Da Esercito e Nazione, Anno IV, N. 7, luglio 1929.
Di Mariano Borgatti.
” ■ È certo che il primo uso di comunicazioni e di segnalazioni fra uomini lontani l’uno dall’altro avvenne per ragioni di guerra; per trasmettere, cioè, ordini e notizie il più rapidamente possibile ed, occorrendo, il più lontano possibile e coi mezzi più semplici, quando ostacoli o nemici si frapponevano fra chi doveva trasmettere e chi doveva ricevere.
■ Ed è certo ancora che i mezzi usati per primi furono i fuochi di notte e le fumate di giorno, se mancava la possibilità di impiegare staffette a piedi o staffette a cavallo, o mancavano altri mezzi più facili e più semplici.
■ Si può mettere nel novero delle segnalazioni antiche l’impiego della voce (telefonia). Scrive Giulio Cesare che i Galli si trasmettevano con rapidità le notizie alla voce, partendo da stazioni che erano dette houppas (da huppe, gridare) ed erano individuate da pietre alte e visibili (fig. 1) delle quali molte sussistono ancora e sono dette dolmen o menhir (o pietre celtiche). La battaglia di Genabum, che avvenne al levare del sole, fu notificata alla voce lungo le strade, e «prima che finisse la prima vigilia era giunta sulla frontiera degli Alverniati, che erano lontani all’incirca centosessantamila passi militari» corrispondenti a 320 chilometri circa.
■ Anche per l’impiego dei fuochi di notte e di fumate di giorno in Grecia vi erano reti di stazioni stabilite su torri, o su elevazioni naturali del terreno; e si dicevano: pyroes i fuochi che si vedevano di notte per effetto del loro splendore e di giorno per il loro fumo; phares le torri sulle quali si facevano i fuochi maggiori; phryctes i segnali minori fatti con semplici torcie. Una sentinella vegliava in ciascuna di queste stazioni.

■ Dunque una vera organizzazione di telegrafia; col che possiamo, usando parola moderna, dire che fino dagli antichi tempi vi erano telegrafisti.
■ Ed accennano alla trasmissione di notizie ed anche di ordini coi segnali a fuochi, Eschilo nell’Agamennone, Erodoto nel libro V delle Storie, Tucidide nelle Storie (libro II) e Senofonte quando descrive la ritirata dei diecimila.
■ I popoli che vennero a contatto con la civilizzazione greca adottarono ben presto il concetto delle segnalazioni metodiche e, fra noi, si possono indicare i Piceni ed i Campani per essere i Greci scesi ad impiantare colonie nei loro territori, gli Etruschi ed i Sardi per ragioni di commercio, ed i Latini (Romani) che agli Etruschi ed ai Piceni ed ai Campani si sovrapposero prima ancora di portare le armi fuori d’Italia.
■ Quando abbiano cominciato i Romani ad usare la telegrafia a segnali non è ben definito; certamente lo fu dagli antichi tempi, e certamente ricorsero anch’essi ai mezzi più semplici, quelli, cioè, delle fiaccole, dei fuochi, delle fumate e simili; e se ne ha una prova nella rappresentazione di una stazione telegrafica a noi tramandataci dalla colonna Trajana. È una torre circondata da palizzata (fig. 2) per dare sicurezza ai trasmettitori, ed avente una porta ed una finestra, cui corrisponde una specie di balconata.
■ Una fiaccola, rappresentata nella stazione, ci conferma il modo della trasmissione, e per effetto della balconata poteva il trasmettitore fare segnali in differenti direzioni a seconda dei luoghi ove erano i ricevitori.
■ Fin qui si tratta dei sistemi più elementari e semplici; ma presto apparvero nella storia delle segnalazioni telegrafiche, mezzi ingegnosi e geniali.
■ Enea il Tattico, che viveva ai tempi di Alessandro il Grande, ideò vari processi per trasmettere segnali a distanza. Uno di questi processi che merita di essere accennato per la sua singolarità e che ci è stato fatto conoscere da Polibio, appare dalla fig. 3, che rappresenta la stazione trasmettente.
■ Vi era un vaso pieno d’acqua ed in esso un galleggiante che portava un’asta verticale divisa in fascie su ciascuna delle quali era scritta una delle notizie che più comunemente accade trasmettere in guerra, come ad es.: abbiamo vinto, spedite soccorsi, domani tenteremo sortita, e simili.
■ Nella stazione ricevente era un simile impianto. Quando il telegrafista voleva trasmettere agitava una fiaccola, ed appena ricevuto analogo segnale dal corrispondente, apriva l’uscita dell’acqua dal vaso e lasciava aperto finché, scendendo il galleggiante, la notizia che interessava corrispondeva all’orlo del vaso; allora chiudeva l’uscita dell’acqua ed agitava di nuovo la fiaccola. Il corrispondente chiedeva a sua volta, agitando la fiaccola per segnare che aveva «capito» e la notizia che era all’orlo del vaso trasmettente era anche all’orlo del vaso ricevente, e così il corrispondente poteva o trasmetterla ad altra stazione od all’autorità interessata.
■ Il sistema, benché ingegnoso, era poco pratico, perché non permetteva di trasmettere che poche notizie od ordini; ed un sistema a lettere fu inventato poi da Cleoxene e Democlite, ingegneri di Filippo III il Macedone (an. 220-179 av. E.V.) e modificato da Polibio, fu poi adottato nell’esercito romano da Scipione l’Africano quand’era all’assedio di Numanzia (135 an. av. E.V.)
■ Polibio aveva diviso l’alfabeto in due gruppi di lettere. Nella stazione telegrafica due muri o due tavolati, eretti l’uno dietro all’altro a breve distanza, servivano a nascondere le torcie che non funzionavano. Il segnalatore di una stazione per trasmettere, ad esempio, la 2a lettera del 2° gruppo faceva apparire al disopra del riparo due torcie alla sua destra e due torcie alla sinistra.
■ In ogni stazione un lungo tubo di rame, diretto alla stazione opposta, mostrava subito al ricevitore anche novello la direzione di essa e rendeva più facili le osservazioni. Ma avvi di più, giacché sembra che la trasmissione non si limitasse a semplici lettere, con le quali si componevano lentamente le parole, ma si usasse un sistema misto, pel quale si trasmettevano frasi e lettere con una specie di codice.
■ Cesare usò molto i segnali a fuoco nelle guerre di Gallia; e lo dimostrano la sicurezza e la rapidità con cui egli muoveva l’esercito; ma l’usarono anche i suoi nemici. Infatti quando egli rinchiuse Vercingetorige in Alesia con doppia linea di circonvallazione e di controvallazione, Vercingetorige si mantenne in comunicazione con l’atrebate Commio ed altri capi tribù che dovevano soccorrerlo; anzi fu combinato l’attacco alle linee romane simultaneamente dall’interno e dall’esterno, cosicché la resistenza dei Romani fu portata fino all’eroismo, e solo così Vercingetorige fu vinto.
■ Al tempo degli imperatori un grandissimo numero di città erano, per mezzo delle torri di segnalazioni, in comunicazione con Roma. In Italia 1200 torri, altrettante nella Gallia, 300 nella Spagna, 500 in Asia formavano una rete telegrafica che non aveva meno di 6000 chilometri di sviluppo.
■ S’incontrano ancora oggi in Francia i ruderi delle torri elevate allora per servire a queste comunicazioni; così a Nimes, a Uzès, a Bellagarde, ed Arles.
■ Un’altro mezzo di trasmissione dell’antichità si aveva coi piccioni viaggiatori, approfittando dell’affetto che essi hanno pel luogo dove sono nati e dove hanno il nido e per la meravigliosa intelligenza che li guida a questo luogo quando ne siano allontanati. Ma di questo mezzo, che durò in tutte le epoche e dura tuttora si dirà altra volta.
■ Nei secoli di mezzo non andò perduto l’uso di far segnali con fiammate alla notte, e con colonne di fumo al giorno, oltre ai suoni delle campane, delle quali erano guarnite a questo fine le torri ond’era sparsa a quel tempo tutta l’Italia, non che i battifredi od i maschi dei castelli e delle rocche.
■ La campana stabilita sempre sul Carroccio, non serviva solo pel culto, ma ancora per fare segnali e dare ordini durante il combattimento.
■ Nella marcia dei Fiorentini verso Siena (aprile 1260), durante la guerra che terminò poi a Monteaperti con la loro disfatta, essi spedirono avanti un soldato (un telegrafista si direbbe ora) ad osservare il nemico ed avvisarne le mosse con segni di fuoco concertati.
■ È memoria ancora che a Mantova, all’epoca degli ultimi Bonacossi e dei primi Gonzaga (metà del secolo XIV) quando non erano ancora spente le istituzioni comunali, sulla torre del comune vi erano alcuni congegni di legno, detti mirre, coi quali si trasmettevano ordini o notizie alle borgate lontane.
■ Ma noi sappiamo che le torri litoranee, numerose, specialmente sulla riviera del Lazio e della Toscana, da Terracina fino alla Magra, non erano solamente di difesa contro i pirati, ma erano anche di vedetta e di segnalazione, e per questo servizio avevano sulla piattaforma superiore una specie di ara o di fornello (per usare parola moderna) ben combinato per fumata o per falò, ed alcune torri l’hanno ancora a testimonianza dell’impiego di origine.
■ Pure i Veneziani avevano organizzato linee di segnalazioni lungo le coste, non solo per servizio della navigazione, ma anche per trasmettere notizie, e Marin Sanuto nell’Itinerario, ecc. (1483), scrive che dal campanile di una chiesa dedicata a San Nicola, presso Parenzo (Istria) «si facea fuoghi, et rispondea a quello è a Lio», cioè: si facevano fuochi che corrispondevano a quelli o con quelli che erano al Lido a Venezia [Itinerario di MARIN SANUTO per la terra ferma veneziana nell’anno MCCCCLXXXIII (pubblicato per cura di BAWDON BROWN con annotazioni; Padova, 1847. N.d.A.]).
■ Quando sulla metà del 1400 gli schioppi e le bombarde avevano raggiunto uno stato di perfezione tecnica tale da permettere e favorire la loro diffusione negli eserciti ed il loro impiego utile tanto nella guerra campale come in quella d’assedio, il sistema di corrispondenza coi rumori, cioè a colpi di armi da fuoco, o soli od in combinazione con segnali ottici, fu molto diffuso, e ce ne danno esempi le cronache e le storie del tempo.
■ Dopo la battaglia di Fornovo (1495) ed il passaggio di Carlo VIII attraverso alle difese della lega italiana (Venezia, Spagna, Massimiliano I, Ludovico il Moro ed il Papa) un riparto di Francesi, comandato dal duca d’Orleans, rimase chiuso in Novara e vi fu assediato da Francesco Gonzaga e da Ludovico il Moro; or bene, gli assediati comunicavano con Vercelli, e dice uno scrittore del tempo [ALESSANDRO BENEDETTI: Diario de bello carolino (Venezia, 1494); fu tradotto da DOMENICHI col titolo: Il fatto d’armi del Taro fra i principi italiani e Carlo VIII re di Francia, ecc. (Venezia, 1549). N.d.A.]; «la quale (Novara) ridotta a grandissima disperazione facendo segni con colpi delle bombarde, domandava aiuto; i Vercellesi rispondevano con simili colpi». Questi colpi dovevano essere convenzionali, perché se non lo fossero stati si sarebbero confusi coi tiri dell’azione. Ed in altro punto del libro è detto: «cominciarono (i Novaresi) dalle più alte torri, et dalla roccha nelle prime et seconde vigilie della notte, et nel mattino, col dare un segno alzando una facella accesa, et abassandola, solecitamente a domandar soccorso: anchora che fossero alla vista de gli inimici…».
■ Benvenuto Cellini nella sua autobiografia [CELLINI: La vita (Testo con introduzione e note di Paolo d’Ancona; pag. 89). N.d.A.] scrive che papa Clemente VII assediato in Castel Sant’Angelo al tempo del sacco di Roma nel 1527, aveva fatto conoscere al duca d’Urbino (che era fuori) «che tanto quanto il detto castello durava a fare ogni sera tre fuochi in cima di detto castello, accompagnati con tre colpi di artiglieria rinterzati, che insino che durava questo segno, dimostrava che il castello non sarìa arreso» ed aggiunge «io ebbi questa carica di far questi fuochi e tirare queste artiglierie».
■ E nel Tensini [TENSINI: Difesa delle Piazze. N.d.A.] si legge quanto segue:
«Il governatore della fortezza dee concretare col Principe alcuni segnali per avvertirlo delle cose più importanti… e questi si danno di notte col fuoco, e col tirare a tale ora tanti colpi d’artiglieria ovvero con una torcia a vento sopra una torre concertata, o un campanile, e di giorno con fumi».
■ Progredendo nella civiltà si moltiplicarono gli esperimenti di nuovi mezzi per comunicare notizie od ordini e sarebbe lungo esporre tutti quelli che si conoscono; e ci basti qualche esempio.
■ Francesco Kessler propose un apparecchio consistente in una botte senza fondi, con dentro una lampada (fig. 4) la quale poteva scoprirsi o coprirsi, alzando od abbassando, mediante una leva, uno sportello; e con una convenzione si indicavano le lettere per mezzo di un numero di apparizioni diverse per ogni lettera. Sistema lungo ed anche un poco incerto.
■ Il gesuita bresciano Francesco Terzi de Lana pubblicò nel 1684 il primo volume della grande opera scientifica alla quale diede il titolo di «Magisterium naturae et artis». Vi si legge (pag. 385) che egli, padre Francesco, avea ottenuto di «corrispondere» come usa dire, a distanza di più che dieci chilometri nostri, in maniera assai ingegnosa, con una combinazione di pendoli e di banderuole; e si rimanda all’opera del Lana il lettore che voglia conoscere il sistema, che mai fu applicato.
■ Quasi contemporaneamente al telegrafo del padre Lana apparve, e fu diffuso, quello dei fisici Gaspard, Scott e Bevcher, consistente in una serie di alberi verticali, lungo i quali si facevano salire e scendere di giorno corpi opachi (fig. 5) e di notte padelle luminose. Nei primi campioni i corpi opachi erano tre, di forme diverse, e le padelle luminose (che si fissavano ai corpi predetti) erano ancora tre, e dalle loro posizioni relative si combinavano segnali che corrispondevano a lettere ed a gruppi di lettere secondo un «codice» che è inutile esporre. In campioni successivi i corpi opachi pel giorno furono 5 (tutti eguali, rotondi) e perciò 5 di notte le padelle; col che si ebbe modo di accrescere il codice di molte altre combinazioni.
■ Una delle difficoltà che fece ritardare la diffusione di impiego della telegrafia a segnali fu la lentezza delle trasmissioni; ed in quest’ordine si ebbe un notevole vantaggio quando fu usato il «codice» del Bergtrasser, per mezzo del quale codice non si trasmettevano più lettere che componessero parole, ma bensì numeri; cosicché quando tutte le parole di un vocabolario, o le più usate parole, od anche le frasi di impiego probabile, erano individuate da un loro numero d’ordine, ciascuna parola e frase poteva essere rappresentata col numero che le stava accanto.
■ Attenendosi ai principî del Bergtrasser e dando loro attuazione pratica e, potrebbe dirsi, meccanica, i fratelli Chappe costrussero il loro primo telegrafo ad ali, che presentarono all’assemblea legislativa francese il 22 marzo del 1792, la quale, dopo averlo fatto esperimentare, lo adottò nel luglio dell’anno seguente. La prima linea telegrafica Chappe fu impiantata fra Parigi e Lilla, e fu inaugurata il 1° settembre 1794 col dispaccio seguente diretto al Ministro della guerra Carnot: «Condè est restituée à la République; la reddition a eu lieu ce matin à six heures».
■ Il sistema Chappe consisteva in una serie di stazioni poste lungo la linea a distanze variabili l’una dall’altra a seconda della configurazione del terreno interposto fra le due stazioni estreme (in media 9 chilometri). Ogni stazione era costituita da un osservatorio (fig. 6) sul quale era alzata un’antenna fissa, sporgente da 5 a 6 metri al disopra dell’osservatorio stesso, e che portava alla estremità superiore tre aste mobili in uno stesso piano, normale all’andamento della linea. Nell’interno della stazione v’era un complesso più piccolo, ma identico a quello esterno; e con carrucole e corde «senza fine» le aste esterne erano congiunte all’interno in modo che il trasmettitore, muovendo a mano queste, muoveva quelle e costituiva le varie combinazioni. Le tre aste colle disposizioni svariate potevano formare 196 figure; di queste i fratelli Chappe ne scelsero 92, le più diverse fra di loro, e composero un vocabolario di 92 pagine con 92 parole ogni pagina; in tutto 8464 parole, cosicché ogni parola veniva indicata con due cifre.
■ Il telegrafo a segnali di Chappe andò soggetto a modificazioni sotto il Direttorio e sotto l’Impero; tuttavia sia durante questi governi, sia al tempo della Restaurazione, vennero impiantate in Francia numerose linee, le quali funzionarono sin verso il 1850. Secondo il Figuier vi era in Francia nel 1844 una rete di 5000 chilometri del detto sistema, con 534 stazioni.
■ In Italia una importante linea telegrafica fu impiantata nel 1806 attraverso alla Savoia ed al Piemonte, in comunicazione colla Lombardia da una parte e colla Liguria dall’altra. Nei tratti Torino-Piacenza e Torino-Genova fu applicato un sistema che si manifestò migliore fra tutti quelli derivati dall’originale Chappe, ed era stato studiato dall’ingegnere italiano Gonella, dal quale prese il nome.
■ Caratteristica principale di questo telegrafo era la mancanza della traversa mobile alla parte superiore dell’albero (fig. 7); e si impiegavano invece tre ali girevoli nello stesso piano le quali potevano dare svariatissime combinazioni facili da rilevare.
■ Deficenza notevolissima del sistema Chappe, e di tutti i derivati, era la loro invisibilità di notte; si tentò di applicare lanterne alle ali, ma si crearono complicazioni e difficoltà grandi ed i segnali non erano facilmente distinguibili. Ed intanto, nella prima metà del 1800 apparve la telegrafia elettrica, e quella a segnali fu a poco a poco abbandonata nell’uso generale, e rimase patrimonio della Marina nei semafori e degli eserciti per speciali contingenze di guerra.
■ Un moderno e nuovo risveglio della telegrafia a segnali avvenne in occasione della guerra di Crimea (1855-56) per parte dei Francesi; e si vide allora un sistema ottico-meccanico funzionare accanto a linee telegrafiche elettriche terrestri ed anche ad una linea elettrica sottomarina, distesa dagli Inglesi fra Varna e Balaklava.
■ Un passo notevole alle segnalazioni ottiche fu portato dall’avere adottato anche per esse il sistema di rappresentare le lettere ed i numeri con punti e linee, proposto dal Morse (e modificato dell’Hipp) nel 1836 per la telegrafia elettrica.
■ Intanto in Piemonte nel 1856 si facevano esperienze per facilitare le trasmissioni di ordini e notizie in guerra, e nella biblioteca del Genio militare trovasi una monografia (inedita) redatta dal capitano di stato maggiore piemontese F. Borson col seguente titolo: «Aperçu des différents procedés de Télégraphie Militaire applicables aux Armées en campagne». Da esse risulta che erano in esperimento tre sistemi di telegrafia militare, uno ad elet tricità e due a segnali.
■ Del primo si occupava l’ing. Bonelli, che era direttore generale dei telegrafi dello Stato, e non è qui da parlarne; gli altri due prendevano nome dai loro inventori, che erano il De Stefanis ed il Rocci, questo ultimo maggiore del genio.
■ Il sistema De Stefanis consisteva nell’uso di una bandiera, la quale portata dal basso in alto o spostata (od agitata) in alto da destra e sinistra o da sinistra a destra, significava un punto, e portata dall’alto in basso, o spostata dal basso da destra a sinistra o da sinistra a destra, significava una linea. E questo telegrafo semplice e modesto fu adottato e diffuso fra noi, e talvolta si applica anche ora per comunicazioni fra distanze brevi.
■ Il sistema Rocci assurgeva all’importanza del sistema Chappe da campagna francese, e poteva servire per collegare fra di loro grandi unità. Consisteva essenzialmente in un albero verticale, che portava alla sua parte superiore due ali-segnali, le quali potevano prendere posizioni svariate relative. La fig. 8 dispensa da descrizione particolareggiata. Come si vede, le ali-segnali (costituite da armaturine di ferro, coperte di stoffa rossa o nera) erano di forme diversissime fra di loro; una, cioè, era triangolare l’altra rettangolare.
■ Il Rocci aveva studiato un complesso di elementi da montare e scomporre e da potersi facilmente carreggiare, e perciò di facile trasporto in campagna al seguito di grandi comandi, con possibilità di fare ovunque e comunque l’impianto delle stazioni; e non solo, ma le ali funzionavano benissimo anche con la trave di sostegno disposta orizzontalmente, sicché poteva essere sporta all’infuori di un campanile, e ciò dava modo di impiantare stazione molto alta e ben visibile da lontano.
■ I segnali distinti che si potevano fare coll’apparecchio in parola erano 56; di questi: 7 erano segnali per regolare la corrispondenza; 18 per indicare lettere dell’alfabeto; 31 restavano disponibili e combinati due a due davano un numero notevole di parole e di frasi, che si rilevavano da opportuno dizionario militare o codice telegrafico senza bisogno di comporle lettera per lettera.
■ Nella imminenza della campagna del 1859, mentre si provvedeva ad un servizio di telegrafia elettrica, si provvide all’impianto di una linea telegrafica a segnali «sistema Rocci» fra Casale-San Salvatore-Alessandria e Novi al fine di tenere il quartiere generale principale, stabilito a San Salvatore, in diretta comunicazione con Casale da una parte e con Alessandria dall’altra, ed ancora con Novi, che rappresentava un punto avanzato sulla destra dell’Esercito piemontese verso Genova, da dove dovevano arrivare i soccorsi alleati.
■ Chi fu incaricato degli impianti e chi diresse il servizio di corrispondenza fu il capitano Luigi Gianotti; esso costituì all’uopo un gruppo con due sottotenenti del genio (Molteni e Galletti) ed alcuni sottufficiali e soldati, e furono questi i primi «telegrafisti militari italiani».
■ Il telegrafo funzionò, ma nelle stazioni fisse; e non fu portato in campagna perché i Francesi avevano servizio telegrafico militare elettrico e misero materiali a nostra disposizione, finché il Bonelli predetto organizzò un servizio borghese-militare, il quale durò anche per le campagne di Ancona e della Bassa Italia.
■ La guerra di Secessione d’America (1861-65) condusse ad applicare all’arte militare moltissime invenzioni che erano state studiate od erano in esperimento in Europa ed ebbero sanzione pratica oltre oceano, come la telegrafia elettrica ed ottica, l’aeronautica, la fotografia militare e simili. La telegrafia ottica specialmente vi fu molto usata; e si impiegarono tanto le luci artificiali di lampade ordinarie e di lampade elettriche, come si impiegò la luce solare con apparecchi che si avvicinano a quelli che adottammo noi più tardi.
■ Ma non basta, perché si fecero segnalazioni ancora per mezzo di aerostati, illuminando e togliendo l’illuminazione da terra ed in modi convenzionali a lampade elettriche poste entro aerostati frenati. E, data l’altezza alla quale si potevano mantenere questi aerostati, i segnali potevano essere rilevati da notevoli distanze; e si poté così comunicare anche fra città assediate e l’esterno.
■ Quando noi prendemmo possesso del Veneto, dopo la guerra del 1866, trovammo impiantato, per cura del genio militare austriaco, fra i forti del quadrilatero (Peschiera, Verona, Mantova e Legnano) un sistema complesso di comunicazioni telegrafiche a segnali, e fu da esso che originò poi la «telegrafia ottica militare » moderna, dell’esercito italiano.
■ Il sistema di base delle comunicazioni era l’impiego dell’alfabeto Morse; cioè si faceva un segnale solo per indicare un punto e due segnali vicini per indicare la linea, ed i segnali per la notte erano luminosi.
■ Per le piccole distanze, cioè fra forte e forte e fra il comando di ogni piazza ed i forti più vicini, di giorno si adoperava una coppia di sportelli quadrati (fig. 9). A sportelli chiusi non appariva sulla parete alcun segnale, perché essi erano dipinti del colore della parete alla quale erano applicati. A sportello alzato, od aperto, si manifestava un rettangolo dipinto (di solito nero) grande il doppio dello sportello, perché si veniva a scoprire un quadrato di parete con lo stesso colore del rovescio dello sportello, e questo si sommava con quello, ed era il punto. Due sportelli alzati contemporaneamente davano doppio segno ed era la linea.
■ Per distanze medie si usavano due grandi dischi vicini girevoli attorno ad un’asta verticale diametrale; se essi erano tenuti normali, o di taglio, verso la stazione corrispondente non davano nessun segnale; se ne era voltato uno si aveva il punto, se tutti e due la linea.
■ Per le grandi distanze né gli sportelli elementari né i dischi bastavano, e si ricorse ad apparecchio più complicato, quale è quello che appare dalla fig. 10 e che fu impiantato sulla Torre detta della gabbia a Mantova, per corrispondere con Verona, Borgoforte e Pastrengo, ove vi erano apparecchi simili. Furono posti in opera al principio del 1866 e funzionarono con molto vantaggio degli Austriaci fino alla fine della campagna di guerra di quell’anno.
■ Di notte per le piccole o le medie distanze si usavano due lampade vicine, meno o più potenti, secondo le distanze da vincere, le quali lampade erano munite di sportello manovrabile a mano (fig. 11) o manovrabile con leva e cordicella (fig. 12) secondo la posizione delle lampade rispetto al telegrafista. Si comprende come scoprendo una lampada sola si indicasse il punto e scoprendole tutte e due si indicasse la linea.
■ Per grandi distanze, e cioè fra Mantova e Verona (35 chilometri) e tra Mantova e Pastrengo (37 chilometri) gli Austriaci si valevano di una lampada elettrica, e questa fu la prima applicazione in Europa dell’elettricità alla telegrafia ottica [È da notare che l’impiego di fanali per le segnalazioni fu soggetto di esperimenti durante la campagna d’istruzione della Squadra sarda comandata nel 1852 dal Persano; ed il luogotenente Arminjon propose un apparecchio a specchio per utilizzare anche la luce elettrica; ma il progetto non ebbe alcun sèguito. N.d.A.].
■ La lampada (fig. 13) era ad arco voltaico; l’energia era generata da una pila Bunsen di 40 elementi; la luce era riflessa da uno specchio parabolico di ottone inargentato, dell’apertura di m. 1,16 e distanza focale di m. 0,18. I segnali venivano eseguiti per mezzo di un manipolatore o tasto, il quale facendo avvicinare convenientemente od allontanare i due carboni, faceva apparire od accendere, oppure eclissare o spegnere la luce ad intervalli più o meno prolungati. Per queste segnalazioni si impiegava una lampada sola ogni stazione e si era convenuto che il punto risultasse dall’apparizione della luce per 1″, la linea dell’apparizione per 5″; e perché non nascesse confusione fra i segnali venne stabilito che le pause od eclissamenti fossero di 1″ fra le apparizioni luminose di una medesima lettera, di 3″ quelle per separare lettera da lettera e di 6″ quelle fra parola e parola. Evidentemente questo era un procedimento molto più lento di quello della doppia lampada, ma era stato adottato, perché non si erano trovate lampade a petrolio sufficienti per vincere la distanza fra Mantova e Verona, e l’impianto elettrico doppio sarebbe costato troppo.
■ Venuti noi in possesso di questi apparecchi, ed a conoscenza del modo di funzionamento, l’allora capitano del genio Gaetano Faini ebbe l’incarico di farne studio e ricavarne apparecchi per i nostri usi; ed il Faini soddisfece tanto bene il suo còmpito, che avemmo da lui apparecchi di ogni genere per piccole e per grandissime distanze, per uso di giorno e di notte, per stazioni fisse e per stazioni mobili o di campagna.
■ Il sistema Faini ha le seguenti e principali caratteri- stiche:
1° usare sempre un apparato solo per ogni stazione;
2° impiegare sempre luce intensa nell’apparato (o luce artificiale o luce del sole, raccolta questa con specchi o con prismi);
3° mantenere continuamente la luce verso la stazione ricevente durante il riposo, ed ottenere la corrispondenza mediante occultazione di luce (breve occultazione di luce per il punto e più lunga occultazione per la linea).
■ Convien tener conto che il predetto ufficiale fu indotto ad adottare luci artificiali anche per segnalazioni diurne, quando non vi sia il sole, avendo egli verificato che a parità di superficie è più visibile da lontano una lente bene illuminata anziché un segnale bianco o nero proiettato sul cielo o sul paesaggio. Quando vi sia il sole esso dà evidentemente luce più intensiva ed utilizzabile per corrispondenza lontana.
■ Gli apparati a luce artificiale furono e sono detti diottrici, essendo fondati sulle leggi di rifrazione della luce di una sorgente luminosa artificiale attraverso ad una lente; e gli apparati a luce solare sono detti eliografi, ed in essi la luce del sole è riflessa verso la stazione ricevente per mezzo di uno specchio [Fu il celebre astronomo Gauss, che in occasione della misura del grado dell’Annover nel 1821 ebbe pel primo l’idea di ricorrere ad apparati con specchi, detti allora eliotropi, per fare segnalazioni, e propose eliotropi per la telegrafia. Ma la proposta cadde, e solo fu ripresa da ufficiali prussiani nel 1850 che fecero esperienze fra Berlino e Posdam. Nel 1856 il Laseurre propose un eliotropio a due specchi che servì per mantenere comunicazioni fra truppe operanti in Algeria, e da questo prese origine l’elioscopio italiano del Faini. N.d.A.].
■ Nel lungo studio e negli esperimenti numerosi gli apparati diottrici Faini sono passati da molte specie di luce, come candele bengaliche, nastro di magnesio in combustione, fiamma lamellare a petrolio, finché negli apparati moderni ed in uso la luce si ottiene per mezzo di un getto di due gas, che prima furono O ed H su una lastrina di marmo o di terre rare (luce ossidrica) [Tali lastrine moderne si ottengono usando ossido di zirconio, di lantanio, di rutenio (detti terre rare) in polvere, soli o mescolati fra di loro, impastati con acqua gommata e compressi entro una capsuletta metallica. N.d.A.] ed ora sono gas O ed acetilene (luce ossiacetilenica). Per piccoli apparati si impiega di solito una sola fiammella di acetilene, concentrata al centro ottico della lente di emissione.
■ Ed ancora, evidentemente, sono stati studiati ed applicati gazometri per produrre i gas e con apposite tubulature condurli alla capsula da rendere incandescente, tasti e banderuole di occultamento della luce, dispositivi per la ricerca della stazione corrispondente e per il puntamento, e simili.
■ Per gli apparati eliografi si usano due specchi; uno rivolto verso la stazione opposta e serve quando il sole è davanti alla stazione trasmettente, ed uno specchio opposto al primo per raccogliere la luce del sole quand’è dietro alla stazione e rifletterla sullo specchio trasmettitore.
■ Anche per gli eliografi vi è un tasto che fa muovere lo specchio trasmettitore e toglie o dà luce alla stazione ricevente, e vi sono apparecchi perché lo specchio che riceve il sole possa seguirlo nel suo movimento apparente ed apparecchi di puntamento, cannocchiale di ricevimento, e simili.
■ A dimostrazione di quanto si è scritto si danno alcune figure di stazioni Faini per telegrafia ottica che sono ancora in servizio nell’esercito.
■ La fig. 14 presenta una stazione diottrica fissa di grande potenza; la lente ha diametro di 0,50; la luce, prodotta da due gazometri (che si veggono in figura), è a getto di O e di H su lastrina di marmo o su capsula di ossidi.
■ La fig. 15 è un eliografo per la stazione ora detta. Gli specchi hanno lati di 0,90×1,20. Fra gli specchi vi è l’apparecchio di puntamento, diretto verso la stazione ricevente.
■ Una stazione di tal genere ha di giorno la portata fino a 200 chilometri; minore di notte, ma sempre inclusa fra 100 e 150 chilometri. Alcune di queste stazioni furono impiantate per servizio fra opere di fortificazioni e comandi locali centrali assai distanti; ed ancora servirono (dopo leggere modificazioni) per il collegamento geodetico della Sicilia con Malta, e poscia della Sardegna colla Toscana, passando per le isole d’Elba, di Montecristo e del Giglio [L’ingegnere geografo Antonio Loperfido dell’Istituto geografico militare che riferì su queste operazioni geodetiche da lui eseguite concluse così: «l’apparato Faini corrispose all’aspettativa con tale risultato da costituire un nuovo trionfo di esso, oramai indispensabile per la misura delle grandi distanze». N.d.A.].
■ Vi furono e vi sono ancora diottrici da 0,50 montati su treppiedi, quindi mobili; e diottrici da 0,30 montati su tavoli, pure mobili, e da servire sempre per notevoli distanze.
■ La fig. 16, è un diottrico da 0,20; i gas per rendere incandescente la lastrina di marmo o di ossidi potevano essere portati all’apparato compressi fino a 100 atmosfere entro tubi di acciaio (come mostra la figura), od essere prodotti sul posto come è negli apparati moderni. Portata media 15 chilometri di giorno, 35 chilometri di notte.
■ La fig. 17, è un eliografo a due specchi di 12×15; portata media 60 chilometri.
■ La fig. 18, è un diottrico-eliografo da campo, ove nello stesso apparecchio sono riuniti un eliografo con piccoli specchi di 7×7 centimetri ed un diottrico con lente di 13 centimetri di diametro. Portata fino a 25 chilometri.
■Finalmente è da accennare che nell’esercito sono in uso apparecchi più piccoli di quelli rappresentati, ma fondati sugli stessi principî, e sono in dotazione alle truppe alpine ed alla cavalleria; per essi la luce impiegata è l’acetilenica.
■ Si può chiudere questo rapido esame dei mezzi di trasmissione con apparati ottici rilevando che se la telegrafia ottica per le grandi distanze può essere vantaggiosamente sostituita dalla radiotelegrafia, per le medie e specialmente per le piccole distanze e (piccole relativamente, cioè da 10 a 20 chilometri circa) ha vantaggi incontestabili sulla radiotelegrafia, sia per la semplicità delle stazioni, sia per la facilità grandissima del loro impianto e del loro funzionamento e sia per la nessuna influenza delle trasmissioni di altre stazioni, essendoché la trasmissione dei segnali si effettua sempre e solo per la linea retta, asse di un cono di piccola base [Se il centro luminoso trasmettente (sole o calce incandescente) fosse un punto matematico, la trasmissione si farebbe nel primo caso per una retta (riflessione del raggio di sole incidente) e nel secondo caso per un cilindro avente per base la lente illuminata dal punto di calce. Ma il diametro apparente del sole ha una estensione, perciò dallo specchio sono riflessi obbliquamente i raggi che lo percuotono in direzione obbliqua rispetto al raggio incidente principale ed ancora, la sorgente luminosa artificiale posta al centro ottico delle lenti è un dischetto, quindi da essa parte un fascio di raggi che vanno divergendo a cono. È sulla piccola base, nello spazio, di questi coni che deve trovarsi la stazione ricevente per ricevere, e fuori di essi non v’è ricezione. N.d.A.], che congiunge le due stazioni e non è possibile di intercettare telegrammi se non si è sulla retta di trasmissione. La guerra italo-austriaca del 1915-18, ove la telegrafia a segnali ha avuto (a fianco alla radio-telegrafia ed alla telegrafia elettrica con fili) tanta parte, ne è una prova evidente.”

















