MONTRE ET ÉTEND SES SIX JAMBES, I, I, I, I, I, I.
OSSERVAZIONE: OGGI PUÒ DIRSI CHE L’AFIDE CHIAMATO DAL BONNET «PUCERON DU SUSAIN» È, QUASI CERTAMENTE, IL MYZUS PERSICAE SULZER, CHE HA COME OSPITI PRIMARI DIVERSE DRUPACEE (CILIEGIO, PERO, SUSINO). LE FIGG. 1, 2, 3 RAPPRESENTANO RISPETTIVAMENTE LARVE ED ADULTO DI UN DITTERO SYRPHIDAE; DAI DISEGNI È ASSOLUTAMENTE IMPOSSIBILE ARRIVARE ALLA DETERMINAZIONE GENERICA E SPECIFICA. LE FIGG. 4, 5, 6, 7 E 8 SI RIFERISCONO ALLE LARVE E ALL’ADULTO DI UN NEUROTTERO DELLA FAM. CHRYSOPIDAE (POTREBBE TRATTARSI DELLA CHRYSOPA SEPTEMPUNCTATA WESM. PREDATRICE DI AFIDI). LE FIGG. 10 E II DOVREBBERO RAPPRESENTARE UNA LARVA DI COLEOTTERO (COCCINELLIDAE?). LE FIGG. 12 E 13 ILLUSTRANO LARVA E ADULTO DI COLEOTTERO COCCINELLIDAE. SI TRATTA CON ASSOLUTA CERTEZZA DELLA COCCINELLA SEPTEMPUNCTATA L. (SI RINGRAZIA IL PROF. A. SERVADEI, ENTOMOLOGO DELL’UNIVERSITÀ DI PADOVA, PER QUESTI CHIARIMENTI).”

FIG. 16 RAPPRESENTA UN VASO DI TERRA DI QUELLI DOVE SI METTONO I FIORI.
FIG. 17 RAPPRESENTA UNA BOTTIGLIA DI VETRO DESTINATA A ESSERE MESSA NEL VASO DELLA FIGURA PRECEDENTE. FIG. 18 RAPPRESENTA IL VASO DELLA FIG. 16 NEL QUALE È STATA MESSA LA BOTTIGLIA CHE È COPERTA FINO PRESSO L’ORLO DALLA TERRA DI CUI IL VASO È RIEMPITO. DALL’ORIFIZIO DI QUESTA BOTTIGLIA S’INNALZA UN PICCOLO RAMO CHE PORTA DELLE FOGLIE SOPRA UNA DELLE QUALI È STATO POSTO UN PIDOCCHIO APPENA NATO.
FIG. 19 HA IN PIÙ DELLA FIGURA PRECEDENTE UN VASO, O «POUDRIER» DI VETRO SOTTO IL QUALE SONO RACCHIUSE LE FOGLIE CHE DEVONO FORNIRE I SUCCHI NUTRITIVI AL PIDOCCHIO CONDANNATO A VIVERE IN PERFETTA SOLITUDINE. GLI ORLI DEL VASO SONO ESATTAMENTE APPLICATI CONTRO LA TERRA E NE SONO COPERTI.
FIG 20 «POUDRIER» DI VETRO A METÀ PIENO D’ACQUA.
FIG. 21 DISCO DI CARTONE — BUCATO NEL CENTRO (O) — IL QUALE DEVE ESSERE POSATO SOPRA IL «POUDRIER» DELLA FIG. 20.
FIG. 22 «POUDRIER» COPERTO DAL SUO CARTONE (C). ATTRAVERSO IL FORO PASSA UN RAMO DELLA PIANTAGGINE, LA CUI SPIGA È RINCHIUSA IN UN ALTRO «POUDRIER» DI VETRO: L’APERTURA DI QUEST’ULTIMO SI APPLICA ESATTAMENTE SUL CARTONE (C).
FIG. 23 CRESCITA GIORNALIERA DI UN PIDOCCHIO NATO PARTENOGENETICAMENTE, IN PRIGIONIA (GRANDEZZA NATURALE).”
■ Sono parole la cui efficacia nel documentare incompetenza e incomprensione difficilmente può essere superata, eppure… si tratta di uomo geniale, avido di nuove esperienze che lo spingono a toccare tutti i generi, tutte le tecniche, meticoloso nella preparazione del lavoro e, sotto molti aspetti, grande precursore. (Ma biologi e naturalisti non concludano troppo affrettatamente sulla incomprensione degli artisti verso mentalità e indagine scientifica; incomprensioni, quasi incredibili, si possono, ahimè, trovare anche tra biologi e medici illustri, proprio in confronto a problemi di medicina e di biologia: l’illustre fisiologo Magendie, nel 1847, opponendosi all’uso dell’etere e del cloroformio in chirurgia, ne chiedeva la proibizione «au nom de la morale et de la sécurité publique»).
■ Maggiore interesse senza dubbio presenta, come documento psicologico e letterario, un volumetto pubblicato circa dieci anni dopo la scomparsa del Bonnet e che ha per titolo «Lucina sine concubitu» nel quale si afferma di avere raggiunto la prova «con incontestabile evidenza tratta dalla ragione e dalla pratica, che una donna può concepire e partorire senza avere avuto alcun rapporto con uomo». Non si pensi, tuttavia, ad affinità con la già ricordata «Immaculée»: è vero che questa trova ispirazione nelle conigliette del Pincus e quella nei Pucerons del Bonnet, ma mentre nella prima la scoperta scientifica è accolta senza riserve, nella seconda, eleganza di ironia che talvolta raggiunge la beffa, testimonia atteggiamento scettico dell’autore che, giustificatamente, più che a Filippo Hériat, può ravvicinarsi ad Aldous Huxley.

■ Della piccola opera si fecero in Francia parecchie edizioni: due nel 1750 (e sono ghiotta rarità per i bibliofili) un’altra nel 1786, un’altra, infine, nel 1865, che si può consultare presso la Biblioteca Pinali di Padova Donazione Ducceschi. È quest’ultima nitidamente stampata dal libraio Frédréric Henry e dopo una prefazione del De Sainte-Colombe, vi si trova la «Lucina sine concubitu» in forma di apocrifa lettera inviata dall’autore alla solenne Società Reale di Londra serissima nell’apparenza e scritta secondo gli schemi consueti alle comunicazioni scientifiche. Segue un’altra lettera, sempre diretta alla Società Reale, e nella quale è capovolto il primo titolo: «Concubitu sine Lucina»; e mentre nella prima si tratta di partenogenesi umana, nella seconda, ancora una volta prendendo le mosse dalla scoperta del Bonnet ma riferendosi soprattutto agli studi del Réaumur sulla incubazione artificiale delle uova di Uccelli, si afferma la possibilità di sviluppare uova umane in apposito incubatore evitando noie di gravidanza. E qui il ravvicinamento con «Brave New World» di A. Huxley è davvero lampante. Non v’ha dubbio, tuttavia, che «Concubitu sine Lucina» (di un ipotetico Richard Roe) non è dello stesso autore di «Lucina sine concubitu» (un ipotetico Abraham Johnson). Anche senza pretese di competenza, si può affermare che l’umorismo ne sia di marca francese e, comunque, non tipicamente inglese, come l’operetta sulla partenogenesi che qui soprattutto interessa. Il vero autore di questa è probabilmente John Hill, eccezionale figura di giornalista, di polemista, di naturalista e altro ancora: un irrequieto poligrafo, insomma, e di notevole ingegno. Alla botanica diede importanti contributi, sia scrivendone le voci per la prima enciclopedia inglese, sia con una grandiosa opera in 26 volumi: «The vegetable system». Gli si deve anche la dimostrazione che molte forme unicellulari — oggi concordemente appartengono classificate fra i Protozoi — appunto al regno animale e non al vegetale, come allora si pensava. E bisognerebbe aggiungere molte altre cose che sarebbe lungo enumerare, ma non si può tacere che, precorrendo il diffuso costume odierno del quotidiano articolo di fondo, dal 1751 al 1753, ogni giorno dettò una lettera per «London Advertiser and Literary Gazette». Scrisse anche novelle, commedie e litigò con mezzo mondo. Acerbamente, tra gli altri, con il grande attore e regista David Garrick, che lo sferzò con amaro epigramma:
For physics and farces,
his equal there scarce is;
His farces are physic,
is physic a farce is.
(dove, ovviamente, all’aggettivo «physic» si dà significato medico e farmacologico…).
Insomma, John Hill possiede davvero i titoli per assumere legittima paternità di quell’ingegnoso libello (e, tuttavia, vi è chi lo attribuisce a un reverendo Richard Coventry, di cui la nostra ignoranza non consente di dare notizie).
■ Il rapporto fra «Lucina sine concubitu» e le ricerche del Bonnet risulta limpidamente dalla accennata prefazione che ha per significativo titolo «Le mari confiant — Préservatif ou remède contro la jalousie». Vi si legge (p. 12): «Une fille deviendra mère avant l’hyménée; pourquoi la taxer de quelques faiblesses? Il n’y a rien de plus simple et mieux dans la nature: son état n’est dû qu’à l’air qu’elle aura respiré. Eh! pourquoi en effet l’espèce humaine serait-elle de pire condition que ces vils insectes qui, selon les meilleurs naturalistes, se multiplient sans accouplement?». E in «Lucina sine concubitu», con solenne apostrofe agli illustri accademici della Società Reale, così si conclude: «Ainsi, Messieurs, pour ne vous pas tenir plus longtemps en suspens, et ne vous pas détourner inutilement de vos grandes occupations, je consacre dans vos Registres, que j’ai découvert, et je vous prouverai d’ailleurs par les raisonnements les plus incontestables, réunis à l’évidence de la pratique la plus suivie, que les femmes sont l’être le plus parfait sorti des mains du Créateur, en un mot, qu’elles sont l’Etre de préférence, d’autant plus supérieur au nôtre, que nous leur sommes totalement inutiles pour notre reproduction; en sorte qu’elles peuvent concevoir, mener à terme leur fruit et accoucher, sans avoir eu aucune sorte de commerce avec les hommes. Cette découverte est sans doute la plus admirable et l’on la plus merveilleuse de toutes celles que ait jamais soumises à votre examen, je puis avec raison me flatter que vous en conviendrez».
Ranocchi in calzoncini.
■ Si aggiunga, per dovere di precisione, che, secondo Abraham Johnson, la partenogenesi umana si potrebbe spiegare con una diffusa aura seminalis, alla quale si attribuiva la fecondazione «sine concubitu». È una concezione che era stata accolta anche da studiosi. Già il de Graaf pensava che per il progresso dell’uovo nelle vie sessuali e per lo sviluppo dell’embrione bastasse appunto lo stimolo dei pungenti vapori della secrezione spermatica.
■ Giova ricordare tutto questo perché offre valida e gradevole occasione di intrattenerci qualche istante col grande Spallanzani, il quale, ovista convinto, si occupò anche di aura seminalis, tentando poi — ed è il massimo precursore in questo dominio — la partenogenesi artificiale. L’abate italiano pensava tra l’altro che, nelle uova di rana o di rospo, il girino fosse presente già prima che intervenisse qualsiasi azione spermatica. Ebbene, anche con lui si ripete la curiosa vicenda del Leeuwenhoek: questi, fanatico spermista, scopre la partenogenesi naturale; l’italiano, tenace ovista, dimostra, proprio lui, che l’«aura seminalis» non c’entra per nulla. Anche per lo Spallanzani, fortunatamente, valeva il principio, fondamentalissimo per tutta la moderna scienza: «Primum experiri, deinde philosophari».
↓4 Nel capitolo I della Dissertazione che ha per titolo «Della generazione di alcuni Anfibi» («Opere», vol. III, 1932) si legge (p. 502-503): «Il fu Sig. Abbate Nollet, il cui nome sarà sempre caro alla Fisica, e alle Arti, parlandomi per Lettere (son già nove anni) del mio Prodromo su le Riproduzioni Animali, nel quale accenno la mia Scoperta del Girino preesistente alla fecondazione… si esprimeva meco così: «… Sono circa trent’anni, che il Sig. Di Réaumur, ed io abbiam fatte molte ricerche intorno a questo Soggetto. Abbiam seguiti con molta cura e pazienza per settimane intiere questi abbracciamenti. Mi si ricorda di aver messo ai ranocchi maschi dei piccioli calzoncini di taffettà incerato, e di averci vigilato sopra per molto tempo, senza avere mai potuto veder nulla che annunziasse un atto di fecondazione». L’idea de’ piccioli calzoncini non essendomi dispiaciuta, quantunque apparentemente bizzarra, e per chi non s’interna nelle cose eziandio ridicolosa m’invogliai di realizzarla». (L’Abate Giovanni Antonio Nollet, nato nel 1700, morto nel 1770, è considerato uno dei fondatori della fisica sperimentale. Insegnò a Parigi, a Torino, a Bordeaux e a Navarre. È ancora ricordata la sua teoria sul fluido elettrico e gli è riconosciuta priorità nella elettro-terapia delle paralisi).
■ Ecco, dunque, il grande Abate vestire rane e rospi con lucidi calzoncini, che permettono passaggio di odori e di vapori, ma non di liquido. In queste condizioni osserva che l’accoppiamento avviene, ma che le uova rimangono sterili. Conferma il risultato negativo raccogliendo il liquido seminale, filtrandolo più volte accuratamente e costatando che, quando è privo di «animaluzzi», non feconda le uova. Ebbene, ciò nonostante, rimane ovista convinto, così come era rimasto spermista il Leeuwenhoek, sebbene avesse osservato la partenogenesi naturale.”

FIG. 15 MOSTRA, VISTA ALLA LENTE, LA TERZA E ULTIMA PORZIONE DI UN VERME: ESSO HA RIFORMATO UNA TESTA (A) E SUBITO DOPO HA COMINCIATO A FARNE UNA SECONDA, DI FIANCO (B).
FIG. 16 SI VEDONO LE DUE TESTE A UN MAGGIORE INGRANDIMENTO.”
■ Ma più di questi che vengono riferiti soprattutto per la tecnica «apparentemente bizzarra et eziandio ridicolosa» dei calzoncini, assai più interessano gli esperimenti dello Spallanzani sulla fecondazione artificiale: vanno ricordati non solo perché permettono di passare, giustificatamente, dalla scoperta della partenogenesi naturale a quella della partenogenesi artificiale, ma anche e più, perché della partenogenesi artificiale lo Spallanzani è massimo e quasi sempre dimenticato precursore.
Scoperta della partenogenesi artificiale: i precursori.
■ Le condizioni e, diciamolo pure, i preconcetti ovistici dello Spallanzani, i suoi continui scambi epistolari col Bonnet, che aveva raggiunto meritata celebrità con la solida dimostrazione della partenogenesi naturale, portavano logicamente l’italiano alle ricerche sulla partenogenesi artificiale. Scrive quel grande che si era illuso «per alcun giorno d’essere il ben avventuroso scopritore di alcuni liquori avidi quanto lo spermatico al fecondare, quantunque fossero di natura del tutto diversa». Bagnò, infatti, uova di rospo «col di lui sangue, col fiele, col sugo espresso da più visceri, come dal cuore, dal fegato, dai polmoni». Se l’illusione cadde rapidamente perché sviluppo di uova non si osservò, bisogna subito riconoscere che egli precorre la tecnica — qui in precedenza descritta — con la quale Loeb ottenne il successo proprio nei Batraci: il grande biologo tedesco-americano osservava infatti in qualche caso lo sviluppo delle uova di rana unendo allo stimolo meccanico della puntura, un fattore chimico rappresentato dal sangue, o da estratti di organi. Per il successo, mancò allo Spallanzani lo stimolo meccanico. Ed ecco il Bonnet suggerirgli nuovi esperimenti. Scriveva lo studioso svizzero all’abate italiano, in data 15 agosto
1768: «Io vorrei che surrogaste il fluido elettrico al liquor seminale delle rane e de’ rospi per fecondare le loro uova. Se venisse a riuscire una esperienza cotanto nuova, questa fecondazione sarebbe anco più artificiale di quella che voi avete sì felicemente eseguita». Il consiglio è accolto, ma senza successo; lo Spallanzani può solo costatare che «il fluido elettrico accelera il nascimento de’ girini fecondati, ma non è abile a far nascere i non fecondati» (qui «girino» è usato per uovo). Allora, sempre guidato dal concetto che fecondazione sia il risultato dell’«irritamento» prodotto dal liquore seminale, si pone il problema «se alcuni fluidi per lor natura acri e stimolanti, per avventura esser potessero al caso»; e così lo Spallanzani tenta con «l’aceto, lo spirito di vino indebolito con l’acqua, l’orina, il sugo del limone, del cedro, l’alito spiritoso schizzante che dalla scorza del limone e del cedro al comprimerla si sprigiona e in minuziosissimi zampilletti ne salta fuora». E qui, sebbene ancora una volta sia mancato il successo, egli è — come vedremo tra poco 1 diretto precursore del russo Tichomiroff.
■ Chi invece s’illude d’avere ottenuto la partenogenesi artificiale, circa ottant’anni dopo lo Spallanzani, è il Boursier. Si legge nel «C.R. de l’Académie des Sciences» (XXV, 251, 343, 1847) che il signor M. Boursier aveva presentato il 9 agosto 1847 e il 30 dello stesso mese, delle comunicazioni «Sur les effets de l’influence solaire dans la fécondation des Lépidoctères». Il 20 settembre dello stesso anno, la commissione incaricata di esaminare le memorie, consegna la sua relazione, la quale, pur dimostrando precisione e accuratezza (ripetutamente sono ricordati lo Spallanzani, il Leeuwenhoek, il Bonnet e il Réaumur per le ricerche sulla partenogenesi naturale) conclude in modo non molto persuasivo e più che rivolgere la sua critica alla documentazione sperimentale del Boursier, ne respinge i presupposti teorici: «Se questa relazione non presenta delle conclusioni positive, ciò è dovuto al fatto che le idee dell’autore non possono essere accettate; tuttavia, le considerazioni generali che abbiamo svolte, potendo offrire qualche interesse, noi le abbiamo egualmente fatte presenti all’Accademia». Il Boursier aveva creduto insomma d’ottenere sviluppo partenogenetico nelle uova del baco da seta per influenza della luce solare. La persuasione si fondava soprattutto sul fatto che, nelle condizioni sperimentali da lui adottate, le uova davano origine a embrioni senza pigmentarsi, e si riteneva, invece, che la pigmentazione fosse caratteristica delle uova fecondate. Ma intorno al ‘900, Olga Tichomiroff dimostrò che, sotto l’influenza della luce, le uova fecondate del baco da seta possono svilupparsi rapidamente, pur senza formazione di pigmento.
■ Chi per primo ottenne partenogenesi artificiale, sia pure incompleta ma solidamente controllata, e proprio nel baco da seta, fu uno studioso russo: Alessandro Tichomiroff, che nella bacologia e nella biologia generale ha lasciato notevole impronta. Si può dire anzi, con valida giustificazione, che della partenogenesi artificiale incompleta egli è il vero scopritore. È scoperta legata a nomi di studiosi e di istituti italiani, particolarmente alla Stazione Bacologica padovana. Da taluno è stato detto, anzi, che la scoperta è stata fatta a Padova: non sembra esatto, come si vedrà tra poco. Il Tichomiroff aveva cominciato studiando diritto all’Università di Pietroburgo, poi era passato a Mosca, dedicandosi alle scienze e, poiché dimostrava eccezionale attitudine per gli studi naturalistici, fu mandato, ancora studente, all’estero, nei laboratori di Lipsia e nella Stazione Zoologica di Villafranca (oggi francese). Laureato nel 1876, peregrinò, una seconda volta, per istituti scientifici europei, svolgendo al suo ritorno una notevole dissertazione sullo sviluppo delle uova del baco da seta. La dissertazione gli procura, da parte del Ministro del Demanio, l’ufficiale incarico di visitare le stazioni bacologiche europee, e così nel 1844, riprende il pellegrinaggio e passa dalla Stazione Bacologica di Gorizia a quella di Segsaard (Ungheria), di Padova, di Montpellier, visitando anche le Stazioni Zoologiche di Trieste e di Napoli, dove intraprende alcune ricerche. Va poi a Berlino e più a lungo si ferma a Heidelberg, dove lavora sotto la guida del Gegenbaur e del Dubois-Reymond. Infine, dopo breve permanenza a Parigi e a Londra, ritorna a Mosca, diviene nel 1887 professore di Zoologia e dal 1890 al 1904 rettore dell’Università. Il 4 dicembre 1930 muore la sua affezionata compagna e preziosa collaboratrice, Olga Tichomiroff, che abbiamo prima ricordata per alcune ricerche sul baco da seta: oltre che intelligente studiosa, era elegante e abile disegnatrice e aveva, appunto, ornato di splendide figure l’atlante sull’industria del baco da seta compilato dal marito. Meno di un anno dopo, il 23 ottobre 1931, anche Alessandro si spegne.
■ Nel suo rapido passaggio da Padova, il Tichomiroff, osservatore pronto e acuto, ebbe senza dubbio importanti notizie. È noto che le uova dei bachi da seta delle razze cosiddette monovoltine (che presentano, cioè, un’unica generazione all’anno) sono deposte in estate; appena deposte si sviluppano fino allo stadio di stria embrionale, dopo di che entrano in «dipausa» e nella primavera successiva, riprendono lo sviluppo morfologico interrotto. Nel 1871, Vincenzo Barca, allevatore bergamasco, comunicò che in provincia di Bergamo, fin dal 1858, si otteneva uno sviluppo estemporaneo delle uova, e soppressione della dipausa, strofinandole con una spazzola. Due studiosi della Stazione Bacologica padovana, il Verson e il Quajat, intrapresero allora un sistematico studio sull’argomento, confermando i risultati del Barca e mettendo in luce che, per sospendere la dipausa, bastava il semplice strofinio delle uova con le dita. Anche lo stimolo elettrico si dimostrò efficace. Nel 1876 il Ducleaux riferì, al Congresso Bacologico di Milano, di avere ottenuto risultati analoghi immergendo uova fecondate per uno o due minuti nell’acido solforico. I due studiosi padovani ripresero allora gli esperimenti, confermando le ricerche del Ducleaux e dimostrando come i diversi acidi siano tanto più attivi quanto più forti (dissociati). Il metodo trovò subito larga applicazione in bacologia industriale, proprio per ottenere i bachi degli allevamenti estivi con le uova di farfalle de- gli allevamenti primaverili.

■ Queste ricerche si erano svolte su uova fecondate e il Tichomiroff, avutane notizia, pensò di estenderle alle uova non fecondate per ottenerne lo sviluppo partenogenetico. Nel febbraio del 1886 sul «Bollettino di Bachicoltura della R. Stazione Bacologica Sperimentale di Padova», diretto dal Verson e dal Quajat, pubblicò i positivi risultati degli esperimenti, e contemporaneamente li comunicò all’«Arch. f. Anat. u. Physiol.». Le ricerche sono datate da Heidelberg, ma l’autore dice, tra l’altro, d’avere lavorato su «bozzoli di razza gialla provenienti da Padova» e ciò corrisponde a una lettera conservata nella Stazione Bacologica padovana, datata «Heidelberg giugno 1885» e scritta dal Tichomiroff al Verson per chiedere che gli siano inviati dei bozzoli vivi: specifica, inoltre, che gli erano necessari solamente bozzoli-femmine. È anche conservata una lettera successiva, in data 21 giugno, nella quale il russo ringrazia il Verson per i bozzoli ricevuti, dai quali si erano già schiuse quattro farfalle.
■ La partenogenesi era ottenuta per la prima volta partenogenesi tuttavia non completa, perché il Tichomiroff, se poté ottenere embrioni e annessi embrionali perfettamente costituiti, non osservò formazione di completi organismi vitali.
■ Dopo la fondamentale ricerca del Tichomiroff, il ritmo delle ricerche sulla partenogenesi artificiale si fa sempre più rapido e decisivo. Nel 1887 Oscar e Riccardo Hertwig (Untersuch. z. Morph. u. Physiol. d. Zelle, f. 5, Jena 1887) cominciano a impiegare nei loro tentativi le preziose uova del riccio di mare e osservano che, per azione del cloroformio, si forma una membrana simile a quella di fecondazione.
■ Passa qualche anno ed ecco Herbst ottenere risultati analoghi impiegando svariate sostanze chimiche: benzolo, toluolo, xilolo, creosoto, essenza di garofano.
■ Riccardo Hertwig insiste e, nel 1896, immergendo uova del riccio di mare in debole soluzione di stricnina, osserva fenomeni di divisione nucleare e, in un caso, formazione di due completi blastomeri.
■ Nello stesso anno, e sempre sullo stesso materiale biologico, T. H. Morgan (Arch. f. Entwikl., III, 339, 1896) della Columbia University, osserva fenomeni di pigmentazione immergendo alternativamente le uova in soluzioni ipertoniche e isotoniche.
■ Poco prima A. D. Mead (Biolog. Lectur., 1896-1897, p. 201, Boston 1898) aveva notato gli stessi fenomeni nel Chaetopterus, anellide della classe dei Policheti. Nel 1898 Culagin affronta il problema nei Vertebrati, trattando uova di Batraci e di Pesci con siero antidifterico e osservando un principio di segmentazione.
■ Un anno dopo il Dewitz, in esperimenti già ricordati nell’ultimo fascicolo del «Giardino di Esculapio», fa analoghe osservazioni su uova di rana con deboli soluzioni di sublimato.
■ Ed ecco finalmente il successo.
La definitiva scoperta.
■ Il tedesco-americano Jacques Loeb, uno dei massimi fondatori della biologia moderna (è proprio da chiedersi con stupore perché non gli sia stato attribuito un Premio Nobel) ottiene, nel 1889, per la prima volta la partenogenesi artificiale completa, facendo nascere, a volontà, larve di riccio di mare, mediante trattamento delle uova con acqua marina, cui è aggiunto cloruro di magnesio («On the Nature of the Process of Fertilization and the Production of normal Larvae (Plutei) from the unfertilized Eggs of the Sea-Urchin» Journ. of Physiol., 3, 135, 1899).
■ Grande risultato: per la prima volta l’uomo raggiunge dominio completo di un fenomeno biologico così importante e si comprende come la scoperta del Loeb abbia stupito lui stesso, destando ovunque profonda impressione. Scrive l’illustre studioso: «Quando ho pubblicato questi risultati fu opinione generale che fossi stato vittima di un errore. Devo dire che io stesso, al principio dei miei esperimenti, temevo proprio d’essermi ingannato». Nei giornali americani d’allora compaiono le più strane e arbitrarie estensioni: già si parla di partenogenesi artificiale umana come di conquista sicura e tra le lettere dei lettori molte vene sono di donne che ringraziano la biologia per averle liberate da plurisecolare schiavitù.

■ Accanto agli entusiasmi smodati e incontrollati, smodate e incontrollate, spesso, anche le critiche. Tra le altre stupisce (ma conviene riferirla perché acquista significato sotto aspetti molteplici) quella di un biologo, Camillo Viguier, della Stazione Zoologica di Algeri ( Fécondation Chimique ou Parthenogénèse?», Annales des Sciences Naturelles – Zool. et Paléont. Tomo XII, pag. 87, 1901). Il francese si rifiuta di ammettere l’esistenza di «cittadini chimici» e conclude il suo lungo lavoro dicendo che «se, davvero, le uova sperimentate provenivano da una femmina partenogenetica, le larve ottenute dal Loeb, impiegando un linguaggio volgare, discenderebbero dalla Signora Riccio di Mare e dal Signor Cloruro di Magnesio».

■ Se l’aprioristica e superficiale critica del Viguier dimostra, ancora una volta, come le grandi scoperte trovino spesso, invece di controllo obiettivo, aprioristica negazione, non si deve tuttavia trascurare che il Viguier non negava la sostanza dei fenomeni osservati dal Loeb, ma riteneva trattarsi di partenogenesi naturale e lo pensava, proprio perché nel riccio di mare, come anche nella stella di mare (sulla quale subito dopo il Delage e il Loeb ottenevano analoghi risultati) la tendenza alla partenogenesi esiste naturalmente. È proprio vero che partenogenesi artificiale si ottiene facilmente, e con risultati che si possono ritenere fisiologicamente normali, in quelle specie dove la partenogenesi esiste già allo stato naturale, o completa, o come meccanismo più o meno latente e facilmente scatenabile. Quando invece si entra nel grande dominio dei Vertebrati, è regola che la partenogenesi naturale non compaia, o che si mostri in forme soltanto iniziali. Ed ecco che tra i Vertebrati, anche quando si ottiene la partenogenesi artificiale, il risultato si raggiunge in una minima percentuale di casi e, di regola, in modo incompleto, con produzione di nati o non vitali, o assai scarsamente vitali o, spesso, difettosi. Quanto più si sale, dunque, nella scala, tanto più la partenogenesi naturale va scomparendo e sempre più difficile, più rara, più imperfetta è la partenogenesi artificiale.
■ Conclusioni che sembrano davvero attendibili; ma da poco sono intervenuti i variopinti pesciolini di Helen Spurway, a fare eccezione, affiancandosi, in maggior numero e con risultati numericamente assai più dimostrativi, ai pochi e miseri tacchini di Olsen e di Marsden. Può sembrare strano, ma la partenogenesi dei pesciolini qui ricordati, per particolari vicende, si ricollega al problema della partenogenesi naturale nella donna.”








