(Dopo la Mostra di Milano – Constatazioni e progetti)
Da La Donna, Anno XIII, N. 291, 15 marzo 1917.
Di Maria Tanini.
” ■ Allorché Raffaele Majetti nel novembre del 1915 deplorava nel suo periodico Per la difesa sociale l’esiguità irrisoria della produzione nostrana del giocattolo, e ne dimostrava con evidenza di cifre e con efficacia di argomenti la umiliante e improvvida negligenza, tracciando insieme il programma per una rivincita doverosa e imperiosa, nessuno, all’infuori di alcune personalità, aveva manifestata la necessità morale ed economica di liberare il nostro Paese da un’invasione del prodotto straniero. Senza dubbio in animo di ogni fabbricante italiano, senza dubbio nelle aspirazioni unanimi, ma non ancora orientata e definita, questa necessità di rivendicare l’industria de’ balocchi, si affacciò da prima timida e indecisa per imporsi a poco a poco, avvivata dall’idealità: come un obbligo nazionale.

■ «Fu la guerra a sovvertire tutti i valori ed a rivelarne dei nuovi», aveva detto il giudice Majetti, ed a questo proposito parmi significativo riportare quanto l’ing. Facchini ebbe a scrivermi tempo addietro: «Al primo scoppio delle ostilità di questa inaspettata guerra, prima che l’Italia vi entrasse, appena si iniziò quel periodo di rivelazione impressionante delle nostre manchevolezze e sopratutto del greve giogo straniero che prepotentemente dominava ogni nostra iniziativa industriale, l’idea dell’industria del giocattolo, come quella di un’altra qualunque forma di redenzione dai legami d’oltr’Alpe, risorse in me irresistibile; così che ritrovato l’artista (il Marzuttini) che mi aveva colpito anni addietro per la multiforme sua genialità che parevami fatta apposta per inventare giocattoli, lo levai di botto dal suo studio di pittura e lo chiusi in un laboratorio chimico pieno di fiale misteriose, di attrezzi strani, di roventi crogiuoli… E li si iniziò una serie di studi, una sequela di esperienze a base di fare e disfare (e purtroppo più disfare che fare)».
■ È noto come nelle maggiori città d’Italia e in alcuni piccoli centri industriali (Donna se ne è occupata) sieno fiorite numerose e fervide iniziative; ed abbiamo altresì veduto affermarsi in pochissimo tempo, come per miracolo, que’ primi tentativi, che avevano fatto sorridere gli infingardi, e gli scettici di professione. Le due Mostre, quella regionale di Udine e, l’altra più significativa, più sintetica a Milano, co’ loro banchi rigurgitanti e ricchi di giocattoli nostri, furono una rivelazione e segnarono l’avvento di una vittoria su noi stessi.
■ Chi aveva mai fatto caso prima della guerra ai giocattoli che pur si fabbricavano in Italia? «Come, si fabbricavano giocattoli anche in Italia?» avrebbe potuto chiedere qualcuno poco fa.
■ Sarebbe inutile ridire l’entità dell’importazione tedesca nel nostro Paese, inutile poiché più e più volte è stato scritto in proposito su Riviste (Donna avanti tutte), su giornali quotidiani e letterari, ed anche increscioso sarebbe ora l’insistere ad esaltare lo zelo altrui, quando possiamo invece occuparci con orgoglio e soddisfazione di ciò che si vien facendo in casa nostra.
■ Non v’è negozio di giocattoli, io credo e spero, che non sia ora fornito di giocattoli nazionali ed ognuno può così persuadersi che i nostri fabbricanti hanno sorpassata in breve ogni aspettativa del pubblico, dando prova di tale serietà di propositi e di intenti, da far prevedere alla nascente Industria risultati brillanti e cospicui.
■ Che cosa di più possono desiderare i nostri bambini? A tutto si è provveduto perché la loro sensibilità inconscia non sia urtata da immagini estranee: soldatini di piombo e di legno che ricorderanno la nostra Santa Guerra e coi loro equipaggiamenti daranno una visione di patriottismo sano e finalmente ispirato da soggetti e da paesaggi rispondenti alla realtà, e improntati ad uno spirito puramente italiano. Questo specialmente ha procurato l’Ing. Fachini ai suoi perfetti esemplari in miniatura, che sono prova confortante.
■ Espressione, naturalezza ed eleganza hanno invero ricercato in molti tipi di giocattolo, i nostri fabbricanti, non trascurando la solidità e la praticità per quelli a minor prezzo, si che il prodotto nazionale possa corrispondere alle esigenze di buon gusto de’ nostri bambini e possa essere ad un tempo accessibile a tutte le borse. Oltre ad aver cercato il possibile, più del possibile, per emancipare il nostro mercato dall’importazione straniera, molto faranno ancora onde non essere più tributari delle industrie estere, nemmeno per la materia prima; così Majetti si preoccupa di comporre parrucche per le bambole, altri cerca di fabbricare occhi e riflettano l’azzurro del nostro cielo perché le pupattole abbiano un’espressione purissima di italianità; Fachini sperimenta la fibra e tenta il giocattolo meccanico, le industrie femminili foggiano sete, velluti, stoffe e cuoio nella lavorazione di animali e di fantocci; a Gemona si intagliano e si costruiscono giocattoli col legname de’ nostri boschi, a Venezia si copiano i modelli delle brillanti marionette italiane raccolte nel Museo Correr; nel Friuli si intrecciano vimini; in Sicilia v’è chi risuscita personaggi leggendari, in Sardegna chi lavora sughero, cartone e riproduce col cubismo ambiente e costumi; e ovunque, da un capo all’altro della Penisola, da Roma a Siena, da Milano a Napoli, da Udine a Firenze, da Bergamo a Fossombrone, rivivono e si rinnovano le an- tiche tradizioni, non sopraffatte nè dal tempo, nè dagli eventi.

■ Il giocattolo è un mezzo d’istruzione e deve risvegliare rappresentazioni esatte, educare il senso estetico nei bambini, per ciò deve essere conformato alle esigenze del mondo piccino: «I giuochi dei fanciulli non sono scherzi», diceva Montaigne, e «La ricreazione ha un’importantissima funzione nella vita individuale e sociale», soggiungeva Richard B. Cabot, facendosi eco delle asserzioni di pedagogisti e maestri che del fanciullo si sono ampiamente e profondamente occupati.
■ Ora è compito degli Italiani di incoraggiare i nostri fabbricanti ed è doveroso e patriottico che ognuno dia preferenza al balocco nazionale e lo esiga nell’interesse comune, poiché tanto maggior sviluppo prenderà la produzione, tanto maggiore sarà la sua perfezione e il suo buon mercato. A Milano, in questi giorni, è stata votata la costituzione di un Consorzio Italiano per lo sviluppo dell’industria del giocattolo, affinché ogni iniziativa sia coordinata, ogni sforzo disciplinato, e dalla solidarietà fra industriali produttori e commercianti, tragga auspici la novella industria. Stabiliti quindi i canoni per organizzare la produzione vedremo impiegata una varietà considerevole di energie; a questo proposito Majetti (e come non pensare a lui?) «non crede necessaria una scuola speciale come quella di Turingia», ma aggiunge che «invece gli italici signori artisti, pittori, scultori, maestri, professori di disegno dovrebbero degnarsi di porre parte al servizio del giocattolo». E non soltanto si lamenta de’ nostri artisti, ma li esorta e li impegna, dichiarando: «Comprerò subito disegni e modelli di giocattoli di costruzione non complicata. Mi occorrono specialmente teste di bambole le quali rispecchino la femminilità italiana: la bambola che nella geniale varietà dei tipi sia non soltanto segno nuovo di puro nazionalismo, ma ancora squisitissimo documento di quei costumi smaglianti che nell’originalità loro, non ancor dispersa dalla moda uguagliatrice ci ricordano le belle caratteristiche storiche nostre regionali. Costumi ai quali il valore dei nostri soldati ne viene aggiungendo nuovi: per esempio quello di Castel Tesino, donde essi sradicarono i tentacoli linguistici del Tiroler Volksbund». Chiede inoltre a coloro che son rimasti fedeli «a questa vivente tradizione famigliare e municipale disegni, cartoline illustrate, notizie.

■ Grazioso modo invero, per conoscere i costumi pittoreschi, le semplici leggende delle nostre Regioni: attingere dagli antichi modelli popolari, e renderne il carattere paesano per creare imagini di vita che dieno al giocattolo un’impronta italiana!
■ La più alta e significativa impronta di italianità, l’industria del giocattolo la trae dall’epoca stessa in cui è risorta, trovando le sue propaggini nella pietà e dovendo le sue origini ad un Apostolo dell’umanità.
■ Fin dal 1909, Raffaele Majetti aveva impiantato nel suo Rifugio un «Laboratorio di giocattoli» (istituzione unica nel suo genere), per dar lavoro ai minorenni traviati, per redimere una categoria di sventurati vittime della degenerazione e della turpitudine. Nel Rifugio e nei Laboratori annessi al Carcere, l’«industria del giocattolo» dà un profitto magnifico, perché buono è l’ambiente, sotto la vigilanza continua che non sopprime la fiducia in sé stessi. La forma poi e il modo del lavoro, lieve e giocondo, comportano che i ricoverati diventino a poco a poco, fabbri, meccanici, decoratori, plasticisti, sviluppando quelle tendenze in base a cui hanno scelto liberamente l’uno o l’altro dei mestieri e che, riaffermate, apriranno la via della loro indipendenza».
■ E perché appena scoppiata la guerra si sono aperti laboratori privati di giocattoli e dove specialmente? Là dove maggiormente la disoccupazione e l’inerzia avrebbero accresciuto il numero di coloro che la guerra con le sue multiforme spire ha travolto e disorientato: a Udine, a Venezia, a Torino, a Milano, a Firenze, a Roma, e altrove, nobili cuori di donna hanno provveduto teneramente a render meno gravoso il problema della vita a migliaia di creature, di altre donne disoccupate e dolenti. Negli Ospedali di Roma, di Moncalieri, di Milano, in corsie bianche e mistiche e in altre precipitosamente improvvisate, dove il ritmo della vita si allenta fatale o si rinvigorisce, dove Morte e Risurrezione si alternano in una tragica vicenda di gemiti e di sorrisi, là dove Carità si illumina, dove Speranza si avviva, dove Fede si infiamma, in una lampada votiva offerta al Dio della Patria sull’altare della Vita! Sotto la guida amorosa e tenera di creature elette, ora numerose schiere di convalescenti si indugiano giocondamente a costruire balocchi per i bambini d’Italia. Per la vostra gioia, bambini! Per il sorriso de’ piccoli, nati al domani, con una visione di orrore e di distruzione negli occhi increduli!
■ Voi, donne d’Italia, anche l’industria del giocattolo che di tante e disparate energie richiede l’impegno e la fusione, voi chiama come assidue cooperatrici. E voi, che avete trovato nella vostra squisita genialità e nel vostro puro istinto, la ispirazione per ridare vita e anima ad un’arte che, sopraffatta, fu negletta inconsciamente forse, voi che avete saputo guidare mani tremanti all’opera inusitata, voi che avete saputo lenire l’incubo de’ meccanismi sostituentisi agli arti sacrificati, sì da far obliare l’artifizio mercé una rieducazione pia e vigile, voi donne gentili, coglierete in un sorriso commosso di bimbo, il segno del vostro valore.”

