Da Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari, Vol. IV, fasc. I, gennaio-marzo 1885.
Di E. Bellabarba.
[— [N.d.D.] indica le note apposte a piè di pagina dai direttori della rivista (Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino). — Ho aggiunto la pronuncia delle parole greche. — Il testo è un bellissimo esempio di “filologia poetica” tipica dell’Ottocento, capace di muoversi con estrema disinvoltura da Dante ai rigidi dizionari comparati di Max Müller. Qui profonde intuizioni dialettologiche, che anticipano moderne corrispondenze indoeuropee a livello fonetico, si mescolano con speculazioni cliniche e scientifiche oggi superate, nel tentativo, forse, di dimostrare una tesi squisitamente romantica per quanto affascinante: che i neonati, nell’emettere i loro primi suoni, non lo facciano per emulazione degli adulti, ma stiano in qualche modo attingendo a una qualche ancestrale memoria, parlando l'”ariano” (l’antico indoeuropeo). – Andrea, S.e.S.]
” ■ La prima voce che in ordine di tempo l’uomo pronunzia è pa-pa, o ba-ba. Con essa l’infante chiama il padre suo. PA (donde pitar, pater) significa «proteggere, mantenere» in ariano, onde nel sanscrito pami «io proteggo» palâyami «io custodisco». Quanta poesia in questa prima invocazione, che il bimbo fa al suo genitore: o tu che mi proteggi! Ed è propriamente questa la prima voce che la creatura pronunzia; tanto, che i Greci col verbo βάζω [bázō] o βαβάζω [babázō] (che etimologicamente vale «dire ba» o «dire ba-ba») esprimevano «il cominciare a parlare, il balbettare, l’emettere i primi suoni.»
■ Taluno crederà per avventura che il pargolo pronunzi le voci per istinto di imitazione, per essergli state suggerite; che egli non ne comprenda punto il senso etimologico; che, quando chiama pa… saprà forse che si rivolge al suo genitore, ma ignora o non intuisce di chiamarlo «protettore». Ebbene, io ho altra opinione. Non ancora la legge darwiniana dell’eredità è stata applicata, e spiegata in tutto, alle forme fisiologiche del pensiero, della memoria, e delle costoro manifestazioni fonetiche; pure Lindauer ha trovato che, quando l’infante pronunzia parecchie delle radici suggeritegli, le cellule nervee del suo cervellino, se non comprendono le idee iniziali attaccate a quei suoni, le sentono in virtù di una specie d’istinto, messo in moto dalla virtù dell’atavismo. Il secondo suono che il bimbo articola, è ma-ma; e con esso si volge alla madre. MA (donde méter, mater) significa in ariano «alimentare, nudrire.» Onde il neonato, dicendo ma, dicendo ma, è come dicesse: o tu che mi alimenti.
■ La voce più seria pel lattante, perché ha stretta relazione colla lotta per l’esistenza, è quella con cui chiede il nudrimento. In molte provincie d’Italia questa voce è tet-ta; in Sicilia nen-na, o min-na; in Toscana nin-na o mim-ma. Tetta (parola, che è propria anco dell’italiano colto) viene dall’ariano DHA «succhiare» onde il sanscrito dhàjati «egli sugge», il greco θηλή [thēlé] «mammella», τιτθή [titthḗ] «mammella: nudrice.» — Nenna e ninna, minna e mimma sono tutte dalla stessa radice MAM; equivalgono a mamma (μάμμα), a mammella (lat. mamilla); e in fondo vi si ravvisa l’etimo primitivo di MA«alimentare, nudrire.»
■ Pappa deriva pure dal sanscrito, in cui PAK o PAKV vale «cuocere» onde l’attivo al singolare fa papàka «io cossi» papaktha «tu cuocesti», papáka «egli cosse» ecc. Pertanto pappa significa «materia cotta» ed anzi più precisamente, come ce lo spiega Varrone, «pan cotto in acqua pura».
■ I pargoli elleni, per chieder da bere, diceano βρῦν [brŷn]; onde il verbo βρύλλω [brýllō] «chieder da bere». E quei romani dicevano, secondo Varrone, bua. Anco qui l’originale radice è l’ariano GVAR «ingoiare, mettere in gola», che in generale si riferiva ad alimenti solidi e liquidi (in greco βρῶμα [brôma] «cibo» — βι βρώσκω [bibrṓskō] «io mangio» — ma che nel linguaggio infantile restò a’ soli liquidi. In Sicilia è rimasta la forma ‘mbru o ‘mbrua, più conforme al βρῦν [brŷn] de’ Greci; mentre nel resto d’Italia prevalse la forma ‘mbu, ed anco bi-ʼmbu, bo-‘mbu. Queste due ultime forme, (di cui bombo è rimasta all’italiano colto) hanno la stessa formazione del greco βι βρώσκω [bibrṓskō], e del latino bi-bere. Il nome bimbo, o bambolo, viene dalla indicata formazione bi-‘mbu; precisamente come in tedesco Kind «fanciullo» viene da gwind «ingoiante, beente» (radice indicata GVAR). La culla in Sicilia si dice naca dal greco νάκη [nákē] «vello di lana», perché le più antiche culle eran fatte di morbide pelli lanose. Nel resto d’Italia chiamasi cuna, dal latino cuna, che viene a sua volta dall’umbroceltico cno, e ha la stessa radice, e lo stesso significato del greco νάκη [nákē].
■ Dicesi che il fanciullo fa la nanna, quando egli dorme. Nanna, dall’indiano nàvna (radice NU, NIK «accennare cogli occhi») indica «la chiusura degli occhi, che precede il sonno.» Sono dalla stessa radice νυστάζω [nystázō] «sonnecchiare dondolando la testa», νύσταλος [nýstalos] «sonnolento» e il latino co-nivere «chiudere gli occhi».
■ Ninnare, o far la ninna è il dondolar mollemente la cuna, perché il bambolo che vi è si assopisca. Ninna deriva dall’indiano nisna (radice NAS «venire, venire e tornare, altalenare,») da cui pure deriva il greco νίσσομαι [níssomai] «io vengo, vo e ritorno».
■ Fare, o cantare la ninna-nanna è il dondolar la cuna, mormorando una cantilena suaditrice del sonno.
■ A queste tre diverse espressioni, usate in quasi tutta Italia per indicare tre operazioni diverse (far la nanna; far la ninna; far la ninna-nanna) corrisponde in Sicilia un’espressione sola: far l’aò, o far l’avò.
■ Aò od avò viene dal greco βαυβάω [baubáō] o βαυβαλίζω [baubalízō], che significa «sopire, addormentare». Ma anche il greco βαυβάω [baubáō]è di origine sanscrita, e viene dalla radice SVAP o SVAB «dormire, addormentare»; dalla quale vennero il greco σφύπνος [sphýpnos] (ὕπνος [hýpnos]) «sonno», il celtico svheb (heb) «sonno», il latino svopmnus (somnus) «sonno», il tedesco schvap (schlaf) «sonno». — Dalla seconda parte di βαυβαλίζω (in latino lallare) venne il nome di balia, che perciò etimologicamente significa «colei che addormenta col canto.» E la parola vava o vavùso, che in dialetto siciliano equivale a bambino, non è mica corruzione, come volgarmente si crede, dell’italiano «bavoso, che ha la bava, il lattime alla bocca», ma proviene dal βαυβάζος [baubázos] «quegli che dorme, che si addormenta cullato dal canto».
■ La chicca è pe’ fanciulli ogni cosa soave al gusto (frutta, ciambelle, dolciumi): la carne cotta chiamano ciccia: in siciliano la chicca dicesi cicci. Virgilio chiama crustum quel pezzo di pane, o d’altra vivanda che si dà a’ bimbi, Orazio crustulum la focaccia, o cialdone, o ciambella, o berlingozzo: onde Seneca chiama crustularius il pasticciere o cialdonaio o bericuocolaio, o insomma il Depretis della gastronomia parlamentare. Il crustum dei Romani vien dall’ariano krus «essere duro», onde crusta «superficie dura, crosta», κρύος [krýos] «gelo», κρύσταλλος [krýstallos] «ghiaccio, cristallo» e in celtico cruas «assideramento», cruaidh «acciaio», cruad «pietra». Ma il crustum non ha etimologicamente nulla di comune colla chicca, la ciccia e li cicci; i quali tre vocaboli mostrano parentela intima col κίκκος [kíkkos] de’ Greci, parola che in senso generale significa «ogni cosa minuta, ridotta a granelli o a fili» e in senso stretto «l’involucro de’ granelli nella frutta». Il κίκκος [kíkkos] de’ Greci vien dall’ariano ski, o skigh «dividere, spezzare, staccare, tor la corteccia, raschiare».
■ Il ferrizzu è quell’arnese, in cui messo l’infante, questi può sedersi, o star fermo, o anco camminare movendolo. Viene dal latino fero, o dal greco φέρω [phérō], o dal sanscrito bhárami, verbi tutti che significano «portare, trasportare» e tutti derivano dall’ariano bhar «portare». La desinenza di ferrizzu tutta greca mostra che la Sicilia ebbe il vocabolo a’ tempi ellenici.
■ Piscia vien dalla radice ariana pas «emettere liquido», onde il greco πέος [péos], ὁπέος [hopéos] e il corrispondente latino penis (da pesnis), dei quali è inutile dare la traduzione. Noto in passando che il pipino nome usato dai fanciulli nella più parte dell’Italia continentale per indicare il πέος, risulta dal raddoppiamento della radice pas. La voce piscia (la quale non si trova in greco e in latino) dev’essere venuta agl’Italiani dal celtico pîs «urina», pisaw «gettar acqua»: altrimenti dovremmo credere a una importazione recente del germanico pisse, pissen: importazione assurda, perché il vocabolo dev’essere molto antico, da che fa parte del vocabolario infantile. I Greci usavano la voce ὀ-μείχειν [omeíchein], ὄ-μειγμα [ómeigma] e i Romani mingere, mictus per esprimere «urinare e urina », donde il dialet- tale siciliano minc…..: queste voci emanano dall’ariano migh «versare», onde il sanscrito malghati, o malhati «egli versa, egli piscia».
■ Aggiungo che bombo può anco venire dall’ariano pa «bere» onde il sanscr. pipami o pihami «io bevo», il greco πίνω [pínō] «io bevo», il latino bibo «io bevo», ποτής [potḗs] «bevanda», potus «bevanda» ecc.
■ Altra voce fanciullesca è tato e tata, con cui indicano di preferenza il fratello, e la sorella, ma anco in generale qualunque persona (esclusi i genitori) di qualunque età e sesso, che lor si mostri. È evidente in questo suono la derivazione dal sanscrito sthita, che significa «stante, colui che è fermo, che non dà noia, che non tocca altrui». In Sicilia la forma tata credo non abbia mai allignato, e ciò perché non l’ebbero i Greci [Ci permettiamo di osservare che la voce tata in Sicilia è comune, e significa padre. N.d.D.].
■ Le impressioni più dilettose l’infante le riceve o per gli occhi, o per gli orecchi. Tutto ciò che brilla, o splende allo sguardo, e’ lo chiama list o liscio. E questa parola ricorda il sanscrito laùkatai, il greco λεόσσω [leóssō], il pelasgo-siculo les, leos, parole tutte che valgono a «vedere cose lampeggianti, od a colori accesi». Tutto ciò che risuona, e’ lo dice dindo. La voce dindo richiama la radice ariana tan, tin «risuonare» radice eminentemente onomatopeica, che fa sovvenire il verso di Dante:
«Tin tin suonando con si dolce nota».
■ La voce dindi usata per esprimere «danari, monete» è l’unico traslato del vocabolario infantile. In Sicilia v’è la frase iri a ddi-ddi per significare «l’andare il bambino a spasso». La credo corruzione di ire a dindi andare per dindi, «andare per oggetti, che dian suono piacevole all’orecchio infantile». Ma può anco essere che ddi-ddi venga dal sanscrito iti o ity «lo andare» onde il latino itio, iter, ecc. [Abbiamo sempre ritenuto col popolo che nella frase iri a ddi-ddi, o a ddi-ddì, il ddì sia tronco da Ddiu, Dio. N.d.D.]
■ Bau, od anco bau-bau, nacque dalla radice ariana BHAB «sgomentare » o BHI «temere, onde il sanscrito bhapàyatai «egli spaventa», il greco φοβέω [phobéō] «io atterrisco», il celtico fiamb, fiabb «terrore» e il latino pavor «paura». Il bau de’ fanciulli, in tutte le lingue indogermaniche, significa «l’oggetto di spayento» [Gioverebbe richiamare le voci babao, bau, bausette e sette del Vocab. dell’uso tosc del Fanfani N.d.D.]. In Sicilia prese la forma di bau-bau-setti: la desinenza, sette, di questo strano vocabolo, è corruzione di sente, o sinte (radice ariana SANT «accorgersi, sentire») che nel sanscrito vale «osservare, avvedersi». Onde bau-sette significa «accorgersi del bau, dell’oggetto di spavento». E infatti i nostri bimbi han per costume scoprirsi d’improvviso il volto, coperto precedentemente da un drappo, nell’istante che pronunziano questa parola, come se si accorgano a un tratto di cosa che li faccia temere.
■ La scienza in generale, e quella del linguaggio in ispecie, è realista per eccellenza. Anco la voce cacca viene dall’ariano, e giust’appunto dalla radice GHAD «andar di corpo». Il sanscrito hàdatai, il greco κάκκη [kákkē], il celtico kack, o caç, il latino cacare, donde quel fiero Catone cavò a contumelia de’ suoi avversari quel terribile participio cacatus, il tedesco kacke, tutti vengon di là. È degno di nota che il bambino non pronuncia il vocabolo colla c iniziale dura, o colla k, ma con un’aspirazione gutturale profonda (ka-ca), assai conforme alla fonica della radice primitiva.
■ L’ultima parola del lessico puerile è bua, che serve a indicare ogni malessere fisico. Non è dubbio che derivi dal sanscrito püya (radice PAV, PU «essere, o divenire marcio, puzzolente») onde l’indiano püyatai «egli s’ammala, si guasta», il greco πυεῖν [pyeîn] «marcire» il latino pus «marcia», putere «puzzare». Pei Greci πύη [pýē] significava propriamente «la suppurazione, o infiammazione de’ polmoni». L’infantile bua però meglio si mostra affine al πῦαρ [pŷar] o πυετία [pyetía] che vale «latte coagulato, ed anche «colostro». Infatti il malessere de’ bambini più che tutto proviene dal coagularsi del latte materno (in sicil. pilu di minna).
■ Da circa tre mila anni, secondo i calcoli di M. Müller, esiste la famiglia delle genti ariane nel mondo; e d’allora ad oggi, dal Gange al Tago, da Ceylan all’Islanda, i fanciulli, aprendo il labbro á profferire le prime parole, a balbettare le prime sillabe, si sono valuti, e si valgono degli stessi suoni, delle stesse radici immutate. Potenza della tradizione famigliare!
Ragusa di Sicilia, luglio 1884.“