Giuocando a tombola — costumi veneziani (1897)

Dall’Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari, Vol. XVI, ottobre-dicembre 1897.
Del D.r Cesare Musatti.

” ■ Sogliono le nostre femminette, nel pomeriggio de’ giorni festivi, in casa o se la temperatura lo consente in qualche corte o campielo, assidersi attorno uno o più tavoloni, e spassarsela al giuoco della tombola. La più pazzerella estrae di consueto i numeri; ma non pensate ch’ella ne spippoli uno soltanto col suo vero nome, sibbene tutti novanta con altre parole, ora ritraenti la forma del numero (per esempio, in cambio di 22, le do anarete, i due anitrini; invece del 44, le do careghete le due seggioline; il 6, dona gràvia per l’anteriore rotondità; 9 goba per la sporgenza posteriore); ora cavate da fatti di storia sacra e politica, o da persone e avvenimenti della parrocchia; ora, anzi spessissimo, attinte alla cabala del lotto. Che se la cabala designerà funzioni o membra del corpo, punto pulite a propalarsi da labbra particolarmente femminili, la nostra eroina saprà bene mascherarle di curiose ed argute perifrasi. Non altrimenti s’adopera il nostro Goldoni, quando ne Le done gelose (Atto I° Sc. VI) fa proporre da quella traffichina della siora Lugrezia a sior Boldo l’8 tra i numeri da rischiare assieme in una firma, l’8, dico, che nel libro dei sogni, io non c’entro, vale deretano. Come certamente ricordate, le era comparso in sogno il povero di lei marito, che le aveva offerto del mandorlato; ma cediamo la parola a lei medesima:
«L’ho tiolto, l’ho magnà tuto. Co l’ho magnà, me par che mio mario me ne vegna arente, e che el me diga: oe, Lugrezia, t’ho dà el mandorlato, me dastu gente? E mi, che savé che son sempre stada co mio mario, povareto, un poco rustegheta, volteghe la schena, e via. Vedeu? Capiu, sior Boldo? Saveu cossa che xe l’8? Ah, ve par che semo a segno? A cui quel credenzone: Si ben; l’8 xe seguro. Ed ella: Oh co ve digo mi una cosa, podé star coi vostri oci sera. Su l’8 ghe ziogheria la camisa.»
■ Il compianto nostro amico A. P. Ninni pubblicò un accurato elenco di queste voci, raccolte nel sestiere di Castello, dov’abitava [Vedi le preziose sue Giunte e Correzioni al Dizionario del dialetto Venetiano. Venezia, Longhi e Montanari 1890. N.d.A.]; ma io penso egualmente opportuno dare in luce le mie anzitutto perché avendole mietute in altri punti estremi della città, ossia a san Giobbe e a santa Marta, suonano molte volte diverse dalle sue, anzi d’alcune si può asserire senza esagerazione che variano sinanco da famiglia in famiglia; poi perché voglio io pure fornire commento di parecchie, e così vedranno tutti com’anche da tai apparenti (si, apparenti soltanto) cianciafruscole ci vien dato spremere notiziole di qualche pregio intorno a fatti, idioma, usi, ede, giuochi e credenze d’una intera popolazione.
■ Dopo di che, senz’altri preamboli, mano al sacchetto una scosserella alle palle, e aggiungerei, fuori i numeri, come la sorte dispone; se per gli scopi nostri non fosse più logico e spedito distenderli nell’ordine naturale. Attenti dunque, che s’incomincia:

1. Paron de tuti e servitor de nissun; così a s. Giobbe, ed è chiaro: va infatti innanzi ad ogni altro. A Castello: El mondo, e inoltre el picolo, o el pipi che importa nel linguaggio infantile uccellino, del pari (scrive giustamente Ninni nelle sue Voci bambinesche del nostro vernacolo) a che tutti gli altri piccoli animali a qualunque classe appartengano.»

2. Doardo (Edoardo) gridò, a s. Giobbe, con giuoco di parola tanto frequente nel nostro dialetto. A Castello: Do ghe n’à anca i cani, oppure i gati (do, ossia due, che cosa? Due occhi, per esempio, o, che so io? altri organi, i quali anche ne’ cani e ne’ gatti fanno il paio. A s. Marta squàquara nel senso di donna obesa e assai floscia, colle carni, sto per dire, in liquidazione, perché squàquara nel suo primo significato vale veramente escremento tenerissimo, donde squaquarar lo scaricarsi così fatto, e figuratamente lo spiattellare indiscreto, squaquaron chi ha la cacaiuola nella lingua, squaquarona una femmina ammalata dello stesso flusso, e squaquarina una sgualdrinella qualunque.

3. Pianto, come nel libro dei sogni [Al qual uopo, diciamo una volta per tutte esserci serviti dell’opera del signor Fortunato Indovino, intitolata: Il vero mezzo per vinceru all’estrazion de’ lotti ecc, ecc. In Venezia, Fenzo 1754. N.d.A.]: o con giuoco di parola tripe (trippe): e ne’ pressi di s. Marcuola: tri-tri, la canzon del grilo.

4. Leto (letto), o caregheta (seggiolina). A. s. Giobbe: Quele carogne, che me portarà via (intendi, i quattro necròfori).

5. El gobo, e a s. Giobbe el gobo Venturini, certamente qualche gobbo sagace che avrà vissuto in quei dintorni; dove però dicono altresì: Le sgrinfe, intendi, come a Castello: Man-una man piena- man sola.

6. Can, come nella cabala. Inoltre a Castello fedeltà, forse perché attributo del cane; e mario (per alcune mogli, perché fedele come il cane; per altre, fors’anche perché un cane davvero). Finalmente a s. Marta: Dona gràvia (incinta), e già se ne disse la ragione.

7. San Severo, d’accordo col libro dei sogni, che assegna il 7 alla chiesa altra volta esistente in quella località, fondatavi dalla famiglia Partecipazia l’anno 820. Ma la chiesa s’atterrò nel 1829 e sulla sua area s’eressero le carceri politiche, onde il 7 viene pure specificato la casa dei ladri. Per la forma poi del numero, a s. Giobbe el cortelo; e a s. Marta sbrego (strappo de’ panni), e inoltre forca roversa (forca capovolta).

8. L’abbiamo già fatto dire pulitamente da Goldoni. Ma a s. Giobbe anche i ociai (gli occhiali) del nono, come l’8 indigrosso te ne dà la figura, se per metà lo rigiri (oo).

9. Pare (padre) come nella cabala. Ma a s. Marta, per la forma goba. E. a s. Marcuola: el gobo Bisson, che fu molti anni fa un povero barcaiuolo, cosi enormemente gibboso, che i più temevano d’affidarsi al suo remo, e gli convenne abbandonare il mestiere.

10. Polenta (come nella cabala), o un bel tagier (tagliere) de polenta. Ma a s. Marta sfoderano invece i suoi tre sinonimi di crea (creta, argilla forse per l’egual consistenza), malta, perché senza malta non si fa muro, e il cibo che più sostiene la povera gente è, come la malta pel muro, la polenta; e bastonada, né io so immaginare chi altro nel mondo venga bastonato più di lei, quando viene mestata e rimestata al fuoco nel suo paiuolo.

11. Pali, o pali a la riva, come figurano le due aste del numero. Oppure i seleneti dei omeni, intendi le loro gambe, per lo più asciutte, prevalendo in noi i tipi magri, e quindi raffrontate al sèleno. Ma a Castello inoltre: San Martin tegnosi; San Martin, perché agli 11 di novembre ricorre il giorno di questo santo; legnosi (tignosi), intendi gli abitanti di quella contrada, perché è antico vezzo il dileggio tra veneziani d’una parrocchia e l’altra, e ne vedremo altri esempi in seguito. Finalmente con giuoco di parola: Onzerghe (ungervi).

12. Soldai (soldati), come nella cabala.

13. Punto de Giuda, e a s. Marta zanco, ossia mancino.

14. Fogo (fuoco); fogo in copa, coll’o stretto, nuca); e Giobbe, foco in casa de Saton, altro Carneade popolare, dietro il quale confessiamo non aver voluto perdere tempo; tanto più che il senso di fuoco viene impartito al 14 dalla cabala il cui stato civile però gli registra un fratello nel 20, e una sorella nell’80 che è la fiamma. Il Ninni nota anche scala, che nel libro dei sogni porta il numero 4; e l’1, che so io?, sarà forse il muro su cui appoggia.

15. Santa Lucia, come nella cabala, nonostante che il lunario le assegni il 13 dicembre. Perché dunque il 15, e non il 13, domandai a una popolana. Ed ella: «Perchè la xe stada martirizada de 15 ani», e cosi scrivo.

16. Done, tratto dalla cabala; oppur ciàcole (cicaleccio), ch’è tutt’uno; e da ultimo, cèleghe (passare) con giuoco di parola.

17. Pesse (pesce), a s. Giobbe. Ma assai più, là e dappertutto: La parona de casa. M’intenda chi può; io aggiungo aver udito a s. Marta: Benedizion, di che richiesto qualcheduno: Perché, sior, co’ (quando) el prete à benedio i sposi, nassa quel che ga da nasser.

18. Sangue, e anche il chiarissimo signor Fortunato Indovino al numero 18 versa del sangue.

19. Qui poi quot capita, tot sententiae. A Castello, anzolo grando, a s. Giobbe, mato, o lambico (importuno); a s. Marta, castità.

20. A s. Marta puta (fanciulla), che a s. Giobbe viene sposata invece al 60. A Castello, campagna.

21. Vin de quel bon, come nella cabala; alla quale pare che i signori osti l’abbiano completamente ceduto per sempre.

22. Le do anarete.

23. San Pantalon (s. Pantaleone) d’accordo, a s. Giobbe, colla cabala; ma a Castello san Zanipolo (intendi la chiesa dei ss. Giovanni e Paolo, de’ quali il vernacolo fa un santo solo, come fa san Marcuola de’ ss. Ermagora e Fortunato, e san Trovaso de’ ss. Gervasio e Protasio. Giungivi piavolo (fantoccio).

24. A Castello Madalena; Madalena pentita; o, Madalena ti fa pezo, detto comunissimo, benché non registrato dal Boerio. A san Giobbe, botoni da camisa.

25. Nadal (Natale), ché cade appunto nel 25 dicembre. Inoltre, secondo Ninni, omo nuo (nudo). A s. Giobbe, san Giacomo.

26. Anche per questo numero, disparità d’idee: chi lo battezza colla cabala per monèa (moneta; chi xe che fa monèa? xe qua el numero de la monèa); chi (a s. Giobbe) per sant’Ana, santa preziosa per le nostre donnine, ché ell’è deputata ai parti; e chi (a s. Marta) per berton (bertone).

27. Quel robo, e passa via.

28. Mezo quartuzzo, a Castello (quartuzzo, certa misura di vino, che s’usava in vecchio); ma a s. Giobbe, insieme colla cabala, reto (coll’e larga per carità, mammella).

29. La Madona, o con dicitura che attesta una volta di più la grande venerazione che se ne ha a Venezia: Tuti ghe n’avemo bisogno. Per le femminette di s. Marta però, è il numero della loro Santa; e in molte famiglie c’è l’uso di giuocare al botteghino ogni settimana che ha fatto Dio, il terno cosi detto di santa Marta: 29 (Marta), 40 (Santa), e 84 (chiesa).

30. Gato, come nella cabala; ma a Castello anche partoriente.

31. La chitara de sior Biasio per la somiglianza, secondo Ninni, tra la pronuncia del numero ed il suono della chitarra trentùn, trentun.

32. A Castello colombo (che a san Giobbe invece è il 34. Inoltre i legosi de san Marcuola, perché 32 è la chiesa di s. Marcuola anche nella cabala, e circa gli abitanti tegnosi, vedi quanto s’è detto al numero 11.

33. Cavève la bareta: i ani del Nostro Signor Gesù Cristo.

34. Una vanzega vecia. Capite? Anche il valore delle monete s’apprende qua dentro; la svanzica o lira austriaca era di soldi 34. A s. Giobbe colombo.

35. Botèga; andremo in botèga; La mia botèga.

36. Come nella cabala, aqua salsa; o anche: Ve ocore aqua salsa? la xe quà.

37. Morta resussitada, a Castello; morto che parla, a s. Giobbe.

38. Santa Maria Formosa, e nella cabala e nella tombola.

39. A Castello, l’Anzolo Rafael, e forca, come nella cabala; ma a s. Marta tisica, e sapete perché? Perché (risposta testuale) le done che no ga fenio tisiche de 39 ani, no le ghe deventa più.

40. Siora Beta canta, a s. Giobbe; santa, a s. Marta; vovi (uovi) a Castello.

41. Santa Margarita, e quindi anche da vent’anni a questa parte, la regina. A s. Giobbe invece, funeral.

42. Procio (pidocchio), o con giuoco di parola: Pi oci che se ga, più se vede.

43. San Marco dei bòcoli (bocciuoli), a ricordo del poetico costume degl’innamorati in tal giorno (25 aprile), di regalare la fidanzata d’un bottone di rosa; dono apprezzato, anche come primizia della nuova stagione.

44. A Castello: Strada, tolto dalla cabala. E a san Giobbe: Le do careghete, oppure: Le careghele, done!, tal e quale come l’invito che si fanno tra loro a scendere colla sedia in calle, per agucchiare, o infilar perle, ma sopratutto per chiacchierare, sedute, dalla mattina alla sera. E in una famiglia ho udito dire: Le savate (ciabatte) de s. Paolo, che ga tanto zirà el mondo (ispirate pur esse certamente dalla forma del numero).

45. Prete, pur nella cabala.

46. San Lonardo (Leonardo), come nel libro dei sogni.

47. San Luca, come nella cabala. Il Ninni nota: San Luca protetor dei bechi e dei marii (oh, oh !). A s. Giobbe morto ressussità, come al lotto,

48. Santi Apostoli, chiesa che porta lo stesso numero nel libro dei sogni. Inoltre: Governo Provisorio, scolpito anche oggi naturalmente nella memoria del popolo, il cui contegno del resto e nel 1848 e nell’anno successivo fu, per generale consenso, ammirabile. A s. Marta. barufa.

49. Carne crua (cruda), come nella cabala. A Castello: Mio fio.

50. Morto, dappertutto, come al lotto.

51. El love (lupo), e nella cabala parimenti. Ma il Ninni: Bàsimelo e no dirghelo a nissun.

52. Mare (madre), come nel libro dei sogni. Ma a s. Giobbe anche Fogo in gheto, contrada vicina, rimemorando così un forte incendio, scoppiatovi in calle Barucchi il 15 aprile 1752 (il Gallicciolli, che vi accenna nelle sue Memorie Ven., libro I, 816, scrive per isbaglio calle Barutti), così forte, che i figli d’Israello nella ricorrenza annuale di quel giorno osservarono fino a poco tempo fa un digiuno, detto dezùn del fogo.

53. San Salvador, a Castello; e la cabala, pure. A s. Giobbe invece (nessuno si scandalizzi, perché in fin dei conti naturalia non sunt turpia) scorezela (petuzzo).

54. Naturalia, ripeto, non sunt turpia. A Castello (come nella cabala) senza tanti riguardi, dicono: Mer., oppure: Mer… neta e s-cieta. A s. Giobbe, con più creanza, Quel’afar, ovvero malizia, o anche: ehm! che spuzza, e finalmente con nobile traslato: Oro! vuoi pel colore, vuoi perché ella è oro difatti per le nostre campagne: dico traslato, perché l’oro (metallo) e nella cabala e nella tombola porta altro numero (vedi il 62).

55. San Piero de Castelo, come nel libro dei sogni, in cui leggo: 55 Chiesa patriarcale. Difatti la chiesa di S. Pietro, scrive il nostro Tassini nelle sue Curiosità Veneziane «rimase cattedrale fino al 1807, epoca in cui tale onore passò alla basilica di San Marco». A Castello peraltro anche: Do man, com’è pur nella cabala, e n’è evidente il perché.

56. Sorze (sorcio) come nella cabala,

57. Galineta, come nella cabala.

58. Cusina, come nella cabala. Ma a s. Giobbe: Le bele done.

59. Casu, come nella cabala. Andemo a casa.

60. Fançiula, o putèla (ragazza) come nella cabala. A s: Marta però figo (fico). Inoltre, di qua e di là, con giuoco di parola: So santola.

61. San Barnaba (a Castello), nonostante che questo Santo abiti nel libro dei sogni al numero 10. Inoltre con giuoco di parola: Se salta in un (se salta per sessanta).

62. Oro, come al lotto. Ed anche: Se salta in do, giochetto che si ripete per tutti i numeri della decina: se salta in tre il 63, se salta in 4 il 64 ecc.

63. I ani de la Madona, a Castello. Ma a s. Giobbe: Sposi, come nella cabala.

64. Siora Nene, a Castello; campo, a s. Marta; e Imperator sovrano a s. Giobbe, come nel libro dei sogni.

65. Biancaria (biancheria), a Castello. I confeti dei sposi, a san Giobbe.

66. I corni dei bechi, a Castello: palae (dentacci lunghi) a s. Giobbe; e queste e quelli suggeriti certamente dalla forma del numero.

67. A Castello: I Frari, intendi la chiesa di S. Maria Gloriosa de’ Frari, appartenente in vecchio al monastero (poi soppresso) de’ Frati Minori conventuali; ora, parrocchiale. Ma nel libro dei sogni i Frari non figurano, e n’occupa il posto s. Basso, che fu fino al 1810 chiesa parrocchiale pur essa, mentre oggi non è più nemmeno chiesa. A s. Giobbe poi: ‘Na bela crepada, di che richiestili: Perché dopo i 67, l’omo xe andato (ossia la è bell’e finita).

68. La Bràgola, cioè la chiesa di S. Giovanni in Bràgora, come nel libro dei sogni. A Castello anzi: La Bràgola sporcaciona; Bràgola cosi due volte, poiché, a quanto vogliono gli eruditi, deriverebbe da brago, fanghiglia, per la condizione paludosa del luogo. Fatto sta che in voce di poco pulita, e non soltanto ne’ riguardi del suolo, fu sempre la Bràgola, al pari dei Biri e dei Bari, altre nostre contrade; di che è documento il vecchio proverbio: Da Biri, Bari e Bragola, libera nos Domine. A Castello inoltre: Balcon. E pure a Castello, finalmente, Fonte, oppure: So a remengo s’ un ponte, nel qual detto le parole a remengo sono proprio un di più; infatti l’esser s’un ponte, dove sogliono fino dagli antichi tempi indugiarsi gli accattoni per mendicare, vale precisamente trovarsi a remengo, cioè raminghi, senza pane, in miseria.

69. Su e zo fa i zoti (zoppi) oppure: Matrimonio in còlera: e la direzione inversa del 6 e del 9 te ne porge il motivo.

70. Fanciulo, e anche ciesa (chiesa), come nel libro dei sogni. Ma a s. Giobbe inoltre: Sbrego e buse, come il 7 e loro t’additano da per sè.

71. Desperazion.

72. Maravegia (meraviglia), come nella cabala.

73. Ladro, come nella cabala.

74. A Castello Santa Maria Zobenigo (alera chiesa parrocchiale), benché nel libro dei sogni porti il 73. A san Giobbe: Ruspioso, che nel dizionario del Boerio manca; vi è invece il più usitato ruspio, ossia scabro, e si riferisce anche a uomo ruvido.

75. Baso (bacio), come nel libro dei sogni; anzi a Castello: un baselo e po in nana, come sogliamo dire e dare la sera ai nostri bambini prima di metterli in letto.

76. San Zaninovo, secondo Ninni, ch’è la chiesa, altra volta parrocchiale, di san Giovanni in olio; la quale però nella cabala è appiccicata al 56.

77. Le gambe de le done, ma a Castello anche quelle dei formeri (fornai).

78. A Castello san Lio (s. Leone), che nella cabala ha il 25; inoltre bonìgolo (ombellico). Ma a s. Marcuola, margariteri (negozianti e fabbricatori di quelle palline di vetro smaltato, d’ogni tinta, dette margarite), de’ quali parecchi dimoravano un tempo in quei dintorni.

79. A Castello: Re o regnanti, come nella cabala; e a S. Marta ambizion. A s. Giobbe poi, pure con rispetto alla cabala (nella quale uno stesso numero ha naturalmente più sensi, perché le cose sono tante e i numeri sono novanta), chiamano pel 79 la meretrice, oppur dicono: Frezzeria, la contrada dove parecchie di queste femmine tengono negozio da lungo tempo.

80. Come nella cabala, san Geremia; e a s. Giobbe i tromboni (gli spacconi) de san Geremia.

81. San Felise (s. Felice), come nella cabala; anzi a Castello i baloneri (erniosi) de san Felise. E a s. Giobbe: I corni de mio mario.

82. Santa Ternita, a Castello: ma a s. Giobbe, con più fedeltà alla cabala, santa Marina, chiesa eretta nel 1030 dalla famiglia Balbi, e distrutta, come attingo dal Tassini, nel 1820.

83. Un gobo solo, a Castello. A s. Giobbe invece, d’accordo colla cabala, leto co persona drento.

84. Campane ed anche campaniel a Castello, come nella cabala; inoltre pan moro. A s. Giobbe: I corni de mia mugier. A s. Marta: Ciesa (chiesa).

85. Pan bianco, a Castello. E a s. Giobbe: Le ostie benedete.

86. San Lorenzo co tute le so done sporcacione, annota Ninni; a s. Marcuola invece, bisati (anguille).

87. Tanto a s. Giobbe che a Castello, gobo, el gobo su l’oca. Tutti ci siamo trastullati, ragazzi, col famoso giuoco dell’oca tirando i dadi su quella tavola a caselle, disposte a spirale, che portano un numero progressivo, e alcune di esse figurato il pozzo o il labirinto e via dicendo; ma i fanciulli d’oggi non hanno veduto di queste tavole, quando venivano stampate a Venezia, e portavano ognuna dipinto nel mezzo precisamente un gobbo a cavalcioni d’un’oca, donde il detto el gobo su l’oca, che nel Boerio manca sebbene comunissimo ora e in addietro. A s. Marcuola però l’87 vale bonìgolo (ombellico), ch’è invece a Castello il 78; né io ci giurerei, che avessero gli uni rivoltato il numero tanto per fare il contrario degli altri.

88. Le tete de quaro (scrive Ninni); intendendosi per quaro (voce corrotta da quadro) la lastra liscia di vetro o cristallo dopo la spianatura, per la lavorazione degli specchi; quindi di donna senza seno, per quanto senno si tenga, suol dirsi che «la ga le tete de quaro»; e le curve dell’88 senza alcun rilievo, ossia piane ne suscitano il paragone. Ma altro quelle curve ne provocano di triviale a s. Giobbe, cioè: i co… de bodai (bodai, trippone), o el balon (ernia) de Milanopulo, ch’era certo barbiere di nazione greca, grasso fuor di misura, ed al quale, poveraccio, il muoversi la era stata impresa faticosissima. Finalmente l’ano del giazzo (ghiaccio) ché veramente tra i più rigidi fu l’inverno del 1788, in cui le lagune gelarono, e sopra carri portavansi i viveri in città; né c’è Veneziano, al quale non sia famigliare la famosa canzone:

Ne contava i nostri veci
Che ne l’ano ottantaoto
Se podeva andar de troto
Sora el giazzo a caminar.
Che bel’afar !

89. La crose (croce), scrive Ninni; ma è Santa Croce, ossia la chiesa di questo nome, altra volta esistente con vicino monastero dov’ora stendesi l’ampio giardino Papadopoli; tanto è vero che detta chiesa porta lo stesso numero nel libro dei sogni, mentre croce soltanto, ha il 30. Inoltre tola o tavola preparada (mensa). Ma a s. Giobbe anche fogo a s. Marcuola, a ricordo d’altro incendio furiosissimo scoppiato in questa parrocchia il 28 novembre 1789; e del quale basti dire, che avuta origine in un deposito di olio, trascorse come torrente pel vicino canale, distruggendo non meno di 60 case.

90. Popolo, El nono; el più vecio, el vecio de casa. Andemo in gondola.

■ E andiamoci pure, ch’è poi il maggior divertimento de’ Veneziani, e il sogno chissà mai di quanti tra i gentili lettori. Ma anche a gondolarci colla mente a traverso questi canali del popolino, non è vero che si può trovare pur qui, e divertimento e sugo?

Venezia, Dicembre 1897.