Da La Scienza per Tutti, Anno III, N. 49, 8 dicembre 1883
” ■ L’Inghilterra a buon diritto considera Giovanni Dollond come suo figlio, poiché nacque sul suolo britannico; ma in fatto egli è francese. Infatti suo padre era un tessitore di seta protestante, che la revoca dell’editto di Nantes aveva strappato alla sua terra natale, la Normandia, e costretto a cercare asilo in Inghilterra. Egli aveva preso dimora a Londra o piuttosto a Spitalfield, che anco oggi alberga una popolosa colonia di tessitori francesi. Ivi nel 1707 nacque Giovanni Dollond.
■ Applicato sin dall’infanzia al telajo, manifestò di buon’ora un’inclinazione grandissima per le letture serie, poi per lo studio. Egli leggeva anche stando al telajo, e non bastandogli le ore di riposo consacrava allo studio buona parte delle sue notti. In tal guisa si assimilò il latino, il greco, la fisica, la geometria e l’algebra in un tempo relativamente brevissimo.
■ Giovanni Dollond acquistò tutte quelle cognizioni da solo, senza nessuna guida, e, strano a dirsi, senza nemmeno essere stimolato da una legittima ambizione. Lo studiare era per lui una vera ricreazione, egli non pensava ad estendere le sue cognizioni per elevarsi al di sopra della sua condizione, vi trovava una cara distrazione nulla di più. Fedele al suo telajo, si ammogliò giovane e continuò a leggere e studiare come in passato; ebbe due figli, e divenne più laborioso, ma seguitò a non chiedere allo studio che una semplice distrazione alle quotidiane fatiche.
■ Infrattanto, Pietro, il maggiore dei figli di Dollond, nato nel 1730, si faceva grandicello e crescendo dimostrava sempre maggiori disposizioni pei lavori di precisione. Senza dubbio il padre, obbedendo senza saperlo alla propria inclinazione, aveva dato al fanciullo dei giocatoli di natura speciale che avevano stretta parentela cogli strumenti di fisica ed in particolare di ottica.
■ Comunque sia, lieto di riconoscere nel figlio tali disposizioni e desideroso di vederle sviluppare, combinò per esso un piccolo laboratorio di meccanica e si mise in testa di guidarlo nei lavori. Ma il ragazzo, volubile, come lo son quasi tutti in quella età, era molto meno assiduo del padre al laboratorio creato espressamente per lui. Giovanni vi spendeva tutti i suoi momenti di libertà eseguendo esperimenti o lavori di costruzione. Egli prendeva la cosa proprio sul serio, peccato che fosse un po’ tardi perché aveva quarantasei anni. Tuttavia nel 1753 Giovanni Dollond indirizzava alla Società reale di Londra una memoria in cui era svolta la teoria dell’oculare a quattro vetri piano-convessi che porta il suo nome, e che fa parte integrante nella costruzione dei cannocchiali terrestri ove serve ad ottenere immagini diritte. Questa prima memoria ebbe l’insigne onore di venire inserita nelle Transazioni filosofiche, organo della Società.
■ Animato da tale accoglienza, Dollond perseverò su quella via; perfezionò alcuni strumenti, fra gli altri l’eliometro di Brouger, e ben presto si dedicò alle ricerche che dovevano rendere immortale il suo nome.
■ Malgrado un primo tentativo di Chester Hall, nel 1729, ed un secondo di Eulero, nel 1747, la teoria di Newton sull’impossibilità di ottenere l’acromatismo delle lenti dei cannocchiali senza privarle in pari tempo della virtù di formare le immagini, aveva sempre forza di legge. Dollond nel 1758 ripeté l’esperimento su cui Newton basava la sua teoria, e riconobbe che ad onta dell’apparenza non era esatta. Combinando le indagini venne a scoprire che un fascio luminoso attraversando successivamente un prisma di cristallo e un prisma pieno d’acqua, se usciva parallelamente alla sua direzione primitiva dava ancora delle fasce iridescenti, ma in guisa che bastava fargli subire una certa deviazione per ottenere un fascio di luce bianca. In conseguenza, per ottenere lenti acromatiche, non si aveva che da combinare delle lenti che possedessero rispettivamente le medesime proprietà del cristallo e dell’acqua.
■ Dollond, dopo molte incertezze riuscì alla fine a costruire cotali lenti, collocando una contro l’altra una lente convessa di crown-glass o vetro verdastro ed una lente concava di flint-glass, vetro bianco. La lente concava decompone la luce del fascio luminoso che rende assai convergente, mentre l’altra annulla quasi per intero tale convergenza e per conseguenza l’aberrazione di rifrangibilità: l’acromatismo era trovato. La Società reale di Londra rimunerò il Dollond fregiandolo della grande medaglia Copley. In fatti l’importanza di questa scoperta era grandissimo, e produsse una rivoluzione nella costruzione dei cannocchiali, che immediatamente divennero più ricercati dei telescopii.
■ Per combattere quanto era possibile i perniciosi effetti della dispersione, prima che l’acromatismo fosse scoperto, era mestieri costruire cannocchiali enormi; ve ne furono persino di 100 metri di lunghezza, e quei mastodontici congegni venivano manovrati a fatica mediante impalcature coperte di un arruffato sistema di corde, di catene, di puleggie, e con tutto ciò non si aveva che un debole ingrandimento. Il cannocchiale di Auguot, per citarne uno, misurava 98 metri; il suo obbiettivo era installato sulla cima di una torre altissima mentre l’osservatore teneva l’oculare in mano, e non dava che un ingrandimento di 600 volte.
■ La scoperta di Dollond, permise quindi di ricondurre i cannocchiali a dimensioni più comode, non superiori ai 20 metri di lunghezza e nel tempo stesso di ottenere un ingrandimento di oltre 3,000 volte.
■ L’applicazione delle lenti acromatiche si estese del resto a tutti gli altri istrumenti d’ottica. Infatti tutta questa scienza usufruì della scoperta dell’antico tessitore, e così pure tutte le scienze d’osservazione che devono chiedere all’ottica i loro istrumenti più delicati.
■ Infrattanto, Pietro Dollond prendeva parte ai lavori ed ai successi del padre ed acquistava esso pure la celebrità colla scoperta di un mezzo per diminuire notevolmente l’aberrazione di sfericità prodotta dalla forma sferica delle lenti, combinando un sistema nel quale una lente concava di flint- glass veniva collocata fra due lenti convesse di crown-glass, combinazione che permetteva un’apertura più larga per l’osservazione degli oggetti cogli istrumenti a corto foco.
■ Pietro Dollond introdusse eziandio perfezionamenti più o meno importanti in parecchi istrumenti e specialmente nel quadrante di Halley, nell’equatoriale, nel telescopio a riflessione, ecc., ed è autore di diverse memorie pubblicate nelle Transazioni filosofiche ed altrove.
■ Giovanni Dollond morì nel 1761 in età di soli 55 anni, Pietro morì nel 1820.”
