Dalla Rivista Enciclopedica Contemporanea, dispense del 1918.
Di D. Carraroli.
” ■ Il secolo XIX è stato chiamato «il secolo delle nazionalità» perché alcune nazioni della vecchia Europa si sono allora costituite in Stato indipendente e in tutte s’è ridestato, più vivo che per lo innanzi, il sentimento di patria identificato con quello di nazione.
■ L’appellativo è giusto, ma inteso in senso particolare e ristretto al sentimento, che spinse i popoli oppressi a rivendicarsi in libertà; perché se affermassimo che proprio allora, insieme col sentimento, è sorto chiaro anche il concetto di nazionalità, diremmo cosa non vera. Infatti anche adesso, anzi ora più che mai, se ne discute con vivacità e calore, ed i giudizi sono tutt’altro che uniformi: tanto e complesso, multiplo e talora frainteso, quello che suole chiamarsi il problema, o il principio di nazionalità. Ancora in questi ultimi mesi un’autorevole rivista francese iniziava sull’argomento, lo studio di un illustre cultore delle Scienze Sociali, che incominciava col citare, in proposito, la dottrina dei pensatori italiani, riconoscendo implicitamente a questi una superiorità sulle scuole di altri paesi.
■ Ciò nello stesso tempo che ci lusinga, appare cosa naturale, non solo perché l’Italia fu sempre la madre rispettata del diritto, ma anche perché, essendo essa risorta in virtù del principio nazionale, doveva con maggior passione e slancio prender parte ai dibattiti intorno al medesimo; come fecero, per parlare soltanto dei sommi, Romagnosi, Mazzini, Carlo Cattaneo e Pasquale Stanislao Mancini.
■ La disputa ha certamente chiarito il problema, ma non lo ha risolto, perché risolverlo è difficilissimo, per non dire impossibile. La difficoltà deriva principalmente dalla moltiplicità e imprecisione degli elementi, onde consta il concetto di nazionalità: elementi che variano secondo lo spirito dei popoli, col progredire delle scienze, con le diverse idealità e dei tempi, con la evoluzione sociale, e, infine, con la varia loro contemperanza effettiva nella realtà e nella applicazione.
■ Così gli elementi somatici e psichici, la razza, la lingua, la religione, la tradizione storica, il territorio e i confini geografici, che indubbiamente concorrono tutti a formare il concetto di nazionalità, furono, volta a volta, invocati e sfruttati separatamente, o con prevalenza di uno sopra gli altri, per trarne conseguenze diverse e talora opposte. E, mentre i cultori della scienza pura si sforzano di chiarire il concetto di nazionalità in base alla antropologia, alla etnografia, alla filologia, alla storia e sociologia, altri, con la scorta di teorie politiche e militari, portano la questione su di un terreno esclusivamente pratico, che non sempre s’accorda con le conclusioni della scienza astratta: tale, ad esempio, il nazionalismo.
■ Procuriamo adunque di procedere metodicamente e con chiarezza, esaminando la questione nella sua essenza, nei suoi elementi e nelle contingenze di fatto. Ci consenta il lettore una qualche ampiezza di trattazione, più che necessaria in questo caso, per illuminare i punti sostanziali della intricata questione; e prendiamo, anzitutto, in esame il concetto di razza che servì di cardine alle nazionalità antiche ed è anche oggi elemento importante, se non assolutamente necessario.
Razza e nazionalità. — Alcuni sociologi ed etnografi moderni, valendosi anche delle dottrine antropologiche, o negano addirittura il concetto di razza, o ne attenuano in modo il valore da sostituire alle antiche divisioni e gradazioni un’eguaglianza livellatrice, che verrebbe gradatamente effettuata dall’ambiente e dalla cultura.
■ Il campione più battagliero di questa scuola è il signor Jean Finot, direttore della Revue des Revues. In un libro intitolato Préjugé des races e in un successivo opuscolo L’agonie et la mort des races egli viene nella strabiliante conclusione che le razze non esistono più: esiste soltanto l’uomo.
■ Incominciando dalla Francia, sua patria adottiva, egli afferma che in quella compagine etnica si trovano mescolati i sangui più diversi: celtico, germanico, gallico, slavo, fenicio, mongolo e, perfino, nero. Ciò dimostra, egli dice, che «l’unità del sangue non ha nulla a che vedere col valore morale e intellettuale di un popolo».
■ Ma questo lo ammettiamo anche noi; perché la scienza ha oramai assodato che là dove più intensa avvenne la mescolanza dei sangui, ivi fu anche più rapida la evoluzione verso ideali civili. Ciò non prova però che non esistano differenze di razza e che l’umanità attuale non si distingua in razze superiori ed inferiori.
■ Dove andrebbe allora la concezione del popolo ariano indogermanico, quale le intesero il Bopp, il Corsen, il Wagner, il Lapouge? Sebbene anche le origini dei caratteri distintivi nazionali aventi, secondo loro, il disopra sulla unità antropocentrica, non sieno da ricercare nei dolicocefali, che rappresenterebbero il tipo più perfetto e puro della razza ariana. È questo un errore scientifico che non ha più bisogno di essere confutato.
■ Il Finot conferma, adunque, che la purezza del sangue non è che un mito e la unità dei popoli moderni consiste nella solidarietà dei loro interessi morali e materiali. La Svizzera, riconosciuta ufficialmente come l’unione di quattro razze differenti (in realtà sono più), presenta un popolo idealmente unito, grazie alla coesione morale di tutti i suoi abitanti, stretti da comuni interessi.
■ Tra un francese del Passo di Calais ed un francese delle Alpi Marittime, s’interpongono maggiori divergenze che tra un danese e un norvegiano; e frattanto, i due primi hanno una patria comune, e gli ultimi una patria diversa. Fra l’abitante del paese di Galles e quello del Yorkshire ci sono più dissomiglianze che tra un piemontese e un delfinatese; pure gli uni tengono ad essere inglesi, per le ragioni stesse che hanno gli altri di voler essere francesi o italiani.
■ Certo: ed anche noi, parlando della nazionalità del Belgio, osservammo che questa sorgeva da motivi più alti e ideali che non quelli della identità di razza; ma ciò non esclude che, in altre condizioni, quello del ceppo comune sia un legame, attenuato bensì dal progresso che affratella tutti gli uomini, ma lungi ancora dal potere essere considerato come quantità trascurabile nel concetto di nazionalità.
■ Se l’Austria, prima della guerra, figurava più salda nella sua compagine politica che un mezzo secolo fa, il fatto è dovuto alla sua politica accorta e a concessioni forzatamente liberali, fatte ai diversi gruppi etnici. Ma quante volte sono questi venuti a conflitto fra loro, o sono insorti contro l’autoritarismo epicentrico dello Stato! Così in Ungheria, i magiari tengono avvinti a sé i rumeni, i tedeschi, gli slavi e gli italiani un po’ per il numero loro che s’impone, un po’ per la configurazione geografica del paese, che isola i regnicoli dai loro consanguinei di altri Stati; e un po’, forse anche, per il maggiore fervore di vita che è proprio della gente finnica. Ma le ragioni di sangue non tacciono per questo, e, all’occasione, non mancano di farsi sentire. E per non parlare della Polonia, dove, malgrado l’opera disgregatrice dei dominatori, persiste compatto il fondo etnico e nazionale, basti guardare alle difficoltà, che ha incontrato l’assetto balcanico dopo l’ultima guerra, a motivo, appunto, del frazionamento dei gruppi etnici.
■ Il Finot, in favore della sua tesi, fa quest’ultimo ragionamento. Percorrendo, egli dice, il dominio della nostra vita psichica e intellettuale, tutto ci parla della unità mentale dell’umanità. I popoli selvaggi entrano trionfalmente nella civiltà, come i popoli civili ricadono nelle barbarie: e i neri considerati come ultimi nei gradini della scala sociale, hanno, ultimamente fornita la prova di una evoluzione inattesa. In meno di cinquant’anni, essi hanno compiuto progressi, che, per altri popoli bianchi, hanno importato cinque o sei secoli di lavoro e di studio.
■ Veramente noi riteniamo assai difficile che l’attuale civiltà, con uno di quei bruschi ritorni storici, che furono possibili in altre epoche, ricada nelle barbarie: ma siamo anche noi convinti che tutte le razze umane possono gradatamente elevarsi a un alto sviluppo spirituale.
■ Tuttavia non ci pare che tale elevazione possa cancellare le impronte specifiche delle varie razze, e tanto meno, rispetto al concetto di nazionalità, esser privo di valore il fatto etnico.
■ L’affratellamento e l’armonia superiore degli spiriti in una umanità concorde non escludono le caratteristiche proprie d’ognuno degli aggruppamenti etnici.
■ Una prova indiretta di ciò l’abbiamo nel congresso delle razze, che, alcuni anni sono, si è radunato a Londra.
■ Di questa assemblea, assolutamente nuova nella storia, poco si è parlato, durante i suoi lavori; pochissimo, per non dir nulla, dopo. Ma per quanto la politica, con i suoi preconcetti passionali e le sue diffidenze, abbia indotta la stampa a mutismo sorprendente, il fatto non perde di significato né di valore, perché fa fede dell’idea umana venutasi formando attraverso i secoli, e dimostra che tutte le razze hanno ormai acquistato coscienza di sé e dei propri diritti. Ciò implica il rispetto reciproco, la cessazione dell’infame massacro dei popoli ritenuti inferiori e l’abolizione assoluta della schiavitù, riconosciuta come diritto dalle leggi antiche e medievali ed esercitata abusivamente in Asia, in Africa e in America fino quasi ai nostri giorni. Implica la condanna della dottrina sociologica del Gobineau, che ha dato buon gioco alla politica tedesca, secondo la quale l’umanità si divide in razze superiori e in razze inferiori, con diritto nelle prime di prevalenza, di sprezzo e di oppressione sulle seconde. Eppure in Germania è nato e cresciuto il filosofo Herder, il quale pur affermando l’individualità dei popoli, ed esaltando il teutonismo conquistatore, educatore, rinnovatore, sosteneva che i più civili, dalla stessa loro superiorità dovevano trarre la norma di una condotta umana verso i meno evoluti.
■ La dottrina umanitaria di Herder è stata più seguìta, diciamolo con orgoglio, dalle nazioni dell’Intesa. E per non parlar che dell’Italia, questa, nella sua propaganda di civiltà e nella sua espansione coloniale, non si è mai servita di mezzi anticivili; e tal titolo di merito le è riconosciuto anche dagli stranieri. Infatti, quando nel 1890, si tenne il congresso antischiavista di Bruxelles, l’Italia figurò tra le prime che abbiano agito con energia per impedire e reprimere l’infame traffico dei neri, tra le poche che nella espansione coloniale non furono guidate dal solo egoistico interesse; ma abbia inteso in un senso altamente umano il diritto dei popoli più evoluti di portare la civiltà, sia pure con mezzi qualche volta energici, là dove l’umanità giace ancora in uno stato di barbarie e di abbrutimento. Con mezzi energici ma non inumani, né con intenti subdoli e sfruttatori. Non bisogna dimenticare che, per odi e preconcetti di razza, furono espulsi Mussulmani ed Ebrei dalla Spagna, e che, dalla data di quella espulsione, incominciò la decadenza di uno Stato ricco e fiorente. Che in America, col pretesto di differenza di razza e di religione, furono compiute orrende carneficine di genti, che pure una civiltà loro non ispregevole; senza parlare della persecuzione, non ancora interamente cessata, degli Ebrei in Russia e nei Principati Danubiani.
■ Tutte le razze hanno le loro qualità buone e cattive, e ciascuna tende al proprio avvenire in armonia oramai col progresso di una civiltà, che non è più particolare ma umana e mondiale; e quindi non è più nemmeno il caso di parlare né di pericolo nero né di pericolo giallo, poiché vediamo che il Giappone e la Cina sono alleati dei popoli che combattono per il diritto, per la libertà, per la giustizia del mondo.
■ La razza non basta da sola a costituire una nazione; la quale ha per base bensì gli aggregati etnici che si chiamano stirpe o schiatte, ma esige, per chiamarsi tale, altri elementi e prima di ogni altro l’idioma.
Lingua e nazionalità. — I vincoli etnografici, che consistono nella comunanza di razza, sono rafforzati dal linguaggio, che è il principale indizio di essi, dopo le identità somatiche; e si può considerare come lo spirito delle stirpi umane, anzi dei popoli.
■ La lingua va soggetta alle vicende storiche delle nazioni, fiorisce, si espande e decade con esse; e la sua diffusione oltre i confini di una nazione, dà la misura oltreché della cultura, della potenza politica ed economica di quella.
■ Alcuni popoli hanno, in ciò, un vantaggio naturale. Inghilterra e Spagna, ad esempio, sotto il rapporto delle proporzioni numeriche, erano e sono in condizioni privilegiate.
■ All’Inghilterra sono aperti spazi illimitati nelle cinque parti del globo; e i soli Stati Uniti conterranno, in un prossimo avvenire, duecento milioni di abitanti che parleranno l’inglese.
■ Durante l’êra Vittoriana, in sessant’anni circa, la popolazione coloniale bianca sottoposta all’Inghilterra, è salita da un milione e duecento cinquantamila, a undici milioni, mentre quella della madre patria, da ventisei milioni è salita a quaranta. Senza parlare dell’India, il Canadà ha cinque milioni d’abitanti, e un numero eguale ne ha l’Australia. Circa un milione d’Europei vivono nell’Africa inglese, e si stima che lo spazio al Canadà, in Australia e nell’Africa del sud, si presti alla moltiplicazione di colonizzatori fino a centinaia di milioni, che saranno un giorno uniti dalla comunanza del linguaggio.
■ Alla Spagna, oltre al suo posto, ben ridotto in Europa, appartengono, quanto a lingua, l’isola popolosa di Cuba, da non molto sottratta al suo dominio politico, e il Messico nell’America del Nord: poi tutta l’America del sud: senza contare la Gujana e l’immenso Brasile, dove cresceranno, un giorno, alla lingua di Camoens, da ottanta a cento milioni di abitanti.
■ Per l’importanza dell’estensione, entrambe non avranno di comparabile che il colosso cinese dai piedi di creta, e il colosso russo, il cui enorme accrescimento nel secolo decimoottavo e decimonono dava serio pensiero per il suo gigantesco slancio, improvvisamente arrestatosi per i recenti avvenimenti, per il frazionamento politico degli Slavi e per le particolari loro aspirazioni nell’avvenire.
■ La lingua slava si parla sopra una estensione di territorio per lo meno uguale alla settima parte del globo, e noi Italiani abbiamo sentiti gli effetti della sua pressione ai confini orientali, dove più energica dovette essere la protezione della nostra lingua, per opera della Dante Alighieri.
■ Ma più energica resistenza ha dovuto opporre la lingua italiana alla irruenza della espansione tedesca. Fin dal più lontano medioevo, i popoli di razza germanica si spinsero impetuosamente verso il sud e l’est, estendendo sempre più il loro dominio linguistico. Ma, tra le neolatine, la sola lingua che non abbia ceduto un palmo di terreno, e che sia riuscita vittoriosa, in un lento assorbimento, nei sette e tredici comuni di colonie tedesche, è stata l’italiana, la quale ha anche guadagnato per la diretta immigrazione degli operai italiani, particolarmente in Svizzera.
■ Prima del 1880, la Germania non possedeva, fuori d’Europa, neppure un palmo di terra. Vent’anni dopo, la sua bandiera sventolava sopra 2.500.000 chilometri di territorio, occupati da sedici milioni di abitanti, senza contare le colonie del Brasile e di Palestina.
■ In ragione dell’accrescimento della popolazione germanica e della sua espansione coloniale, il progresso della lingua tedesca è stato fino ad ora considerevole e sarebbe stato forse maggiore senza la guerra che, per cieco spirito egemonico e militarista, la Germania ha scatenata sulla terra, producendo, con altre rovine, anche la propria.
■ La lingua francese non ha dovuto lottare per la conservazione propria e per la sua diffusione; è salita da sé al posto che le valse, per una lunga serie di secoli l’ascendente del pensiero e del genio; posto, che conserva anche adesso, quale mezzo di espressione letteraria e diplomatica. Essa ha una grande estensione nella società colta di tutto il mondo ed è il principale interprete in quel grande formicajo umano, che si agita nel bacino del Marmara e del Bosforo, dove regnò fin dai primi secoli della civiltà neolatina, quando le canzoni di gesta e i romanzi della tavola rotonda erano tanto diffusi in Oriente, che, al dire di un antico cronista, a Gerusalemme si parlava il francese come a Parigi; e i degeneri figli degli eroici antichi elleni leggevano perfino i poemi di Omero voltati nell’idioma franco. Oltre al Belgio, dove è trionfalmente diventata lingua letteraria per Valloni e Fiamminghi, oltre a parte della Svizzera dove si parla dal popolo, la lingua francese ha grandi spazi aperti in direzione del Sahara nel centro dell’Africa, in Asia nell’Indo-Cina.
■ Alla lingua francese è, presso a poco, accaduto quello che alla latina. I Romani non imponevano mai la loro lingua; ma i Galli apprendendola, si sentivano orgogliosi, e le città italiane consideravano come un onore il diritto, accordato dal Senato, di redigere i loro atti in latino. E la lingua francese sostituì la latina, dopo che questa, in seguito alla grande tradizione classica, aveva servito quale mezzo di comunicazione tra i popoli civili e strumento di propaganda letteraria e scientifica.
■ Al primato di una lingua non furono mai estranei gli avvenimenti storici; e poiché il grande cataclisma odierno avrà per effetto nuovi destini, se non di razza, di nazionalità, è certo che nuove fortune saranno riserbate anche alle lingue. Qualcuna si affermerà e si espanderà maggiormente, altre, secondarie, verranno, poco a poco, assorbite nella fatale tendenza alle grandi unità etniche e all’accentramento dei fattori civili: così lo slovacco si è unificato col czeco, e il provenzale col francese.
■ Come i Turchi non riprenderanno mai più lo slancio che li portò fin sotto le mura di Vienna, così è facilmente presumibile che la civiltà araba non riprenderà l’antica preponderanza nei centri in cui s’è installata la conquista europea. Così che, se per la vitalità del suo forte organismo, la lingua di Maometto potrà ancora conservarsi sulla costa settentrionale africana, finirà coll’essere schiacciata in Oriente con la penetrazione inglese e…. russa.
■ Alla stessa guisa cadranno altri idiomi imperfetti, ultimi avanzi di razze autoctone, a cui non si riattacca alcuna tradizione scritta.
■ Una statistica comparata delle lingue europee e asiatiche dava, pochi anni fa, le seguenti cifre. L’inglese è parlato da 116 milioni di uomini, il russo da 85, il tedesco da 80, il francese da 58, lo spagnolo da 44, l’italiano da 38, il giapponese da 40, il cinese da 360.
■ L’Asia è, quindi, numericamente superiore; ma la sola estensione non costituisce la potenza di una lingua, a cui la forza di espansione può soltanto derivarle dallo spirito che la anima.
■ Perciò la Cina continuerà la sua lenta, isolata evoluzione, e non potrà mai opporre idealità che modifichino la psiche dei popoli europei e americani; dei quali, al contrario, subirà l’ineluttabile efficacia assimilatrice.
■ Come la lingua è una delle essenziali caratteristiche delle nazionalità, così è stata anche strumento di espansione della influenza spirituale dei popoli, ed anche in ciò ci furono e ci sono competizioni di dominio. Gli uomini sentono, ora più che mai, il bisogno di comunicare e d’intendersi tra di loro con rapidità e precisione; e l’assenza di una lingua comune, facile a studiarsi e suscettibile d’esser compresa dappertutto, è stato il punto debole iniziale della nostra Intesa.
■ Noi non abbiamo avuto mai fiducia nella formazione artificiale di una lingua universale; e, si chiamasse essa Volapük o Esperanto, ogni tentativo in questo senso ci parve destinato a cadere. Bisogna adunque che una lingua viva abbia il predominio nel mondo: una lingua che sopra un fondo di idee evolute, si presti quale mezzo di facile comunicazione per le necessità della vita pratica; e questa lingua non pare che possa essere altra che la inglese.
■ Ciò non escluderà lo svolgersi e il perfezionarsi di altre lingue parlate e scritte da popoli civili che hanno un avvenire; perché se tutto ora tende all’unità, non potrà mai avverarsi il sogno di una lingua universale, essendo la pluralità delle lingue una condizione della civiltà ripartita fra diversi centri.
Nazionalità e letteratura. — La letteratura è un aspetto della civiltà di un popolo, e, come tale, entra, senza dubbio, a far parte del concetto di nazionalità, quantunque non sia elemento del tutto indispensabile, poiché si può dare che un popolo-nazione non abbia cultura, o, per lo meno, ricchezza letteraria. Se la letteratura fosse un carattere assoluto, i popoli, non pervenuti al grado di sviluppo civile, non potrebbero aspirare alla indipendenza e unità nazionale; non sarebbero degni di formare uno Stato. Ora la storia ci prova il contrario, e basti per tutti l’esempio recente dell’America.
■ Ma se la letteratura non è elemento indispensabile per la nazionalità di un popolo, essa ha una grande importanza per la salda costituzione di essa, come è avvenuto nel Belgio con la manifestazione letteraria di carattere francese. Ed è naturale, perché la letteratura rafforza la originaria comunanza della lingua e fonde in unità i sentimenti. Se un popolo non ha coscienza della propria nazionalità, questa non può essere salda.
■ Fu la letteratura castigliana che fuse insieme le genti spagnole; e il Portogallo che non aderì a quel movimento di pensiero, si staccò anche dalla compagine etnica e dalla sua storia, con grave danno della penisola iberica, che avrebbe avuto tutte le condizioni e ragioni per formare un sol tutto, cioè una sola nazione. Al contrario, la Provenza che pur fu tenace custode della propria tradizione letteraria, finì per gravitare verso il centro, e fu un bene per tutta la Francia. Le Americhe, già colonie, finché non avranno, non una esclusiva loro letteratura nazionale, impossibile nelle attuali loro condizioni etniche, ma un grande sviluppo letterario centripeto, saranno quasi provincie staccate dalle loro antiche metropoli d’Europa. Gli Slavi, per effetto della cultura, si vanno disegnando in gruppi sempre più accentuati, il che indebolirà l’idea panslavistica, ma affretterà la loro costituzione in Stato. L’Austria poté per tanto tempo mantenere unite, imperando su di esse, tante razze, col mezzo della cultura tedesca; ma il suo dominio di fatto e spirituale è respinto, sempre più decisamente, dai popoli che hanno letteratura nazionale.
■ Ma, come suole avvenire in molti casi, l’effetto diventa, alla sua volta, causa, onde nello stesso tempo che la letteratura completa e rafforza il concetto e il sentimento di nazione, la nazionalità politica ha grande influenza sulla letteratura; e agevola la sua espansione oltre i confini di un paese, come avvenne di Roma antica e dell’Inghilterra e della Francia moderna.
■ Da questo punto di vista la letteratura è affine alla religione; giacché non esiste fede che non tenda a fare proseliti.
Religione e nazionalità. — La comunanza religiosa è certamente anche essa uno dei caratteri distintivi della nazionalità. Sebbene abbia perduto di forza, perché, col tempo, la persecuzione religiosa ha ceduto il posto alla tolleranza e alla libertà, è un fatto innegabile che la religione è intimamente legata alla razza e alla lingua, influisce direttamente sulla unità dei costumi e conserva le tradizioni dei suoi adepti. Ispira le arti e la letteratura e influisce sulla vita domestica dei popoli.
■ La cattolica Irlanda, unita fin dal secolo XII all’Inghilterra, ha fatto della questione religiosa una delle basi essenziali del suo movimento separatista; fino a che O’Connel, nel 1829, non proclamò la legge d’emancipazione dei cattolici. Ora la religione e la lingua sono passate in seconda linea, di fronte a questioni vitali d’interessi sociali ed economici, che provvidamente stanno per avere una definitiva soluzione pacificatrice da parte del Governo centrale.
■ La religione è ancora, presso i popoli di oriente, un possente fattore della nazionalità. Nell’Africa, nell’Asia Minore e nei Balcani, essa è un segno distintivo delle razze, che ha posto in perpetuo conflitto gli Armeni cristiani coi Turchi maomettani, e ha dato un valore spirituale e universo al recente riscatto di Gerusalemme.
■ Elemento di coesione, indebolito sì perché più spiritualizzato e svincolato dalle pratiche superstiziose, ma non per questo trascurabile nel concetto e nel sentimento di nazionalità, venutosi delineando e precisando nella evoluzione della civiltà e con lo spirito dei tempi.
Nazionalità e suolo. — Se le frontiere politiche, limiti artificiali segnati tra Stato e Stato da trattati o da diplomatiche convenzioni per lo più imposte, corrispondessero ai confini posti dalla natura e rappresentati dai monti, dai mari e dai fiumi, sarebbero tolte molte cause di guerra; l’ultimo accomodamento balcanico sarebbe stato più facile e duraturo; e Carnegie, nell’inaugurare il busto di Sir R. Cremer, nel Palazzo della Pace, all’Aja, non avrebbe avuto bisogno di rivolgere parole confidenziali all’olimpico Guglielmo II, che fecero torcere il naso ai giornali imperialisti tedeschi.
■ Ma, disgraziatamente, non solo non è sempre vero ciò che disse l’Aleardi nei Sette Soldati, che,
…Iddio, con immortali
Caratteri di monti e di marine,
Ha segnate le patrie;
ma invece, in molti casi, il confine geografico è in aperto conflitto col confine etnografico, come avviene negli Stati Balcanici e per alcune genti dell’Austria e dell’Ungheria. Abitanti di stirpe diversa sono ivi così mescolati tra loro, che, anche correggendo politicamente, o strategicamente, i confini geografici di un paese, mal si riesce a far piena ragione alla compattezza nazionale di esso; ed è necessario lasciar staccate dal ceppo comune alcune minoranze intercluse in altro territorio. La Boemia offre di questo fatto un esempio tipico. Mentre fra Italiani e Tedeschi il confine etnografico è nettamente definito, in molte città della Boemia vi sono notevoli minoranze tedesche o czeche, che rimarrebbero necessariamente sacrificate per quanto rigidamente si volesse applicare il concetto statale di nazionalità. In questi casi non c’è che un mezzo per evitare i malcontenti che ne potrebbero sorgere: equiparare i diritti delle minoranze e quelli delle maggioranze, favorire una sistematica intermigrazione tra un popolo e l’altro, e lasciare che l’assorbimento, per opera della più forte, unifichi le razze nel seno della prevalente: ciò che è avvenuto, ad esempio, in Italia delle colonie tedesche e albanesi oramai perfettamente italianizzate. Dove mancano i termini naturali, c’è, però, un’altra forza assimilatrice, che agisce in modo quasi misterioso; ed è ciò che l’Herbtson chiama il genius loci.
■ Tale genio del luogo, che trasforma e plasma in unità geografica le varietà locali, s’intuisce particolarmente nel Belgio e nella Polonia, mancanti di rilevati confini, ma con fisionomia di suolo particolare e caratteristica.
■ In ogni modo la unità e la circoscrizione territoriale non bastano da sole a determinare il principio di nazionalità, ancorché designino il fatto concreto, da cui sorgono il concetto e il sentimento di nazione e di patria, cementati da altri vincoli ideali.
Nazione e patria. — La nazione, pertanto, è una società particolare i cui vincoli etnici, linguistici, geografici, sono cementati da vincoli ideali che si possono, tutti, raggruppare nella parola e nel concetto di storia; e per storia intendiamo le comuni vicende di glorie e di sventure, la comune letteratura e religione, le comuni tendenze e aspirazioni. Nazione perciò è l’insieme di gente che riconosce una unità di territorio ad essa particolarmente assegnato dalla natura e dalla storia, ed ha caratteristiche etniche e psicologiche proprie; è, insomma, essenzialmente un concetto; patria è una idealità, un sentimento puro, intenso, elevato, che sorge da tutti gli elementi costituenti la nazione. Quindi anche la voce paese adoperata da alcuni come sinonimo di patria, non è che uno degli elementi di essa; la quale, se è una cosa a sé, è anche la risultante e l’origine di altre cose, che s’incontrano nel paese, dove fiorisce il sentimento della grandezza collettiva, di diritti e doveri che questo sentimento suppone e che, concretati e materializzati in un organismo politico attivo, prendono il nome di Stato.
■ Così la patria comprende ed eccede la famiglia, la classe, la città e la provincia e risiede intiera nella nazione; e definisce se stessa come un ciclo, anzi un mondo, entro cui fluisce la vita dai morti ai viventi, e da questi alla durevole creazione della civiltà e della storia. La patria è una religione tradizionale e universale; pure ci fu un momento in cui quella religione s’affievolì, all’apparire del socialismo. Ai socialisti, primi apostoli di una nuova religione umana, parve che quello della patria fosse un sentimento egoistico, miope, borghese, ed essi vi contrapposero quello di umanità, certo più comprensivo, ma anche più indeterminato; forse più affascinante, ma meno pratico e di non facile applicazione. La stessa antitesi tra patria e umanità venne ammessa da filosofi e dottrinari non socialisti, e penetrò anche nella scuola.
■ Esaltare, glorificare la patria, parve, allora, rettorica; e la corrente pacifista da una parte e la socialista dall’altra, avevano quasi fatta tacere, in proposito, la voce dei maestri, che dovevano soltanto ispirarsi all’alta cultura. Ma l’amore alla patria, che è istintivo, si eleva per la cultura a sentimento e a idea, ed è inscindibile dal cuore e dalla mente umana. Nei popoli moderni, anzi, assume un carattere più energico e fiero che nell’antichità.
■ Se si eccettua la Grecia, in qualche momento storico, il mondo antico non ebbe il concetto di patria-nazione. Troviamo, invece, il fatto primordiale di popoli spinti dalla brama di allargare il proprio dominio, assoggettando altri popoli meno forti di loro. Così si formarono, crebbero e caddero i grandi imperi dell’antichità.
■ Roma sorse con la medesima legge, e crebbe con lo stesso procedimento, incarnando però quel principio di universalità del diritto, che fu dimenticato, anzi calpestato, nella concezione dell’imperialismo moderno proprio delle razze germaniche. Questo sì che è contrario tanto all’idea umana quanto al sentimento di patria! invece nel socialismo puro e illuminato i due termini di patria e umanità non sono antitetici, come ha affermato l’Hervé, ma s’integrano, e si confortano a vicenda, secondo la dottrina di Mazzini. Questi fu il vero precursore del socialismo moderno, in seno al quale s’è ridestato e scaldato il sentimento di patria, che non deve mai toccare i limiti estremi del nazionalismo, se non vuole rappresentare la degenerazione di un sentimento per sé nobilissimo.
Storia dell’idea. — Dopo la caduta degli imperi antichi, formatisi e cresciuti sulla prevalenza di razze, succedette la feudalità; e dall’assorbimento degli elementi feudali si formarono le monarchie moderne, il cui ideale si riassunse, per secoli, in questi due principi: governare i popoli con regime assoluto, e accrescere, quanto più fosse possibile, il territorio per aumentare il numero dei soggetti.
■ Questa tendenza alla espansione venne favorita dai popoli stessi, i quali, usciti dalle pastoie feudali, senza nozione dei loro diritti e senza attività propria, riconoscevano come unico principio vitale, e sola forza d’impulsione, l’organo centrale, che vantava la sua autorità direttamente da Dio; e sotto le sue ali materne si rifugiavano per trovare aiuto e protezione contro le tirannie locali.
■ La casa d’Austria è il tipo di quelle famiglie sovrane, il cui dominio fu l’emblema del nuovo Stato uscito dalla feudalità; e ci fu un momento in cui la corona austriaca parve destinata ad assorbire tutte le altre corone. Ma fortunatamente il vigore militare di Enrico IV e il genio politico di Richelieu si opposero al mostruoso accentramento, e, col trattato di Westfalia, posero le basi di un nuovo diritto pubblico, basato sul principio dell’equilibrio politico.
■ Però, anche con questo nuovo orientamento della politica, non si teneva alcun conto dei popoli, né dei loro diritti e aspirazioni, e ne derivò un rimaneggiamento di territori fatto con criteri di opportunità e d’interesse di questo o quello Stato.
■ L’equilibrio politico ricevette un colpo mortale nel 1789 dalla rivoluzione francese, con la proclamazione dei diritti dell’uomo. All’Assemblea Costituente, Condorcet affermò che la nazione francese non avrebbe mossa nessuna guerra di conquista, e la repubblica non avrebbe prese le armi se non per il mantenimento della sua libertà e rinunciava solennemente a qualsiasi annessione di territorio che non fosse voluta dalla maggioranza degli abitanti. Questa, con altre disposizioni, avrebbe costituito un nuovo diritto delle genti, se il voto del filosofo girondino, che preveniva i tempi, non fosse naufragato con la strage del partito cui apparteneva.
■ Nel 1795 Grégoire fu ammesso a leggere una dichiarazione del diritto delle genti in corrispondenza a quella dei diritti dell’uomo. Fu di nuovo proclamata la sovranità e indipendenza dei popoli, qualunque fosse l’estensione del territorio da essi occupato e il numero degli individui che li componevano. Senonché la rivoluzione francese non solo non sancì questa nuova teoria del diritto delle genti, ma agì contrariamente ad essa: e il trattato di Campoformio fu la più diretta e violenta smentita contro le aspirazioni dell’89.
■ Il principio dell’equilibrio politico riapparve al Congresso di Vienna del 1815, per i trattati del quale l’Europa fu costituita in base al diritto divino dei Principi; e questi potevano, a loro piacimento, mercanteggiarsi i popoli. Ma nell’anima dei popoli incominciò fin da allora una sorda protesta che si formulò nell’affermazione del loro diritto, e, fra gli albori del romanticismo, prese il nome di nazionalità; e il vocabolo, nel 1823, fu ammesso, col segno dei neologismi, nel dizionario del Boiste, e con un significato ancora assai vago.
■ Infatti il primo impiego del vocabolo si trova nell’opera della Stäel; la quale ne aveva tolta l’idea in Germania, ma la definizione prima che ne diedero i filologi, si riferiva piuttosto all’insieme dei tratti che caratterizzano un paese, anziché ad una dottrina politica riguardante il diritto popolare.
■ Il primo assertore vero del principio di nazionalità, come oggi noi l’intendiamo, fu Giuseppe Mazzini; nella cui concezione politico-sociale germogliò l’idea della fraternità fra le classi sociali e delle nazioni per entro alla umanità. Ed il vocabolo che includeva questo concetto entrò nel dizionario diplomatico con la rivoluzione di febbraio 1848 in un proclama firmato da Lamartine.
■ Intanto, il 22 gennaio 1851 Pasquale Stanislao Mancini, esule a Torino, inaugurava il corso di Diritto Internazionale con una prolusione intitolata: «Della nazionalità come fondamento del diritto delle genti».
■ Il principio, svolto magistralmente, era così politicamente innovatore e scientificamente eterodosso che l’Austria e il Borbone protestarono energicamente; ma ad essi rispose altrettanto energicamente il Governo piemontese per bocca di Massimo d’Azeglio.
■ La nuova dottrina, che al principio di legittimità sostituiva quello di nazionalità, diventò la molla del nostro Risorgimento; e le diede pratica applicazione Napoleone III nel 1859 quando, vincitore, in un proclama agli Italiani, li invitava a manifestare i loro voti legittimi, e Milano offrì a Vittorio Emanuele la corona di Lombardia «in nome del diritto sociale risultante dal principio della nazionalità». In virtù poi della medesima formula, quasi tutti gli Stati della penisola, furono aggregati al Piemonte; e così, la dio mercé, nacque il nuovo regno d’Italia.
■ La diplomazia di Vienna, allarmata, chiese a quella di Londra se il Gabinetto britannico riconosceva il nuovo diritto ed era disposto ad applicarlo all’India, al Canadà, all’Irlanda. E la stessa domanda, con le stesse parole, e, questa volta, in tono ironico, fu ripetuta nella risposta che le Potenze centrali fecero al messaggio di Wilson. Anche adesso, come allora, la diplomazia inglese non rispose categoricamente, perché avrebbe dovuto fare pericolosi confronti e dire, in sostanza, che il suo imperialismo, era ben diverso da quello tedesco; ma si limitò a riconoscere esplicitamente il diritto, che hanno i popoli, di unificarsi e governarsi a lor modo.
■ Quanto alla Germania, che ora fa causa comune con l’Austria e la Turchia, per l’oppressione della nazionalità, non poteva negare questo principio, al quale deve la sua potenza; giacché è noto che la Prussia mise fine alla Confederazione germanica, e, vittoriosa a Sadowa, costituì quella confederazione della Germania del Nord, che, dopo la guerra del 1870, si trasformò in Impero di Germania, sotto lo scettro del re di Prussia.
■ Ma le tendenze imperialistiche e pangermaniche trassero ben presto i Tedeschi a giudicare il concetto di nazionalità ristretto, naturalistico, antiquato, e tale infine che doveva essere sostituito con quello dello Stato supernazionale e plurinazionale. Va da sé che così l’intendono l’Austria e l’Ungheria per i loro fini egoistici. Gli avvenimenti del 1870 ricondussero ben presto i Governi al principio dell’equilibrio politico, basato sui gruppi di alleanze, le cui diffidenze e i conseguenti armamenti condussero alla guerra attuale.
■ Uguale principio e direttiva ebbe la politica esterna delle grandi Potenze, orientale e coloniale; ma ciò non tolse che l’idea nazionale facesse il proprio cammino, e, parallelamente con la politica di conquista e di supremazia dei grandi Stati, si svolse quella di nazionalità. Questa diede l’indipendenza e la costituzione in Stato ai popoli balcanici e la darà a tutti i popoli oppressi.
■ Peccato che l’Intesa non abbia compreso tutta l’importanza di questo movimento fin dall’inizio della guerra e non abbia saputo giovarsene, come fa ora.
■ Ma questo scopo fondamentale, il solo che possa dare il successo finale, si è venuto chiarendo lungo la lotta aspra che si combatte e che ha già costato fiumi di sangue. Da principio parve che l’obbiettivo fosse lo schiacciamento del militarismo prussiano; poi la formula si allargò, alzandosi a un principio generale; e si ebbe di mira la soppressione del militarismo in genere. Infine si prospettarono le condizioni di una pace giusta e durevole; e queste si ravvisarono possibili soltanto sulla base di una civiltà internazionale a tipo confederativo, ideologicamente designata col nome di società delle nazioni. È essa praticamente possibile?
■ Anzitutto bisogna prima costituire le nazioni, in lotta ora contro le autocrazie, per la conquista del loro diritto alla indipendenza, alla unità, al libero assetto e svolgimento delle loro istituzioni. Dopo si parlerà del loro affratellamento e del regime anfizionico quale è prospettato da questa nuova forma di Stato-nazione.”