Da La Lettura, Anno IX, N. 11, novembre 1909.
Da Die Gartenlaube.
” ■ Il guanto ha un’antichissima e ragguardevole genealogia. La sua famiglia è millenaria, la sua origine è forse divina. Si sa che le popolazioni dell’Asia offrivano guanti preziosi come tributo al trono dei Faraoni. Si sa che i guanti servono a Senofonte come un pretesto per rinfacciar la mollezza ai persiani degeneri; ed è noto che nei pubblici ludi menzionati da Licurgo le fanciulle portavano dei guanti nella lotta. Cleopatra ed Aspasia, Laide e Frine infilavano guanti per la cura delle loro mani. I più ragguardevoli romani mettevano dei ditali sulle dita inanellate prima dei pasti, e colui che voleva cogliere delle ulive si metteva un pollice di cuoio.

■ Secondo una leggenda francese, il guanto si deve nientemeno che a Venere. Affascinata dalla bellezza di Adone la dea ne segue le tracce per campi e boschi, accorrendo in ogni luogo in cui egli se ne sta a caccia. Ella attraversa macchie e siepi, e, sulla via impraticabile, va a pungersi in un prunone che le attraversa il cammino. Le gocce di sangue che cadono dalle sue dita divine diventano olezzanti rose purpuree sullo spineto. Ma ella chiama le Grazie e si fa subito cucire dalle loro mani di fate una copertura che servisse di schermo alle sue dita ferite.
■ Le Grazie, che non eran donne per nulla, imitarono naturalmente la nuova moda; e il guanto era, come oggi malamente si dice, «lanciato».
■ Secondo un’altra opinione, l’invenzione del guanto si attribuisce a un cavaliere provenzale. Del resto nelle armature cavalleresche del medio-evo il guanto imbottito, di cuoio o di velluto, fatto di membri di acciaio legati da cerniere, e di cercine di bronzo alla nocca, ha una parte preponderante. Esso diventa un simbolo nell’investitura feudale e nella donazione. Il guanto gettato ai piedi — non tutti lo gettavano sul volto — significava guerra aperta. Se si inviava, con qualsiasi tramite (Carlo V si servì perfino di un guattero), un guanto, voleva dire lotta per la vita e per la morte. Chi volesse scrivere una storia giusta e genuina del guanto, potrebbe riempire volumi di interessanti particolarità.
■ Quanta materia dai guanti fatti dai saraceni, con aquila e corona, che appartenevano alle insegne imperiali, fino ai guanti portati da madame Récamier coll’immagine della libertà nel berretto frigio sul dorso della mano! Ma noi non possiamo che sfiorare tutto questo nei brevi limiti del nostro abbozzo. Possiamo soltanto ricordare i guanti lanciati con giubilo a Coriolano, i terribili guanti di ferro dell’Inquisizione; i fatali guanti profumati di Caterina di Valois; possiamo solo accennare al giovane guantato del Tiziano, ai ritratti del Velasquez, su cui sono dipinti guanti preziosi.
■ Assai per tempo, accanto ai guanti, che si portavano legati con un nastro (come fanno oggi i bambini), appesi al collo, e all’infuori della Chiesa, la quale calcola il guanto come un ornamento, s’imparò a conoscere il guanto di cerimonia, ornato di artistici ricami di seta. La figura 2 […] mostra un guanto di seta lucida con ornamenti variopinti, come lo portava l’uomo di mondo nelle occasioni solenni. Però egli doveva levarlo subito, secondo il costume del tempo, appena che appariva al cospetto dei grandi di questa terra. La figura 1 […] fa vedere l’ornamento vario del guanto a polsini. Ecco a sinistra un guanto di cuoio con un elegante ornamento del pollice, a destra un polso piuttosto alto, guarnito di seriche frange — ricamo aureo su fondo bianco — e nel mezzo l’interessante guanto turco, tutti gli originali in possesso del regio Museo storico di Dresda, che ce ne ha favorito le copie. Il guanto turco risale al principio del secolo decimottavo, e mostra sul rosso polso di raso un turco che cavalca sul suo bardo e turchi trofei di vittoria. Probabilmeute sarà stato il superbo ornamento di qualche conquistatore.
■ Guanti da signora vengono in uso solo nel tardo medio-evo. Le veneziane facevano ornare dall’artefice i loro fini guanti di cuoio sul dorso della mano con pitture di guazzo; la gentildonna, che cacciava il falcone, portava ruvidi guanti di pelle di bufalo fin oltre il gomito.
■ Al tempo del Re Sole diventarono di moda i mezzi guanti di seta, le mitaines. Si suol chiamarli «à la Phillis», «à la Frangipane». A seconda della ricchezza di colei che li possiede — o di colui che li dona — sono di raso lucido con pesante ricamo metallico, di cuoio con bordi e bottoni d’oro o anche di maglia o di pizzi. La nostra terza illustrazione porta uno di questi mezzi guanti, che proviene dal Museo d’arte industriale, di pesante filo celeste — imbottito di seta bianca — adorno qua e là di aurei ricami. Per la diversità dei punti adoperati, il disegno fa un effetto molto vivace e plastico. La parte interna di questo tipico guanto di galanteria del secolo decimosettimo è liscia, ma il pollice ha ricevuto l’ornamento che lo abbellisce.
■ La quarta illustrazione rappresenta un guanto da signora del seicento. L’originale si trova nel Museo germanico di Norimberga. È fatto di un fine, bianco cuoio glacé, orlato di seta porpora-scuro. Il grazioso ordito si svolge in due gradazioni di verde, i fiori brillano della tinta della fragola. Alle mitaines tennero dietro i lunghi guanti bianchi di cosidetto «cuoio di pollo» (naturalmente cuoio di capra), i quali erano così sottili e fini, che si poteva involgerne un paio in un guscio di noce. Una signora alla moda «parsimoniosa» deve averne avuto bisogno di tre o quattro paia al giorno. Si amava interrompere la bianchezza con una guarnizione di nastro colorato. E a tanto si arrivò nella passione dell’ornato da operare i guanti chiari con righe colorate. Così la quinta illustrazione ci dà il guanto lungo di cuoio ruvido, giallastro con rigature brunastre, di una signora alla moda nel settecento (ce lo ha conservato il Museo d’arte industriale d’Amburgo).
■ Il guanto da uomo che segue (fig. 6) è di cuoio bianco, operato in azzurro chiaro con largo risvolto «à Crispia» alla nocca; e il lion che lo portava si sentiva, certo, ultra-scic, come noi ci crediamo elegantissimi nei nostri guanti rosso-sangue «di pelle di cane» o nei gialli svedesi.
■ La rivoluzione francese, che fece tabula rasa di tante parti di toilette, non volle saperne di guanti. Il Direttorio mostra le mani nella loro bellezza naturale.
■ Solo sotto l’Impero il guanto torna a celebrare i suoi trionfi, forse i più grandi! La figura 7 rappresenta un guanto dell’Impero col bordo caratteristico al lembo superiore. Sul guanto destro una figura di donna, sul guanto sinistro una figura d’uomo serve d’ornamento al medaglione che interrompe il bordo. Perfino sul dorso della mano sono rappresentate delle tenere scene d’amore — una bella che dorme nel bosco, svegliata dal suo Adone. Una stretta orlatura circonda l’imboccatura del pollice, e nel piccolo cerchio orlato il guantaio — o l’artefice — si è permesso di mettere la data. Accanto a guanti dipinti l’Impero conosce guanti di cuoio con ricami, di piccole piumette cangianti, ricuciti con fronzoli, adorni con traverse di nastri al lembo superiore, e guanti guarniti di ricami di capelli.
■ Una signora alla moda ne possedeva, secondo una rivista di mode del tempo, seicento paia. Il paio costava da dieci a cinquanta franchi, e del duca di Berry narra la storia ch’egli li pagasse anche sessantadue franchi al paio e che ne comperasse per le sue dame fino all’importo di trecentotremila franchi in una volta.
■ Ma l’uso del guanto non si limitò solo alle classi abbienti. Presso i diversi popoli esso è sorto per bisogno di difesa e di riscaldamento, fatto del materiale (per lo più primitivo) che si poteva ottenere. Molti territori tedeschi hanno ammesso il guanto nella loro toilette consueta. La produzione ondeggia dal guanto a sacco ovale azzurro e bianco al mezzo guanto a scacchi lungo fino al gomito, e dai mezzi guanti verdi ai guanti a ditale bianco e neri.
■ La nostra ottava illustrazione mostra un grande guanto a sacco della Lutazia, foderato di pelliccia. Serici ricami rossi e verdi adornano il largo dorso della mano. Molto caratteristico è il guanto perlato, come lo porta la contadina di Bückeburg per abbigliarsi a festa. La ricca lavorazione di perle d’oro, azzurre, granata, canarino e verde non vi è cucita sopra — come può apparire a prima vista —, ma le perle (si pensi alla fatica) sono infilate ad una ad una prima che si inizi il lavoro di maglia.
■ Merita pure interesse il guanto a scacchi rosso e nero della Lituania, coll’orlo variopinto. I guanti lituani colpiscono per la loro colorazione chiara e per il modo in cui sono operati. La lituana giunge perfino a ricamare iniziali di canti popolari sui suoi guanti, da lei stessa cuciti.
■ Presso i popoli dell’alto nord l’uso dei guanti era una necessità determinata dal clima. Il freddo richiede un materiale riscaldante, il senso d’arte cerca di atteggiarlo secondo le leggi estetiche e crea composizioni di colori di straordinaria vaghezza, come nei guanti svedesi operati in rosso acceso — si consideri il guanto a sacco finnico (fig. 10) fatto di fibra vegetale bianca, rossa e azzurra. Al bisogno di difesa servono i guanti siberiani di cuoio di renna che hanno l’orlo adornato con grande effetto per l’uso del cuoio multicolore. La figura 11 riporta un guanto a sacco caratteristico e pratico con apertura per il pollice e un guardiapollice di pelliccia variopinta, come sogliono portarlo i selvaggi negri Ainos nelle Curili.
■ Di rozza forma è il guanto a sacco intrecciato di peli di renna (figura 12) lavorato dalla mano degli esquimesi nella solitudine polare. Qui l’eleganza, il bisogno di ornarsi le mani con qualche cosa che attiri l’occhio, non c’entra più: è invece il bisogno assoluto di difendersi dal freddo, di opporre al rigore della natura una salvaguardia artificiale.
■ Con un vero e proprio guanto indiano — dell’ultimo dei Mohikani — (impugna appunto il coltello per scuoiare il cranio), la cui foggia ricorda vivamente gli arcaici mezzi guanti delle nostre nonne, noi chiudiamo per oggi il nostro viaggio nel paese dei guanti, di cui l’ultima parte noi dobbiamo alle collezioni del Museo etnologico d’Amburgo. Le vicende delle mode dei guanti nell’ultimo secolo — ora lunghi, ora corti — a seconda che la manica lo richiede — ora pallisandre, ora mais, paglierino e pain-brulé, ora di pizzi preziosi, ora di reticelle da farsi — sono troppo note perché ci sia bisogno di schiarimenti.
■ Chi sa se la tendenza alla guarnizione artistica di tutti i requisiti di toilette non ricondurrà l’ornamento del guanto con colori a guazzo o con pittura a fuoco — e se noi non lasceremo ai musei dei posteri materiale in maggior copia di quel che a noi lasciarono i secoli trascorsi. Solo dopo molte scorrerie e senza alcuna continuità, ci è venuto fatto di trovare nei musei tedeschi alcuni esemplari di guanti, di cui pochi si mostrarono adatti ai nostri scopi. Oggi si dà più importanza alla conformazione e al taglio del guanto che all’ornamentazione. Anzi il guanto è diventato semplicissimo: tutta l’eleganza consiste nel colore e nella qualità della pelle e nella squisitezza del taglio. Spesso gli ornamenti si riducono a un paio di buoni bottoni e a delle strisce di colore più cupo o più chiaro sul dorso.
■ Secondo un motto antico, per un guanto irreprensibile, cooperano tre Stati: la Spagna, che dà e concia il cuoio, la Francia che taglia il guanto e l’Inghilterra che lo cucisce.
■ «Etre bien gantée» è indispensabile per una signora fine e di buon gusto, poiché, dice il francese: «Le style c’est l’homme et le gant c’est la femmes. Le style trompe quelquefois, le gant, jamais».”











