Da Sapere, Anno II, N. 47, 15 dicembre 1936.
Di M. Tibaldi Chiesa
” ■ Nella Scrittura si fa menzione di nove specie di divinazione:
1° la divinazione per mezzo dell’osservazione degli astri, chiamata Meónen da Mosè;
2° quella designata con la parola Menachesch, la divinazione degli auguri;
3° quella denominata Mecasceph, la divinazione per mezzo di pratiche occulte;
4° quella dei Bhober, o incantatori;
5° quella che interroga gli spiriti;
6° quella chiamata da Mosè, degli Judeóni, la magia propriamente detta;
7° la divinazione ottenuta con l’interrogare i morti, o necromanzia;
8° la divinazione per mezzo di bacchette e bastoni, o “rabdomanzia”.
9° la epatoscopia o ispezione del fegato.
■ Altre divinazioni sono ancora quelle ottenute con l’interpretazione dei sogni, dell’acqua, del fuoco, dell’aria, del volo degli uccelli e del loro canto, dei fulmini e dei lampi, delle meteore, della sabbia e della terra, della farina, delle frecce, delle piante, del fumo, dello specchio, delle figure di cera, delle voci, delle chiavi, dello staccio, degli anelli, degli ossicini, delle lampade, delle uova, dei visceri delle vittime, delle linee della mano, del cristallo, dei numeri. Gli uomini sono a volte felici, a volte infelici; questa felicità o infelicità può essere individuale o collettiva. Quando una calamità colpisce un grande numero di persone, se ne ricercano le cause, i presagi premonitori. Si tenta di penetrare il fitto mistero che circonda di tenebra la nostra vita, l’universo, il cosmo; lo stelo di un fiore come il capello di un bimbo. Il timore e la speranza, la fede e il terrore ingenerano l’arte sottile dei pronostici e delle predizioni, praticata da individui dotati di particolare sensibilità, intuizione e intelligenza, di origine nobile o semidivina; i quali procedono su questo terreno delicato e difficile, nel buio, le mani protese, a tastoni, guidati dall’istinto innato e dalla scienza acquisita, dallo spirito di osservazione, dalla facoltà dell’immaginazione, dallo studio delle analogie e dei contrasti, dalla memoria del passato e da un arcano presentimento del futuro dal volto ignoto, privilegio squisito di pochi eletti nell’infinita schiera degli umani. Si può dire in un certo senso che gli aruspici siano stati i precursori degli uomini di scienza sperimentale.
■ La serie delle testimonianze sulla divinazione, attraverso i secoli, è una serie innumerabile. E accanto alla credulità dei molti è stato tramandato lo scetticismo dei pochi, in ogni età e in ogni tempo. I re o i capi, costretti a sottomettersi all’autorità degli oracoli interrogati dal popolo ansioso, hanno spesso dato prove di un ateismo inveterato e di un profondo disprezzo dei sacerdoti e dei loro consigli. Ettore diceva di non far caso del volo degli uccelli; Cesare aveva per motto “Sperne minas“; Annibale disprezzava gli indovini; Cicerone non risparmiava i suoi sarcasmi agli auguri, agli aruspici, agli oracoli; sempre il sospetto intorno all’abuso e alla soperchieria si è fatto strada, accanto al riconoscimento innegabile del possesso di certe conoscenze superiori e di certe facoltà arcane, da parte di individui eccezionali. (Il verus haruspex, diceva Properzio, doveva essere esperto in tutte le arti, anche in quella dell’amore.)
■ Difficile cosa, scrive Alfred Boissier nel suo interessante libro sulla MANTICA BABILONESE e MANTICA ITTITA (Librairie orientaliste Paul Geuthner, Paris), è «formulare una definizione precisa della divinazione. È una conoscenza di ordine superiore, un medium diretto o indiretto attraverso il quale gli uomini hanno una rivelazione della volontà divina, secondo cui orientano le loro imprese come i marinai sono guidati dalla bussola». I segni domandati, “impetrativi”, e i segni imprevisti, “oblativi” avevano pari importanza nelle predizioni e nelle susseguenti deliberazioni, nelle inchieste e nelle successive espiazioni. La mantica era la base della saggezza religiosa e per mezzo della mantica si manteneva il contatto permanente tra i mortali e gli immortali. Torna a mente la parola di Eraclito, come sempre ammantata di una tenebra folgorante di lampi: «Mortali immortali, immortali mortali, vivono la loro morte, muoiono la loro vita.»
■ È interessante osservare i punti di contatto nelle credenze religiose e nelle pratiche divinatorie dei varii popoli separati dal tempo e dallo spazio: ciò deriva dal desiderio comune di scostare un poco almeno i veli che ricoprono il volto ignoto della sorte, del futuro; dai tentativi comuni di mettersi in rapporto con la divinità; dalle comuni speranze di riuscire a stornare pericoli e sventure. Il Cristianesimo ha sferrato sin dall’inizio i suoi attacchi contro
la potenza politica e religiosa degli auguri e degli aruspici. «Perchè — scrive il Boissier — se la divinazione antica e la dottrina cristiana si propongono l’una e l’altra la ricerca di Dio, le loro strade divergono.»
■ L’una tenta Dio, l’altra lo “cerca”. Pascal ha fatto comprendere la distinzione fra “tentare” e “cercare” Dio: «I pagani pretendevano dalla giustizia divina ciò che solo la grazia può dare a quelli che la cercano sinceramente, attraverso i lumi del Vangelo.» La nona forma di divinazione menzionata dalla Scrittura è esaminata in particolare dal Boissier, in quanto essa era praticata dai Babilonesi e dagli Ittiti: è, come si è detto, la “epatoscopia”. Nel numero esiguo di monumenti figurati riguardanti le cerimonie divinatorie pervenuti fino a noi v’è uno specchio toscano di bronzo, che si trova a Roma al Museo Gregoriano. L’artefice ha sovr’esso finemente raffigurato il genio della mantica, Calcante. L’indovino, alato (è volato dall’Olimpo per un consulto urgente, probabilmente), sta esaminando con attenzione un fegato, che tiene, secondo la regola, nella mano sinistra. Il suo nome è scritto da un lato in caratteri etruschi: Chalchas. Se infatti la culla delle scienze che studiano i rapporti fra i fenomeni terrestri e i fenomeni celesti con gli eventi della storia è da ricercarsi nella Caldea, oltremodo interessanti si sono rivelate le ricerche sui libri sacri dell’Etruria. Gli Etruschi erano assai esperti e profondi nella scienza dei presagi, nella magia, nell’aruspicina. E i sacerdoti etruschi si contrappongono ai sacerdoti caldei di Sippar, la città ove il re Enmeduranki fondò l’ordine degli indovini prima del diluvio universale.
■ Possediamo un fegato d’argilla babilonese (al Museo Britannico), sul quale è inciso un testo divinatorio studiato dal Boissier (NOTA SU UN MONUMENTO BABILONESE RIFERENTESI ALL’EXTISPICINA, Ginevra, Soc. An. Arti Grafiche) e da lui confrontato con un fegato di bronzo etrusco (rinvenuto nel 1877 negli scavi presso Piacenza) di natura fatidica, tutto costellato di nomi divini. Un altro fegato ittita proveniente da Ninive si trova al Museo di Berlino. Il montone era la vittima abituale, l’hostia consultatoria per eccellenza; e sul suo fegato i sacerdoti iniziati erano in grado di leggere i segni divini. Nei modelli a noi pervenuti la struttura del viscere è schematizzata: il fegato etrusco di Piacenza ha una conformazione che più si avvicina a quella di un fegato naturale. Il lobo di Spiegel, processus caudatus, ha una parte preponderante nell’extispicina (esame dei visceri): esso si drizza come una piramide, onde la sua denominazione di processus pyramidalis. A sinistra sta il processus papillaris, nel lobo destro si staccano la vescichetta e i canali biliari. La vena cava non è nettamente caratterizzata nella regione superiore: una depressione corrisponde all’incisura umbilicalis. Su questi modelli di fegati si trovano incise alcune frasi brevi, messaggi divinatori e responsi oracolari, in quello stile conciso caratteristico del linguaggio degli oroscopi di tutte le epoche. Interessante è osservare che il recto del fegato etrusco è diviso in 16 compartimenti ineguali, racchiudenti nomi di divinità. Il numero 16 (4X4) era il numero delle regioni in cui si divideva il cielo etrusco. Plinio ci ha tramandato (libro XXXVI, cap. XIX) che questo numero fatidico era quello dei “nomi” nel labirinto d’Egitto. Il Deecke (v. ETRUSKISCHE FORSCHUNGEN, Stuttgard 1880) considerava il fegato di Piacenza come l’immagine di un tempio toscano: l’ipotesi di un labirinto, secondo il Boissier, non sarebbe da scartare.
■ Il fegato del Museo di Berlino, scoperto nella capitale degli Ittiti, reca un testo bilingue accadico e ittita, di una terminologia immaginosa, tipica degli aruspici, con presagi di eventi futuri, guerra, di malattia, di guarigione.
■ Non bisogna dimenticare l’importanza della destra, nei riguardi del fegato: il lato destro è sempre il lato fortunato, di buon auspicio, e il lato sinistro è sempre il lato sfortunato, di cattivo auspicio. Questo valeva anche per gli oroscopi tratti dal volo degli uccelli. Ricordiamo la sinistra cornix, la cornacchia infausta, di Virgilio. Presso gli Arabi l’antica credenza vive tuttora. Il fegato, l’organo di destra per eccellenza, aveva quindi nel corpo una importanza particolare agli occhi degli iniziati.
■ Esso era il santuario ove gli dèi deliberavano, il libro in cui scrivevano i loro oracoli. Forse il racconto di Daniele (V) cela un consulto di aruspicina: il «Mane, mane, tekel Upharsin» era forse scritto primitivamente su un fegato. Nella disciplina augurale di Babilonia si parla del dito del fegato: gli scrittori, che più non comprendevano l’antica dottrina, fecero appello a una mano, che tracciava su un muro la fatidica iscrizione.
■ I modelli di bronzo e d’argilla trovati in Italia, in Asia, a Babilonia servivano probabilmente per l’insegnamento delle discipline occulte nei cenacoli sacerdotali.
■ I fenomeni celesti e terrestri si mettevano in correlazione coi segni negli exta (visceri), coi presagi nei sogni: e secondo certi patti stipulati con la divinità si stabilivano i riti propiziatorii ed espiatorii. È curioso, osserva il Boissier, come «in questo universo instabile, il microcosmo che è l’essere umano, in quanto recante in sé stigmate corporali, si trova ad essere l’artefice del suo proprio destino». Lo studio delle pratiche divinatorie ci fa penetrare nei conciliaboli secreti dei sacerdoti, nelle deliberazioni degli alti dignitari e dei capi della milizia, ora fedeli servi del re, ora fomentatori subdoli di congiure e di rivolte. È quasi un’iniziazione alla vita ufficiale e intima di quelle antiche genti, sconvolte a quando a quando da cataclismi immani, guerre, epidemie, incendi, carestie, rivoluzioni. Ci troviamo di fronte alle angosce di quei popoli smarriti, alle svolte del destino. E i responsi degli auguri sembrano scandire col ritmo solenne del loro metro anche il battito precipitoso dei cuori angosciati, nel petto dei mortali ignari della loro sorte.”




