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Una visita alle “Pelliccerie per il fronte” a Milano

Da La donna, Anno XI – N. 263 – 5 dicembre 1915

“Torno ora da una visita fatta a Milano a quello che chiaman il « Gruppo VI» [all’epoca situato in via Silvio Pellico] delle pelliccerie per i soldati piena di ammirazione per la praticità e la grandiosità con cui è stato organizzato questo reparto.
L’anima di tutto è stata una donna, Gioconda Ellero De Angeli, e il risultato meraviglioso conseguitone dimostra ancora una volta la versatilità e la prontezza dell’intelligenza italiana e la facoltà d’organizzazione che molti ci negano. […]
Chi conosceva superficialmente Gioconda Ellero De Angeli e entrava nella sua casa pensava:
«Chi sarà stato l’architetto, il decoratore di cui si è servita questa signora per avere una così bella casa?». Tutte le sue case in città e in campagna, così originali e così «confortabili», dove tutto — mobili, ricami, cornici, finestre, biblioteche, rilegature di libri aveva un’impronta così raffinata e adatta e personale — tutto era opera della Gioconda Ellero, architetto di sé stessa, che si disegnava da sé arazzi e cuscini, che si valeva di un falegname di campagna per fargli eseguire i mobili più originalmente ingegnosi. Ogni cosa a cui Gioconda Ellero De Angeli ponesse mano, rilegar libri, ricamar cuscini, ammazzolar fiori, assumeva un carattere d’arte, di finitezza e di solidità.
Ma nella vita normale queste sue qualità non erano utilizzate che all’abbellimento della sua casa; come le sue qualità altrettanto preziose d’anima e di mente, equilibrio, intuizione, prontezza di vedute, abnegazione, che la facevano una così buona consigliera ed infermiera, erano esercitate ad esclusivo vantaggio de’ suoi familiari.

“Reparto pelliccie – Magazzino.”

Quando scoppiò la guerra e si vide che di colpo essa si portava sull’alta montagna, si pensò subito a Milano all’urgenza di provvedere d’indumenti adatti i reparti di truppe esposti, malgrado la buona stagione, a temperature sotto zero, reparti che si sarebbero moltiplicati e moltiplicato anche il loro bisogno, appena fìnito l’estate, così breve in montagna.
Gioconda Ellero, con un’altra signora, Maria Veratti, si mise a capo di quest’ufficio, che ha fornito a tutt’oggi migliaia e migliaia di capi di pellicceria ai soldati di montagna.
Il successo che ha avuto questa iniziativa s’intende solo vedendo in che modo è stata attuata, con tanta libertà e larghezza di vedute e senso di risparmio, con una visione esatta, precisa di quello che occorreva fare.
Certo la signora Ellero e la signora Veratti non avevano mai lavorato in pellicce: ma si sono impadronite della tecnica di questo lavoro per la pratica che avevano di tanti altri: non s’intendevano particolarmente d’indumenti militari, ma è loro bastato parlar con ufficiali e conoscere quali erano i bisogni particolari dei loro uomini e le deficienze da essi lamentate, per inventare volta a volta gli indumenti più adatti, utilizzando nel miglior modo il materiale offerto. Non s’intendevano d’amministrazione, ma hanno capito che pericolo, se non altro di ritardo nella distribuzione del loro manufatto, potesse essere l’accentrarlo nei depositi e nelle intendenze militari. Così con garbo ma con energia e fermezza banno ottenuto di poter spedire direttamente alla fronte e di consegnare i preziosi indumenti nelle mani stesse dei capitani di reggimento.
La prima cosa che col pisce chi visita questo stabilimento — bisogna ormai chiamarlo così perché conta una trentina di operaie e due tagliatori — è la giudiziosa pratica utilizzazione di tutto il materiale e la sua perfetta rispondenza allo scopo.

“Laboratorio.”

Ecco i giubboni per le sentinelle che debbono vigilare in mezzo alla neve: in pelle di capra o di pecora, coperta di tessuto bianco impermeabile, senza maniche, ma con una larga imboccatura alle spalle che permette di tener le braccia dentro il giubbone, e un grande cappuccio impermeabile che serve a far intorno al viso una specie di «camera d’aria» meno gelida, mentre il viso e la testa vengono riparati da un passamontagna foderato di pelliccia più morbida che non sia la pecora, cioè pelliccia di coniglio o vaio.
Ci sono — sempre per le sentinelle — delle soprascarpe con gambali che paiono di favolosi giganti (ci sta dentro comodamente come in una guaina un bambino di un anno): s’infilano sopra gli scarponi da montagna: il gambale è in pelle d’agnello montato su zoccoli di legno alti venti centimetri.

“Gabbani «Manciuria» e sacchi letto.”

Queste soprascarpe sono per le sentinelle e gli osservatori che stanno fermi: per quelli che camminano in mezzo alla neve ci sono dei gambali più leggieri ma egualmente riparatori in pelle d’agnellino, con un ingegnosissimo sistema di abbottonatura ideato certo da qualche montanaro. Invece che bottoni passano nelle asole ansette di corda e una si inanella nell’altra finché l’ultima s’aggancia a un bottone, Così un solo bottone basta dove ne sarebbero occorsi venti e l’agganciatura è molto più solida e agevole. Un capitano si lagnava con la signora Ellero dei bottoni che si strappano e tengono la chiusura o troppo stretta o troppo lenta, mentre egli diceva di aver veduto usare dai montanari un’ingegnosa affibbiatura con le cordicelle. La signora Ellero si fece ben spiegare in che cosa consisteva, finché riuscì a riprodurla, e trovandola infatti molto più pratica dell’allacciatura a bottoni l’adottò.
Ma immaginate voi un sarto militare disposto a modificare i bottoni «sacrati» dal regolamento per adottare le anse di cordicelle prese ad imprestito ad un montanaro? Io non l’immagino, e per questo mi rallegro tanto più che la preparazione di questi indumenti sia in mano di signore «spregiudicate». Per gli artiglieri, per i quali le parti più esposte sono le gambe, perché stanno a cavallo o sui carri, sì sono inventati dei gambali che non fasciano tutt’intera la gamba, ma ne riparano le parti esposte alla pioggia, e invece di adoperare le pelliccie lanose che assorbirebbero l’acqua, si sono utilizzate quelle a pelo cortissimo, oleoso su cui l’acqua scorre via.

Ogni sorta di pelo e di pelliccia — montone, capra, coniglio, vaio, tigri, orso, foca, (e c’è anche zibellino, martora ed ermellino) — viene utilizzata per gli usi a cui s’adatta meglio: gambali, giubboni, pettorine, mantelli, guanti, manopole.
Per i sacchi-letti molti ufficiali avevano segnalato un inconveniente; la difficoltà di eliminare gli insetti che penetrassero nel pelo fitto. Ed ecco subito una ingegnosa innovazione: sacchi-letti di lana cardata fina come piumino e ricoperti di tessuto impermeabile. Il sacco, lungo 2,30, è come un materasso che offre la stessa facilità di essere pulito e purgato.

Una delle cose più belle è di veder come niente vada perduto o resti inutilizzato.
Col pelo dei cappelli di feltro (moite fabbriche di cappelli hanno inviato questo residuo che andava generalmente sperduto) si son fatte pettorine e giubboni e pastrani imbottiti ricoperti di tessuto impermeabile e tengono caldo come le pelliccie.

Il panno di cartiera (quello che impiegano le cartiere per stendere la pasta che diventerà poi carta e che si impregna di grassi che non serve più per questo ufficio) è fatto servire appunto come impermeabile per la sua oleosità: coi ritagli che avanzano dei panni si fanno guanciali per gli ospedali. Coi campioni di seta e di lana lunghi pochi centimetri, infilati in liste di calza, si fanno copriletti. Coi ritagli di pelliccia minimi si fanno cappucci e cupolette per le estremità dei piedi e delle mani, da mettere dentro i guanti e le calze, a Milano ha un gran cuore e non conosce stanchezza nel gesto di dare; entrando in questomagazzino lo si vede: sono centinaia di pelliccie del valore di centinaia e migliaia di lire che si stivano negli armadi e nei cassoni, dono spontaneo di privati. Son sacchi e montagnole di pelli di montone e di coniglio, elargite da ditte e da allevatori.
La settimana passata erano arrivate in un solo blocco quarantamila pelli di coniglio, e mentre io ero là veniva svolto un pacco da cui usciva un mantello da teatro di velluto bianco, tutto foderato di zibeline, del valore di molte migliaia di lire!

Certo però un grande impulso a dare deve esser venuto dalla constatazione che il pubblico poteva fare coi proprii occhi di questa utilizzazione immediata e stupenda di tutto il materiale offerto.
È un vanto per il femminismo che questa opera abbia raggiunta — improvvisata così — una tale rapida perfezione per opera di due donne. Questo è dimostrativo più che molte enfatiche perorazioni delle preziose qualità di organizzazione, di previdenza, di praticità che possiedono le donne, di cui gli uomini potranno valersi anche in tempo di pace nelle pubbliche amministrazioni.

Ma certo per Gioconda Ellero De Angeli e per Maria Veratti la più gran compiacenza è che per il loro lavoro così amorosamente concepito e condotto, migliaia di vite di soldati sono sottratte dall’insidia del freddo, dalle malattie e dalla morte.
Paola Lombroso.”

Armi elettromagnetiche nella Grande Guerra

Vi propongo le traduzioni di due articoli dalla rivista americana The Electrical Experimenter, che trattano dei progetti di armi elettromagnetiche negli anni della Prima guerra mondiale. Un estratto da un articolo del novembre del 1915 che tratta principalmente l’aspetto tecnico, e uno del giugno del 1918 che riprende la parte tecnica, e approfondisce un po’ l’argomento applicato alla guerra.

L’arma elettromagnetica e le sue possibilità.
Estratto, tradotto e adattato da The Electrical Experimenter, Vol. III, N. 7, Novembre 1915:

“Mentre abbiamo avuto notizia di molte diverse tipologie di armi per ditruggere la vita durante l’attuale conflitto europeo in tutta la sua portata, probabilmente non ci sono molti di noi che si sono soffermati a pensare alle possibilità di una qualsivoglia invenzione che si affidi per sparare proiettili di grandi dimensioni attraverso lo spazio nientemeno che all’elettromagnetismo adeguatamente applicato a un arma o all’affusto di un cannone.
Sono stati inoltrati diversi brevetti di dispositivi di questo tipo, ma a nostra conoscenza nessuno di questi è mai stato adottato dalle potenze mondiali.

Nella figura 3 è mostrato il brevetto registrato da S. T. Foster, Jr., (No. 811,913) riguardo un’arma elettromagnetica. Questo brevetto è utile per avere una buona idea sulla struttura di questi dispositivi pensati per sostituire la moderna artiglieria attualmente in uso dalle potenze mondiali. Il signor Foster dispone una serie di potenti spire di potenti bobine elettromagnetiche lungo la canna non magnetica 11-12. Il proiettile magnetico fatto di ferro o acciaio è posizionato nella culatta a 11, alla distanza giusta per raggiungere il contatto elettrico 1. Quando questo contatto viene compresso dal proiettile esso attiva l’interruttore di esclusione 2, che comprime ed eccita la bobina magnetica 16. Il proiettile viene poi spinto in avanti elettromagneticamente fino a che non è in linea con la bobina 16, e simultaneamente attiva l’interruttore di esclusione 1, che apre il circuito alla bobina 15. In questo momento, parlando in generale, il proiettile scivolando in linea con la bobina 16 attiva l’interruttore No. 3 e questo chiude il circuito della bobina 17, dunque il proiettile è spinto in avanti in linea con quella bobina e la bobina 16 è esclusa dal circuito, facendo in modo che il contatto 2 si resetti automaticamente.

“Fig. 3. Arma elettromagnetica. Brevetto accettato a S. T. Foster Jr.”

Dunque si vedrà come il proiettile di ferro viene mosso attraverso la canna verso la bocca 12. L’operazione precedentemente descritta si ripete fino a quando il proiettile non raggiunge la posizione della bobina 23, e qui attiva l’interrutore di esclusione 10, che apre il circuito corrente. Nessun ulteriore spinta magnetica viene esercitata sul proiettile che può lasciare la bocca dell’arma con il suo proprio moto. L’inventore in questo caso sostiene che il proiettile si suppone che acquisisca velocità ripetutamente e successivamente nel suo movimento da una bobina a quella successiva. Questa disposizione per escludere le bobine durante il movimento del proiettile attraverso la canna lo ritroviamo in diversi altri brevetti e sembra essere una idea generale vista la maggior parte delle invenzioni in tale direzione.

Richiederebbe troppo spazio descrivere qui in dettaglio ogni ingegnosa deduzione matematica e ingegneristica citata nello splendido brevetto del professor Kristian Birkeland di Svezia. In questo brevetto (U. S. patent No. 754,637) egli pone l’attenzione su punti molto precisi riguardo lo sviluppo di un’arma elettromagnetica. Alcune delle considerazioni che vi sono sostenute, ipoteticamente e non, sono accennate qui sotto.

In primo luogo, è difficile creare un’arma elettromagnetica di dimensioni ordinarie che possa esercitare una spinta sufficiente sul proiettile per raggiungere gli effetti ora prodotti dalla tipologia dei moderni cannoni a carica esplosiva. Perciò questo inventore propone di disporre gli interruttori, eccetera, su quest’arma in modo che la corrente attraverso le bobine vi ci rimanga solo per una piccola frazione di secondo in qualsiasi situazione. Inoltre considerando il progetto ingegneristico che è regolarmente accettato per tali bobine magnetiche, egli propone non solo di passare una normale corrente attraverso la bobina, ma una corrente addirittura dieci volte, e oltre, più intensa, e in tal modo momentaneamente (per una frazione di secondo), una tremenda spinta magnetica può essere esercitata sul proiettile di ferro all’interno della canna. Egli sostiene inoltre (e questa è un’idea fondamentale) che per poter incrementare l’azione magnetica in una tale arma sia preferibile fare il proiettile di ferro avvolto in bobine magnetiche anziché di ferro soltanto.

Ulteriori diagrammi tracciati nel brevetto del professor Birkeland trattano la disposizione per cui sia possibile aprire il circuito della bobina magnetica senza produrre alcuna scintilla all’apertura dei contatti. Questo viene ottenuto traendo vantaggio dal fatto che il proiettile in movimento nella canna induce correnti elettriche nelle bobine magnetiche e nell’isante in cui questa corrente indotta è approssimativamente uguale alla corrente che scorre attraverso la bobina e che, ovviamente, passa attraverso la bobina in direzione opposta alla corrente normale, allora l’interruttore di esclusione viene attivato senza scintille allo stesso modo.

Egli prosegue dicendo: “Riguardo le dimensioni che potrebbero essere date alle armi costruite secondo la mia invenzione, potrebbe essere utile fare questo esempio: per lanciare un proiettile di ferro del peso di due tonnellate e contenente un migliaio di libbre di nitro-gelatina a una velocità iniziale di un migliaio di piedi al secondo, io propongo l’uso di un’arma di lunghezza di circa 90 piedi, con il proiettile di circa nove piedi di lunghezza e avente un diametro di circa 19 pollici. I solenoidi dell’arma possono essere di cavo quadrato, ognuno dei solenoidi può contenere settecentoventi spire per una resistenza totale di 15 ohm. La lunghezza di ogni solenoide è fatta di circa tre ottavi di un pollice e l’altezza (dimensione radiale) di circa otto pollici. Con una forza elettromotrice di tremila volt questo assicura una corrente di duemila ampère. Se la corrente è prodotta simultaneamente in tutti i solenoidi (ci saranno circa tremila solenoidi elementari), questo richiederà in totale seimila ampère, e l’attrazione che agirà sul proiettile sarà di circa duemila e cinquecento libbre per pollice quadrato nell’area trasversale del proiettile. Un calcolo mostra che quando viene sparato un colpo la corrente dovrebbe essere introdotta un settimo di secondo prima dello sparo. Il proiettile verrà dunque liberato, e passerà nella canna in un quinto di secondo. La corrente attraverserà il solenoide più esterno per circa un terzo di secondo. Se, comunque, si usa una configurazione nella quale i gruppi di solenoidi non sono eccitati tutti in un colpo solo a meno della metà della corrente usata per lo stesso effetto, la produzione di calore nei solenoidi più esterni sarà ridotta.”


L’arma elettromagnetica da 100 miglia.
Articolo tradotto e adattato da The Electrical Experimenter, Vol. 6., N. 2, Giugno 1918.

“Che cannoni !!! Questo è ciò che si dice in questi giorni, in cui i teutonici sono riusciti a sparare proiettili esplosivi da nove pollici verso il cuore di Parigi da un mostruoso cannone dislocato ad una distanza di 76 miglia , al sicuro dietro le linee tedesche. Il bombardamento di Parigi ebbe inizio con questi due super-cannoni, che furono prontamente localizzati, da osservatori su aeroplani alleati, situati nella foresta di St. Gobain, a ovest di Laon. I primi proiettili colpirono ad intervalli di circa 20 minuti e causarono coniderevoli danni agli edifici, ma causarono relativamente poche vittime. Sulle prime si pensò che fossero stati impiegati di “aerei bombardieri”, che avessero volato ad altituini molto elevate diciamo tra i 25.000 e i 30.000 piedi, i quali, se adeguatamente mimetizzati, avrebbero eluso l’avvistamento da terra. Quando gli esploratori alleati localizzarono i giganteschi cannoni, comunque, divenne evidente che gli scaltri tedeschi avevano concepito e messo in opera un altro spettacolo psicologico in grande stile nella forma di un arma che effettivamente fosse in grado di bombardare Parigi dalle loro linee. La gittata più lunga fino ad allora ottenuta con cannoni da 16 e 18 pollici per la difesa navale e costiera era nell’ordine delle 25 miglia. Gli esperti militari hanno dimostrato, che sarebbe stato possibile costruire un efficiente trasporto per cannoni da 16 pollici in grado di assorbire il rinculo di una tale tipologia standard di arma e di garantire 43 gradi e mezzo di elevazione, poi si sarebbe potuto sparare i suoi proiettili a una distanza tra le 50 e 60 miglia! Per sparare con il cannone da 76 miglia che bombardò Parigi è stato calcolato un costo, per ogni colpo, di circa 5.000 dollari.


“Questa illustrazione mostra chiaramente la grande altitudine ottenuta da un proiettile da 76 miglia, circa 18 miglia. Il proiettile incontra solo una piccola frazione della resistenza dell’aria negli strati superiori più rarefatti di quanta ne incontrino i proiettili negli strati d’aria più bassi e densi.”

Un rapporto da Ginevra, Svizzera, contiene un’affermazione che il Tenente Generale von Koline, una autorità militare e ispettore dell’artiglieria, ha rilasciato a una rivista della quale è editore contenente dettagli ulteriori riguardo i cannoni a lunga gittata con i quali si è bombardata Parigi. Egli dice che essi sono lunghi 20 metri. Che i proiettili vuoti pesano 150 chilogrammi- Il proiettile raggiunge un’altezza di 30 chilometri e scende dal cielo sul suo bersaglio come una meteora.
Fate riferimento all’illustrazione allegata che mostra la traiettoria del proiettile e come questi attraversi l’aria altamente rarefatta incontrata a tali altitudini; la pressione dell’aria a questa altezza varia da una frazione di un oncia a diverse once per pollice quadrato, riducendo in tal modo la resistenza opposta dall’aria al proiettile nel suo volo attraverso di essa, che possiede una densità di molto superiore a livelli più bassi; la pressione dell’aria al livello del mare è di 14.7 libbre per centimetro quadrato. Persino un tradizionale arma pesante a lunga gittata d’ordinanza come viene usato oggi spreca parte dell’energia data al proiettile durante il contrasto contro la resistenza dell’aria; il proiettile medio viaggia diciamo a 2 miglia come altitudine massima, per esempio. Ora, a 2 miglia la pressione dell’aria è ancora piuttosto elevata, essendo di 9.8 libbre per centimetro quadrato.

Il generale von Ruhe inoltre dice che servono circa tre minuti per ogni colpo perché raggiunga la sua destinazione. La maggiore difficoltà che si incontra nel tentativo di aumentare la gittata fu superata spedendo il proiettile abbastanza in alto da fargli attraversare l’aria rarefatta.

Tutto il segreto del fuoco di un cannone di tale gittata sta nell’eliminazione o la attenuazione della resistenza atmosferica, e quindi sarà il caso di approfondire questo argomento dell’aria rarefatta negli strati superiori dell’atmosfera. L’illustrazione che mostra la traiettoria del proiettile da 76 miglia ci da anche una chiara idea della struttura dell’atmosfera che circonda la terra. lo spessore di questo viluppo atmosferico è stato variamente stimato dalle 30 alle 50 miglia. Ricerche moderne hanno indicato che l’atmosfera della terra potrebbe essere principalmente divisa in due porzioni, – una porzione più bassa o troposfera, come illustrata, nella quale la composizione chimica in percentuale rimane tollerabilmente uniforme, dato che il miscuglio meccanico dei suoi gas è mantenuto dai venti e dalle correnti convettive; ma la pressione e la temperatura, comunque, crollano come saliamo più in alto; e una seconda o più elevata regione, la stratosfera che inizia all’altezza di circa 10 miglia, quando la temperatura cessa di scendere e diviene quasi costante per un’ulteriore sconosciuta altitudine. La regione più bassa della troposfera è lo strato delle nubi e del vapore acqueo. Sopra la linea delle 10 miglia, nella stratosfera, l’atmosfera è in uno stato di calma perenne, i gas che la compongono si dispongono da soli in ordine di densità. Le regioni più in alto sono composte interamente di gas leggeri come idrogeno ed elio.

Oltre le 45 miglia l’aria diventa così rarefatta che non ha peso apprezzabile. Di qui gli sforzi dei progettisti dell’artiglieria pesante per costruire un cannone che possa fare fuoco ad un angolo che dia la massima gittata o 43 gradi e mezzo, e che dunque proietti rapidamente il colpo negli strati altamente rarefatti dall’alta atmosfera.

Si sono avuti un certo numero di progetti di potenti cannoni elettromagnetici portati avanti da diversi inventori negli ultimi 15 anni. Uno di questi cannoni elettomagnetici, qui rappresentato, fu descritto in dettaglio nel nostro numero di novembre del 1915. Esso ha una gittata possibile tra le 90 e le 100 miglia quando correttamente realizzato ed alzato a un angolo massimo di 45 gradi. Il principio del cannone elettromagnetico si comprende meglio facendo riferimento al disegno qui mostrato. Il professor Kristian Birkeland, inventore del gigantesco cannone a solenoide menzionato (il suo brevetto è datato 15 marzo 1914) ha condotto un semplice esperimento per provare che il suo progetto è sia realizzabile che pratico. Questo esperimento fu eseguito con una bobina o un singolo solenoide magnetico del peso di circa 24 libbre, e delle dimensioni date nello schizzo. Ecco cosa trovò: con una corrente di 230 ampère fatta scorrere attraverso il solenoide, la barra di ferro fu risucchiata e propulsa con una spinta magnetica di 170 libbre. Il calore generato nella spira alla fine di un secondo non si rivelò particolarmente elevato ma se il solenoide avesse resistito in sicurezza una corrente altrettanto intensa per un decimo di secondo, in quel caso la forza agente sulla barra sarebbe stata di 1700 libbre per pollice quadrato. Se invece di una barra di ferro si usasse un corpo composto di bobine attraverso le quali si faccia scorrere una corrente, l’aspirazione magnetica del solenoide sarebbe aumentata grandemente, indica il professore Birkeland.

“Questa illustrazione mostra un potente cannone elettromagnetico di 90 piedi, capace di proiettare un fiume di proiettili da 19 pollici, ognuno contenente una carica di esplosivi ad alto potenziale. Sarebbe silenzioso e non produrrebbe fumo, oltre a essere abbastanza maneggevole da permettere il suo trasporto da un luogo ad un altro con poco preavviso. Non ci sarebbe usura o lacerazione alcuna su questo cannone come invece avviene ora con il cannone che usa cariche esplosive per espellere il proiettile dalla canna. Questo fu descritto per la prima volta su questo giornale nel novembre del 1915.”

Come spiegazione introduttiva di riferimento si può considerare uno dei piccoli disegni qui inclusi, che mostra un semplice cannone elettromagnetico con tre bobine, e senza dubbio il lettore sarà così in grado di comprendere, con l’aiuto delle didascalie esplicative, come i vari inventori dei cannoni elettromagnetici intendono sparare i loro proiettili in direzione del nemico con rapidità e accuratezza sorprendenti.

Per dovere di semplicità, possiamo considerare che solo 3 bobine magnetiche siano impiegate come 1, 2 e 3 per la lunghezza della canna. Si potrebbe dire che invariabilmente tale canna dovrebbe avere una corsia interna di rame o bronzo, di modo che il proiettile che è solitamente fatto di materiale magnetico (come ferro o acciaio), non sia a contatto con la canna. La canna adatta può essere fatta di ferro appropriatamente suddiviso, ma una canna interamente in rame è comune. Ora consideriamo che le tre bobine magnetiche, 1, 2 e 3, siano connesse a un interruttore come mostrato. Se, dunque, un proiettile di ferro viene posto nella posizione A, e la corrente fatta fluire attraverso la bobina 1, il campo di forza elettromagnetico prodotto nella canna tenderà a spingere il proiettile in avanti lungo la direzione della freccia. Occorre menzionare prima di proseguire oltre che la canna di ferro (se usata) del cannone o dell’arma è divisa in diverse sezioni distinte di modo da localizzare e intensificare la spinta magnetica sul proiettile a ogni nuovo impulso.

Quando il proiettile ha raggiunto la posizione della bobina 1 l’interruttore di controllo viene azionato di modo da escludere la bobina 1 e collegare la bobina 2 al circuito. Se questo viene fatto velocemente il proiettile sarà risucchiato in linea con la bobina 2. L’operazione viene ripetuta ancora e l’interruttore sarà spostato di modo che la bobina 3 verrà messa in circuito e le bobine 1 e 2 aperte. Quindi il proiettile sarà ulteriormente spinto in avanti verso la sezione 3, e nell’istante in cui raggiungerà il centro dell’ultima bobina la corrente sarà interrotta e il momento acquisito dal proiettile sarà mantenuto fino alla bocca dell’arma in B.

In una di queste illustrazioni è mostrato un probabile sviluppo di una grande arma campale elttromagnetica montata su un enorme struttura di ferro equipaggiata con grandi ruote cingolate, come osservato, in maniera che sia mobile quanto basta per essere dislocata velocemente da un posto all’altro sul campo di battaglia o per compiti di assedio. Quando utilizzata come requisiti di portabilità sarà invariabilmente necessario, se tali tipi di armi saranno mai adottate, provvedere un completo impianto per generare energia eletrica come mostrato nell’immagine. Questo dovrebbe comprendere un potente motore a benzina direttamente connesso a una dinamo elettrica adatta.

“Questa mappa illustra geograficamente quali danni un’arma elettromagnetica da 100 miglia, come qui descritta, potrebbe causare da una posizione prestabilita: “Staten Island” – il centro di fuoco qui prescelto.”

Qualche idea delle possibili dimensioni di tali armi possono ottenersi quando si considera che uno dei migliori progetti mai ideati su questo principio, dovuto al Prof. Birkeland, ha una canna di 90 piedi di lunghezza. I proiettili usati per quest’arma sarebbero lunghi circa 9 piedi e avrebbero un diametro di 19 pollici. Inoltre per ottenere la massima spinta magnetica per questa soluzione è raccomandato che il proiettile sia avvolto in spire di cavi per potersi rivelare elettromagneticamente reattivo in congiunzione con le regolari spire magnetiche a disco posizionate lungo la canna dell’arma così concepita. Si stima che i proiettili dovrebbero lasciare la canna dell’arma ad una velocità valutata in 4.000 piedi al secondo. Per poter facilitare il passaggio del proiettile attraverso la canna dell’arma con il minor attrito suggeriamo caldamente che venga assicurata un’adeguata lubrificazione con grasso o coppe dell’olio posizionate lungo la canna a certi intervalli; queste si possono osservare nella nostra illustrazione.

Va ricordato che queste armi non si surriscalderebbero a un livello apprezzabile e comunque non ai livelli del calore prodotto nelle armi moderne ad alto potenziale che usano cariche di polvere esplosiva. Per questo motivo e per altre ovvie ragioni una tale arma può sparare un gran numero al minuto di proiettili di grosso calibro, probabilmente dai 50 ai 75 proiettili in un minuto.
Per quanto sopra si vedrà che una tale scarica di proiettili di 19 pollici da 2 tonnellate, ognuno dei quali contiene 1.000 libbre di polvere altamente esplosiva potrà servire a mettere rapidamente in rotta il nemico, non importa quanto bene possa essersi trincerato o messo al sicuro dietro argini fortificati. Una pioggia di tali mostruosi proiettili potrebbe radere al suolo quasi ogni fortificazione che fosse naturale o costruita dall’uomo.

Nell’illustrazione di quest’arma elettromagnetica è suggerita una soluzione per consentire una fornitura costante di proiettili per il tiro rapido che possa essere sempre mantenuta davanti alla culatta aperta dell’arma. I proiettili possono essere issati con un motore a benzina e correre sulla piattaforma alla sinistra e poi fatti di scivolare per gravità giù lungo il canale inclinato. Non appena uno dei proiettili viene risucchiato nella culatta della canna dell’arma è seguito da un altro subito dopo in successione. È facilmente possibile disporre di mezzi per poter sparare i proiettili a una certa distanza l’uno dall’altro, rispetto al tempo, come ovviamente si ritenga opportuno. La corrente elettrica allimentata attraverso le bobine lungo la canna dell’arma può venir controllata tramite un interrutore azionato dall’uomo che punta l’arma e che può essere dislocato vicino alla culatta del mostro, come indicato nella nostra illustrazione.


La seconda grande arma elettromagnetica illustrata nei disegni è un progetto suggerito dal signor Paul T. Kenny, un ingegnere elettrico di New York. Il principio di base del progetto è simile a quello del professor Birkeland, nominalmente, per quanto riguarda l’applicazione di una intensa corrente elettrica alle bobine magnetiche che circondano la canna dell’arma per una frazione di secondo, o in altre parole per creare un’enorme suzione magnetica che agisca sul proiettile prima che le bobine magnetiche abbiano avuto tempo di surriscaldarsi; tempo che è uno dei fattori che comunque in ogni caso controllano l’aumento di calore. Più breve il tempo durante il quale la corrente è attiva, minore la quantità di calore prodotto. Dunqe diviene possibile sovraccaricare le bobine sull’arma magnetica dalle 10 alle 12 volte la loro normale capacità di carico di corrente, e come indicato prima si può quindi realizzare un incremento corrispondente in termini di forza del campo magnetico prodotto.

“L’idea di base sulla quale l’arma elettromagnetica opera può essere prontamente compresa da questa vista in sezione di tale mostro. Le spire magnetiche aspirano il proiettile in avanti a velocità sempre crescente.”

Il signor Kenny dice di aver offerto il progetto al Governo degli Stati Uniti nel 1908, e di essersi offerto di provare a sparare un proiettile a novanta miglia di distanza, da New York a Philadelphia, per provare ciò che si sarebbe potuto fare, ma la sua offerta fu rifiutata, sul terreno del “non è appropriato”. In seguito il signor Kenny si recò a Berlino, dove fu affiancato all’Ambasciatore Gerard, e nel 1913 sottopose la sua invenzione alle autorità militari germaniche. Queste ultime riconobbero la praticabilità e gli chiesero di supervisionare la costruzione di uno dei terrori della guerra nelle officine Krupp a Essen. Pressanti incombenze interferirono e il signor Kenny, lasciandosi alle spalle il secreto della sua terribile arma, ritornò negli Stati Uniti. Egli è fiducioso che i teutonici possano avere in preparazione o che abbiano già utilizzato un cannone elettromagnetico di grandi dimensioni costruito secondo il progetto che egli suggerì al tempo.

Il signor Kenny da la seguente descrizione della propria invenzione:
“L’arma stessa è un enorme imbuto in acciaio a forma di telescopio lungo dai 200 ai 300 piedi, aperto su ambedue i lati e supportato da puntelli in acciaio utilizzati per la costruzione dei ponti di modo che l’estremità più larga, che è la bocca dell’arma, sia elevata e mobile. Questo imbuto non si avvicina neanche al peso di un’arma da 16 pollici, non c’è tensione su alcuna parte di essa durante lo sparo eccetto quella del solo proprio peso.
“Quest’arma è avvolta dalla culatta alla bocca con bobine di cavi, attraverso le quali può passare corrente elettrica prodotta da una dinamo. Le bobine alla culatta sono fatte di cavi molto sottili capaci di produrre una forza elettromagnetica pari a 5 cavalli vapore. I successivi gruppi di bobine sono di cavo più pesante per poter consentire il passaggio di correnti più potenti, e così in progressione la forza delle bobine aumenta fino alla quindicesima bobina presso la bocca che potrebbe possedere una forza di spinta di 83.920 cavalli vapore!

“Il proiettile, che è costruito in modo che l’azione della forza magnetica esercitata su di esso lo faccia ruotare senza la necessità di rigare la canna, viene introdotto nella culatta. La forza della corrente nella prima bobina lo lancia in avanti, e il proiettile stesso chiude la connessione con un interruttore posizionato nel foro. Esso passa sotto l’influenza della bobina successiva, con momento già incrementato – e così via sino a che l’ultima e più grande spinta in avanti gli arrivi dalla bobina che possiede 83.920 cavalli vapore. Con una terrificante velocità di uscita il proiettile dunque solca la sua alta traiettoria verso l’oggetto da distruggere.


La mappa illustrata mostra la paurosa gittata di uno di questi cannoni elettromagnetici da 90 a 100 miglia. Potrebbe, se posizionato su Staten Island, nella baia di New York, bombardare Atlantic City, Philadelphia, Camden, Poughkeepsie, New Haven, e centinaia di città a distanze intermedie, come Trenton, New Brunswick, Elizabeth, ecc. Il giorno di un’arma elettromagnetica da 100 miglia potrebbe essere non solo vicino, ma decisamente presente. I teutonici tengono ben custoditi i loro segreti.”

Torri di latta e serpi spinosi

Da La donna, Anno XII – N. 274 – 20 maggio 1916

“La lavorazione delle lamiere di latta, sorta come semplice reparto annesso alle fabbriche di conserve, con lo scopo di produrre i recipienti occorrenti alla fabbrica stessa, si costituì poi man mano in stabilimenti distinti e specializzati, destinati esclusivamente alla fabbricazione delle scatole prima occorrenti all’industria locale c poi in seguito ad altre industrie e per prodotti anche diversi dalle conserve. Sampierdarena conta ben 14 fabbriche del genere, con 1500 operai, dei quali circa 900 sono donne; Torino, Milano, Napoli, ecc. contano fabbriche per la lavorazione della latta, per scatole di conserve alimentari, scatole per sigarette italiane e straniere, cartelli réclame, scatole per dolci e cioccolato, prodotti farmaceutici e via dicendo.
Moltissimi, fra questi stabilimenti, si sono oggi dedicati alle forniture militari, particolarmente di bicchieri e di gavette. Tanto che, se si facesse un esperimento….. e si mettessero l’una sopra l’altra le gavette, per un milione di gavette si farebbe una torre alta duecento metri e con 10 metri di base quadrata, cioè più alta della Mole Antonelliana, che misura soli 167 metri e 50 centimetri !
E con le stesse gavette, si farebbe una piramide di base quadra, larga 50 metri e alta 40. Altro che Faraoni d’Egitto!

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Macchine tessitrici.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

La lavorazione della latta è qualcosa di eccezionalmente curioso e interessante.
I fogli di latta vengono tagliati nelle forme desiderate per le scatole, cartelli, ecc., e poi vengono passati al reparto litografico. Se si usassero le macchine comuni della litografia, data la rigidità del foglio di latta, per quanta pressione venga prodotta su di esso, non si riuscirebbe ad imprimere nettamente i tratti del disegno, ma esso risulterebbe a false tinte e incompleto. Tali inconvenienti vengono appunto rimossi, introducendo un cilindro intermediario rivestito di un foglio di caucciù, il quale è destinato a rilevare il disegno dalla pietra litografica per portarlo ed imprimerlo dolcemente e completamente sulla latta.
Molte volte il foglio di latta deve avere un fondo colorato uniformemente prima della litografatura; e questo colore è distribuito da due cilindri e quindi viene essiccato a caldo. Per alcune scatole, oltre alla litografia, sono richieste parole o fregi in rilievo, ed a questo scopo i fogli vengono sottoposti all’azione di potenti bilancieri o presse, muniti di stampi di acciaio temprato col disegno voluto. Vi sono poi macchine per variegare, spruzzare, dorare e bronzare.
I fondi dei coperchi sono lavorati da ingegnose macchine speciali. Altre macchine tagliano i fogli litografati, piegano i bordi, saldano eventualmente i fondi.
Per le conserve alimentari, si lavorano le scatole secondo i prodotti che debbono confezionarsi. Ed è interessante sapere i mesi di lavorazione dei principali prodotti:
PISELLI: aprile-maggio;
CILIEGIE: maggio-giugno;
PESCHE, ALBICOCCHE, PRUGNE: agosto, settembre, ottobre;
POMODORO: agosto-settembre;
FUNGHI: dicembre, ottobre, novembre.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Il filo in matasse per la lavorazione.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Quanto più la materia è di facile deterioramento tanto più si deve intensificare la produzione dei recipienti e la confezione in scatole.
Le scatole per l’olio sono invece ancora più variabili nella forma, nelle dimensioni, nelle diciture, e dipendono essenzialmente dalle ordinazioni avute dal grossista.
Un’ altra industria, eccezionalmente interessante e preziosissima oggi per la preparazione bellica, è quella dei radiatori.
Il radiatore è un apparecchio, necessario nei motori a scoppio, per raffreddare le pareti dei cilindri e delle valvole, che altrimenti dopo pochi giri del motore si porterebbero ad un grado di riscaldamento non compatibile col buon funzionamento del motore stesso. Nel radiatore una quantità piccola d’acqua può venire in contatto con una grandissima superficie metallica radiante. Per esprimersi volgarmente, il radiatore è la parte anteriore delle automobili, che si presenta di fronte a chi guarda come un quadrato o con altre forme geometriche, ricoperto di una parete a rete a quadrettini bucherellati.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Macchina tessitrice.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Questa rete apparente non è che il risultato della saldatura, l’uno vicino all’altro, di circa 6000 tubetti quadri, che formano così il radiatore a nido d’api (nid d’abeilles), che offre una grande superficie di raffreddamento, circa 20 mq. di superficie per 6 litri d’acqua di cui è capace il radiatore.
Una volta, la costruzione dei radiatori era fatta negli stabilimenti di automobili, ma oggi è divenuta un’importante industria a parte, in causa del grande numero di macchine che si costruiscono; gli operai e le operaie di essa sono molto rari e ricercati.
Ho detto le operaie, perché il paziente lavoro di saldatura a fiamma ossidrica dei 6000 tubetti per ogni radiatore è proprio fatto dalle donne. Credo che vi siano poche industrie i cui procedimenti siano così curiosi ed interessanti come quelli della fabbricazione dei radiatori, la cui moltiplicità di elementi e il cui adattamento individuale richiedono una particolare maestria. Ed in questi lavori di pazienza, di agilità e di prestezza leggera e pronta, le operaie sì sono rivelate preziosissime cooperatrici del lavoro maschile, anzi le sole capaci di perfettamente eseguire tale mansione.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Telai.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Ma l’abilità femminile non si ferma qui. Altre industrie hanno applicato l’opera della donna alle loro lavorazioni: e ricorderò qui due forme interessanti d’industria, le reti metalliche e i fili spinosi.
I telai meccanici erano, una volta, destinati a tessere il lino, il cotone, la canapa e la lana. Nel piano di Pisa, in quello di Torino, in Lombardia, nel Veneto, nell’Italia Centrale e Meridionale e Insulare, dovunque insomma si poteva, la donna impiantava il suo telaio domestico e lavorava, non solo per sé, pel suo corredo e per la famiglia, ma ancora per i mercanti, che passavano periodicamente a comperare i teli fabbricati.
Poi l’industria creò gli stabilimenti coi telai meccanici; e venne la trafilatura, a trafilare anche il metallo, rendendolo sotto forma di filo, grosso, sottile, magari capillare a volontà; così il telaio fu adattato a tessere anche il filo metallico.
Ma la donna rimase l’operaia, e noi la ritroviamo accanto ai telai meccanici, a lavorare, con la spola a mano, le tele di zinco o di rame o di ottone, dai disegni ampi e facili alle trame veramente meravigliose, finissime, microscopiche, destinate alla fabbricazione della carta o alla crivellatura della polvere da sparo o di prodotti chimici.
E non basta.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Bobine avvolgitrici.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

I soldati fanno, al fronte, i cavalli di frisia, piantano i reticolati a difesa delle trincee, e stendono centinaia di chilometri di filo spinoso, irto di aculei.
Ma questo serto è fabbricato dalla donna. Sono le donne, nei pacifici e lontani stabilimenti che accudiscono alla torcitura dei fili zincati e alla creazione di quei rami di spine artificiali, che, tesi di fronte al nemico, difenderanno le moderne trincee dagli assalti disperati di quegli eserciti assediati e sicuri della finale sconfitta. Il dente, la spina, che il lavoro femminile ha incastrato di palmo in palmo, fra i fili che s’intrecciano, è li pronto ad offendere e a difendere i nostri valorosi soldati.
E la storia si ripete. Noi ci meravigliamo della donna balcanica, che segue, come le serbe o le montenegrine o le albanesi, il marito o il padre o il fratello al campo, e lo fornisce di cibo, di armi, di cartucce? Ma che fanno le donne nostre? In questa guerra moderna, modernamente forniscono i loro uomini delle armi e delle vettovaglie, e con un paziente lavoro industriale, elaborano i possenti mezzi di offesa e di difesa per i loro uomini, là sul campo, difensori della Patria.
Avv. P. C. Rinaudo.”