Torri di latta e serpi spinosi

Da La donna, Anno XII – N. 274 – 20 maggio 1916

“La lavorazione delle lamiere di latta, sorta come semplice reparto annesso alle fabbriche di conserve, con lo scopo di produrre i recipienti occorrenti alla fabbrica stessa, si costituì poi man mano in stabilimenti distinti e specializzati, destinati esclusivamente alla fabbricazione delle scatole prima occorrenti all’industria locale c poi in seguito ad altre industrie e per prodotti anche diversi dalle conserve. Sampierdarena conta ben 14 fabbriche del genere, con 1500 operai, dei quali circa 900 sono donne; Torino, Milano, Napoli, ecc. contano fabbriche per la lavorazione della latta, per scatole di conserve alimentari, scatole per sigarette italiane e straniere, cartelli réclame, scatole per dolci e cioccolato, prodotti farmaceutici e via dicendo.
Moltissimi, fra questi stabilimenti, si sono oggi dedicati alle forniture militari, particolarmente di bicchieri e di gavette. Tanto che, se si facesse un esperimento….. e si mettessero l’una sopra l’altra le gavette, per un milione di gavette si farebbe una torre alta duecento metri e con 10 metri di base quadrata, cioè più alta della Mole Antonelliana, che misura soli 167 metri e 50 centimetri !
E con le stesse gavette, si farebbe una piramide di base quadra, larga 50 metri e alta 40. Altro che Faraoni d’Egitto!

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Macchine tessitrici.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

La lavorazione della latta è qualcosa di eccezionalmente curioso e interessante.
I fogli di latta vengono tagliati nelle forme desiderate per le scatole, cartelli, ecc., e poi vengono passati al reparto litografico. Se si usassero le macchine comuni della litografia, data la rigidità del foglio di latta, per quanta pressione venga prodotta su di esso, non si riuscirebbe ad imprimere nettamente i tratti del disegno, ma esso risulterebbe a false tinte e incompleto. Tali inconvenienti vengono appunto rimossi, introducendo un cilindro intermediario rivestito di un foglio di caucciù, il quale è destinato a rilevare il disegno dalla pietra litografica per portarlo ed imprimerlo dolcemente e completamente sulla latta.
Molte volte il foglio di latta deve avere un fondo colorato uniformemente prima della litografatura; e questo colore è distribuito da due cilindri e quindi viene essiccato a caldo. Per alcune scatole, oltre alla litografia, sono richieste parole o fregi in rilievo, ed a questo scopo i fogli vengono sottoposti all’azione di potenti bilancieri o presse, muniti di stampi di acciaio temprato col disegno voluto. Vi sono poi macchine per variegare, spruzzare, dorare e bronzare.
I fondi dei coperchi sono lavorati da ingegnose macchine speciali. Altre macchine tagliano i fogli litografati, piegano i bordi, saldano eventualmente i fondi.
Per le conserve alimentari, si lavorano le scatole secondo i prodotti che debbono confezionarsi. Ed è interessante sapere i mesi di lavorazione dei principali prodotti:
PISELLI: aprile-maggio;
CILIEGIE: maggio-giugno;
PESCHE, ALBICOCCHE, PRUGNE: agosto, settembre, ottobre;
POMODORO: agosto-settembre;
FUNGHI: dicembre, ottobre, novembre.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Il filo in matasse per la lavorazione.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Quanto più la materia è di facile deterioramento tanto più si deve intensificare la produzione dei recipienti e la confezione in scatole.
Le scatole per l’olio sono invece ancora più variabili nella forma, nelle dimensioni, nelle diciture, e dipendono essenzialmente dalle ordinazioni avute dal grossista.
Un’ altra industria, eccezionalmente interessante e preziosissima oggi per la preparazione bellica, è quella dei radiatori.
Il radiatore è un apparecchio, necessario nei motori a scoppio, per raffreddare le pareti dei cilindri e delle valvole, che altrimenti dopo pochi giri del motore si porterebbero ad un grado di riscaldamento non compatibile col buon funzionamento del motore stesso. Nel radiatore una quantità piccola d’acqua può venire in contatto con una grandissima superficie metallica radiante. Per esprimersi volgarmente, il radiatore è la parte anteriore delle automobili, che si presenta di fronte a chi guarda come un quadrato o con altre forme geometriche, ricoperto di una parete a rete a quadrettini bucherellati.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Macchina tessitrice.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Questa rete apparente non è che il risultato della saldatura, l’uno vicino all’altro, di circa 6000 tubetti quadri, che formano così il radiatore a nido d’api (nid d’abeilles), che offre una grande superficie di raffreddamento, circa 20 mq. di superficie per 6 litri d’acqua di cui è capace il radiatore.
Una volta, la costruzione dei radiatori era fatta negli stabilimenti di automobili, ma oggi è divenuta un’importante industria a parte, in causa del grande numero di macchine che si costruiscono; gli operai e le operaie di essa sono molto rari e ricercati.
Ho detto le operaie, perché il paziente lavoro di saldatura a fiamma ossidrica dei 6000 tubetti per ogni radiatore è proprio fatto dalle donne. Credo che vi siano poche industrie i cui procedimenti siano così curiosi ed interessanti come quelli della fabbricazione dei radiatori, la cui moltiplicità di elementi e il cui adattamento individuale richiedono una particolare maestria. Ed in questi lavori di pazienza, di agilità e di prestezza leggera e pronta, le operaie sì sono rivelate preziosissime cooperatrici del lavoro maschile, anzi le sole capaci di perfettamente eseguire tale mansione.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Telai.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

Ma l’abilità femminile non si ferma qui. Altre industrie hanno applicato l’opera della donna alle loro lavorazioni: e ricorderò qui due forme interessanti d’industria, le reti metalliche e i fili spinosi.
I telai meccanici erano, una volta, destinati a tessere il lino, il cotone, la canapa e la lana. Nel piano di Pisa, in quello di Torino, in Lombardia, nel Veneto, nell’Italia Centrale e Meridionale e Insulare, dovunque insomma si poteva, la donna impiantava il suo telaio domestico e lavorava, non solo per sé, pel suo corredo e per la famiglia, ma ancora per i mercanti, che passavano periodicamente a comperare i teli fabbricati.
Poi l’industria creò gli stabilimenti coi telai meccanici; e venne la trafilatura, a trafilare anche il metallo, rendendolo sotto forma di filo, grosso, sottile, magari capillare a volontà; così il telaio fu adattato a tessere anche il filo metallico.
Ma la donna rimase l’operaia, e noi la ritroviamo accanto ai telai meccanici, a lavorare, con la spola a mano, le tele di zinco o di rame o di ottone, dai disegni ampi e facili alle trame veramente meravigliose, finissime, microscopiche, destinate alla fabbricazione della carta o alla crivellatura della polvere da sparo o di prodotti chimici.
E non basta.

“La donna nell’industria delle reti metalliche. Bobine avvolgitrici.
(Stabilimento Antoniazzi – Torino).”

I soldati fanno, al fronte, i cavalli di frisia, piantano i reticolati a difesa delle trincee, e stendono centinaia di chilometri di filo spinoso, irto di aculei.
Ma questo serto è fabbricato dalla donna. Sono le donne, nei pacifici e lontani stabilimenti che accudiscono alla torcitura dei fili zincati e alla creazione di quei rami di spine artificiali, che, tesi di fronte al nemico, difenderanno le moderne trincee dagli assalti disperati di quegli eserciti assediati e sicuri della finale sconfitta. Il dente, la spina, che il lavoro femminile ha incastrato di palmo in palmo, fra i fili che s’intrecciano, è li pronto ad offendere e a difendere i nostri valorosi soldati.
E la storia si ripete. Noi ci meravigliamo della donna balcanica, che segue, come le serbe o le montenegrine o le albanesi, il marito o il padre o il fratello al campo, e lo fornisce di cibo, di armi, di cartucce? Ma che fanno le donne nostre? In questa guerra moderna, modernamente forniscono i loro uomini delle armi e delle vettovaglie, e con un paziente lavoro industriale, elaborano i possenti mezzi di offesa e di difesa per i loro uomini, là sul campo, difensori della Patria.
Avv. P. C. Rinaudo.”