Un geniale ciarlatano — Francesco Antonio Mesmer (1934)

Da Il Giardino di Esculapio, Anno VII, N. 4, ottobre 1934.

” ■ Oggi come oggi, a definire il Mesmer «un geniale ciarlatano» si corre il rischio d’incontrare una doppia opposizione: quella di chi non ammette il «geniale» e quella di chi non ammette il «ciarlatano». E poiché, secondo una favola fondamentale, non si può contentare insieme il padre, il figlio e l’asino, bisogna domandar venia della propria opinione e tirar innanzi, anche se non è accordata.

“FRANCESCO ANTONIO MESMER”

■ A porre in due parole il problema, è vero che Francesco Antonio Mesmer, col suo magnetismo animale, se non fece una scoperta nuova, diede evidenza a una vagante interpretazione di fenomeni non ignoti e a una intuizione confusa di potenze vitali innegabili; ed è parimente vero che, con l’apparato de’ suoi metodi di cura, impresse all’utile novità un carattere eccessivamente ciarlatanesco e contribuì a provocare l’opposizione conservatrice della medicina tradizionale. Quanto all’uomo in sé, è malagevole trovar la via giusta fra opposti giudizi di spregiatori e di esaltatori, ma bisogna confessare che, se non si può dichiararlo un volgare imbroglione, non si può neanche ritenerlo, come pretende il suo ultimo enfatico celebratore Zweig, un tragico eroe.
■ E, prima di tutto, riesaminiamone i principali lineamenti biografici. Ricorre quest’anno il secondo centenario della nascita del Mesmer. Lo Zweig lo dice nato, a Iznang, sul lago di Costanza, il 23 maggio 1734, sebbene altri diano la data del ’33.
■ Il Mesmer andò a studiar legge a Vienna per poi sostituire Galeno a Giustiniano, e a ventidue o ventitré anni conseguì il diploma di medico. Ma non si mise a esercitare con lo zelo dei giovani che devono guadagnarsi il pane e farsi, come si suol dire, una «posizione». La posizione, economicamente parlando, egli se la fece d’un tratto sposando una ricca vedova.


La calamita e il fluido

■ Egli era di persona aitante, di bello aspetto, e non si stenta a credere che dovesse esercitare un fascino sulle donne, anche senza tener conto della splendida carriera che poi fece nel campo della suggestione. L’aver messo subito l’occhio al grosso peculio femminile permette di supporre, senza troppo timore d’essergli ingiusto, che non avesse proprio la stoffa del sognatore indifferente ai beni di questo mondo e dello studioso disposto a vivere in limitata agiatezza, cavaliere e magari martire di quella Scienza la quale, almeno una volta, aveva l’aria d’una parente appena meglio in panni di Madonna Povertà francescana.
■ Ecco dunque il Mesmer in un bel palazzo della Landstrasse a Vienna, con ampio giardino ornato d’artistica fontana, ospite d’una società amante della conversazione e della musica, di buon gusto musicale egli stesso, amico e protettore dei Mozart padre e figlio (il figlio doveva poi celebrarlo, lui e il suo magnete, in «Così fan tutte»), destro sonatore di quell’armonica di vetro che era allora di moda ma che pochi possedevano, e a tempo perso medico. Come tesi di laurea, però, egli aveva composta una dissertazione riguardante «L’influsso dei pianeti sul corpo umano», argomento di sapore, più che generica mente astrologico, paracelsiano, e che dà l’idea d’una certa inclinazione già notevole della sua mente.

“L’ELETTRIZZATA. (DA UNA STAMPA CONTEMPORANEA CHE PROBABILMENTE FACEVA PARTE D’UN GIUOCO DELL’OCA).”

■ Avvenne poi che il padre gesuita Hell, dotto astronomo che si occupava di calamite, lo informasse di essere stato richiesto da una signora straniera di una calamita da applicare sullo stomaco per la cura dei crampi. Egli desiderò essere tenuto al corrente della cura, poté osservarne i benefici effetti e si accese d’un bell’entusiasmo per il magnete e per il magnetismo come novità terapeutica. Fu puro amore della scienza? Fu intuizione, in un uomo ambizioso, di una novità che poteva farlo uscire dal pigro cerchio della medicina comune e lanciarlo verso la celebrità e i larghi guadagni?
■ Non importa. Il secolo era pieno di passione pei misteri. Occultismo, trascendentalismo, pratiche arcane, segreti fra divini e diabolici tentavano e seducevano molte menti, proprio mentre l’enciclopedismo, col suo culto della ragione, trionfava. Non c’è da stupirsene: questi contrasti appartengono alla complessità dei periodi critici. E lo Zweig è un po’ buffo col suo tono di disprezzo per la «banalità» degli enciclopedisti, «vanitosi e tronfi perché non si bruciavano più le streghe». Bisogna aver natura di retori opportunisti, coltivatori di nuove mistiche di moda, petulanti e superficiali, per dimenticare l’enor me importanza del fatto che non si bruciavano più le streghe, cioè si combatteva e si superava una ignominiosa servitù degli spiriti. Gli enciclopedisti e i loro imitatori, Voltaire e i volterriani esageravano? Certo. Ma non insiste egli stesso, lo Zweig, a dichiarare che gli eccessi non possono abolire certi valori fondamentali? E a ogni modo chi dicesse che nella storia del pensiero umano e del progresso della coltura il magnetismo animale è più importante dell’Enciclopedia (compendiando in questa parola tutto il movimento d’idee del secolo decimottavo in Francia e altrove) farebbe ridere. Lo Zweig, trasportato dall’enfasi del biografo lirico e dalla ricerca dell’originalità col non erculeo sistema dei capovolgimenti, ha ben l’aria di dire questa cosa grottesca.
■ Andiamo avanti. Per un po’ il Mesmer si diede un gran da fare con la calamita, senza tuttavia battere troppo la grancassa, non perché egli fosse il tipo dello scienziato prudente e modesto, — quale ce lo vuol dare a intendere lo Zweig — ma perché la calamita e l’uso terapeutico di essa erano già in circolazione, come sapeva bene la signora forestiera rivoltasi al padre Hell, e non si diventa celebri con una novità non nuova e di dominio pubblico. Quando invece, proseguendo ne’ suoi esperimenti, si accorse che dalla sua persona e non dal ferro calamitato emanava il potere curativo, o almeno la forza capace di operare sui nervi altrui (cosa anche questa non del tutto nuova, anzi vecchia come tutti i miracoli dell’imposizione delle mani, ma sin allora rimasta vagamente leggendaria o di carattere, appunto, strettamente miracolistico), intuì con l’importanza del fenomeno il profitto che ne poteva trarre per la sua fama. La sua borsa, finché c’era la ricchezza di provenienza matrimoniale, non gli doveva dare pensiero.


La cieca di Vienna

■ Nel principio del 1775 egli pubblicò in un giornale danese una «Lettera a un medico straniero», che fu il primo annunzio, diremo, scientifico del magnetismo animale. Ma la fama doveva venire dalla pratica. A mano a mano che la notizia del nuovo sistema di cura introdotto dal dottor Mesmer si diffondeva in Vienna, nell’Impero e fuori, la gente s’interessava sempre più numerosa, malati e curiosi. I malati sopra tutto accorrevano, ed egli, per regolare e sorvegliare meglio gli effetti della cura, ne teneva alcuni in casa a pensione.
■ Naturalmente questo clamore destò l’attenzione non simpatica e la gelosia o la diffidenza degli altri medici, a cominciare dai più ragguardevoli. È umano e non ci pare il caso di prendere un’aria scandalizzata o disgustata. Tutti i facili sarcasmi e le facilissime invettive contro la medicina ufficiale e il suo atteggiamento di fronte alle innovazioni sono il più delle volte luoghi comuni che rappresentano un troppo piccolo sforzo mentale. Noi ammiriamo gl’innovatori serii, ma dobbiamo riconoscere la fatalità degli ostacoli nei quali a principio e magari per un pezzo essi urtano e avere il buon senso di renderci conto che questi ostacoli sono d’altra parte barriere di difesa sociale e anche intellettuale, perché se scopritori, inventori, escogitatori di novità — dei quali forse due per cento sono preziosi — avessero agio di mettere a ogni momento a soqquadro, senza resistenza, il lavoro paziente e ordinato degli altri studiosi, le tradizioni che spesso rappresentano secoli di altro lavoro, imperfetto ma non disprezzabile, e sopra tutto la esuberante credulità degl’ignari, il danno sarebbe di gran lunga maggiore del profitto.

“LA SATIRA DEL MESMERISMO: EFFETTI DEL MAGNETISMO… ANIMALE.”

■ La bellezza della faticosa vittoria del genio sta anche nella logica di quella fatica e di quella pena; e il compiacersi, con estrema pigrizia mentale, di raffigurare nell’antagonismo ch’esso incontra la solita opposizione imperdonabilmente maligna e stupida è insistere in una sciocchezza. I medici di Vienna avevano qualche motivo di inalberarsi contro un collega il quale si era fatto notare sopra tutto per la vita da gran signore e non certo per uno zelante esercizio professionale o per una solida reputazione di studioso e d’indagatore. Il Mesmer già allora, con quel temperamento d’artista che è proprio dei ciarlatani e li rende alle volte personalmente simpatici, curava molto la messa in scena: il che seduce alcuni, magari molti, ma suscita in altri una diffidenza che spesso trascina a opposizioni esagerate e aprioristiche.
■ Capitò poi il caso della signorina Paradies, figlia d’un servitore di Corte, cieca dall’età di quattro anni, eccellente musicista, protetta dall’Imperatrice Maria Teresa, che aveva per la infelicità e il talento della fanciulla accordato al padre una pensione di duecento scudi annui. L’insigne oculista dottor Barth non aveva potuto farci nulla e invano se n’era interessato il medico di Corte, Stoerck. Mesmer la esaminò, ebbe l’impressione di poter fare qualche cosa, la sottopose alla cura magnetica e la ragazza cominciò ad avere delle sensazioni visive. Secondo la maniera solita di raccontare, le cose sarebbero andate così: i pezzi grossi della medicina si irritarono e presero un atteggiamento di ostilità attiva, i genitori della ragazza, che l’avevano lasciata in casa del Mesmer, la rivolevano, la ragazza preferiva il bel medico dal tatto taumaturgico. Il Mesmer fu accusato d’esserne divenuto l’amante, il che non è provato e a ogni modo non avrebbe valore per la storia. Poi il padre si ricredette e lasciò una dichiarazione favorevole al magnetizzatore; ma Sua Maestà intervenne e fece dire al Mesiner che la smettesse con le ciurmerie. La signorina Paradies seguitò o tornò a essere cieca; secondo il Mesmer, perché gli avevano impedito di portar a termine la cura; secondo altri, perché le cure del dottor Mesmer erano illusorie e i malati alla fine si trovavano peggio di prima.
■ Sul trono austriaco le novità non sono mai state amate: il soprannaturale si preferiva lasciarlo amministrare ai sacerdoti in chiesa. Proprio in quel tempo un prete Gassner, che s’era messo a operare cure prodigiose, aveva finito con l’essere segregato per ordine sovrano in un convento di Ratisbona. Francesco Antonio Mesmer ebbe l’impressione che a Vienna o si rimetteva all’armonica di vetro e alle feste galanti o correva qualche maggior pericolo. Ma il magnetismo ormai l’appassionava. Questo bisogna riconoscergli: la passione, che è sempre un titolo d’onore. Possiamo aggiungere l’ambizione, che non è necessariamente biasimevole.
■ Allora il Mesmer partì da Vienna e, dopo un breve indugio in Isvizzera, arrivò a Parigi, la città aperta a tutte le novità, la capitale di tutti gli spiriti inquieti che cercano profitti o rumore intorno al proprio nome. Oggi ancora sappiamo che, coltivando due o tre signore salottiere e infarinate di letteratura e qualche letterato o giornalista più o meno inverecondamente prodigo d’aggettivi, fa parlare di sé a Parigi gente che nel proprio paese è pesata su altra bilancia. E Mesmer, dopo tutto, era un uomo geniale. Si aggiunga che egli era massone. La Massoneria aveva nel suo seno molta gente rispettabile, ma accoglieva senza dubbio anche tutti gli avventurieri vaganti di cui quel secolo fu fecondissimo. Non era un’istituzione molto tenebrosa. In certi casi era una specie di internazionalismo comodo pei viaggiatori, scienziati o artisti, filosofi dilettanti o gentiluomini turisti. Però, insomma, si occupava — almeno nel programma — del benessere dell’umanità. L’umanità era il suo forte. E il Mesmer, col magnetismo, dichiarava di voler rendere preziosi servigi al genere umano. Si aggiunga ancora che trovava a Parigi dei connazionali — per esempio, il famoso musicista Gluck — e che molto probabilmente aveva qualche raccomandazione per l’austriaca Maria Antonietta o almeno per autorevoli persone del circolo della Regina. Né occorre dire che l’eco delle sue cure a Vienna era giunta a Parigi e gli aveva preparato il terreno presso tutti i curiosi di buona e di cattiva qualità.


La conquista di Parigi.

■ Nella casa di piazza Vendôme, dove ebbe la prima dimora, nel villaggio di Créteil, dove impiantò una specie di casa di cura, e nel palazzo Bouillon, dove poi si stabilì con sontuosità, il Mesmer si mise a magnetizzare con sempre crescente fortuna, diventando presto quello che si dice l’uomo del giorno. Troppo lungo sarebbe raccontare minutamente le sue vicende parigine: chi ne avesse voglia potrà leggerle in un libro già vecchio, ma sempre molto interessante e che fa, in un certo senso, da utile contrapposto alle esagerazioni letterarie dello Zweig: vogliamo dire il libro del buon Figuier sul Magnetismo animale.

“LA SATIRA DEL MESMERISMO: CARICATURA TEDESCA SUL MAGNETISMO ANIMALE.”

■ A noi basterà riassumere i due gruppi importanti di fatti che segnano la parabola della fortuna del Mesmer in Francia: il successo, per così dire, mondano del sistema e dell’uomo e le peripezie della sua lotta per il riconoscimento accademico e governativo.
■ Il successo mondano fu rapido e grande. In tutti i tempi abbondano due specie di malati: i malati più o meno immaginarii, che hanno dei disturbi, che se li tirano avanti con una certa sospirosa compiacenza, perché con essi riescono a credersi interessanti (c’è, a questo proposito, una divertente commedia dello Shaw), e sono attorno ai medici per avere sempre qualche nuova medicina e fare qualche nuovo esperimento, e stanno attenti a tutte le novità terapeutiche e più s’infiammano quanto più ciarlatanesca è la novità; e i malati incurabili, i disperati a cui la medicina normale non può dare che pietosi conforti e che naturalmente si buttano a tutti i richiami, anche i più assurdi, e costituiscono la cuccagna eterna dei novatori illusi e sopra tutto degl’imbroglioni. Si capisce che queste due categorie affollassero i saloni magnetici del taumaturgo tedesco e parlassero di prodigi con un entusiasmo contagioso.
■ Tutta la messa in iscena era curata con grande arte per esercitare la maggiore suggestione. Il taumaturgo ha passato la quarantina, ma è sempre un bell’uomo, con un’aria di gravità solenne, con una calma che induce nei clienti un senso di docile rispetto. Ecco che viene in contatto col paziente: gli si siede di fronte, la schiena voltata verso settentrione (sono cose che contano), accosta i piedi ai piedi, le ginocchia alle ginocchia, e tocca coi due pollici i plessi nervosi che si riuniscono nel cavo dello stomaco. Le dita si posano sugli ipocondrii, sfiorano le costole, scendono verso la milza con movimenti che non rendono necessario lo spostamento dei pollici. Qualche suo aiutante esegue le stesse operazioni. Ma la potenza dello sguardo intensamente fisso negli occhi del paziente chi può averla come il Mesmer?

“LA SATIRA DEL MESMERISMO: ACCORDO DELLE FACOLTÀ FRA UOMO E ASINO.”

■ Intanto una musica dolce di armonica, o di pianoforte, o magari d’una delicata orchestra, concorre a conquistare l’animo dei malati. Tuttavia l’effetto dei «passaggi» di mani è spesso una esasperazione dolorosa della sensibilità. Il magnetizzatore sembra andar a cercare i mali annidati nelle varie parti dell’organismo e svegliarli e irritarli perché diano più chiara contezza di sé: si confessino, per così dire, come i diavoli delle ossessioni all’esorcista. I movimenti delle mani indagatrici e liberatrici continuano con sapienti direzioni: generalmente, tuttavia, dall’alto in basso per evitare di far salire i malanni alla testa, anzi per dirigerli verso le estremità inferiori donde dovranno uscire e disperdersi; e se non i malanni, le crisi dei malanni. Le dita passano per le varie parti del corpo con più ampia energia, come su una estesa tastiera. Poi il tatto non occorre: basta la magnetizzazione a distanza. Il magnetizzatore ha la sua bacchetta di vetro, con gesti imperiosi che versano nel corpo infermo il fluido misterioso di cui è ricco l’organismo del taumaturgo. O egli depone la bacchetta e, aggruppando in punta le dita, vi raccoglie il fluido e lo lancia irradiato, di lontano, verso il paziente. Ciascuno di noi ha visto nei teatri di varietà i magnetizzatori fare quel caratteristico movimento delle dita raccolte, che attira o proietta l’arcano potere, e pur troppo il ricordo di quei giocolieri non concorre certo a far ripensare con troppo rispetto all’uomo che per primo insegnò l’arte della suggestione in questa forma squisitamente ciarlatanesca.

“LA SATIRA DEL MESMERISMO: IL DITO MAGICO NEL MAGNETISMO ANIMALE.”

■ Mentre il maestro opera, i pazienti si agitano: risa, singhiozzi, gemiti, convulsioni, magari svenimenti. Spesso egli deve far trasportare altrove e calmare con altri toccamenti e diversi usi del fluido i più scossi e più agitati. Le donne specialmente subiscono in forme spettacolose l’azione magnetica. Esse si abbandonano all’incantatore, se ne sentono docile e fervida preda. Egli potrebbe disporre di loro a suo piacimento. E si capisce che questo aspetto della novità dia argomento a critiche e a sospetti di carattere morale, ingiusti magari nella realtà episodica, ma ragionevoli nella considerazione generale del fenomeno. E la gente accorre in folla.


La tinozza miracolosa

■ Le mani non bastano ed ecco entrare in campo «le baquet», la indimenticabile tinozza. Nel meżzo d’una vasta sala, dolcemente tenuta in penombra, parecchie persone sono sedute intorno a una tavola rotonda che è il coperchio d’una cassa circolare di quercia, alta circa mezzo metro e con un diametro di circa due metri. Questa cassa, detta la tinozza, contiene sino a una certa altezza l’acqua nel cui fondo giace un miscuglio di vetro tritato e di limatura di ferro. Su questo fondo delle bottiglie piene d’acqua sono disposte in doppia fila simmetricamente, in modo che una abbia tutti i colli convergenti verso il centro e l’altra verso la circonferenza. Qualche volta si fa a meno dell’acqua e si ha la tinozza a secco. Il coperchio di essa è sparso di fori dai quali escono bacchette di vetro o di ferro, mobili, a gomiti, con un’estremità nell’acqua e l’altra, terminante a punta, applicata ai corpi dei malati; i quali sono di solito disposti in parecchie file concentriche, legati insieme da una corda che parte anch’essa dalla tinozza e serve a far circolare dall’uno all’altro una parte del fluido magnetico, mentre l’altra va separatamente a ognuno per mezzo della propria bacchetta di vetro o di ferro. Per accrescere la circolazione, i malati si tengono per i pollici. Intanto una musica carezzevole si fa udire e magari fluttuano nell’aria soavi profumi.

“LA SATIRA DEL MESMERISMO: LA TINOZZA DI MESMER. (FRONTESPIZIO SATIRICO D’UN LIBRO CONTRO IL MAGNETISMO).”

■ Il Mesmer aveva lasciato la calamita per operare personalmente. Il bisogno di soddisfare il gran numero dei clienti lo induce a tornare, in un certo senso, a un sistema meccanico; ma bisogna tener presente che egli magnetizza le cose come le persone, un tavolo come un malato, una scopa, un pezzo di muro, un albero. Egli e i suoi discepoli devoti o fedifraghi si limitano alle volte a magnetizzare un albero e poi mettono lì i malati a godersi le nuove virtù salutari di quel tronco.
■ Questa varietà e moltiplicità di magnetizzazione suscitò tale entusiasmo che ci fu persino chi propose nel «Mercure de France» di magnetizzare addirittura Parigi. Ecco come: egli magnetizzava i grandi serbatoi d’acqua che dall’altura di Chaillot mandavano l’acqua della Senna nelle case della città. Bastava aggiungere alle cinquanta lire che i cittadini pagavano per quel servizio altre cinquanta e si aveva per tutto il giorno, con l’acqua, la quantità desiderata di fluido magnetico. Il popolino, che non ha servizio in casa, potrà essere ugualmente soddisfatto con l’istituzione di ospedali magnetici, simili ai bagni pubblici che usavano i romani. Oltre al magnetismo acqueo conveniva stabilire quello aereo, magnetizzando le torri di Santa Genoveffa e di là distribuendo il fluido, un quartiere per volta, alle varie parti della città. Non occorre aggiungere che si sarebbero potuti magnetizzare tutti gli alberi di Parigi; per modo che il parigino avrebbe finito col vivere (senza più paura della morte…) in una vera atmosfera magnetica.
■ Esagerazioni, naturalmente, di cui non bisogna far colpa al Mesmer; ma il carattere della sua attività era adatto, come a eccitare le convulsioni e i rapimenti dei malati seduti intorno alla tinozza, a esaltare le menti in concezioni e progetti più o meno stravaganti, che contribuivano a inasprire le polemiche degli antimesmeristi. Il taumaturgo tedesco era forte del gran successo mondano: molte persone della buona società, introdotti a Corte, gentiluomini e gentildonne di grandi famiglie patrizie, frequentavano il palazzo Bouillon e ammiravano il magnetizzatore e la sua scoperta. Tra questi era il giovane marchese di La Fayette, che doveva tra poco portare il soccorso delle armi francesi alle colonie americane settentrionali ribellatesi all’Inghilterra e che a Giorgio Washington dava notizia della prodigiosa novità mesmeriana che gli avrebbe recata.

“IL MARCHESE DE LA FAYETTE.”

■ Anche la principessa di Lamballe, la bella amica di Maria Antonietta, che nei futuri giorni del Terrore doveva essere così barbaramente uccisa (il parrucchiere che spia «le membra anco tepenti» per vedere se è incinta e la bionda testa messa su una picca e portata a dare alla Regina, alla prigione del Tempio, «il buon dì della morte»), volle esperimentare l’arte del tedesco, ma per una ragione particolare. In altro esperimento col principe di Prussia s’era osservato che il magnetismo non produceva su lui alcun notevole effetto e s’era detto che le persone di sangue reale costituivano un’eccezione alla ricettività del fluido. La principessa di Lamballe che, come si sa, apparteneva alla famiglia reale di Savoia del ramo di Carignano, volle farsi confermare la propria legittimità, si recò alla tinozza e fu ben soddisfatta di constatare e di far constatare che non ne subiva alcuna impressione.

“LA PRINCIPESSA DI LAMBALLE.”

■ Si andava alla tinozza del Mesmer come oggi alle «prime» o nei ritrovi eleganti. Qualcuno noleggiava per un giorno una tinozza (e non era facile, pel gran concorso di clienti) e poi diceva o scriveva agli amici e alle amiche: — Venite da Mesmer oggi? Ho una tinozza —, come se avesse avuto un palco o una tavola riservata. Tutto ciò aveva così poco da fare con la millenaria tradizione dell’esercizio della medicina che si capisce come molti medici, e specialmente gl’istituti d’insegnamento medico, considerassero, con esagerazione partigiana ma non senza qualche buon motivo, tutta l’impresa mesmeriana una clamorosa ciarlataneria.


La Medicina ufficiale e il Governo

■ Il Mesmer aveva cercato sin da principio di cattivarsi la benevolenza, e possibilmente l’approvazione ufficiale, tanto della Facoltà di medicina dell’Università di Parigi quanto della Società reale di medicina, recentemente istituita. Ma né l’una né l’altra si mostrarono mai disposte a dargli soddisfazione. Vi furono esami superficiali, indagini non condotte sino a fondo, prima direttamente sull’opera del Mesmer, poi su quella del medico Deslon, che, dopo essere stato discepolo del tedesco, s’era messo a lavorare da sé e si trovava in forte antagonismo col maestro.
■ La storia di queste relazioni tra il magnetismo e la medicina ufficiale non si potrebbe farla ne’ suoi curiosi particolari, che sono dopo tutto la parte più interessante, senza dilungarsi per molte pagine. E, dopo averla fatta, ci si ritroverebbe ancora a una conclusione estremamente incerta: dove cominciavano e dove finivano i torti dell’una e dell’altra parte? Erano tutte vere le cure prodigiose che il Mesmer vantava e che vantavano i clienti più o meno sinceri nella loro esperienza della realtà o nelle loro illusioni?
■ Guarigioni serie ebbero luogo senza alcun dubbio; altre furono soltanto apparenti. Più d’un cliente si proclamò liberato da ogni suo malanno e poi morì: morì guarito, come dicevano i canzonatori del mesmerismo, che non potevano essere pochi in una città come Parigi. Si diceva del vecchio regime politico francese ch’era «una monarchia assoluta temperata dalle canzoni»: figurarsi se potevano mancare le canzoni a proposito del magnetismo. Ogni tanto scoccava un pungente epigramma. Se ne occupò anche il teatro, prima con una commedia intitolata «I dottori moderni» e poi con una farsa dal titolo «La tinozza salutare». Il che non impediva al Mesmer di seguitar ad essere «l’uomo del giorno» e ad avere una ricca e, dal punto di vista sociale, autorevole clientela.
■ Egli intanto reagiva con scritti suoi e d’altri contro l’ostilità della medicina ufficiale, che cercava di opprimerlo con severi decreti: l’ultimo fu la conclusione d’una relazione scritta dal Bailly, scienziato di ottima fama, che divenne poi, durante la rivoluzione, sindaco di Parigi e finì col lasciare la testa sulla ghigliottina. Si racconta che il Mesmer, tornato di sfuggita a Parigi, si trovò al passaggio del carro che portava il Bailly al supplizio e, solo tra la folla paurosa, osò levarsi il cappello e salutare il valentuomo che lo aveva fieramente combattuto, ma che ora pagava con la vita il coraggio della propria opinione moderata. Se l’episodio è vero, esso fa onore a entrambi.

“L’ASTRONOMO BAILLY.”

■ Il mezzo migliore per aver ragione della medicina ufficiale parve al Mesmer la protezione del Governo; e cercò di ottenerla. Persone, come s’è detto, d’alta posizione sociale credevano nel suo genio e lo favorivano; Maria Antonietta era ben disposta verso di lui. Il Re meno. Luigi XVI si fidava poco di tutte quelle chiacchiere e di tutti quei prodigi e, pur non manifestando un’aperta ostilità, voltava le spalle agli entusiasmi. Tuttavia si iniziarono trattative per un accordo. Il Mesmer premeva minacciando di lasciare Parigi; la Regina gli fece dire che sarebbe stata cosa inumana abbandonare tanti malati che speravano in lui; egli rispose che, per rispetto alla Sovrana, si sarebbe fermato ancora alcuni mesi, ma poi non avrebbe potuto far a meno di andar a cercare altrove una maggiore e più per così dire tangibile comprensione. Egli era disposto a dar conoscenza del suo sistema di cura, ma voleva che gli fossero dati, a tal uopo, discepoli e non giudici; persone, cioè, disposte ad apprendere prima di giudicare e non pronte a sentenziare su opinioni pregiudicate. Ma dal Governo egli voleva, oltre una solenne dichiarazione dell’utilità della propria scoperta, il dono d’una sede adatta per un più ampio esercizio professionale e una pensione vitalizia di ventimila lire. (Le lire d’allora valevano molto più, in senso assoluto e in senso relativo, dei franchi d’oggi). Il Governo rispose accettando quasi completamente le sue proposte: soltanto, invece di donargli la sede adatta, la quale secondo il magnetizzatore doveva essere «un castello datogli in proprietà assoluta», offriva di pagargli per la sede che si fosse scelta una somma annua, come rimborso di pigione, di diecimila lire. E il Mesmer, non soddisfatto di promesse che non gli assicuravano la proclamazione solenne della sua grandezza e di offerte che gli rifiutavano la proprietà d’un castello o palazzo, respinse le ventimila lire di rendita vitalizia e lasciò cadere le trattative.
■ Per quanto lo Zweig si sforzi di mettere in buona luce questo suo gesto, è evidente che il Mesmer ebbe torto e che fu trascinato al rifiuto da eccesso di avidità e di orgoglio. Tutto — e sopra tutto la possibilità di avere il Governo dalla sua di fronte all’ostilità della classe medica — doveva indurlo ad accettare; ma egli voleva trionfare senz’altro ed era seccato di vedere il suo «castello in aria» rimaner tale.
■ A tanta arroganza del resto lo spingeva la coscienza di avere protettori e collaboratori importanti e di poter trovare altrove i danari che rifiutava al Governo. Se ne andò da Parigi a Spa per darsi l’aria di poter fare a meno della Francia, ma vi tornò subito, anche perché alcuni suoi amici e seguaci gli offrirono di pensar essi a raccogliere per lui una somma ragguardevole. Si istituì così una «Società dell’armonia» — di sapore, come si vede, massonico — i cui soci dovevano raggiungere il centinaio e versare ciascuno cento luigi, per raggiungere così una somma di 240 mila franchi, in compenso della quale il Mesmer si obbligava a istruire i soci nella teoria e nella pratica delle sue scoperte. Questi da parte loro assumevano l’impegno, almeno per un certo tempo, di non diffondere le cognizioni acquistate. In qualche anno la somma superò il limite prefisso, le Società d’armonia si diffusero per tutta la Francia, ma il Mesmer trovò modo di venir a contrasto coi soci, che pure gli si erano mostrati devoti e riguardosi e che, anche nel periodo dei contrasti, si adoperarono a trovare nuovi accordi.


Il tramonto della fortuna parigina

■ Il taumaturgo tedesco si mostrava avido di danaro. Che cosa era avvenuto della sua passata ricchezza? Il grosso peculio era rimasto in proprietà della moglie? È un punto della biografia mesmeriana che nessuno ha ancora ben illuminato. Il fatto è che, dopo alcuni altri anni di soggiorno a Parigi, lo scoppio della Rivoluzione distrasse le menti e gli animi dalla tinozza salutare e dai gesti magnetici del tedesco. Le convulsioni politiche fecero diventare scipite le convulsioni delle dame isteriche nei saloni dalla luce velata e dalle musiche seducenti. Gli aristocratici ebbero insomma altro per la testa; anzi in non pochi casi non ebbero neanche altro, perché la testa la lasciarono sul palco fatale, sotto la lama inventata da quel dottor Guillotin che aveva anch’egli preso parte agli esperimenti magnetici, senza l’ostilità degli altri colleghi. E intanto gli scudi e le lire de’ suoi guadagni, ridotti alla carta forzosa degli «assegnati», sfumavano. L’essere stranieri non era una garanzia per la vita: altri tedeschi erano già stati ghigliottinati.

“UNA SEDUTA INTORNO ALLA TINOZZA.”

■ Nel 1792 Francesco Antonio Mesmer lasciò Parigi e, dopo un breve soggiorno in Inghilterra e un viaggio in Italia, tornò a Vienna, dove la moglie era morta lasciandolo erede della bella casa nella Landstrasse. Ma a Vienna non c’era neanche quella volta aria buona per lui. La polizia lo accolse con sospetto. Il vecchio massone veniva, sia pur fuggendo il Terrore, dalla città delle idee rivoluzionarie. Si aggiunga che, in una conversazione con una vecchia dama, egli ebbe l’imprudenza di giudicare gli avvenimenti francesi con imparzialità liberale e questo giudizio fu riferito. Non si osò arrestarlo o comunque punirlo ma si finse d’accettare da lui la promessa di ritirarsi a vivere in più quieto luogo, lungi dalla vita fermentativa delle grandi capitali.
■ Egli è oramai sulla sessantina. Lascia Vienna e si ritira in Isvizzera a Frauenfeld, sulla riva del natio lago di Costanza, dove vive esercitando la professione come modesto medico di villaggio. I guadagni non sono larghi ma gli bastano per vivere, e a rivendicare la propria importanza di scopritore del magnetismo animale il tempo non è propizio. Tempo di rivoluzioni e di guerre. C’è un altro magnetizzatore, ora, che conta nel mondo: Napoleone Bonaparte.
■ Non che la questione del magnetismo animale sia del tutto abbandonata. — Uno de’ suoi migliori discepoli uomo veramente di buona fede e generoso — il marchese di Puységur, ha fatto cose straordinarie in Francia, e altri con lui o dopo di lui in Francia e altrove. Con la caduta dell’Impero, la passione del magnetismo riprende. Si scopre l’ipnotismo, si scopre la catalessi lucida. Accademie e Facoltà mediche riprendono con più calma considerazione l’esame del problema. Si fonda persino qualche cattedra di magnetismo. Ma lui, il Mesmer, è un dimenticato. Vecchio, non se ne duole. Seguita a fare il medico tra la buona gente di Frauenfeld, che non si occupa delle teorie del fluido universale o di altre consimili. A settant’anni lo consigliano di tornare a Parigi, dove potrebbe riprendere le sue cure; ma a una fortuna nella Parigi del Primo Console, che fra poco diventerà Imperatore, egli non crede e ha ragione. Ora gli basta Frauenfeld, tanto più che ha da vivere più agiatamente, perché il Governo francese, a indennizzarlo d’un milione di lire perduto nella disastrosa vicenda degli assegnati, gli ha concesso una rendita vitalizia.

“LA VECCHIA IPNOTIZZATA. (DISEGNO COLORATO DEL BOILLY, DEL PERIODO ROMANTICO).”

■ E a Frauenfeld muore, di ottant’anni, il 5 marzo del 1814. Mentre la morte è assisa al suo capezzale egli prega un seminarista di sonargli quell’armonica, di cui si deliziava già nel palazzo viennese della sua gioventù e che gli è rimasta fedele compagna nel corso della vita avventurosa. Forse è una aria briosa o sentimentale di quel suo amico dei begli anni, Volfango Mozart, che ha ora conquistato il mondo con la luminosa grazia della sua arte.
■ Egli dimentica così, al momento del gran passaggio, l’abbandono in cui è stato lasciato dalla mutevole moda. O ha capito alla fine che il torto fu suo, per aver trattato un così grande problema più da cultore della moda che da cultore della scienza?


Da Mesmer a Freud

■ Perché in questo è il difetto grave della condotta del Mesmer: in un certo senso egli si è mostrato più contemporaneo di Cagliostro che del Lavoisier. Ha voluto sbalordire. Si è attaccato alla folla profana, più redditizia della minorità studiosa, in fama e in danaro. Si potrà dire che la messa in iscena era necessaria a provocare gli effetti fisici dai quali egli faceva dipendere la guarigione; ma non si potrà negare che il non aver cercato metodi e forme di maggior discrezione lo rivela innamorato più della pubblicità che della scienza.

“LA SATIRA DEL MESMERISMO: I CIARLATANI FOLGORATI.”

■ In verità, la sua teoria era confusa ed errata in gran parte, nonostante l’intuizione di fenomeni reali e molto importanti, ed egli non aveva con essa una reale autorità sulla critica de’ suoi contradittori. Senza dubbio la scienza — dalla fisiologia alla psichiatria — si è giovata del vasto movimento sorto dal magnetismo animale. Il nostro tempo, in particolar modo, ha dato uno sviluppo stupendo ai problemi della psiche considerati dal punto di vista medico. Il mistero del sistema nervoso affascina con la sua penombra vibrante di possibilità gigantesche. Il Freud, per esempio, è considerato un illustre erede dell’ambiguo Mesmer; nel che consentono i suoi fautori, i quali riconsacrano il Mesmer come un tragico eroe, e i suoi non diremo detrattori ma critici, i quali vedono nel freudismo una certa, se non volontaria, inevitata ciarlataneria.
■ Francesco Antonio Mesmer aveva il torto di accettare tutte le cure e, naturalmente, i malati coi reni in isfacelo o con un tumore maligno morivano a dispetto della tinozza. Quando morivano, egli e i suoi dicevano che erano però guariti d’altri malanni. Meglio sarebbe stato distinguere e limitare subito da principio, riconoscere e far riconoscere che la casa del magnetismo era una casa di cura delle malattie nervose o di quelle su cui hanno grande importanza le condizioni del sistema nervoso, ed evitare l’aura miracolistica che faceva della tinozza una specie di piscina probatica. Egli esagerò e l’esagerazione è appunto ciarlataneria. Anche tra ciarlatani cinici non mancano alle volte uomini di molto ingegno e di felici intuizioni. La medicina ufficiale, avversandoli, difende e deve difendere la serietà degli studi, la prudenza delle conclusioni, il dovere della laboriosa cautela, anche a costo di commettere qualche volta delle ingiustizie e di peccare d’incomprensione.
■ Per ciò che riguarda il Freud, lo studio dei sogni, l’indagine entro l’ombra ove giuocano istinti e passioni in azioni e reazioni, per così dire, sotterranee, come gli oscuri antefatti dei terremoti, è uno studio importante e attraente. E tuttavia ognun vede come l’uso terapeutico della psicoanalisi sia arduo, personale, e possa facilmente precipitare in conclusioni arbitrarie e degenerare in ciarlataneria. C’è chi dice che i segni di tale degenerazione non manchino. Ma questo è un altro discorso.”