Da Cordelia, Anno XXII, N. 2, 26 ottobre 1902 – N. 6, 23 novembre 1902.
Di Manfredo Baccini.
” ■ È supremamente antipatico l’incominciare uno studio di costumi contemporanei con un partito preso. Esiste infatti la posa dello scetticismo e del pessimismo, come la moda dei panama e delle palandre napoleoniche. I dilettanti di sociologia ne approfittano per impaurire i profani che abbrividiscono al linguaggio tecnologico delle riforme e si ammantano di tracotanza e di superbia, messi su come sono dalle compiacenti lodi degli altri.
■ L’introduzione non sembri inutile. Se v’è una taccia da cui si possa rifuggire è quella di brontolone, specialmente quando non facciano meritori del titolo, né le lunghe veglie trascorse sui libri, né una qualunque veneranda canizie, che possa ambire all’onore di un’apostrofe.
■ Della «Signorina» — quindi — come tipo sociale io non mi propongo di discutere con intendimenti malevoli. Se il male c’è — e credo anzi che ci sia — verrà fuori da sé, senza premeditazioni colpose.
■ Ho già scritto tempo fa, che uno degli errori più madornali dei nostri costumi e quello forse che prova meglio di ogni altro la loro artificiosità, è l’aver fatto appunto un tipo della signorina dandole una missione speciale da compiere una parte importante da rappresentare nel dramma eroicomico della vita, di aver quasi specializzato le sue funzioni, trasformandola, in nome della morale, in una creatura ibrida, che ha tutte le angolosità e le acerbe durezze, e le ignoranze della fanciullezza facendone però molto desiderar il deliziosissimo fascino, che appare nelle tendenze nelle attitudini, nei desideri, nelle vanità, una donna, pur mancando d’ogni pienezza di senti mento, d’ogni serietà ed altezza di spirito logico. Noi abbiamo convenuto di chiamare «signorina» un essere amorfo, un’epoca di transizione, un caos psicologico; noi le concediamo dei diritti le imponiamo dei doveri non riflettendo al carattere transitorio della sua fisonomia, noi consideriamo come definitivamente trasformata un’individualità che è ancora nel suo primo periodo di svolgimento. La «signorina» esiste rispetto alla donna come (si perdoni la forse troppo irrispettosa comparazione) esiste il girino rispetto alla rana. Ma nessuno — almeno per ora — si è ma sognato di affidare una qualsivoglia missione al girino.
■ E intendiamoci bene, prima di cominciare: la signorina non è la fanciulla; anzi, come la seconda fluttua idealmente nel pensiero umano che personifica nella vaporosità di un’astrazione molte delle desiderate virtù terrene, la prima rappresenta il frutto degenerato d’uno dei tanti convenzionalismi sociali. Della fanciulla-sogno potrà esser materiata l’arte d’un pittore o di un poeta; la signorina nel senso moderno della parola potrà ispirare tutt’al più qualche fiorito sonetto o qualche languido madrigale.
■ E pur troppo in Italia esiste il tipo; anche ammettendo la maggioranza che l’impersona molto debolmente in confronto a una minoranza di creature simpatiche. Ma se questa benedetta «signorina» fatta e impastata a quel modo che tutti sanno e che mi ingegnerò alla meglio di descrivere nel corso di questo studio fosse una necessità sociale, in una com’è da un certo punto di vista una necessità sociale la calunniatissima suocera; se — in una parola — la signorina non potesse esser diversa da quello che è, il discuterne sarebbe vano e lo scriverne accademia. — A ogni modo bando alle tirate papaveriche: si proscrivano senza pietà le prediche autoritarie, si lascino da parte gli ideali utopici di una rigenerazione qualsiasi: tutto ciò fa comodo ai conferenzieri e ai moralisti di professione, non a noi, che ci proponiamo semplicemente — come ho qui detto più sopra — di studiare un «tipo».
I.
■ La psicologia femminile è la più difficile a tentarsi, perché il «soggetto» subisce da un momento all’altro delle camaleontiche trasformazioni. Più bisogna riflettere che anche senza volerlo, l’anima femminile non è un’anima sincera. È quindi facilissimo scambiare l’espressione di un sentimento con quella di un altro.
■ Sono in questo caso d’accordo con l’amico Fortunato Rizzi che afferma esser lo spirito della donna — e specialmente della signorina — un X adorabile, una deliziosa incognita da risolversi. Che sia un X, un incognita non discuto, ne abbiamo la prova continuamente sott’occhio; soltanto gli aggettivi non mi vanno a sangue: ciò che molti nella donna poetizzano — e fra i molti metto anche l’egregio collega in giornalismo, Fortunato Rizzi, mi fa ridere, sia perché abbia poca disposizione all’algebra, sia che m’interessino fino a un certo punto i viaggi di scoperta. L’anima della donna — e nel caso nostro della signorina — è quindi un X. Procuriamo, semplicemente di conoscerne il valore. La gloria di una verità, anche cruda, val quanto l’iridescenza dell’illusione, e forse forse, anche qualche cosellina di più. Cominciamo dunque a studiare la «signorina» in famiglia.
■ Se una ragazza fa tanto d’arrivare ad esser «signorina» in famiglia, è affar finito. Non ci si campa più. L’unico desiderio possibile è l’augurio di un prossimo marito tanto perché ella non sia più… signorina. La pettinatura, il contegno, la posa, le parole, le idee cambiano ogni giorno, con la rapidità fulminea delle immagini di un cinematografo. Si capisce: la signorina di famiglia, vale a dire quella che non s’occupa in casa o fuori di qualche lavoro rinumerativo, e campa solamente nella speranza di quelle poche centinaia di lire messe insieme dal paziente genitore in trent’anni di commercio o di impiego, non può far altro. Potrebbe, specialmente quando è ignorantella e vana, e vuota, nobilitarsi l’anima con un lavoro molto basso e rozzo; potrebbe lumeggiare e quasi direi santificare la propria personalità con le stigmate di una fatica reale, per risparmiarsi le frasi poetiche potrebbe sostituire nel lavoro quotidiano una serva. Eterni Dei! c’è da andare a capo rotto. Proporre a una «signorina di professione» un simile tenor di vita è lo stesso che volersi far mangiare il naso. Sforzar l’organismo alla fatica, abbassar la boria dedicandosi ad un’opera umile, ma proficua, non vergognarsi di spazzare, di spolverare, di lustrare, di cucire, ridere allegramente delle proprie manine rosse per acqua calda e incallite nei polpastrelli dalla granata, avere il coraggio di sgranare tanto d’occhi in faccia agli ipocriti beffeggiatori e di vantare orgogliosamente la propria forza e la propria onestà, essere utili agli altri e a sé stessi! Tutto questo non pareggia in valore morale l’efficacia estetica di una «signorina di professione» che si abbiglia alle undici, fa la siesta dopo colazione, agucchia nel dopo pranzo, stringe la mano alzando il gomito, parla a denti stretti col pigionale, e suona la musica classica nelle grandi occasioni?
■ Tutta quella semplicità di vita, quella verità d’impulsi e di sentimenti, quella lealtà di pensiero o di coscienza, quella fierezza nobile della povertà che è la caratteristica delle grandi anime, sono proprio virtù introvabili nelle,«signorine» moderne ? C’è proprio bisogno — per trovar marito, di tirarsi su per incognite, di farsi indovinare come una sciarada o un logogrifo, di farsi spiegare, come un rebus o un monogramma a frase, di farsi conquistare, come una fortezza o un castello fortificato?
■ La «signorina» in famiglia si crea a poco a poco un mondo tutto suo. Partendosi dal famose preconcetto di dover compiere una missione — la missione della signorina — ella subordina tutti i suoi atti e tutte le sue idee a quell’ideale di vita, mettendo in opera tutti i «trucchi» necessari allo scopo. Ne accenniamo alcuni. Quando c’è in vista qualche festicciuola e il papà è misericordioso, gli si ricama un portabiglietti o gli si legge il giornale dopo colazione per otto giorni di seguito; quando si vuole avere un abito nuovo, si comincia a storcer la bocca guardando quelli della mamma, e sostenendo che fa dispiacere veder trascurata una donnina ancora così giovane e così simpatica; quando si vuole andare al teatro, non sarà male accusare un po’ di emicrania che porta seco, come conseguenza logica, il bisogno di distrazione; quando qualche faccenda o qualche occupazione è antipatica… si fa lezione di geografia al fratellino minore. Il babbo va in estasi, quantunque la mamma brontoli per esser costretta a far da sé. E così i fiumi della China riescono a salvare una situazione.
■ Vent’anni sono quando le ragazzine indisciplinate volevano andar fuori a tutti i costi nonostante il tempo cattivo, e la poca voglia della mamma accompagnatrice, facevano il broncio, piangevano non viste, e messe alle strette, finivano col battere i piedi in terra. Oggi il trucco è diverso. La signorina non può camminare ed escirà un poco, nel centro, verso sera, tanto per fare un po’ di moto, e non prenderà certo l’omnibus, soprattutto se il cappellino è fresco, e la camicetta di ultima moda….
■ Conosco benissimo una quantità di altri trucchi ingegnosi applicabili ai casi ordinari e straordinari, previsti e imprevisti, sentimentali e positivi, ma smetto — ora come ora — per due motivi; il primo è il timore del vostro odio: il secondo l’odiosità della mia ragione. Eppoi non è male lasciar credere di ignorar qualche cosa. Un oratore — mi raccontava poco tempo fa un dotto e caro amico — commemorava il morto deputato del paesello. «È morto l’unico galantuomo del collegio!» così cominciò la tirata. Almeno avesse detto «uno dei due galantuomini del collegio!» — concluse ridendo il mio interlocutore!
■ Tutti avrebbero potuto credere di essere quell’altro !…
II.
La signorina a scuola.
■ Ben lontana dai vieti pregiudizi dei secoli passati che proibivano alle donne la cultura dello spirito, o la consentivano soltanto nella minima parte a chi da’ genitori o dalla volontà propria fosse destinata a esser «monica» l’epoca nostra avida di scienza istruisce le giovani e le vuole a ogni costo maestre, (salvo a farle morir di fame quando hanno conseguito il diploma legale) apre loro le porte dei ginnasi e dei licei senza avvertirle dell’inutilità pratica dello sforzo e della terribile concorrenza maschile, spalanca loro le porte delle Università, senza prevenirle che è difficile pressoché impossibile l’esercizio della professione a cui si avviano. Frattanto, vittime di pregiudizi, di cieche ostinazioni, di preconcetti morali ed educativi, le signorine studiano.
■ La fisonomia caratteristica della «signorina» che studia, comincia a profilarsi subito dopo i quattr’anni della scuola elementare, la quale confonde anche le femmine nella vaga e fluttuante marea dei bambini. Destinata poi dal consiglio dei maestri o da qualcuna di quelle fallaci attitudini infantili a cui troppo e con troppa condiscendenza si affida chi ha la sorveglianza sui ragazzi, la bambina — l’embrional signorina — entra entusiasticamente nella scuola classica, tecnica, professionale e normale; ma nella professionale più raramente; giacché il lavoro onorato ancora in Italia non par nobile, e gli si preferisce volentieri (tutti l’hanno ormai lamentato) la miseria rivestita dalla vanità di un diploma. Fra le tre vie che rimangono, a gran maggioranza di voti, si sceglie quella che conduce alla dignità magistrale…. poco dignitosa, a dire il vero, quando si pensi alle umiliazioni, alle lotte, alle vergogne a cui si sottopongono quotidianamente gli insegnanti della scuola elementare.
■ Ho detto che la ragazza — ovverosia la «signorina» moderna — studia entusiasticamente, e mi par di non avere del tutto sciupato l’avverbio. Le donne hanno, nel loro lavoro, più costanza di propositi e più pertinacia; e al fine giungono per la pazienza d’ogni minuto. È la stessa costanza che in altri casi e per altre passioni fa delle donne campioni viventi dell’ostinazione, dell’orgoglio, della provocazione e del ripicco. Questa minuziosità d’atti e questo trionfo di volontà ch’è nel carattere d’ogni donna, pochissime eccezion fatte, conduce praticamente a risultati eccellenti; molti abili pedagogisti han notato che a conti fatti, valutandosi l’esito di un esame, le donne vincono gli uomini e non per maggiore sfolgorio di genio, ma per più paziente tenacia di lavoro. Ora questa qualità dominante della «signorina» ha — come tutte le qualità — il suo difetto naturalmente subordinato: l’eccessivo valore dato ad occupazioni che vedute sotto un angolo normale non ne avrebbero. L’italiano, la storia, la pedagogia, la nomenclatura scientifica e l’aritmetica, passando attraverso il cipiglio, le parole e l’impastatura della «signorina che studia» (mi auguro e credo che nessuna delle gentili lettrici sia del numero) diventano critica, filosofia, «scienze», matematiche superiori.
■ La «signorina che studia» è un’amplificatrice d’ideali. — Il manualetto di storia medioevale assurge all’importanza di un’opera del Gregorovius o dell’Herder; e le brevi nozioncine sui principali fenomeni fisici e chimici, più pappagallescamente imparate che genialmente intuite possono certo mettersi alla pari con le teorie di Helmholtz, di Newton, di Darwin e compagnia bella. Ah! bisogna pur confessarlo, quantunque con volto gentile e bocca ridente: la «signorina che studia»… non perdona. Un adoratore del sesso gentile che volesse godere più del consueto dell’amabilità e della cortesia femminile, dovrebbe desiderare che — sotto questo unico punto di vista — la signorina non studiasse.
■ La smania — qualità o difetto essenziale dell’anima femminile — di voler dare molta importanza alle cose e alle persone che non ne hanno nella «signorina che studia» diventa un vero delirium tremens quando si tratta di conquistarsi l’anima della maestra. Le povere insegnanti son vittime in ogni modo: o dell’idolatria o dell’odio. La tinta di mezzo è rara, o se si trova, è frutto dell’indifferentismo e non della riflessione.
■ I maschi, o per essere meno fisiologicamente crudi, i giovinetti e i giovanotti; non si propongono di conquistar l’animo di nessun professore; più svogliati, più apatici, più chiassioni, più scervellati delle ragazze, sono però molto meno misteriosi e molto meno sentimentali. Io ho visto abbandonarsi alla pazza gioia nuvoli di scolari i quali dovevano commuoversi alla notizia di un maestro gravemente malato: se gli scolari fossero stati scolare, forse il sentimento sarebbe stato lo stesso, ma certe la manifestazione diversa e non perch’io creda — Dio me ne guardi — ipocrite o false naturalmente le donne; ma perché pur troppo la vita che conducono e le leggi morali a cui si sottopongono, inducono più facilmente all’abitudine, del dissimulare. Di questo pero si potrà parlare in seguito con più agio, comodo e maturità di giudizio. —
■ Ritornando a ciò che si diceva, vale a dire alla «conquista» della maestra essa vale a mille doppii — nel pensiero delle scolare — la conquista di Roma. Non che la povera signora e signorina pensi a farsi conquistare: tutt’altro: ma è un fatto, che le ragazze, dopo averne esaminato accuratamente il vestito la pettinatura il gesto, la parola, il sorriso, con la più straordinaria ferocia di particolari, si rodono in una vera febbre di concorrenza, facendo a’ pugni — moralmente s’intende — per esserne le favorite, e allividendo di rabbia o imporporandosi di piacere a seconda della scelta. Il perché è chiaro. La donna vedendosi barricate molte delle strade che sono aperte agli uomini, percorre quella più pericolosa del sentimento, sdrucciolandovi spesso. Il cervello e i muscoli, spesso sono atrofici: resta libero il cuore; il quale gonfia ed esplode, come il fegato d’oca artificialmente ingrassata. I sentimenti di invidia che nascono naturalmente nel seno di una collettività fanno il resto. — E la «signora» — o signorina…. di italiano, di matematiche, di scienze, ora è Beatrice, ora è Cerbero.
■ Le mezze misure non esistono. La «ragazza che studia» è assolutista. Dato il metodo e l’ambiente, la cui falsità s’aggrava molte volte col florire di quelle strane amicizie fra compagne, che quando non confinano col patologico sono semplicemente ridicole, attesa l’assurdità dei programmi scolastici, il numero delle allieve e la non profonda cultura delle insegnanti le quali non vengono — neppur quelle delle scuole secondarie retribuite giustamente, — l’allieva o — per ritornare al «primo detto» — la «signorina che studia» coltiva la mente e l’animo nella stessa guisa con la quale un convinto trappista zappa, ara e semina il metro quadrato di terriccio concessogli dal regolamento dell’ordine. La «signorina che studia» sgambetta, si volge e si pavoneggia nel minuscolo orticello della sua educazione e della sua cultura; ma un passo più qua o un passo più in là, è già sbilanciata e fuori di posto. Per la poveretta, lo scibile umano è compreso nel diffuso programma di una licenza tecnica, normale o di magistero. Intendiamoci: capisce forse che — più in là — v’è altra roba da imparare e che le nozioni elementari, apprese non sono che il principio, l’inizio, la base di un immenso ordine di fatti e di idee: ma le manca il coraggio d’esplorare con l’audacia dell’intelletto il mistero della foresta vergine e si contenta è compiace del proprio giardinetto domestico in cui crescono grossi e pomposi i cosiddetti «fiori d’effetto» di chi sia la colpa non è qui il luogo di indagare, non certo della «signorina» la quale — se Dio vuole — non nasce «signorina», e arriva a quel punto soltanto per detto o fatto di una cattiva educazione.
■ Queste spennellature di scienza che simulano nell’aspetto la scienza vera, come il rossetto e la cipria rosea simulano la ricchezza del sangue, sono dannosissime io credo alla gioventù.
■ Ora se come direbbe un accademico della Crusca di mia conoscenza, volessi riunir le «sparte fronde» e con un’immagine sola riassumere l’analisi, dopo avere invocato dal cielo la protezione e dalle lettrici cortesi il perdono, io paragonerei molto volentieri il «tipo» della «signorina che studia» a una di quelle bellissime testiere che girano a più non posso nelle vetrine dei parrucchieri.
■ Per i profani o i miopi quei sopraccigli, quelle labbra, quelle guancie, quel collo, quel vezzo e soprattutto quei capelli, son bellezza: ma per gli intendenti di «buona vista» la testiera in gran parte è stucco e stoppa. Resta, se non altro l’intenzione dell’artista la quale va — se non ammirata — almeno compatita. Ma al solito, se dobbiamo dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, bisogna convenire che neppur di questo ha colpa la «Signorina» ma chi in un modo e chi in un altro ha contribuito a creare il tipo. Perciò bisogna esser molto indulgenti con un oscuro adoratore dell’ingegno e della libertà — se egli nella donna ideale, vale a dire, nella creatura più adorabile della terra — veda a traverso le epoche l’attuazione del suo sogno e cerchi di spingervi la donna attuale «con una tal quale arguzia di pensiero e lepidezza di motti.» Non per nulla Niccolò Machiavelli ha lasciato scritto che tutti i mezzi son buoni a raggiungere un fine.
■ Non è vero, lettrici cortesi?”