Teatro Universale, N° 548 (1845)

TEATRO UNIVERSALE
RACCOLTA ENCICLOPEDICA E SCENOGRAFICA
N° 548 — ANNO DUODECIMO — (11 GENNAJO 1845)

Il prezzo annuo di 52 fascicoli di 8 pagine, con tavole incise, è di franchi 6.

“SALVATOR ROSA IN ATTO DI FAR IL RITRATTO AI BRIGANTI CHE L’HAN PRESO.”

RISPETTO MOSTRATO ANCHE DAI MALANDRINI ALLA VIRTÙ ED ALL’INGEGNO.

■ Raccontasi che Salvator Rosa, essendo ancor giovinetto, cadesse in mano ai briganti, i quali non trovatogli indosso altro che gli arredi del pittore, vollero che li dipingesse, poi lo lasciarono andar illeso pe’ fatti suoi.
■ Raccontasi che un frate, venuto nelle mani di alcuni assassini, dicesse loro: «Che volete tôrre da me? sono un povero mendicante che non ha denari, né cosa che valga?» «Or bene, facci una predica,» sclamò in aria di beffardo uno di que’ tristi, e i suoi compagni gli fecero eco. Il frate, salito sopra un pietrone che li era, incominciò a dipinger loro con vivi colori la miserevole vita che e’ conducevano tra continui stenti e pericoli. E quando vide che s’era cattivata la loro attenzione, rinforzò le tinte, e mostrò loro la vendetta o tosta o tarda della società offesa, e l’orrore della carcere, de’ tormenti e dell’estremo supplizio. Indi profittando del terrore che già commoveva i lor animi, sollevossi a’ più alti concetti, parlò ad essi di Dio, de’ suoi castighi e dell’eternità delle pene meritate da’ malvagi, e finalmente, poiché vide i lor cuori profondamente scossi, spiegò dinanzi ai lor occhi i tesori della misericordia divina e la festa che si fa nel cielo per un peccatore pentito. Al qual parlare essi proruppero in pianti, e prostrati a’ piedi del frate, lo pregarono che li riconciliasse con Iddio e con gli uomini.
■ Un fatto più autentico è quello che avvenne a Torquato Tasso, quando in sul finire de’ suoi giorni andava da Napoli a Roma, ove era invitato a ricevere in Campidoglio la corona d’alloro (1). Trovavasi egli fermato a Mola di Gaeta con molti altri viaggiatori per timore della masnada di Marco di Sciarra, che avea già derubato buon numero di passeggieri, e condottine molti altri prigioni. In quel mezzo, saputosi dallo Sciarra che tra que’ viaggiatori eravi l’autore della Gerusalemme, gli mandò ad offerire il passo libero, anzi una scorta per accompagnarlo ed onorarlo. Lo ringraziò Torquato, ma ricusò di accettar per se solo quel favore; onde lo Sciarra generosamente gli rimandò a dire che per la riverenza che gli portava, sgombrerebbe da quella strada, ed effettivamente se ne dipartì con tutta la sua banda. «Cotanto, sclama uno de’ biografi del Tasso, il rispetto per la virtù ha potere anche sui cuori più feroci!»
■ Consimile, benché meno splendida, fa l’avventura capitata prima all’Ariosto. Mentre portavasi egli al governo della Garfagnana, scontrossi in una squadra di masnadieri, e questi, riconosciuto che l’ebbero, invece di recargli molestia, l’onorarono anzi e s’offrirono di accompagnarlo (2). L’avventura, o vera o inventata, di Salvator Rosa, è l’argomento della stampa messa in fronte a quest’articolo, e ricavata da un moderno quadro francese.

PIETRO ROSSI.

(1) G. B. Manso, Vita del Tasso.
(2) Garofolo, Vito dell’Ariosto.


Non permettere che regni giammai nei tuoi sentimenti, ovvero nelle tue parole la superbia; perocché da lei prende cominciamento ogni maniera di perdizione.

Libro di Tobia.


RIFLESSIONI GENERALI SULLA CORSICA.

BRANO D’UNA LETTERA DEL PROSPERI.

■ ….. Ecco quali sono le vere cause, per cui si persevera tuttora a portare sfavorevole opinione della Corsica da coloro che non la conoscono che dalle relazioni. Una sventurata isola che, da’ Cartaginesi che ne furono, per ciò che ne ricordan le istorie, i primi usurpatori, fu sempre il bersaglio di mille pretendenti, che a vicenda se la rubarono e la ricuperarono, in cui si è sempre tenuta, quasi dissi fino al dì d’oggi, accesa dalla repubblica genovese la face della discordia, delle private inimicizie, inimicizie e vendette che essa stessa alimentava e rimunerava col danaro e cogli impieghi; terra sempre agitata da tremendi partiti, sostenuti dall’estraneo per ingordigia; che meraviglia, so a quando a quando stata il campo di casi nefandi e sanguinosi? Quelli che meravigliano di tanto, mi dicano se porgeva miglior aspetto l’italia, quattro o sei secoli fa, quando era straziata dalle fazioni guelfe e ghibelline e da altre tali, che riempirono que’ secoli e le contrade italiane di fatti inuditi, atroci, barbari! La Corsica, ne’ tempi delle lunghe sventure sue, presenta de’ tratti così eroici e grandi da ecclissare quelli della Grecia e del Lazio ne’ secoli del loro splendore, come è a vedersi ne’ suoi storici. Né, per non mettermi in opposizione co’ fatti, posso io porre in dubbio le terribili vicende, a cui andò soggetta quella terra d’uomini magnanimi. Guerre, incendj, vendette, discordie civili, atroci casi si rinnovarono nel decorso de’ secoli su quel terreno. Ma d’onde ripetere la causa di tante sventure? Udite il mio avviso, e rilevandolo dall’indole stessa degli abitanti, lo credo vero. La Corsica ha un tipo tutto suo proprio: italiana affatto nel cuore e nell’anima, era fatta per esser nazione, per dominare e non per esser dominata. Ma la sua posizione geografica fu la causa di sue disgrazie. Il punto che occupa nel Mediterraneo mosse la gelosia di molti. Inglesi, Spagnuoli, Francesi, Italiani e fra questi i più versipelli Genovesi (1), tutti ne ambirono il possedimento, tutti cercarono a vicenda di sottometterla, di dominarla. Ma eccoti perciò appunto la Corsica fuor del suo centro. Ella ch’era fatta per dar leggi, ed avea mente da tanto, fu col ferro costretta a riceverle; ella che aveva ed ha per original sua impronta la libertà, l’indipendenza, si volle schiava; ella che fu sempre insofferente del più lieve sopruso, saturata di soverchierie (2). Ecco la vera scaturigine de’ nefandi avvenimenti accaduti in quell’isola. Un popolo che neppur oggi ha perduto il sentimento nobile della sua esistenza, della sua grandezza d’animo, del suo eroico coraggio, mal soffrì sempre che la prepotenza d’iniqui aggressori, usi solo a giustificar le loro imprese col diritto di maggior forza, dovessegli imporre il giogo: e però lotte continue, spirito sempre più vivo di parti, cercare l’appoggio or di questo or di quel potentato per iscacciare l’ultimo oppressore, e così sempre rinnovellare le proprie sciagure.
■ Dacché quest’isola si dié suddita della Francia, ebbe tregua tanto avvicendarsi di casi, e surse alfine la calma. Ma questa calma appunto sarà per la Corsica quel verme che rodendole a poco a poco le patrie virtù, l’avvezzerà alla lasciviente cultura del secolo, ed i Corsi addiverranno anch’essi col tempo, come il rimanente degli Italiani, molli, lussureggianti, snervati. Non si offendano di questi vocaboli i miei connazionali; imperocché esprimon essi il nostro vero ritratto. Siamo italiani di nome, non v’ha dubbio, ma ne’ fatti siam Greci, siamo Asiatici, non abbiamo più né la mente né il cuore degli avi nostri. Frugando nell’antichità de’ nostri padri, ci siam fermati momentaneamente a ricopiarne gli abiti, la capigliatura; ed ecco le tuniche, gli stivaletti e calzoni a gamba, e gli abiti succinti, e la criniera spartita, cascante, e la barba di tutte forme: ma sotto queste divise dov’è la mente ferma, dove il cuore leale, dove il decoro di nostra nazione? Son segni parlanti della nostra degenerazione, l’amore smodato ai sollazzi, e ce lo accennano e le amene passeggiate, e i ridenti casini di campagna, e gli strepitosi teatri, e le laute mense, e il lussureggiante vestire, e i modi femminili, e i detti sdolcinati (3); e di tal guisa pur troppo si è messo in pratica l’immorale principio della filosofia dominante, che quel che è piacevole è onesto. Anche i Corsi andranno, col proceder del tempo, soggetti allo stesso cambiamento, ché la odierna civiltà è atta a tanto. E già se ne veggono i non dubbj vestigj nelle città del littorale, essendo queste più spesso al contatto coi nazionali di Francia. Con tuttociò lunga pezza dovrà trascorrere perché l’interiore dell’isola sia d’animo e di corpo francese. È opera di molti secoli cambiar lingua e costumanza a un popolo, specialmente allora che questo popolo è ligio delle usanze degli avi suoi, ed è animato dal sentimento nazionale che è cupido di manifestare a ogni incontro. E sassel la Francia, quantunque nazion potentissima, a qual caro prezzo ottenne della Corsica il dominio. E certamente non sarebbe finita si presto la lotta, se il pensiero d’appartenere per lo miglior suo bene e della patria a una grande nazione, che essere ad ogni istante tiranneggiata da piccoli despoti, non avesse persuaso i Corsi ad arrendersi. Quante belle cose non mi si parerebbono innanzi a narrare di questo popolo originale, ma io non fo l’istoria della Corsica. Ho voluto solo esporre in questa mia prima lettera poche riflessioni, dirette a torre dalla mente di chi legge quella sinistra prevenzione che in generale si ha della medesima, a ciò mosso da amore di verità e di giustizia….

GIOACCHINO PROSPERI (4).

(1) Parlo di quel governo, non del popolo genovese. Nota dell’Autore.
(2) Non diversamente la discorre il Voltaire. — Vedi Siècle de Louis XV, Chap. de la Corse. N. dell’Autore.
(3) Mal intendiamo come le amene passeggiate e i ridenti casini di campagna possano essere segni parlanti della nostra degenerazione. Se il chiarissimo Autore avesse interrogato la Storia de’ nostri avi, avrebbe veduto che ai tempi in cui Genova era signora del Mediterraneo, e Firenze al colmo della sua gloria, i dintorni di Genova e di Firenze erano pieni di amenità e di magnifiche ville (Vedi gli Annali del Giustiniano per la prima, e le Cronache de’ Villani per la seconda). Un popolo degenera quando retrocede verso la barbarie, non quando s’avanza verso la vera civiltà. Ma non convien confondere gli adornamenti delle città e lo splendore delle arti colla mollezza del vivere, la quale spegne le principali virtù civili. Onde il Petrarca saviamente cantava:

La gola, il sonno e le ozïose piume
Hanno dal mondo ogni virtù sbandita.

Ci sembra poi che l’A., rimproverando agli odierni Italiani i modi femminili e i detti sdolcinati e il lussureggiante vestire, commetta un anacronismo. Questo rimprovero si conveniva agl’Italiani del secolo decimottavo dipinti dall’immortale Parini nella sua Satira. Per lo contrario pare che nel mondo elegante regni presentemente il mal vezzo di far pompa di una certa ruvidezza, che mai non fu nell’indole Italiana. I giovani che nel forte vivere de’ Comuni Italiani combattevano in campo attorno al carroccio, giurati di difenderlo o di morire, armeggiavano poi fra le cittadine mura in onor delle dame. Ora…. ma non vogliamo uscire in parole che possano sentir d’amaro, tanto più che ogni secolo ha i suoi particolari difetti. Bensì noteremo che, parlando della degenerazione dell’Italia, converrebbe stabilire in che si faccia essa consistere, ed a quali tempi si riferisca il paragone. Quanto a noi, portiamo ferma opinione che, in generale, l’odierna Italia, anzi che degenerare, siasi migliorata di gran lunga, comparandola all’Italia de’ due secoli anteriori. Il paragone, spinto più addietro, porgerebbe un ricchissimo tema storico e filosofico, intorno al quale lasciamo che altri si eserciti.

GIULIO VISCONTI

(4) Nel libro intitolato: La Corsica e i miei Viaggi in quell’isola: Lettere di Gioacchino Prosperi, prete lucchese. Bastia, dalla tipografia Fabiani, 1844.
L’operetta porta in fronte questa dedica: Alla Corsica’ per affetti indomati sempremai infelice, segno perpetuo all’altrui interminabile cupidigia, in magnanimi fatti emula di Grecia e Roma, cuna dell’esule di S. Elena, Gioacchino Prosperi, che la morale del vangelo annunziando per ben cinque anni, di fé, di pietà, di concordia pingui manipoli nel suo seno raccolse, in pegno di grato animo offeriva.
Essa è principalmente composta di dieci Lettere, la prima delle quali contiene le Riflessioni generali sulla Corsica, da cui è tratto il brano recato qui sopra. Le Lettere 2.a, 3.a, 4.a e 5.a portano li seguenti titoli: Descrizione fisica della CorsicaNaturale de’ CorsiIstruzione in CorsicaReligione in Corsica, — ed esse si leggono con molto piacere, come quelle che contengono buoni ragguagli intorno a quell’isola, troppo poca nota, benché posta di fianco all’Italia, cui naturalmente spetta per ogni ragione, e benché retta dal popolo che più abbonda in opere statistiche. Le Lettere 6.a, 7.a, 8.a, 9.a e 10.a comprendono il racconto delle peregrinazioni e delle predicazioni dell’Autore in Corsica, e delle oneste e liete accoglienze da lui ricevute nelle varie parti dell’isola, che gli toccò di visitare in adempimento del sacro suo ministero. Tranne qualche breve descrizione di paesi, queste ultime cinque Lettere sono meno allettevoli, perché ti ripetono troppe volte le cose medesime o simili. Chiude le Lettere una nota, in cui dice l’Autore: «Io nutro una dolce speranza che i miei connazionali Italiani mi sapranno grado di questo breve lavoro, che riguarda una porzione de’ nostri fratelli, i quali se per politica combinazione non appartengono all’Italia, per geografica posizione, per costumi, per lingua, per pensamenti sono e saran sempre Italiani». Adempita è la sua speranza.
Recherem poscia qualche altro brano di quest’operetta.


STUDIO DELLO SCULTORE SANTO VARNI IN GENOVA, E SUO MONUMENTO PER LA DUCHESSA MARINA VIVALDI PASQUA, NATA SPINOLA.

■ …. Lo studio di questo chiaro scultore giace nella parte orientale della città; in esso sono a dovizia superbi disegni de’ più accreditati maestri, fra i quali egli conserva con religiosa venerazione schizzi e bozze del suo chiarissimo maestro, il nostro valoroso Giuseppe Gaggini, già direttore della scuola di scoltura in questa nostra Accademia Ligustica, ed ora scultore di S.M. nella Capitale. A così puro e fervido ingegno attinse il Varni, succeduto in quel nobile maestrato, i principj di quell’arte per la quale ora si è reso maestro. Qui la S.V. potrebbe ammirare avanzi di greche e romane scolture e di quelle anche che si possono attribuire a’ scalpelli nostrali, il tutto raccolto da esso, o direi quasi dissotterrato, e tolto dalle ingorde mani de’ vandali. Scialbi con dipinture de’ primi secoli del risorgimento delle arti, ruderi di monumenti che ricordano le più belle cose dell’arte, iscrizioni antiche, bassirilievi antichissimi, armature, ecc. e di ogni cosa che riguardi la scultoria e pittorica ricchezza. La collezione de’ gessi tratti da capolavori non è minore, né minore è il numero dei tanti modelli dal Varni eseguiti, dai quali risalta quella purezza di stile che è miglior dote di ogni scultore. E s’ella, siccome io spero vederla in Genova, qui venga, potrà applaudire all’eletta idea di avere ogni cosa che stava per perire salvata in carta; per lo che quegli oggetti preziosi, che tali al volgo non pajono, da esso furono tutti pazientemente e diligentemente disegnati, e formano un’unica collezione di monumenti patrj, i quali sono essi un durevole monumento della cittadina sapienza. Non vuolsi tacere come ad ornamento e ricchezza dello studio pendano dalle pareti varj lavori bisantini in legno: né come il Varni si conforti nella purezza di varj disegni a lui donati da viventi rinomatissimi artisti, da esso custoditi con amore, fra i quali luminosamente risaltano que’ di Giuseppe Isola, dei Frascheri, Morro, Orsolini, Belletti, ecc. ed altri del Baratta, Barabino e Fontana morti sono anni non tanti. Non manca una collezione di libri d’arte, né una scelta di bellissime stampe; dimodoché lo studio del nostro scultore si può dire una galleria, dove sono le più belle produzioni delle arti leggiadre.
■ Ora io dirò a V.S. di alcuni lavori di esso partitamente, affinché ne possa ammirare l’ingegno, il quale non va disgiunto da quella prudente modestia che forma il benigno carattere del cittadino. E primo è un monumento sepolcrale che si deve collocare nella chiesa di N.D. del Monte fuori le porte orientali della città. Fu commesso al Varni da S.E. il duca Pietro Vivaldi Pasqua per la morte della duchessa, moglie di lui. Questo monumento è composto di un sarcofago di bardiglio, sormontato da un fregio in cui sono scolpiti a rilievo nel bel mezzo di un rabesco due stemmi, Vivaldi e Spinola, coronati da intagli e rilievi bellissimi. Una pala di bianchissimo marmo vi posa di sopra, e nel mezzo una iscrizione a caratteri dorati accenna alla trapassata (1).
■ Un Angelo sta col piè in forse sul basamento al manco lato, dietro al quale pende dalla cima in larga copia un drappo tutto riccamente lavorato. Le ali ha dimesse e tutto è compunto dal dolore, il capo inchina sulla tomba, e la sua espressione è quasi dir voglia: più oltre non posso seguirti, perché lo scultore ha voluto rappresentare in esso l’Angelo Custode della morta a’ viventi. Vorrei che la S.V. vedesse quale e quanta verità è in questa rappresentazione, come quell’angelo spira un non so che di melanconico, e di cosa che non appartiene alla terra. Ma s’ella vedesse con qual magistero di arte è lavorato, certamente nulla invidierebbe a’ più sublimi scalpelli. È una finezza nelle estremità che la maggiore non si può desiderare. Le pieghe del drappo scendono tanto naturalmente, che non pajono di marmo, ma sibbene di arazzo. La capigliatura della testa e l’aria di questa sono vere, e sul volto è così bene espresso il dolore che nulla più. Sulla dritta del monumento è un candelabro fiammeggiante, a denotare l’ardente carità dell’estinta; sulla tomba posa il gufo, simbolo della vigilanza, che è dote delle madri, e più a basso sta rovesciato l’orivolo a polvere, indizio del fin della vita. Questo monumento, che s’alza per più di tre metri e mezzo, è circoscritto da un fregio di pietra giallognola del Finale, reticolato a croci col monogramma cristiano e le iniziali della trapassata, il quale concorre egregiamente a rappresentare questo testimonio monumentale della grandezza della nobilissima casa, per la quale venne innalzato…..

Estratto dalla Lettera di Giuseppe Banchero
al cav. G. C. Gregorj, intorno ad una Visita
fatta nello studio dello scultore Santo Varni.
Genova, 1844.

(1) In questi termini è concepita, dettata dal cuore dell’amoroso consorte.

Q. E. S.
MARINA • VIVALDI • PASQUA • NATA • SPINOLA
DAMA • DI • PALAZZO • DI • SUA • MAESTÀ • LA • REGINA • MARIA • TERESA
ITA • AI • CELESTI • IL • DÌ • XVII • GENNAJO • MDCCCXXXI
NELL’ ETÀ • DI • ANNI • XXXVII
LEGGIADRA • PIA • VERECONDA • SOAVE
SPEGLIO • ALLE • MOGLI • ALLE • MADRI
DUCHESSA DI SAN GIOVANNI
VISSE • UNA • VITA • D’ INNOCENTE • AMORE
CARA • A • TUTTI • AI • BUONI • CARISSIMA
LA • STORICA • NOBILTÀ • LE • DOVIZIE • LE • CORTI
NON • LA • DISVIARONO
DALLA • SEMPLICITÀ • DEI • COSTUMI • DALLE • DOMESTICHE • CURE
RIGUARDÒ • NEGLI • AMICI • IL • CUORE • NON • LA • FORTUNA
IL • LUTTO • DELLA • CITTÀ • SEGNALÒ • LE • SUE • ESEQUIE
IL • MARITO
LE • POSE • QUESTO • MONUMENTO
DI • PERENNE • AMORE • E • DOLORE


PANEGIRICO DI TRAJANO

SCRITTO DA PLINIO IL GIOVANE.

■ «Uno degli obblighi del mio consolato (scrive Plinio), quello era di rendere solenni grazie all’imperatore in nome della repubblica. Dopo di avere adempiuto l’ufficio, come convenivasi al luogo ed alle circostanze, tenni in conto d’opera degna di buon cittadino lo svolgere in più diffuso scritto ciò che là sfiorato aveva, primamente per rendere a sì gran principe un omaggio meno indegno della sua virtù: in secondo luogo a fine di presentare a’ suoi successori un modello che insegni loro a meritarsi la stessa lode co’ mezzi medesimi. E in fatti dire ai principi ciò ch’essere debbono, è impresa nobile, ma ardua, e che facilmente può parer prosuntuosa: lodare invece gli ottimi principi in guisa, che il lor panegirico sia di ammaestramento agli altri, e quasi face che loro indichi la via, questo è assunto non meno vantaggioso che modesto». — Dal qual nobile sentire animato Plinio, dopo avere ricordato la viltà dei Cesari, i quali non opponevano argine alle irruzioni de’ Barbari, altro che pagando ad essi tributo — «ora (soggiugne) quelle formidabili tribù imparano di nuovo ad essere docili, credono vedere rinato in Trajano uno degli eroi dell’antica Roma, e abbiamci da esse ostaggi invece di darli: né ci comperiamo più vanto di trionfatori con vergognose largizioni: a’ nemici, diventati supplichevoli, dineghiamo od accordiamo le richieste, conformemente alla dignità dell’impero, e rendonci essi grazie dell’ottenuto, non lagnandosi del diniegato. Né ardirebbero lagnarsi; perocché ben ricordano di averti visto, o Trajano, accampato in mezzo alle loro più feroci tribù nella stagione che ad essi è più propizia, allorché il cumulo del gelo congiunge le due rive del Danubio, e quel natural ponte improvviso schiude da per tutto il passo a guerra sterminatrice; viderti, dico, valicare la crosta agghiacciata, ch’era dianzi lor baluardo, e portare nelle lor foreste quegl’incendj che tenean essi in serbo per le nostre città. E la tua moderazione tanto più splende; tu né temi, né provochi la guerra. Il Campidoglio vedrà finalmente non fantastici trionfi, simulacri non vani di vittoria». Trajano favorì l’educazione con lodevolissimi provvedimenti. «È opera degna di te far avverate le speranze del popolo Romano, né vi ha dispendio che a’ principi stia meglio de’ beneficj largiti alla generazione destinata a succederci: ai doviziosi è guadagno aver figliuoli, ed allevarli: ai poveri primo incoraggiamento ad averne, ed allevarne è la bontà del principe…. E quale non dovette essere la tua gioja allorché, accolto con unanimi grida festose degli avi, dei padri, dei figliuoli, comprendesti d’essere ringraziato di benefizj, che non chiesti ma spontanei avevi profusi…. È apice della gloria del regno far dire che ogni cittadino brama di diventar padre, e tiene a ventura di esserne diventato. Niuno oggidì teme più per le sue creature, altro che i casi inerenti all’umanità: l’oppressione non è più contata fra’ mali inevitabili; e se è dolce vedere i proprj nati, fatti oggetto della liberalità del principe, più dolce è crescerli ad esser liberi e felici . . . .».
■ Gli spettacoli erano stati oggetto speciale della magnificenza de’ Cesari: Caligola, Nerone, Domiziano, si erano segnalati con pazzie. I giuochi celebrati da Trajano furono, e dovean esser d’altra natura. — «Ci avemmo spettacoli, non di mollezze e corruzioni, ma tali da ispirare un generoso disprezzo della morte, da infondere amor di gloria e cupidigia di vincere agli stessi schiavi fuggiaschi, agli stessi rei di capitali delitti, scesi a pugnare nell’arena. E quanta nobiltà in tai ludi! quanta giustizia! Come dimostrasti che ogni parzialità era al di sotto di te! Qual libertà concedesti ai popolari suffragi! Niuno fu tenuto empio o reo perché parteggiò per questo o quel gladiatore: niuno espiò col supplizio frivole trasgressioni, di spettatore diventato spettacolo. — Stolto, e dell’onor vero ignaro quel principe che va cercando sui gradini dell’anfiteatro o del circo delitti di crimenlese, reputandosi dispregiato ed offeso se alcun suo prediletto mimo o cocchiere riceve sfregi dal popolo; e crede la divinità propria nelle lor persone violata, egli che, stimandosi pari agli dei, stima i gladiatori pari a sé; vituperosi spettacoli quanto diversi da que’ d’oggidì! — Troppo tempo durò una schiera di delatori ad esercitar in Roma suoi brigandaggi: abbandonate le vie, i boschi a ladroni d’altra spezie, assediavano costoro i tribunali, il senato; più non v’ebbe patrimonio certo, testamento sicuro; se avessero figliuoli, o no, il pericolo era eguale; l’avarizia del principe incoraggiva questi pubblici nemici. Tu volgesti, Trajano, lo sguardo a cotal piaga dello stato; e, dopo avere restituito pace e sicurtà alle provincie, le riconducesti nel Foro, con estirparvi ogni mala erba; e la tua provvida severità impedì che una repubblica, fondata sulle leggi, non venisse rovesciata dall’abuso di queste. Ne avvenne che, benché la tua fortuna e la tua generosità ci abbiano posti in grado di farci vedere nel circo ciò che forza e ardimento valgono, e mostri prima indomabili, domati, maraviglie dianzi rade ed ascose, or fatte volgari, nulla riuscì più accetto al popolo romano e più degno di te, quanto scorgere fiaccata la baldanza de’ delatori: eranci noti, esecrabili; ci godemmo in vedendo tal vittime, espiatorie dei pubblici guai e dell’universale trepidazione, traversare in lunga fila il Circo sui cadaveri sanguinosi de’ rei, trascinati a più lento e formidabil supplizio ad essere cacciati alla rinfusa in barche sdruscite, gioco a’ venti ed alle onde. Si discostino; fuggano lontano da una terra che la lor nequizia ha desolata! Se i flutti gli scagliano su lido inospito, vi menino giorni angosciosi tra le ansie del terrore, della fame, e per colmo di crucio sappiano felice il genere umano, forzati di lasciarlo in pace! Spettacolo memorando, quella flotta carica di colpevoli, senza guida, senza ajuti in balia della fortuna!…. E la fortuna disperse i fragili navigli, usciti appena dal porto; e il mare ingojolli, quasi rendendo mercé all’imperatore di aver fidato a lui il supplizio di ribaldi, ch’egli non si era degnato di punire. Che se, alcuno andò salvo, i deserti popolati dianzi da’ senatori più non ricetteranno che lor delatori e carnefici….».
■ Trajano abolì l’accusa di crimenlese. — «Pago d’esser grande, e senza attribuirti immaginaria maestà, ci liberasti da quello spauracchio; restituisti con ciò la fedeltà agli amici, la pietà ai figliuoli, la sommissione agli schiavi. I nostri schiavi non sono più gli amici del principe, ne siamo noi stessi. Sgombrandoci d’attorno accusatori domestici, inalberasti un segnale di salvezza che spense la guerra de’ padroni e de’ servi, facendo egual beneficio ad entrambi, con restituir agli uni la tranquillità, agli altri la confidenza. Ma tu non ami d’esser lodato di giustizia, e forse nol debbo io fare: consentimi almeno di dire che è confortevole a coloro che ricordano quel tuo predecessore, il quale subornava gli schiavi a danno dei padroni e lor suggeriva accuse per avere un appiglio a punir delitti che avea inventato egli stesso (irreparabile sventura di chiunque aveasi uno schiavo perverso quanto l’imperatore); è confortevole, ripeto, pensare che attualmente regna sulla terra la giustizia». Visse Trajano lunga pezza in condizione privata, spettatore dell’esecrabil regno e del tragico fine di Domiziano. — «Profittevole è l’aver assaggiata l’avversità prima d’arrivare alla grandezza. Tu vivesti con noi, dividesti i nostri pericoli e le ansie serbate all’innocenza; toccasti con mano quanto i malvagi principi siano detestati anche da coloro che contribuiscono a farli peggiori. Ciò che apprendesti e conoscesti privato, t’illuminò principe, e tal principe ti fa che è più facile succederti che reputarsene degno. Chi diffatto vorrebbe addossarsi un tal peso? chi non temerebbe della propria fama, venendoti paragonato?…. Sotto un principe qual tu sei, la virtù consegue le stesse ricompense e gli stessi onori che in libero stato: tramontarono i dì nefasti, in cui altro premio non le restava che la voce della coscienza. Tu ami nei cittadini una nobile fermezza, né cerchi, com’era costume testé, di soffocare il coraggio, d’ intimorire la probità. Già molto ottenemmo nel non avervi più risico ad esser dabbene; or vi ha profitto ai dabbene tu largisci dignità, sacerdozj, proconsolati; le ricompense della loro integrità, dei lor servigi inanimisce ad imitarli: perciocché, e’ si vuol proclamare, gli uomini son buoni o tristi secondo lor pro’; pochi si elevano a giudicare l’intrinseco delle azioni e dei diportamenti, facendo astrazione dall’esito».
■ L’oratore paragona l’affabilità di Trajano al cupo vivere degli oppressori di Roma. — «Niuno è che tu non accolga umanamente, e in mezzo a tante cure ti resta tempo per tutti. Noi ci conduciamo al tuo palagio non, come dianzi, tremanti di essere mal capitati, ma tranquilli, e allorché più ci conviene; ci è lecito, anche se tu ci chiami, il ricusare, se ci abbiamo, altro da fare. Quando in quel palazzo stesso circondato da terrore, ritiratasi come in suo covile, una belva si inebbriava del sangue de’ suoi congiunti, e non ne usciva che per isbranare i più illustri cittadini, allora vegliavano sul limitare la minaccia e lo spavento, allora tremavano ad un modo, e chi veniva, e chi discostavasi egli stesso, il tiranno, presentavasi formidabile: avea dipinto in fronte l’orgoglio, gli balenava negli occhi il furore; solitudine circondavalo; eppure tra que’ muri, di cui si facea baluardo, serrò con sé la vendetta, la morte, e il Dio che lo punì: il gastigo raggiunselo in que’ penetrali; oh quanto or mutati! Niun esempio è più atto a convincere che la guardia più fida e sicura de’ principi è la lor propria virtù; o dirò meglio, non trovansi essi mai più efficacemente difesi che quando di difese non hanno mestieri». —
■ «Tutto ciò che io dissi de’ precedenti principi, ebbesi ad unico scopo di farvi sempre più convinti, o Padri, che Trajano cambiò e corresse lo spirito del governo, caduto in fondo ad ogni corruttela; oltreché, primo dovere de’ cittadini verso un imperatore, quale è il nostro, reputo quello sia di svergognare coloro che non gli somigliano. Non amiamo abbastanza i buoni principi, quando non odiamo efficacemente i cattivi. Per conto mio, o Trajano, io reputo come uno de’ principali tuoi beneficj la facoltà che ci hai concessa di poterci vendicare del passato, annunziando ad alta voce ai tiranni che in niun tempo, in niun luogo lor Mani colpevoli si troveranno a coverto dalle maledizioni della posterità….. Parlare alla libera de’ malvagi principi è dimostrazione che quegli che regna ad essi non somiglia….».

TULLIO DANDOLO.


IL GIOVANETTO BENEFICO.

Non so come le prime impressioni e i primi affetti ch’entrano nell’anima, per dir così, ancor tenera, si ritengono sempre, e in tutto il corso della vita tenacissimamente conservansi.

SALVINI.

■ Appena ai quindici anni io aggiungeva, disse Eugenio, quando avvenne che un mio famigliar compagno, giovanetto dell’età mia, mi consigliò di andare un dì, dopo desinare, a diportarci in un luogo molto lontano. Essendo il mio ajo di casa uscito, partimmo amendue senza farne motto ad alcuno, e trapassati parecchi giardini, ci trovammo nel mezzo della campagna in parte assai rimota e solinga. Quivi entrati in un sentieruolo, che ad un contado, cui noi avevamo a fronte, menava, ci sorpresero di lontano pianti come di un pargoletto, e ci misero talento di andare a quella volta; ove pervenuti, noi vedemmo una giovane donna, poverissimamente vestita, sedersi con un suo figliuoletto in grembo, ch’essa delle sue lagrime bagnava. Ben egli coi sembianti e coi lamenti suoi parea la miseria della sua madre significare: ond’io, che non aveva mai sì infelici cose vedute, mi sentii raccapricciare, e quindi da sì pietoso dolor soprappreso fui, che insino in su gli occhi mi tirò le lagrime.
■ Di molte cose cominciai a dimandare la sfor tunata donna, la quale insomma rispose che era d’una villa non guari ivi lontana, e da tre di rimasa vedova; ch’era stata, poiché fu morto il suo marito, spietatamente, discacciata dalla sua casa, e che aveva venduto quanto possedea per pagare un piccol debito dal suo marito contratto con un signor ricco e potente. Abita questo signore, soggiungeva, non molto spazio da me distante in un grandissimo e bel palazzo, e mette tavola ogni giorno con abbondanza di cibi e beveraggi; per la qual cosa vi stanno ad agio e in festa non che altri, ma li suoi cani; ed io misera vedova derelitta, senza consorte, senza amici, senza conforto, con questo sventurato figliuolo, non ho altro a sperare ed a chiamar che morte, la quale mi fia data traendomi il meschinello dalla poppa l’estremo gocciol di latte coll’ultimo mio sospiro.
■ Se prima era io divenuto pietoso, finito questo ragionamento ne fui più che mai; e per ventura avendo io nella borsa una doppia, cominciai a pregar la donna che se la prendesse; e non volendola ella per alcuna maniera, io pur la sollecitava perché la ricevesse, affermandole la mia casa essere delle ricche, ed a’ miei, sapendo cui l’avessi io data, dover molto piacere. Intanto per acquetare il mio commosso animo, posi la doppia nella innocente mano del bambino, al quale diedi un bacio; perché voltatosi egli a riguardarmi, e gradendo i vezzi che io gli faceva, lasciò di piangere. Poiché il cuor mi si fu rallegrato, mi sgorgarono dagli occhi in gran copia le lagrime, che io confusi con quelle della dolente madre e del pargoletto. La letizia che in quelli si dimostrò e il soddisfacimento ch’io ebbi di me stesso, parvemi del beneficio, che si poco erami costato, troppo grande retribuzione.
■ Il mio compagno, dal compassionevole caso non men di me commosso, mi ammonì che era già tardi, e omai tempo di pensare alla tornata. Per la qual cosa io gli tenni dietro, mentre che i due infelici, de’ quali tanta pietà n’avea stretti, cento volte benedicendomi, ripresero la via verso il contado. A quel giorno, che ferventissimo era stato, era una serena notte sopravvenuta, e già avea cominciato il suo corso la tacita luna, quando noi c’incamminammo alle nostre abitazioni. La natura, che pur testé m’avea dato il primo ammaestramento di umanità, trasse a sé tutta la mia mente, e de’ miei pensieri si rendé donna. Io me ne andava al fianco del mio compagno tutto pensoso e senza far motto, ed a poco a poco il mio vivo commovimento veniva cessando, infino che tra per lo fresco dell’aere e per lo contento del cuore, la soverchia mia sensitività si placò e convertì in una dolce tranquillità. Quindi, passando in malinconici pensamenti, mi diedi a considerare quello che nel dì m’era incontrato, e fra queste considerazioni mi parve sentir che una nuova virtù mi si manifestasse nell’animo.
■ Donde muovono, diceva, pensando io fra me stesso, quelle essenziali differenze, delle quali nessuna fu posta dalla natura? E nel vero quella povera vedovella e quell’orfano innocente non sono essi forse della medesima specie ond’è quel ricco e potente signore che ha lor tolto da vivere? non hanno essi i medesimi bisogni e i sentimenti medesimi? non corrisponde il cuor d’ogni uomo a quello degli altri, sicché ne sia partecipe nelle avversità di quelli? non siamo noi tutti benigni e pietosi? Si, ed a questo ci dispose, creandoci Iddio. Ma i vizj e gli errori degli uomini guastano la natura, e la torcono dalla diritta via.
■ Giunsi intanto a casa, e trovai il mio ajo molto turbato e sollecito del mio lungo indugiar fuori; il quale, fattami un’ accoglienza tra affettuosa e mesta: questa tua andata mi disse, m’è stata cagione di molta meraviglia e sollecitudine; tu hai fatto contro la tua usanza a scostarti dal tuo amico, e mostra che lo abbi dimenticato, essendo tu andato a passeggiare senza prima averlo ad uomo significato. I giusti ed amorevoli rimordimenti suoi mi fecero accorgere di aver fallato, e tosto pentirmene; sicché io, vergognando come quegli che il mio errore avea conosciuto, senza alcuna scusa fare lo pregai di consentire che gli raccontassi quello che in quel giorno mi era intravvenuto.
■ Il savio mio Mentore, nel tempo che io la ventura gli recitava, parea venirgli manco il respirare, e commettendo le mani, e fisso fisso guatandomi, mostrava chiaro che la miseria della vedovella e dell’orfano gli aveva intenerito il cuore. Venuto il fine del mio dire, egli, levatosi, corse a me e m’abbracciò, dicendomi: Ecco, figliuol mio, come tu devi ai movimenti della natura lasciarti vincere, ed alle dolci sospinte della liberalità. Il piacere che tu hai gustato, è schietto e compiuto sopra quanti se ne gustasser giammai. Adesso ti sei fatto uomo, e Dio concedati lunga vita che tu la meriti. Così dicendo, il pianto che dagli occhi abbondavagli, il venerabil volto gli rigava. Questo della mia larghezza, non altrimenti che se per usura l’avessi io fatta, fu il secondo guiderdone.

Conte GIO. FERRI DI S. COSTANTE,
nello Spettatore italiano (1).

(1) Opera molto lodevole, uscita a luce in Milano nel 1822; tipografia de’ Classici, 4 vol. in 8.°, preceduta da un Saggio critico sopra i Filosofi morali e i Dipintori dei costumi e de’ caratteri. L’Autore stava apparecchiandone una seconda edizione più emendata, quando mancò a vivi, né sappiamo se questa siasi pubblicata dipoi. La prima edizione più non trovasi, a quanto ci pare, in commercio. Giovanni Ferri di San Costante nacque in Fano nel 1755, morì nella stessa città il 16 luglio del 1830. Egli era vissuto molto tempo in Francia, ed avea colà pubblicato in francese un’opera che menò rumore, intitolata: Londra e gl’Inglesi, in 4 vol., e i Rudimenti della traduzione. Varj anni avea pure passato in Inghilterra, ove scriveva ne’ fogli periodici. In Francia era stato provveditore del liceo d’Angers; tornato in Italia, gli venne affidata da Napoleone «la suprema direzione degli studi nelle provincie italiane aggiunte alla Francia imperiale, ma, cadde quasi nel tempo stesso il trono di quel guerriero». In italiano non pubblicò che lo Spettatore e varj articoli di giornali.
Nella Biografia degl’Italiani del Tipaldo leggesi un bell’elogio delle qualità morali del Ferri; ma si bramerebbe che l’Autore di quell’elogio ce ne avesse dato anche le notizie biografiche, delle quali appena fa cenno.


DEL MAGUEY.

■ Maguey chiamano i Messicani quella pianta che dicesi comunemente agave del Messico (agave cu- bensis), la quale cresce in abbondanza nell’isola di Cuba e nel Messico. Ciascuna delle sue parti è utile, poichè, secondo Raynal, le radici servono a fare corde, gli scapi danno del legno, le spine s’impiegano invece di chiodi e di aghi, e le foglie riescono buone per coprire i tetti, ed inoltre facendole macerare, danno un filo col quale si fabbricano vari tessuti. Ma ciò che forma del maguey un vegetale veramente prezioso per i Messicani, è la proprietà che ha di stillare un’acqua dolce e trasparente, quando se ne staccano le foglie interne. La fossetta formata nel centro delle foglie si riempie del liquore che si raccoglie ogni giorno, e che ogni giorno si rinnova per lo spazio di un anno o di diciotto mesi. Condensandosi questo liquore, si converte in zucchero, e mescolato con acqua di fonte, acquista, dopo una fermentazione di quattro o cinque giorni, il piccante ed il gusto del sidro; e se vi si aggiugne della scorza di arancio o di limone, diviene inebbriante. I Messicani hanno tanto trasporto per questa bevanda, che se ne procurano a scapito del vitto, ed anche delle vestimenta della loro famiglia. Questa bevanda spiritosa vien chiamata pulche nella loro favella.

Spicilegio Enciclopedico.


■ Il vero e segnalato merito si rileva, a lungo andare, se oppresso, e ritrae lustro dalle critiche istesse che tentano di offuscarlo. I vapori che si radunano intorno al sole nascente e lo seguono nel suo corso, raramente mancano di formargli intorno una magnifica scena al suo occaso, circondando alfine di porpora e d’oro il luminare che non han potuto nascondere.

Roberto Hall.


■ Coloro che confidandosi nell’eccellenza del loro ingegno o del loro sapore, disdegnano le massime comuni della vita, sappiano che nulla può sopperire alla mancanza di prudenza, e che la negligenza e l’irregolarità, continuate a lungo, rendono inutile il sapere, ridicolo l’ingegno, e dispregevole ogni più alta qualità della mente.

D.re Johnson.


DAVIDE BERTOLOTTI, Compilatore.

L’UFFICIO CENTRALE D’AMMINISTRAZIONE
è presso POMPEO MAGNAGHI,

in contrada Carlo Alberto, rimpetto al Caffè Dilej,
ove si ricevono le associazioni.


Torino, dall’Officina Tipografica di Giuseppe Fodralli.
Con permissione.