Gli uccelli nella Divina Commedia (1902)

Da Cordelia, Anno XXII, N. 5, 16 novembre 1902 – N. 6, 23 novembre 1902 – N. 7, 30 novembre 1902.
Di Giuseppina Fumagalli.

I.

” ■ Alla vista d’un paesaggio campestre, festante di verde e di luce, passati i primi momenti d’ammirazione gioconda, accade molte volte d’avvertire improvvisamente stendersi solenne, per tutta l’immensa distesa, il silenzio. A poco a poco, quasi senz’avvedercene, l’impressione di quella calma austera ci infonde una gravità mesta e pur serena. Allora si spia ogni più piccolo movimento, ogni più piccolo suono: l’occhio segue intento il fumo innalzantesi tranquillo dal casolare nella sua tenuità grigia azzurrina; l’orecchio ascolta avido il lieve continuo ronzio degli insetti nascosti nell’erbe del prato. E pare che la musica lieve sia solo vicino a noi; tutt’intorno è silenzio solenne e immobile: e l’animo nostro rimane deliziosamente commosso, direi quasi sospeso, fra il tenue ronzio annunziante la vita fervente e il silenzio annunziante la vuota immensità.
■ Ma se d’improvviso uno stormo di rondini attraversa garrendo l’aria o il canto d’una capinera s’innalza giulivo, allora pare che tutto il paesaggio palpiti sotto il sole, caldo di vita gioconda, gagliarda, libera. Sembra che la natura abbia affermato la sua forza, il suo lavorio segreto, la sua fecendità possente, che il canto dell’uccellino sia l’inno innalzantesi da tutte le vite verso la grande protettrice. — L’ incanto pauroso del silenzio è rotto, l’ombra di malinconia che avvolgeva il nostro spirito è svanita: una gioia impetuosa di vivere, di vivere gagliardamente, s’impadronisce di noi.
■ Il canto della capinera continua: si spande con cascate fluide di note, s’innalza esultante con gorgheggi trilli e volate ardite: oh la piccola gola meravigliosa fremente nella foga della melodia!
■ «Veramente molto conforto e diletto ci porge l’udire il canto degli uccelli» [G. Leopardi. — Elogio degli uccelli. N.d.A.] — parole che, pure accennando a una gioia, hanno un non so che di grave, e fanno pensare quanto l’infelice poeta invidiasse queste gioconde bestiole.
■ Come l’avaro che racchiude gelosamente le sue ricchezze nel piccolo scrigno, pare che la natura abbia profuse negli uccelli tutti i suoi tesori di sapienza d’armonia. Ad essi l’eleganza la snellezza delle forme, la leggiadria vivace dei colori, l’acutezza della vista e dell’udito; ad essi «l‘abilità e la disposizione speciale a provare godimento e gioia» ad essi il canto «che è come un riso che l’uccello fa» [Elogio degli uccelli. — G. Leopardi. N.d.A.] e la voluttà suprema del volo.
■ Un colore altamente poetico avvolge tutta la breve vita di questi abitatori dell’aria e della verzura, e il suo fascino umile, ma finissimo, ha sempre ispirato l’anima squisitamente sensibile dei poeti, dai più antichi ai più moderni. Basta ricordare la parte che gli uccelli avevano nel mondo pagano perché sacri alle varie deità. Basta ricordare tra i greci come li canti Omero e, tra i latini, Virgilio. — Certo, nella creazione artistica essi, meno rarissime eccezioni, hanno una parte accessoria ornamentale; ma, dall’usignolo Esopiano che inutilmente scongiura l’avvoltoio di rispettargli la vita [Favola Esopo. — L’usignolo e l’avvoltoio. N.d.A.] al passerotto scherzante con le bianche dita di Lesbia bellissima [C. Catullo. — Ad passerem Lesbiae.], dagli uccelli un po’ convenzionali della primavera trovadorica al «rosignuol che sì soave piange – forse suoi figli o sua cara consorte» [F. Petrarca. — In morte ecc. Son. XIII. N.d.A.] dagli uccelli del Bracciolini che si disputano l’onore di trarre il carro di Venere [Scherno degli Dei C. VII. N.d.A.] al «lascivetto cantor» del Marino che in «pietose rime»

«versa il suo spirto tremulo e sottile» [Adone C. VII. N.d.A.]

all’aquila di cui Fausto invidia il volo, quando «… sull’irte — rocce d’abeti incoronate allarga gli ampi vanni» [Faust Parte 1a. — La passeggiata. — Ghoethe. N.d.A.] ai due colombi del Barbarani che «è se discore de fodrarse el nio — coi fiocheti de pel che à perso i gati» nella baruffa notturna, [El camin novo (Canziere veronese). N.d.A.], all’usigunolo che canta sì magicamente nell’arte d’annunziana [G. D’Annunzio. — L’Innocente. N.d.A.], gli uccelli hanno sempre interessato amorosamente i poeti [Naturalmente qui ho nominati i primi che mi capitano alla mente: non si finirebbe più anche accennando solo i principali! ma basti ricordare lo studio lungo e amoroso sugli uccelli d’un grande artista e scienziato insieme: Leonardo da Vinci. N.d.A.], che li hanno presentati come simboli o come puri ornamenti. Su può dire che la predilezione della natura si rifletta intera si rifletta nei poeti, e infatti il poeta non è l’interprete fedele e armonioso di lei?


II.

■ La natura spiegava invano il suo magico quadro di bellezza agli occhi degli uomini medioevali: l’ascetismo rigidamente imperante sugli animi li avvolgera foscamente nel terrore della tragedia infernale, facendo vedere nella natura la nemica implacabile, la corruttrice eterna.
■ E quei pochi accenni ad essa che si posson trovare nel Medioevo sono in massima parte nelle leggende [Vedi Miti, leggende e superstizioni del M. E. – A. Graf. N.d.A.]: strani miscugli d’ascetismo delirante e di grossolanità, di caricatura grottesca e di pietosa gentilezza, di ferocia cupa e di puerilità incredibile. Là, in quelle leggende fantasticanti il Paradiso terrestre le Isole Fortunate e il Paese di Cuccagna [Idem. — Il mito del Paradiso terrestre. N.d.A.], sono gli ultimi avanzi di tante idee, di tanti sentimenti che nell’antichità classica erano stati gloria dell’uomo, e tra gli altri il sentimento della natura; là l’immaginazione accesa ed ingenua delle coscienze medioevali dipinge a vividi colori paesaggi, animali e piante favolose. — E gli uccelli vi trovano il loro posto [Ibidem. — Il mito del P. terr. Cap. III pag. 70. N.d.A.]: magnifiche creature santificate da un simbolo (come il pellicano e la fenice) o da una tradizione che le riavvicina in qualche modo alla passione di Cristo (come il gallo e il becco in croce, la cui pietosa leggenda è ancora ai di nostri notissima); o feroci tetre creature, corvi e avvoltoi mostruosi, immensi, in cui s’appiattano i diavoli o i dannati. — Quindi volendo si potrebbe benissimo fare una storia delle leggende medioevali sugli uccelli, ma indarno si cercherebbe nella letteratura di quel tempo un’osservazione diretta sulla loro vita.
■ Ma i secoli nel loro lento e taciturno sparire inghiottiranno per sempre tante cose che sembravano eterne; e gli uccelletti torneranno a garrire tra le frondi novelle della poesia provenzale, e le tortore salvatiche voleranno in grembo a S. Francesco, il dolce Santo che addomestica il lupo d’Agubbio e predica a «quasi infinita moltitudine d’uccelli» [Fioretti di S. Francesco. — Cap. XVI, XXI. XXII. N.d.A.]. E poi verrà un uomo, detto a ragione la più intensa la più grande personalità del Medioevo e che ne ha quindi tutta intera la fede religiosa, a redimere interamente (direi quasi) la natura. Sulla fronte austera di questo grande irraggia il sacro lume della Poesia, questa grande anima credente porta fin nei fulgori inenarrabili del Paradiso sentimenti, affetti umani, pensieri, imagini terrene. — E invero Dante vide nelle supreme armonie dell’universo la grande legge d’amore fra Dio e le cose, e delle cose fra loro; e amò la natura quale opera di Dio, non solo, ma anche (con intelletto d’amore che prevedeva inconsciamente il pensiero moderno) per sé come per tutto bellissimo e affascinante. Egli anima la natura del suo stesso sentimento nel medesimo istante ch’ella ispira a lui piaceri, gioie estetiche purissime. — E nulla, per quanto umile che in natura abbia commosso l’alta sua fantasia e il suo gran onore, egli trascura di dipingere: la gemma, sia pure piccola, aumenta col suo splendore la bellezza del grande gioiello su cui è incastonata, e nell’arte il minimo ornamento aggiunge una nuova nota melodiosa al tutto armonico della creazione. Così al suo Poema non manca l’ornamento della rappresentazione di molti quadretti della vita, varia, ricca di momenti estetici degli uccelli, come del resto non mancano gli uccelli leggendari del Medioevo, e nemmeno gli uccelli simbolici che agiscono come elementi importanti nelle visioni di cui il Poeta si serve per manifestare le sue idee religiose e politiche. E mentre pare — al primo momento — che gli uccelli nella Divina Commedia abbiano una parte insignificante, studiando nel sacro Poema si vedrà come sovranamente li abbia saputi adoperare il Poeta sovrano.


III.

■ L’uccello preferito da Dante, perché simbolo dell’antica potenza romana e insegna del dominio imperiale, è l’aquila [Carducci. — Piemonte. N.d.A.], la gigantesca bruna aquila che

… dai silenzi dell’effuso azzurro
esce nel sole… e distende,
in tarde ruote digradanti, il nero volo solenne
[Vedi in Paralleli tra poeti quei latini e italiani di A. Romigi lo studio l’aquila. N.d.A.].

■ È l’uccello che per primo troviamo nel Poema: il suo volo serve di paragone al sublime volo poetico d’ Omero,

di quel signor dell’altissimo canto
che sovra gli altri com’aquila vola;
[Inf. Canto IV. N.d.A.].

come poi nella divina foresta la sua potente vista servirà di confronto allo sguardo della teologal Donna:

… Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar lo sole:
Aquila sì non gli s’affisse inquanco
[Parad. C. I. N.d.A.].

■ Già in questi pochi versi s’annunzia la preferenza di Dante per l’aquila, poiché le due cose che maggiormente Egli ammira ed ama, il canto di Colui che attraverso i secoli visse

col nome che più dura e che più onora [Purg. C. XXI. N.d.A.],

e lo sguardo della sua Donna sotto il quale

ogni lingua divien tremando muta [Vita Nuova. – Son. Tanto gentil ecc. N.d.A.],

li ha paragonati alle facoltà più eccellenti del reale uccello.
■ Per tutta la prima cantica l’aquila non viene dopo il lieve accenno del canto 4.° ancora nominata. Ma nella valletta dell’anti-purgatorio Dante s’addormenta dolcemente tra l’erbe e i fiori olezzanti soavi nella tenue penombra dell’alba stinta; e in questo assopimento (che fa riscontro e antitesi al tramortimento pauroso nella buia campagna sconvolta all’entrata dell’inferno) in sogno gli appare

un’aquila nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte ed a calare intesa:
Ed esser mi parea là dove foro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo concistoro.
Fra me pensava: forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede.
Poi mi parea che roteata un poco
terribil come folgor discendesse
e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea ch’ella ed io ardesse
e si lo’ ncendio imaginato corse
che convenne che ‘l sonno si rompesse
[Purg. C. IX. N.d.A.].

■ Poco dopo Virgilio spiega al Poeta interamente il velo allegorico del sogno: l’aquila dalle penne d’oro rappresenta la grazia illuminante, Lucia, che l’ha trasportato sulla porta del Purgatorio. E lì l’uccello arde comunicando il fuoco suo al Poeta, simboleggiando i doni della grazia divina al peccatore, che per il pentimento e l’espiazione se ne rende degno, la purificazione e il fuoco celeste dell’amore e della carità. — In mezzo a questo sogno mistico c’è un ricordo pagano che pure non offre contrasto perché abilmente connesso col resto: la leggenda di Ganimede rapito da Giove. Sicuramente Dante in questo breve accenno rammentava la scena virgiliana, vedeva la caccia «entro il frondoso bosco idee» il rapimento fulmineo del giovinetto mentre

… i suoi vecchi custodi
e fidi cani lo miravan sotto
quegli indarno le mani al cielo alzando
o questi il muso ed abbaiando a l’aura
[Eneide. – L. 5. – Trad. Caro. N.d.A.].

■ Ma Virgilio accenna indirettamente al voto dell’aquila mentre Dante vi si ferma compiacendosi della sua bellezza calma e superba: forse chissà quante volte nelle sue solitarie escursioni alpestri avrà seguito ammirando l’ampio volo foscamente grandioso nel silenzio delle ardue cime?
■ Ma solo in questa scena l’aquila simboleggia la grazia divina, per tutto il resto del Poema essa presenta l’Impero, l’utopia politica che Dante vagheggiava.
■ Causa unica dei disordini delle discordie dell’immortalità di tutto il mondo è per il Poeta la teocrazia papale che osteggia, non solo, ma impedisce il dominio dell’Imperatore: questa confusione del potere civile col religioso scompiglia la società

perocché giunti l’un l’altro non teme [Purg. C. XVI. N.d.A.].

■ Come si scaglia con l’ironia più tagliente con l’apostrofe più recisa e violenta contro la Curia Romana solo occupata nell’avida ricerca dei beni terreni! E non ancora soddisfatto delle lunghe amare riprensioni dei continui pungenti accenni egli ordisce una visione nella verde foresta del Paradiso terrestre, che simboleggia appunto la corruzione della Chiesa per il potere civile: è una breve visione delle vicende del regno spirituale sulla terra nell’immensa visione dei regni spirituali per eccellenza: quelli d’oltre tomba. — Un albero altissimo i cui rami s’allargano innalzandosi simbolo dell’umanità e ricco di foglie e di fiori per opera di Cristo, il grifone che «le membra d’oro avea quant’era uccello, e bianche l’altre e di color vermiglie.» Seduta a’ piedi dell’albero sta Beatrice, e legato ad esso è il carro trionfale simbolo della Chiesa, quando, rapida più della folgore, precipita

… l’uccel di Giove
per l’arbor giù, rompendo della scorza
non che dei fiori e delle foglie nuove.

Non solo, ma:

… ferì il carro di tutta sua forza
ond’ei piegò come nave in fortuna
vinta dall’onda, ora da poggia ora da orza
[Purg. C. XXII. N.d.A.].

■ Ecco la persecuzione continua e spietata degli imperatori contro il nascente cristianesimo. — Ora compare ai danni della Chiesa l’eresia in forma di volpe «che d’ogni pasto buon parea digiuna:» Beatrice, la Teologia, la scaccia e

poscia, per indi ond’ era pria venuta
l’aquila vidi scender giù nell’area
del carro e lasciar lei di sé pennuta.
E quale esce di cor che si rammarca
cotale uscì dal cielo e cotal disse:
Oh navicella mia com’ mal se carca!
[Idem. N.d.A.].

■ È questo il dono fatto da Costantino alla Chiesa, è il fatto nel quale (con quanta ragione?) Dante vede la maggior sventura della Chiesa e del mondo; e quindi è ben naturale che faccia scendere dal cielo questa voce divina che si duole pietosamente. In questi pochi versi è tutta l’anima del Poeta ferita in ciò che aveva di più venerato e santo: Egli piange. Piange sulla corruzione della Chiesa che gli amareggia la sua coscienza di cristiano fervente e austero, che gli distrugge il sogno affascinante dell’Impero.
■ La visione continua: il carro si ricopre tutto

… della piuma offerta
forse con intenzion casta e benigna
[Idem. N.d.A.],

ma l’azione dell’Aquila è finita. Altri mali verranno: Dante li simboleggia nel grandioso quadro finale dell’adulterio della Chiesa coi re; l’orribile pittura non lo sgomenta: Egli non indietreggia mai davanti alla verità sia anche la più atroce, e, o svelata crudamente o adombrata dal leggerissimo velo d’un simbolo che ne accresce l’orrore col risalto pittoresco che il Poeta gli dà; sempre la rivela senza affievolire la sdegnosa ira che l’invade, e sotto la quale bene spesso si cela l’amore, l’amore sommo che ferito si dibatte fieramente, soffre e non muore.
■ E come tuttociò che trova di brutto la segna indelebilmente d’infamia, così esalta tuttociò che trova di bello, di grande: ha dipinto la storia della Curia Romana coi più foschi colori, narrerà dell’Impero dell’aquila come Egli solo il poeta gigante può tratteggiare un trionfo immane.
■ Da Giustiniano fra le armonie celesti di luce e di suoni, Dante fa narrare la gloria del trionfale uccello [Par. C. VI. N.d.A.]. Rapidi tocchi tratteggiano poderosamente tutta la storia romana dalla morte di Pallante ai trionfi di Scipione e di Pompeo; e il verso del Poeta vibra e vola per celebrare gli eroi. Simile al volo dell’aquila è la poesia di Dante: celerissima e pur composta solenne, d’una solennità in questo caso gaudiosa di gloria. Oh il miraggio di rinnovare i fasti, i trionfi superbi romani come aveva sedotto l’appassionato Fiorentino; e come la sua anima, italiana per un sentimento divinamente inconscio, sentiva che la gloria romana era il grande retaggio dell’Italia medioevale, era il passato dal quale doveva sorgere luminoso l’avvenire! Egli canta l’apologia dell’aquila come nessun poeta ha mai cantato; e con una vigoria una potenza sempre crescenti col crescere della gloria romana: la sua mente s’esalta, sembra assorbirsi in essa come in una gran luce inebbriante.
■ Ma il Poeta non ancora sodisfatto prepara all’aquila un nuovo trionfo: nell’ottavo cielo, Giove, le anime dei regnanti dopo aver disegnato con la loro disposizione l’emme, ultima lettera del detto formato da loro: Diligite justitiam qui judicatis terram, compongono una gigantesca aquila rappresentante la giustizia.

…Come nel percuoter de’ ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde gli stolti sogliono augurarsi,
insurger parver quindi più di mille
luci, e salir qual assai e qual poco
sì come il sol che l’accende, sortille;
e quietata ciascuna in suo loco
la testa e il collo d’un’aquila vidi
rapppresentare a quel distinto foco.

Poi:

L’altra beatitudo che contenta
parea in prima d’ingigliarsi all’emme
con poco moto seguitò l’imprenta.
[Par. C. XVIII. N.d.A.]

■ Nessun uccello è stato cantato così lungamente da nessun poeta come l’aquila del sommo dei poeti, nessun uccello ha mai simboleggiato fatti o qualità più nobili di quelle dell’aquila nel poema dantesco; l’Impero, il trionfo romano, la grazia illuminante, e la sua suprema virtù fonte di tutte le altre: la giustizia. Il poeta si è servito della regina degli uccelli in modo mirabile, la mente sovrana ha lavorato col ritrarre fedelmente, col trasformare, plasmare, connettere con arditezza opportuna; del grande ha fatto il grandioso.


IV.

■ «Più volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme cose appartenenti al mito pagano e cose appartenenti alla credenza cristiana; e chi lo riprese in nome di questa credenza medesima, contaminata in qualche modo per tale immissione, chi in nome di certe convenienze estetiche quanto evidenti necessarie a chi le propugna tanto ingnote ai tempi di Dante e un gran tratto ancora prima e dopo di lui. Considerare poi quella mescolanza come l’effetto anticipato di certe tendenze e certe usanze dell’umanesimo, se non è erroneo in tutto, è erroneo in gran parte e bisogna a questo proposito distinguere una doppia tradizione letteraria e popolare» [Demonologia di Dante in Miti, leggende ecc. Vol. 2.° N.d.A.]. — E il Graf continua dimostrando che Dante seguì la doppia tradizione, per cui da un lato «echi e riflessi del mito pagano» si trovano continuamente nella letteratura medioevale, e dall’altro gli dei pagani non negati dalla Chiesa ma tramutati in demoni vissero nella mente del popolo; e però anche nota che «non gli è bastato l’animo d’ abbassare alla condizione di diavoli malvagi e deformi le divinità luminose di cui la fantasia di lui doveva essersi innamorata leggendo Virgilio e gli altri poeti latini.»
■ Nei miti sugli uccelli ch’Egli toglie alla mitologia per ingemmarne sobriamente il suo Poema, credo meglio che in moltissimi altri da Lui coloriti, si mostri appunto Dante che studia amorosamente, la poesia classica e ne subisce tutto il fascino, Dante insomma che precorre il Rinascimento.
■ Già abbiam trovata una leggenda classica nel racconto di Ganimede rapito dall’aquila; altri versi brevissimi ricordano la trasformazione di Progne:

… comincia i tristi lai
la rondinella presso la mattina
forse a memoria de’ suoi primi guai
[Purg. C. IX. N.d.A.]:

altri la favola di Filomela:

Dell’ampiezza di lei che muto forma
nell’uccel che a cantar più si diletta
nell’imagine mia apparve l’orma
[Purg. C. XVII. N.d.A.].

■ Ma Dante non toglie solo queste brevi leggende al mondo pagano, egli imita l’orrida creazione virgiliana: le Arpie, i grandi mostruosi uccelli che i Troiani trovano nelle Strofadi. — Nella Mitologia per lo più serena e spesso gioconda le Arpie sono tra le figure più spaventevoli: Dante ne comprese tutto l’orrore e completò con esse la scena michelangiolesca della selva dei suicidi.

Ale hanno late e colli e visi umani
piè con artigli e pennuto il gran ventre
fanno lamenti in su gli alberi strani
[Inf. C. XIII. N.d.A.].

■ Semplicemente descrive, ma che potenza rappresentativa!
■ Virgilio così le dipinge:

Sembran vergini ai volti, uccelli e cagne
a l’altre membra, hanno di ventre un fedo
profluvio ond’è la piuma intrisa ed irta:
le man d’artigli armate, il collo smunto,
la faccia per la fame e per la rabbia
pallida sempre e raggrinzita e magra
[Eneide Libro III. N.d.A.].

■ La descrizione danteseca è più terribile e lugubre nella sua concisione, quella di Virgilio più ributtante. Un altro poeta ha pure rappresentato le Arpie, l’Ariosto:

Erano sette in una schiera, e tutte
volto di donne avean pallide e smorte,
per lunga fame attenuate e asciutte,
orribili a veder più che la morte.
L’alacce grandi avean, deformi e brutte
le man rapaci, l’ugne incurve e torte
grande e fetido il ventre, e lunga coda
come di serpe che s’aggira e snoda
[Orlando Furioso C. XXXIII. N.d.A.].

■ Questa imitazione è assai più servile di quella dantesca, nella quale dall’episodio virgiliano è presa solo l’idea generale. Che differenza tra il luogo ove le pone Virgilio e la nuda terribile selva di Dante! che differenza fra le schifose Arpie che mangiano e bruttano i cibi de’ Troiani e predicono loro con loquacità rabbiosa le prossime sventure, e le Arpie che si lamentano stranamente, divorando le foglie d’alberi di color fosco dalle cui ferite esce colando denso il sangue e si raggruma, mentre il gemito umano si confonde col sinistro strido dei mostri! Virgilio ne ha fatto degli spiriti malvagi che hanno mente divina, Dante le ha rese soltanto esecutrici brutali d’una severa giustizia.
■ Le Arpie dell’Ariosto s’avvicinano assai a quelle del poeta latino. La scena è cambiata: invece d’essere nella campagna aperta delle Strofadi siamo nella reggia del re di Nubia: le Arpie entrano dalle finestre come comuni pipistrelli. Quindi l’imagine del terribile è scomparsa, diminuita la grandiosità della scena, e tolto quel certo che di libero, di selvaggio, di divino che l’Arpie avevano nell’Eneide: ormai non son altro che fetidi e importuni uccelli che Astolfo scaccia col corno fatato.
■ Tanto Dante che l’Ariosto hanno imitato lo stesso episodio, ma con quale diversità! Basta guardarne la fine: Dante termina con la visione apocalistica della selva dopo il Giudizio Finale, l’Ariosto col suono trionfale del corno. I due nostri sommi poeti hanno carattere personale e artistico diametralmente opposto: l’uno sorrideva lievemente scettico d’ogni cosa, l’altro, assorto austeramente nel pensiero dell’eternità,

… ascendere tra inni d’angeli
In tosca vergine trasfigurantesi
vedea, sentiasi sotto i piè ruggere
rossi d’inferno i baratri
[G. Carducci. In una chiesa gotica. N.d.A.].

■ Passano nella gran mente le ombre a migliaia a migliaia, sotto la greve pioggia, nella belletta, nelle tombe infocate, sotto le falde di foco, nella pece, nella ghiacciaia, sostano un istante a parlare, a imprecare a pianger col Poeta, e scompaiono e si perdono di nuovo nelle infinità tenebrose dolenti.
■ Ecco l’ombre avviticchiate da serpi; una d’esse trafigge uno spirito: in un attimo

… s’accese ed arse e cener tutto
convenne che cascando divenisse:
e poi che fu a terra si distrutto
la cener si raccolse per sé stessa
e in quel medesmo ritornò di butto
[Inf. C. XXIV. N.d.A.]

■ Quali pennellate larghe e vigorose creano il quadro orridamente plastico! E qui di nuovo il Poeta ha un ricordo classico, e alla scena truce contrappone dolci versi sulla Fenice, sul gentile uccello favoloso vivente nell’Assiria, ricca di luce e d’aromi.

Così per li gran savi si confessa
che la Fenice muore e poi rinasce
quando al cinquantesimo anno appressa.
Erba né biada in sua vita non pasce
ma sol d’incenso lagrime e d’amorno
e mirra e nardo son l’ultime fasce
[Inf. C. XXIV. N.d.A.].

■ Maravigliosa creazione della fantasia degli antichi la Fenice non si cibava che di profumi, e presso a morte compariva sulla cima d’un albero altissimo, in mezzo al verde e vicino al cielo, un nido profumato sul quale moriva in una apoteosi di luce ardente. Ho detto un ricordo classico in Dante questo della Fenice, infatti i suoi versi riflettono ben più la descrizione che ne fa Ovidio nelle Metamorfosi [Libro XV. N.d.A.] che i favoleggiamenti medioevali e le descrizioni che «di essa si leggono nei Bestiarii e in altri trattati medioevali come sarebbe il Tresor di B. Latini» e le asserzio di Prete Gianni e del Mandeville [Il Mit. del Par. terr. Cap. 3.° — in Mit. leggende ecc. A. Graf. N.d.A.].
■ — Post fata resurgo — è il motto di questo strano magnifico uccello che per i dottori cristiani simboleggiava la resurrezione, il rinnovamento mediante il battesimo e come tale veniva usato dall’arte cristiana primitiva, che Leonardo da Vinci rendeva allegoria della costanza [Argomenti letterari e filosofici. — Le Allegorie (24) a cura di E. Selmi. N.d.A.], che il Tasso cantava in un poemetto [La Fenice. N.d.A.], che il Lachambeandre faceva simbolo della gloria:

Maligno vil, non ridere
Se cala entro l’avello
L’uom grande dalle ceneri
Rinasce il raro augello
[La Fenice morente (Imitazione di E. Bettaloni da Pietro Lachambeandre) in Tavole e epigrammi. N.d.A.].

■ Simbolo questo che si potrebbe allargare ancor più pensando per poco alla vita degli uomini e delle cose: tutto muore e tutto rinasce sulla terra «ciò che fu torna e tornerà nei secoli» [Canto di marzo. — G. Carducci. N.d.A.] e «le cose passate fanno lume alle future perché il mondo fu sempre d’una medesima sorte, e tutto quello che è e sarà ed è stato in altro tempo; e le cose medesime ritornano ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le riconosce, ma sol chi è savio le osserva e considera diligentemente» [Guicciardini. — Ricordi. N.d.A.].


V.

■ Una sola leggenda veramente medioevale sugli uccelli Dante raccoglie nel Poema. Riprendendo aspramente i preti del tempo suo che invece di predicare il Vangelo disputavano sul pulpito vane questioni, contenti dell’applauso popolare, dice:

Ora si va con motti e con iscede
a predicare e pur che ben si rida
gonfia il cappuccio e più non si richiede.
Ma tale uccel nel becchetto s’ annida
che se il vulgo il vedesse non torrebbe
la perdonanza di che si confida
[Parad. C. XXIX. N.d.A.].

■ Questo uccello che s’annida nel becchetto è il demonio che la fantasia medioevale spessissimo rappresentava così. Ormai il diavolo aveva invaso tutti gli esseri dall’uomo al bruco, prendeva tutte le forme dal viso bellissimo d’una donna alla forma sozza d’un drago, mescolanza ardita e grottesca di quadrupede, di pesce, di verme e di pianta, niente si poteva salvare dalla sua orrenda contaminazione [Vedi La persona del diavolo nel Libro: il Diavolo di A. Graf. N.d.A.]. E una delle forme più antiche e più comuni è quella d’uccellaccio spaventevole e così vien rappresentato anche nell’arte primitiva.
■ Ucccelli-dannati vagano, secondo S. Pier Damiano, nel territorio di Pozzuoli intorno a un promontorio sassoso e ronchioso sorgente di mezzo ad acque nere e puzzolenti; uccelli-demonii incontra nel suo viaggio maraviglioso S. Brandano, e Ugone d’Alvernia li trova vicino al Paradiso terrestre [Il riposo dei dannati in Mit, leggende ecc. Vol. I A. Graf. N.d.A.]; diavoli sono i neri corvi e gli orribili avvoltoi che accorrono a sbranare il cadavere di Silvestro II [La leggenda d’un pontefice — idem — Vol. II. N.d.A.].
■ L’accenno di Dante è molto parco; ormai per lui l’uccello nero non è che un simbolo popolare del diavolo: le leggende poetiche, nella loro tetraggine, le superstizioni si dileguano alla luce della rinascente coltura, come nelle fredde mattine d’inverno al calore ancora incerto del sole s’alzano lente a stento le nebbie, oh! come a stento ancora secoli e secoli passeranno prima che i roghi delle streghe s’estinguano.


VI.

■ Dante ha cantato gli uccelli come simboli o come strane creature fantastiche, vediamo ora come li sa cantare nella loro vita reale, come ne abbia studiati e ammirati i costumi. — Anzi, tanto lo hanno commosso le tenere cure previdenti e delicate degli uccelli verso i loro piccoli, che pur una volta ne esagera il sentimento, in questi versi, bellissimi del resto per armonia appassionata:

… l’augello intra l’amate fronde
posato al nido de’ suoi dolci nati
la notte che le cose, ci nasconde,
che per veder gli aspetti desiati
e por trovar il cibo onde gli pasca,
in che i gravi labor gli sono aggrati,
previene il tempo in su l’aperta frasca
e con ardente affetto il sole aspetta
fiso guardando pur che l’alba nasca
[Par. C. XXIII. — Vedi a proposito di questi versi in Paralleli letterari tra poeti greci latini e italiani: Il Mito depredato. — A. Romizi. N.d.A.].

■ Giustamente osserva G. Zuccante [Il concetto e il sentimento della natura nella Div. Commedia in «Con Dante e per Dante.» N.d.A.] che Dante agli animali «dava forse più di quanto ci avesse visto» e «molto dell’anima umana dell’anima sua passava in essi per quella segreta simpatia che lo legava a tutta quanta la natura.» Così il sentimento d’amore ardente che v’è in questi versi è del Poeta non della bestiola: ma i versi sono dolcissimi, ma l’imagine è ricca di soave bellezza. E come è pietosamente gentile l’accenno alla ricerca a volte faticosa del cibo! ricerca descritta con amabili particolari da Virgilio:

…Va negra rondine aliando
per le case de’ ricchi allor che piume
e fuscelletti al cominciato nido
quinci e quindi rauna o picciol scae
a suoi loquaci pargoletti adduce,
che sotto i porticati e sopra l’acque
e per gli atrii volando e per le sale,
or alto or basso si travolve e gira
[Eneide. — Libro XII. N.d.A.].

■ Ma ecco, miniatura spirante una grazia tutta timida, tutta fragile, il quadretto dantesco del

… cicognin che leva l’ala
per voglia di volare e non s’attenta
d’abbandonar lo nido e giù la cala
[Purg. Canto XXV. N.d.A.]:

ecco ancora la

… lodoletta che in aer si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
dell’ultima dolcezza che la sazia
[Parad. C. XX. — Il Bartoli nella sua St. della, Lett. It. Vol. 6.° Parte 2. Capit. 4.°: Il sentimento della nat. nella D. C. dice essere questo «uno di quei luoghi danteschi che sembrano un miracolo.» N.d.A.];

l’allodola che Shelley [A una allodola. — Trad. Faccioli. N.d.A.] salutava così: «Salve o lieto Spirto! tu non fosti mai un uccello, in che dal cielo, o là d’appresso, profondi il tuo pieno core in melodie inesauribili d’arte non meditata!
Più in alto ancora, più in alto! tu ti slanci dalla terra come una nuvola di foco; fendi l’azzurro abisso, e cantando sempre t’innalzi, ed innalzandoti sempre canti
» e che nel suo canto sentiva «una chiara acuta gioia» nella quale «non può esserci languore.»
■ E, tornando a Dante, chi non rammenta i tristi versi:

E come i gru cantando van lor lai
facendo in aer di sé lunga riga
cosi vid’io venir traendo guai
ombre…?
[Inf. C. V. N.d.A.].

■ Quanto son rappresentative quelle parole «lunga riga! Il nero interminabile stormo attraversa il cielo cantando mesto.»
■ Altri spiriti sono sbattuti ancor più orribilmente dalla tempesta eterna:

E come gli stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo a schiera larga e piena
così quel fiato gli spiriti mali
di qua di là di su di giu li mena
[Idem. N.d.A.].

■ Nell’aria violentemente agitata lo stormo è ancora unito, ma sbattuto dalle raffiche fredde: non l’allegria del canto, ma solo il fischiare del vento impetuoso e roco.
■ Ma dalla schiera delle anime paragonate dal Poeta alle gru escono due che piangono, poema divinamente pietoso, il loro amore: Paolo e Francesca. Ne escono volando quetamente sicuramente,

quali colombe dal disio chiamate
con l’ali aperte e ferme al dolce nido
volan per l’aere.

■ Oh dolci versi fidenti d’amore e di pace! Con quanta efficacia le miti bestiole concorrono a rappresentare la passione amorosa più forte e insieme più soave che sia stata mai! — Rammentano i versi danteschi quelli di Virgilio:

… d’una grotta ov’aggia i dolci figli
al caro nido, spaventata in prima
da subito schiamazzo, esce rombando
ed arrostando una colomba a l’aura;
che poi giunta ne’ campi a l’aer queto,
quetamente per via dritta e sicura
sen va con l’ali immobili e veloci
[Eneide. — Libro V. N.d.A.](1).

■ Ma quanto è più amorosamente gentile l’idea di far volare le colombe verso il nido! — I colombi son amati da Dante, egli si compiace (scenetta vagamente gioconda, piena di continuo irrequieto movimento di capini iridescenti, d’occhietti scintillanti, di zampette rosee) di loro quando

… adunati alla pastura,
queti senza mostrar l’usato orgoglio,
se cosa appare ond’elli abbian paura
subitamente lasciano star l’esca
perché assaliti son da maggior cura
[Purg. C. II. — Altri colombi sono in Dante; Par. C. XXV. — Di questi tre quadretti sui colombi il Bartoli op. loc. cit. dice: «che paiono, mi si permetti l’anacronismo della parola, fotografati dal vero.» N.d.A.].

■ Tutto questo è bello, d’una bellezza serena, dolce, molto diversa ma non inferiore alle scene di caccia col falcone ch’Egli pure colora [V. A proposito di questa usanza la descrizione poetica che ne fa Lorenzo De Medici nel piccolo dramma campestre in ottave: La caccia col falcone (Poesie di L. de’ Medici a cura di G. Carducci). N.d.A.].
■ Chissà! forse il Poeta alla corte degli Scaligeri o dei Malaspina o dei Guidi assistendo ad alcuna grande caccia, nell’aperta campagna, tra le prode fiorite de’ prati, tra l’ombre de boschi profumate, vedeva ergersi superba la figura colossale di Capaneo e quella di Manfredi sorridere, e la luce sfolgorante di Cacciaguida spronarlo a dir ciò «che a molti fia savor di forte agrume» [Par. C. XVII. N.d.A.], e seguendo con l’occhio il volo magnifico del falcone calante, la mente intenta nella creazione della «fiera con la coda aguzza» [Inf. C. XVII. N.d.A.] trovò che così maestosamente doveva volare il mostro sprofondandosi nella voragine nera verso Malebolge:

Come il falcon che stato assai sulle ale
che senza veder logoro od uccello
fa dire al falconiere: oimè tu cali!
discende lasso onde si mosse snello,
per cento ruote, e da lungi si pone
del suo maestro, disdegnoso e fello;
così ne pose al fondo Gerione
[Inf. C. XVII. N.d.A.].

Poi, ecco;

… il falcon che prima e piè si mira
indi si volge al grido e si protende
per lo desio del posto che là il tira;
[Purg, C. XIX. N.d.A.]

eccolo

… ch’uscendo di cappello
muove la testa e coll’ali si applaude
voglia mostrando e facendosi bello;
[Parad. C. XIX. N.d.A.]

eccolo veramente a caccia, una caccia acquatica:

… l’anitra di botto
quando il falcon s’appressa giù s’attuffa
ed ei ritorna in su crucciato e rotto
[Inf. C. XXII. N.d.A.].

■ Quanta rapidità di movimento!
■ Ma ormai anche la nostra breve scorsa è quasi finita: una sola volta ancora troviamo in Dante gli uecelli: nella verde fiorita profumata foresta del Paradiso terrestre [A proposito d’uccelli nel Par. terr. ved. Il mito del P. terr. Cap. 3.° — A Graf. N.d.A.]. Nel luogo delizioso dove son radunate tutte le bellezze della natura i prediletti gentili di lei armonizzano col canto alle melodie di colori e di luce. Tremolano le frondi all’ aria soave:

non pero’ dal lor esser dritto sparte
tanto che gli uccelletti per le cime
lasciasser d’operare ogni lor arte,
ma con piena letizia l’ôre prime
cantando riceveano intra le foglie
che tenevan bordone alle sue rime
[Purg. C. XXVIII. N.d.A.].

■ Tutto il risveglio d’una selva a primi raggi del sole è in questi pochi versi: l’aria fresca, nuova la fa sussurrare, stormire tutta gaiamente. È una musica lieve, indistinta nella quale palpitano infinite esistenze; sembra la canzone tutta sussurri fremiti e dolcezze con cui la selva culla da secoli mollemente il risveglio rugiadoso de’ suoi fragili fiori. Dai nidi nascosti ne’ misteri verdi gli uccelli levano la testina di sotto l’ala morbida, si spennacchiano, saltellano cinguettano cantano. Quale orchestra complessa e svariata!
■ Dante lungo il Poema ha distintamente accennato a molti uccelli, ma nel luogo più bello della terra e più vicino al cielo senza distinzione, comprendendo tutti nel suo amore d’eletto artista, li ha uniti in un gentile e grandioso coro giocondo, inno ultimo supremo della natura e principio delle armonie senza fine e della «luce angelica esultante» [Carducci G. — Piemonte. N.d.A.].


VII.

■ Così, come il coro degli uccelli fra la terra e il cielo, è la poesia di Dante: la poesia più ascetica e più profondamente umana. Il misticismo non toglie al gigantesco artista il senso della vita: anzi ciò che costituisce l’immortale bellezza del suo Poema non sono l’aride questioni di Teologia, ma la pittura della vita del Medioevo, dell’uomo in tutte le sue passioni, della natura, e in quell’energica indelebile impronta di sé ch’Egli lascia in ogni terzina, in ogni verso.
■ Come gli uccelli viventi sempre tra le sovrane bellezze della natura Egli l’ama, e le segrete profonde armonie che sente esistere fra la sua anima ed essa lo fanno fremere di vita e ne sublimano i versi.
■ Come gli uccelli desideranti sempre la luce Egli è assetato, inebbriato di verità: il suo canto, libero e forte come il loro canto, s’alza e si spande per l’Italia, per il mondo, per i secoli.
■ Ma il Poeta non è, come i giocondi uccelli, libero o quasi dal dolore: in Lui le passioni le ire gli odi dell’uomo, anzi dell’uomo medioevale, del figlio d’Italia, del cittadino di Firenze; in Lui l’amarezza continua e atroce dell’esilio dell’aver lasciato per sempre «ogni cosa diletta più caramente» [Parad. C. XVII. N.d.A.] il dolore di veder cadere a una a una tutte le sue illusioni e le sue generose utopie. Oh il suo canto ha tutte le ebbrezze e tutte le sfumature del dolore! e se a volte è un dolce rimpianto spesso tuona e sferza e ironico sarcastico amaramente sogghigna.
■ Gli uccelli cantano insieme o si rispondono tra loro: il sacro canto doloroso del Poeta era la gran voce solitaria alla quale nessuno rispondeva. I pigmei del pensiero i vili vermi striscianti nell’infamia che il gigante schiacciava col suo disprezzo tacevano annientati, e tacevano anche le intelligenze alte e buone perché nessuno, nella folla de’ pensieri partigiani e personali della vita giornaliera, poteva comprendere tutta intera l’anima di Dante, poteva assurgere a quella vastità di mente a quella generosità di sentimenti, e quindi accoglierne tanto le utopie quanto le idealità che poi s’avverarono. Vox clamantis in deserto l’anima altera è sola con le sue tempeste. Ma non è fiaccata, no, dall’angoscia la tempra indomabile d’uomo, di patriota d’artista: la Divina Commedia è la sua ultima strenua e vittoriosa battaglia. Perciò noi vediamo la figura di Dante nostro, non abbattuta, non accasciata, ergersi superba dalla tumultuosa o iniqua vita fiorentina e italiana del trecento come quella di Farinata nel tenebrore infernale dell’arca infocata. — E il Poeta fissa gli occhi al cielo che splende delle «sue bellezze eterne» [Purg C. XIV. N.d.A.] in cerca di Beatrice «dolce guida e cara» [Parad. C. XXIII. N.d.A.] in cerca di pace, ma la mente ritorna inavvertita alle cure terrene, all’abituale tumulto d’affetti, di rancori e di sdegni; finché la gran voce delle cose, in cui fluisce l’eterno fiume della vita, gli parla con la sua calma grandiosa: Egli ha inteso e amato veramente la natura, e sembra che la natura sola risponda alla libera e fiera anima sua.”