Da Il Giardino di Esculapio, Anno VII, N. 3, giugno 1934.
” ■ I medici hanno parte a tutto, in grande: col Toscanelli preparano Colombo alla scoperta dell’America, con Copernico fanno la rivoluzione cosmica; e nessuno ignora che l’amplificatore dei cieli, Galileo, studiò medicina.
■ È stato ricordato recentemente il posto che un altro medico, Panfilo Castaldi, tiene nelle origini della tipografia. In un periodo di esaltazione nazionale, durante il secolo scorso, il Castaldi fu anzi proclamato il vero inventore dei caratteri mobili, cioè della tipografia che doveva con l’andar del tempo dare una nuova impronta alla civiltà moderna.
■ Giova ricordare la leggenda. Sulla fine del secolo XV il Sabellico, scrittore di storia veneziana per incarico della Serenissima, accennava vagamente alla invenzione della stampa come avvenuta in Italia, e un erudito tedesco, il Tritemio, negava in una sua cronaca questa opinione contrastante con la paternità germanica dell’invenzione. Cosicché sul principio del secolo scorso, rilevando in una storia di Feltre lasciata manoscritta da un frate del Seicento la notizia che il dottor Panfilo Castaldi di Feltre era il creatore della tipografia, i primi castaldiani la ricollegarono con quei primi cenni e argomentarono che, se il Sabellico aveva raccolta la voce dell’origine italiana dell’arte nuova e il Tritemio ne aveva combattuta la verosimiglianza, la voce e l’opposizione non potevano riferirsi che al Castaldi. È vero che mancava qualsiasi altra prova — per esempio testimonianze contemporanee di cronisti e opere stampate dal Castaldi —, ma si rispondeva che il frate del Seicento dichiarava di aver tratta la notizia da cronisti del Quattrocento e che le opere di questi erano andate distrutte nel sacco e nell’incendio di Feltre avvenuti per opera delle soldatesche imperiali nei primi anni del secolo decimosesto. Quanto alle opere tipografiche del medico, vedremo fra poco che cosa se ne possa dire.

■ La leggenda prendeva un carattere romantico nei particolari. Panfilo Castaldi viveva in patria tenendo scuola come il suo conterraneo, di parecchi decennii più vecchio, Vittorino da Feltre, maestro glorioso in Padova e specialmente in Mantova, dove fondò la Casa gioiosa, che è come un faro nella storia della pedagogia. Le prime notizie sembrano ignorare che il Castaldi era medico e ritenerlo dottore di leggi. Un giorno capitò a Feltre un certo Fausto Comesburgo, tedesco, il quale, voglioso di apprendere la lingua italiana, si stabilì in casa di messer Panfilo. Stabilitasi fra i due una buona familiarità, il maestro rivelò al discepolo una sua singolare trovata: la formazione di lettere in metallo, per mezzo di punzoni simili a quelli adoperati dai medaglisti e coniatori di monete; le quali lettere, unite in parole e allineate in pagine, permettevano di moltiplicare le copie dei libri, abolendo la lenta fatica dei copiatori di manoscritti. L’astuto tedesco vide tutto il profitto che si poteva cavare da quella trovata e, pratico ormai della lingua o piuttosto della ingenuità degl’italiani, si licenziò dal maestro e corse in patria, a Magonza, a far uso del segreto. Il povero feltrino rimase alle prese con le difficoltà locali e forse con l’insufficienza dei mezzi necessarii al rapido e clamoroso sviluppo della sua invenzione; Fausto promosse la stampa in Magonza e donò alla Germania un primato che costituiva un’usurpazione.
■ Un altro biografo trovò un episodio diverso, non sappiamo se in qualche precedente racconto o nella sua immaginazione: trovò che l’imperatore Federico III, tornando da Roma in Germania dopo l’incoronazione (il che avvenne nel 1452), fece sosta a Feltre, visitò la scuola del Castaldi, ascoltò da lui la spiegazione della trovata dei caratteri mobili, la giudicò molto interessante e se ne ricordò nel suo paese per farla mettere in pratica. E intanto il povero Castaldi languiva a Feltre. Quando poi morì (supponendo che tornasse a morire in patria) e precisamente nel 1475 (data che vedremo poi essere poco verosimile) i suoi concittadini presero a furore il torchio e gli altri suoi arnesi, credendoli cose diaboliche, e li bruciarono in quella stessa piazza dove circa quattro secoli dopo doveva sorgere il suo monumento.
■ Si noti che, secondo un’altra opinione, il vero inventore della tipografia sarebbe stato l’olandese Lorenzo Coster di Haarlem, al quale un garzone tedesco avrebbe rapito segreto e arnesi fuggendosene a Magonza; cosicché, da un lato o dall’altro, gli alemanni passerebbero per ladri.
Chi fu e che cosa fece il Castaldi
■ La storia è diversa; ma, per ciò che riguarda l’Italia, i castaldiani dell’Ottocento osservarono che quel Fausto Comesburgo rassomigliava evidentemente al maguntino Fust, socio di Gutenberg nei primi anni della tipografia, e che Fust poteva ben essere stato a Feltre e avervi appreso la novità in casa del Castaldi, superandolo poi in prontezza ed energia nell’uso della straordinaria invenzione, aiutato dalla capacità tecnica di Giovanni Gutenberg e poi del nuovo socio e genero Schöffer.
■ In verità, allo stato presente delle nostre conoscenze sulla questione, l’opinione dei castaldiani del secolo scorso è, se non proprio assurda, certo inverosimile. Gutenberg si occupò di stampa prima che entrasse in società col Fust, il quale intervenne nella combinazione soltanto come capitalista, e la storia di quel Fausto che si stabilisce proprio in Feltre a imparare l’italiano ha troppo l’aria d’una storiella. Esaminati più pacatamente i fatti e le ipotesi, bisognò venire alla conclusione che Panfilo Castaldi non fu l’inventore della tipografia o almeno che nessuna ragione probabile e solida conforta una simile supposizione.

■ Tuttavia, per quel poco che si sa di sicuro, rimane un fatto onestamente sostenibile, per non dire inconfutabile: che il medico Panfilo Castaldi fu il primo in Italia a occuparsi di tipografia, come fu il primo a stampar libri in Milano, e che nulla impedisce di ritenere ch’egli «rinventasse», come accadde ad altri, la tipografia sulle semplici notizie che si diffusero pel mondo, e principalmente in Italia, della invenzione avvenuta in Germania. E vediamo perché.
■ La data della sua nascita non è nota. Alcuni lo fanno nascere nel 1398, altri nei primi anni del secolo seguente — il che sembra più verosimile. Che studiasse ed esercitasse medicina risulta da documenti, sebbene non si sia ritrovata alla Università di Padova traccia della sua laurea. Sappiamo da un documento notarile del 1461 ch’egli era in quell’anno medico salariato, oggi diremmo medico condotto, nella città di Capodistria. In età già matura, anzi — per chi lo fa nascere sessantatre anni prima — già sulla soglia della vecchiezza, maestro Panfilo doveva aver lasciato la patria da tempo, ma non si sa se fosse andato a stabilirsi direttamente nella penisola istriana, terra della Serenissima come la sua città nativa, o se vi fosse pervenuto da altri luoghi e da altre condotte.
■ Un’altra notizia, anch’essa trasmessa da un frate, ch’era stato guardiano del convento francescano di Capodistria nel Settecento, ripeteva l’affermazione che il Castaldi aveva inventata la stampa e affermava che nel convento si conservavano, stampati da lui verso il 1461, un Responsorio di Sant’Antonio di Padova e un’Orazione alla Santa Sindone. Disgraziatamente i due cimelii non furono più trovati e gli anticastaldiani passarono anche questa notizia nella soffitta della leggenda. Peccato! Se c’erano stati veramente ed erano poi andati perduti, bisogna riconoscere che una specie di jettatura perseguitava il povero medico presso i posteri, come sembra che l’abbia perseguitato in vita.
■ Panfilo Castaldi, tre anni dopo il documento che ce lo presenta testimonio in un atto notarile nella città dov’era «fisico salariato», sperò di potersi ravvicinare al paese nativo concorrendo per il posto di medico del Comune a Belluno. Questo posto era vacante perché il preclaro dottore d’arti e medicina maestro Bortolasio Corbelani da Treviso stava per finire la sua «firma» e il Castaldi si affrettò a scrivere presentando la sua candidatura.
■ Il 12 luglio 1464 il magnifico podestà e capitano Leonardo Contarini fece riunire «more solito», cioè a suono di campana e voce di banditore, il Consiglio maggiore e ai quarantasette intervenuti propose la questione «de alio phisico docto et sufficienti conducendo». Riconosciuta la necessità del provvedimento, ser Damiano de Migliari propose che si eleggesse maestro Gregorio da Cesena, «cum sit vir peritissimus in scientia et pratica» oppure si eleggesse «magister Pamphilus de Feltro nunc salariatus in civitate Capitishistriae, cum ibi plurimas experientias fecerit et sit optimae famae». Ser Niccolò de Persigini propose la scelta fra maestro Gregorio da Cesena e maestro Gianfrancesco da Treviso, entrambi dottissimi. Ma ser Cristoforo Lovato fu del parere che si mettessero ai voti i nomi dei buoni medici di cui s’era già parlato nel Consiglio del maggio innanzi, e cioè Panfilo da Feltre, Benedetto da Castello, Graziadio da Venezia, Gregorio da Cesena, Gianfrancesco da Treviso, Giovanni di maestro Sigismondo, Filippo da Treviso. E il podestà e capitano, nonché i consoli, accettando questo suggerimento, stabilirono che si procedesse per votazione sui nomi sopra indicati, cominciando con maestro Panfilo da Feltre: i favorevoli ponessero le palle nel bossolo rosso, i contrarii nell’altro.

■ E il nostro Castaldi ebbe ventuno voti favorevoli e ventisei contrarii. Neanche quella volta ebbe fortuna. Maestro Gregorio da Cesena, invece, che già dalla discussione precedente appariva il favorito, ebbe soltanto tre voti avversi, contro quarantaquattro favorevoli. Il più disgraziato di tutti fu maestro Graziadio da Venezia, che ebbe soltanto sei «ballotas affirmativas». Così il medico romagnolo conseguì la nomina per tre anni, con un salario annuo di mille lire, e al medico feltrino rimase la soddisfazione, anche se piuttosto magra, d’aver ricevuto dopo di lui e alla pari con maestro Gianfrancesco da Treviso il maggior numero di voti favorevoli. A ogni modo, niente Belluno.
■ Alcuni anni dopo Panfilo Castaldi è a Venezia, arrivatovi non si sa se prima del tedesco Giovanni da Spira, che v’iniziò la tipografia nel 1469, o poco dopo. Le notizie a questo riguardo non sono precise, quel che si sa è che non potendo per una ragione o per l’altra fare il tipografo a Venezia (probabilmente perché il privilegio era già stato concesso al tedesco o magari perché il tedesco, proveniente dal paese dell’arte nuova, gli fu preferito), rivolse il suo pensiero a Milano, dove il campo era ancora libero.
La tipografia milanese sotto il segno di Esculapio
■ Bisogna notare che il primo segno della possibilità d’iniziare l’esercizio della nuova arte nella capitale del Ducato sforzesco appare col nome d’un medico. Era destino che la tipografia milanese sorgesse sotto gli auspicii d’Esculapio. L’anno stesso che Giovanni da Spira cominciava a lavorare in Venezia, il medico Antonio Caccia da Ceresole s’impegnava col nobile Galeazzo Crivelli di venire a Milano a impiantare una tipografia. Ma, non si sa per quale ragione, maestro Antonio non impiantò nulla e la concessione fu data l’anno seguente a un altro medico, maestro Antonio Pianella, che doveva venire da Venezia e che era «nel trascriver libri in metallo o, come volgarmente si dice, in forma, uomo valente e sapiente».
■ Qui c’è un punto oscuro. Neanche del Pianella si sa più nulla e da Venezia arriva invece il terzo medico, maestro Panfilo Castaldi. Fu egli per un momento socio del Pianella, che d’accordo con lui chiese e ottenne il privilegio e a lui lo lasciò, o subentrò sollecitamente al Pianella ritiratosi, appena seppe che il posto di tipografo rimaneva ancora vacante a Milano, con migliori auspicii di quello di medico salariato a Belluno?
■ Fatto è che maestro Panfilo era nel 1471 a Milano non come medico (sebbene nulla escluda ch’egli abbia allargato il bilancio anche esercitando la vecchia professione nelle ore che gli lasciava libere la nuova) ma come tipografo privilegiato. Senonché il privilegio doveva avere la stessa limitazione stabilita in quello concesso all’altro veneziano suo socio o predecessore; e cioè: licenza, sì, di stampare, ma con riserva di considerazione per quegli stampatori che dimostrassero di saper fare di meglio.
■ C’erano a Milano nel 1471 almeno due altre persone che s’occupavano di tipografia: Filippo di Lavagna e Antonio Zarotto. Lo Zarotto, giovanissimo (aveva ventun anni), era un vero tipografo, che lavorava con le proprie mani e non si contentava di dirigere, come forse il Lavagna e come probabilmente il Castaldi; e questi lo prese con sé come collaboratore. Nell’ottobre di quell’anno, infatti, Antonio Zarotto, col fratello Fortunato e col prete Orsoni (che doveva essere il correttore), stipulava un contratto con un altro prete, in nome proprio e come procuratore «dello spettabile e sapiente dottore d’arti e medicina maestro Panfilo Castaldi», ancora domiciliato in Venezia, per stampargli trecento copie delle Epistole di Cicerone.
■ In queste condizioni, a ogni modo, i primi libri milanesi senza nome di tipografo uscirono dalla stamperia del nostro medico: per esempio il Festo — De significatione verborum — che si può considerare il primo libro stampato a Milano, e la Cosmografia di Pomponio Mela, che è il secondo.
■ Ma il Castaldi non aveva fortuna. Nella primavera del 1472 Cicco Simonetta, segretario di Galeazzo Maria Sforza, lo faceva chiamare al castello di Vigevano, dove la Corte si trovava, e lo persuadeva — con l’autorità di persuasione che ha chi può comandare — a rinunziare al privilegio e cedere il posto ad altri, perché ognuno potesse lavorare a stampar libri «per più commodità dei nostri citadini et subditi» — come disse poi in un documento ufficiale —; e il Castaldi capì che il meglio da fare era lasciare una città dove si sarebbe trovato a disagio di fronte a concorrenti vittoriosi e imbaldanziti e tornarsene a Venezia. Non è eccessiva la supposizione che lo Zarotto stesso e il Lavagna avessero brigato a Corte per liberarsi da quello «straniero»).
■ Così il fondatore della tipografia milanese si prese i suoi arnesi e le copie che gli rimanevano dei libri già stampati e rifece malinconicamente la via che aveva percorsa con tanto fervore di speranze. Era ormai già avanti con gli anni e gli venivano meno le forze per lottare intorno all’arte nuova, cui si era rivolto con tanta passione, primo probabilmente degl’italiani. D’altra parte una grande energia, un gagliardo spirito combattivo non doveva averlo avuto mai. Tornò all’arte vecchia: si rimise a far il medico.
■ Ed ecco, due anni dopo la sua partenza da Milano, lo ritroviamo involto in un curioso pasticcio con un collega, se è lui (e pare difficile che non sia lui) quel maestro Panfilo d’una corrispondenza fra Cicco Simonetta, sempre ministro di Galeazzo Maria Sforza, e Leonardo Botta ambasciatore milanese presso la Serenissima. Cicco scrive al Botta per raccomandargli gl’interessi d’un medico, certo Ruffenino della Gerola, in una questione in cui entrava maestro Panfilo. E il Botta rispondeva in un così scellerato italiano che non si riesce a capire quali fossero esattamente i termini della questione. Si sa che maestro Panfilo ha dato garanzia pel collega, si riesce a intendere che maestro Ruffenino deve dare e deve avere, ha degli obblighi e pretende essere in diritto di riscuoter danari, che a ogni modo la matassa è imbrogliata: il povero ambasciatore arriva a dire che la faccenda «de quello benedecto Magistro Ruffenino » gli ha dato briga per più della metà di tutte le altre sue occupazioni diplomatiche.
■ In questo pasticcio un particolare mette conto d’essere rilevato, come documento d’una curiosa maniera di esercitare la professione. Maestro Ruffenino — dice l’ambasciatore Botta — promise a un gentiluomo di guarirgli un figliuolo per certa somma di danaro, e di questa promessa fu fatto uno scritto, con la condizione espressa che il medico dovesse avere la somma a guarigione avvenuta. «E pare (diamo in forma ripulita il racconto del Botta) che il detto maestro Ruffenino lasciasse lo scritto in mano di maestro Panfilo e, insalutato ospite, se ne fuggisse di qua. E, avendo io voluto onestamente favorire questo suo scritto con dire che non è giusto che il povero medico abbia perso in tutto operam et oleum, mi è stato risposto che egli ha più deteriorato che sanato l’infermo, il quale è più infermo che mai».
■ Maestro Panfilo aveva dato garanzia pel collega, non si capisce bene se in altro affare o in questo del malato: nel secondo caso bisogna supporre che il contratto di cura considerasse una responsabilità finanziaria da parte del medico per non avvenuta guarigione o per altra inadempienza, e che il Castaldi, portatosi garante del fuggiasco, fosse chiamato a rispondere.
■ Insomma, una volta di più il povero medico tipografo dové dolersi d’essere nato sotto cattiva stella.
■ Quando e dove morì? Nulla sappiamo. Un atto notarile, stipulato a Feltre nel 1479, nomina Daniele Castaldi, «frater doctoris et magistri Pamphili». Si osserva che, se maestro Panfilo fosse allora già morto, vi sarebbe innanzi al «doctoris» il «quondam», cioè: fratello del fu dottore, ecc.
■ Morì dunque in età avanzata, e le sue ossa giacciono ignote in una qualche tomba di chiesa veneziana o furono travolte e disperse dai mutamenti che il tempo reca. Nessuno tenne conto allora della sua sfortunata ambizione di tipografo, e come medico non lasciava orma del suo talento.

■ Ma a Feltre di quel cittadino appassionato di tipografia era rimasto il ricordo e la riposata immaginazione provinciale vi aveva lavorato intorno; e forse vi si sapeva qualche cosa più di quel pochissimo che ora noi conosciamo. Si formò la leggenda, che fu tardi raccolta; e nel fervore patriottico del Risorgimento, essa brillò un momento come se avesse le ali d’oro. Poi la fredda critica disse che erano ali d’orpello. Ma alle esagerazioni della leggenda dobbiamo la curiosità dei frugatori d’archivii che trovarono prove interessanti e a queste prove dobbiamo la persuasione che il medico di Feltre fu probabilmente il primo italiano che si occupasse di tipografia e la certezza ch’egli fu l’iniziatore della tipografia nella città italiana che è oggi in quest’arte alla testa dell’attività nazionale.
■ I medici, d’altra parte, furono i primi tra gli uomini colti del Quattrocento a interessarsi della grande invenzione, forse anche in confronto degli umanisti. Gli scritti riguardanti la salute parvero subito i più urgenti da diffondere col nuovo sistema di moltiplicazione e, indipendentemente da ciò, appunto come uomini di coltura e umanisti, i medici si occuparono sollecitamente — alle volte direttamente — della tipografia. Nomi di medici s’incontrano a ogni passo nella storia delle origini di quest’arte che doveva assumere capitale importanza.
Un altro pioniere che forse fu medico
■ Appena andato via il Castaldi da Milano, il tipografo Filippo di Lavagna assumeva dal medico Giovanni Antonio Terzaghi l’incarico di stampare il Canone di Avicenna. E fu ritenuto per lungo tempo un medico quel Giovanni Filippo de Lignamine il quale fu il primo italiano che stampasse libri. Infatti il suo Quintiliano porta la data del 3 agosto 1470, esattamente un anno prima del primo libro pubblicato dal Castaldi a Milano e circa dieci mesi prima che un altro italiano, il prete Clemente Padovano, pubblicasse un altro libro di medicina, il «De medicinis universalibus», di Mesue, con la prefazione d’un medico veneziano d’origine greca, Niccolò Gupalatin, e per cura del medico veronese Pellegrino Cavalcabò.
■ Che il De Lignamine fosse medico è negato dagli ultimi storici della tipografia perché egli stesso, tra gli accenni che fa di sé nelle prefazioni delle opere uscite dalla sua stamperia, non dice mai d’essere medico. Si sa che era di buona famiglia messinese e teneva l’officina in casa propria, dirigendo il lavoro di operai tipografi fra i quali era qualcuno dei tedeschi calati in Italia, e che l’arte nuova non gli era larga di profitti. In verità è ben raro trovare fra i primi tipografi chi abbia fatto larghi guadagni. Per i più fu molto tirar avanti a vivere. Dopo alcuni anni smise per un po’ di tempo, poi riprese per qualche anno ancora. Si designava scudiero o familiare di Paolo II e poi di Sisto IV. Nella dedica dell’Eusebio del 1476 si vantava di aver sin allora stampato cinquemila copie di libri di diversi autori: cifra non troppo piccola per le tirature del tempo, sebbene le opere fossero ben trentacinque — il che fa in media meno di centocinquanta copie per opera.
■ Stampò di suo un elogio del re di Napoli Ferdinando, col quale si gloriava di aver vissuto familiarmente alla Corte del padre Alfonso d’Aragona. Divenuto poi re, Ferdinando gli aveva dato qualche incarico; ma il messinese non ci ha fatto sapere perché nel 1470 aveva preferito stabilirsi a Roma, dove già da tre anni lavoravano a stampar libri i chierici tedeschi Scweinheim e Pannartz, che avevano iniziato la tipografia in Italia, a Subiaco, nel 1465. E a Roma, secondo lui, per non stare in ozio e per bene del prossimo, anche il De Lignamine si mise a dirigere una tipografia, tra non lievi difficoltà finanziarie. Stampò anche una Cronaca latina dei papi e imperatori, di Riccobaldo Ferrarese, estendendola di suo dal 1316 al 1419.
■ Fu insomma un uomo pieno di buona volontà e anche di vanità, e se è da escludere che fosse medico di Sisto IV, non vi sono ragioni sufficienti per escludere che avesse cominciato con lo studiar medicina ed esercitare l’arte di Esculapio — come una lunga tradizione afferma — fino a quando l’ambizione cortigiana a Napoli o la passione per la tipografia a Roma lo distrasse con poca fortuna ma col merito, insomma, d’essere stato il primo padrone italiano di una stamperia.
■ Medico invece fu sicuramente, e medico di grande valore, Giovanni Matteo Ferrari de Gradi, il primo che in Pavia, dove teneva cattedra all’Università, si occupasse della stampa. Con quel Lavagna che abbiamo visto concorrente del Castaldi e poi in relazione col medico Terzaghi, il Ferrari de Gradi aveva già il 4 gennaio 1472 stipulato un contratto per la stampa d’un suo libro di medicina intitolato «Practica seu Commentarium textuale in nonum Almansoris». Egli non fu, dunque, come si credeva, il vero e proprio introduttore della stampa nella città del Ducato sforzesco la cui Università era tra le più illustri del mondo, perché il Lavagna verosimilmente s’impegnava di stampargli il libro nella sua officina milanese, ma fu il primo che in Pavia si volgesse all’arte nuova per la diffusione d’una sua opera riguardante l’insegnamento della medicina.
Un medico e la prima tipografia a Pavia
■ Del resto, chi fece stabilire una tipografia nella città universitaria fu un altro medico, anch’egli professore, il dottor Manfredo Guarguaglia, che si accordò a tale scopo con un allievo del Lavagna, Giovanni da Sedriano. Il contratto è notevole pei costumi industriali del tempo: il Guarguaglia (che insegnava da quasi un ventennio) assumeva la direzione, diremo, letteraria dell’impresa, obbligandosi a fornire fino a 800 imperiali per le spese d’impianto e a pagare tre ducati al mese al tipografo per il mantenimento, impegnandosi tuttavia questi a considerare tale sovvenzione come un anticipo da calcolare nella divisione degli utili futuri. Giovanni da Sedriano si stabiliva a Pavia, riservandosi però il diritto di andare tre volte all’anno, per circa otto giorni ogni volta, a Milano ad aiutare il maestro Filippo di Lavagna, che quel giorno del contratto lo aveva accompagnato a Pavia e che senza dubbio lo aveva aiutato in quella combinazione. Della quale faceva parte anche uno studente di medicina, maestro Guiniforte de Regalibus (si noti quell’anticipato titolo di maestro, corrispondente al titolo di dottore che si dà nell’uso corrente agli studenti di medicina d’oggi), con ufficio di sorvegliante e di amministratore. Toccava allo studente occuparsi della vendita dei libri e riscuotere e custodire tutto il danaro incassato, provvedendo prima di tutto al rimborso delle spese fatte dal professore capitalista e poi alla divisione delle restanti somme in sei parti, delle quali tre toccavano al professore (che, insomma, si faceva la parte larga), due al tipografo e una all’amministratore.
■ Il contratto era per quattro anni. Se alla fine dei quattro anni rimanevano dei libri invenduti, essi andavano divisi fra i soci. Il tipografo non poteva allontanarsi da Pavia se non per quelle tre volte e non poteva assumere alcun lavoro da estranei; inoltre doveva, entro breve termine dalla firma del contratto, offrire buona garanzia o presentare garanti accettabili. Il professor Guarguaglia voleva esser sicuro del buon collocamento de’ suoi quattrini. Per ciò dei due registri dell’azienda uno lo teneva lui e l’altro rimaneva presso il tipografo. E le 800 lire imperiali erano da versare non subito, d’un tratto, ma a mano a mano che fossero occorse.
■ Come andasse l’impresa non si sa bene e quali libri pubblicassero e quando: i primi libri pavesi a noi noti cominciano ad apparire soltanto nel 1475.
■ Ma torniamo all’illustre Giovanni Matteo Ferrari de Gradi. Egli era figlio d’un altro Giovanni, membro del Collegio dei medici di Milano. Suo zio Antonio tenne anche lui cattedra di medicina in Pavia. Suo nipote Giovanni Antonio fu medico della duchessa Bona di Savoia, moglie di Galeazzo Maria. Come si vede, una insigne famiglia di seguaci d’Esculapio.
Il medico dei Signori di Milano
■ Egli dové nascere verso la fine del sec. XIV. Nel 1432 fu nominato a Pavia professore di logica e finì poi con l’avere la principale cattedra di medicina. Un corso della Facoltà era destinato alla lettura di Almansor, cioè del trattato di medicina di Rhazes dedicato al Sultano El Mansur, e il Ferrari de Gradi, tenendo questo corso, aveva probabilmente preparato quel commentario che gli premeva di diffondere per mezzo della stampa. Nel 1467, come lettore di mattina, prendeva 550 fiorini, lo stipendio più alto pagato allora nell’Università. Ebbe tuttavia qualche difficoltà per entrare nel Collegio dei dottori della città, che comprendeva due categorie di medici: i «doctores legentes», insegnanti nello Studio, e i «non legentes», detti anche dottorelli, semplici praticanti. Per entrarvi bisognava essere nobili o borghesi di Pavia e non aver mai fatto il pedicure, il chirurgo o il farmacista. Questa esclusione conferma il basso stato in cui era la chirurgia, rimessa per gran parte ai barbieri, poiché soltanto il medico stabiliva e dirigeva le operazioni e il chirurgo ne era l’umile esecutore materiale. Quanto alla farmacia, si vede che il farmacista era considerato più uomo di commercio che di coltura. Probabilmente a ostacolargli l’entrata dové intervenire il fatto di essere nato a Milano, d’una famiglia oriunda di Agrate; ché il suo cognome De Gradi è semplicemente una deformazione del nome di Agrate, borgo di Brianza.
■ Una prova della sua reputazione l’abbiamo nel favore di cui godé presso i principi, a cominciare da Filippo Maria Visconti. I doveri di medico di Corte lo allontanavano con una certa frequenza dall’Università, tanto che gli studenti stranieri facevano pervenire al Sovrano le loro lagnanze per non aver potuto seguire il corso dell’illustre professore; e c’è una lettera del 1445 di Filippo Maria ai cancelliere dell’Università con la quale si scusa di trattenere il Ferrari a Bereguardo per la cura di persone della famiglia e della Corte e domanda che non gli si facciano trattenute, com’era in uso presso tutti gli Studii quando un professore mancava alle lezioni.
■ Durante la Repubblica ambrosiana, breve e infelice intervallo di libertà mal difesa, il Ferrari, ch’era grato de’ benefizi ricevuti dalla monarchia, si mostrò dissidente al punto di romperla coi parenti. Pel medico ambizioso, del resto, una Corte era una gran cosa. E quando Francesco Sforza s’impadronì di Milano, riducendo all’impotenza i troppo ingenui repubblicani, il Ferrari tornò a essere il fisico ducale e in particolar modo il medico personale di Bianca Maria Visconti, la moglie dello Sforza. Si ricorda una lettera del Duca, del 1451, in cui lo Sforza lo ammonisce a proposito di una delle solite epidemie di pestilenza, a non parlar di peste in pubblico per non diffondere il panico: bisognava star attenti a quello che si diceva e comportarsi con prudenza.
■ Il Duca aveva ragione: nelle epidemie c’è un elemento politico da considerare nella condotta dei medici. Si intende che l’ammonire non significava diminuzione di stima: l’anno dopo la Duchessa lo invitava a prender parte al Consiglio segreto. E ogni volta che da fuori del Ducato si richiedevano i suoi lumi, lo Sforza gli concedeva facoltà di andare; ché di solito si dirigevano senza altro alla Corte per ottenere il permesso e per essere sicuri che il medico non si rifiutasse. Dai più lontani, come per esempio da Gastone di Foix principe di Navarra, era richiesto di consulto epistolare.
■ Lo stesso Luigi XI, che soffriva di emorroidi e che in generale — come si sa — era attaccatissimo alla pelle e aveva una paura folle della morte, rivoltosi allo Sforza per un buon medico, si ebbe un consulto — che ci è conservato — del Ferrari. Allora le emorroidi si consideravano uno sfogo provvidenziale, una specie di salasso favorito dalla natura, pur riconoscendo i pericoli che comportavano. A proposito di esse Francesco Pietrasanta, ambasciatore del Duca alla Corte di Francia, raccontava in una sua corrispondenza il colloquio del re, allora in viaggio, con maestro Pantaleone, un medico di Confienza nel Pavese, che, dopo essere stato al servizio del duca di Savoia, si fermò per un certo tempo in Francia e vi godé la fiducia del Sovrano. Questo Pantaleone è da ricordare anche tra i medici benemeriti delle origini della tipografia, che favorì a Torino e a Pavia, dove fu professore; a Pavia specialmente incoraggiando il tipografo Damiano Confalonieri da Binasco. Una mattina, dunque, il re si rivolse al fisico italiano e gli parlò in latino — verecondia, si vede, della bassa materia — del suo male: le emorroidi non gli avevano mai dato così forti dolori; il che doveva, secondo lui, dipendere dalle fatiche del viaggio e dal turbamento dello spirito, «et etiam propter abstinentiam coitus, quia steti tanto tempore absens ab uxore mea». Dove si vede che Luigi XI era un marito fedele e che i mariti malati d’emorroidi hanno un doppio motivo di dare ampia soddisfazione alle proprie consorti.
■ I suoi Consilia, cioè i Consulti, che furono stampati dopo la sua morte, come postume apparvero le «Esposizioni del terzo Cánone di Avicenna», sono interessanti per lo studio del tempo, al quale qualche volta si mostra superiore: per esempio nella questione degli spiriti. «Il medico — dice — non ha niente a vedere con gli spiriti e deve ricondurre gli accidenti a cause che appartengano alla medicina». Un curioso consulto riguarda una signora tedesca la quale, quando non era incinta, andava terribilmente in fregola. Giovane ancora, aveva vissuto per un pezzo castamente col marito, ma da alcuni anni le era venuto questo male. Quando sopraggiungeva l’attacco era presa da tremito e un rumore usciva dal basso ventre; quindi da così violenta eccitazione che, se il marito non era in grado di provvedere, diventava veramente frenetica. E il Ferrari cita a questo proposito il caso di un epilettico che, in prossimità della crisi, era preso dalla medesima bramosia; e lo sfogo tempestivo evitava l’attacco. Tra le cure suggerite c’è l’ingenuo consiglio di astenersi dal pensare a cose veneree ma di rivolgere la propria mente a soggetti morali… Più pratico quello di essere gravida il più spesso possibile, poiché in periodo di gravidanza il male spariva. Non occorre poi dilungarsi sui particolari de’ rimedii all’approssimarsi dell’attacco: sull’uso che doveva fare una servizievole matrona del proprio dito avvolto in una pezza bagnata d’olio di giglio e sulla opportunità di foderare un pezzo di legno con budello di capretto o d’altro animale…
■ C’è un consiglio pel duca di Mantova che soffriva all’orecchio in seguito ad ascesso; per Bianca Maria che a volte soffriva d’asma; e naturalmente non mancano i soliti consigli contro la peste. Per la marchesa Caterina Malaspina, che non riusciva ad aver figli, ricorda la formula del celebre medico del Dugento Arnaldo da Villanova: far seccare all’ombra testicoli di volpe, destro se si vuole figlio maschio, sinistro se femmina, mescolandovi polvere d’avorio, matrice di lepre, seccata e polverizzata nonché mescolata con zucchero. Nulla di più persuasivo. Inoltre i rapporti coniugali non devono aver luogo che a digestione ben compiuta e dopo aver orinato. Seguono altri particolari, molto minuti e precisi. Se ciononostante la dama seguita a rimanere sterile, cambi paese, perché certe città sono favorevoli alla generazione e certe altre no. Peccato che il professore di Pavia non sapesse o non volesse dare l’elenco delle città che hanno un così singolare pregio o difetto di fronte a quello che oggi si chiama il problema demografico.
■ Si badi però che il Ferrari de Gradi valeva assai più di queste ricette e teorie del suo tempo. Il prof. Achille Monti, buon giudice, ebbe a dire che il suo nome «è il primo che s’incontra nella storia del risorgimento dell’anatomia» e il Brambilla, nella sua «Storia delle scoperte fisico-medico-anatomico-chirurgiche», lo lodava della chiarezza e precisione con cui aveva trattato l’anatomia del naso, dell’occhio, dell’orecchio e via dicendo e ricordava ch’egli era stato il primo a chiamare ovaie i «testicoli» della donna, paragonandole a quelle degli uccelli: denominazione presa da altri senza citare il primo autore, tanto che il francese Portal ebbe a ricordare per lui il «Sic vos non vobis» virgiliano.
Professore e stampatore nell’anno 1472
■ La stampa era cominciata da poco a Milano quando il professore di Pavia pensò a usare il mezzo nuovo per portare a conoscenza dei colleghi d’altri Studii e degli studenti l’opera a cui maggiormente teneva, la Pratica. Il Castaldi era ancora a Milano, ma il suo privilegio era già in pericolo, sebbene il tramonto avvenisse soltanto qualche mese dopo, quando Filippo di Lavagna si recò da lui — il 4 gennaio 1472 — a contrattarne la stampa.
■ Il contratto merita d’essere rilevato come documento delle usanze sorgenti col primo sorgere della nuova industria. Il Lavagna si obbligava a stampare cento copie (tali erano le tirature del tempo), «copias ad stampum», e a terminare la stampa per la fine d’aprile.
■ La «Practica seu Commentarium» consisteva di due parti, e nella seconda di esse si trova notato: «Inceptum per Magistrum Marcum de Gatinaria anno 1462 die 17 octobris et finitum in studio Domini Magistri Johannis Matthei huius operis compositoris anno 1471, die 24 settembris». Alcuni credettero che questa nota si riferisse alla stampa, ma è evidente che si tratta della composizione dell’opera, scritta senza dubbio sotto dettatura dall’allievo del Ferrari d’anno in anno, probabilmente come venivano svolgendosi all’Università i corsi sulla materia. Terminata l’opera nel settembre del 1471, quando erano già venuti fuori i primi libri stampati nella vicina Milano, era naturale che il professore di Pavia pensasse ad approfittare del nuovo mezzo; ed era naturale che un tipografo impaziente di farsi strada sulle rovine del privilegio castaldiano andasse incontro a un autore illustre, ch’era medico del duca Galeazzo Maria Sforza, com’era stato del padre Francesco. Non ci sarebbe da maravigliarsi che il medico di Corte aiutasse il tipografo milanese a sbarazzar «la piazza» dal veneto, dopo aver conchiuso davanti a notaio l’accordo per la pubblicazione del suo libro; le cui due parti, del resto, erano dedicate entrambe, con due epistole, al duca.
■ La stampa doveva essere «in forma magna», cioè in folio, e il tipografo doveva consegnare i primi due quinterni pel 10 febbraio, sotto pena di venticinque ducati in caso di ritardo; sedici altri un mese e mezzo dopo la prima consegna; e così via; sempre con venticinque ducati di pena se non fosse puntuale. L’autore si obbligava a pagargli da cinque a sette ducati la copia, rimettendo il giudizio finale sul prezzo all’arbitro Giovanni Antonio da Monza, studente di medicina; ma il pagamento doveva avvenire sei mesi dopo la fine d’aprile, evidentemente perché il professore avesse tempo di vendere almeno una buona parte dei volumi. Non era facile allora il cómpito d’un povero autore, neanche quando era riuscito a far gemere i torchi.
■ Il più curioso è che una clausola del contratto riguarda il caso di peste. «In casu dictae epidemiae, quod Deus avertat» il debitore aveva un anno intero per il pagamento. Le pestilenze erano allora così frequenti che il vederle considerate in un contratto non fa meraviglia. L’autore però anticipava al tipografo la modesta somma di venticinque ducati e questi s’impegnava per sei mesi (o per un anno, in caso di peste) a non vendere alcuna copia da parte sua, salvo qualcuna ai collaboratori della sua officina.
■ Naturalmente, per la fine d’aprile le cento copie della Pratica non erano pronte; e, ancor più naturalmente, sorge un contrasto che minaccia di andare davanti ai giudici. Ma si finisce con una transazione, che è stipulata il 29 ottobre, cioè ben sei mesi dopo, pure in casa del medico. Egli rinunzia alle penali e il tipografo promette di dare centoventicinque copie in luogo di cento, per le quali maestro Giovanni Matteo si obbliga a pagare a rate, secondo le consegne, seicento ducati, oltre i venticinque già dati.
■ Il povero autore fece appena in tempo a vendere alcune copie, delle prime consegnategli, perché il 30 dicembre di quello stesso anno chiuse gli occhi alla luce del mondo e alle inadempienze dei tipografi. Allora il Lavagna si rivolse agli eredi, e in particolare all’ospedale di San Matteo, cui il Ferrari aveva lasciato parte de’ suoi beni con l’obbligo di istituire, come oggi si direbbe, tre borse di studio per giovani della parentela del donatore; ma l’Amministrazione dell’Ospedale non volle saperne di sborsare danari: restituì al Lavagna le copie che questi aveva già date all’autore, gli consegnò quaranta ducati, frutto delle poche vendute, e diede ampia libertà al «maestro delle scritture a stampa» di vendere tutta l’edizione per suo conto e goderne i profitti, se ce ne fossero stati. E ce ne dovettero essere, data l’importanza dell’opera, che fu ristampata parecchie volte anche altrove; ma il guaio pei tipografi era allora la scarsezza del capitale e la necessità di tenerlo impegnato in una vendita più o meno lenta. A ogni modo, l’impulso alla diffusione divenne sempre più potente, e in prima linea, ad aiutare la fortuna della grande invenzione, si trovarono i medici, dopo che uno di essi s’era per primo in Italia appassionato di tipografia, ricostruendo probabilmente per suo conto, sulle prime notizie venute di Germania, il giuoco dei caratteri mobili; se non gli si vuol concedere il non inverosimile merito di aver pensato lui stesso, con gli altri, a una soluzione del problema che era — come suol dirsi — nell’aria.
■ Panfilo Castaldi è un bel nome nella numerosa schiera dei seguaci d’Esculapio dal versatile ingegno, e l’illustre, a suo tempo, Gian Matteo Ferrari de Gradi, commentatore di Rhazes e di Avicenna, fu un simpatico «fautore della tipografia», come si scrisse poi sulla pietra della sua tomba, nel recinto degli uomini insigni.”








