Dalla Rivista Enciclopedica Contemporanea, dispense del 1918.
Di Mario Longhena.
” ■ Palestina o Terra Santa è il nome di una regione dell’Impero turco d’Asia. È parte della Siria — la parte meridionale — e di questa costituisce, divisa, vilayets e mutessarifati.
■ Il nome «Palestina» par che sia di origine ebrea ed è venuto a noi attraverso la lingua greca e la latina: Filistei o Philistini significava «Emigranti» e con tal nome si indicavano genti approdate per mare e provenienti o dall’Egitto o dall’isola di Creta.
■ Ma i Filistei abitavano la parte costiera, a sud della Fenicia e fra questa e l’Arabia Petrea, quindi limiti angusti ebbe da prima il nome, che poi si estese anche alla terra di Canaan, cioè alla parte centrale della regione, alla vallata del Giordano ed alla depressione del M. Morto; e questa estensione ebbe al tempo dei Romani ― mentre i due che prima descrissero questa terra, Erodoto e Giuseppe Ebreo, davano ancora ad essa confini modesti — i quali talora accompagnavano al nome Palestina anche il nome Siria.
■ Le altre denominazioni, con cui spesso vediamo indicata questa terra, come Terra Promessa, Terra d’Israele, Giudea, Terra Santa non sono altro che indici di determinati momenti della storia del paese o nomi rispondenti alle particolari situazioni in cui esso venne via via a trovarsi.
■ Ed ora sotto il dominio mussulmano non è raccolta in un tutto e non ha neppure un solo nome, ma è divisa in provincie amministrativamente separate.
■ Il nome, di cui s’è vista l’origine, ha dei limiti ben precisi, limiti consacrati da secoli di storia: a nord, nella parte che sta ad occidente della fossa così nota per caratteri fisici e per varietà di fatti umani, ha il fiume Leonte, il Nazana dei Cananei, ora Nahr-el-Casimije, sfociante nel mare a nord di Sur, l’antica Tyrus; a sud ha il Torrente d’Egitto o uadi el-Arish, che va nel mare là dove la costa d’Asia s’incurva per diventare costa africana: la parte di Palestina ad est della fossa rettilinea, ora accennata, comincia a sud dell’Antilibano con la vetta boscosa dello Hermon e continua, fino ad un piccolo immissario del M. Morto, il fiume Mogib, l’Arnon degli antichi, che scorre, continuando un uadi, da est ad ovest, al 31° 30′ parallelo circa.
■ Ad occidente il Mare Mediterraneo la limita, e lungo questo mare le terre che scendono lente hanno antichi e famosi nomi: prima è la Fenicia, poi la Samaria, quindi il paese di Dan e da ultimo quello dei Filistei e al limite estremo di esse son porti, dei quali alcuni famosi, come Sur (Tyrus), Acri Acca (Ptolemais), Caifa e Giaffa (Joppe o Yapho). Il limite nordico è segnato dal Leonte sopra detto, che non si segue per intero, poiché là dove il suo corso risale a nord lo si abbandona e si prendono come limiti corsi d’acqua che sono come la parte superiore del Giordano; così ad occidente è il Nahr-el-Hasbani, che si raggiunge dal Leonte attraverso la pianura di el-Aiun, mentre ad oriente son parecchi corsi d’acqua scendenti dallo Hermon.
■ Poscia la linea di divisione — assai varia — corre fra il Giordano e l’uadi Rokad, segue il 33° parallelo, poi l’uadi el-Harram, l’uadi el-Canavat, il Gebel Haurán, gira questo monte ed a metà strada fra il 33° ed il 32° parallelo ritorna ad ovest, discendendo il fiume Jarmuc: raggiunto il Giordano lo segue fino allo Arnon: mentre il limite orientale di queste terre — gli antichi paesi di Manasse, di Gad e di Ruben ed un po’ della terra degli Ammoniti — è la strada che conduce alla Mecca, l’antica via dei pellegrini.
■ Il confine dall’Arnon alle foci del torrente d’Egitto segue le rive del M. Morto dallo sbocco dell’Arnon a quello dell’uadi el-Ficra, il più occidentale dei corsi d’acqua percorrenti la pianura che a sud continua il M. Morto, risale questo uadi, gira attorno all’altura di Kurub, che è come la linea spartiacque fra M. Morto e M. Mediterraneo, e tagliando vari corsi d’acqua come l’uadi Aslug, l’uadi el-Karn, giunge all’uadi el-Abiad che è l’affluente di destra dell’uadi el-Arish. Conseguentemente questi confini rinchiudono lembi di paesi, che non sempre furono parte della Palestina, e che in essa entrarono in periodi di storia diversi, quali il paese dei Moabiti a SE del M. Morto, il paese degli Edomiti a sud e la terra Idumea con la terra abitata dagli Amaleciti a SO. Riassumendo, la Palestina, ne’ suoi confini tradizionali ed all’ingrosso, cioè senza quelle rigorose delimitazioni che possono adottarsi quando si consideri una terra fisicamente e non nel suo valore e nel suo significato storico, ha al nord le due catene parallele del Libano e dell’Antilibano, ad oriente l’altopiano desertico di Hamad, a sud il deserto montuoso arabo-siriaco e ad occidente il Mediterraneo; e tutto questo spazio, che fino a poco tempo fa aveva un’unità politica, perché soggetto all’impero turco, che non sappiamo quale domani avrà, poiché l’ordinamento futuro dell’Europa e delle sue dipendenze è oscuro anche nelle sue linee generali, è compreso fra le seguenti coordinate: lat. nord 31°-33° 20′; long. ad or. di Greenwich 33° 50′-36° 40′.
■ E qual’è la superficie di questa terra così irregolare, che non uguale ampiezza ha a nord ed a sud? Gli Inglesi, hanno voluto stabilir dei calcoli ed hanno dato delle cifre.
■ Meritano esse credenza assoluta? Come tutte le cifre fissate sulle carte e non sul suolo, anche queste sono approssimative: così la Palestina al di qua del Giordano ha 15.643 kmq., quella oltre la profonda fossa 9.481 kmq., a cui si dovrebbero aggiungere le terre del SE, del S. e del SO, che sono un po’ a S. del 31° parallelo, cioè 5500 kmq., cioè in tutto 30.624 kmq.
■ La geologia di questa parte — assai breve — dell’Asia non si conosce considerando le terre vicine asiatiche, ma ha nell’Africa ed in fenomeni lontani dell’Africa le sue ragioni; onde appare logico — dal punto di vista delle origini — unire la Palestina al vicino continente.
■ È noto che la parte orientale dell’Africa, dal lago Niassa alle foci del Nilo ed al M. Rosso, è caratterizzata da spaccature longitudinali e che una di queste, la più orientale, è continuata dal M. Rosso, solco rettilineo e recente, con manifestazioni vulcaniche, che continua, con una leggera deviazione verso nord-ovest, la falaise abissinica. Tale spaccatura, aperta nel mezzo di una cupola arcaica, sui due versanti della quale, tanto nell’Egitto come nell’Arabia, s’appoggiano giacimenti inclinati dell’era secondaria e della terziaria, e biforcantesi poi in due rami davanti alla penisola del Sinai, prende il nome di sistema delle fenditure eritree.
■ Diversamente si comportano, rispetto alla profondità, i due rami dianzi detti: il golfo di Suez è poco profondo e discende lentamente verso le parti più profonde del M. Rosso, mentre il golfo di Acabà, dopo una soglia, all’ingresso, profonda 128 m. discende, sul parallelo 28° 39′, a 1280 m. di profondità. Le sue rive sono a picco e seguìte da numerosi banchi di coralli. Dopo quest’insenatura il solco continua coll’uadi el-Arabah e si prolunga, con direzione nordica esatta, con il M. Morto, col Giordano e col lago di Tiberiade, oltre il quale, stretto fra il Libano e l’Antilibano, si può seguire il solco, deviante un po’ a NNE, fino al 36° parallelo, alla quale latitudine va ad urtare, ad angolo retto, contro le pieghe del Tauro. Così per 5000 km., dallo Zambesi al Tauro, si prolunga la fascia di terre dislocate e là dov’essa termina si ha il contatto della grande piattaforma — altipianica — dell’Africa con la zona dei piegamenti mediterranei: e lungo il solco or ora accennato si trova uno degli ombelichi più profondi della terra, poiché il fondo del lago Asfaltide è circa ad 800 m. al di sotto del livello del mare.
■ L’unità primitiva di questa vasta terra, oltreché da numerosi fatti di altra natura, è confortata anche da ragioni bio-geografiche, poiché un pesce caratteristico del Nilo vive ancora nel lago Tiberiade, ed un coccodrillo del Nilo si è conservato fino ai giorni nostri in un piccolo fiume che sbocca vicino a Cesarea, in Palestina.
■ Quindi i fenomeni che hanno prodotto queste spaccature nell’Africa e nella Palestina e nella Siria sono gli stessi: solo in queste due ultime terre è più agevole, perché i terreni dislocati presentano maggiore plasticità, seguirne l’andatura.
■ È certo che arcaico è il fondo di terre costituenti la Palestina, e questo fatto, unito alla vicinanza, rende maggiore la somiglianza di questa regione con l’Africa: e su questo fondo si sono distesi strati cretacei, i quali, a partire dal Mediterraneo, si innalzano costantemente, verso est, fino alle cime dominanti il M. Morto (860 m.). Poscia scendono rapidamente a gradini fino sotto il livello del lago, riapparendo all’altra riva alla medesima altezza della riva occidentale.
■ Qualunque sia la spiegazione che si dà al fenomeno, è certo che si tratta di sopraelevazioni del terreno, accompagnate da un crollo avvenuto secondo l’asse del rigonfiamento stesso.
■ La Palestina non è una terra che per la sua plastica, per la sua conformazione verticale si differenzi da tutto il resto e costituisca qualche cosa di separato e di particolare; i monti che si raccolgono in solenne acrocoro nell’Armenia e che limitano a sud l’altipiano anatolico — la catena del Tauro — costituiscono la premessa montuosa da cui deriva la plastica della Palestina; ed i monti Ansarieh, costituiti da catene parallele che vanno da nord a sud, hanno per naturale continuazione le due catene del Libano e dell’Antilibano, che seguono la Celesiria o Siria cava, fin là dove essa piega verso sud. La valle del Giordano e la depressione del M. Morto — la più profonda depressione della terra (394 m.) — sono pure fiancheggiate da alture, queste però non hanno la direzione da sett. a mezzogiorno, ma hanno varie direzioni e non sono tutte catene, ma in gran parte gruppi montuosi isolati: così vediamo i sistemi del Bargilo e del Libano mutarsi a poco a poco in due altopiani, dalla forma non regolare.
■ Il Libano a sud muore al solco percorso dal Leonte, ma oltre questo fiume altri monti s’elevano, i così detti monti dei Filistei, dal paese che essi variamente attraversano da oriente ad occidente.
■ Il Gebel Giarmuc, cima sollevantesi nei monti che formano lo spartiacque fra Giordano e M. di Levante, la catena così detta di Nazareth, più al sud, e il M. Tabor che si erge isolato davanti alla pianura di Esdrelon, costituiscono, a grandi linee, la plastica fra il solco del Leonte ed il solco percorso dal Nahr-el Mukatta, il Kison degli antichi.
■ Ora attraverso quest’ultimo solco, che talora si allarga in pianura ampia (giunge fino a 26 km.) e fertile — fertile sopra tutto di cereali — che ebbe nei secoli passati non piccola importanza, perché teatro di varie gesta fra popoli diversi, deve correre, secondo un vecchio progetto, il canale destinato a congiungere S. Giovanni d’Acri con il Giordano ed il M. Morto e poscia, attraverso la depressione di Acaba, con il M. Rosso.
■ La catena fatta tutta di calcari che termina col M. Carmelo, ha un andamento regolare da SE a NO e chiude a SO la pianura di Esdrelon.
■ La cima maggiore è il M. Carmelo (551 m.), e tutto il resto ha un’ altezza media dai 300 ai 400 m., povero di vegetazione verso il mare, ricco di boschi e di verde all’interno.
■ Ad oriente della predetta pianura e della regione di Samaria, parallela al Giordano, si solleva una catena, non molto alta, che scende ripida verso il fiume, mentre dalla parte del mare s’abbassa a poco a poco ed i suoi contrafforti scendendo quasi paralleli nascondono vallate fertili e belle. I migliori geografi danno a questa catena di colline un po’ alte le quote da 600 ad 800 m. I M. Ebal a Ne Garizim a S s’elevano — e sono le cime più alte — al di sopra della pianura di Sichem o Nabulus fino oltre 1000 m.
■ A settentrione di Gerusalemme s’innalza la cima maggiore della Giudea, il Tel-Asur, che oltrepassa di poco i 1000 m. (1011 m.), ma da questo nodo parecchie diramazioni muovono in più sensi, elevate anche oltre i 1000 m., cime che poi a poco a poco digradano verso la penisola sinaitica, perdendosi nel deserto.
■ Le alture trasgiordaniche seguono ad oriente la fossa che scende sotto il livello del mare col M. Morto e cominciano a N. coll’Hermon o Grande Hermon (in arabo è chiamato Gebelesch-Sceik cioè monte del re o del vecchio), il quale può anche costituire come l’estrema parte dell’Antilibano.
■ Poi al sud di questa cima, la cui altezza è da varie cifre indicata: 2759 m., 2860 m., 2827 m., verso il laghetto di Huleh e l’altro maggiore di Tiberiade i monti transgiordanici si mutano in un altopiano arido — alto dai 750 ai 900 m. — che verso la fossa scende spesso assai ripido. Quest’altopiano visto dalla fossa ha l’aspetto di una catena — fenomeno frequente in tutti i paesi ad altopiano, se veduti dal mare o da una pianura, in cui cada ripido l’altopiano — onde i nomi di El-Heish e di El-Faras o di M. Aglun e M. Abarim, dati al suo orlo — orlo che è tagliato in più di una parte da corsi d’acqua che vengono da est ed hanno quasi direzione equatoriale.
■ Così, un po’ a sud del lago Tiberiade, sbocca nel Giordano, raccogliendo le acque scolanti dall’Hermon a nord e dal Gebel Hauran ad oriente il fiume Jarmuc (Scheriat-el-Menadire); più a sud sbocca nello stesso Giordano l’uadi Zerka o Iabboc e l’uadi el-Mogib o Arnon.
■ Le cime più alte della regione ad est della fossa sono il Gebel Aglun (1085 m.) a nord del Jabboc, il Gebel Gilead (1096 m.) che domina verso settentrione la città di es-Salt, il M. Nebo quasi allo stesso parallelo con cui comincia il M. Morto, mentre varie altre località, abitate, vanno vicino, per altitudine, alle cifre più sopra indicate, come Meon (853 m.), Libb (572 m.), Dibon (730 m.), Aroer (790 m.), Scichan (848 m.), Chir Moab o el-Kerak (1015 m.) e Mote (1170 m.), tutte fra il M. Morto, la via detta dei Pellegrini ed il paese dei Moabiti: però su queste cifre i dubbi non sono né pochi né lievi.
■ Ma se noi teniamo conto che il livello del M. Morto è 394 m. al di sotto del livello del vicino Mediterraneo e che quindi le città poste in alto distano dal pelo delle acque del lago Asfaltide, oltre alla cifra della loro altitudine, anche i quasi 400 m. che separano i livelli dei due mari, noi vediamo che la loro elevazione è in realtà, partendo dall’interno del paese e della superficie acquea che ne occupa il punto più depresso, superiore a quello di molte città europee ed italiane. Così Gerusalemme, posta a 790 m. sul mare, è 790+394, cioè 1184 m. sul livello del M. Morto, alla quale altezza pochi centri abitati arrivano.
■ In complesso la Palestina è una terra delle più interessanti per tutti gli studiosi, poiché non è solo la culla di religioni famose ed il campo di attività di un popolo dalla resistenza millenaria: essa è anche una terra che al geografo presenta varietà di conformazioni di suolo, al geologo infinite modificazioni superficiali ed interne, allo studioso del clima differenze meritevoli di considerazioni.
■ Non può di certo chi abbia conoscenza dell’orografia della Palestina, trovar difficoltà ad indicare le sue linee fluviali, ché la disposizione delle montagne e la loro direzione rendono pochi e semplici i versanti: c’è dunque il solco centrale percorso dalla triplice riviera Oronte, Leonte e Giordano, c’è il versante — breve — del Mediterraneo e ad oriente c’è il deserto che assorbe i pochi fiumi che volgono verso est.
■ Che abbia importanza non c’è che il versante interno — importanza sopra tutto fisica e poco umana ed economica — poiché il versante rivolto al M. Mediterraneo, benché in alcune parti si allarghi in pianure di qualche ampiezza, non ha che brevi corsi d’acqua, a modesta portata, come il Kison, che attraversa la piana di Esdrelon e va a finire nella baia di S. Giovanni d’Acri, lo Zerca, che ha coccodrilli, piccoli, somiglianti a quelli del Nilo — fenomeno più sopra accennato — e sfocia a nord di Cesarea, il Falaik, fra questa città e Giaffa, che è ingrossato da altri corsi d’acqua scendenti tutti dal Garizim, il Sarar, ed il Sorek, fra Giaffa ed Ascalona, lo Scerita ed il Sebaa, a sud di Gaza e poi Vuidian dal corso incerto, fino al confine.
■ Come s’è detto sopra, il Giordano è il principale corso d’acqua della regione. Gli arabi lo chiamano Sherial-el-Kebir ed intorno al nome pervenuto fino a noi c’è fra i linguisti discussione, ché a parole ebraiche diverse lo si vuol far risalire: per altro l’ipotesi più comune — è solo per curiosità che noi la citiamo in quanto che simili discussioni ben poca luce danno alla geografia — è quella, antica, che fa risalire il nome alla radice Ior che vuol dire fiume, acqua che scorre.
■ Il Giordano nasce dall’unione di tre rami, di cui l’orientale è il più importante, portanti nomi diversi: e non appena uniti i tre rami creano una regione acquitrinosa, folta di canne e suddivisa in brevi correnti ed in pozzanghere, di difficile accesso. Gli arabi la chiamano Merg-el-Hulè ed alcuni la confondono con il laghetto Merom, anzi fanno di queste due superficie un tutto, mentre invece devono essere divise e tenute separate. Le acque di quest’ultimo lago, il Bahr-el-Hule, sono dai diversi esploratori segnate con cifre lontane, per altitudine; così mentre alcuni danno 83 m. sul livello del mare, altri riducono questa cifra a soli 2 m.
■ Circa 17 km. a valle del precedente — durante il quale tratto il fiume è disceso fra pareti alte, di basalto — le acque del Giordano si distribuiscono di nuovo a lago, il lago di Genezareth o di Tiberiade o mar di Galilea, il Bahr-el-Tabarieh degli Arabi, il cui livello è 191 m. al di sotto del mare. Le sue dimensioni sono indicate da queste cifre: 170 kmq. di superficie, 20 km. da N. a S., 12 km. nel punto più largo da est ad ovest, 50 m. di profondità.
■ Fra questo lago ed il precedente la discesa del Giordano è accentuatissima, poiché è nella media di 11,3 m. per ogni km. di percorso, quindi rapide sono le acque del fiume e caratteristica questa parte della valle.
■ Non somiglia il lago di Genezareth al vicino M. Morto: la vita animale pullula nelle sue acque ed il verde tappezza specialmente le sue rive occidentali che si distendono a pianure. Molto s’è discusso intorno al passato del lago e parecchie ipotesi furono fatte; la più vicina alla probabilità è quella che suppone esser stato più alto il livello delle acque del lago ed aver questo avuto una comunicazione col Mediterraneo attraverso la pianura di Esdrelon.
■ Uscito dal lago di Genezareth il fiume discende ancora: 203 m. in altitudine separano il livello dei due laghi e questi 203 sono distribuiti in modi uguali su un percorso di 105 km., sì che la discesa è di 1.90 m. circa per ogni km., discesa di gran lunga inferiore a quella precedente.
■ La sua larghezza si calcola di 70 m. e 70 m3 di acqua porta — secondo alcuni calcoli — al secondo. Una volta il Giordano era meno guadabile, ma ora in più d’ un punto si può attraversare, certo perché le sue acque sono assai diminuite. La sua vallata, movendo verso il M. Morto, si fa più larga, tanto che verso la foce essa è ampia dai 15 ai 20 km. ed ha la forma di un anfiteatro; le montagne s’allontanano dal fiume, ma nello stesso senso diminuiscono le acque affluenti tanto dalla riva destra che dalla sinistra, le quali mantenevano le terre ai due lati in una continua frescura; i declivi delle montagne e le montagne si fanno più brulle e più desertiche. Par che la natura si prepari se questa immagine poetica è permessa in un riassunto di cose a giustificare il deserto che circonderà le acque del M. Morto. Il viaggiatore ha l’impressione che ad arte si sia spogliata ogni terra del sorriso della vegetazione e che quasi la maledizione abbia isterilito questi luoghi che sono tanto caratteristici e pieni di fenomeni curiosi.
■ Il M. Morto non è un individuo geografico che debba a scoperte recenti o ad esplorazioni compiute ai di nostri la sua fama, ma è noto dai più lontani tempi, ed abbiamo di esso e dei suoi caratteri descrizioni che meritano ancor oggi di esser lette, come quelle di Diodoro Siculo e di Strabone.
■ La superficie di questo lago è calcolata di circa 915 kmq., ma essa è fatta sulle carte, quindi la si deve accogliere come approssimativa, tant’è vero che cifre diverse ci vengono offerte dai diversi autori: la maggiore ampiezza da N. a S., data in 64 ed in 73 km.: da alcuni, par che sia di 75 km., invece da O. ad E. misura 14, 17, 15 km., secondo gli autori che hanno dato le cifre della lunghezza; l’ultima cifra pare la più sicura.
■ Là dov’è più stretto, cioè al S., fra la riva occidentale e la penisola di Lisan, misura appena 5 km. di larghezza.
■ Anche per la profondità il succedersi delle cifre è ininterrotto: si va dalla cifra di 482 m., che è la più alta, all’attuale, che par la più sicura, di 394 m.: per altro le distanze relative fra il M. Morto ed il lago di Genezareth trovate dai vari autori sono assai vicine al vero.
■ Ciò che più di ogni altra cosa ha impressionato viaggiatori e studiosi è la salinità del M. Morto, assai maggiore della salsedine degli altri laghi e mari e ricca di minerali che altrove non si trovano.
■ Il peso specifico delle acque di questo lago oscilla fra un minimo di 1.162 ad un massimo di 1.256, cifre queste di molto superiori a quelle che denotano la densità dell’acqua degli altri mari.
■ Com’è noto l’acqua marina ha una media del 35 di sale, ed anche i mari più salati, come il M. Rosso, dove l’evaporazione è abbondante, non oltrepassano il 45‰; invece il M. Morto ha il 240‰ e persino il 280‰, cifra enorme, se paragonata alle medie.
■ Il cloruro di sodio è la sostanza in maggiore quantità: però gran parte del cloruro precipita in cristalli nel fondo e si accumula in grandi masse presso le coste (si osservi la collina Usdom sulla costa SO., detta dai Tedeschi Salzberg): vengono poi il cloruro ed il bromuro di magnesio ed il cloruro di calcio, sostanze queste ultime, che giustificano l’assenza di animali vivi nelle acque.
■ Quanto poi alle masse bituminose che pare che in tempi diversi siano apparse sulle acque e siano state persino spinte verso terra, non abbiamo ragioni sufficienti per negarle, ma non si sono ancora sapute spiegare.
■ Ancora è da notare che una forte corrente solca da nord a sud il M. Morto: sono le acque dolci del Giordano che entrate nel M. Morto per la loro minore densità galleggiano sulle acque più pesanti fino all’estremità meridionale.
■ Il clima della Palestina è diviso fra due stagioni, l’inverno, cioè la stagione delle pioggie, e l’estate, cioè il periodo dell’asciutto.
■ In ottobre cominciano i primi acquazzoni che permettono la lavorazione dei campi; poi la pioggia principia a cadere in dicembre e continua a tutto febbraio: le ultime pioggie cadono in marzo ed in aprile. L’estate conduce un cielo purissimo, con rugiade notevoli durante la notte: nell’inverno regnano i venti di occidente e del SO.; in estate i venti freschi del N e del NO o i venti abbrucianti del sud, i venti sciroccali, che sono dannosi ai raccolti e nuocciono agli uomini ed agli animali. Le maggiori escursioni di temperatura si notano ad est del Giordano, dove fra la notte ed il giorno possono intercorrere 25 centigradi. La neve cade ogni anno nelle terre più alte, ad es. a Gerusalemme (790m.), a Damasco (690 m.), ma vi resta poco.
■ Il litorale è più caldo dell’interno.
■ La temperatura media di Gerusalemme è di 17° 2, sul litorale di 20° 5. Nel Ghor le isoterme si raccolgono in ovali, ed il clima difatti vi è tropicale, e la temperatura media sulle rive del M. Morto è di 24° 1.
■ Data la varietà di clima nella Palestina ne deriva una varietà di vegetazione non piccola: presso il Merom, nelle paludi che si estendono a N. di esso, cresce il riso; il papiro si incontra nel medio Giordano, mentre verso il basso corso del fiume la flora è quella del deserto. Vicino alla costa sorgono giardini dove accanto agli alberi da frutta dei paesi temperati maturano agrumi e banani e si coltiva la canna da zucchero, dove i boschi sempre verdi di mirti si alternano con le piante di fiori, quali le rose ed i gelsomini, dove le palme succedono agli ulivi ed i flchi ai sicomori ed agli opunzi. Tutte le granaglie crescono nelle parti elevate: il frumento, l’orzo e la segale, il frumentone e la spelta: le alture della Galilea ne sono ricche. Le leguminose, le fave e le famose lenticchie di Esau, si coltivano abbondantemente nella Palestina.
■ Anche la vite prospera, la vite dai grappoli enormi e dai grossissimi grani, ma specialmente nelle vicinanze di Hebron, l’antico paese di Giuda, si incontrano i più begli esemplari. Si fa con l’uva che vi matura il vino d’oro, del colore del topazio bruciato, e si conserva in anfore di terra porose, vecchie come la sete dell’uomo. Questo vino ha un sapore secco assai piacevole e diverrebbe squisito se alle viti si portassero miglioramenti nella coltivazione e si fabbricasse con criteri più moderni. Fra le piante tessili la canapa, il lino ed il cotone si trovano qua e là.
■ Fra gli animali domestici prevalgono le pecore, le capre che pascolano per tutta la Palestina, poi i cavalli e gli asini che sono assai belli; fra i selvaggi ed i feroci, scomparso il leone, si notano la pantera che abita i luoghi più deserti delle parti montuose, la iena e lo sciacallo che si vedono talora intorno ai villaggi, il cane famelico ed il cane siriaco, specie di grossa volpe, il riccio e le lepri, l’orso.
■ Il Ghor ed il M. Morto, che hanno clima e le facevano ricche di vegetazione e quindi come l’Africa, su 322 specie di uccelli, fino a qui notati, ve ne sono 58 che sono proprie della Palestina e comuni con l’Africa del NE. Delle graziose piccole tortore rosa o grigio cenere con un collare bruno stanno sugli alti rami degli alberi. Si sapeva da lungo tempo che in alcuni fiumi della Palestina vivevano coccodrilli, ora con certezza si sa che il fiume Zerka ed un altro fiumicello più a sud, il Falek, hanno un piccolo coccodrillo, di cui parecchi esemplari furono portati nei musei d’Europa, onde giustificato appare il titolo che al primo dei due fiumi dava Plinio, di «flumen crocodilum» ed hanno ragioni sufficienti in questo coloro che avvicinano, per le origini, all’Africa la Palestina.
■ I pesci che si moltiplicano nelle acque interne della Palestina sono gli stessi che possiede il bacino del Nilo: inoltre questa regione possiede qualche famiglia di pesci che è particolare ad essa, come il Chromis paterfamilias, che si pesca nelle acque del lago di Genezareth, il quale — sono gli zoologi che ce lo dicono — raccoglie i piccoli nella bocca e non li lascia se non quando sono capaci di vivere da per sé; il Clarius Macracanthus, un siluroide barbuto che assomiglia moltissimo al nostro pesce S. Pietro ed il Capoeta damascena che ha le scaglie lucenti.
■ Sale e bitume, che si ricavano dal M. Morto, e qualche pietra di costruzione sono i soli minerali che offre la Palestina.
■ Come s’è detto più sopra, non è facile potere fissare la popolazione della Palestina, poiché essa non costituisce un tutto amministrativo, ma è divisa fra provincie turche diverse; ad ogni modo calcoli assai prossimi alla realtà ci portano alle conclusioni seguenti.
■ La P. comprende nel vilayet di Beirut, il Sangiaccato d’Acca (S. Giovanni d’Acri), comprendente i qada d’Acca, Haifa, Tiberiade, Safed e Nazareth, cioè 67 mila ab., il Sangiaccato di Naplusa, formato dei qada di Naplusa, Genin, Beni-Saab e Gemmain (in tutto 49 mila ab.); del vilayet di Siria o Damasco, nel Sangiaccato di Hauran, i qada di Qoneitra e Aglun, nel Sangiaccato di Maan, i qada di Maan, Tafilek, Karah e Salt, questa regione ad est del Giordano — ma di queste località non si conosce il numero degli abitanti —; del Sangiaccato autonomo di Gerusalemme con i qada di Gerusalemme, Giaffa, Gaza ed Hebron (in tutto 341.000 ab.); così che la somma totale è di 457.000 ab., senza quella parte le cui popolazioni non si sono potute calcolare.
■ La popolazione della Palestina è delle più varie, se noi teniamo conto dei nomi diversi che troviamo applicati a genti, venute da più parti, con fede non uguale e con abitudini differenti; ma lo studioso delle razze umane non trova dissomiglianze: da un estremo all’altro di questa terra, anzi oltre, molto oltre i suoi confini non vede che rappresentanti dell’uomo che ha popolato l’Africa del nord e l’Asia anteriore dall’Atlantico al Gange, uomo che ha parentele con le genti trasmigrate dall’Africa in tutte le terre bagnate dal Mediterraneo, sì che non apparirà strano ciò che un viaggiatore nostro, il De Gubernatis, ha osservato viaggiando in Palestina.
■ Alcuni tipi umani da lui ben considerati, del naso aquilino ben pronunciato mostravano una rassomiglianza viva con i caratteri degli uomini dell’Italia meridionale: naturalmente egli non giunge alle conseguenze a cui s’è arrivati di recente, poiché quando scriveva altre ipotesi erano vive e credute. Onde — data lo supposizione per cui tutte quelle genti sono considerate della stessa razza — hanno un valore ben limitato le suddivisioni più comuni; quindi i fellah o kufar, genti dei villaggi, così denominate dagli Arabi che hanno occupato le città — gli ansariyeh o nosciri — ottimi pastori ed agricoltori intelligenti —, gli ismaeliti, detti anche assassini dai Crociati, perché distruttori di tutto e non perché bevitori di hashish —, i drusi, che abitano la parte nord del Giordano e sono sparsi anche altrove —, i mituali che sono maomettani non ortodossi e vivono nella Galilea, e tutte le altre denominazioni di gruppi più o meno numerosi hanno non significazione larga come si credeva, ma indicano abitudini diverse, vicende politiche varie del passato e stati economici, effetti di tempi lontani e vicini.
■ Accanto agli indigeni ed a quelle genti che dimorano nella regione da molti secoli vivono in piccolo numero gli Europei, chiamati per lo più Franchi, ed i Giudei, di cui una piccola minoranza è nata nella Palestina.
■ Dal punto di vista religioso bisogna distinguere:
1. I mussulmani, che da non molto tempo, sentendosi forti, fondano in Palestina un gran numero di scuole.
2. I cristiani, appartenenti in gran parte alla chiesa greca, e chiamati greco-ortodossi, benché non parlino che arabo.
Hanno un patriarca a Gerusalemme e numerosi vescovi, alcuni dei quali, quelli di Sebastiyé, Naplusa, Lydda, Gaza ed Es-Salt abitanti a Gerusalemme, mentre gli altri, quelli di Acri, Karak e Betlemme nelle loro diocesi.
I Greci ortodossi hanno un accanimento feroce contro i Latini: su di essi la Russia estendeva il suo patrocinio.
Sui Latini domina l’autorità della Francia, che ha assunto la difesa del cattolicismo nei luoghi sacri e che mantiene anche dopo la denunzia del concordato.
I Latini hanno un patriarca a Gerusalemme e numerosi ordini monastici, i lazaristi, i francescani, i gesuiti, i padri bianchi, la cui attività sopra tutto si esplica nella creazione e nel mantenimento di scuole.
Le altre sette, la setta armena, la copta, la nestoriana o caldaica hanno qualche modesta chiesa; le missioni protestanti sono divise in inglesi e tedesche.
3. I Giudei. Come s’è detto, la maggior parte di essi non è della Palestina: essi si dividono in due grandi classi, i Sephardim, giudei ispano-portoghesi cacciati dalla Spagna nel secolo XVI, e gli Aschkenazim, provenienti dalla Russia, dalla Galizia, dall’Ungheria, dalla Germania e dall’Olanda.
■ Le persecuzioni di questi ultimi anni, specialmente nella Russia, hanno accresciuto le emigrazioni nella Palestina, emigrazioni che prima il governo di Costantinopoli ha favorito, ma negli ultimi tempi ha cominciato ad ostacolare. I privati europei hanno aiutato tale emigrazione, e fra i nomi dei maggiori cooperatori ad una rinascita ebraica nella Palestina vanno ricordati Sir Moisè Montefiore di Londra, Adolfo Crémieux, il barone Maurizio Hirsch, i banchieri Rotschild e l’Alliance Israélite, che ha la sua sede a Parigi.
■ Questi privati e l’istituzione testé ricordata, che ha consorelle operanti in altre parti della terra, hanno mirato sopra tutto a questo, a raccogliere in mani giudaiche i terreni coltivabili ed a tramutare gradatamente il paese in regione agricalmente fruttifera: così nel distretto di Giaffa il 40% delle terre è di proprietà di ebrei, e maggiore è la percentuale delle possessioni giudaiche nelle vicinanze di Tiberiade (il 75 %). I terreni ad oriente del Giordano furono del pari distribuiti in piccoli appezzamenti e distribuiti a famiglie ebree: da per tutto si aprono scuole, si fondano giornali e si traducono libri europei in ebraici, così che si comprende come a Costantinopoli ora si tema di questa nuova corrente, che non avrà per risultato il motto delle leghe sionistiche «la Palestina agli ebrei», ma mira ad ogni modo — con i potenti capitali che i protettori dispongono — a rafforzare nel paese l’influenza ebraica.
■ Le industrie della Palestina non sono molte né hanno grande importanza, poiché dal suolo si estraggono scarse materie prime: il vino, il cognac, l’olio si ricavano dal paese: si sono impiantati setifici e fabbriche di sapone (Naplusa, Lidda, Ramlè, Giaffa e Gerusalemme), vetrerie ad Hebron, mentre l’olio di sesamo si estrae a Giaffa, Ramlè e Naplusa, e Gerusalemme e Betlemme sono i due luoghi che producono a profusione gli oggetti sacri che si vendono ai pellegrini e che danno un commercio di circa 600.000 lire.
■ Quanto alle importazioni è la Gran Bretagna che tiene il primo posto; vengono poi altri paesi europei e fra gli ultimi che meno importano in Palestina è l’Italia.
■ Così dei 3 milioni di tessuti che sono importati il 95% viene dall’Inghilterra e dalle colonie inglesi, il resto è francese ed austriaco di provenienza: le seterie sono inglesi ed austriache, mentre una volta erano francesi. La Francia dà ancora prodotti di farmacia, ceramiche (Marsiglia), minuterie, vini, liquori, cuoi e pelli, vetrerie; l’Austria legnami, zucchero, birra, carta; il Belgio metalli lavorati e vetri; l’Italia marmi e carta; gli Stati Uniti petrolio; l’India riso; l’Egitto datteri, ecc. L’Italia inoltre manda in Palestina immagini sacre ed organi di chiese per i molti conventi che sorgono da per tutto. E tutte queste merci si accumulano nel porto di Giaffa, dal quale procedono per essere distribuite per tutto l’interno. La Palestina poi esporta aranci, limoni, legumi, sesamo, olio, vino, pelli, lana, granoturco, sughero, bestiame ed oggetti religiosi: da Giaffa escono 5 milioni di lire in merci destinate alle terre varie d’Europa. Dicono che le strade della Palestina siano tali da non meritare questo nome, ma piuttosto da essere considerate come sentieri: le migliori sono le due da Giaffa a Gerusalemme (62 km.) e da Gerusalemme a Betlemme (20 km.). Ma ora alcune ferrovie attraversano o passano vicino alla Palestina: così c’è il tronco Giaffa-Gerusalemme (86 km.) e dalla ferrovia Santa, a Derat, si stacca il ramo che tagliando il Giordano a valle del lago Tiberiade prosegue per la pianura di Esdrelon fino a Caifa, presso il Carmelo. Altre linee sono progettate, come quella che da Aleppo raggiungerà Gerusalemme attraverso il solco interno. Oltre a questi lavori ferroviari si pensano anche costruzioni di canali per rendere più facili e numerose le comunicazioni: già s’è accennato al progetto che vuole trasformare la pianura di Esdrelon in un canale congiungente il Mediterraneo con il Giordano ed ora un altro progetto vorrebbe unire il M. Morto con il golfo di Acabah e rendere navigabile il M. Morto. Come si vede, si pensa ad un rinnovamento della Palestina, ma tale desiderio è così dipendente da tutt’un groviglio di altri fenomeni e di altri fatti politici, economici e religiosi che se prima non sono risolti o fatti pacifici questi ultimi non sarà possibile giungere al compimento di tali opere benefiche.
■ Le poste ed i telegrafi funzionano già per molte località, e compagnie di navigazione visitano regolarmente il porto di Giaffa, cioè le Messaggerie Marittime francesi, la compagnia russa di navigazione e commercio, il Lloyd austriaco e la compagnia di vapori egiziani Khedivié. La nostra navigazione generale fa scalo a Giaffa, ma con fermate non regolari, sì che non sempre può servire ai commercio di esportazione.
■ La storia di questa breve terra è delle più complesse, delle più intricate, delle più irte di dubbi sui fatti e sui popoli che di questi fatti furono gli autori e gli attori.
■ Lasciando il periodo — lungo — della preistoria, in cui si racconta che uomini strani e giganteschi, alcuni dei quali, nati dall’unione degli angeli ribelli con le donne terrestri, abitavano quelle contrade, troviamo tre popolazioni, della razza che si chiama semitica, quando sulle terre di Siria fanno invasione genti venute dall’Egitto: 1) gli Ittiti, che si crede venuti dal Caucaso e che abitavano le parti settentrionali della Palestina tanto che la loro storia appartiene più propriamente alla Siria; 2) i figli di Canaan, di cui quelli distribuitisi lungo il mare e chiamati Poeni o Fenici si dedicarono al commercio ed alla marineria, mentre gli abitatori delle terre interne, suddivisi in molte tribù, esercitanti la pastorizia e l’agricoltura, si battagliarono tra loro aspramente e per lungo tempo; 3) i Terachiti aventi scarsa importanza, mentre altre tribù del medesimo gruppo, gli Ammoniti, più a nord, ed i Moabiti più a sud, disputavano terre agli Amorrei e battagliavano contro gli Amaleciti ed altre genti del deserto.
■ I Cananei da prima abitavano le rive occidentali del golfo Persico e par che si debba far risalire a 2750 anni prima di Cristo il loro esodo dalle terre che furono loro culla: i Terachiti, originari della Mesopotamia, condotti da Abramo verso il 2300 e 2200 a. C., mossero verso occidente.
■ Alcuni, come i Moabiti e gli Ammoniti, giunsero fin dentro i confini della Palestina, altri continuarono a vagar nel deserto, confondendosi con gli Edomiti, ed altri ancora, dopo aver per lungo tempo vagato per la Cananea, piantando or qua or là le tende, migrarono verso l’Egitto, dove regnavano i re pastori, gli Hyksos.
■ A questi Cananei si devono i dolmen, i menhir, cioè costruzioni a cerchio fatte di pietre non lavorate che si incontrano specialmente nella transgiordana: nella Giudea tutti questi monumenti primiti – vi sono stati demoliti forse nella persuasione che non ne consentisse la permanenza la religione, ma è più che certo che gli uomini più insigni della storia ebraica ne eressero. Vi si sono trovate freccie e numerosi pezzi di selce lavorata.
■ Nei secoli di poi parecchie invasioni da più parti convergono verso la Palestina: ma di due dovere tener conto: la prima venuta dal mare, forse da Creta, recava le genti, chiamate Filistei, cioè emigranti, che si disposero nelle terre bagnate dal M. di Levante; l’altra venuta da terra, dal SO, portante proprio quelle genti a cui la divinità assegnava, come dovuta, la terra di Canaan, è la vera creatrice della storia che per più secoli aduna in un tutto queste terre. Tra Filistei ed Ebrei dura a lungo e si rinnova più volte la lotta, favorevole ora agli uni, ora agli altri: spesso il centro di quelle terre, posseduto dagli Ebrei, assale e vince e conquista i paesi periferici, spesso questi ritornati liberi creano nell’interno lotte e divisioni.
■ È noto quel che si legge, nella Bibbia, di Giosuè, dei giudei e del regno, che prima Saul, poi David e poscia Salomone tengono, ingrandendolo e rendendolo forte di opere civili.
■ Dopo Giosuè, il primo a conquistare terre a danno dei Cananei, il territorio occupato — forse per rendere più facile la difesa contro i Filistei e contro i Fenici — viene ripartito fra le diverse tribù, 12 in tutto.
■ Alle due tribù di Ruben e di Gad e ad una metà di Manasse vennero assegnati i territori alla sinistra del Giordano; il resto toccò alle altre 9 tribù ed a quella di Manasse in un modo presso a poco così: la regione a mezzodì del Giordano, dalla destra del M. Morto al paese dei Filistei l’ebbero le tribù di Simeone, Giuda, Dan e Beniamino, territorio chiamato poi Giudea. Da questa regione verso nord fino ad una linea congiungente il Giordano con le foci del Kison si sparsero le tribù di Efraim e quella di Manasse (questa terra più tardi fu chiamata Samaria); e più a nord ancora, fra la linea Giordano-Kison ed il fiume Leonte, si stabilirono le tribù di Issachar, di Asher, di Zabulon e di Neptali (la Galilea dei secoli posteriori).
■ Alla tribù di Levi, la tribù sacerdotale, non fu assegnato alcun territorio, ma furon date 36 città nelle varie tribù.
■ Più sopra s’è accennato al regno degli Ebrei; ebbene questo rimase fino alla morte di Salomone e dopo sul territorio suo ne sorsero due:
a) il regno di Giuda (tribù di Giuda e di Beniamino) con Gerusalemme per capitale;
b) il regno d’Israele, più ampio, ma meno popoloso e meno ricco, comprendeva tutto il resto ed ebbe per capitale prima Sichem e poi Samaria (912 a. C.).
■ Nel 587 Nabuccodonosor, il re caldeo, pone fine al regno di Giuda, distruggendo Gerusalemme, mentre il regno di Israele, con la sua capitale Samaria, aveva cessato di esistere con Sargon I, re assiro, vissuto fra il 721 ed il 704.
■ Da quel momento la Palestina cessa di avere una storia particolare per vivere la storia dei paesi da cui dipende; quindi se si volesse rifar le vicende da essa attraversate si dovrebbe parlar di tutte le genti, dai Caldei ai Romani, ai Bizantini, agli Arabi ed ai Turchi (1517) che via via si susseguirono su quella terra.
■ Fino dal tempo degli imperatori romani comincia la dispersione dell’elemento ebraico per tutte le terre d’Europa e d’Africa e cessa perciò la Palestina di essere il luogo centrale di questa fede ed elementi diversi si incrociano e si confondono in quelle terre. I vari avvenimenti — piccola cosa in vero — che accadono nei secoli dopo non meritano oggi ricordo, poiché non c’è altro di comune che il luogo, ma gli uomini che vi vivono e che sono gli attori non sono più gli eredi dello spirito e dell’anima ebraica antica.
■ Lasciata da parte Gerusalemme, che ha 80.000 ab., la regione ha numerosi centri, ognuno dei quali, per le tradizioni che la circonda e per la storia politica o religiosa che ha vissuto, meriterebbe lunga trattazione: invece daremo solo dei rapidi cenni.
■ Gaza o Ghazze, a S., a circa 7 km. dal mare, al limite del deserto, conquistata di recente dagli Inglesi, ha 18.000 ab. Tre strade si partono dalla città, una va a N. a Giaffa, una, seguendo il mare, giunge in Egitto ed è questa via che il commercio coll’Egitto segue, e la terza va a SE verso l’interno.
■ Pochi giardini ha Giaffa, strappati dagli abitanti al deserto, ma le dune di sabbia sono una continua minaccia per essi.
■ Giaffa è il primo porto della Palestina (abitanti 12.000) sul Mediterraneo. È l’antica Joppe. Una linea di scogli lunga 300 m., difende dai venti di ovest il suo porto, nel quale però non possono entrare le grosse navi, che debbono quindi gettar l’àncora ad un km. dalla costa. L’oasi, su cui sorge la città è di 8 kmq., ma meglio utilizzando le acque di un uadi che sbocca a N. di essa, la zona colta potrà diventar maggiore. Il movimento delle merci e dei viaggiatori (80 mila ogni anno) è notevole, e tutto il commercio è nelle mani di cristiani. Nella costa fra Giaffa e Gaza si osservano le rovine di Anthedon e di Ascalonia, ed i villaggi che le sostituiscono sono non meritevoli di cenno. E più a N. di Giaffa, Apollonia e Caesarea mostrano quanto resta delle rovine d’un tempo. Sulla lunga strada che interna va dalle rive del lago Merom ad Hebron, si notano da nord a sud:
■ Safed, a N. pittoresca, su tre cime abitate da Drusi, Cristiani e Mussulmani, facile ai terremoti, ricca e popolosa (31.000 ab., fra cui parecchi venuti dalla Spagna e dalla Polonia).
■ Tiberiade o Tabarije, sulla riva occ. del lago dello stesso nome, ha 9000 ab. Però la posizione vicina al lago non le conferisce grande salubrità: in compenso si presenta ben lastricata e pulita e gaia. Intorno al lago altri centri sorgevano un tempo importanti, come Cafarnao o Tell Hum (villaggi della consolazione), Mag- dala o el-Megdel, ora villaggi di nessun valore.
■ Sempre sulla strada incominciata, un po’ a sud, s’incontra en-Nasira o Nazareth, con 7500 ab., la città principale della Galilea. Guarda verso la pianura di Esdrelon, che si stende a sud ed ha chiese appartenenti a tutti i culti.
■ Ascoltiamo quel che di essa dice un viaggiatore assai a noi vicino, il visconte de Vogue: «Le prime case appaiono come appiccicate al fianco della loro collina, al pari di grappoli di sassifraghe.
«Noto ancora questo curioso effetto d’ottica della città arabe, delle quali le terrazze e le mura grigie si confondono tanto bene con il colore naturale del suolo ed alle quali spesso ci si avvicina senza accorgersene.
«Nazareth è decisamente la borgata più pulita e meglio costruita che abbiamo incontrato finora.
«Gli edifizi religiosi europei le danno un aspetto di agiatezza e di pulizia. Ci accampiamo all’ingresso della città, sotto gli oliveti, poco lungi dalla fontana.
«Dopo la visita ai santuari consacrati da pietose leggende, a questa fontana di pietre, dove le donne vengono ad attingere l’acqua, io preferisco sedermi.
«Qui, come da per tutto in Palestina, nella fisionomia generale dei luoghi, negli inalterabili costumi locali, bisogna ricercare i caratteri propri a ricostruire ed a far meglio comprendere il quadro evangelico.
«Le sorgenti non cambiano posto e con esse le tradizioni non corrono il rischio di alterarsi. La loro rarità, la loro importanza capitale nelle abitudini dell’Oriente ne fanno i testimoni naturali di tutti gli avvenimenti notevoli nella vita della città.
«Leggete la Bibbia da un capo all’altro: tutti gli edifici primitivi, tutte le scene patriarcali, vengono a raggrupparsi attorno ad un pozzo o ad una fontana, donde si segue spesso la storia attraverso i secoli e che è anche oggidì il luogo di convegno del villaggio arabo.
«Quel piccolo filo d’acqua è un patrimonio che si trasmettono preziosamente le razze e le generazioni successive ed è nel tempo stesso il solo depositario sicuro dei loro archivi elementari.
«Qui, senza dubbio alcuno, veniva ogni mattina Maria, con un’anfora graziosamente posta sulla testa, come queste belle fanciulle che passano dinanzi a noi; essa portava lo stesso loro costume, la lunga veste bianca aperta sul petto, parlava una lingua poco dissimile dalla loro ed aveva il profilo di una di queste fanciulle.
«Così guardando il suolo dove esse sono nate, le impressionanti istorie insegnateci dalla nostra infanzia riappaiono in tutta la loro vigorosa realtà».
■ A Nazareth si giunge dal porto di Caifa; ed a due ore di distanza, a SE, sorge il Gebel-el-Tor o monte Tabor, famoso per la trasfigurazione di Cristo.
■ Naplusa o Sichem, nel cuore della Samaria (570 m.), ha 13.000 ab. Orti e giardini la circondano tutta, sì che il verde è di sfondo alla piccola città, a NO della quale sorge Samaria, posta in alto anch’essa, ma sulla cima piana di un monte. La sua posizione è delle più sicure. Restaurata al tempo dei Romani ebbe il nome di Sebastes, da cui è derivato l’attuale Sebastije.
■ A NE di Gerusalemme e di Betlemme è Gerico, che dovette essere abbandonata per la poca salubrità del suolo, poiché è posta sull’uadi el-Kelt e dista poco dal basso corso del Giordano. Le povere capanne di cui consta il villaggio ancora sono meta di pellegrini russi che vanno fino al Giordano per immergere i loro corpi nelle acque del fiume. Uccelli dei tropici vivono nell’oasi di Gerico e piante del Sudan e del Sahara vi crescono. Fu la prima città palestinica che sia stata conquistata dagli Ebrei: decaduta, fu ricostrutta più a S, proprio all’ingresso di quella gola che conduce a Gerusalemme.
■ Betlemme o Bet Lahm, la casa del pane, è ad 8 km. a sud di Gerusalemme, con pochi ab. — 5.000 circa — ma assai visitata, poiché quì si raccoglie un gran numero delle tradizioni cristiane. Non c’è monumento che attiri l’attenzione, all’infuori della basilica della Natività, che è un bel tempio del IV secolo. La proprietà di questa chiesa è divisa fra i Greci, i Latini e gli Armeni.
■ Sotto la chiesa è la grotta a cui vanno i pellegrini per vedere il luogo dove la tradizione vuole sia nato Cristo.
■ E più al sud ancora, dove la strada si biforca e va verso SO e verso SE al mare Morto, è l’ultima città della Palestina cisgiordanica, Hebron, detta dagli Arabi el-Khabil, cioè città dell’amico di Dio. Secondo la leggenda, qui, nelle vicinanze della città, è la terra rossa che servì per plasmare il primo uomo. Ha 18.000 ab.
■ Di essa il visconte de Vogue così dice:
«La più vecchia delle città ebree non ha mai potuto mettersi al corrente con la civiltà.
«Al di fuori di ogni movimento europeo, visitata a lunghi intervalli da pochi e rari pellegrini, essa ha conservata una fisionomia assolutamente orientale, cioè — è necessario confessarlo — la sporcizia, la miseria, l’assenza di ogni benessere e di ogni risorsa industriale.
«Apparentemente considerevole, perché ha una popolazione dai 5 ai 6 mila abitanti, si divide in tre quartieri, pittorescamente sparsi su tre colline adiacenti; ai piedi dei minareti aguzzi che fanno piramide sui vertici pendono i grappoli di case, addossate le une alle altre, alle quali l’assenza dei tetti dà l’aspetto di un paese in rovina ed abbandonato.
«Il solo monumento di Hebron è la moschea che racchiude la grotta di Macphéla, tomba di Abramo e de’ suoi primi discendenti.
«L’antica basilica, sorella di quelle di el-Aksa e di Betlemme, adibita al culto ottomano, è nascosta agli sguardi profani da una cinta rettangolare di belle muraglie da 15 a 20 m. di altezza, poco dissimili in apparenza dalle mura di Gerusalemme, a contrafforti simmetrici; ma il viaggiatore deve limitarsi a girar loro intorno ed ammirare la disposizione di quei materiali giganteschi, uno dei più belli campioni di quel periodo architettonico.
«Il fanatismo mussulmano non permette ad alcun cristiano l’ingresso nella moschea.
«Hebron è una città santa per il maomettismo che colloca El-Khabil, il patriarca ebreo quasi allo stesso livello del profeta; anche con un’autorizzazione del governo turco c’è da esporsi ad esser fatti a pezzi dalla fanatica popolazione se si tenta di entrare nella moschea.
«Ci avevano parlato delle vetrerie di Hebron, ove si fabbricano tutti i braccialetti e gli ornamenti delle donne di Giudea; trovammo in una grotta oscura degli Arabi che soffiavano con strumenti primitivi, fabbricando grossolani gioielli di vetro rossi, azzurri e gialli.
«Questi uomini si servono certamente degli stessi processi e degli stessi modelli che furono introdotti presso di loro circa 3000 anni or sono, da alcuni operai fenici di Tyr e di Sidon.
«Un’altra produzione di Hebron è il vino d’oro che si ottiene dalle vigne piantate in gran numero sulle colline; d’un bel tono di topazio e d’un sapore secco abbastanza gradevole, potrebbe diventar squisito con qualche miglioramento di coltura e di fabbricazione; ma si tratta evidentemente dello stesso liquore che sorprese la ragione troppo fidente di Noè; preparato secondo la ricetta del primo vinajo, viene conservato in grandi giarre di terra porosa».
■ Ancora fra Giaffa e Gerusalemme è er-Railè, l’antica Bethoron, tutta giardini e ben coltivata; a SE del M. Morto el-Kerak o Kir Moab, già Sebab, piena di rovine antiche; e molti altri sono i centri, pur importanti, che qua e là incontra il viaggiatore che percorre la Palestina.
■ Molte sono le colonie — già fu detto — fondate o da privati o da associazioni — e associazioni l’Inghilterra ha fondato non solo per colonizzare ma anche per esplorare e per conoscere la Palestina — molte decine già sono in piena funzione, che hanno complessivamente ridonato all’antica terra 60.000 ebrei, e molte altre verranno inviate si da fare della Palestina una terra nuova agricolmente ed economicamente.”




