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Gli anni giubilari

Da Emporium, Vol. LX, N. 360, dicembre 1924.

“La parola giubileo viene da una radice ebraica con due significati in apparenza diversi: remissione e perdono, e montone e corno di montone, perché con tale strumento si bandivano i grandi annunzi alle tribù d’Isdraelo. La parola fu adottata per prima da Sisto IV nel 1475, invece di quello più antica Anno Santo. Nel suo effetto morale il Giubileo ha lo stesso valore di qualsiasi indulgenza plenaria, ma colla sospensione delle altre indulgenze, vuole richiamare i fedeli alle tombe degli Apostoli e al centro della cristianità dove tutte le remissioni e i perdoni sono largiti. Fu prima intenzione Pontificia che il grande evento si rinnovasse ad ogni compimento di secolo: ma il tempo poi si abbreviò da 75 a 50 a 25 anni perché ogni cristiano potesse almeno una volta in vita sua consumarlo.

Banditore del primo Anno Santo fu uno dei Pontefici più grandi d’intenzioni e sventurato nei successi che la storia ricordi, Bonifacio VIII. Egli avrebbe voluto rinnovare l’età di Gregorio VII e d’Innocenzo III ma non ebbe che dolorosi insuccessi. Lotte acerbe colla feudalità specie con i Colonna che tennero agitato durante tutto il suo regno lo stato pontificio, insuccesso nella guerra del Vespero dove sostenne gli Angioini e vinsero invece gli Aragonesi, insuccessi a Firenze dove Carlo di Valois mandato come paciere non fece che attizzare odi, insuccessi finalmente con il Re di Francia Filippo il Bello le cui ostilità culminarono coll’oltraggio di Anagni, e quando il Pontefice che si era vagheggiato restauratore della autorità pontificia si spense, al Papato si apriva la triste via della schiavitù avignonese.

Il Giubileo stabilito, da lui bandito per la prima volta all’inizio del suo pontificato nel 1300 fu il più grande dei trionfi: i pellegrini giunsero numerosi da tutte le parti della cristianità e dice il Villani che stavano abitualmente in Roma: «dugento migliaia di pellegrini senza quelli che erano per cammino, andando e tornando, et tutti furono forniti et contenti di vettovaglie giustamente, così i cavalli come le persone con molta patienza, senza romore o zuffe». E vuole la tradizione che quattro chierici armati di rastello ammonticchiassero giorno e notte l’argento e l’oro che i pellegrini gettavano sulla tomba di San Pietro.

Ugualmente solenni furono i Giubilei di Nicolò V e di Alessandro VI il Papa contro cui hanno infierito più che mai gli odi politici, l’italianità decaduta la partigianeria e il turpiloquio dei cronisti specie meridionali. Egli invece celebrò quest’evento con straordinaria pietà e con grande splendore: alla sua presenza si ricercò in San Pietro la Porta Santa dell’antecedente Giubileo e non essendosi potuta ritrovare se ne aprì una nuova degnamente decorata. E fu durante quell’anno che un temporale abbatté la ciminiera di un gran camino e i rottami cresciuti nella caduta seppellirono il Pontefice che fu creduto ucciso.

Clemente VII allargò i benefici dell’indulgenza anche a quelli che messisi in via erano stati fermati o dalle malattie o dalla morte. Giulio III le concesse a tutti i soldati combattenti. Coll’aiuto infatti di Carlo V, ammiraglio Andrea Doria, si armeggiava per terra e per mare una specie di crociata contro i pirati barbareschi che capitanati da Draguto ogni sorta di ruberie e di vessazioni esercitavano sulle merci e sulle persone delle navi cristiane né volle il Pontefice che coloro i quali per sì santa causa esponevano la vita rimanessero privi dei benefici del Giubileo.

La concessione papale fu bandita col suono dei bellici istrumenti negli accampamenti e nella flotta e sulle coste d’Africa il gesuita Padre Hainer l’annunziò ai soldati alla vigilia del grande assalto contro la città più potente del nemico: che cadde clamorosamente tanto fervore la straordinaria indulgenza aveva infuso nei combattenti cristiani. Di altri Pontefici ci sono giunti aneddoti e fatterelli al grande avvenimento connessi. A Gregorio XIII si ruppe il martello in pezzi mentre colpiva la sacra porta e rimase ferito alla mano. Clemente VIII dovè ritardare l’avvenimento per malattia e aprì la sacra porta ancora convalescente. Invece rallegrò con una storiella amena la funzione Leone XII e nel rendere il martello al Penitenziere Maggiore gli ricordò come nel Giubileo precedente entrambi chierici si fossero bisticciati, prima a parole poi colle mani e coi candelieri. Vi fu un Giubileo che un pontefice aprì e un altro chiuse. E vi fu un pontefice che pel suo lunghissimo regno avrebbe potuto celebrarne due, Pio IX, se gli avvenimenti politici non glie lo avessero impedito.

Nel ripetersi dell’avvenimento, le condizioni della città di Roma si presentarono assai diverse. Nell’anno santo bandito durante la cattività avignonese serpeggiava la pestilenza: c’era stato il terremoto e gravi danni presentavano la basilica Lateranense e Liberiana. A S. Paolo cadeva una colonna e crollava una parte del tetto, a S. Pietro cadeva il campanile.

Il Petrarca in una sua nobilissima lettera ci dipinge il quadro della decaduta città ed egli stesso fu parte della seconda ambasciata mandata dai romani a Clemente VI dopo quella che aveva avuto per capo Stefano Colonna, l’esito però non fu migliore. Il Pontefice escluse per allora ogni ritorno, concesse però la celebrazione dell’anno Giubilare alla città di Roma colla bolla unigenitus — «considerando inoltre le domande del nostro Popolo Romano che umilmente ci supplica come a Mosè e ad Aronne per proprie e solenni ambasciate destinate specialmente a pregarci in nome di tutto il popolo cristiano… volendo noi che moltissimi abbiano a partecipare. di questa indulgenza… per consiglio dei nostri fratelli i Cardinali di S. Chiesa, abbiamo stimato che le dette concessioni d’indulgenze…» —. Le guerre e gli scismi che dividevano il Sacro Collegio tra Francia e Italia non resero migliori le condizioni del sesto Giubileo e del settimo.

Nell’undicesimo il Tevere straripò e ci furono danni di case e di persone: e il fatto si ripetette nel sedicesimo Anno Santo, tanto che i pellegrini furono dispensati per molti giorni di visitare la Basilica di San Paolo. Scrive il Prinzivalli: «Dopo varii giorni di pioggie dirotte, il venerdì 26 novembre sulla mezzanotte, il Tevere cominciò a gonfiare trascinando dal porto di Ripetta alcuni barconi che andarono a fracassarsi a ponte Quattro Capi a stento salvandosi i barcaiuoli. Al mattino il fiume aveva invaso le vie di Ripetta e dell’Orso e il Bargello in una barca andò a distribuire pane agli abitanti di quelle contrade. L’inondazione si distese per le campagne e per la vallata del Tevere sino alla Basilica Ostiense; cosichè il Papa commutò la visita a San Paolo con quella di Santa Maria in Trastevere, ma fino alla domenica prossima, tanto è vero che il 6 dicembre venne tolto l’indulto» (Archivio Capitolino Credenza 14).

Invece specialmente lieti per opera di uomini e favore di eventi, si presentarono altri giubilei: così il quarto, essendosi avuti di seguito tanti abbondanti raccolti da essere quel periodo chiamato l’età d’oro di Martino V; lo stesso avvenne sotto Alessandro VI che straordinari provvedimenti in ogni genere aveva preso. Due grandi principesse Olimpia Pamphili e Cristina di Svezia ebbero parte non piccola alla Roma del XIV giubileo e ci fu la venuta della Principessa Maria di Savoia. Per questa figlia di Carlo Emanuele Il si era trattato in gioventù un matrimonio col Principe di Galles; più tardi decaduta anche di salute era tutta dedita ad opere di pietà. Arrivò da Bologna e prese stanza nel monastero di Torre di Specchi col suo seguito di dieci o dodici signore che vestivano l’abito cappuccinesco e si erano proposta la più severa e quotidiana vita di umiltà. Donna Olimpia Pamphili che per sfarzo e potenza a niuna era in Roma seconda si recò a visitarla, fu ricevuta in uno squallido parlatorio su povere sedie impagliate senza ombra di signorile agiatezza o di Principesca potenza.

Ma l’orgogliosa romana non parve intendere la lezione e insistette perché la illustre Sabauda si recasse a visitare almeno la sua cappella e non potendo pompeggiare in altro vi fece trovare un gran corteggio di prelati che parve avervi radunata, mezza corte pontificia. Cristina di Svezia partecipò con zelo anche al giubileo seguente. Di questa donna che seppe essere così poco regina da preferire all’illustri cure del soglio la libertà, lo sperpero ed anche le stravaganze di una vita godereccia e disordinata, che non volle legami famigliari come non ne aveva voluti dinastici, sono piene le cronache di Roma con tutte le amplificazioni del pettegolezzo volgare, certo fu uno di quegli esempi di epicureismo, sebbene non immorale, con cui il rinascimento si disfaceva nel settecento decomponendo per prima le classi più alte della società. Banchetti, carnevalate, residenza instabile, nessuna continuità di occupazione, codazzo di artisti e di buongustai che facevano vibrare intorno tutte le forme dell’arte o che almeno dell’arte avessero le parvenze, frivolezza e finzione in tutto.

Oh quanto diversa dalla Principessa di due secoli prima! Il Pontefice Pamphili fu in buoni rapporti con questa sovrana che in fondo non era né corruttrice né corrotta anzi nel quindicesimo giubileo tenne non solo contegno edificante ma si mostrò perfino inchinata a censurare quelli del suo corteggio che in tale circostanza non credettero di deporre le abitudini di frivolezza. L’uso di grandi steccati per regolare la folla evitando dannosi agglomeramenti, fu usato per la prima volta nel sedicesimo giubileo. Molte e ben disciplinate carrozze nel diciottesimo, e in quello seguente, tra i festeggiamenti toccarono il massimo splendore le corse dei barberi.

D’altra parte la folla che interveniva in questa circostanza a Roma, varia di lingua di educazione di paese di costume, non poteva non dar luogo a diversi inconvenienti che i cronisti delle varie epoche raccolsero. Nel primo Giubileo con tale disordine i pellegrini si accavallarono sul ponte di Castel Sant’Angelo, che parecchi rimasero schiacciati. Fu dovuto dividere il ponte secondo lunghezza, e separare quelli che venivano da quelli che andavano.

Dante ricordò nel poema questo via vai.
Come i Roman per l’esercito molto
l’anno del Giubileo su per lo Ponte
hanno a passar la gente modo tolto,
che dall’un lato tutti hanno la fronte
verso il Castello e vanno a San Pietro
dall’altra sponda vanno verso il monte.

Tanto nelle tranquille cittadine del trecento era straordinario quest’ordine che oggi è regola nelle più civili metropoli. Il secondo Giubileo fu funestato da un inverno rigidissimo con piogge e nevi che resero faticoso il viaggio dei devoti e il loro pernottare nelle campagne.

Molti inoltre furono derubati dai briganti e un illustre personaggio ferito. Avvenne poi un clamoroso incidente causato da futile motivo.
Un cardinale francese di quelli che non tralasciavano circostanza per ostentare la loro potenza aveva tra le molte bestie destinate al trasporto dei suoi bagagli un camello che era stato acquartierato in un cortile del Vaticano. L’esotica bestia, a molti perfettamente sconosciuta, attrasse un giorno una gran calca finché nacque diverbio tra gli uomini del Cardinale e la folla. Il malanimo politico non dovette essere alieno a infervorare la mischia che si impegnò a sassate con disperazione del Cardinale che da una finestra del Vaticano vide di che fosse stato causa l’innocente suo camello.

Ci volle l’intervento di un alto personaggio di | Roma per acquietare gli animi e ricondurre la calma. Nel 1450 si ripeterono gl’inconvenienti al ponte di Castello e 200 persone rimasero parte schiacciate e parte affogate in un solo trambusto. Si soffrì inoltre per la carestia e vi fu qualche caso di peste. Il nono Giubileo e quello del 1575 furono scarsi di gente per gli scismi religiosi che attristavano l’Europa.

Un comico episodio, che parve provvidenziale, avvenne nel Giubileo del 1600; in uno degli ospizi aperti per i numerosi pellegrini vennero un giorno a mancare le provviste perché si era fatto assegnamento sulla pescheria dove invece non si trovò pesce affatto; mentre si andava pensando come rimediare giunse un facchino con tre grandi ceste di ottimo pesce che lasciò senza saper dar notizie troppo precise del mandatario tanto che si credette dono di Monsignore provveditore dell’Ospizio. Ringraziato il Cielo per la bella combinazione si passò subitoil pesce ai fuochi della cucina ed era già cotto e prossimo ad essere imbandito quando giunse trafelato un messo a dire che tutto quel ben d’Iddio era riserbato alla mensa di Sua Santità e che il facchino ubriaco aveva commesso lo sbaglio: ma troppo tardi che così cotto non poteva essere restituito e lo mangiarono allegramente i pellegrini attribuendolo quasi a miracolo.

Guerre e pesti travagliarono i devoti che venivano al Giubileo di Urbano VIII e finalmente nel sedicesimo Anno Santo (eravamo nel 1700) uno spagnolismo, di cui qualche traccia rimane ancora nella nostra vita pubblica, quello di due veicoli che incontrandosi nella stessa direzione si mettono in gara di velocità usanza praticata allora dai carrettieri non meno che dai cocchieri delle illustri famiglie, fece nascere parecchi inconvenienti nelle strade strette ed affollate, e molti pellegrini finirono sotto le ruote dei corridori.

Vicino ai mali della turba anonima, ci sono stati registrati i beni materiali che dalla carità ricevettero i devoti e i nomi dei personaggi più illustri che al Giubileo parteciparono. Fra quelli del primo Anno Santo il fratello del Re di Francia con la consorte e cinquecento Cavalieri, Carlo Martello Re di Ungheria, Boccaccio e Dante che ricordò il fatto nel poema.

Nel Giubileo seguente un cardinale di Boulogne, con tanto sfarzo mondano che per ordine del Pontefice gli fu rimproverato come disdicevole a chi si recava alla tomba degli Apostoli per il perdono dei suoi peccati. Il Giubileo di Clemente VII si rese celebre per i capi dell’ordine Cappuccinesco, in quell’anno fondato, e quello seguente per la clamorosa conversione di un Cavaliere di Carlo V, un Borgia. Aveva avuto dall’Imperatore l’incarico di accompagnare a Granata la salma della Imperatrice, ed avendo rivisto il suo volto prima della tumulazione lo trovò così orribilmente diverso da quello che essere soleva e ne ebbe tale impressione che lasciò la corte ed il mondo e in quell’anno Giubilare entrò nell’ordine dei Gesuiti.

Nel Giubileo seguente vi fu tra i più insigni pellegrini S. Carlo Borromeo. Egli partì da Milano a cavallo, percorse grandi tappe rimanendo in sella talvolta dall’alba fino a due o tre ore di notte, allungò la sua via per visitare devotamente tutti i più illustri santuari che gli era possibile di toccare. A Roma prese ospizio presso i Camaldolesi ed ivi con severissime preghiere si preparò alla celebrazione del Giubileo.

Visitò le basiliche a piedi nudi, saliva ogni giorno in ginocchio la Scala Santa, fece larghe elemosine ai poveri e arricchì con larga munificenza la chiesa di Santa Prassede di cui portava il titolo. Il Pontefice toccato dal suo zelo concesse al santo porporato di poter l’anno seguente celebrare il Giubileo nella diocesi di Milano. In questo Giubileo vi fu anche il Tasso che ricordò l’avvenimento nella Gerusalemme.

In quello del 1700 il Gran Duca e la Gran Duchessa di Toscana e la vedova di Sobietsky e nel seguente un gran numero di schiavi, fra cui personaggi illustri, riscattati dai padri Redentori nel dominio ottomano di Tripoli. Numerosi furono gli ospiti illustri nel 1825, nonostante la miscredenza e la democrazia.

Il numero dei pellegrini nei vari anni Santi fu naturalmente assai diverso, ma in genere molto elevato, tanto che spesso, anche nell’età più remota, superò il milione. Così pure ricche ed abbondanti furono le elemosine offerte alle tombe degli Apostoli. Con quelle del 1300 ci si acquistò fra l’altro una vasta tenuta, che porta anche oggi il nome di Castel Giubileo.
A ricordo poi dell’avvenimento furono quasi sempre coniate medaglie, di cui molte, belle e preziose, si conservano ancora.

Finalmente l’Anno Santo ebbe anch’esso i suoi storici che da Cronache, Diari e carte d’Archivio trassero le notizie e fra essi Audisio, Del Chiaro, Zaccaria, Corisiano, Platina, Tripepi, Ruggieri, Strocchi e finalmente fra i più recenti e pregevoli il Prinzivalli.
DINO TROCCHI.”

L’Università di Pavia attraverso i secoli

Da Emporium, Vol. LXI, N. 365, maggio 1925.

“Nell’ultima decade di maggio vennero celebrate in Pavia con rito austeramente solenne le feste centenarie dell’ Ateneo lombardo auspice S. M. il Re d’Italia, che per il memorabile evento volle onorare con la sua presenza la millenaria capitale del Regno Italico, quasi ad augusta conferma dell’unanime plebiscito di omaggio tributatole dai più cospicui rappresentanti delle Università nazionali e straniere.

Due furono le date occasionali che determinarono tale celebrazione quella cioè del Capitolare di Lotario, datato da Corteolona nell’825, per il quale Pavia nella qualità di metropoli del Regno Italico veniva eretta a centro culturale della regione lombardo-ligure e la verosimile epoca dell’insegnamento del ticinese Lanfranco (1025), il quale col suo magistero diede nuova vitalità alle norme giuridiche langobarde preparando in tal modo il terreno favorevole al glorioso affermarsi della Scuola che s’intitola ad Irnerio giurista.

Giusto sopravvento; poiché dal sorgere dello Studio bolognese, Pavia non era più la città regia per eccellenza, ma bensì un bellicoso comune a tipo agricolo-militare, la cui esistenza agitata escludeva ogni possibilità di primato culturale.

Ad ogni modo questo, anche se lungo il corso del Medio Evo venne obliterandosi sino al punto di ridursi ad una umile scuola di professionisti dotati soltanto dell’orgoglioso ricordo di una tradizione di cui a pena sopravviveva la eco municipale impersonata nella orgogliosa iscrizione: Secunda Roma vale, questo primato ripeto, fu una realtà, le cui origini prime potrebbero facilmente spostarsi di varî secoli e riallacciarsi senz’altro al tragico tramonto di Ravenna imperiale, quando cioè le nuove monarchie barbariche eressero Pavia a capitale dei loro nuovi Regni così che questa divenneper storico trapasso la continuatrice di quella missione culturale di cui Ravenna nobilissima nella Italia bizantina era stata maestra.

Pavia per tanto a traverso il tramite fluviale del Po sino dalla caduta dell’Impero romano di occidente dovrebbe considerarsi come un anello di una unica catena che mettendo testa a Roma imperiale a traverso Bisanzio e Ravenna, trova la sua conclusione nella Bologna d’Irnerio.

Ma lasciando da parte tutti quegli svolgimenti che la presente tesi potrebbe offrire, per attenerci a considerazioni di carattere più generale, è certo che le vicende di Pavia studiosa assecondarono fedelmente tutti gl’impulsi politici di cui la città ticinense fu teatro a traverso i secoli.

Da ciò il significante diagramma della fortuna culturale della città dalle cento torri da cui agevolmente emerge che ogni qualvolta la causa dell’Impero prevalse anche i suoi studi superiori se ne avvantaggiarono e in modo tale da brillare di luce intellettuale vivissima.

Ciò da Teodorico a Federigo Barbarossa e da Galeazzo II Visconti a Maria Teresa per non ricordare Napoleone Bonaparte e Vittorio Emanuele II e III, dalla cui presenza Pavia universitaria oggi si ripromette una sempre più alta ascesa.

Ciò per la preistoria della Università di Pavia, ché solo dal 13 aprile 1361, data la fondazione del suo Studio generale mercé un solenne diploma di Carlo IV di Boemia rilasciato dietro intercessione di Galeazzo II, il nuovo dominatore della ghibellina rocca forte dell’Impero in Lombardia.

Da questo periodo infatti l’Università di Pavia assurge a splendore mercé il concorso dei più illustri rappresentanti dell’umanesimo che il mecenatismo intelligente dei Visconti faceva accorrere tra le sue vecchie mura.

Tale stato di cose venne per i progrediti impulsi culturali del tempo a consolidarsi vie più nel secolo XV e nel primo trentennio del secolo seguente, sino all’avvento della dominazione spagnuola, come lo attestano nel loro muto ma eloquente linguaggio, le nobili pietre tombali che ancora oggidì decorano i severi ambulacri della Università pavese, commemoranti uomini come Baldo da Perugia, Andrea Alciato e Giasone del Maino, e in mancanza di queste, i nomi del pari famosi del Grisolora, il restauratore della letteratura greca in Italia; dei Barzizza; del Panormita; del Valla; del Filelfo per ricordare gli uomini più rappresentativi di quel vasto movimento d’intelletti più che di spiriti che fu l’Umanesimo.

E a lato di essi innumerevoli turbe di studenti nazionali ed ultramontani, i quali percorrendo le secolari strade romane, che congiungevano il mondo d’Oltralpe con le feraci terre di Lombardia per i noti tramiti fluviali e montani, amavano soffermarsi tra le mura ospitali della città turrigera, ove era gran dovizia di alloggi, di vettovaglie e sopratutto d’impunità goliardica per quelle troppo frequenti intemperanze giovanili di cui abbiamo eco vivacissima in una saporita comedia latina rappresentata da studenti all’Ateneo pavese nel 1427 lo « Janus sacerdos » o nel boccaccesco dialogo dal sollazzevole titolo « Con quaestio uxoris Canichioli papiensis » della metà del ’400.

Non per nulla un acuto studioso della vita universitaria italiana nel secolo XV, Ferdinando Gabotto, così descriveva la vita goliardica di quel tempo:
«Nel secolo XV gli studenti formavano ancora un ceto distinto per origine, per abitudine e sopra tutto per privilegi dalle altre classi della cittadinanza. Raccolti strettamente in un corpo solo, avvinti da un fortissimo legame di solidarietà, formanti essi stessi, non già gl’insegnanti, la Universitas da cui eleggevano il rector magnificus e gli altri dignitarî, si credevano di fare ogni lor capriccio, dandosi specialmente bel tempo senza badare se recavano o no danno a qualcuno. Era una vita libera, gaia, spensierata, licenziosa; giuoco, donne, risse erano le passioni che animavano principalmente quei giovani baldi per l’ingegno e la robustezza. Facevansi una gloria generosa di essere immoderati in tutte le specie di disonestà e in vano si proibivano sotto pena di grosse ammende i cosi detti ludos hazardi; in vano si minacciavano punizioni maggiori e talvolta davasi anche la morte a quegli scolari che rapivano fanciulle o maritate o commettevano pubblici disordini. Essi pretendevano che erano liberi e padroni di fare all’amore con chi volevano, ed un giureconsulto, facendosi campione della loro causa, sosteneva con argomenti di diritto romano e canonico che non si potevano punire quegli scolari che mantenevano rapporti amorosi con le fantesche. Ai professori avevano pochi riguardi, anche quando li amavano; a Giasone, capitò più tardi di vedersi tolti i libri come era uso del tempo; contro il Porcellio furono scritte sconcie parole accompagnate da relativo disegno e in genere imbrattavano panche e pareti di motti osceni e di figure che lo erano ancora di più. Cantando allegre e libere canzoni, che essi stessi componevano, andavano tumultuando per le vie e spesso mascherati irrompevano nelle scuole a turbare i compagni, e sempre con le prepotenze e con le beffe mostravano quanto valevano. Così le donne non osavano prenderli a burla, anzi li ritenevano audaci e scaltri in amore».

Con la rinascita sforzesca e particolarmente per il vigoroso impulso dato da Ludovico il Moro alle lettere, alle arti ed al commercio del suo fiorente ducato, l’Università di Pavia, che nel passato non aveva mai usufruito di una stabile sede, vede sorgere un vero e proprio palazzo scolastico (1485-1490) composto «di due stanze contigue, da una sola parete separate, ciascuna delle quali ha un ampio cortile coi portici d’attorno, con molte scuole e di sopra e di sotto», che successivamente ampliate dal Piermarini tra il 1770 ed il 1785 diedero luogo all’attuale palazzo universitario.
Quasi un secolo dopo e cioè sotto la dominazione spagnuola, prevalendo gli spiriti innovatori della Controriforma, come ad emenda delle sfrenatezze umanistiche, cui si era abbandonata, senza ritegno, la gioventù gioiosa del Rinascimento sorgevano due fastosi palazzi su disegno dell’architetto più in voga di Lombardia Pellegrino de’ Pellegrini di Valsolda, che presero nome e carattere dal loro rispettivo fondatore San Carlo Borromeo (1564) e Antonio Michele Ghislieri, poi Papa Pio V (1569) a beneficio della gioventù studiosa sprovvista di mezzi di fortuna.

Da questi due focolari di feconda e raccolta operosità che ancora tutt’oggi sopravvivono gloriosamente a testimonianza della squisita sagacia di chi prima li ideò e li volle, la continuità dell’Ateneo pavese nella torpida epoca dello sgoverno spagnuolo durante il quale lo Studio ticinense si rinchiuse in sé stesso riducendosi come un tempo l’antica Schola papiensis ad un borioso vivaio di dottori in utroque e di mediocri insegnanti locali vessati in ogni maniera dalla invadente quanto vacua autorità governativa.
Per il decoro dello Studio pavese questo meschino stato di cose durò fino all’era teresiana alla cui operosità meravigliosa è dovuta la risurrezione della Insubre Atene e per ciò anche del suo secolare Ateneo, il quale in poco più di tre lustri (1757-1774) rivisse gli splendori dell’età sforzesca non solo ma venne arricchendosi via via di nuovi edifici: di una biblioteca, di gabinetti scientifici, di un orto botanico, di quanto insomma il Mascheroni nel suo classico Invito a Lesbia Cidonia celebrava come un dono di quella «Cesarea mano» in onore della quale fu meritatamente coniata nel 1772 una nobilissima medaglia commemorativa.

Parallelamente al rinnovamento culturale si affermava anche quello morale e politico; da ciò l’influsso informatore che l’Ateneo cominciò ad esercitare sul ceto più recettivo della città e quella spirituale intesa tra popolazione ed Ateneo, che in un non lontano avvenire si trasmuterà in azione generosa e concorde, costituendo in tal modo uno dei più cospicui fattori della politica rinascita della città dalle cento torri.
Ciò particolarmente cominciò a manifestarsi dai primi albori di quel moto irrefrenabile di principî e d’’uomini che suole chiamarsi abusivamente Rivoluzione francese.
Singolare preavviso degli eventi, che il prossimo domani doveva rendere manifesti, l’irrequieto agitarsi di alcuni studenti universitari ascritti nella più parte ai Collegi e a fianco di costoro numerosi professori e professionisti, di varia età, patria e condizione, che l’ ingresso delle truppe giacobine in Lombardia non accolsero impreparati.

Da ciò forse il singolare fervore col quale uomini come il Mascheroni, il Fontana, il Moscati, l’Alpruni, parteciparono al governo della prima Cisalpina, lungo il corso della quale con grave danno della loro libertà e dei loro averi, essi operarono ardite innovazioni sì nel campo legislativo che in quello culturale iniziando in tal guisa la serie gloriosa di quei nobili eroismi che nel decorso del tempo da Adeodato Ressi ad Adolfo Viterbi saranno tradizione costante del pavese Ateneo.
Infatti col sopraggiungere della reazione austro-russa non desta meraviglia che i Cosacchi del legittimismo trionfante licenziassero tutti quei professori che avevano servito sotto il passato governo e ad un tempo apponessero sigilli alla Università quasi a significare che essa più che i suoi componenti era ritenuta come la vera responsabile di quella generale sovversione politico-religiosa che aveva prodotto le audacie innovatrici del «triennio memorabile». Tali le prime albe patriottiche dell’Università pavese.

Un decennio di eroica vita napoleonica e le susseguenti vessazioni dell’Austria faranno poi il resto trasformando interamente cuore ed intelletto della gioventù studiosa, di guisa che questa altro non attenderà che l’ora dell’azione per prodigare a favore della Patria il suo sangue purissimo.
Così per il suo Studio glorioso Pavia compì una duplice missione culturale e politica ad un tempo; mentre dal suo canto dai magnanimi esempi da cui si trovò attorniata attinse nuovi e più alti incentivi a validamente operare a favore della comune redenzione politica.
Da ciò l’intimo ed indissolubile legame contratto a traverso i secoli tra la città ed il suo Ateneo; da ciò il materno orgoglio con il quale Pavia vive e partecipa della vita della sua Università poiché solo in questa essa scorge e scorgerà sempre la continuatrice ideale di quella politica grandezza che fieramente conservata sino al sorgere della dominazione viscontea venne ad infrangersi contro forze prevalenti per dar vita ad un altro primato più nobile e più certo d’ogni altro, quello della civiltà e della cultura, che ancora oggi essa afferma autorevolmente in ogni dove nel nome venerando del professore Camillo Golgi.
RENATO SORIGA.”

Le cento città d’Italia: Catania

Supplemento illustrato al N. 8912 del Secolo, 25 Gennaio 1891
“CATANA
Nel mezzo quasi, di quell’ampia, superba e dolce insenatura di mare, dominata tutta dalla gran montagna fumante, che è formata dalla costa orientale della Sicilia, molti, ma molti anni prima, che le colonizzazioni greche venissero a sovrapporsi alle antiche razze aborigene italiche, i Siculi — popolo che disceso dalle vette appenniniche, nelle plaghe lasciato scoperte dal ritirarsi dei mari e de’ ghiacciai, popolo che raggiunse un cospicuo grado di civiltà, cui studii moderni e ricerche, pressoché con sorpresa, vanno ognora più determinando — i Siculi, diciamo, avevano già fondata una città. La loro immigrazione, partita, come si crede, dal cuore della penisola italica e determinata dal sopraggiungere in quella regione delle immigrazioni Opicie e Pelasgiche, si riversò principalmente sull’isola più vicina all’Italia, ed allora fors’anco all’Italia congiunta, ove li attraeva la dolcezza del clima, lo splendore del cielo, la rigogliosa fecondità del suolo. Sulla costa orientale nella regione etnea, principalmente, come la più bella, la più meravigliosamente feconda della nuova loro patria, fecero la base della loro espansione per tutta l’Isola, stabilendovisi fortemente, e cacciandone i Sicani, altro popolo primitivo che dall’Africa per Malta era colà venuto, e li aveva di qualche secolo preceduti, sostituendosi forse ai Turani, i primi lavoratori de’ metalli — oriundi dall’Asia — i quali la mitologia greco-romana battezzò forse, ne’ Ciclopi, ne’ Giganti, ne’ Lestrigoni — creazioni fantastiche, favolose, poggianti sulle tramandate tradizioni — i mitologici primi abitatori dell’Isola.

La venuta dei Siculi nell’Isola, alla quale lasciarono per lungo volgere di secoli il lor nome, ormai imperituro, e la fondazione delle loro città sulla costa orientale dell’Isola stessa, e calcolata secondo Tucidide e Dionigi d’Alicarnasso intorno all’anno 2700 del mondo, vale a dire cinque o sei secoli prima della caduta di Troja — gran punto di partenza per la storia dell’era e della civiltà greca. Quantunque Tucidide e Dionigi, particolarmente, come pressoché tutti gli scrittori greci e latini dell’aureo periodo, si sforzino a dipingere i Siculi e gli altri popoli aborigeni italici per barbari e semibarbari, l’importante grado di civiltà toccato da questo popolo semplice e primitivo — immediato precursore degli Etruschi e dei Latini — è, dalle indagini dei dotti, dagli oggetti scoperti nelle antichissime grotte funerarie di cui la Sicilia abbonda, assodato in modo sufficiente per provare come da questa terra fatidica anche nella più lontana notte de’ tempi, si partissero lampi di luce precorritrice dell’Umanità sulla gran via dello incivilimento.
Le città della regione Etnea furono senza dubbio il maggior centro di irradiazione di questa civiltà, e fra tutte, quella che per essere la più vicina, la più sottoposta al gran monte fumante — il genio mitico della regione — fu detta Kat-Etnae, trasformatisi poi, in Catana, e dopo il periodo Romano, nel nome attuale di Catania, la bella, la gioconda, la dotta fra le città sicule, o — come diceva il Tasso la

Catania, ove il sapere ha albergo.

Il mito assegna, per primo re di Catana e della regione etnea, Xutho, figlio di Eolo, chiamato dai siculi insieme agli altri sei suoi fratelli dalle Efestiadi od Eolidi, ove era il regno paterno, per governare le loro colonie.
Ciò parrebbe avvenuto circa quattordici secoli prima dell’era volgare, epoca in cui le tradizioni più lontane della nostra storia traggono le loro radici dal mito.

“Ara di Sant’Agata in processione.”

Della civiltà de’ Siculi, antichi, sono rimaste tradizioni miti e gentili: non grande sfolgorio d’arti e di lettere, ma pratica sapienza di leggi e di vita: i lavori della terra tenuti nel massimo onore e l’agricoltura così onorata diventò fondamento di civiltà, di ricchezza: amore al suolo nativo ed alla libertà, vigorosamente difesa, sei o sette secoli più tardi, al tempo delle immigrazioni greche: rispetto per l’altrui proprietà, consacrato dalle leggi severe che punivano chi danneggiava il campo del vicino o ne rimoveva i termini. — L’aratro fu l’emblema di quella civiltà, come della nostra potrebbe esserlo la macchina a vapore: e dalla altissima Enna, per tutto il mondo d’allora e pei secoli che seguirono sino al crollo del mondo greco-romano, si propagò il culto a Cerere, l’iddia impersonante la fecondità dell’alma madre terra.
I Greci, sopraggiunti dapprima come mercatanti, poi come amici, poi come conquistatori, ladri e tiranni nel paese dei Siculi, vi appresero forse tanto quanto v’insegnarono.
Omero cantava, già ai suoi tempi, le viti poderose della Sicilia e lo squisito nettareo vino che i grossi grappoli dell’uva sicula ad Inico producevano: Diodoro è il grande testimone della perfezione e floridezza toccata dall’agricoltura sicula.
In ambiente siffatto, miti e gentili, naturalmente, dovevano essere i costumi. Di questo, dà la nota caratteristica la leggenda dei Fratelli pii, che, partita dall’antica e sicula Catana, passano attraverso al mito greco, ed all’inspirazione virgiliana, sopravvisse a due civiltà, arrivando, in una corsa d’oltre trenta secoli, fino a noi. I fratelli pii sono i siculi Anapia ed Anfinomo: una eruzione dell’Etna li sorprende ne’ loro campi insieme al vecchi genitori. Mentre le lave ignee scendono da ogni parte del monte, le forze mancano ai due vecchi per uscire, — Che fanno i figli? Si caricano sulle spalle i genitori. Quel peso però ritarda la loro corsa, è causa certa della loro morte: essi lo sentono, tuttavia la figliale pietà non li abbandona. Le lave scendono ed incalzano da ogni parte: sono attorniati: la pietà generosa di quei figli placa per una forza arcana l’elemento, la natura cede alla natura: ed Anapia ed Anfinomo. coi loro vecchi, sebbene circondati dalle lave ignescenti, crepitanti, rimangono incolumi.
Catana esulta, e del fatto ne fa escmpio e sprone di virtù pel suo popolo:templi, are, simulacri, monete, vennero innalzati, scolpiti e coniate, in onore dei fratelli pii, che rimasero simbolo del genio, del sentimento della famiglia; la loro tomba, per molti secoli onorata, fu posta nel campo detto de’ Fratelli Pii, presso il tempio di Cerere, a settentrione della città.

“Tomba di Vincenzo Bellini.”

A questa leggenda, che ha lasciato grande sedimento nell’antica poesia, vuolsi siasi principalmente inspirato Virgilio nell’Eneide, coll’episodio di Enea, portante in salvezza il vecchio padre Anchise, mentre l’incendio distruggeva per sempre la superba Ilio.
Come nella non lontana Enna — ora Castrogiovanni — prima assai che i Greci cominciassero ad installarsi nell’Isola, il maggior culto di Catana era per Cerere, che in questa città possedeva un grandioso tempio e molti simulacri.
Di cotesta iddia dell’abbondanza delle messi, della fecondità terrestre, non dissimile, e forse derivata dalla Iside egiziana, si impossessarono il mito e la poesia greco-latina: Diodoro, Ovidio, Cicerone, esaltano la Cerere catanese pari a quella ennense; le feste ed i riti che le si celebravano, tanto nell’epoca delle seminagioni che nell’epoca delle messi, erano dovunque famose. Altra deità, sussidiaria — diremo così — a Cerere, dell’antica Catana, fu più tardi Galatea, la nivea ninfa che del sangue di Aci suo amante, schiacciato sotto uno scoglio dal ciclopo Polifemo, fece un fiume fecondatore dell’agro catanese: e nello stesso tempo a Catana consultavansi gli oracoli Palici, nel tempio di Palico, presso il laghetto sulfureo, or quasi scomparso, di cui vedesi ancora il letto avvallato, tra Mineo e Palagonia: oracoli durati in onore fin quasi al tempo di Virgilio che ne canta così:

Lungo al Simeto, u’ lara di Palico
Tinta non come pria di sangue umano
Più pingue e più placabile si mostra…

I Greci, calcidesi-eubei, si impossessarono di Catania l’anno 730 a. C. e vi stabilirono una colonia d’importanza pari a quella che la città aveva acquistata in sette secoli di vita sicula. Alla civiltà mite, tranquilla di quel popolo d’agricoltori che erano i Siculi, si aggiunse quella più vivace, un po’ guerriera, un po’ negoziatrice, più artistica, intellettiva e progressiva dei Greci: naturale quindi, che la città in quel cambiamento e rimpasto di razze e di civiltà, di consuetudini e di tendenze, ne uscisse grandemente migliorata ed abbellita.

Poco più d’un secolo dono la venuta de calcidesi, Catana era trasformata. — Essa aveva l’Ippodromo pe’ giuochi olimpici, le corse, le feste a Bacco, ch’erano nelle consuetudini dei Calcidesi:la Naumachia, per il nuoto, le corse, le lotte navali: il Teatro per la commedia e la tragedia, l’Odéo, per la musica: vuolsi anzi che il suo tea tro superasse quelli di Taormina, di Siracusa, di Agira e di Segesta; aveva la Basilica, il granajo pubblico, le armerie e la zecca, della quale si hanno ancora preziose monete, il suo Ginnasio fu famoso fra quelli della Sicilia antica, poiché venne arricchito da Caronda dell’Accademia degli Omosipii, consesso che diede alla patria uomini insigni per scienza, e per virtù pubbliche e private.
Caronda, il grande legislatore siculo, che filosofi e storici greci collocarono accanto a Solone ed a Dracone, nacque in Catana fra il 660 ed il 654 a. C. sebbene siavi chilo vuole precursore di Pitagora ed altri che lo dicono discepolo del gran filosofo di Samo. Egli fu il maggior promotore della coltura de’ suoi concittadini e dettò leggi sapienti per le città calcidiche di Catana, Leonzio, Nasso, Eubea, Mile, Imera, Zancla e Reggio. All’Accademia degli Omosipii, fondata da Caronda, si ascrisse il poeta Tisia o Stesicoro — così detto dall’aver egli innovati, perfezionandoli, i cori della tragedia — quando, verso la fine del sesto secolo a. C.. cacciato da Imera sua patria, si rifugio in Catana e vi rimase la maggior parte della lunga sua vita, poetando ed educando i giovani: v’ebbe onori, e morto, ottantenne, un sepolcro rimasto famoso, sulla piazza ora detta Stesicorea, ma distrutto dalla lava d’una delle più antiche eruzioni dell’Etna.
Cittadino insigne di Catana in questo periodo luminoso della sua civiltà fu pure Pitone, poeta, oratore, segretario di Filippo il Macedone, lodato più volte da Demostene; ed inscritti all’Accademia catanese, fatta palestra delle loro discussioni, ed ospiti di Catana, furono in varii tempi Eschilo, Pindaro, Epicarmo, Senofane da Colofone, Bacchilide, Simonide ed il grandissimo Platone.

“Via Stesicoro-Etnea.”

Questo periodo segnò l’era felice nella storia di Catana. Ma la potenza, la pace, la ricchezza di cui godevano i Catanesi, dava ombra e sospetto ai tiranni siracusani, cui non garbava in vicinanza dei loro dominii quel focolare di libertà, ch’era la libera città. Gerone I, pretestando l’odio che gli addimostravano i Catanesi, fu il primo a romperla: nell’anno 474 a, C., si impossessò di Catana, ne confino i cittadini a Leonzio (oggi Lentini), vi portò ad abitarla diecimila fra siracusani e peloponnesiaci: soppresse le leggi saggie di Caronda sostituendovi le sue arbitrarie e tiranniche : poi, non ancor soddisfatto, cambiò il nome di Catana in quello d’Etnea: ne riformò l’edilizia erigendo nuovi e superbi edifizi, per la qual cosa, proclamandosi fondatore della nuova città volle esser chiamato Gerone Etneo, Mori in Catana l’anno I della 78a olimpiade: ed i Catanesi, eccitati da Ducezio, profittarono di quella morte per ritornare in patria, cacciarne siracusani e greci, ripristinare le leggi, distruggere i simulacri che Gerone aveva fatto erigere in proprio onore, ed allearsi agli Ateniesi nella guerra che questi in quel turno portarono a Siracusa.
Più tardi Dionisio il Vecchio, altro tiranno siracusano, pel tradimento del prefetto Archelao, si impadronì di Catana: ne trasse in ischiavitù infiniti cittadini e vi mandò ad abitarla una colonia di Campani: dopo di lui Mamerco ed i Cartaginesi tiranneggiarono crudamente la città, ma nell’anno 345, Timoleone, chiamato dalle città ionico-calcidesi della regione etnea venne, ne cacciò gli oppressori e la ricondusse alla primitiva libertà.

“Chiesa del Santo Carcere.”

La dominazione romana, come per tutta la Sicilia, segnò anche per Catana uno dei periodi più tristi della sua storia. Città e terre, dapprima ricche, magnifiche le une, feconde, ubertose le altre, furono di ogni loro ricchezza spogliate dai nuovi ed avidi conquistatori. I simulacri preziosi, le cose più belle, e perfino le colonne dei templi siculi vennero mandati a Roma. Così furono devastati i templi famosi della Cerere Ennense e della Catanese. La rabbia spogliatrice dei Romani giunse al punto, che, rinvenuto a Catana — cosa da essi non mai vista — un quadrante solare scolpito su una tavola di marmo, lo divelsero dall’edificio su cui trovavasi e lo trasportarono a Roma, credendo di poterne in quella novella posizione geografica trarne uguale ufficio! — Le spogliazioni di Caio Verre, proconsole romano in Sicilia, son troppo memorabili nella storia, perché se ne abbia qui a parlare più a lungo.
Le dure condizioni fatte da Roma alla Sicilia, i cui abitanti, ridotti a schiavitù ed ai lavori della gleba, non avevano trattamento migliore dei bruti o dei barbari fra i quali le legioni romane si aprivano dei varchi sanguinosi, generarono le tremende guerre servili, per le quali più d’una volta Roma corse pericolo di perdere la pingue preda.
In quelle guerre Catana subì grandi devastazioni, alle quali si aggiunsero due delle più terribili eruzioni che l’Etna abbia mai date, apportatrici di desolazione in tutto il fertile suo agro.
Allorché Augusto, mosso dalle continue lagnanze dei Siciliani, pensò di migliorare le condizioni dell’Isola, ch’era pur sempre una delle maggiori sorgenti di ricchezza e di forza per Roma, fece di Catana il maggior centro della civiltà romana, restaurandone i decaduti edifici, erigendovi l’Anfiteatro, del quale si veggono ancora le vestigia presso la piazza Stesicorea: Marcello vi eresse un arco trionfale e ripristinò il Ginnasio catanese all’antico splendore, onde alla città nuovo lustro ne venne e prosperità.
Così il tramonto della civiltà greco-romana, per l’antica Catana — che coi suoi dotti, i suoi filosofi, i suoi poeti, la sua accademia, in quella civiltà aveva avuta tanta parte — fu de’ più rosei e sereni — turbato solo, al crollo finale del mondo romano, dalle invasioni de’ barbari che si scatenarono feroci — i Vandali particolarmente — sulla Sicilia, come su tutto il rimanente d’Italia.

“Via Stesicoro-Etnea.”

APPUNTI STORICI

La storia della Catania medioevale e dell’era moderna è troppo connessa alla storia generale della Sicilia, perché se ne possa parlare qui partitamente e con una certa diffusione senza entrare nell’orbita affatto speciale di quella; cosa che il nostro compito, ora, non richiede.
Accenneremo, solo, sommariamente, e per onor della cronologia, a quegli avvenimenti che nella storia di Sicilia più direttamente toccano la bella e nobile città, da trenta e più secoli fiorente sulle falde del gran vulcano, come sposa fedele ed amorosa, che, attaccata all’omero del consorte, non lo abbandona neppure nelle sue collere più tremende ed ingiuste.
Vuolsi che il Cristianesimo fosse importato in Catania, nell’anno 44 di Cristo, da san Berillo, consacrato vescovo dallo stesso capo degli apostoli, Pietro. Ma, più che storia, è più leggenda: la quale pertanto serve a constatare che Catania fu delle primissime città ad accogliere la nuova setta de seguaci del Nazareno: prova anche questa dell’importanza e della matura civiltà del centro nel quale il preteso Berillo ed i primi neofiti che l’accompagnarono erano venuti, sicuri di fare proseliti.

Sul largo martirologio cristiano, in Catania, irradia un poetico riflesso la pietosa leggenda della vergine e bellissima Agata a cui il proconsole Quinziano — nell’anno 252 — non potendola ridurre ai suoi desiderii — fece strappare il vezzo muliebre che più aveva eccitate le sue concupiscenze, le mammelle — supplizio atroce nel quale l’eroica vergine spirò.
Non c’ è storico catanese o siciliano — de’ più antichi particolarmente, che non rammenti il pietoso fatto, nel quale, coll’entusiasmo della nuova fede, si fonde il sentimento della più nobile fra le virtù della donna.
Il periodo delle invasioni barbariche segna un’ epoca di profonda tenebra per la storia di Catania: dell’antica città etnea, non si ha notizia se non per una lettera di Cassiodoro del 498, citante un decreto di Teodorico, che permetteva a quei cittadini di restaurare col materiale degli edifizii romani rovinati da un recente terremoto, le mura e le chiese della città.
I Greci-bisantini, condotti da Belisario, conquistarono Catania nel 534: e da quel momento, fino alla conquista saracena, Catania fu soggetta all’influenza bisantina centralizzata per tutta l’isola, in Siracusa.
I due secoli di dominazione musulmana non diedero a Catania sorti differenti da quelle del rimanente dell’Isola. Cominciata con guerre sanguinose di conquista, la dominazione Saracena portò poi in Sicilia i germi d’una civiltà scientifica, pratica, sperimentale, che si staccava in tutto da quanto allora era sopravissuto della spenta civiltà greco-romana. Nuove cognizioni e nuovi prodotti agricoli, principalmente, furono dai Saraceni portati nell’Isola: un gusto artistico nuovo, una lingua, una letteratura, e consuetudini tutte loro speciali, furono fecondamente accolte ed immedesimaronsi nelle popolazioni, nelle quali ancor oggi, ad onta del sovrapporsi delle dominazioni normanne, sveve, angioino, aragonesi, borboniche, — sebbene trasformate — sono tutt’altro che spente ed inavvertibili.

Le discordie degli emiri Saraceni e particolarmente il tradimento di Ben-el-Tammah, chiamarono, sullo scorcio del secolo X, nell’Isola i Normanni, da qualche anno rafforzatisi in Salerno, sulle rovine dell’antico ducato longobardico di Benevento e scendenti per la Calabria verso lo stretto.
L’era normanna è un altro periodo luminoso per la Sicilia, segnante in essa l’albore della civiltà che mandò i suoi primi bagliori alle corti sicule, normanne e sveve di Palermo e di Catania, fra le delizie della Zisa e della Favara.
Il conte Ruggero fu il primo de’ Normanni ad entrare in Catania: e subito diede mano alla costruzione della magnifica cattedrale (1091), riorganizzò il vescovado, chiamando a reggerlo Augerio, priore dei benedettini di Sant’Eufemia in Calabria, assegnandogli per diocesi Aci, Paternò, Aderno, Motta Sant’ Anastasia, Centorbi, Castrogiovanni, Iudica, cogli interi e rispettivi territorii e pertinenze, mettendo fine al fiume Salso ed ai limiti di Girgenti, Troina, Siracusa e Messina.
Gli uffici del pio Ruggero presso la corte bisantina riescirono ad ottenere la restituzione del corpo di sant’Agata — rubato due Secoli prima da un tal Maniace — che con solenne cerimonia venne depositato nella nuova cattedrale: altro fatto al quale danno risalto gli antichi storiografi siciliani.

Nel 1170, oltre esser stata devastata da un terribile terremoto, Catania venne presa, smantellata dalle armi di Enrico VI di Svevia, figlio a Federico Barbarossa, e marito a Costanza, ultima erede de’ Normanni e figlia a re Ruggiero: e ciò per essersi fatta centro di quella ribellione di baroni siculi-normanni, che, non accettando il passaggio della corona de’ Guiscardi in casa Sveva, volevano nominarsi un altro re, continuatore della loro tradizione nazionale.
Gli Svevi non furon benigni verso Catania: poiché più tardi anche Federico II, — figlio ad Arrigo III — abbandonata Palermo, ove infieriva una terribile pestilenza, e venuto a fissar colla sua corte dimora in Catania, come seppe d’una congiura di guelfi catanesi orditasi contro di lui — grande sostenitore de’ diritti della potestà civile contro il papato — fece fare dalle sue truppe man bassa sulla città, e, per tenerne ad ogni occasione in soggezione gli abitanti, fece erigere il castello detto d’Ursino, in quel rialzo ove anche oggidì lo si vede.

Più generosa Catania verso gli Svevi che non questi verso di lei, nel conflitto degli ultimi Svevi, Manfredi e Corradino, contro gli Angioini, Catania sostenne le ragioni dei primi — e alla tremenda riscossa del Vespero, Catania, delle città sicule, fu la prima a far eco alla rivolta di Palermo e nel celebre movimento fra i suoi cittadini si distinsero le famiglie degli Anzalone, de’ Seminara, de’ Sismondo, degli Alessandrano.
Gli Aragonesi, ai cui ordini s’eran messi Gianni da Procida, ed il valoroso ammiraglio Ruggiero di Laoria, profittarono del moto del Vespro per farsi signori della Sicilia: ed un primo pseudo-parlamento, tenuto in Catania nel 1287, proclamò re di Sicilia Pietro III d’Aragona: che fissò per se ed i suoi successori la sede della, corte e del governo della Sicilia in Catania.
Nelle guerre tra Federico II d’Aragona e Roberto d’Angiò, Catania, parteggiante per il primo, ebbe a soffrir molto, specie quando il tradimento la diede in potestà degli Angioini, che della lunga eroica resistenza trassero su di lei, saccheggiandola, ed incendiandola, aspra vendetta. Ritornata, per la pace di Castronuovo, in potestà di Federico II, questi diedesi a migliorarne le condizioni ed a recarle lustro novello tenendovi la sua corte.
Questo re, del quale le storie sicule dicono assai bene, morì nel 1336 e fu sepolto nella cattedrale di Catania, dove la sua tomba mostrasi ancora al visitatore.

Dopo questi, che sono gli avvenimenti politici di maggior rilievo nella storia di Catania, si cita come un’ èra fortunata per la città il regime di Alfonso il Magnanimo: che ordino, nel 1438, la costruzione di un nuovo porto, al di là di quello antico, colmato quasi dalle lave delle precedenti eruzioni: e che nel 1434 fondò la Università catanese, fornendola della, per il tempo, cospicua dotazione di 6376 lire d’oro, dichiarandola Siculorum Gymnasium, titolo che papa Eugenio IV, nel 1444 riconfermò, accordando allo Studio catanese i privilegi goduti dalle primarie e più antiche università italiane.
Dalla dominazione Aragonese e Castigliana passando nel secolo XVI sotto quella di casa d’Austria, co’ successori di Carlo V, ed infine de’ Borboni di Spagna e di Napoli, Catania seguì le vicende tutt’altro che fortunate comuni alla Sicilia: aggravate per lei da frequenti eruzioni, terremoti, rovine, di cui parleremo particolarmente in apposito articolo.
Insofferente, come tutto il resto della Sicilia, dell’obbrobrioso governo di Ferdinando II di Borbone — il Re Bomba — Catania, insieme a Siracusa precorse il movimento della ricostituzione italiana coi moti del 1837 e 1848: moti soffocati nel sangue dalla truculenta sbirraglia borbonica.
In quei moti vennero dietro sommario giudizio fucilati i cittadini catanesi Candullo Amore Giuseppe, Gulli Pinelli Giacinto, Sciuto Sebastiano, Pensabene G. B., Sgroi Angelo, Barbagallo Pittà Salvatore, Candullo Guerrera Giuseppe, Mazzaglia Gaetano, come eccitatori principali della rivolta, e furono dannati alla galera di Favignana, Rosario Nicotra Amico, Francesco Longo, Luciano Mazzaglia, Di Stelano Ginseppe, Lannini Giuseppe, Scordino Giacomo. Catania, memore, intitolò ad essi la bella piazza al mare.

Garibaldi, l’eroe liberatore, cacciò nel 1860, da Catania, come da tutta la Sicilia e dal mezzogiorno d’ Italia, le orde borboniche: e pure, da Catania, due anni dopo, dato convegno ai suoi nel bosco della Ficuzza, lanciò, il 17 agosto, il fatidico grido O Roma o morte, e movendo all’attuazione del generoso ideale — padrone com’era della città entusiasta e fremente — salpò, con tremila volontari, sull’Abatucci ed il Dispaccio sotto le pronte batterie della regia flotta, per Pizzofalcone sulla costa calabra, da dove ascese al calvario glorioso di Aspromonte.

“Il porto di Catania.”

ERUZIONI E TERREMOTI

Oltre la sua gloriosa storia civile antica e moderna, Catania ha una storia tutta sua speciale che si collega al grande vulcano, tra le cui falde estreme ed il mare, ella, sorse; storia scritta nei secoli da immani torrenti di lava, scendenti dal vertice della montagna e spingentisi sino a due o tre chilometri nel mare; storia di terremoti e di desolazioni spaventevoli — come nessuna altra città al mondo, forse, ricorda le uguali.
La prima delle grandi eruzioni etnee ricordate nell’evo storico è quella che diede origine alla leggenda, più sopra narrata, dei Fratelli Pii. — Sembra che anche allora, le lave dall’alto cratere si spingessero per molti declivii fino al mare. Vengono poscia quella del 476 a. C. descritta da Pindaro: e quella del 396 a. C.
Nell’epoca romana, sono sopra tutte ricordate le eruzioni degli anni 126 e 122-121 a. C., sotto i consolati di Marco Emilio e Lucio Aurelio, di Cecilio Metello e Quinto Flaminio, nelle quali le lave, oltre devastare la città e paesi circostanti, si precipitarono nel mare.

“Portale del Santo Carcere.”

Nei tempi di mezzo sono rimaste celebri: la eruzione del 4 febbrajo 1169, accompagnata da un terribile terremoto che di strusse quasi la città, e ne seppellì sotto le macerie 15,000 abitanti: compresi il vescovo Ajello, il clero ed i maggiorenti raccolti nella cattedrale, per scongiurare colle preghiere gli imminenti pericoli — e quella del 1329, che arrecò essa pure danni enormi alla città e suo territorio.
Nell’evo moderno, sono rimaste celebri le eruzioni del 1537, e più specialmente quella del 1669, che fu la più terribile di tutte.
Essa durò dal marzo a tutto l’aprile di quell’anno e riempì di lave l’ameno lago di Nocito, e la ridente vallata che lo attorniava. Le lave scesero per diversi torrenti sulla città, ne sorpassarono i bastioni, seppellirono gli avanzi della Naumachia, del Circeo, del Ginnasio, e distrussero i bastioni di San Giorgio e di Santa Croce, circondarono le due torri del castello Ursino, discesero dal bastione del Tindaro, invasero il giardino dei Benedettini e ne circondarono il monastero — senza però recarvi gran danno — mentre per altra parte si precipitavano in mare per oltre due chilometri, spintevi dice la divota leggenda, dal velo di Sant’Agata, che loro fu esposto davanti. Questa eruzione fu data da nuovi crateri apertisi sul fianco del monte a breve distanza da Nicolosi, i quali, raffreddatisi poscia, formarono i Monti Rossi, di cui ci occuperemo più avanti.
Catania non s’ era peranco riavuta da questo spaventoso disastro quando, il 9 gennajo 1693, un terribile terremoto, annunziatore di nuova eruzione, la distrusse quasi, insieme a cento fra città, paesi e ville della valle di Noto, facendo più di 100,000 vittime. Catania poté dirsi letteralmente rovinata, poiché de’ suoi edifizii non rimasero in piede che il castello d’Ursino, l’abside e tre cappelle della cattedrale, ed alcuni palazzi solidamente costrutti. Di questo terremoto, del quale gli storici siciliani fecero ampie, raccapriccianti descrizioni, si vede ancora murata su una casa della attuale via Lincoln, la lapide commemorativa che qui trascriviamo.

D. — — M.
Ferma le piante e leggi o passeggier
A 9 di Gennaio 1693 trema Catania a scosse
di fiero terremvoto e replicando alli 11
Del medemo con tutte le sue grandezze
con 16 mila catanesi sepolti da’ sassi
Derelitta da vivi, derubata da ladri
rimane: In simil fato a fuggir le mura
e ricoverarti nei campi a custo-
dir la città questo marmo
ti insegni — Così viverai
Ann, do, 1697 —

Altre eruzioni notevoli furono quelle del 1755, parallela al terremoto famoso di Lisbona, e quelle del 1766 e 1792.
Nel nostro secolo, si contano già diciotto eruzioni: delle quali la più importante fu quella del 1812, durata sei mesi: vengono poi quelle del 1819, 1849, 1852, 1865, 1805, 1874, 1877, 1883 e 1886, quest’ultima abbastanza importante, poiché le lave si arrestarono a pochi metri dalle case di Nicolosi, e formano oggidì dal loro cratere di origine, un immane e tortuoso torrente di masso grigio-cupo, serpeggiante fra il verde intenso di campi, di vigneti, di aranceti, — belli come non se ne ha idea, — per un’estensione di parecchi chilometri di lunghezza.

Monumento a Bellini.

Ad onta di questi frequenti, replicati disastri, Catania — come la mitica fenice — è risorta sempre rinnovata ed ognora più bella dalle proprie rovine: senza serbar rancore alla superba montagna, che di tanti mali le fu causa, ed a cui, anzi, i catanesi guardano sempre con affetto ed entusiasmo, come alla cosa più caratteristica e bella della bellissima loro terra, sì che il poeta delle sue glorie e della sua bellezza, poté cantare:

Chi la vide coll’Etna domato
Carezzata dai fiotti del mar,
Sotto un ciel di splendori dorato
Di sue glorie ne’ fasti posar ?
Per un clivo di messi, vigneti,
Lave, fonti, giardini, oliveti,
Sull’antica dagli anni sepolta
Grandeggiar la stupenda città.
Cadde, sparve, rinacque altra volta,
Coronata di nova beltà !


ANTICHITÀ GRECO-ROMANE

Ci si consenta, prima di parlare della Catania moderna, delle sue vie grandiose e de’ suoi monumenti, di dare un ultimo sguardo a quanto rimane ancora in piedi ad attestarci dello splendore e della gloria di Catania antica, la Catana sicula-greco-romana.
Il monumento più vetusto dell’antica Catana, ed anche, storicamente e artisticamente parlando, il più importante, è senza dubbio il Teatro Greco. Come tutte le costruzioni di questo genere — quali si veggono ancora a Siracusa e Taormina — esso ergevasi sul pendio d’una collina dominante il mare, il cui immenso sfondo trovavasi davanti agli spettatori. La sua pianta è raffigurata da un doppio semicerchio, avente all’interno una circonferenza di circa quaranta metri ed all’esterno una periferia di 169 metri. La scena ove gli attori agivano era nella parte più bassa dell’edificio: l’orchestra misurava una larghezza di 29 metri. Costrutto nell’aureo periodo greco, questo teatro venne ampliato durante la dominazione romana. Le sue fondamenta sono greche, consimili a quelle degli altri teatri dello stesso periodo che si trovano in Sicilia.

“Mandriano dell’Etna.”

Era a due precinzioni, divise in nove settori: e non ne rimangono che ventun gradini inferiori di un settore estremo, al quale si giunge per un corridojo sotterraneo a volta, di solidissima costruzione. Molte parti del Teatro Greco di Catania sono sotterranee, od emergono appena, per recenti scavi, dal suolo. Veggonsi frammenti di mosaici, torsi di statue, ornati.
Le case che nel processo dei tempi furono edificate sull’area di questo teatro, ne conservano ancora in gran parte, verso l’interno, la forma semicircolare.
È fama che nel 495 a. C. Alcibiade, venuto apposta in Catana, in questo teatro arringasse i Catanesi e li decidesse ad unirsi agli Ateniesi nella guerra contro Siracusa. Come si vede, non è soltanto usanza de’ nostri tempi il far servire i teatri anche a manifestazioni politiche e patriotiche!
Attigue al teatro veggonsi ancora le rovine dell’Odéo, recinto di circa quaranta metri di diametro, nel quale più particolarmente radunavansi i musici onde prepararsi ai pubblici concerti ed alle rappresentazioni. Le sovrappostevi costruzioni moderne hanno completamente sfigurata la pianta dell’antico, e per la storia dell’arte importantissimo edifizio, unico nel venere di cui rimangano ancora avanzi e memorie.
Presso la chiesa del Carmine all’Indirizzo, rimangono ancora in un relativo buon stato, le terme dionisee ed achillee, celebrate dagli antichi scrittori per la loro munificenza.

“Casina degli Inglesi.”

Se la grandiosità imponente delle terme romane non avesse un po’ guastata l’impressione dei turisti, queste terme catanesi, per la sapiente disposizione dei loro compartimenti — distribuiti cioè secondo gli stretti dettami della scienza termale di allora — meriterebbero maggiore studio ed attenzione di quanto attualmente loro si presti. Quivi mostrasi ancora l’Apoditerio, l’efebeo, il coricéo, il conisterio, il frigidario, l’eleuterio ed il laconico. Un filone di lava, nell’eruzione del 1669, crediamo, è passato al disopra d’uno de’ grossi muraglioni delle terme: e su quel filone si è scavato un solco un ruscelletto d’acqua limpida e fresca, perdentesi sotterra e derivante si crede dall’Amennano, il fiume storico di Catania, cantato da Caronda e da Pindaro, pressoché tutto coperto, e la cui foce è alla marina, al di là della villetta Pacini, nel nuovo porto.
Presso la piazza Stesicorea, mostransi ancora alcuni archi, parte di un corridoio del grandissimo anfiteatro costrutto, sembra, ai tempi d’Augusto, restaurato nel terzo secolo e demolito in gran parte da un terremoto durante il regno di Teodorico. Era di forma leggermente ellittica, misurando nel suo asse maggiore 125 metri e nel minore 106, con una circonferenza esterna di 389 metri ed interna di 193. Conteneva 16,000 spettatori. I suoi avanzi sono ormai insignificanti.
Qualche interesse presentano pure le cosidette catacombe, alle quali si accede per una scaletta angusta ed umida, sboccante ad una porticina, all’angolo sinistro della cattedrale. Anche queste, che le guide sì sforzano di chiamar catacombe, sono rovine di terme antiche, estendentisi in parte sotto la piazza ed in parte sotto la cattedrale. Vi si osservano avanzi di mosaici, di pitture e di decorazioni. Sono in parte attraversate ed otturate dalle lave. Le percorre un rigagnolo d’acqua limpida e freddissima, proveniente, si crede, da un antico acquedotto.
Del Ninfeo, della Naumachia, del Ginnasio, del Foro, dell’Arco di Marcello, della Curia, della Basilica che si sa esistevano un tempo in Catania, non si potrebbero indicare le località occupate. Le lave, i terremoti e gli uomini si incaricarono di disperderne ogni vestigia.


MONUMENTI E CHIESE

Il duomo di Sant’Agata.

Lo abbiamo già detto: Ruggero normanno, il fondatore della dinastia sicula-normanna, il liberatore della Sicilia dalla soggezione saracena, fece erigere il duomo di Catania nel 1091, dedicandolo alla martire cristiana di cui nella città era rimasta sì viva e toccante la leggenda. Esso sorge, prospettato da una bella piazza, al principio inferiore della grande arteria catanese, la via Stesicoro-Etnea. L’abside ed una parte della fiancata di questo tempio, son là per provarci, che se i terremoti e le eruzioni l’avessero rispettato, non rendendo, in replicate volte, necessarie quasi totali riedificazioni, il duomo di Catania sarebbe uno dei più insigni monumenti dell’arte araba-normanna in Sicilia: tale da poter gareggiare in bellezza colla cattedrale di Santa Rosalia in Palermo, col duomo di Messina e con quello meraviglioso di Monreale.
La facciata, in tutto moderna, riedificata cioè dopo il terremoto del 1693, è a tre ordini: composito, corinzio ed attico: ornata di colonne e statue alquanto barocche: le sei colonne di granito formanti L’ordine interiore, vuolsi sieno antichissime, appartenenti cioè alla scena del teatro Greco.
L’interno della chiesa, di stile baroccheggiante, è scompartito in tre navate: la forma di croce latina avente nel braccio maggiore la lunghezza di 96 metri, nel minore di 40. Gli archi grandiosi dell’abside, a sesto acuto, stonano col rimanente dell’edificio: ma son là ad attestare la primitiva purezza di stile dell’edificio, cui i terremoti da una parte e gli artisti del seicento e settecento dall’altra — come pur fecero della cattedrale di Palermo colla cupola orribilmente stonante — s’incaricarono di trasformare. Molti dei marmi che ornano il duomo di Sant’Agata furono tolti dal Teatro Greco, e da altri edifizii dell’antica Catania.

“Fiera del lunedì, presso il teatro Castagnola.”

Nelle cappelle laterali sono alcuni buoni quadri: fra cui notasi il Martirio di Sant’Agata di Filippo Paladini.
Tombe ve ne sono parecchie, di valore storico: citiamo, il sepolcro di Federico Il d’Aragona, di Giovanni suo figlio, di Lodovico, di Federico II, di Martino, di Maria e di Costanza — figlia a Pietro IV — tutti aragonesi: ed un interessante sarcofago, del secolo XV, contenente il viceré Don Fernando de Acuna colla seguente scritta:

del buen don Fernand de Acuna y Viney
es este sepulcro y clara memoria
que tanto sirmo a Dios y a su rey
pur donde fue digno de fama y de gloria

Il morto viceré, è effigiato sul sarcofago come se fosse steso sul suo letto di morte vestito della sua armatura. Il tutto forma un discreto saggio d’arte del rinascimento.
La cappella di Sant’Agata è come il sacrario della cattedrale: chiusa sempre da una pesante e robusta cancellata in ferro. In essa si conservano, entro apposita cripta, i resti della Santa, il suo tesoro, fra cui la corona d’oro ed ingemmata, regalata da Riccardo Cuor di Leone, quando sbarcò in Sicilia, reduce da Terrasanta, ed il famoso velo, che serve — secondo la credenza del popolino — ad arrestare le lave quando minacciano di irrompere nella città. È notevole in questa cappella la straordinaria quantità di mammelle in cera, che quali ex voto si veggono appiccicate alle pareti. Se non fosse per la riverenza del luogo, parrebbe di trovarsi in un reparto di museo anatomico: sezione ginecologica!
Su uno dei piloni di destra è collocata la tomba del Cigno catanese, di Vincenzo Bellini — simpatica composizione del ligure fiorentinizzato scultore Tassara, artista, soldato e patriota, poiché anch’egli, come il Rivalta, fu uno dei Mille. In questo piccolo mausoleo è raffigurata la musica piangente sulla tomba di Bellini, sulla quale, per tutta epigrafe, sono scolpite le prime battute della ineffabile melodia della Sonnambula:

Ah! non credea mirarti,
Sì presto estinto, fiore…

Nella sagrestia sono notevoli lavori d’intarsio e di legno scolpito: e sopratutto merita di essere osservato, come documento storico, il grande quadro a fresco del Mignemi— contemporaneo al disastro — rappresentante Catania durante l’ eruzione del 1609.

Nella bella piazza, che si apre di fronte alla cattedrale, sorge la fonte dell’Elefante: un monumento in sé curioso, ed importante dal punto di vista archeologico. Su un basamento barocco, ai cui lati stanno le figure simboliche dell’Amennano e del Simeto, i due fiumi fecondatori dell’agro catanese, posa un elefante di lava, antichissimo, di cui ignoransi le origini. L’elefante, — che per questo forma l’impresa dello stemma di Catania — sorregge alla sua volta un obelisco egiziano, trovato dove un tempo fu il Circo, senza però che si sia potuto appurare come e quando esso venne portato a Catania. L’obelisco è alla sua volta sormontato da gigli e palme in ferro, attributi del martirio di Sant’Agata. È un misto di sacro e di profano, di lave e di marmi, di antico e di moderno, curioso ad osservarsi.

Ai Benedettini.

Salita l’erta di via Lincoln, in piazza Dante, sorge, attiguo alla chiesa di San Nicolò, il grandioso monastero dei Benedettini, una delle fabbriche più insigni della Sicilia, e certo fra le cose più importanti di Catania.
È un edificio colossale, imponente nella semplicità delle sue linee grandiose. Fu eretto nel 1700, dopo che il terremoto del 1693 aveva atterrato l’antico edificio, rispettato dalle lave e dai terremoti del 1669. Consta di due piani, con mura si grosse e sì solidamente costrutte, da far invidia ad una fortezza.
Dal 1866, soppressi gli ordini religiosi, diventò proprietà demaniale: una parte fu adibita ad uso di scuole, un’ altra, ad uffici, ed infine una terza a museo e pinacoteca, in cui conservansi collezioni e quadri d’un certo valore, per la storia regionale segnatamente. Interessanti sono in particolar modo le collezioni di vasi, statue, idoli, lucerne, in terracotta e metallo, delle epoche sicula, greca, etrusca e romana: le collezioni di oggetti medioevali, di conchiglie e di cammei. Fra i quadri, hanno maggior valore per il tempo ed il processo artistico, una Madonna di Antonello da Saliba, e per il disegno e l’efficacia del colorito il San Cristoforo di Pietro Novelli.

“Aci-Castello.”

Nell’interno dell’edificio, è un chiostro di buonissima architettura, e di là si può passare nel nello ed ombroso giardino, che è a tergo dell’edifizio — dal quale si gode uno dei più sorprendenti panorami della regione etnea.
La chiesa di San Nicolò, attigua al convento dei Benedettini, è il tempio più vasto della Sicilia. Presenta esso pure nella pianta la forma d’una croce latina: misurante 105 metri in lunghezza e 48 nel ramo trasversale. La cupola inalzantesi al punto d’intersezione dei due bracci è alta 62 metri.
Dieci cappelle laterali, di forma semicircolare contengono varii quadri sacri di buoni autori, per lo più di scuola romana.
Il coro ha novantasei stalli di legno, scolpiti dal palermitano Nicolò Bagnano: è magnifico. Nello sfondo dell’abside, sopra il coro, ergesi il famoso organo del calabrese abate Donato del Piano: uno fra i più celebri d’Europa, per l’ingegnosità dei meccanismi, la mole, la squisitezza de’ suoni, l’effetto straordinario degli assieme. Conta 72 registri, cinque ordini di tastiere, e 2916 canne — imitanti ogni sorta di istrumenti: costò 150,000 lire, e dieci anni di lavoro al suo autore — che volle essere sepolto nel coro sotto la grandiosa opera sua.
Per gli scienziati ha vera importanza il gran quadrante solare tracciato nel 1841 dai matematici Sertorio Walterhausen di Gothingen e D. Cristiano Peters di Flonsbourg.
L’altezza del gnomone è di metri 21,907 ed il rettangolo di marmo sul quale cade l’immagine solare è di metri 37,360 in lunghezza e metri 7,8775 in larghezza. Questoquadrante è descritto in modo da poter determinare il mezzogiorno vero coll’approssimazione di meno d’un secondo.
La facciata di San Nicolò è rimasta incompleta.

Un monumento importante, nella storia dell’architettura, e della sicula in ispecie, è il portale della piccola chiesa del Santo Carcere — appartenente, dicesi, all’antica cattedrale. E un buon modello dell’architettura in Sicilia tra il secolo X e VXI: e nell’insieme presenta una strana fusione di stile bisantino-gotico-arabo-normanno. L’interno del Santo Carcere non può interessare che i devoti, per la stanzuccia che vi sì mostra e venera, e nella quale, secondo la leggenda, Quinziano fece rinchiudere e martirizzare Agata resistente eroicamente alle sue turpi voglie.

Fra i non pochi edifizii civili che fanno di Catania una delle più belle città non solo della Sicilia, ma d’Italia, citiamo innanzi tutto il vasto Palazzo Comunale: grande mole quadrilatera, sorta sulle rovine dell’antico palazzo Senatorio crollato col terremoto del 1695. Questo palazzo fu inalzato nel 1741: ha un ingresso per ognuna delle sue facciate e possiede una vasta e magnifica corte.
Il Castello d’Ursino, ora caserma per le truppe, è forse il più antico degli edifizii della Catania moderna. Costrutto per scopo di fortificazione da Federico II nel 1232, resistette a terremoti ed eruzioni: le lave del 1669 lo circondarono: il terremoto del 1605, lo lasciò ritto, a dominare quasi solo, da’ suoi torrioni, le rovine della crollata città.
Il palazzo dell’Università, prospettante la piazza omonima o degli Studii, è un bell’edificio moderno, eretto nel secolo scorso sulle rovine di quello crollato nel 1693.
Venne ultimato e ridotto all’aspetto attuale, nel 1818. Oltre ad ampie aule per le scuole, contiene i locali per una biblioteca di circa. 40,000 volumi: gabinetti di fisica, chimica ed anatomia; più un Museo di storia naturale, nel quale sono ricche collezioni zoologiche, geologiche, e di mineralogia. Il materiale scientifico dell’Università Catanese può gareggiare con quello delle primarie Università italiane ed estere, come le tradizioni sue sono gloriose nei fasti della patria civiltà.
Aggregata all’Università di Catania è l’Accademia Gioenia, fondata nel 1824 da un consesso di dotti catanesi: in onore di Giuseppe Gioeni, celebre naturalista del secolo scorso, illustratore della regione etnea. A questa Accademia, dedicata specialmente agli studi de’ fenomeni geologici, furono e sono ascritti i più chiari nomi, che nelle scienze naturali, in Italia e fuori, abbiano onorato il nostro secolo.
Sull’altura del Tindaro, a ponente della città, davanti ad un panorama delizioso, circondato da ville e da giardini sorge il nuovo Ospedale Vittorio Emanuele, inaugurato nel 1878, e da Catania dedicato qual monumento civile, alla memoria del primo Re d’Italia risorta a nazione. È composto di una serie di edifizii, infermerie e padiglioni isolati, tutti ad un sol piano, e costrutti secondo i dettami più rigorosi della moderna scienza ospitaliera. Occupa un area di 15,500 metri quadrati in posizione sana e ridente, ricco d’acqua e d’ogni comodità. Nel giardino d’ingresso prospettante il corpo di fabbrica principale è su una colonna di marmo un busto di Vittorio Emanuele, Catania, città democratica per eccellenza, non poteva onorarne meglio, né più utilmente, senza inutili è costose pompe, senza servili smancerie, la memoria.

Teatro Bellini.

Il nuovo teatro Vincenzo Bellini, di proprietà municipale, inauguratosi nello scorso anno, è monumento che attesta ad un tempo della genialità e del senso pratico dei catanesi che vollero, con esso, senza esagerare nelle spese, dare una nuova fonte di lustro alla loro città. Cominciato per cura d’una società catanese, alla quale si sostituì poscia il Comune, venne condotto a termine dall’architetto milanese signor Sada, che, nell’utilizzare il già fatto, porto nel nuovo edificio l’impronta di una artistica fantasia ed il corredo di fortissimi studi.
La facciata, in stile del Rinascimento, è intonata allo scopo ed alle proporzioni dell’edifizio: la sala a cinque ordini di palchi, in muratura, a stucchi, a rilievi, a dorature, è splendida. Caratteristica la illuminazione ottenuta con bracciali a globi dalla periferia, e da un gran lucernario trasparente nel centro del soffitto, che, mentre non toglie la vista della scena & nessuno, spande sulla sala una luce viva ed uniforme ad un tempo.
Sontuose le sale del ridotto, tutte a specchi, a dorature, ad artistiche decorazioni.
Ampia la scena e corredata da un completo macchinario.

Il Porto e la Dogana nuova sono il campo della attività commerciale e marittima, non lieve, di Catania.
Il porto, sebbene più volte colmato dalle lave o danneggiato dalle mareggiate, venne negli ultimi anni ampliato e reso più sieuro colla costruzione d’un grandioso molo in macigni, della lunghezza di 120 metri: e di un’antemurale — ancora in costruzione — di 1250 metri. Queste opere danno, in un coll’ampiezza di cui necessita il suo crescente movimento marittimo, quella tranquillità di cui abbisognano le navi ormeggiate, per compiere le loro operazioni di carico e scarico o di riattamento.
Davanti al porto, al di la del viadotto sul quale passa la ferrovia per Siracusa e per Palermo, è. in un piccolo piano verdeggiante e fiorito, la villa Pacini, uno dei simpatici ritrovi della popolazione catanese quando non vuole salire l’erta Stesicorea., che porta alla villa Bellini. Nel mezzo di questo giardino, si vede il busto dell’illustre autore della Saffo, al quale pure Catania dedicò una via, e l’Arena — bell’edificio di stile moresco consacrato agli spettacoli di prosa.


VINCENZO BELLINI

La maggior gloria di Catania nel nostro secolo si intreccia al nome di Vincenzo Bellini, questo musicista inspirato e potente nella gentilezza medesima delle sue inspirazioni, che in un periodo di prostrazione e di dolore per la patria, seppe far riverberare su di essa, da ogni parte del mondo, i riflessi della sua gloria, il fascino del suo genio.
Non è il caso di tracciare qui la biografia di Bellini, stampata a lettere d’oro nella storia musicale italiana: diremo solo che nato in Catania il 2 novembre 1802, le naturali bellezze dell’ambiente nel quale egli trascorse i primi anni dovettero singolarmente agire sulla sua fibra elettissima d’artista, sul suo animo squisitamente sensibile e gentile.
Bellini è uno di quella triade di grandi musicisti italiani, che nella prima metà del nostro secolo, furono i dominatori del teatro lirico in tutto il mondo: un altro fu Donizetti: e su di loro domino qual Giove Olimpico, Rossini.
L’immatura morte di Bellini, a Puteaux, presso Parigi, nel 1835, all’indomani del trionfo dei Puritani, ha circonfusa la bella e giovanile figura del creatore di Norma e d’Anima, d’un’aureola di grande simpatia e di profondo rimpianto.
Catania ha tributato alla memoria di Vincenzo Bellini, onori degni della fama gloriosa da lui lasciata in arte.
Sulla piazza Stesicorea, ove un tempo fu già la tomba di Stesicoro, l’antico poeta e cantore, sorse nel 1882 — opera di Giulio Monteverde — un superbo monumento a Bellini, che i suoi contemporanei chiamarono, e giustamente, il «Cigno Catanese.»
Il basamento e la statua del grande compositore sono di linee alquanto accademiche: ma palpitanti di vita, all’incontro sono le quattro figure che intorno al piedistallo simboleggiano le immortali creazioni del maestro: Norma e Anima, il Pirata ed il Puritano. — Inoltre a Bellini fu intitolato, come s’è detto, lo splendido giardino della città, ed a lui è dedicato il nuovo superbo teatro, nel cui velario, trasparente è dipinta con bel magistero l’apoteosi del grande maestro.


VITA CATANESE

Catania a ragione fu detta l’Atene siciliana: perché, se delle tre grandi città sicule, Palermo ha gli splendori di capitale, Messina la ricchezza, l’attività commerciale e industriale, Catania emerge per la genialità estetica e morale sua e de’ suoi cittadini.
Catania fu, ed è sempre per la Sicilia, un centro intellettuale di primissimo ordine: naturale quindi, che di questo fatto si senta l’influenza in ogni espansione della vita cittadina: nel gusto artistico e letterario, raffinatissimi, nelle passioni e nelle abitudini della vita.
La popolazione catanese è vivace, attiva, laboriosa: le calamità d’ogni genere, dal terremoto al mal governo, dalle eruzioni alle crisi economiche, non riuscirono mai a piegarne la fibra volonterosa e forte.
Ne è prova la città stessa le cento volte risorta e rialzatasi, per impulso proprio, dalle rovine materiali ed economiche che l’afflissero.

La via Stesicoro-Etnea, — massima arteria della vita catanese — è uno de’ punti migliori d’osservazione, per chi vuol studiare il movimento febbrile, incessante della popolazione di Catania.
Poche vie di città europee, ponno gareggiare con questo rettifilo di tre chilometri di lunghezza, che dalla marina sale in dolce pendio, fiancheggiato da palazzi e da case bellissime, fino alle estreme falde etnee, dominato sempre dal cono fumante del monte: pochissime lo vincono.
E in questa gran via, come a Toledo in Napoli, che si svolge gran parte della vita cittadina in Catania: quivi l’andirivieni continuo delle carrozzelle, dei tram, degli equipaggi: quivi, sui larghi marciapiedi, in lava, lo sfilare continuo della gente d’ogni classe, davanti agli splendidi, grandiosi negozii, agli eleganti caffè, alle frequentatissime gelaterie, ai clubs signorili: alla villa Bellini.
La via Vittorio Emanuele, la via Garibaldi, la via Lincoln — sono le arterie trasversali all’arteria massima, per ricchezze d’edifizii, per importanza di movimento non indegne d’una grande città.
Caratteristici i centri popolari ed i mercati, de’ quali diamo due disegni, tratti da fotografie forniteci da un distinto dilettante catanese, il signor Daniele: sono quanto di più tipico si possa ricercare fra questa popolazione: come di essa sono pure tipici i cantastorie, che nelle ore della siesta, od in quelle vespertine, alla marina, raccontano ad un cerchio più o meno vasto di uditori, rosicchianti pazientemente nocciuole o semi di zucca, le imprese di Orlando o d’altri eroi cavallereschi o le gesta di Garibaldi, L’eroe il cui nome è stampato a lettere di diamante nella fantasia impressionabile e calda del popolo siciliano.
Ci siamo più d’una volta soffermati ad ascoltare quei racconti, fatti in una prosa poetica riboccante di immagini iperboliche. non senza sentirci ammirati per quella idealizzazione — per quanta ingenua ed enfatica — che il popolo si fa ed ama, di chi colle virtù, il valore, l’ingegno, seppe inspirargli il sentimento del più alto entusiasmo.

La Villa o giardino Bellini, è il ritrovo più simpatico della elegante e briosa società catanese. Per la incantevole posizione, su due collinette, dominanti buona parte della città, il maestoso spettacolo dell’Etna, la distesa infinita del mare, non sapremmo davvero a qual altro giardino uguagliarlo: egli vi dà, in altro ordine di idee, le stesse impressioni che si provano guardando in Roma il panorama del Pincio: o in Firenze dal piazzale Michelangiolo.
I viali tortuosi, fittamente ombreggiati, i tracciati sul pendio delle due colline: i ponticelli, i sottopassaggi, le ajuole fiorite, i praticelli erbosi, la fontana, il piazzale, ove si fermano gli eleganti equipaggi mentre la banda suona sotto il chiosco dell’alta spianata, si fondono assieme nel fare di questo giardino un vero luogo di delizie. Splendide in esso le mattinate, quando si vede il sole sorgere dal mare dietro i monti cerulei della Calabria: freschi, riparatori i meriggi: meravigliosi i tramonti per la calda orientale vivacità dei loro riflessi: deliziose le serate, quando sciami di eleganti signore, popolano, in carrozza od a piedi, la Villa, sotto una illuminazione fantastica e ricca d’effetti, tale da far pensare ai giardini d’ Armida, od ai racconti delle fate.


NE’ DINTORNI

A parte l’Etna, che per sé stessa offre straordinaria copia di paesaggi e panorami indescrivibili, i dintorni immediati di Catania, sia dal mare che dal lato di terra, non sono che un seguito di viste incantevoli, nelle quali i colori del cielo e del mare, della vegetazione, rigogliosissima, singolare, prendono una strana smagliante intensità, ove gli immensi pietrificati torrenti della lava di ottanta eruzioni, ne loro infiniti serpeggiamenti, danno al paese una impronta caratteristica, unica.
Non parliamo dell’ampia, feconda valle del Simeto, costituente la piana catanese, cui solo potrebbero descrivere il poeta delle Georgiche e il cantore delle Fonti del Clitumno; non parliamo di tutta la regione immediatamente sub-etnea, della quale ben presto — è voto di tutti — la ferrovia girando intorno al gran monte, penetrerà le apriche bellezze portandovi ad un tempo ricchezza e progresso. Ci sarebbe da fare un volume a voler ritrarre al vivo le impressioni che questi indimenticabili paesi destano in chi li visita; e per questo ci riserbiamo in altro campo.
Qui solo ci basti dire che ben poche città hanno dintorni immediati, così interessanti, come li ha Catania.
Per convincersene bisogna salire a Piccanello, sul bel terrazzo della famosa trattoria di don Giovannino Giarrusso, meta frequente delle allegre scampagnate dei catanesi: si ha sulla città, sul mare e su una gran parte del declivio etneo, un colpo d’occhio sorprendente: allietato, se occorre, da un piatto di maccheroni alla siciliana, da un galletto alla cacciatora e da un boccale di certo vinello etneo — le tre specialità di quell’allegro trattore.
Se invece non siete un gaudente, un epicureo, e malinconici pensieri vi animano, lasciando le comitive che salgono a Piccanello, potete fare una romantica passeggiata fuor della città, al nuovo Camposanto, poggiante su una larga collina, dalla quale, fra il profumo acre delle siepi di mortella e quello di enormi cespi di semprefioriti geranii, vi è dato di contemplare un superbo panorama di quanto territorio sta fra il versante sud dell’Etna ed il mare. Il Camposanto di Catania, ancora in costruzione,è bello per sé stesso e per la splendida vista che offre all’intorno. In esso, come in tutti i paesi meridionali, prevale il sistema di grandi viali, fiancheggiati da cappelle od edicole, gentilizie, private, di confraternite o d’altri enti morali.
Ad oriente di Catania, è tutta la bella scogliera, tormentata dalle alluvioni di lava che va fino ad Acireale. E questa la scogliera, singolarissima, che i poeti dell’antichità popolarono di ninfe, di najadi, di pastori, di giganti: quivi si svolse l’ idillio di Galatea con Aci. Un’escursione in barca a vela lungo questa scogliera e fino ai Faraglioni o scogli di Ciclopi, è tutto quello che si può pensare di delizioso.
Gli scogli de’ Ciclopi sono sette isolette di roccia basaltica, dalle forme strane: la maggiore, scoglio dei Polifemo o isola di Aci, ha una circonferenza di circa 700 metri: e termina in un acuminato coccuzzolo — col quale biancheggia uno de’ segnali trigonometrici della Regia Marina — alto 70 metri. L’isolotto è un bellissimo campione di formazione basaltica: ricco di cristallizzazioni e di conchiglie fossili. II mito vuole che fossero queste le roccie che Polifemo rabbioso della propria cecità e per vendicarsene lanciò contro Ulisse ed i suoi compagni. E in quelle acque che nel 396 a. C. Magone distrusse la flotta siracusana condotta da Leptino.

“Scogli dei Ciclopi.”

A breve distanza dagli scogli dei Ciclopi, un piccolo promontorio che chiudeva ad oriente l’antico porto d’Ulisse cantato da Virgilio (Onguina), sorgono gli avanzi di un bel castello dell’epoca normanna, celebre specialmente nelle guerre siciliane del secolo XIII. Sono avanzi meritevolissimi di una visita, cui l’immensa distesa del mare e della costa sicula, dominata dal torrione di Aci-Castello, rende più interessante e gradevole.


SU L’ETNA

2-3 agosto, 1890.

Vedere Catania senza salire all’Etna è qualche cosa di peggio che andare Roma, senza vedere il papa. Perciò, non volendo, questa volta, lasciare Catania col rimpianto ed il rimorso di non esser salito sul suo gran monte fumante, profittando del tempo magnifico e del luminoso plenilunio di luglio — dai pratici consigliato per eccellenza per siffatte escursioni — decisi l’ascensione dell’Etna, in compagnia d’un buon amico, l’avvocato Salvatore Mazzarino, giovane ed intelligente pubblicista, corrispondente del Secolo a Catania.
All’alba del due agosto, una rapida carrozzella attraversando l’ancora assonnata città, per tutta la lunghezza della via Stesicoro-Etnea e della vasta piazza Gioeni, usciva alla Barriera, mentre i nostri sguardi correvano istintivi, in quella gran limpidezza di cielo, qua e la scintillante per le ultime stelle, al cono fumante del vulcano, appena imporporato dai riflessi dell’aurora: ammiravamo lo spettacolo indicibile, pensando: domani a quest’ora saremo lassù, dominatori — per quanto umili — del gran monte che ora ci domina!
La carrozzella frattanto, accompagnata dall’allegro tintinnio delle sonagliere, correva verso Nicolosi — punto di partenza per l’ascensione propriamente detta — su una bella strada incassata fra vigneti rigogliosissimi, carichi di grappoli abbondanti, dal fogliame d’un verde intenso e fresco, che conforta lo sguardo e fa uno strano contrasto col nero del terreno carbonizzato — antica lava — sul quale essi sono piantati. Ove non sono vigneti, veggonsi, sui vasti campi di olive antiche o recenti, le sterminate piantagioni di fichi d’India, la pianta alla quale, dopo la primitiva ginestra, è affidato l’incarico di dare alle terre eruttate dal vulcano la friabilità e l’humus necessari alle coltivazioni più utili della vite, degli agrumi, de’ cereali.
Più la strada si alza, più il panorama, in quei punti in cui si resta allo scoperto, si fa interessante, specie per l’ aspetto che offrono Catania, i suoi dintorni ed il mare — e l’aria si fa pura, leggera, fresca, vivificante.
Gravina, Mascalucia, Torre del Grifo, o Torrelifo, come la dicono più comunemente, sono i paesi, allegri, ed abbastanza puliti, che la nostra carrozza attraversa di corsa.
Mascalucia, il più importante, certo si prepara a qualche festa, poiché nelle sue vie, sono archi di verdura e festoni per sostenere i lampioncini della illuminazione: e sulla piazza vedesi già impiantato il palco dei fuochi artificiali, divertimento di corredo indispensabile a tutte le feste religiose nei paesi meridionali.
Oltre Mascalucia e Terrelifo, l’aspetto della campagna è meno ridente: si percorre una specie di piano inclinato, nel quale son pur troppo evidenti le traccie delle commozioni telluriche antiche e recenti, i vigneti, gli agrumi, si fanno più radi: continuano le ficaje, e cominciano a spesseggiare le pallide ginestre, dai piccoli fiori gialli; questa pianta solitaria inspiratrice di tanti poeti, nella regione pre-etnea, ha uno sviluppo grandissimo: lasciata vivere diventa arborescente. E di questi alberi di ginestre ne’ dintorni di Nicolosi se ne vedono dovunque molti. In questa regione osservasi più specialmente la lava del 1537.
Il campanile, bianco e sottile di Nicolosi spicca sulle vigne, sulle ficaie e sulle ginestre, e dietro a lui, sorgono gemelli coi fianchi conici color di ruggine i cosidetti Monte Rossi, i crateri, dai quali uscì, quel po’ po’ di roba che fu la lava del 1669.
A venti minuti circa da Nicolosi, il vetturino si sente in dovere di fermarsi, per mostrarci la così detta Grotta del Bove: un profondo avvallamento, a fianco della strada, — forse un antico sfiatatoio del vulcano — ora ripieno di sassi e di sterpi.

Dintorno a Nicolosi la campagna si fa più ridente: sulle lave del 1408 e del 1669, che ne costituiscono per la maggior parte il territorio, veggonsi ancora de’ vigneti, de’ frutteti, delle belle piantagioni. Si entra in Nicolosi per un bel stradone diritto, fiancheggiato da alti alberi.
Nicolosi è l’ultimo paese della prima regione etnea: quivi finisce la vite e comincia il castagno.
Come paese, Nicolosi, che conta quasi tremila abitanti, si presenta abbastanza bene. Ha le case basse, uniformi, e, nella via principale, pulite. Quivi è l’ufficio del Club Alpino Catanese, che provvede le guide, i muli, i portatori e le coperte per l’ascensione al monte: vi si staccano pure i biglietti di pernottazione, alla Casina degli Inglesi od Osservatorio Etneo: il tutto è regolato da tariffe, che, sebbene un po’ alte, semplificano di molto le noie degli ascensionisti. Le guide fornite da questo ufficio son tutte gente fidata e provata, piena di ottimi requisiti. A Nicolosi, sono pure due alberghi — per mo’ di dire — abbastanza cari, ma dove si può fare una buona colazione, e prendere le provviste necessarie, per la sera ed il giorno successivo.
Nicolosi fu seriamente minacciata dalla eruzione del 1886: le lave, scendenti da un cratere apertosi a quasi sette chilometri di distanza dal paese ed a 1450 metri sul livello del mare, a nord-est del monte Concilio, bipartendosi, presso Nicolosi, si arrestarono a meno di trecento metri dall’abitato, presso i cosidetti Altarelli, il 3 giugno, dopo quindici giorni di marcia. Il paese per decreto prefettizio era già stato evacuato fin dal 31 maggio, ed un cordone di truppa ne custodiva gli accessi.
L’ eruzione del 1886 devastò tanto ter-eno per una superficie di oltre quattrocento ettari, cagionando un milione e mezzo di danni.
Interessanti, nei dintorni di Nicolosi, e che si possono fare mentre all’albergo preparano l’asciolvere, sono: la escursione ai Monti Rossi, dai quali (950 metri) si ha uno. stupendo panorama di Catania e della sua piana e si può seguire tutto il declivio percorso dalle lave nella eruzione del 1669, nonché la escursione alla Grotta o Fossa delle Palombe, antico sfiatatoio del vulcano, esplorato per il primo da Mario Gemellaro sul principio del secolo.

Fatta la colazione, preparate le provviste, fissate le guide, ed i muletti, verso mezzodì, si parte da Nicolosi, prendendo la strada che passa appiedi dei monti Rossi, i fianchi dei quali cominciano ad essere fertilizzati. La prima mezz’ora di strada non è gran che piacevole, poiché, mentre il sole vi picchia cocente nella testa, dovete abituarvi alla sella dura ed incomoda ed al passo più duro ancora dell’animale, ben lontano dal darvi quella calma beatitudine che gli epicurei invocavano dopo un discreto pasto. Tuttavia, si va, e si va, acconciandosi alla incomoda cavalcatura, ed osservando la lava del 1886, che ad un certo punto la strada attraversa. Lo spettacolo di un torrente, ci si passi l’espressione, di lava recente, che attraversa campi verdeggianti, seppellisce e scavalca case, alberi, mura di cinta colla sua massa di un nero grigio a riflessi metallici, vale di per sé la passeggiata. Davanti ad esso si resta ammirati della misteriosa forza di natura, che ha spinto quella immane massa di scorie, di pietre, di blocchi colossali, per tanti chilometri, e con una velocità singolare che talvolta raggiunse i sessanta metri all’ora.
Oltre i Monti Rossi, si entra nella seconda zona dell’Etna: alla vite, abbandonata, succede il castagno: e già ne cominciano i boschi: il frumento è surrogato dalla segale che in quello strano terreno, che par polvere di carbone fossile, cresce rigogliosissima.
La strada corre in gran parte sulle lave del 1669: e la valle nella quale si addentra è selvaggia anzichienò: contornata all’orizzonte dai monti Fusaro, Nocella, Peloso, Pagano, Serrapizzuta — altrettanti crateri spenti dal grande vulcano.
Sì attraversano magnifiche boscaglie di castagni, sotto cui crescono poderosi cespugli di felci, smaglianti nel verde intenso del loro fogliame. A sprazzi si gode qua e la di qualche bel colpo di vista: ma il più della strada è coperto da’ rami poderosi de’ castagni. Così, per due ore si percorre il bosco di Ferrandina — dal nome del duca suo proprietario — finché si giunge alla Casa del Bosco: o cascina Rinazzi, dal monte che a poca distanza su di essa incombe.
È il primo alt a 1458 metri.
Questa Casa del Bosco serve di asilo ai guardaboschi del duca di Ferrandina: e serve anche di ricovero, per chi sale all’Etna. Vi trovammo un professore della| Università di Catania, ivi stabilito da parecchi giorni coi suoi strumenti per certe osservazioni sul disco solare.
L’alt alla Casa del Bosco non dura più di un’ora. Si riprende la marcia, che proseguirà poi ininterrotta fino alla meta o alla Casina degli Inglesi.
Usciti dal bosco di Ferrandina, il panorama si allarga, si fa imponente: la gran montagna col suo cono fumante domina su tutto: si veggono meglio i suoi fianchi scoscesi, neri come il carbone, striati qua e là da grandi placche biancastre: è l neve… la neve eterna dell’Etna!
Il panorama verso Catania ed il mare si fa ognora più bello: si dominano da ogni parte i crateri spenti, autori delle infinite eruzioni etnee.
L’aria è viva e frizzante, sebbene il sole estivo ci dardeggi sulla testa.
A duemila metri, comincia la regione detta del deserto. Ci siamo lasciati addietro i castagni e le felci: solo qua e là veggonsi cespugli rotondi, di una fanerogama tutta speciale dell’Etna dai botanici detta Astragalus Siculus e dai popolani spino santo: ed anche questi, man mano che faticosamente si procede, sempre salendo per lo scosceso sentiero, si fanno sempre più radi, finché non scompaiono affatto, non lasciandovi davanti, che le nere, carbonizzate roccie dello Sciacca, del Vituri, della Montagnola e d’altri antichissimi era ieri, nei cui avvallamenti giacciono strati di neve essa puro annerita dal nero pulviscolo.
In questa regione, veggonsi anche le ultime capre, gli ultimi mandriani: e l’abbaiare dei loro cani, saltellanti di roccia in roccia, vi insegue per un pezzo.

“Fonte dell’elefante.”

Dopo, continua il deserto: un deserto strano, di carbone.
L’aria rarefatta, man mano che si procede, rende ansanti le bestie, e cavalcando fa più faticosa Il ascesa: qualche raffica di vento vi porta alle narici un’ondata di gas solforoso, che vi penetra in gola e vi fa tossire.
Ciò non impedisce né di entusiasmarci per la maestà sovrana del paesaggio che sopra e sotto si spiega al nostro sguardo: né di salire con ardore la Timpa del Barile (2500) dietro la quale in più dolce declivio si apre il Piano del Lago: vasto altipiano, circoscritto fra Montagnuola. la Serra del Solfizio, i burroni spaventosi della valle del Bove, ed il cratere maggiore dell’Etna, alla cui base si disegna in contorni meno indefiniti la cupola dell’Osservatorio Etneo, o Casina degli Inglesi.
La traversata del Piano del Lago — un lago per mo’ di dire, di carbonella spenta — affrettata dal desiderio di arrivare alla meta, e dall’aria pungente — si compie in un’ora — l’ora mesta del tramonto, che in quella singolare solitudine di montagne, e roccie carbonizzate, assume una mestizia maggiore.
Cogli ultimi sprazzi del sole morente, tuffantesi, lontano, lontano nel mare. si giunge ansanti, trafelati, alla Casina degli Inglesi, aspettati sul terrazzo dal custode, e dai due ospiti del momento: un professore di Catania, ed uno di Ginevra, coi loro strumenti, stabiliti da qualche giorno lassù per osservazioni scientifiche.
La Casina degli Inglesi, così chiamata, perché in origine costrutta col danaro fornito da ufficiali Inglesi — agli ordini di Nelson, quando nel 1312, per conto del Borbone, occupavano la Sicilia — per cura del celebre geologo Mario Gemellaro e dalla sua famiglia per 50 anni mantenuta — è oggi uno fra 1 migliori rifugi alpini. Il governo, nel 1887, vi fece costrurre un osservatorio, con una gran cupola metallica, affidandone la direzione all’astronomo prof. Tacchini: il Club Alpino Catanese, a sua volta, ottenuto l’uso di due sale terrene, le riatto e vi introdusse quelle comodità che sono compatibili a 2942 metri sul livello del mare ed in uno stabile che per tre o quattro mesi dell’anno è letteralmente sepolto dalla neve.
Nella Casina degli Inglesi, od Osservatorio Etneo, oltre le stalle per le cavalcature, una cucina, una sala per le guide, i locali riservati al governo per gli studii scientifici, havvi per gli escursionisti un dormitorio, a cabine capaci d’una ventina di persone, tenuto con sufficiente pulizia.

La sveglia fu alle 8 ant. Alle 3 1/2 ci ponemmo in marcia, assieme ad altri viaggiatori sopraggiunti nella serata. La Luna era già alta, ed in quella grande trasparenza dell’atmosfera sembrava un potente filo elettrico: dando alle ombre, su quelle nere roccie, una intensità profonda, di velluto.
L’ascensione al cratere, sulla roccia scoscesa, quasi a picco, tutta a detriti ripidi e pungenti, fra le fumarole di acido solforoso che si trovano ad ogni pie’ sospinto, al irritarvi i bronchi ed a farvi tossire in modo da schiantare il petto, è quanto di più penoso si possa immaginare. Qualche cosa che rammenta una marcia di dannati per un girone dell’inferno dantesco.
Dura un’ora: ma sembrano tre. Quando, finalmente toccate la vetta, l’orlo del cratere. lasciandovi a qualche diecina di metri sotto quelle maledette fumarole, ed una sbuffata d’aria pura, frizzante vi batte sulla faccia, mandate un ah! di soddisfazione come foste risorto a nuova vita: come se aveste toccato il cielo.
Intanto al di là delle montagne calabre su un orizzonte di mare sconfinato, si disegnano, con una striscia, prima bianca, poi infuocata, i primi albori: mentre la la luna già tramontante e le stelle impallidiscono.
I cirri, disseminati per l’etra si rivestono di tutte le cadenze dell’iride, e poco per volta, come una gran palla infuocata, il sole esce dal mare, dietro i monti della Calabria.
Che spettacolo! Lo si può forse immaginare, non descrivere.
Noi non la tentiamo questa descrizione dell’impossibile: tanto meschine, dopo che lo gustammo, ci parvero le descrizioni, che di questo inenarrabile spettacolo, anche scrittori sommi, tentarono di fare. Diremo solo, che nel trasporto del nostro entusiasmo, ci sentivamo tratti a chinarci a terra e baciare il gran monte, che ci dava lo spettacolo più grande e più bello che in questo ordine di cose si sia mai allacciato al nostro sguardo.
Il cratere dell’Etna, — secondo le ultime osservazioni alto 3312 metri — è un baratro spaventoso, quasi circolare di un perimetro di quattro a cinque chilometri. Le sue pareti sono tagliate a picco; e mostrano una grande profondità, a giudicarne dal rumor de sassi che vi sì ponno lanciar dentro. Dal suo fondo escono continuamente nubi di vapore acqueo commiste a gas solforosi. Vengono su con gran forza, come se fossero lasciate sfuggire dalla valvola d’una caldaia a forte pressione. Le pareti del cratere, sono qua e la striate a colori che rammentano quelli delle spaccature nelle dolomiti del Trentino, e delle valli d’Agordo.
Dalla vetta del cratere si domina un panorama insuperato, di cielo, di terra di mare, per un diametro di ottanta chilometri. Par di avere tutta la Sicilia schiacciata, ai piedi: tre mari, l’Jonio, il Tirreno, l’Africano, vi si distendono intorno: tutta la linea apenninica della Calabria, i monti di Messina. e del centro di Sicilia, di Castrogiovanni e Calascibetta: quelli di Trapani, di Palermo e le isole Lipari. — Una cosa immensa!
Mentre il sole si alza. la grande ombra della montagna si projetta come un cono appuntato nel mare ad occidente per varii chilometri: spettacolo, novo, curioso anche questo.
Un’ora spesa nella contemplazione di questo panorama senza pari, passa come un incanto. Non ci sì saprebbe mai staccare: e più d’una volta, mentre la guida chiama per la discesa, rispondete: Ancora un momento!
Ma infine bisogna discendere. Dal cono alla Casina degli Inglesi, in discesa bastano venti minuti, che fate senza accorgervi delle fumarole, ancora saturo come siete della vivissima impressione provata lassi.
Prima di riprendere definitivamente la via del ritorno, la guida ha cura di portarvi alle estremità orientale del Piano del Lago: onde mostrarvi, in alcun rudero, la famosa Torre del Filosofo e più avanti la Valle del Bove.
La Torre del Filosofo, abbenché la leggenda voglia che di la, per non essser sorpreso dalla lava. si precipitasse il filosofo agrigentino Empedocle, vi desta una mediocrissima impressione. Spettacolo più forte è quello della Valle del Bove: avvallamento di un fianco dell’Etna per una estensione di sette chilometri in larghezza, e dieci in lunghezza — qualche cosa, di spaventosamente fantastico, nell’effetto.
Ma nulla fra tutti gli spettacoli e le sorprese di cui può essere prodiga l’Etna ai suoi visitatori, havvi che uguagli lo spettacolo dell’aurora sul suo cratere: verso il quale, nella via del ritorno, memori della ineffabile impressione — si volge ad ogni tratto la testa, come avvinti da un fascino misterioso e potente: come se un palpito caro della nostra vita fosse rimasto a richiamarci lassi sulla vetta estrema del gran monte!
GUSTAVO CHIESI”