Guerra chimica — La difesa della popolazione civile (1935)

Da Sapere, Anno I, Vol. I, N. 2, 31 gennaio 1935.
Di Attilio Izzo.

(Segue La distribuzione delle maschere antigas alla popolazione civile, da Sapere, Anno I, Vol. I, N. 7, 15 aprile 1935, di Attilio Izzo)

” ■ Non molto tempo fa, il DUCE proclamava: «La guerra sta all’uomo come la maternità alla donna.» Invero il cammino della civiltà è stato sempre accompagnato dal rumore delle armi. In questa faticosa marcia dell’uomo, ogni invenzione, ogni nuova scoperta è stata sfruttata fin dai tempi più remoti ai fini della guerra.
■ La pietra, il bronzo, il ferro, l’acciaio, la polvere da sparo, ecc.: ecco le grandi tappe della guerra fino a ieri. Oggi le nuove mortali armi aggressive sono i gas che, per gli enormi progressi dell’arma del cielo, interessano non più i soli combattenti bensì tutta la popolazione civile. Ma se le sue possibilità permettono alla chimica di creare terribili mali, le consentono anche di arrecare il più grande bene e così la guerra chimica si riassume in un incessante duello tra i chimici, scambievolmente intenti ad offendersi e a difendersi. Innanzi tutto, cosa sono i “gas”? Attualmente questa designazione è stata abbandonata per l’altra più esatta di “aggressivi chimici”. Si può definire come aggressiva una sostanza inizialmente gassosa, liquida o solida — negli ultimi due casi trasformabile in vapore, goccioline, o particelle minutissime — capace di determinare lesioni più o meno gravi su talune parti, interne od esterne dell’organismo vivente, o più semplicemente provocare l’irritazione delle mucose degli organi visivi e della respirazione. Nei primi tempi di guerra furono impiegate solo sostanze inizialmente gassose, e questo spiega perché nell’uso comune fu dato il nome di “gas di combattimento” agli aggressivi chimici in genere, pur non essendo sempre veri e propri gas. Una delle più note classificazioni delle sostanze aggressive si basa sulle azioni fisiologiche che esse provocano nell’organismo umano. Si hanno quindi aggressivi soffocanti, tossici, lacrimogeni, sternutatori, labirintici e vescicatorii. Questi ultimi agiscono sulla pelle. Malgrado tante differenti azioni fisiologiche, per ragioni varie di aggressività, di costo, di possibilità di produzione con materie prime nazionali e con mezzi semplici ed economici, di comodità d’impiego, di protezione, ecc., il numero degli aggressivi chimici adoperabili vantaggiosamente non è eccessivo e si può dire attualmente che, in pratica, non superi la dozzina: i più comuni sono il fosgene (soffocante), l’yprite (vescicatoria), le arsine (sternutatorie), il cloroacetofenone (lagrimogeno).

“1. LA MASCHERA PERMETTE ANCHE DI TELEFONARE.”

■ Ora i sistemi di difesa contro i gas si possono suddividere in due categorie:
1°) La protezione individuale, che deve difendere le vie respiratorie, gli organi della vista e dell’udito (con le maschere) e la pelle umana (con gli indumenti protettivi).
2°) La protezione collettiva, che deve salvaguardare non solo le persone, ma altresì i materiali (ed eventualmente anche i quadrupedi) dagli effetti degli aggressivi chimici nelle località ove può manifestarsene l’azione.
■ Come è fatta una maschera? Ridotta alla più semplice espressione una maschera antigas comprende un “facciale” per la difesa della faccia, fatto di tessuto gommato impermeabile alle sostanze aggressive, ben aderente al viso, fornito di occhiali; una scatola filtro per fermare, assorbire e neutralizzare i varii aggressivi chimici, inibendo loro di arrivare alle vie respiratorie. Il filtro può innestarsi direttamente al facciale oppure essere collegato ad esso mediante un tubo corrugato. Nella scatola-filtro, a motivo della sua funzione, è contenuto del carbone detto “attivo” che assorbe per fenomeno fisico diversi gas, in proporzioni varie a seconda della natura dell’aggressivo chimico, ed altre sostanze aventi funzione specifica rispetto a determinati aggressivi.
■ A seconda delle esigenze di durata di protezione esistono varii tipi di maschera.
1°) La maschera per donne, vecchi e bambini (costituenti la così detta popolazione civile passiva non deve servire ad altro che a permettere, all’individuo che l’indossa, di sottrarsi all’azione degli aggressivi chimici, per il tempo necessario a lasciare la propria abitazione e raggiungere i più vicini locali di difesa collettiva, già in precedenza fissati. Deve essere di semplice e facile applicazione, di lunga conservazione, a grande campo visivo e di costo limitatissimo (aggirantesi sulle 25 lire) cioè accessibile a tutti. Le maschere per popolazione civile passiva, contraddistinte dal colore giallo del filtro, prima dell’adozione devono essere approvate dal Centro Chimico Militare, perché rispondano a determinati requisiti, che garantiscano in esse le volute caratteristiche protettive.
2°) La maschera per popolazione civile attiva (quella che deve svolgere la propria opera anche durante attacchi aerei nemici) e per forze armate territoriali, deve offrire un maggiore potere protettivo della precedente.
3°) La maschera militare, per reparti dell’esercito operante, deve avere il filtro di notevole durata d’efficacia protettiva contro gli aggressivi chimici; perciò a differenza degli altri due tipi sopraddetti, che hanno il facciale avvitato al filtro, in questo il filtro — per ragioni di peso — è collegato al facciale mediante tubo corrugato, custodito in apposita borsa. Il pacifico cittadino che credesse, una volta acquistata la maschera, della taglia adatta al suo viso, di avere non solo curato il proprio interesse, salvaguardando la propria vita, ma di aver fatto il proprio dovere s’ingannerebbe. Che manca allora? Una cosa molto importante, e cioè l’allenamento all’uso della maschera stessa, che dovrà essere sempre maggiore a seconda che si tratti o della popolazione civile passiva (che deve fare uso della maschera per un tempo limitato), o di quella attiva, o infine dei combattenti veri e propri che possono essere chiamati ad indossarla per ore ed ore. Infatti la maschera, per ragioni varie, tra cui, per es., l’impossibilità di soddisfare alcuni bisogni elementari (mangiare, bere… ed anche fumare), riesce di scomodo indossamento, e senza un certo grado di allenamento antigas le persone non abituate a portare la maschera sono costrette a togliersela.

“2. LA MASCHERA APPLICATA AL FEDELE AMICO DELL’UOMO.”

■ Una domanda che spesso viene fatta è questa: le maschere proteggono da tutti i gas? Si può dire a questo riguardo che i filtri delle maschere riescono a sbarrare la strada a tutti gli aggressivi finora impiegati. Fa eccezione il solo ossido di carbonio che, però, non è stato impiegato finora sui campi di battaglia a motivo della sua volatilità: ma anche contro questo velenosissimo aggressivo è stato trovato il neutralizzante chimico e servono bene allo scopo le maschere così dette “a filtro universale”.
■ Sarebbe certamente preferibile poter adoperare per la difesa antigas gli “autoprotettori”, che sono apparecchi isolanti i quali proteggono da qualunque sorpresa le vie respiratorie, perché si respira l’ossigeno contenuto in apposita bomboletta o prodotto per reazioni chimiche, ma essi sono ancora così pesanti (6, 7 kg.), costosi (circa 500 lire) e di breve durata protettiva (1 ora circa), che il loro uso non può essere generalizzato. Lo stesso deve dirsi per gli indumenti protettivi contro l’yprite, il subdolo aggressivo che ha azione vescicatoria sulla pelle ed infetta tutto quello con cui viene a contatto. Questi indumenti, detti “antipritici” oltre ad un elevato prezzo (500 lire) presentano l’inconveniente che, dopo poco tempo di impiego (mezz’ora circa), a causa della loro impermeabilità all’aria, provocano disturbi circolatori ed una elevazione di temperatura tale (per l’abolita funzione termoregolatrice cutanea) che l’individuo è costretto a togliersi l’indumento, rinunziando alla protezione. Per detto motivo, si pensa di dare i vestiti antipritici solo alle squadre addette alla “bonifica chimica” cioè alla neutralizzazione degli aggressivi del tipo yprite; la popolazione resterà nei ricoveri o nelle case fin quando il personale incaricato di detta delicata operazione non segnalerà che il pericolo è passato.
■ La protezione collettiva antigas pone numerosi problemi tuttavia tecnicamente solubili: le difficoltà consistono nell’organizzazione, che deve essere completa e preparata fin dal tempo di pace, e un po’ anche nel costo di questa organizzazione preventiva. Nel nostro Paese, sono state prese da tempo numerose disposizioni per la protezione del territorio nazionale e della popolazione civile dalle offese aerochimiche; varie leggi e decreti disciplinano già i provvedimenti da attuare, le caratteristiche della maschera da distribuire; e si sono fissate, dall’esistente Comitato Centrale Interministeriale di protezione antiaerea, apposite norme tecniche per rendere meno vulnerabili dalle offese areochimiche le costruzioni edilizie, per la costruzione dei ricoveri, ecc. Sono stati inoltre organizzati in tutte le principali città d’Italia esperimenti di protezione antiaerea ed apposite mostre di propaganda della difesa chimica. Non è possibile, per ragione di spazio, diffondersi ora a parlare su tutti i provvedimenti da attuare per la difesa collettiva e cioè i mezzi per segnalare l’allarme, per l’oscuramento, per i mascheramenti, lo sfollamento dei grandi centri da parte della popolazione civile in caso di guerra, l’organizzazione sanitaria, antincendi, ecc. Accenneremo qui sommariamente ai soli ricoveri antigas. Questi, di qualunque genere siano, per offrire una efficace protezione, devono rispondere a speciali requisiti: a) impermeabilità del locale all’aria esterna; b) sufficiente purezza dell’aria interna.

“3. UN AUTO-PROTETTORE: NELLA CASSETTA PORTATA A SPALLA È CONTENUTA LA BOMBOLETTA D’OSSIGENO E UNA CARTUCCIA DI POTASSA PER L’ASSORBIMENTO DELL’ANIDRIDE CARBONICA EMESSA NELLA RESPIRAZIONE.”

■ Per ottenere l’impermeabilità, difficilmente assoluta, occorre che il locale adibito a ricovero, pur avendo al minimo una doppia uscita (una di sicurezza), contemporaneamente abbia il minor numero di aperture; gli infissi devono essere in buono stato e le porte possibilmente a tenuta completa. Per meglio rendere impermeabile il locale, oltre che dalla verniciatura ad olio delle pareti, ci si può servire di qualunque mezzo disponibile per chiudere fessure delle pareti anche se piccole, ecc. in mancanza di meglio si applicheranno striscie di cartone sugli spiragli di porte e finestre. Con materiali da imbottitura (lana, stracci, ecc., impregnati con olio o grasso) o con terra argillosa ben bagnata e impastata si potranno tamponare eventuali bocche d’aria o i vani lasciati da tubi da stufa, ecc. Insomma, quanto più ermetico è il locale, tanto meglio ci si difende dai “gas”. I piccoli ricoveri antigas si porranno di preferenza, in locali semi-interrati, o nelle cantine, ma non dovranno mai corrispondere alla gabbia delle scale, per ovvie ragioni di sicurezza, dovendosi tener conto di possibili offese con bombe esplosive.
■ Vi sono due tipi fondamentali di ricoveri antigas: a) ricoveri filtranti, in cui, per mezzo di ventilatori, si introduce aria pura presa il più in alto possibile o purificata attraverso i filtri; b) ricoveri ermetici, in cui per la respirazione, si utilizza solo l’aria contenuta nel locale.
■ Nei ricoveri del primo tipo, quelli filtranti, vi è un filtro di capacità adeguata, attraverso cui l’aria esterna, canalizzata in apposita tubazione, ed aspirata da apposito ventilatore, azionabile a mano senza sforzo, si depura dei prodotti aggressivi. La quantità d’aria da introdurre nel ricovero, per la popolazione civile passiva, è di 500 litri per persona e per ora. Per meglio assicurare l’impermeabilità del ricovero, per mezzo del ventilatore, vi si produce una sovrapressione di circa 5 mm. che si oppone alle penetrazioni del gas. Nei ricoveri del secondo tipo, gli “ermetici”, si è isolati completamente dall’aria esterna; in essi occorre quindi prevedere la possibilità di rigenerare l’aria, sottraendole l’anidride carbonica che viene emessa dagli occupanti, perché oltre una certa concentrazione di anidride carbonica oppure al disotto di una certa percentuale di ossigeno, il ricovero non è più occupabile. Occorre allora rigenerare l’aria o mediante assorbimento dell’anidride carbonica per mezzo di soda (circa 150 gr. per uomo e per ora) o potassa caustica, oppure arricchendo l’aria viziata di ossigeno contenuto in bombole (ne occorrono 30 litri per uomo-ora) o prodotto con reazioni chimiche (per es. adoperando il perossido di sodio nella proporzione di circa 250 gr. per uomo-ora). Come criterio di massima bisogna tener presente che i ricoveri ermetici consentono solo una breve permanenza e ad un numero limitato di persone. Nelle nuove costruzioni, specie urbanistiche, basta che l’ingegnere progettista tenga avveduto conto delle principali esigenze della difesa antigas (ed in genere di quella antiaerea) perché, con limitata spesa, in caso di necessità, questa difesa si possa attuare facilmente.

“APPARECCHIO DI RIGENERAZIONE E OSSIGENAZIONE DEL- L’ARIA PER RICOVERI ANTIGAS.”

■ In conclusione: 1) gli aggressivi chimici possono essere molto dannosi se non sono conosciuti: una volta noti e previsti, presentano un pericolo inferiore a quello di tanti altri mezzi d’offesa; 2) contro gli aggressivi chimici, esistono difese efficaci, le quali riducono il pericolo e talvolta lo eliminano; 3) tali difese non si possono allestire affrettatamente od empiricamente sotto l’assillo del bisogno, ma devono, invece, essere accuratamente predisposte, fin dal tempo di pace. Su di esse devono orientarsi le menti di tutti i cittadini, per facilitare l’attuazione delle disposizioni date dalle autorità.”


La distribuzione delle maschere antigas alla popolazione civile.

Da Sapere, Anno I, Vol. I, N. 7, 15 aprile 1935.
Di A.I.

” ■ Uno dei problemi di maggior importanza per la difesa della popolazione civile dagli attacchi aerochimici è quello relativo alle maschere antigas, che offrono la difesa migliore e fondamentale contro i gas asfissianti.

■ Come è noto, le due parti principali di una maschera sono il “facciale” ed il “filtro”. I tipi per popolazione civile hanno il facciale collegato direttamente al filtro. Ce ne sono di taglie diverse per le differenti grandezze dei volti delle persone che devono portarle. La popolazione civile, in caso di conflitto, può suddividersi in due categorie, per ognuna delle quali si è studiato un apposito tipo di maschera. a) Popolazione civile passiva e cioè bambini, donne, vecchi, ecc. per i quali la maschera deve essere di facile applicazione, a grande campo visivo, con filtro avente una limitata durata protettiva contro gli agressivi chimici — poche ore — e costo limitatissimo, che, per ora, è di circa 50-60 lire. Le maschere di questo tipo, per essere poste in vendita, devono avere avuto la preventiva autorizzazione del Servizio Chimico Militare (S.C.M.) e perciò portano sul facciale il timbro S.C.M. a garanzia del pubblico. Il filtro è colorato esternamente in giallo-cromo. Le figure 1 e 2 mostrano due tipi di maschere per popolazione civile passiva: un particolare interessante della maschera S.I.P. 3, (fig. 2) è il facciale trasparente, che permette un ampio campo visivo. Quest’ultimo tipo è specialmente indicato per bambini e donne. b) Popolazione civile attiva e cioè quella che deve svolgere la propria opera durante gli attacchi aerei nemici (pompieri, operai di stabilimenti ausiliari, ecc.), per la quale il filtro ha maggiore durata protettiva. Le figure 3 e 4 illustrano il tipo T. 33 approvato dal Servizio Chimico Militare.

■ In alcuni Stati v’è la tendenza di unificare i due tipi, costruendone uno solo per tutta la popolazione civile. In questo modo si ha una semplificazione della produzione e, di conseguenza, un minor costo.
■ Fin da due anni fa il Governo fascista aveva emanato una apposita legge (n. 284 del 6-4-1933), con la quale si faceva obbligo a tutti gli enti (privati, parastatali e statali) con personale alla loro dipendenza di provvedere all’acquisto delle maschere occorrenti, da distribuirsi al momento dell’impiego.

■ Essendo però mancato il regolamento applicativo, questa provvida legge non ebbe completa attuazione. Per tale ragione il Consiglio dei Ministri nell’ultima seduta del 30-3-1935, ha presentato uno schema di decreto col quale è stato approvato il regolamento per la distribuzione delle maschere antigas.

■ Il provvedimento precisa: quali sono gli enti che determinano la gradualità di acquisto delle maschere; le modalità per richieste di acquisti, da rivolgersi dai Ministeri al Servizio Chimico Militare e da tutti gli altri enti all’U. N. P. A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea); quali sono i personali degli stabilimenti, aziende, enti industriali e commerciali cui deve farsi obbligo, in un primo tempo, di essere muniti di maschera; quali sono gli organi ispettivi preposti al controllo per la provvista, la conservazione e la manutenzione delle maschere; le modalità per la trasmissione all’Autorità Giudiziaria delle denunzie, ai fini dell’applicazione dell’ammenda prevista dalle leggi, agli enti privati che contravvengono alle norme del decreto.

■ La legge citata interessa quindi la sola popolazione civile attiva e non contempla la distribuzione delle maschere per la popolazione civile passiva. Quest’ultima farà bene però a provvedersene fin d’ora, abituandosi a portare la maschera di tanto in tanto, anche durante le proprie occupazioni.
■ Le difese contro i pericoli di una guerra chimica esistono e potenti, ma non si possono improvvisare dall’oggi al domani. Occorre perciò pensarvi subito, in periodo di pace e non al momento del bisogno: una piccola fatica ed un breve sforzo finanziario oggi significano una grande diminuzione di lavoro domani e forse anche la salvezza della vita in caso di guerra!”