Da La Donna, Anno XIII, N. 259, 15 luglio 1917.
Di Lucilla Antonelli.
” ■ Prima ancora di aver raggiunto tutti i suoi ideali sociali, prima di essere riuscita a rivendicare completamente tutti i suoi diritti, la donna vuol dimostrare com’ella sappia tutti i suoi doveri; questa è forse la più alta ragione per la quale gli uomini le rendono man mano giustizia. La guerra poi ha rivelato nella donna tale un complesso di attività e di capacità, che alcun pregiudizio intorno a lei non ha più ragione di esistere. Dopo la guerra, quando si faranno i conti, si vedrà chiaro quale cammino ella abbia fatto in ogni campo, e come ella sia stata la fattrice più preziosa in quest’ora necessaria e terribile, e l’anima delle più degne imprese. L’opera della donna, in qualunque campo si manifesti, è quasi sempre animata e confortata dalla bontà. E poiché la bontà che poteva essere creduta quasi una virtù statica, contemplativa e silenziosa, è diventata palesemente invece una magnifica molla per il conseguimento dei maggiori beni, devono pur riconoscere anche i più scettici e i più caparbi che l’opera della donna, specialmente in questo momento, merita i più schietti elogi, e serve egregiamente al buon andamento di questa grandiosa macchina che è la società, e serve altresì ad opporre gli argini allo straripare dell’umana sventura che mai come ora è stata grave di pianto. Anche per l’importante e doloroso quesito che riguarda i mutilati la schiera delle donne eroine e buone è infinita. Sia ch’esse portino la loro opera di pietà, sia ch’esse sieno generose di beneficio e di soccorso è certo che il grave problema è stato ed è facilitato dall’opera e dal concorso femminile.
■ Per parlare del rifugio che Milano offre ai mutilati, dirò che la capitale lombarda deve alla generosità di una donna il poter oggi offrire un superbo asilo ai mutilati militari. Intendo parlare del rifugio Fanny-Finzi-Ottolenghi di Gorla. La nobile donna Fanny-Finzi-Ottolenghi è la più eletta collaboratrice che il professor Galeazzi potesse trovare per la realizzazione di ciò che costituiva il sogno della sua vita operosa.
■ Quando infatti donna Fanny-Finzi-Ottolenghi disse al professore Galeazzi che intendeva disporre di un forte capitale a vantaggio di una grande sventura, egli che nella sua mente di studioso perseguiva l’ardimentoso sogno di soccorrere gli storpi e gli inabilitati al lavoro, le suggeri di mettere i suoi danari a vantaggio di questa altissima opera. Ed ella fondò il Rifugio di Gorla, quel rifugio che, sorto allo scopo di raccogliere e rieducare gli storpi e i mutilati civili, è diventato ora l’asilo più soave e più ridente che i nostri eroici soldati potessero trovare per lenire i loro mali. Mi pare adunque che la signora Finzi raccolga ora il più degno compenso alla sua generosità, che ha dato il mezzo a un uomo d’ingegno di soccorrere i nostri giovani e bravi soldati. Allorché il professor Galeazzi studiava la questione degli storpi e consigliava a donna Fanny-Finzi di associarsi a lui coi mezzi per la fondazione di un ricovero, non sapevano né l’uno né l’altra che si preparavano ad accogliere i mutilati militari per restituirli alla vita nelle migliori condizioni possibili. Ora il pietoso ideale della nobile dama si può dire compiuto perché l’opera è sorta magnifica dalla sua generosità; e il sogno di Galeazzi va raggiungendo giorno per giorno le astruse cime della scienza, che si piega dinanzi alle sventure credute sin qui irreparabili e ricostruisce individui che altrimenti cadrebbero nel più umiliante livello sociale, quello dove gli uomini non lavorano e soffrono il dolore della loro inutilità.
■ Il «Rifugio» sorge nelle vicinanze di Milano, a Gorla, in una località tranquilla e ridente, che par fatta apposta affinché i volti dolorosi dei poveri mutilati si rischiarino nell’immensità dell’orizzonte libero, e nel verde riposante degli ippocastani vicini. L’architettura dell’edificio è semplice e signorile; l’arredamento interno è sobrio, risponde ad ogni moderna esigenza.
■ Il professor Riccardo Galeazzi che sapientemente dirige l’istituto dei Rachitici di Milano, è il direttore anche del Rifugio. Egli accoglie nell’Istituto di Milano i soldati mutilati bisognosi di atti operatori, di cure fisicoterapiche; poi, allorché sieno posti nelle condizioni di incominciare la loro rieducazione professionale, vengono mandati a Gorla, dove si compie la parte più importante e più eletta del professor Galeazzi e di tutti quelli che intorno a lui e sotto la sua direzione si dedicano alla rinascita di questi individui.
■ Bisogna visitare il Rifugio per farsi un concetto chiaro di questa rinascita fisica e morale. Le cure fisicoterapiche, gli apparecchi di protesi e gli istrumenti di orientamento professionale costituiscono la rieducazione fisica; le scuole di cultura generale, e quelle dei vari mestieri, unitamente al quotidiano conforto e alla benevola assistenza di tutti gli addetti al Rifugio, costituiscono la rieducazione morale; e l’una e l’altra cosa si completano insieme e restituiscono alla vita degli uomini i quali avrebbero avuto dal loro eroismo la più tragica sorte e che invece possono ancora sentire tutto l’orgoglio della loro individualità che la sventura lascia intatta, perché l’uomo conserva fieramente il suo prestigio, il suo orgoglio e la sua libertà quando può ancora lavorare. In fondo, se il valore dell’integrità fisica è immenso per il nostro concetto umanitario ed estetico, e per il rispetto dovuto all’opera più bella della creazione, esso, di fronte all’immane flagello impicciolisce ai nostri sguardi che si fissano ansiosi in ciò che di più alto può rimanere nell’uomo; la capacità a produrre.
■ L’opera del Galeazzi non è stata facile; per la prima, grave difficoltà, quella economica, abbiamo detto che una donna eletta gli ha porto la mano. E questo fu il primo passo. Scientificamente poi egli ha incontrato ostacoli enormi, che la sua tenacia e la sua intelligenza hanno superato; ma più gravi forse sono stati gli ostacoli morali. Ricostruire degli individui che si sentono ormai diminuire e sparire, far loro intendere che la scienza può ancora domare l’avversa sorte, e sopratutto restituir loro la gioia della vita e del lavoro, non era cosa semplice. Galeazzi adunque non avrebbe tutto il merito che ha di fronte a costoro e di fronte alla società, se non avesse saputo insieme allacciare la sua sapienza con la sua paterna bontà.
■ Io li ho veduti questi disgraziati restituiti al mondo e all’attività; ho parlato con essi, li ho visti ancora camminare, ancora lavorare, li ho veduti anche sorridere, ed essi mi sono apparsi come un miracolo, mentre sono invece la più grandiosa prova di una opera tenace, che una quindicina di anni fa sarebbe stato quasi chimerico sperare compiuta.
■ Nel Rifugio ci sono scuole suddivise in tre classi; gli analfabeti approfittano del tempo e della disgrazia per imparare a leggere e a scrivere; gli altri seguitano a studiare e ad arricchire per quanto è possibile la loro cultura generale; coloro che hanno soltanto il braccio sinistro imparano a scrivere con quello. Tutti indistintamente sono avviati nella scelta di un mestiere, se le loro condizioni fisiche non permettono di riprendere quello che avevano. Oh! ridata loro la possibilità, sia pure artificiale e meccanica di lavorare, essi si mostrano lieti di abbracciare nuovamente un mestiere! E vediamo dei calzolai, dei fabbri, dei falegnami felici dinanzi ai loro strumenti, e animati di una specie di fretta di condurre a termine la loro rieducazione professionale per tornare in seno alla famiglia.
■ Naturalmente nell’applicazione degli arti il Galeazzi utilizza come meglio può le facoltà che ancora rimangono al moncherino, giovandosi più che gli è possibile dei muscoli e dei tendini ancora esistenti.
■ Molti casi a prima vista sembrano disperati, pure il Galeazzi ci dimostra come anche allora egli sappia assoggettare l’ortopedia al bisogno di esistenza di quei disgraziati; tanť’è vero che alcuni individui privi di entrambe le gambe camminano e altri amputati nelle due braccia riescono a fare ancora qualcosa che non li renda dei parassiti.
■ Gli arti artificiali vengono appositamente creati per ciascun individuo, e adattati alle speciali necessità di ciascuno e in relazione col mestiere al quale ogni individuo è stato avviato.
■ Tutti questi arti artificiali divengono in breve tempo i docili istrumenti asserviti alla volontà di ognuno, e questa loro attività meccanica, schiava di un impulso volitivo che pareva spento, costituisce un meraviglioso e commovente spettacolo che mette sopra una altissima vetta la generosità di una donna e la sapienza di un uomo.
■ La carità e la scienza si son presi per la mano e hanno percorso insieme un difficile cammino per raggiungere uno scopo della più alta umanità.
■ Sappia questa nobile dama, che dall’alto della sua carità partecipa al dolore di tutte le donne e lo soccorre pensando ai loro figli, che le madri d’Italia le sorridono e la ringraziano. E sappia anche il Galeazzi che i nostri eroi mutilati, ai quali egli ridà una vita e una coscienza nuova, sono coloro ai quali la società più volentieri apre le sue braccia, perché da tutto questo flagello, al quale egli tenta di opporre i possibili argini, scaturisca una più grande fratellanza, materiata di una più profonda, cristiana bontà.”



