Dalla Rivista Enciclopedica Contemporanea, dispense del 1918.
Di B. Maineri.
” ■ Le vittorie conseguite dalla Serbia durante le guerre balcaniche del 1912-13 contribuirono non poco ad accentuare le divergenze fra i gabinetti di Belgrado e di Vienna e ad accrescere l’odio fra i serbi e gli austriaci. Gli ingrandimenti territoriali conseguiti in seguito al trattato di Londra del 30 maggio 1913 e di Bucarest del 10 agosto 1913 […] fecero maggiormente sentire alla Serbia la necessità di uno sbocco nell’Adriatico e quella della liberazione delle due provincie serbe della Bosnia e dell’Erzegovina. Il fermento manifestatosi nel 1908 — quando l’Austria compì quell’annessione che diede tanto da fare alla diplomazia europea per impedire la conflagrazione che, sino da allora, apparve per alcuni giorni difficilmente evitabile — si intensificò non poco mercé l’efficace propaganda del partito nazionalista. Un’importante associazione politica, la «Narodna Obrana» incoraggiata dall’atteggiamento dei più importanti centri slavi d’Europa, iniziò una attivissima propaganda antiaustriaca, non solo in Serbia, ma nelle provincie che erano passate sotto il dominio della duplice monarchia.
■ L’Austria cercò in tutti i modi di reprimere quel movimento. Essa era riuscita a mantenere la Serbia schiava della sua volontà sino al passaggio del trono dalla dinastia degli Obrenovich a quella dei Karageorgevich (1903); aveva ostacolato lo sviluppo commerciale del piccolo regno; aveva boicottato, col pretesto di favorire gli interessi del partito agrario, il bestiame serbo ed impedito allo stesso il transito sul proprio territorio; aveva favorito la prima guerra balcanica sperando di approfittare della eventuale vittoria della Turchia per occupare la Serbia, creando precedenti simili a quelli che le offrirono il pretesto per l’annessione della Bosnia-Erzegovina; e si era apertamente schierata contro Belgrado durante le trattative per la sistemazione definitiva delle cose balcaniche. La duplice monarchia non poteva adunque restare indifferente al primo accentuarsi del movimento panserbo.
■ Quasi contemporaneamente al trattato di Bucarest, il governo viennese, secondo le dichiarazioni fatte dell’On. Giolitti alla Camera italiana nella tornata del 5 dicembre 1914, comunicava infatti all’Italia ed alla Germania la sua intenzione di «agire contro la Serbia» definendo la sua azione come difensiva onde poter applicare il casus foederis della Triplice Alleanza. L’Italia non esitò, naturalmente, a mettere bene in chiaro che se l’Austria interveniva contro la Serbia, era fuor di dubbio che non si verificava il casus foederis, e compiva un’azione per conto proprio, perché non si trattava di difesa, nessuno pensando ad attaccarla. L’Austria dovette quindi rassegnarsi a riconoscere giusta l’interpretazione italiana, ed a rinviare la guerra a tempi maggiormente opportuni, ma non tralasciò di compiere altre angherie contro la nazione che ostacolava le sue mire nella Penisola Balcanica. Quando Pasic propose di riscattare dalle compagnie austriache due linee ferroviarie che attraversavano i territori ceduti alla Serbia, i circoli viennesi sollevarono non poche difficoltà che causarono nuove preoccupazioni alle cancellerie europee.
■ La situazione fra i due paesi andò così sempre più aggravandosi in sul finire del 1913 e nel primo semestre del 1914. Le aspirazioni austriache in Oriente si accentuavano al pari del movimento panserbo e della politica balcanica della Russia. Il governo viennese affermava che la Serbia non teneva presente che sino dal 31 marzo 1909 aveva ufficialmente riconosciuto che, col fatto compiuto dell’annessione della Bosnia-Erzegovina, non era colpita nei suoi diritti; che doveva conformarsi alle decisioni delle potenze relative al Trattato di Berlino e che si era impegnata a rinunciare all’attitudine di protesta ed alla opposizione che aveva adottata ed a vivere coll’Austria-Ungheria in relazione di buon vicinato. La Serbia sosteneva che nessuno aveva il diritto di ostacolare la sua espansione, di limitare la sua libertà, di rovinare, più o meno apertamente, i suoi commerci ed il suo risveglio economico. La Russia si atteggiava sempre più a protettrice degli interessi dei popoli slavi nella Penisola Balcanica contro le insidie di Costantinopoli e di Vienna.
■ Questo stato di cose venne ampiamente preso in esame al convegno di Konopic tenutosi, poco prima della guerra, nel giugno del 1914 coll’intervento dell’ex-Imperatore Guglielmo, del Conte Tisza e dell’Arciduca Francesco Ferdinando ove, secondo le affermazioni più autorevoli e le deduzioni più logiche, venne deciso di iniziare la guerra non appena presentasse la prima occasione favorevole.
■ Le decisioni di questo convegno, conosciute nei circoli panserbi, aumentarono quel fermento che non si può ritenere estraneo alla tragedia di Serajevo […]. L’Austria, nella nota alla Serbia del 23 luglio, giunse perfino ad affermare che le armi rinvenute addosso agli uccisori dell’Arciduca Francesco Ferdinando furono fornite «da ufficiali e funzionari serbi facenti parte della Narodna Obrana» e che «il passaggio in Bosnia di questi criminali e delle loro armi è stato organizzato e compiuto dai capi di servizio di frontiera serba».
■ L’assassinio dell’ereditario austriaco fornì evidentemente il pretesto tanto ricercato per scatenare la guerra. Il fallimento di tutti i passi compiuti dalle potenze per eliminare, od almeno per arginare, il conflitto lo dimostra colla maggiore evidenza. La Serbia, nonostante lo sforzo compiuto nelle due guerre balcaniche riuscì a mobilitare un esercito di quasi mezzo milione di uomini, il quale, sotto la sapiente direzione del Generale Putnik, riuscì a fronteggiare le armate austro-ungariche sul Danubio, sulla Sava e sullo Jadar. Su quest’ultimo fiume si impegnò una sanguinosa battaglia che durò dal 16 al 24 agosto e finì colla vittoria dei serbi, i quali catturarono 4000 prigionieri, 50 cannoni e 150 cassoni pieni di munizioni. Nel settembre le truppe serbe, assieme a quelle montenegrine puntarono verso la Bosnia-Erzegovina, ma dopo una lunga ed asprissima lotta, dovettero ripiegare ed abbandonare Valielo (14 novembre 1914). I vincitori vi compirono ogni sorta di saccheggi e di massacri e lo ridussero ad un cumulo di rovine.
■ I serbi tentarono di fronteggiare l’avanzata nemica fortificandosi sulla linea della Kolubara, ma, negli ultimi giorni di novembre, furono nuovamente attaccati dagli austriaci dalla Sava alla Morava, e costretti a ripiegare sull’altipiano di Rudnik, presso Kraguievaz. Il generale austriaco Potioreck, avanzando con nuove forze inorgoglite dalle precedenti vittorie, per la via di Semlino, riuscì ad occupare Belgrado, della quale venne pomposamente fatto omaggio a Francesco Giuseppe nell’anniversario del suo avvento al trono (2 dicembre).
■ La perdita della capitale accentuò non poco nell’esercito serbo il desiderio della rivincita. Il generale Putnik assalì di sorpresa, con impeto insuperabile, il grosso dell’esercito austro-ungarico (3 dicembre) e riuscì a metterlo in una fuga davvero disastrosa. Altre truppe della duplice monarchia, accorse prontamente per arginare la sconfitta, non ebbero maggior fortuna. Il 13 dicembre l’esercito serbo inseguiva il nemico sin oltre la Drina, facendo 46.000 prigionieri e catturando 2.000 cavalli, tre casse piene di denaro, 126 cannoni, 70 mitragliatrici e 362 cassoni di munizioni. Il 14 dicembre Belgrado era di nuovo in mano dei serbi. La guerra fu meno attiva nella primavera e nell’estate del 1915, nonostante la chiamata di otto classi austriache destinate a rinforzare il fronte meridionale, e le voci insistenti di una violenta ripresa dell’offensiva si sparse quasi subito dopo l’intervento dell’Italia nell’immane conflitto. Le operazioni più notevoli si svolsero il 28 giugno a est di Sabatz, il 5 luglio nelle isole del Danubio ed alcuni scontri sulla Sava e la Drina.
■ La lotta raggiunse invece il massimo accanimento nell’ultimo trimestre, quando agli austriaci si unirono i tedeschi ed i bulgari. I serbi, benché assaliti col massimo accanimento da tre eserciti fortemente agguerriti, resistettero eroicamente per la prima metà d’ottobre. Gli avvenimenti precipitarono quando gli austro-tedeschi riuscirono a rioccupare Belgrado (16 ottobre 1915) ed a tagliare le comunicazioni coll’esercito dell’Intesa operante in Macedonia, mentre i bulgari occupavano Uskub. L’eroico esercito di Re Pietro dovette allora riparare sulla linea Docoln-Moradi-Valievo, ove, nonostante l’occupazione da parte dei franco-inglesi di Strumitza, sul fianco sud dei bulgari, non riuscì a fronteggiare, come si poteva sperare, l’urto dell’invasore. Il sei novembre i tedeschi puntando a sud di Svilaenatz, sospinsero i serbi a Kralievo, si collegarono cogli austriaci a Ciaciak, passarono la Morava e conquistarono Krusevaz. Quasi contemporaneamente i bulgari si impadronirono di Pirot, di Nissa, di Krivolak e di Strumitza. L’esercito serbo dovette riparare sulla sinistra della Morava meridionale ed iniziare quindi la ritirata verso il Montenegro e l’Albania, attraverso i monti del Kapaonick. Nonostante la forza soverchiante e le atrocità degli eserciti degli Imperi Centrali una gran parte delle quali, secondo alcune personalità molto autorevoli, sarebbero di gran lunga più crudeli di quelle compiute nel Belgio i serbi continuarono a dare fulgide prove del loro non comune valore. In sul finire del novembre, quando era già invaso anche il Sangiaccato di Novi Bazar, un corpo di retroguardia riuscì ad aprirsi la via di Monastir, battendo i bulgari nella regione di Leskovatz, sulla Morava, con un indovinato ritorno offensivo.
■ Ma pochi giorni dopo gli austro-tedeschi entrarono in Mitrowitza ed in Pristina, incalzando le truppe serbe su Ypek. Il 2 dicembre i tedeschi si impadronirono di Monastir ove, nel giorno successivo, furono raggiunti dai bulgari. L’eroica nazione rimase così tutta quanta in preda all’odiato nemico, eccetto una piccola parte della regione sud-orientale, occupata dal corpo di spedizione degli alleati. Il governo serbo venne trasportato a Scutari, nell’Albania. Il resto dell’eroico esercito — circa 200.000 uomini — cercò pure di dirigersi a quella volta, trascinandosi seco oltre 40.000 prigionieri austriaci. Anche la maggior parte della popolazione civile si diresse verso quella città. Le difficoltà delle comunicazioni ed una lunga serie di insidie costrinsero però i soldati ed i profughi ad abbandonare viveri ed indumenti. La fame ed il freddo non tardarono quindi a compiere una strage che non ha molto da invidiare a quella dei cannoni e dei siluri. Si calcola infatti che in quella terribile ritirata siano perite non meno di 20.000 persone, fra le quali numerose donne e non pochi bambini.
■ Coloro che, dopo tanti stenti e sacrifici, giunsero a Scutari non vi trovarono quella tregua che si poteva sperare: alla fame ed alle insidie si aggiunse il continuo bombardamento degli aeroplani austro-tedeschi. Dovettero quindi essere trasferiti al più presto a San Giovanni di Medua, ove, dopo un’altra dolorosa attesa i soldati vennero trasportati a Corfù, ed i profughi in Italia, in Francia, nella Corsica e nelle colonie italo-francesi dell’Africa settentrionale. Il governo serbo venne poi ricostituito definitivamente a Corfù.
■ Il trasporto dei profughi e dell’esercito venne effettuato dalla nostra gloriosa marina, la quale seppe assicurarsi l’ammirazione di tutti. Un comunicato ufficiale, diramato alla stampa il 24 febbraio 1916, dimostra fra l’altro che dalla metà del dicembre 1915 a quell’epoca, vennero trasportati tra l’una e l’altra sponda del basso Adriatico, sotto la scorta di unità della nostra flotta e di navi alleate a questa aggregate, 260.000 uomini e considerevole numero di quadrupedi, con un movimento complessivo di 250 piroscafi. Vennero altresì contemporanea, mente trasportati materiali per 300 mila quintali, impiegando cento piroscafi, la maggior parte dei quali, per potere avvicinare l’opposta sponda adriatica, di modesto tonnellaggio. Sotto la scorta di navi italiane ed alleate compirono, nello stesso periodo, per sei volte, lo stesso tragitto, trasportando regnanti o principi di case reali estere, e con maggiore frequenza, ministri ed autorità politiche, militari e civili straniere.
■ Il nemico cercò di ostacolare i vasti e complessi movimenti, con attività continua di mezzi aerei, col minare zone acquee, col tentare spesse volte di entrare in azione mediante squadriglie di cacciatorpediniere, appoggiate ad esploratori od incrociatori ed infine con 19 attacchi, portati a fondo, di sommergibili.
■ Tutti questi tentativi, nonostante che le operazioni si dovessero svolgere in uno specchio acqueo ristretto o su rotte o verso punti di approdo necessariamente obbligati, furono costantemente mandati a vuoto dal naviglio di scorta; cosicché, oltre alcuni lievi incidenti, non si deve registrare che l’affondamento di tre piccoli piroscafi, due dei quali per urto contro mine ed il terzo per siluramento, avvenuti quando già erano state compiute le operazioni di scarico.
■ Ad ogni modo non un solo soldato serbo perì in mare. Le nostre navi e quelle alleate contrattaccarono, ogni qualvolta fu loro consentito dalle circostanze, decisamente ed efficacemente il nemico.
■ La riorganizzazione dell’esercito serbo a Corfù […], per quanto non facile, fu di gran lunga più rapida di quello che comunemente si prevedeva. In sul finire del maggio 1916 circa centomila uomini, bene armati ed equipaggiati, erano già pronti a riprendere la lotta per la resurrezione della loro patria. Le prime vittorie furono riportate all’inizio dell’ultima decade di luglio sulla frontiera serbo-greca presso Vodena, in seguito alle quali i bulgari furono ricacciati sino a Pozar ed a Strupino.
■ L’esercito serbo ebbe quindi l’incarico di liberare dai bulgari i villaggi greci situati lunga la frontiera delle due nazioni e di ostacolare il collegamento dei nemici colle truppe austriache che operavano sul territorio albanese. Un formidabile attacco bulgaro venne respinto verso la fine d’agosto. I serbi, combattendo con grande valore, consolidarono la loro avanzata sulle pendici boscose di Kukuruz a nord di Strupino ed arrestarono il nemico dalla sinistra della Struma alla destra della Cerna.
■ L’avanzata serba continuò nel successivo settembre nelle vicinanze del lago di Ostrovo e nella regione del fiume Brod e, nell’ottobre, riuscì a sfondare la fronte bulgara nel bacino della Cerna ed a liberare una trentina di chilometri del territorio serbo. Il 19 novembre 1916 — quarto anniversario della liberazione di Monastir dal giogo dei turchi — la bandiera serba sventolava nuovamente su quella importante città. In quel mese i serbi catturarono oltre un migliaio di prigionieri fra tedeschi e bulgari.
■ Dall’autunno del 1916 al settembre del 1918 le operazioni dell’esercito serbo furono piuttosto limitate. Soltanto in sul finire dell’aprile del 1917 i soldati italiani, assieme a quelli delle altre nazioni dell’Intesa, riportarono una bella vittoria ad est di Paralovo, alla quale contribuirono anche le truppe serbe. Nella primavera dell’anno successivo si conquistarono villaggi lungo la vallata dello Struma e territori considerevoli in quella dell’Urba, sul Vardar e sul lago di Prespa. In tutte queste operazioni le truppe serbe si comportarono magnificamente a fianco di quelle dell’Intesa. Le fanterie dell’eroico esercito, completamente riorganizzate, tennero un contegno atto ad autorizzare le migliori speranze nella grande avanzata che si stava preparando sino da allora.
■ Questa avanzata si iniziò il 15 settembre 1918 ed in soli tre giorni assicurò alle truppe franco-serbe il saldo possesso di tutta la pianura della Cerna e le linee del Vardar. Le divisioni bulgare cominciarono a ripiegare, inseguite dagli alleati, i quali il giorno 18 passarono il fiume Belachnitza e conquistarono la regione di Rodgen ed il massiccio di Blatety. Le operazioni furono non poco facilitate dagli attacchi degli anglo-greci dalla parte del lago di Doiran. I serbi raggiunsero infatti il Vardar compiendo dai 15 ai 20 chilometri al giorno. Il 20 settembre la fanteria serba oltrepassò la linea Kernisvo-Strigovo-Dragozil, facendo molti prigionieri e catturando non pochi cannoni. Alla sera le avanguardie erano già a parecchi chilometri a nord di Kavadar e raggiungevano le colline di Dracevisko. Due giorni dopo fu occupata la ferrovia che congiunge Salonicco ad Uskub e furono costrette ad una ritirata precipitosa le truppe bulgare che si trovavano nella valle del Vardar ed in particolar modo fra il lago di Doiran e Monastir. Le riuscitissime operazioni italiane e francesi, a nord ed a nord-est di quest’ultima città, permisero ai serbi di varcare il Vardar, di costituire una testa di ponte di sei chilometri dal confluente del Bregalnitza a Demir-Kapu, e di avanzare rapidamente verso Prilep facendo un ricco bottino.
■ In sul finire del settembre, quando la Bulgaria chiese di entrare in trattative colle nazioni dell’Intesa, i serbi avevano già occupato Veles, Istip e Kociana, e dalle truppe alleate era già stata ripresa una parte considerevolissima del piccolo regno. Nello stesso giorno in cui l’Intesa accordava l’armistizio all’esercito bulgaro i serbi erano giunti a 35 chilometri da Uskub ed avanzavano a tutta forza verso Kusnovo, Isomula ed Egri Palanka. Gli austriaci dovettero ripiegare in disordine verso Nisc, mentre gli eserciti vittoriosi degli alleati entravano in Pristina ed i serbi si spingevano sul Tobnico ed occupavano Prizrend e Mitrowitza.
■ Colla sconfitta degli Imperi Centrali sul fronte macedone e colla resa bulgara, la guerra sul fronte balcanico può dirsi finita. Superate le brevi resistenze dei nuclei austriaci e tedeschi sparsi nella Serbia, i nostri eroici alleati rioccuparono il paese, dal quale tre anni or sono erano stati scacciati dalla stragrande superiorità dei nemici. E colla rioccupazione del territorio, cominciava a delinearsi la vittoria completa, perché l’Austria stretta da due parti sul Danubio e sul Piave non avrebbe potuto più resistere, stremata com’era di forze, e la Germania lasciata sola, sarà impotente a continuare la lotta.
■ La politica della Serbia, dalla pace di Bucarest all’armistizio della guerra mondiale, non avrebbe potuto sembrare maggiormente antiaustriaca, essendo sempre, salvo alcune parentesi brevissime nel secondo semestre del 1913, e nel primo del 1914, ispirata da Nicola Pasic, il vecchio uomo di stato che lottò tanto accanitamente contro la dinastia degli Obrenovich da meritarsi una condanna a morte. Dall’inizio alla cessazione delle ostilità il gabinetto di concentrazione rimase sempre presieduto dall’uomo che dimostrò incessantemente un profondo odio per l’Austria, una grande amicizia per la Russia di Nicola II (presso il quale fu anche, per qualche tempo, ambasciatore del suo paese) ed una non comune simpatia per l’Inghilterra e la Francia. Dopo la dichiarazione della guerra il suo atto politico più importante e maggiormente discusso fu la firma del Patto di Corfù […], considerato da molti come il primo passo verso la realizzazione de’ suoi scopi di guerra.”






