Dalla Rivista Enciclopedica Contemporanea, dispense del 1918.
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” ■ I provvedimenti presi in questi ultimi anni dal nostro governo a favore delle colonie di diretto dominio hanno permesso di continuare nelle stesse le provvidenze in corso per il loro progressivo incremento; le opere iniziate e prospettate per il loro sviluppo economico-industriale; i servizi scolastici, sanitari ed agrari, come pure le riforme necessarie ed atte alla pacificazione degli indigeni, nonostante tutte le difficoltà create dalla guerra mondiale, le quali furono molto più gravi di quelle incontrate dalla maggior parte dei possedimenti coloniali dei nostri alleati.
■ Come fa giustamente osservare l’interessantissima Relazione presentata dal Ministro delle Colonie, On. Gaspare Colosimo, alla Camera dei Deputati nella tornata del 23 febbraio 1918 e pubblicata in un elegante volume di oltre 500 pagine, illustrato con una tavola ed otto carte geografiche dalla Tipografia del Senato, appena scoppiata la guerra, l’Eritrea e la Somalia, si trovarono quasi isolate, o per lo meno prive di collegamenti efficaci con la metropoli. La Tripolitania e la Cirenaica furono sorprese dal conflitto quando il recente possesso non aveva ancora permesso la loro solida occupazione e sistemazione; il che, ha reso particolarmente difficile la situazione politica, ed ha ridotto di molto le loro capacità produttive. Trovandosi esse in pieno Mediterraneo, cioè nel focolare stesso della guerra, sono state esposte alle più facili e fortunate insidie del nemico ed è stata quindi per noi ben ardua la loro difesa. La loro posizione geografica rese sempre più perigliosi i cimenti che l’avvedutezza del Governo ha dovuto allontanare, ed estremamente difficile la soluzione dei problemi tendenti a far sì che le nostre Colonie potessero bastare a se stesse e contribuire il più largamente possibile ai bisogni della madre Patria.
■ LA LIBIA reca al conseguimento della vittoria dell’Intesa, sia pure indirettamente, un contributo di gran lunga superiore a quello che si potrebbe credere a prima vista. La guerra non tardò a dimostrare i grandi vantaggi politici-militari derivanti all’Italia ed ai suoi alleati dall’occupazione della Tripolitania e della Cirenaica. Basta infatti considerare quello che sarebbe avvenuto se durante il conflitto mondiale la Libia fosse rimasta nelle mani della Turchia, e gli Alleati si fossero trovati con circa milleseicento chilometri di costa nemica in pieno Mediterraneo, per dedurne che col possesso della Libia, l’Italia, entrando nel conflitto, portò alla economia della guerra degli alleati un contributo inestimabile, pari a qualunque concorso diretto alla conquista delle più fiorenti colonie nemiche. La quistione della Libia doveva essere perciò considerata dal ministro delle Colonie non già come una questione semplicemente coloniale «ma sibbene come questione internazionale per l’equilibrio del Mediterraneo, uno degli scopi della nostra guerra, che al pari del nostro, investiva sommamente l’interesse dell’Inghilterra e della Francia».
■ La situazione politico-militare era, nel giugno 1916, caratterizzata, in generale, dalla ribellione che divampò in Tripolitania nel 1915 e provocò i ripiegamenti dei presidi dall’interno alla costa (a Homs città, con una zona di difesa, a Tripoli città, e ai territori del Sahel e di Tagiura, ed a Zuara città, con una zona circostante: tre campi trincerati saldamente tenuti), ed in particolare dalla cacciata del partito senussita per opera del partito turcofilo nella parte orientale; dall’azione eccitatrice degli emissari turchi; dal contrabbando di frontiera e dalla violenta reazione dei gruppi arabi ribelli contro i due gruppi berberi del Gebel e di Zuara, favorevoli al governo, nella parte occidentale. Il nostro governatore non si smarrì d’animo e riuscì non solo a mantenere intatte le forze di occupazione, ma anche ad accrescerne l’efficienza; impedì il rifornimento dei ribelli e ottenne la liberazione dei nostri 704 prigionieri di Tarhuna.
■ Le fortunate azioni militari contro i ribelli, di El Gedida, d’Agilat (16 e 17 gennaio 1917) e d’El Dorania (5 aprile 1917) effettuarono e consolidarono le occupazioni di Bucamez e di El Assa. Quelle del 4 e 20 settembre 1917 a El Agilat ed a Fonduc Ben Gascir assicurarono la occupazione di Sidi Bilal. Queste operazioni permisero di rompere la rete d’intrighi nemici con i capi indigeni tendente a costringere le popolazioni a noi fedeli a passare ai ribelli; a rendere possibile alle popolazioni di Agilat di usufruire dei pascoli; a tenere alto il nostro prestigio di fronte ai paesi a noi sottomessi; a sorvegliare il contrabbando, ed a tenere, con un esiguo presidio, sotto il tiro efficace delle artiglierie le vie di comunicazione che da Azizia, a Fonduc Ben Gascir conducono verso la Tripolitania occidentale, e ci misero in condizione di tenere in rispetto le popolazioni delle oasi di Zanzur, Saiad e El Mahia.
■ In Cirenaica ove la nostra occupazione di fatto comprendeva appena, nel giugno 1916, una fascia costiera da Ghemines a Porto Bardia di profondità variabile, coi cinque Comandi militari di Bengasi, Merg, Cirene, Derna, Tobruk saldamente organizzati e con vari distaccamenti secondari, ci siamo trovati di fronte alla forte e compatta organizzazione Senussia, confraternita mussulmana, sorta nella prima metà del secolo XIX, perfettamente ortodossa nella credenza e seguace del rito malechita, con radici profonde nella regione in cui trovansi i suoi luoghi santi (Giarabub) e la sua sede principale (Cufra), la quale ha scopi non solo religiosi ma anche politici e terreni, specialmente commerciali e agricoli.
■ La salda organizzazione dei nostri presidi militari, l’occupazione di Porto Bardia (maggio 1916), l’accordo coll’Inghilterra del 31 luglio 1916 (al quale aderì la Francia nel marzo del 1917) e gli eventi internazionali, ci permisero di iniziare buone relazioni coi senussi, le quali, oltre alla già accennata restituzione dei prigionieri, ebbero come conseguenza immediata la cessazione delle ostilità, lo stabilimento delle relazioni pacifiche con l’interno; e, poco dopo, l’arresto ed il confino nelle oasi per mano senussita di tutti gli ufficiali e regolarizzati turchi che erano in Cirenaica, e l’aperta ostilità di capi senussi in essa dominanti contro gli elementi a noi avversi. La riapertura dei mercati della costa ha fatto riprendere la vita materiale e le relazioni con quelli dell’interno per gli scambi, favorendo la nostra penetrazione politico-economica nelle regioni dell’interno fuori del nostro controllo. Nel gennaio, febbraio e marzo del 1917, funzionavano senza incidenti sulla costa i mercati di Bengasi, Derna, Hania, Tobruk, e nell’interno quelli di Merg e Cirene, ed era in condizione di funzionare un mercato a Ghemines; tutti regolati da norme speciali, con agenti italiani, o italiani e arabi insieme, tra i quali anche capi importanti di tribù, come quelli dei Brahsa, degli Hasa e dei Dorsa. Si stabiliva così la collaborazione indigena anche nel commercio, il quale interessa i grandi capi. Venne in tal modo ripreso il traffico carovaniero di esportazione e di importazione da e per le oasi della Cirenaica, il quale si svolse modestamente nel 1917, ma con speranza di incremento, dopo una lunga interruzione che era indice della situazione anormale del paese. Il totale del movimento commerciale pel 1917, fu di lire 3,050,650.
■ Fra i principali provvedimenti di natura politica meritano di essere particolarmente ricordati quelli relativi al funzionamento della Comunità israelitica di Tripoli (alla quale venne riconosciuta personalità giuridica e rappresentanza elettiva), ed alla giurisdizione dei tribunali rabbinici della Libia. Non mancarono importanti disposizioni tendenti ad elevare lo spirito ed il morale delle nostre truppe infondendo in esse il convincimento che chi combatte per una più grande Italia, anche lontano da essa, fa opera grande e meritoria, come chi combatte in patria, per la patria. Fra queste sono da segnalarsi la concessione delle licenze, dei distintivi d’onore per i feriti e per gli arditi, dell’assicurazione gratuita, della croce al merito di guerra, dei sussidi alle famiglie bisognose e l’estensione dei provvedimenti relativi agli orfani ed agli invalidi di guerra, anche ai militari della Colonia, essendo ormai il fronte libico riconosciuto ufficialmente come facente parte del fronte nazionale.
■ Il nostro governo cercò sempre di accentuare la collaborazione degli indigeni nell’amministrazione della Colonia e di assicurare loro la libertà religiosa. A questo proposito vennero emanati opportuni provvedimenti per la protezione dei pellegrinaggi ai Luoghi Santi dell’Islam (uno dei doveri fondamentali coranici della religione mussulmana); per l’invio nell’Hegiaz di una speciale Commissione mista coll’incarico di studiare i bisogni dei pellegrini; per l’acquisto di un grande ricovero alla Mecca per gl’indigenti e gl’infermi; per il rispetto scrupoloso della legge della Sceria e dei tribunali del Cadi; per l’ordinamento già compiuto dei beni auqaf e quello in progetto del Beit el Mal (erario o fisco per le eredità vacanti e per i beni degli assenti); per il rispetto e la tutela di tutte le confraternite islamiche; per la protezione delle popolazioni berbere che sono fuori dei riti della Sunna (ibaditi-scismatici), per il rispetto della loro nazionalità e della loro religione, ed anche per lo studio dei loro dialetti, per i Comitati consultivi indigeni, in seno ai quali possono essere esaminate dagli interessati mussulmani anche questioni relative all’applicazione della legge sacra; e per il riordinamento della Comunità israelitica di Tripoli conformemente ad un lungo ed ardente desiderio degli israeliti tripolini e per l’assetto amministrativo della tribù degli Abeidat.
■ Il ministro Colosimo diede subito tutte le disposizioni necessarie per far sì che l’Ufficio Agrario di Tripoli, istituito sino dal marzo del 1914, sospendesse temporaneamente la sua azione sperimentale e scientifica e continuasse solo quella di ordine pratico, strettamente necessaria, per non perdere il frutto del lavoro passato, e si dedicasse con tutta la possibile alacrità a dare il massimo impulso alla produzione locale mediante distribuzioni gratuite di semi e di piante; premi, sussidi e incoraggiamenti di ogni genere, per modo che tutti i terreni disponibili furono nel più breve tempo rimessi in coltura.
■ Fu disposto inoltre perché, con provvedimenti coattivi, fossero soppresse tutte le forme e le possibilità di consumo non strettamente proporzionate ai bisogni della vita individuale e collettiva, e perché fossero ridotti al minimo umanamente possibile i consumi ordinari.
■ Verso la fine del maggio 1917 si pensò d’iniziare reclutamenti di mano d’opera nelle nostre Colonie, per far fronte alle gravi difficoltà incontrate nel rifornire gli stabilimenti ausiliarii. In breve tempo furono inviati in Italia dalla Libia 4.727 uomini, ripartiti in 16 scaglioni e diretti nelle varie regioni della Penisola. Gli stabilimenti Ansaldo di Sampierdarena ne ebbero 500.
■ Vennero pure notevolmente migliorati l’ordinamento fondiario e quello della giustizia, e furono istituiti tribunali rabbinici, per le contestazioni fra gli israeliti. I molteplici provvedimenti legislativi emanati nella madre patria, specialmente in forza dei pieni poteri conferiti dal Parlamento nazionale al Governo del Re, per far fronte alle straordinarie ed urgenti esigenze della guerra, dovettero generalmente trovare applicazione anche nelle Colonie, non solo per assicurarne la completa efficacia pel conseguimento degli scopi che i provvedimenti stessi si riproponevano, ma anche per ottenere dalle stesse tutto quel contributo che potevano e volevano dare alla grande causa nazionale. Neppure il miglioramento della pubblica istruzione fu trascurato. In base alle proposte formulate da un’autorevole Commissione — proposte che riscossero anche la piena approvazione dal Governo locale — si trasformarono la regia scuola tecnica ed i due primi corsi d’istituto tecnico esistenti in Tripoli, in una scuola media commerciale di cinque corsi (tre preparatori e due professionali). Si avranno così, a Tripoli, due istituti medi: l’uno (corso ginnasiale) di carattere formativo e culturale, per i figli dei regnicoli che desiderano continuare gli studi nel Regno; e l’altro (scuola media tecnico-commerciale) volto a raggiungere scopi eminentemente pratici e professionali, e cioè a preparare gli agenti e gli impiegati di commercio adatti alle particolari condizioni del mercato.
■ Durante la guerra i servizi sanitari della Libia vennero affidati, quasi esclusivamente, a sanitari dipendenti dalla Direzione generale della sanità pubblica ed a medici militari, essendo venuti a mancare, per ragioni di servizio militare, e per dimissioni, la maggior parte dei medici coloniali che, nei primi tempi della costituzione del Ministero delle Colonie, erano stati direttamente assunti, in via provvisoria, per essere adibiti ai servizi di assistenza sanitaria.
■ Nonostante la scarsezza del personale e molte altre difficoltà, mercé la solerte opera dei sanitari, poterono essere efficacemente assicurati tutti i vari e complessi servizi attinenti alla vigilanza igienica, all’assistenza sanitaria nelle sue varie forme, alla sanità marittima, alla profilassi celtica, alla polizia veterinaria, ecc. Poterono inoltre essere convenientemente combattute e domate, evitando qualsiasi ripercussione nella Tripolitania e nella madre patria, le gravi epidemie di peste bubbonica e di tifo esantematico sviluppatesi in Bengasi ed in altre località della Cirenaica, tanto è vero che, verso l’ottobre 1917 le condizioni della pubblica salute in quella regione tanto compromesse durante l’anno, potevano considerarsi ritornate allo stato normale.
■ All’inizio del 1918 funzionavano in Tripolitania sei ambulatori; due a Tripoli, dei quali uno, con quattro sezioni annesse all’ospedale civile, e quattro nelle seguenti località: Suk el Giuma, Homs, Tagiura e Zuara. Le visite praticate in essi nel 1914 si aggirarono sulle 100,000; nel 1915 e 1916 ascesero ad oltre 150,000 e nel 1917 a circa 195,000.
■ Gli ambulatori esistenti in Cirenaica erano 18, dei quali tre a Bengasi ed uno per ciascuna delle seguenti località: Derna, Benina, Tocra, Soluc, Regima, Tolmetta, Merg, Cirene, Apollonia, Zavia Feida, Zavia Beda, Zavia Hania, Ghegab, Tobruc e Ghemines. Il numero delle visite in essi compiute, che negli anni 1914 e 15 fu rispettivamente di circa 60,000 e 90,000, salì a 222,000 nel 1917.
■ I lavori ferroviari compiuti dopo la nostra occupazione furono realmente degni di nota. Nel luglio del 1915, nella Tripolitania, erano già in pieno esercizio 180.152 km. di ferrovie, e si stava lavorando su ben altri 60 km. circa, dei quali 18 erano pronti ad essere inaugurati. Della linea Tripoli-Tagiura-Homs, era in esercizio il tronco Tripoli-Tagiura, e si era completato lo studio di massima del tratto Tagiura-Homs; della Tripoli-el-Azizia-Garian, era in esercizio il tronco Tripoli-Henscir-el- Abiad e se ne era completato lo studio di mas- sima fino al Garian; della Tripoli-Zuara, era in esercizio il tronco Tripoli-Sormàn; era pronto per essere inaugurato il tronco Sor- man–Marset–Zuara ed era già in avanzata co- struzione il corpo stradale fino a Zuara. Per 15 km. della Henscir-el–Abiad–Garian e per il tronco el–Gusbat–Homs erano ultimati i progetti definitivi. Per i rivolgimenti del 1915 si dovette però sospendere tutto.
■ Nella Cirenaica, i primi studi della linea Bengasi–el–Merg vennero iniziati nel maggio 1913. Nel giugno 1915 era aperto all’esercizio il tronco Bengasi–el–Benia (km. 19.060) ed era finito, per metà circa, il successivo el–Benia–er–Règima (km. 19.540), inaugurato il 1° febbraio 1916.
■ Non bisogna infine dimenticare che la Cirenaica dovrà essere per l’Italia non solo la terra atta alle più promettenti sorprese del suolo, ma dovrà rappresentare l’attrazione di quanti affacciantisi col pensiero nella storia, sanno di poter trovare nelle vestigia di tante civiltà messe in luce e valore elementi per la ricostruzione della vita delle epoche che intendono illustrare o studiare.
■ Anche negli ultimi tempi, nonostante le difficoltà causate dalla situazione politica generale, e la riduzione della sfera riserbata alla nostra attività, si ebbe cura di non intermettere le esplorazioni archeologiche, ed i lavori compiuti diedero fruttuosi risultati. Si procedette infatti alla sistemazione del famoso Arco di Marco Aurelio, nelle cui vicinanze fu scoperto il torso di una statua colossale, dedicata, molto probabilmente, all’Imperatore Lucio Vero; come pure alla demolizione delle mura di Tripoli; si misero in bella mostra la Venere Anadyomene e la statua di Alessandro Magno, si terminarono i restauri dell’edificio delle Terme, del tempio a nord di quello di Apollo e dell’altro di Giove o Capitolium; si scoprì, vicino a questo, un altro edificio che sembra la sede di un collegio sacerdotale o un Bouleuterion, a giudicare dalle iscrizioni in esso raccolte, ed altri edifici circolari, e grandi cisterne; e si rinvennero non pochi altri tesori artistici, storici e numismatici, fra i quali meritano speciale menzione le monete auree scoperte a Merg appartenenti a due califfi fatimiti del X secolo, e quelle rinvenute a Tegassat nel Garian, di oro e di argento, in maggior parte quadrate.
■ Ma quello che si è fatto è ben poca cosa di fronte a quello che si dovrà fare, specialmente dopo gli studi della missione Ghislanzoni, partita per l’interno da Bengasi, il 13 aprile 1918.
■ Cirene è infatti un centro di esplorazione archeologica che non può essere trattato come uno dei tanti luoghi ove si fanno ricerche limitate nello spazio e nel tempo. Cirene, come Pompei, Veio, Ostia, il Foro ed il Palatino, è un’area destinata ad una esplorazione sistematica e continuativa, fino all’esaurimento, in una lunga serie di anni, perché necessita rilevare tutta la sua storia nei secoli, e dare al mondo una idea completa della città, dell’arte che vi fiorì; di tutti i documenti storici, linguistici, e religiosi; delle sue iscrizioni e delle sue reliquie.
■ LA COLONIA ERITREA era, allo scoppio della guerra attuale, completamente tranquilla anche per merito dell’indovinata politica indigena, delle opere di difesa ai confini, e dell’organizzazione delle truppe locali, la cui efficienza bellica, nonostante i frequenti invii di ascari in Libia fu notevolmente aumentata. La situazione divenne invece molto più delicata quando lo sceriffo della Mecca si proclamò custode dei luoghi santi dell’Islam e Re dell’Hegiaz, e quando avvenne in Etiopia il colpo di stato che fece decadere Ligg Jasu dalla successione al trono di Etiopia (27 settembre 1916), fece salire al potere la figlia di Menelik, Uizero Zauditù, e nominare Tafari Maconem, ras, capo del governo ed erede del trono. Lo stesso effetto produssero la battaglia di Bulga presso Debra Tabor, che seguì la disfatta e la cattura di Negus Micael, padre di Ligg Jasu, (27 ottobre 1915); il riconoscimento del nuovo governo (8 novembre 1916) da parte dell’Italia, Inghilterra e Francia, firmatarie dell’accordo di Londra del 13 dicembre 1906 per la integrità della Etiopia; l’incoronazione in Addis Abeba della Imperatrice Zauditù (11 febbraio 1917), presenti i rappresentanti delle tre potenze garanti e le battaglie sanguinose del 2 e 17 agosto 1917 presso Dessiè tra i partigiani di Ligg Jasu e le forze scioane che ebbero il sopravvento, con l’epilogo della presa dell’Amba Magdala da parte degli stessi Scioani (14 ottobre 1917).
■ In virtù delle istruzioni proposte dal ministro delle colonie al ministro degli esteri per il nostro rappresentante ad Adis-Abeba, l’Eritrea si mantenne in uno stato di perfetta neutralità; sebbene i governanti fossero sempre attenti e vigili per quanto riguarda la torbida situazione delle regioni site immediatamente oltre il confine.
■ Ciò premesso la Relazione del ministro Colosimo espone il programma che dovrà essere completato nel dopo guerra. L’Eritrea è un paese di transito che deve trovare la sua prosperità e il suo benessere nel commercio. Ma per intensificare il movimento commerciale è necessario anzitutto migliorare le comunicazioni ferroviarie della colonia ed il porto di Massaua.
■ La ferrovia Massaua-Asmara fu completamente aperta all’esercizio il 6 dicembre 1911. Ha uno sviluppo di circa km. 120, salendo dal livello del mare fino ad una quota di 2400 metri in prossimità di Asmara. Nel percorso da Ghinda ad Asmara riveste il carattere di ardita ferrovia di alta montagna, e costituisce uno dei più belli e tipici esempi di tal genere di costruzioni.
■ Mentre si ultimavano i lavori della Ghinda-Asmara, si provvedeva ad assicurarne il prolungamento a Cheren ed oltre, per avvicinare la ferrovia alle fertili valli del Barca e del Gasc. A ciò mirarono la legge del 6 luglio 1911 per la Asmara-Cheren e quella del 23 giugno 1913 per la Cheren-Agordat; per la prima, prevista in km. 95, venne autorizzata la spesa di lire 12.540.000: per la seconda, prevista in km. 78, lire 8.222.000. All’inizio della guerra la Asmara-Cheren (che dal progetto definitivo risultò della lunghezza di km. 105) aveva costruiti ed armati km. 27 da Asmara; erano ultimati, ma non armati, altri 27 km.; e 20 in corso di costruzione. Della Cheren-Agordat (che dal progetto esecutivo risultò della lunghezza di km. 90) erano eseguiti i primi & chilometri.
■ L’Eritrea è attualmente provvista di una rete stradale che raggiunge la lunghezza di km. 1200 circa, dei quali 400 rappresentano lo sviluppo delle rotabili di grande comunicazione (Asmara-Adi-Ugri-Adi Quala; Asmara-Saganeiti-Adi Caieh-Senafé; Asmara-Cheren); km. 400 quello delle rotabili d’interesse locale e delle carovaniere in parte accessibili ai veicoli e 245 km. circa quello delle rotabili e carrarecce militari.
■ Lo sviluppo della rete stradale, lo stato di buona manutenzione ed i provvidi miglioramenti arrecati alla rete stessa con opportune correzioni e varianti, talvolta anche di particolare entità (come la variante di Scicchetti nella Asmara-Adi Ugri) hanno reso possibile l’impianto di un regolare servizio di comunicazioni tra Asmara-Cheren, Asmara-Adi Ugri e provvisoriamente fino ad Adi Quala, e tra Asmara-Saganeiti-Adi Caieh, mediante corrieri postali nei due sensi, a cavalli per i due primi percorsi, e con vetture automobili per il terzo. Tale servizio, che costituisce un’apposita azienda, non solo provvede a tutte le esigenze d’interesse del governo, ma effettua anche trasporti privati di passeggeri e merci, secondo orari e tariffe approvati con decreto del governatore.
■ Nell’esercizio 1916-17 i proventi dell’azienda hanno avuto un notevolissimo incremento, avendo raggiunto la cifra di lire 838.922.47.
■ Il porto di Massaua, al quale confluiscono tutte le correnti di traffico della Colonia Eritrea, è costituito da due distinti specchi d’acqua riuniti fra di loro da un canale largo m. 60 e profondo m. 8 circa, ed è, dal punto di vista naturale, uno dei migliori che si conoscano. Ma dal punto di vista commerciale si era appalesato deficiente, difettando di calate per l’approdo diretto dei medi e grandi piroscafi ed essendo sprovvisto di tutti i servizi necessari in un porto. Oggi per i lavori già compiuti dispone già di una grande calata di 330 metri circa di lunghezza, con fondali di m. 9,30, di vari pontili con raccordi ferroviarii, di grue, ecc.
■ Alla loro esecuzione si è provveduto coi fondi accordati con la legge 22 giugno 1913, sui quali al 1° luglio 1917 si avevano ancora disponibili circa lire 687.000, assegnate in parte alla costruzione di un fabbricato per magazzino generale, ed in parte alla esecuzione di altre opere di pubblica utilità attinenti allo sviluppo economico della Colonia. Sul fondo di lire 2.000.000, autorizzato con la legge 1° aprile 1915, per il completamento del 1° gruppo dei lavori portuali, sono già state impegnate, e sono in corso di erogazione, le somme necessarie per far fronte alla spesa per la costruzione dei due capannoni per il servizio doganale e di un fabbricato per deposito franco, e per altre opere minori, per un complessivo ammontare di circa lire 500.000, per modo che, per le opere ancora da progettare per il porto rimangono disponibili circa lire 1.100.000. L’ulteriore attuazione dei lavori, comprendenti il prolungamento della nuova banchina, la costruzione di due pannelli chiudenti l’imboccatura del porto e di altri lavori accessori, avrà luogo non appena le condizioni generali lo permetteranno.
■ Anche il punto franco sarà quanto prima un fatto compiuto; essendo a tal uopo in corso di trattative le ultime modalità per la stipulazione delle norme per l’esercizio, con la Banca d’Italia.
■ Il ministro Colosimo insiste inoltre sulla necessità di creare una compagnia italiana per la navigazione del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, e ne dimostra la sua utilità politica ed economica ora e nel dopo guerra.
■ Il traffico marittimo di Massaua nel quinquennio avanti la guerra salì da 16 milioni nel 1909 a 29 milioni nel 1913; e confrontato con gli aumenti di quello dei porti di Mombasa, Aden, Gibuti e Porto Sudan nello stesso periodo quinquennale, ne risulta una proporzione da 2 a 3 di aumento a favore di Massaua. E ciò perché l’ovest abissino, come l’ha confermato il viaggio d’esplorazione della Missione Ostini, produce grandi quantità di cera, pelli, miele, caffè, cereali, come dagussa, avorio, semi oleosi e caucciù; tutti prodotti, che dovranno assicurare alle ferrovie eritree un grande traffico, tanto più che queste regioni stesse così ricche di risorse naturali e di valori finora inesplorati sono alla loro volta destinate a diventare uno dei maggiori mercati per l’importazione dei prodotti europei.
■ Anche le ricchezze del sottosuolo sono considerevoli nella nostra colonia. Vi sono infatti le saline in esercizio sino dal 1908 che danno una produzione annua di circa 60.000 tonn. di sale, asportato in gran parte nelle Indie; le miniere di cloruro di potassio di Dallol (Dancalia), esercite dalla compagnia mineraria coloniale, e le miniere d’oro di Medrizien che diedero esito negativo solo per la scarsa disponibilità dei mezzi di sfruttamento. Recentemente furono compiuti studi e ricerche relativi a giacimenti di petrolio nell’isola di Bulhissar; ai minerali di ferro della piana di Serobeti; ai giacimenti di rame e di ferro dell’Agametta; a quelli carboniferi di Enda Mamiel (Seraè); a quelli di manganese e ai peridoti. Attualmente è in via di costituzione la «Società Mineraria dell’Africa Orientale Italiana» S.M.A.O.I.) con capitale azionario interamente italiano di lire 10.000.000 da suddividersi in più emissioni, delle quali la prima sarà di lire 3.000.000, che si prefigge di contribuire allo sviluppo e sfruttamento delle ricchezze minerarie delle colonie italiane orientali. La costituenda società ha già fatta richiesta di compiere ricerche nel bacino petrolifero dell’arcipelago Daalak; nel Seraè per le ligniti; nell’Agametta pel ferro e rame; nello Hamasen e nella zona di Cheren per l’oro. È doveroso infine mettere bene in chiaro che l’Eritrea non solo bastò a se stessa, ma fu all’avanguardia delle nostre colonie per quanto riguarda le somministrazioni utili, necessarie od indispensabili nella tragica ora di guerra. Essa ha infatti fornito al nostro esercito tanta carne in conserva per 12 milioni di scatolette; tante pelli per circa 20 milioni; tante noci in palmadum per circa 50 mila quintali, tanto cloruro di potassio per 60 mila quintali. Per gli energici provvedimenti presi si poterono esportare dalla Colonia persino mille tonnellate al mese di questo cloruro.
■ L’opera dei battaglioni eritrei costituisce la miglior prova della fedeltà e dell’eroismo della Colonia. Essi ci hanno seguìto in tutte le tappe della nostra vita coloniale. Ora sono a guardia dell’Eritrea, ed accampati in Cirenaica e in Tripolitania accanto ai nostri soldati, gareggiando in coraggio, fede ed ardimento, pronti ad ogni audacia e ad ogni sacrifizio.
■ La Eritrea è apparsa per i profani una Colonia costata molto cara alla madre patria essendo ciò stato ripetuto forse troppo dagli avversari di ogni impresa coloniale. Ma anche se fosse costata cara (e per tale presupposto ha subito per lunghi anni l’abbandono se non l’oblio), da tempo ci avrebbe reso più di quello che le abbiamo donato, e continua a renderci. Dal 1882 ad oggi, vale a dire da quando furono occupate successivamente Assab e Massaua, lo Stato italiano spese per la Colonia Eritrea oltre quattrocentosettanta milioni di lire, ma in tale somma sono comprese le spese della occupazione, le spese militari ordinarie e quelle straordinarie delle campagne di guerra 1887-88 e 1895-96 ascendenti in complesso a lire 372,639,092.54. Come si vede non si tratta adunque di una somma enorme per una colonia che si presenta come porta avanzata dell’Abissinia; con un porto centrale che può essere il più sicuro, il più ampio del Mar Rosso; con un sottosuolo promettente, appena assaggiato e con mezzi inadeguati alla necessità della messa in valore; con una popolazione che oramai ha in tante battaglie suggellato col sangue il suo attaccamento all’Italia; con un territorio che leggi saviamente modificate e regimi più consoni alla necessità e tradizioni sue, potranno mettere in valore; con la costa dell’Arabia di contro, aperta a tutti i traffici, sorridente d’inviti; con la Etiopia che attende dai commerci e dall’agricoltura la valorizzazione delle sue naturali ricchezze.
■ LA SOMALIA corse il rischio di essere avvolta in una fitta rete di torbidi dagli avvenimenti che, in seguito alla guerra mondiale, si verificarono nel Giuba, nell’Etiopia, nei sultanati di Obbia e dei Migiurtini, per colpa degli elementi perturbatori nemici provenienti dall’Arabia e dal campo del Mullah.
■ Nella notte dal 2 al 3 febbraio 1916 un forte gruppo di Aulian, guidati da Abduraman-Mursala, verosimilmente spinti da agenti e da denaro nemici, attaccarono il posto inglese di Serenli, incendiarono l’abitato e determinarono un movimento insurrezionale in tutto il Jubaland. Il governo del protettorato britannico inflisse la meritata punizione agli Aulian, quando credette giunto il momento opportuno, con la rioccupazione di Serenli, nell’agosto-settembre 1917. Verso la fine di gennaio 1918 gli Aulian decisero di arrendersi agli Inglesi e il loro capo Abduraman-Mursala fuggì verso il nord tra gli Ogaden in Abissinia.
■ Il governo della nostra colonia, secondo le direttive del ministero, predisponeva un’attiva ed occulata vigilanza: adottava i necessari provvedimenti politico-militari per impedire il passaggio sulla riva nostra degli Aulian e prevenire gli effetti della rivolta sulle nostre popolazioni rivierasche; e faceva rispondere ad Abduraman-Mursala, capo dei ribelli Aulian, che non si sarebbe mai permesso il transito delle sue genti nel nostro territorio.
■ In seguito al colpo di stato di Addis-Abeba, si ebbe a notare nelle regioni dell’alto Giuba e dell’alto Uebi, confinanti con la colonia, una maggiore attività nel movimento fomentato da agenti nemici con centro nel campo del Mullah e guidato sul posto dallo sceicco Mohammed Jusuf.
■ Questi, sostenuto da seguaci fanatici, avea cercato di creare una agitazione, facendo proseliti ed attirando nel movimento le due importanti giamie (centro religioso) di Dimtu ed Ellaan.
■ Questa agitazione, che avrebbe potuto avere ripercussione in colonia (Lugh-Bardera ed Oddur), fu neutralizzata dall’azione del governo svolta a mezzo di Sceicchi influenti e capi di giamie importantissime; e finì per fallire completamente, allorché Degiac Bajanè inflisse con le sue truppe una severa lezione allo sceicco Mohamed Jusuf e alle sue orde armate, sconfiggendolo nell’agosto 1917 negli Arussi presso Magalo, dove è stabilita una agenzia commerciale italiana.
■ Per paralizzare l’agitazione degli Ogaden venne contrapposta l’azione delle cabile ostili ai dervisci, situate oltre il confine della colonia, — specialmente di quella degli «Sciaveli», per gettarle contro le tribù mulliste, ed in particolar modo contro quella dei Bagheri come avvenne il 7 marzo 1917 in un forte attacco, —, e l’azione armata dei due Sultani di Obbia e dei Migiurtini, nostri protetti.
■ La spedizione compiuta verso la fine dicembre 1917 contro un gruppo di dervisci al confine nord-est della nostra colonia, alla quale parteciparono circa quattromilacinquecento armati del Sultano di Obbia e (con azione separata ma convergente) circa quattrocento armati di nostre bande, inflisse ai dervisci gravissime perdite in uomini e bestiame ed una parte della grande Cabila dei nostri Auadle, che si era da tempo unita ai dervisci, li ha abbandonati, disgregandosi e ritornando a noi, con la consegna delle armi.
■ Nonostante tutti questi avvenimenti nelle regioni che circondano la Somalia Italiana la tranquillità non è stata turbata; e la situazione politico-militare, può dirsi ottima.
■ Anche la Somalia — colonia che dimostra praticamente i grandi benefici della politica di conciliazione e di penetrazione pacifica — ha dato, durante la guerra, un contributo notevole alla madre patria. Oltre ad una considerevole quantità di bovini, granturco, fagioli e pelli (che raggiunsero nel 1916-17 circa quintali sedicimila per il valore di 3 milioni e mezzo con destinazione ad Aden, Italia, Zanzibar e Stati Uniti) è stata continua la spedizione di dura per le necessità dell’Amministrazione della guerra. Nel 1917 ne furono spediti 15 mila quintali nel Regno per le amministrazioni belliche. Nel primo trimestre del 1918 ne furono mandati 10 mila quintali in Eritrea e si preparò la spedizione di altri 40.000 quintali.
■ La Somalia è tuttavia suscettibile di una migliore valorizzazione agricola, e questa deve essere essenzialmente imperniata sul lavoro della mano d’opera locale nella terra di sua proprietà, e sul suo naturale accrescimento, che può sperarsi sempre più notevole in dipendenza della tranquillità della colonia, man mano che cresce il benessere fisico ed economico delle popolazioni.
■ L’agricoltura nel Benadir deve fare inoltre grande assegnamento sui mezzi di lavorazione meccanica perché ben pochi territori si prestano così mirabilmente alla lavorazione meccanica come quelli del Giuba e dello Scebeli, essendo terreni uniformemente pianeggianti, senza un ciottolo, senza alberi o altri ostacoli.
■ Secondo i calcoli più autorevoli la Somalia conta circa un milione di bovini, 300 mila cammelli e 200 mila ovini. Tali cifre possono forse essere alquanto diminuite dopo le forti epidemie di peste che hanno decimato le mandrie dei bovini e che vi infierivano ancora in questi ultimi tempi. Il quantitativo esistente sempre considerevole ha ad ogni modo possibilità e probabilità di non lieve incremento.
■ Un mezzo efficacissimo per intensificare la produzione agricola nella Colonia sarebbe senza dubbio la costruzione delle opere idrauliche e d’irrigazioni sull’Uebi-Scebeli, la cui portata media dell’alto e medio corso è rispettivamente di 200 e 100 metri cubi al secondo.
■ La condizione favorevole in cui si trovano le regioni rivierasche, per vari tratti, nei quali il fiume corre pensile fra di esse, rende attualmente possibile l’irrigazione durante il periodo delle piene, là dove esistono già, per cura degli indigeni, opere, per quanto primitive, di arginatura e di canalizzazione.
■ Ma poiché la disponibilità delle acque è maggiore a monte che non a valle, chiara apparisce la convenienza assoluta che le nuove opere d’irrigazione sorgano in regioni dell’alto e del medio Scebeli; tanto più che in esse più densa è la popolazione agricola, la sola che si adatti alla coltivazione dei campi. Le opere di canalizzazione per la irrigazione non rappresenterebbero, almeno nei primi tempi, alcun onere di spesa per lo Stato, poiché sarebbero nella massima parte fatte a cura delle popolazioni.
■ Recentissime esperienze, fatte fare dal governo della colonia, inducono a ritenere possibile tecnicamente, e conveniente dal punto di vista economico la navigazione dell’Uebi-Scebeli, almeno durante tutto il medio corso e la parte inferiore dell’alto.
■ La messa in valore delle terre fertilizzate dallo Scebeli dovrebbe procedere di pari passo collo sfruttamento di quelle egualmente ricche che il Giuba bagna lungo il suo corso tortuoso, sopratutto nel suo ultimo tratto, che costituiscono la Goscia.
■ La rete stradale esistente in colonia ha uno sviluppo complessivo di chilometri 1870, di cui 1410 già utilizzabili, e 460 in corso di costruzione. La camionabile da Mogadiscio a Lugh, permette di percorrere la distanza esistente fra le due città in sole 15 ore! Le due grandi reti costruite portano da Magadiscio a Lugh, a Buloburti, ad Uddur, ed a Brava. Sono importanti, in rapporto alla navigabilità dello Scebeli ed alle opere idrauliche per irrigazione la grande camionabile Mogadiscio, Afgoi, Balad, Mahaddei, Buloburti e la trasversale in via di costruzione che da un punto della grande arteria di Mogadiscio-Lugh si allontana per raggiungere Bardera sul Giuba. Ai servizi delle comunicazioni e dei trasporti viene provveduto a mezzo di autocarri, di carri a traino animale e di carovane di cammelli.
■ Al 1° giugno 1918 si costituì con sede in Brava, la Società Anonima «Sindacato per l’industria, il commercio, e l’agricoltura nella Somalia Italiana» con capitale di lire 3.000 000 (emesso e versato 1.000.000) per esercitare il commercio fra la Somalia, l’hinterland, l’Italia e l’estero; e l’industrializzazione dei prodotti locali: della pesca, dell’agricoltura e della localizzazione.
■ Allo scalo di Brava — quello che, dapprima, parve il più adatto per la costruzione di un porto — fu eretto un lungo pontile costrutto parte in scogliera e parte con struttura a giorno in tubi di ferro e cemento, che congiunge la terra ferma agli scoli detti Scillani, con una spesa complessiva di circa un milione e mezzo.
■ Ulteriori e più accurate osservazioni della costa benadiriana inducono a ritenere che sia possibile far sorgere un porto anche a Mogadiscio. L’avventura del piroscafo austriaco «Joseph Agosyth» (che, rifugiatosi a Mogadiscio nell’agosto 1914, poté essere messo al ridosso, dopo scaricato il carico, in quello specchio acqueo e rimanervi ancorato al sicuro anche durante il più forte del monsone di sud-ovest) venne a dar maggior forza alla accennata convinzione.
■ In attesa che lo sviluppo dei traffici della colonia giustifichi, e renda necessaria, la spesa per la costruzione di un porto, si pensa di migliorare in base agli studi recentemente fatti e con una somma di lieve entità (circa trecentomila lire), gli accessi allo specchio acqueo e le operazioni di carico e scarico. Il ministro Colosimo ritiene che quanto prima si potranno ottenere i mezzi necessari per iniziare la ferrovia che partendo da Mogadiscio, e passando per Afgoi-Uanle-Buracaba, raggiunga Baidoa.
■ La forma di imposta che più di ogni altra sarebbe applicabile nella Colonia, è il tributo collettivo sulle cabile già felicemente applicato in altre Colonie e che apparve anche in Eritrea una imposizione semplice, comoda, non sgradita alla popolazione indigena. Tale tributo, non solo non presenta dal punto di vista tecnico gravi difficoltà di applicazione, ma anche dal punto di vista politico si presta convenientemente bene, adattandosi alla costituzione sociale dei somali, organizzati in rer e cabile e imperniata su forme di proprietà collettive.
■ Con decreto dell’agosto 1917 si fece concedere alla «Banca d’Italia» la facoltà d’instituire una filiale a Mogadiscio; il Consiglio superiore della Banca, su proposta di Bonaldo Stringher, deliberò l’istituzione della filiale nella Somalia e la grande assemblea degli azionisti plaudì all’attività che la «Banca d’Italia» va esplicando nelle nostre colonie.
■ Giova infine notare che il vasto territorio della penisola dei Somali non è ancora rivelato completamente alla geografia. Occorre quindi completare l’opera iniziata da Pietro Sacconi (1882-83), dal Conte Carlo Porro (1886), dall’ing. Brichetti Robecchi (1890-91), da Baudi di Vesme (1890) e Candeo (1891), da Eugenio Ruspoli (1891-92-93), dal capitano Vittorio Bottego nelle due memorande spedizioni del 1892 e del 1896 — l’ultima assieme a Vannutelli e Citerni — dal capitano Ugo Ferranti (1892-93), e da Antonio Cecchi (1896).
■ Una missione italiana scientifico-economica dovrebbe quindi, appena sarà possibile, risalire l’alto corso dell’Uebi-Scebelli dal punto ove passa la linea di frontiera fra la Somalia italiana e l’Etiopia, fino all’origine; perché alle gloriose esplorazioni del Giuba e dell’Omo — compiute da viaggiatori italiani sotto gli auspicii della tanto benemerita Società Geografica — deve aggiungersi quella di questo fiume tanto importante per l’avvenire economico di questa nostra colonia.
■ Come si vede, durante l’imperversare dell’immane conflitto, il nostro governo non avrebbe potuto fare più e meglio di quello che fece per garantire la sicurezza delle nostre colonie, il loro sviluppo economico ed il massimo contributo ai bisogni della madre patria. Il prestigio che ci siamo assicurati presso gli indigeni partecipando all’immane lotta, seguendo con somma cura gli avvenimenti africani e quelli dell’Arabia, inviando un nostro contingente a conquistare Gerusalemme assieme ai nostri valorosi alleati, dando un grande sviluppo agli studi coloniali nell’Istituto Orientale di Napoli, non potrà a meno di essere fecondo di ottimi risultati, specialmente dopo la pace. La guerra mise e mette sempre più in evidenza l’importanza delle colonie e l’Italia, al pari delle nazioni che lottano col maggiore entusiasmo per il trionfo della civiltà, non tralascia di far tesoro di questi utilissimi insegnamenti.”



