Da La Lettura, Anno XXIV, N. 2, 1 febbraio 1924.
Di Nello Tarchiani.
” ■ «Tu sai che più tempo fa comperai la Cateruccia nostra ischiava; e da parecchi anni in qua, poi no gli ho posto le mani a dosso, s’è portata tanto male di me e di questi fanciugli, ch’è stato una cosa da nol credere, se no chi l’ha veduta… Ho sempre sofferto, perché i’ non posso castigarla… Ora da parecchi mesi in qua ha detto e dice non ci volere istare; ed è tanto la diversità sua, che niuno può con lei; e se non fossi per amore della Lesandra, t’arei detto di venderla; ma vorrei trarmi di casa prima la Lesandra, per la mala lingua ch’ell’ha…; e fa quel conto di me, che s’io fossi la schiava e ella la donna; e tutti ci minaccia di far male, en modo che la Lesandra ed io abbiàno paura di lei». Così si sfogava col figlio Filippo, esule a Napoli, Alessandra Macinghi Strozzi rimasta a Firenze con una figliuola da maritare, l’Alessandra, e un ragazzo.

■ Donna d’animo grande, la Macinghi Strozzi: il suo epistolario stupendo lo prova. Eppure con quella maledetta Cateruccia non ce la poteva. Ed era una schiava: come roba; da comprare e da vendere. Ma aveva la lingua lunga; e l’Alessandra ancora da trovar marito! La ragazza si sposò; ma la Cateruccia rimase in casa; e la gentildonna scriveva ancora quindici anni dopo a Filippo — sempre esule 1 che la schiava non era più buona a nulla. Stava in camera a filare un po’ per la padrona, ma più ad attendere alle sue faccende; e sempre si rammaricava di sentirsi male; sicché «si può dire — concludeva — ch’i’ abbia una serva e non più, al durare della fatica».
■ Questi due brani di lettere ci dicono più sulle schiave che non un trattato. Ci mostrano cioè come fossero considerate strumenti di fatica, da battersi a beneplacito dei padroni; ma come anche sapessero rifarsi della loro disgraziatissima condizione.
■ Quello degli schiavi — più femmine che maschi, generalmente — fu un vero e proprio mercato, fiorentissimo dal medioevo al secolo XVII inoltrato. Genovesi e veneziani in ispecie ne portavano a decine e centinaia di Levante, con le loro navi; ma tutti i popoli marinai non facevano niente di meno da Ancona ad Amalfi e a Pisa.
■ V’erano i mercanti importatori; v’erano i sensali; v’eran le botteghe; v’erano i notai che registravano coscienziosamente gli atti di compra e di vendita.
■ Vere e proprie compagnie commerciali, coi libri in piena regola, si dedicavano al lucroso commercio, inondando di merce l’Italia; spesso nei mercati, si tenevano pubblici incanti di schiavi; ed a San Giorgio di Rialto erano incaricati della cosa gli ufficiali sopra i dazi delle beccherie! Proprio carne da macello!
■ Ma nessuno se ne scandalizzava. Anzi nel cinquecento e nel seicento mercanti e compagnie ebbero a subire la concorrenza dei Cavalieri di Santo Stefano che, catturata qualche fusta barbaresca, non si facevano scrupolo di esitar poi la merce, anche umana che fosse.
■ Schiave si vendevano e compravano da tre mesi a quarant’anni d’età; ma le si preferivano tra i quindici e i venticinque.
■ Considerate come roba, le si barattavano o davano in affitto. Così faceva a Firenze Guido dell’Antella, che nei suoi ricordi nota candidamente i guadagni fatti col prestare le proprie schiave come balie, intascando i salarii; mentre Martino Bernardini mandava in Sicilia una Giovanna, col figlio, per averne in cambio del frumento. Qualche volta anche per risparmio di spesa, le tenevano a mezzo; come fecero sui primi del quattrocento un Tegrini ed un da Tassignano.
■ Nel patrimonio domestico queste creature erano considerate come gli animali o la roba. Nel 1427 Piero e Giachinotto de’ Bardi denunziavano al catasto «una mula per cavalcare stimata fiorini sei, e una schiava vecchia e pazza stimata fiorini trenta». Mentre nell’inventario dei beni del genovese Gerolamo Ricobono troviamo una Marta di ventiquattr’anni registrata dopo due correggie con spranghe d’argento e una collanetta d’oro; nel testamento del palermitano Pietro Busacca un’Agata, nera, tra gli animali di proprietà del testatore; e tra le cose lasciate da Antonio de Malandrino alla moglie, una schiava vecchia di nome Lucia, un mulo vecchio ed una mula vecchia. Bella eredità per la vedova!
■ Le leggi in materia si limitavano a poche disposizioni. Chiedevano che lo schiavo non fosse cristiano; almeno che non fosse cristiano di nascita, senza però andare a guardar troppo per il sottile. Tanto che non erano rari i riconoscimenti di fanciulli di padri e madri cristianissimi, già catturati da barbareschi e da turchi per passar poi in nuova schiavitù nella propria patria. E commedie e novelle ne trassero intrecci, che non eran solo di classica derivazione.
■ Chiedevano poi, le leggi, che lo schiavo venisse battezzato e cambiasse il proprio nome esotico con quello di un santo: il che era certo assai gradito ai padroni per maggiore comodità domestica.
■ Ma qualche volta i legislatori desideravano altre garanzie. Così a Roma era necessario il consenso della schiava venduta, consenso anche tacito; e in un contratto del 1561 si notava coscienziosamente che una russa era stata ceduta «hilari taciturnitate acquiescens». E sembra che a Pisa si dovesse giurare, al momento del battesimo, di non rivender la schiava comprata infedele e fatta cristiana. Ma Meladuso Baldiccione notava nei suoi Ricordi che, dopo avere aperte le porte del Paradiso ad una sua schiavetta Verdina, appena un anno dopo aveva ottenuto dall’arcivescovo di essere sciolto dal giuramento e di poterla rivendere a suo piacimento, «per tanta riezza e malvagità regnava in la detta Verdina».

■ Inoltre Firenze per una trentina d’anni (dal 1366 al 1397) impose ai padroni di presentare gli schiavi acquistati ai notai custodi della Camera degli atti del Comune, che li descrivevano in un apposito Registro per nome, per segni e per pelo, proprio come gli animali.
■ Del resto i trattatisti erano assai poco teneri con gli schiavi. Franco Sacchetti, nei suoi Sermoni Evangelici, asseriva che, pur fatto cristiano, l’infedele poteva esser venduto e rivenduto, perché non avrebbe saputo usar bene della propria libertà. D’altra parte, aggiungeva, il battesimo vuol dir poco; ché pei più è come «battezzar buoi». E Sant’Antonino sillogizzava che il battesimo non liberava dalla schiavitù; mentre più tardi il Pontano sosteneva che aver schiavi era quasi un’opera di misericordia, perché si miglioravano le condizioni di gente di barbari costumi.
■ In pieno cinquecento poi trattatisti come il Bonacossa e il Garzoni — quegli in un suo scritto De Servis, questi nella sua curiosa Piazza universale di tutte le professioni — discutevano gravemente l’argomento, con gran sfoggio di erudizione classica, e non senza scagliarsi contro la mala genia degli schiavi e dei domestici. Tra tutti — nel poema del Reggimento e dei Costumi delle Donne — portava una nota mite e caritatevole Francesco da Barberino, innalzando al livello delle altre donne anche la schiava, e consigliandola — sotto la guida dell’«Ingegnosa cautela» a servir bene i padroni per ottenere la desiderata libertà.
■ Non è a dir quindi se, rassicurata la coscienza, chi poteva si procurava almeno una schiava, più adatta alla fatica di una fantesca, e che si poteva battere, si poteva vendere, ed era spesso sicura e fedele, quanto le serve libere erano infide maligne e pettegole. Così sembra pensassero le nostre donne, ad eccezione forse della Macinghi Strozzi, tanto poco fortunata con la sua Cateruccia.
■ A Venezia ne avevano perfino i conventi; a Genova, nel quattro e nel cinquecento non c’era casa, anche modesta, che non avesse una o due schiave; e si vuole che in queste due città i ricchi mercanti si tenessero le più belle, e mandasser gli scarti nell’interno della penisola.
■ A Milano pare ce ne fossero poche; ma ne portò dieci di tutti i colori Isabella d’Aragona quando vi andò sposa a Giovan Galeazzo Sforza. Anche a Bologna le schiave erano scarse; non così in Toscana. Ché a Firenze ne tenevano tutte le più grandi famiglie a cominciare dai Medici; anche Cosimo il Vecchio, il gran Cosimo Pater Patriæ, si tenne per la casa quella Maddalena circassa che nel 1427 si era fatto comprare e mandare dai suoi fattori di Venezia.
■ In Sicilia poi se ne trovavano ovunque, anche nei monasteri.

■ Pei varii generi di schiave che si potevano trovar sul mercato ci dà preziosi ragguagli l’Alessandra Macinghi Strozzi, scrivendo al figliuolo — ch’era per ammogliarsi — di trovarsene una a modo, se gli capitava; per esempio «qualche tartera di nazione, che sono per durare fatica vantaggiate e rustiche. Le rôsse, cioè quelle di Rossia, sono più gentili di compressione e più belle; ma a mio parere, sarebbono meglio tartere. Le circasse, è forte sangue; benché tutte l’abbino, questo».
■ Le tartare venivano dalla Tana o da Caffa, le russe dalla Crimea; ma sulla fine del quattrocento, poiché mongoli e turchi cercavano d’impedire la tratta delle maomettane, diventarono rare; e furono sostituite con le serbe, le bulgare, le greche, le albanesi e le candiotte. Nel cinquecento poi cominciarono a spesseggiare le nere; e nel seicento n’ebbe una in dono dal granduca Francesco I lo scienziato e letterato Francesco Redi, mentre una del Capo-Verde scappava dalla casa di un mercante veneziano dimorante in Pisa; e nera era l’Agata già rammentata tra gli animali di Pietro Busacca. Del resto, alle Corti, le nere comparvero anche nel quattrocento: sette ne aveva nel corredo Isabella d’Aragona; e una bellissima posseduta dai Gonzaga ritraeva sorridente il Mantegna nel soffitto della Camera degli Sposi nel Castello di Mantova.

■ Non tutte però erano belle. A leggere i contratti o a scorrere il ricordato Registro fiorentino, sembrano brutte anzi che no: ulivigne, le più, e con grandi macchie di vaiuolo nel volto, e nèi, e cicatrici, per ferite fatte a scopo di riconoscimento. E nasi rincalcagnati, e labbra grosse, e occhi «suffornati!» Una presentata ai notai da Francesco Sverardi era «cum tribus butteris inter cilia supra nasone, prope frontem, cum buttero magno iuxta labium, aliquibus butteris ber faciem.» Una galanteria!
■ Un Baldovinetti, mercante fiorentino, in un suo Memoriale ancora inedito nella Nazionale di Firenze, registrando in varii tempi dello scorcio del secolo XIV, l’acquisto di tre schiave, ne disegnò anche, alla meglio, il profilo: e se la «Firatea overo Doratea tartara da Rossia, giovane di 18 anni» era poco men che deforme, discrete sembrano la tartara Domenica, di «pelle bianca», e la Veronica, pur tartara, di sedici anni. Le comprò «quasi ignude»; e la prima la pagò in tutto quarantasette fiorini d’oro, e la seconda sessanta. Le belle erano pagate molto più care. Mentre una tartara poteva avere un valore minimo di un migliaio delle nostre lire, una russa costava a Venezia, nel quattrocento, tra le dieci e le ventimila lire. Ma quella, che comprò a Palermo Bivigliano de’ Mattei, doveva essere una meraviglia, se la pagò la bellezza di ottocento fiorini d’oro: qualche cosa come trentamila lire-oro! Ma l’ebbe «cum omnibus suis corredis, assisis, guarnimentis ac ornamentis». Forse era vestita come una principessa, e non aveva certo le magagne e i vizii che avevano tante altre: specialmente il «mal caduco», la facilità ad adirarsi, e l’abitudine di alzare il gomito.
■ In casa, se piccoline, facevano le bambinaie; e Fiammetta Adimari scrivendo al rammentato Filippo Strozzi, allora suo marito, gli diceva: «Io vi voglio avvisare che quando Alfonso si spopperà, converrebbe avere una ischiavetta che lo guardassi tuttavia…».
■ Generalmente però le si adoperavano per i servigi più bassi e per le fatiche più rudi; e già abbiamo veduto come la Macinghi Strozzi facesse una distinzione tra schiave e serve; distinzione contemplata anche negli Statuti.
■ Ma sapevano rifarsi: tanto le vecchie matte come la Cateruccia, quanto le giovani e belle.
■ Una poesia trecentesca sulle Feste di San Giovanni ci descrive la città di Firenze, la mattina, quando:
Le schiavette amorose
scotevano le robe la mattina
fresche e gioiose più che fior di spina
■ E in quel tempo medesimo il poeta popolaresco Antonio Pucci malignamente rimava:
Le schiave ànno vantaggio in ciascun atto
e sopra tutte l’altre buon partito,
che s’alcuna dell’altre vuol marito
gliel convien comperar secondo ‘l patto. (la dote)
La schiava, comperata è innanzi tratto;
non à per matrimonio anello in dito,
ma ella appaga me’ suo appetito
che la sua donna (padrona), a cui da scacco matto.
V’er’ è che ‘n casa dura più fatica,
com’è mestier da sera e da mattina
ma di vantaggio sua bocca notrica.
E se talvolta fa danno in cucina
quasi non pare ch’a lei si disdica
come farebbe a una fiorentina.
■ Figurarsi poi quando una «schiavetta amorosa» si trovava con un padrone giovane e scapolo!
■ Anche il più volte ricordato Filippo Strozzi ne ebbe una, a Napoli, la quale sapeva disimpegnare le faccende domestiche così bene, che gli amici l’avevan lodata all’Alessandra; e questa poco dopo gli scriveva, non senza un po’ di malizia: «Tommaso Ginori m’ha detto… della Marina e de’ vezzi che la ti fa. E sentendo tante cose, non mi maraviglio che vogli endugiare ancora un anno, e che si vada adagio al darti donna». E un anno dopo, mandandogli degli asciugatoi, scherzava: «che Madama Marina non li mandi male!»
■ La Fiammetta Adimari, quando sposò Filippo, non dovette però esser gelosa di «Madama Marina»; la quale fu certo un modello di virtù, se il padrone la ricordò nel testamento, donandole la libertà e pregando i suoi esecutori di ricompensarla per le buone fatiche e gli ottimi portamenti.
■ Ma non sempre virtuose Marine e sagge Fiammette si trovavano a contatto; e allora erano scene. Così un bel giorno Agnolo degli Agli si sfogava in una sua lettera col famoso mercante pratese Marco Datini, di aver dovuto disfarsi di una schiava, per la gelosia che ne aveva la moglie Lucia. Così, continuava «abiamo una vecchia che piuttosto pare bertuccia che femina»; e concludeva : «E però piacciavi di dire a monna Margherita che scriva una lettera a monna Lucia; ch’ella non creda alle male lingue, e ch’ella ripigli la schiava, o almeno un’altra che non sia “nina” vecchia».

■ Del resto tra gli amici del ricco pratese le schiave avevano avuto grande importanza. Simone, fattore suo a Barcellona, sembra morisse per colpa di una schiava; mentre Bonaccorso, suo compagno in mercatura, uscendo di questa vita nel 1379, lasciava alla sorella Caterina, pinzochera di San Francesco, ben quattro fanciulle nate da schiave. E la pinzochera, coi consigli del Datini, ed a malgrado dei pettegolezzi, le faceva educare amorevolmente. E un altro suo compagno, Luca del Sera, liberava nel testamento una sua schiava Caterina e le lasciava duegento fiorini d’oro. Ma i ricordi di legati testamentarii son tanti, che non è neppure il caso di citarne qualcuno; e numerose anche le manomissioni in vita o in morte dei padroni, in riconoscimento di lunghi e buoni servigi.
■ Non tutte, però, le schiave si meritavano o denari, o roba, o libertà. Il Pucci, a quel sonetto che abbiamo riportato aggiungeva una coda, imprecando:
Uccida la contina
Que’ che ‘n Firenze prima le condusse
Ché si può dir che la città distrusse.
■ E in verità ne facevano di tutti i colori.
■ A Lucca, dovette intervenire la Signoria per far cessare gli scandali di una certa Lena, cacciandola di dove era. A Firenze una stupida, chiamata Maria, fu indotta da un Crespino a rubare le gioie della padrona con la promessa di matrimonio; ma quando, fatto il colpo, la meschina corse con duegento fiorini di bottino alla Porta al Prato dove l’aspettava Crespino, questi, preso il fagotto e messolo sotto la sella del cavallo, dette di sproni, lasciando la povera illusa nelle péste.
■ Spesso scappavano.
■ Per la fuga di una sua schiavetta Franco Sacchetti mandava nell’agosto del 1388 a Manno degli Albizzi, fattore del Datini in Pisa — ancora il Datini! — una lettera che diceva:
Lodovico Marini ti scrisse stamani come c’era istanotte fuggita una schiava, d’età di circa a venti anni, la qual è di pelo e occhi bruni, assai adatta nel busto, cioè né grassa né magra. È piccoletta, e non ha il viso molto tartaresco, ma innanzi adatto al modo di qua che no; e non parla molto scorta nostra lingua. Ha nome Margherita; ed è pochi mesi la comprai da Marco del Bellaccio, il quale dicie l’aveva avuta da Napoli da un suo amico.
■ E prosegue indicando minutamente quando, come, con quali robe, verso quale direzione fuggisse e raccomandando che sia ricercata.
E più ti priego che facci una letteruzza a Livorno, avisando che s’ella vi capitasse, ch’ella non sia levata; e a’ barcheruoli d’Arno ch’ella non andasse a Genova; o tienne quel modo che credi che ben sia intorno a ciò. E intenditene con Bartolommeo ch’è costì per Francesco di Bonaccorso glien ha scritto Lodovico; e tr’amendue mi fate questo piacere, e per vostra bontà, se la riò, potrò dire l’abbi riavuta. Sono al tuo piacere. Iddio sia tua guardia.
Franco Sacchetti, salute di Firenze.

■ Qualche volta facevano anche di peggio che rubare o scappare, ribellarsi ai padroni o ingiuriarli, nasconder gente in casa o portar fuori, di nascosto, cibi e bevande. Dei maltrattamenti si vendicavano col veleno, quando il «risalgallo» o l’«ariento sublimato» non erano adoperati allo scopo di sbarazzarsi di un padrone danaroso o di una padrona gelosa.
■ Ma allora le pene erano terribili. Non la carcere a beneplacito dei proprietarii, per «correggere» le ribelli, come stabiliscono gli Statuti fiorentini del 1415; non le battiture o la bollatura a fuoco per le fuggiasche o le ladre; non il taglio della mano a quelle che non potevano pagare le multe inflitte dal magistrato; ma la tortura e l’estremo strazio o supplizio anche se il veleno non aveva fatto il suo effetto.

■ A Venezia, nello scorcio del secolo XII, una Margherita, accusata di aver propinato alla padrona cose tali da farla ammalare, vien condannata a perdere il naso e il labbro, ad esser bollata e frustata. Un secolo dopo Bona, schiava di ser Niccolò Baolo, è trascinata a coda di cavallo ed arsa per aver avvelenato il padrone che l’aveva percossa. A Firenze, nel quattrocento, Lucia schiava di Zanoli Girolami è attanagliata sul carro, per le vie della città e poi data alle fiamme, per avere avvelenato la padrona.
■ Gravi pene, ma per grandi delitti; sì che ci sembra in verità sproporzionata al furto di trentaquattro ducati la condanna ad esser bruciata viva subita a Venezia nel 1318 da una Marina originaria dell’Istria.
■ Generalmente però, anche se i documenti ci parlano di ferri da ferrare schiavi e di battiture — vedemmo già che la Macinghi Strozzi si pentiva di non aver messo le mani addosso alla Cateruccia — le schiave non dovevano esser maltrattate D’altra parte era merce che costava, e meritava tenerne di conto.
■ Delle serve vere e proprie — le famulæ degli Statuti — i documenti ci parlano più di rado; ma ce ne parlano poeti, novellieri e commediografi.
■ I trattatisti cinquecenteschi sentenziavano che la serva doveva essere fedele, brutta e burbera: per la sicurezza e la tranquillità della casa, naturalmente; mentre Nicolò Martelli, nel «Canto carnascialesco delle Fante», faceva dire a gente mascherata da mezzani di domestiche:
Noi siam quei, ch’acconciàm, Donne, le Fante,
E queste qui s’acconcian tutte quante.
Le son di più età, come vedete,
E ciascheduna è buona
A far servigi assai di sua persona…
Questa ch’è poi fanciulla a maritare
Per camera terrete;
E la dote in cinqu’anni le darete…
Quest’altra, ch’è un po’ più attempatella,
E sa che cosa è il mondo;
Se vi piace farem numero tondo;
Sette lire e una camicetta:
Perch’è polita e netta
Fa ogni cosa presto in uno istante
Da governare un signor non che un Fante.
■ Quanto poetava il Martelli, corrispondeva alla realtà delle cose. Ché frequenti erano le prestazioni di servizio a tempo, in cambio di una dote.
■ Nel 1480 un antenato di Galileo, Giovanni Galilei, dichiarava nella denunzia dei beni di avere in casa una fanciulla per serva, e di doverla maritare dandogli «sessanta lire e una cioffa monachina ed una gamurra verde per sua dote» come da regolare contratto notarile. Il Firenzuola poi, ci narra in una sua novella che Cecco Antonio Fornari di Tivoli cercava una «fanciulletta di quattordici in quindici anni, per tenerla a’ servigi di casa, e maritarla poi in capo ad un tempo, come s’usa ancora in Roma»; un caso identico ricorda il Grazzini in una delle Cene. Così dunque i padroni si assicuravano un lungo servizio con la speranza del premio. Del resto i contratti, sempre fatti per mano di notaro, erano generalmente favorevoli ai padroni.
■ Ad esempio, Lorenzo Goteschi segnava nei suoi Ricordi, all’anno 1516, di aver tolto per serva una ragazza di Piteglio. «Et debbogli dare — specificava — in detto tempo di dieci anni, lire sessanta di fiorini piccioli, con questo che se la detta Lena si partisse da me sanza mia licentia per alcun tempo innanzi di detti dieci anni, che io non sia obbligato a dargli nulla».
■ Era quindi, questa, una specie di schiavitù temporanea, dalla quale però le ragazze cercavano qualche volta di liberarsi, fosse pure col sacrificio della dote, come accadde a mezzo il quattrocento a Niccolò Bartolini Salimbeni. Presa per amor di Dio una figliuolina di otto anni col patto di dotarla dopo undici di servizio, se la vide andar via dopo sette soltanto. Ma la figliuolina inesperta era diventata intanto una ragazzina già pratica delle faccende domestiche; e rinunziò volentieri alla dote futura per un buon salario immediato. Cose, come si vede, di tutti i tempi.

■ Qualche volta però i padroni cercavano di tutelarsi ferocemente. Un tal Liperio, fiorentino, dimorante a Trieste alla fine del duegento, prese per un anno, in qualità di mamola, una friulana; e la fece obbligare a servirlo bene e legalmente per un anno, senza rubare, frodare, né fare all’amore; altrimenti il padrone avrebbe potuto spogliarla fino alla camicia, e in camicia cacciarla di casa, senza darle nulla né pel salario dovuto né per le vesti sequestrate.
■ Condizioni in verità un po’ dure, per un salario di trentacinque lire l’anno!
■ Ma il computo dei salari, per la variabilità del valore monetario, è un po’ difficile a farsi, oggi.
■ Nel Veneto, durante il cinquecento, un’ancella aveva tre ducati l’anno; una serva un ducato soltanto. A Genova, alla fine del quattrocento, il notaio Antonio Gallo dava alla Brandina meno di una lira — ma una lira di quei tempi — al mese. Mentre gli Statuti fiorentini stabilivano, come salario annuale, trentasei lire per una serva; ma ben dieci fiorini per una cameriera e quindici per una balia in casa: salari abbastanza alti, se si considera il fiorino fiorentino in rapporto con la nostra lira.
■ Come abbiamo veduto, i burloni del Canto Carnascialesco chiedevano per una serva esperta sette lire ed una camicetta; ma non sappiamo quanto chiedessero per le altre, buone a qualsiasi ufficio, come le fantesche delle commedie e delle novelle.
■ Tra tutte, quelle di Anton Francesco Grazzini ci offrono un bel florilegio servile. Ecco l’Orsola giovine e belloccia, e la Veronica che si finge stupida, e Crezia ammalizzita, prestar mano alle tresche delle padrone. Ecco la vecchia Agnese piena d’acciacchi e la Gemma brontolona a tu per tu con qualche sguaiato ragazzaccio di casa. E la Lucia, tutta spocchia, che va a far la spesa con una grande sporta e risponde malamente ai vagheggini; e la Verdiana ciacciona e maldicente che canzona la Clemenza, buona e affezionata ai padroni; e la Chiara, pettegola, ma svelta e avveduta, per quanto un tantino sboccata; e la Dianora, intrigante e maliziosa, tutta esclamazioni di finta meraviglia, e che tra padrone e padrona tien per quest’ultima, perché più capace di menar le mani.
■ Ma a questi tipi delle commedie, tipi che saltan su vivacissimi dal dialogo, ecco aggiungersi la gustosa macchietta della Sandra nella notissima novella di Salvestro Bisdruini: «Ella era di Casentino, e come voi sapete, ne’ ventidue anni, bassa, ma grossa della persona e compressa e alquanto brunetta: le carni aveva fresche e sode, ma nel viso colorita e accesa: gli occhi erano grossi, e piuttosto che no lagrimosi e in fuori, di maniera che pareva che schizzar le volessero dalla testa, e che gittassero fuoco».
■ Come le casentinesi a Firenze, a Venezia erano ricercate le friulane. Una, portatavi da un tal Robortello di Udine, sul primo, come spaesata, non ci voleva stare; ma poi si adattò tanto alla vita veneziana, che il padrone dovette licenziarla perché s’era anche troppo sfranchita. La Sandra, invece, almeno a dir del Grazzini, trovò presto marito: un tracagnotto come lei, lavoratore a San Martino alla Palma; e probabilmente mise al mondo un branco di figliuoli.
■ Commedie e novelle, se ci rivelano i difetti delle serve e delle padrone i mostrano anche come tra queste fosse non poche volte una certa intimità.
■ Ben altrimenti consigliava due secoli innanzi, nel trecento, il decimo dei dodici comandamenti che «dee dire la madre alla figliuola quando la manda a marito». «Che tu non sia — cioè — troppa domestica colla tua famiglia né troppo inchinevole, spezialmente a quelle persone che ti dovrebbono servire, o donzello o serviziale che sia, servo o serva: però che troppa dimestichezza importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loro altiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia in verso la madonna; onde volgarmente dice la gente: la serva signoreggia se la madonna folleggia.»

■ Erano i tempi aurei per le «madonne»; mentre Francesco da Barberino, nel suo poema, ponendo le cameriere sotto la tutela della Fede e le serviziali della Lealtà, consigliava alle prime di non far pettegolezzi e di non riferire cose e parole delle padrone; alle seconde di guardarsi dai sergenti e di non portar via roba di casa; ma alle padrone consigliava altresì di trattar bene la famiglia e di non batterla, anzi di ascoltar pure i consigli dei vecchi e fidi servitori pel miglior governo della casa. Ancora dunque, una specie d’Arcadia.
■ Nei primi decenni del cinquecento, invece, Isabella Sacchetti Guicciardini scriveva al marito commissario ad Arezzo: «Duolmi abbiate tante brighe co’ servidori… Bisogna alle volte sopportare qualche cosa… Siamo tutti pieni di difetti: bisogna sopportarsi l’un l’altro, tanto che ci morrèmo».
■ Ma pazienza doveva averne ben poca Michelangiolo, che nell’agosto del 1550 scriveva rudemente da Roma al nipote Lionardo: «Se mi trovassi una serva che fussi buona e netta, benché sia difficile, perché son tutte sregolate… avisami: io do dieci juli il mese; vivo poveramente, ma io pago bene».
■ Con questa bella opinione delle serve, al Buonarroti ci sarebbe voluto una santa. Ma anche le sante, che guaio!
■ Almeno due ne registra il calendario: Santa Verdiana di Castelfiorentino e Santa Zita lucchese. Ma anche sante, dovettero forse fare esercitare ai loro padroni quella pazienza che consigliava al marito la Sacchetti Guicciardini.
■ Santa Verdiana, durante una carestia, per amor di Dio, vuotò a poco a poco un’arca piena di fave già vendute dal padrone; che non è a dire come rimanesse, quando arrivò col mercante che aveva già sborsato il denaro.È vero che per miracolo l’arca si riempì durante la notte, che la santa passò tutta quanta in orazione; ma l’arrabbiatura c’era stata; e forse forse il padrone non vide con rincrescimento la portentosa domestica chiudersi finalmente in un romitorio.
■ E d’altra parte i Fatinelli di Lucca, per quanto l’ottima Zita li servisse mirabilmente, persuasa così di servir meglio Dio, dovevano esser non poco imbarazzati di averla di continuo in estasi e rapimenti, o di trovarla a fare il pane aiutata dagli angeli, scesi giù a riparare alla dimenticanza della buona serva, tutta assorta in preghiera nella chiesa di San Frediano. Almeno però queste sante non avevano quella passione che già allora dominava schiave e libere ancelle: la passione del lusso.
■ A Siena, nel duegento, le servette trascinavano per istrada delle code lunghe più di mezzo braccio; ed un secolo dopo, a Lucca, le schiave portavan certo veli e mantelli, se le leggi li proibivano loro espressamente. A Firenze, poi, statuti e leggi suntuarie cercavano di impedire il lusso ancillare; ma certo con magro resultato, se gli ordinamenti si rinnovavano quasi di trenta in trent’anni.
■ Niente cappucci e cappelline, specialmente se ricamati; niente vestiti aperti o che tocchino terra; niente bottoni d’argento o dorati. E le pene eran gravi per chi trasgrediva. Una multa di quattro lire minacciava la legge suntuaria del 1355; e quella serva che non la pagava entro quindici giorni era «scopata a nuda carne per la cittade dalle Stinche infino a Mercato Nuovo, e d’intorno ad esso Mercato Nuovo». Più tardi rimase la multa; ma fu abolita la scopatura.
■ A Genova, invece, anche in pieno cinquecento si promettevano venticinque «patte» sulla scalinata di San Lorenzo a quella serva che avesse osato portare una delle molte cose seguenti: stoffe di seta e tele di Fiandra; faldiglie e maniche larghe, o visibili quelle della camicia; scollature e strascichi; ori ed argenti, tranne un «chiavacuore» coi coltellini, agoraio e il cordone per le chiavi; e in capo rete, «cavelli morti», o pettinatura «a canestrello». V’è da giurare che «patte» se ne dessero molte sulla scalinata di San Lorenzo.
■ Del resto non ci può meravigliare anche allora il lusso nelle servette giovani e belle, quando vediamo un modesto calderaio fiorentino, Bartolommeo Masi, notare nelle sue Ricordanze che la vecchia Monna Ginevra — come doveva trattarla con riguardo! — in meno di due anni aveva speso tre fiorini per farsi una cioffa di perpignano nera ed una di panno monachino, per ridursi d’una cioffa nera una gamurra, e per racconciarsi un’altra gamurra di color tané. E ne aveva anche una azzurra. E quasi tre fiorini, Monna Ginevra li spese in panno lino per camicie.
■ Ma se a Firenze la serva di un artiere si prendeva il titolo di «Monna», a Venezia le ancelle si dovevano trattar da signore, a giudicare almeno da una stampa cinquecentesca, che rappresenta una domestica col ventaglio nella mano sinistra ed il fazzoletto nella destra: proprio una signora che non abbia niente da fare.

■ Del resto l’importanza del «femminino servile» andava lentamente aumentando.
■ Alla fine del seicento, a Bologna, una tal Rosa, turca, presa all’assedio di Budapest e donata a Cristina Paleotti, fece girar la testa a mezza gioventù felsinea, a cominciare dai tre padroncini; e si sospettò perfino che uno di questi tentasse di avvelenare con della cioccolata un cavaliere del quale era geloso.
■ Meno di cent’anni dopo Giacomo Casanova chiudeva l’interrotto racconto delle sue avventure dicendo di una nera, serva di una dama corteggiata dal geniale mariuolo. La qual nera si meravigliò un giorno con lui come potesse essere innamorato della padrona, che era «bianca come un diavolo».
■ Ma allora Pietro Longhi, rappresentando nelle sue gustose scene di genere cameriere e servette, non di rado le faceva più graziose delle dame;… e Carlo Goldoni immortalava Colombina.”


