I mutilati nella Grande Guerra

Oggi in una società in cui menomazioni gravi come quelle subite dai soldati impiegati in un conflitto fanno pensare a immediate esenzioni da lavori più o meno pesanti, a sussidi economici, a posti di lavoro d’ufficio o di poca fatica, è difficile immaginare un’epoca in cui una persona per esempio priva di un braccio si pensava principalmente a come farle fare l’operaio o il contadino. Nel XIX secolo la fisioterapia, non solo per i mutilati, e soprattutto per chi poteva permettersi trattamenti e assistenza medica specializzata, consisteva in movimenti tipici delle attività lavorative dell’epoca, scavare, martellare, segare, sollevare, piallare. L’assistenzialismo aveva uno spazio minimo, il concetto di “restare fermi” nell’Europa fluida che continuamente si incendiava di conflitti era un estremo inconcepibile. E durante la “grande conflagrazione europea”, sulle pubblicazioni specialistiche e divulgative, il problema dei soldati che tornavano mutilati si pose progressivamente in luce sia per l’aspetto medico ma soprattutto per quanto riguarda il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro.
Qui di seguito la trascrizione di alcuni articoli del tempo comparsi sulla rivista Scienza per Tutti che mostrano come veniva trattato all’epoca il tema e la sua evoluzione. Da un interesse medico si assiste allo spostarsi sempre più verso la necessità di fronteggiare il numero di mutilati che tornavano dal fronte.

Problemi dell’oggi e del domani
Arti per mutilati

L. T.
15 Maggio 1916
La grande quantità di mutilati che la guerra europea rimanda dai campi di battaglia alle battaglie della vita – non meno tragiche, e tanto più difficili per gli sventurati che non possono disporre interamente di se stessi – ha intensificato la ricerca di mezzi per diminuire almeno l’incapacità fisica dei mutilati stessi con la sostituzione agli arti naturali perduti di arti meccanici che ne adempiano, almeno in parte, le funzioni.

Molto conosciute, e da tempo, sono le gambe di gomma; ma le estremità inferiori, destinate al semplice lavoro di sostegno e di locomozione, non presentano che due giunture essenziali e necessarie: quella della coscia e del tronco e quella del ginocchio alla coscia. La prima è comandata, nel suo movimento, quasi sempre dal moncherino rimasto; la seconda non deve effettuare, pur essa, che un solo e semplice movimento.

Come possono agire i mutilati muniti di arti artificiali.


Per le braccia e le mani, ben diversi sono i problemi che l’ortopedico deve studiare. Ma si è ciononostante arrivati a risolverli con indubbia genialità di esecuzione e con altrettante soddisfacimento di uso da parte dei feriti francesi che li stanno ora sperimentando.
Sono o di gomma o di cuoio: lavorati e coloriti in modo da non sfigurare troppo. Cavi e di lunghezza variabile, si fissano bene al moncherino. La cavità interna serve poi allo scopo principale della mobilità, e cioè del funzionamento normale; funzionamento dovuto ad una serie di perni rappresentanti le giunture, ad una serie di tiranti rappresentanti i nervi. Questi ultimi, formati da fili di pelle o di metallo, escono dall’apparecchio e si congiungono a cinghie avvolte in varia guisa attorno e lungo le spalle, sotto le ascelle, attorno all’alto torace in prossimità del collo e ricevono da tale sistema impulsi motori che il mutilato ben presto impara ad esercitare, abituandovisi facilmente.
Tre fili, o nervi, sono usati per ora, anche allo scopo di non complicare troppo il congegno: uno aziona il gomito, altro il polso, altro le dita. Il primo agisce per una leggera spinta in avanti del moncherino: tirando una leva che fa girare il perno del gomito, fa piegare il braccio. Il secondo agisce anch’esso per tensione, ma facendo girare per oltre un quadrante la rotella dentata del polso (che ha l’asse verticale, quando il braccio è orizzontale), permette di volgere il palmo della mano dal lato voluto. Il terzo, sempre per tensione, ma a due tempi, prima traendo un po’ indietro la spalla, fa piegare la mano attorno al polso; abbassando la spala, si piegano le prime giunture delle dita; con un abbassamento ulteriore della spalla, e quindi con una maggior tensione del nervo, si piegano anche le seconde giunture.
Naturalmente, tutte le dita si piegano assieme, e le terze giunture, più vicine alle loro estremità, come pure tutte quelle del pollice, non sono comandabili: tuttavia, hanno anch’esse dei perni, di guisa che, volendo, si possono piegare nell’uno o nell’altro senso, servendosi della mano… ancora sana, e senza che le nuove posizioni scompaiano od inceppino la funzione dei fili. Queste nuove posizioni sono le sole <>, perché le altre, quelle comandate, durano soltanto finché lo sforzo dell’individuo si protrae, come del resto avviene pei nervi… naturali. Appena lo sforzo cessa, le molle, o tiranti, riportano i meccanismi in istato di riposo. Il quale è poi disposto in modo da offrire al mutilato il massimo di comodità per le ordinarie operazioni che deve compiere.
Le nostre illustrazioni mostrano lo schema interno del meccanismo: in A e B è il sistema delle cinghie di comando, visto dal lato posteriore (A) ed anteriore (B) del tronco; in C è il perno del gomito, la cui leva si vede ingrandita e dettagliata in D; in E è il congegno del polso, che continua in minor scala in F, ove si accenna col punteggiato la posizione delle dita durante la tensione dei fili.
Quanto alle applicazioni – oltre all’abbottonatura delle scarpe ed al gesto di portare un bicchiere alla bocca, che il congegno permette al mutilato come mostrano le nostre illustrazioni – basta sapere che la valigia sostenuta da uno degl’individui in esse raffigurati, pesa circa quindici chilogrammi.

Problemi dell’oggi e del domani
La gamba artificiale

Raineri Beretta
15 Maggio 1916
La costruzione degli apparecchi per i mutilati degli arti inferiori non è più oggi una grande preoccupazione peri meccanici-ortopedici, mentre è sempre grande preoccupazione del mutilato la scelta di chi sappia munirlo di un apparecchio che risponda ai suoi desideri, si adatti in modo perfetto al suo moncherino ed anche sia di prezzo non esorbitante.
I sistemi sono press’a poco uguali fra di loro: la differenza sta nel modo di presentarli da parte del costruttore.
Accennerò ad alcuni metodi di costruzione.
Come modello di base prenderò quello della fig. 1 per gli amputati di gamba sotto il ginocchi. Il piede, di legno nelle parti a, a’, a” con suola di feltro plastico b, è articolato alla punta c a mezzo di una cerniera, che unisce le due parti, ed una mollettina; d è una placchetta metallica fissa in a che copre in parte il pezzo a” di legno dove si articola; e sono le due aste laterali di acciaio che uniscono a” ed a per mezzo del bullone f che entra in una guida di cuoio o di ottone fissata nel piede a; g è una molla di gomma. Il piede si articola, camminando, per la cerniera del malleolo, ed il movimento è elastico grazie alla molla di gomma del tallone (g).

“Figg. 1 e 2.”

Altra molla può essere collocata sul davanti in d per dare maggiore elasticità.
La parte h che costituisce il polpaccio, e che contiene il moncherino, è di cuoio forte; ed un cerchietto di acciaio i che unisce le due aste laterali e ne aumenta la solidità e la stabilità. La parte superiore, che abbraccia la coscia e serve a fissare l’arto, è di cuoio con due aste ai lati l che si uniscono ad e per mezzo della cerniera m.
Per gli amputati di coscia la differenza sta nella parte superiore (fig. 2). L’asta n ha un catenaccio o, che serve a fissarla in e perché resti rigida camminando; il cuoio p è intero e vi è in q, nell’asta n, l’articolazione del fianco; infine, r è la cintura.

“Figg. 3, 4 e 5.”
“Figg. 6, 7 e 8.”

Oltre al piede accennato, che è il più semplice ed il più usato, ve ne sono molti altri; farò cenno dei principali.
La fig. 3 rappresenta un piede interamente di feltro con tallone di gomma: è molto adoperato perché semplice, leggero, elastico e per nulla rumoroso. La fig. 4 mostra un piede con ghiera A di metallo, guida b del bullone; I e II sono i due pezzi di gomma per la molla.
Vi sono anche piedi di cuoio la cui solidità è naturalmente dubbia.
Nella fig. 5, su una forma di legno B è il piede di gomma spugna A nel quale è incastrata una molla a cuscinetto che rende sicura e stabile la gomma stessa. Questo è un po’ pesante ma molto utile in compenso.
Vi è pure un tipo costituito dal piede e dal malleolo in legno, uniti assieme da un cuscinetto di gomma; tale sistema è ottimo consentendo anche i movimenti laterali del piede, oltre quelli, più comuni, in avanti e indietro.

“Figg. 9 e 10.”
“Figg. 11 e 12.”

Le articolazioni del ginocchio per gli apparecchi di cui a fig. 1, fatte con cerniere ad aste semplici (fig. 6) oppure con cerniere incastrate o fresate (figg. 7 e 8), devono essere costruite in acciaio dolce del migliore, che è ancora l’unico metallo che bene si presta allo scopo, essendo facilmente lavorabile, forte, leggero e di durata. Naturalmente, per essere tale, il meccanico-ortopedico che lo lavora deve conoscere quale è il miglior trattamento, dove è che bisogna lasciarlo robusto e quali sono i punti che, non richiedendo uno sforzo soverchio, od anche non richiedendo sforzo, devono essere resi leggeri o leggerissimi (figura 10). Solo così si potrà ottenere un apparecchio di una leggerezza considerevole; e ciò vale pure per il piede e per i cuoi.

“Figg. 13, 14, 15 e 16.”

Negli apparecchi di coscia, l’asta esterna porta un catenaccio come mostra la fig. 2, il cui sistema di costruzione può essere dei più varî (figure 9, 11 e 12); lo scopo è di tener fisse le due aste nella posizione eretta camminando, e con una semplice manovra poterle piegare sedendo.
In luogo del cuoio (figg. 13, 14, 15, 16) si può adoperare anche la fibra vulcanizzata, ora che si sa come lavorarla bene, la quale aumenta la stabilità e riduce il peso. Raramente si usa il celluloide. Questi sono i tipi più correnti.

“Fig. 17.”

Se ne fabbricano anche in legno, ricoperti di cuoio e poi smaltati. Servono ottimamente, specie per gli amputati di coscia; l’articolazione del ginocchio è senza catenaccio, e funziona a trazione elastica o più sicuramente con molle spingenti. La figura 17 ne mostra chiaramente il sistema: la molla posteriore del polpaccio, spingendo il perno sovrastante della coscia, obbliga l’apparecchio a ritornare diritto sotto la leggera flessione impressa dal corpo camminando, mentre in posizione seduta lo fa piegare completamente (figure 18, 19, 20).

“Figg. 18, 19 e 20.”

Concludendo, una gamba artificiale deve essere costruita, oltre che con ogni esattezza di misura per lunghezza e adattamento, con un meccanismo semplice e funzionante in modo perfetto. Il meccanico-ortopedico costruttore deve conoscere la varietà dei modelli per poter rispondere alle moderne giuste esigenze degli amputati; deve essere coscienzioso e munirli di un apparecchio col quale possano camminare con la massima e più naturale speditezza.
Anche agli amputati sopra ginocchio, con gli odierni arti artificiali che permettono di articolare pure il ginocchio camminando, sarà dato di marciare come chi ha gli arti naturali. Leggerezza e solidità sono le doti non mai sufficientemente raccomandate, e solo con una gamba artificiale leggera ma solida gli amputati potranno non stancarsi e rendere irriconoscibile la mancanza dell’arto naturale.

L’utilizzazione dei moncherini
15 Luglio 1916
La sensibilità dei tronconi d’arto amputato non ha il medesimo valore che si riscontra nelle rimanenti parti del corpo del soggetto: è una sensibilità ridotta, indebolita, inferiore a quella normale. Inoltre, le fibre muscolari subiscono, per l’atto operatorio, modificazioni che cooperano con la predetta riduzione di sensibilità per ingenerare l’inconveniente di una falsa percezione delle sensazioni. I centri nervosi, rimanendo in meno diretto contatto con le connessioni anatomiche normali, non rispondono più con esattezza.
Premesso ciò, convien dire che tali errori di localizzazione si possono correggere: il troncone può essere sensitivamente educato, riadattato, a mezzo di esercizi opportunamente regolati. L’amputato aziona, col suo moncone, un ciclo ergometrico superando resistenze a mano a mano sempre più forti. L’intelligenza e l’attenzione lo aiutano nel fargli valutare tali variazioni. Con un piccolo dinamometro a pressione si può riconoscere così che il moncone reagisce diversamente a seconda della posizione in cui lo si stimola.
Le ricerche a questo proposito sono di uno scienziato francese che portato così un nuovo colpo all’illusione dell’«arto mancante»: la sensibilità del troncone lo dimostra tuttora vivo se pure troncato e capace di riadattarsi alla esatta trasmissione delle sensazioni.

Rieducazione dei mutilati in guerra
I. Gitta-Boni
1 Agosto 1916
Un ben grave problema si è imposto alla scienza ed alla coscienza degli uomini quando si presentò la necessità di pensare al lavoro dei mutilati in guerra, cioè delle onorate vittime del conflitto più spaventoso che mai abbia abbeverato i campi del lavoro col sangue dei loro lavoratori – necessità che ha turbato gli spiriti e stimolato gli ingegni ormai nell’intera Europa.

“Braccio da lavoro (prof. Amar) applicato ad un falegname amputato del braccio destro.”

Posto il problema, come ne fu iniziato lo studio?
Generalmente, inspirandosi all’esempio, piuttosto vecchio, dei paesi scandinavi che qui ora accenniamo. In Danimarca, Svezia e Norvegia vi sono opere di assistenza ai mutilati; opere delle quali la più antica (1872) è quella di Copenhagen dovuta ad iniziativa del pastore Hans Knudsen. Venti anni dopo sorsero quelle di Stoccolma e di Cristania; ma e queste e quella sorsero dal principio di prestare assistenza ai mutilati. Più che altro, tale principio rappresenta un soccorso della beneficenza. Vuoi per difetto di basi scientifiche, vuoi per insensibilità alle questioni sociali, manca il concetto, manca pure qualsiasi tentativo, di rieducazione professionale delle vittime delle guerre che insanguinarono l’Europa e l’America dal 1854 al 1871.

“Braccio meccanico (prof. Amar) applicato ad un amputato dattilografo.”

Ora, è proprio su questo concetto di rieducazione professionale, come ormai è abbastanza conosciuto, che nell’attuale svolgimento della guerra si è impostata la risoluzione del problema. Così dicasi per tutte le nazioni belligeranti, le quali tutte vedono i loro scienziati intenti alla ricerca delle soluzioni migliori ed alla costruzione dei più adatti apparecchi. La civiltà attuale dunque – sia quale si voglia il concetto che ne possono suggerire gli spettacoli attuali di carneficina umana – ha portato questo: che invece di soccorrere i mutilati, bisogna organizzarne il lavoro in modo che a ciascuno di essi sia riservato un posto, nella macchina sociale, dal quale possa coadiuvare il funzionamento della stessa. Scopo di tale organizzazione è quello di utilizzare razionalmente le capacità umane, anche menomate, nel complesso d’una vita normale. – Dall’assistenza alla previdenza; dall’assistenza con la carità, alla previdenza col lavoro.
Tali i principî ormai generali che deduco in riassunto da un articolo e da una conferenza del professor Giulio Amar, direttore del laboratorio di protesi militare al Conservatorio Francese d’arti e mestieri. Dell’A. accennerò più oltre applicazioni ortopediche, augurandomi che altri dica poi d’altro in materia, ampliando ed esaurendo il pietoso interessantissimo argomento.
La necessità di impiegare i feriti di guerra è certo una questione essenzialmente tecnica e scientifica del nostro tempo, ma anche appartiene a quell’ordine di fatti sociali in cui si uniscono – non saprei in quali proporzioni – e l’azione legislativa e l’azione politica nel senso puro della parola. Ne dipendono infatti l’avvenire materiale e morale di numerosissime famiglie, di numerosissimi elementi cioè dello sviluppo economico nazionale. È questa una dipendenza la cui importanza, invero, varia a seconda della località, a seconda dell’abbondanza o scarsità di mano d’opera, ma sussistente tuttavia anche dove quest’ultima può dirsi estremamente abbondante. La civiltà moderna infatti è tale che non patisce sottrazioni di sorta, se non vuole, in questa o quella nazione, rimanere distanziata nel vertiginoso movimento generale.
Consideriamo i mutilati. Si può affermare che l’80% di essi sono rieducabili, e capaci di riprendere il loro posto nella società. Dividiamoli in rieducabili incondizionatamente (il 65%) ed in rieducabili condizionatamente; nel senso che si richiede per i secondi un impianto speciale di laboratorî e per i primi no – differenza che ingenera, per i secondi detti, una certa difficoltà nel collocarsi, nel forzare la resistenza che può presentare il mondo dell’industria date le spese per gli speciali utensili di lavoro dei mutilati.
Si vuole, giustamente, che il collocamento di codesta mano d’opera sia circondato da garanzie di continuità, nell’interesse di tutte le parti interessate. Non bisogna del resto cedere alle apparenze; e cioè credere il falso. Il ferito od il mutilato possiede una capacità di lavoro utilizzabile perfettamente: qualche volta rappresenta un valore addirittura integrale. Anche, compensa la deficienza fisica con la buona volontà d’azione, che aumenta il suo rendimento – fattore psicologico questo, che educatori ed industriali non debbono trascurare perché è inconfutabile. Tutti coloro, e sono tanti ormai, che hanno contatto con mutilati, ne possono far fede. Si aggiunga che molti feriti non mutilati, quelli che accusa un’incapacità al lavoro di vario grado, più o meno rapidamente si riadattano. Non hanno dunque bisogno di rieducazione tecnica. Ed eccoci così giunti a constatare che appena un 20% di mutilati, una proporzione insignificante di feriti, totalmente impotenti, e la maggior parte dei ciechi, interessano soltanto la pubblica assistenza. A tutti gli altri, alla grande maggioranza dei rieducabili, altro non occorre che una buona organizzazione scientifica atta a ricondurli, per sicure vie, alle professioni, alle arti, ai mestieri che a ciascuno permettano le miglior utilizzazione, il miglior rendimento, delle proprie facoltà.
Cerchiamo dunque di definire un metodo efficace di rieducazione.
La rieducazione – seguo sempre l’A. citato – deve comprendere tre periodi. In un primo periodo, detto di «rieducazione funzionale», si tratta di analizzare i movimenti del soggetto per stabilirne lo stato funzionale, di restaurare il più possibile la capacità motrice, ed infine di accertare che un esercizio prolungato non comprometta la resistenza organica. In un secondo periodo, ci si sforzerà di compensare la deficienza dovuta all’impotenza: si applicheranno ai mutilati adatti apparecchi di protesi.
Incomincia allora la «rieducazione professionale»; che è il terzo ed ultimo periodo.
È chiaro che i feriti debolmente impotenti, o suscettibili di trattamento ortopedico immediato, riprenderanno subito il loro mestiere precedente. Almeno, lo possono. Sono casi in cui il soggetto recupera senz’altro l’intero suo valore professionale. Se invece l’impotenza è più grave o più estesa, o refrattaria a qualsiasi rieducazione funzionale, bisogna pensare al cambiamento di mestiere e non si può evidentemente occultare che questa è invero una necessità; per quanto si debba usar prudenza nel riconoscerla, data la gravità del fatto che viene a privare il soggetto di tutta un’esperienza di vita, di un’esperienza preziosa, talvolta assai lucrativa, spesso laboriosamente procurata.
Vediamo ora qualche apparecchio di protesi, e ad alcune idee generali sulla loro costruzione premettiamo la notizia, recentissimamente data dai giornali, dell’invenzione, da alcuni attribuita alla Germania da altri all’America, di una mano di ferro elettromagnetica molto adatta per ogni lavoro in cui si adoperino utensili di ferro od anche di legno con opportunità di applicazione di lastre metalliche. La questione degli apparecchi, per il fatto stesso del loro «adattamento al lavoro», non è chi non veda essere tra le più importanti di quelle formano il complesso della rieducazione professionale. La protesi non ha in realtà còmpito di sostituire un membro od un segmento di membro mancante, ma quello di sostituire una funzione abolita o fortemente lesa. Se essa è, per definizione, anatomica, in fatto è fisiologica ed utilitaria. Pur copiando la natura, non ne è schiava: poiché ha l’obbligo di «proporzionare i pesi e le dimensioni al potere muscolare ancora disponibile».
Costituire apparecchi di protesi robustamente fissati senza disturbare i movimenti interessati né quelli di altre articolazioni – proporzionarli alla forza del moncherino – adattare agli apparecchi dell’arto superiore un organo di presa che permetta un uso lungo e diverso – ecco qui riassunte le idee scientifiche che devono sopraintendere allo svolgimento di siffatta materia. Triplice condizione di cose, questa, che assicura la solidità, la semplicità, il buon rendimento degli apparecchi di protesi e dalla quale risulta, in ultima analisi, una ottima utilizzazione dell’energia umana in lavori che potevano sembrare preclusi ai mutilati.
Per quanto riguarda gli amputati d’arto inferiore, in Francia i sono già lanciati a centinaia di esemplari due tipi di gamba artificiale che fanno ottima prova, ma poiché il problema è meno complesso, e come tale più facilmente risolvibile, sostiamo sul caso degli amputati d’arto superiore e facciamolo con la descrizione di due tipi: l’uno, rispondente alle esigenze di mestieri di fatica; l’altro, rispondente a quelle dei mestieri di abilità e di precisione. Resistentissimo il primo, e necessariamente di semplice costruzione; più complicato e meno resistente l’altro, dato che deve soddisfare, diciamo così, ad ogni sfumatura delle esigenze del movimento. Sono, questo «braccio di lavoro» e questo «braccio meccanico», dovuti al precitato prof. Amar.
Il braccio di lavoro è composto delle seguenti quattro parti:
Un organo di fissaggio, costituito da una banda di cuoio modellata sulla spalla e tenuta in posto da una bretella (per 6 centimetri, dorsalmente, plastica, a vantaggio della respirazione) che gira attorno al torace per andare a trovar punto d’appoggio sotto l’ascella opposta.
Una guaina brachiale, pure di cuoi modellato, chiusa sui moncherini corti ma aperta ed allacciata anteriormente nel caso di moncherini lunghi oltre sette centimetri, e munita di tre linguette fermate sulla guaina e sul pezzo della spalla – una di cuoio a livello dell’acromion e le altre di tessuto elastico, lateralmente – le quali assicurano la libertà di movimento offrendo ad esso tutto il giuoco necessario. La guaina termina in una cupola d’acciaio imbottita, prolungata da due montanti pure d’acciaio, che servono a consolidare il cuoio. La cupola è forata centralmente nel calibro del passo di vite internazionale.
Un avambraccio: nel suddetto foro penetra uno stelo che, al livello di ciò che sarà il gomito, è filettato ed articolato a staffa; stelo d’acciaio, centinato, per avere in minima massa resistenza massima. Nella filettatura s’incastra un controdado che permette di situare l’avambraccio in tutti i piani verticali, mentre l’articolazione del gomito può rimanere libera od essere bloccata da una manetta per tutti gli angoli di flessione compresi tra i 180 ed i 35 gradi. Infine, lo stelo avambraccio è forato sul calibro sopra detto per ricevere il quarto pezzo Cioè:
La pinza universale o la mano; questa di legno con pollice articolato, elegante ma solamente estetica, e quella di bronzo, a forma di branchia di gambero, che si chiude a mezzo di un eccentrico comandato da una chiave e terminante in un’articolazione sferica che le dà qualsiasi inclinazione si voglia. Una manetta blocca la sfera nella posizione prescelta e risparmia così alla spalla ogni movimento anormale. Tanto la pinza quanto la mano terminano in un pezzo filettato con un segmento liscio e si avvitano facilmente sull’avambraccio. La mano è coperta da una guaina di cuoio che sale fino al gomito, di modo che, a lavoro finito, si può levar la pinza e sostituirla con la mano.
L’assieme è solidissimo e talmente conforme ai bisogni professionali che l’A. non ha potuto apportarvi, dopo parecchi mesi di esperienza, modificazione di sorta.

Il metodo italiano Vanghetti di protesi cinematica per mutilati
Prof. Giovanni Franceschini dell’Università di Roma
1 Dicembre 1916
Nei soli sei primi mesi di guerra si ebbero tremilasettecentoventotto mutilati, senza contare i ciechi, per i quali la lesione è irrimediabile. Ogni mese di guerra crea quindi un esercito di seicentoventitre mutilati, e data la violenza delle ultime offensive, la dolorosissima cifra può essere aumentata. Si capiscono di conseguenza assai facilmente le ragioni per le quali li problema dei mutilati p così intensamente e largamente studiato sia sotto il punto di vista medico che nei riguardi umanitari e sociali.

“Figg. 1, 2, 3. – CECI: 1° caso. Ansa bitricipite. In mezzo: l’ansa con funicolo passato entro il suo lume; a sinistra: il funicolo passato entro il suo lume vien tirato con forza; a destra: il cordone passato entro il lume dell’ansa, e attaccato alla protesi, serve a determinare la prensione, ed a sostenere completamente la protesi stessa, che così rimane in posto senza bisogno alcuno di altri attacchi.”

La integrità fisica e funzionale dell’organismo è uno dei pregi migliori della umana resistenza, ed è quindi ben naturale che l’attenzione degli studiosi delle scienze mediche e sociali sia stata prevalentemente attratta da quella innumerevole schiera di uomini ancora giovani e robusti che il piombo nemico ha privato d’una gamba, d’un braccio, d’un piede, d’una mano. Dissi prevalentemente perché l’individuo mutilato – a differenza del ferito comune, che, ottenuta la guarigione del trauma patito, ritorna nelle condizioni di prima – è costretto a sopportare per tutta la vita le conseguenze della lesione sofferta. Per lui la guarigione della ferita non è che l’episodio primo della sua disgrazia, ed è l’episodio meno importante. Guarito del suo male, il mutilato allora appunto si accorge a quale grado di inferiorità fisica e funzionale la sua disgrazia lo abbia portato, alterando in parte la sua compagine organica e la sua integrità corporea. La limitazione delle attività muscolari, l’incapacità di esecuzione di alcuni movimenti, l’impossibilità di praticare determinati lavori, l’inceppamento derivante alle parti sane e integre dall’alto mutilato, sono triste conseguenza di ogni amputazione anche parziale, data la complessa organizzazione del corpo umano, i cui delicatissimi congegni sono vicendevolmente alle dipendenze l’uno dell’altro, e funzionalmente collegati ad un unico lavoro. Per la mancanza d’un membro, anche tutte le altre parti corporee risultano inceppate nella loro funzione, chè quando si eseguisce – per esempio – un determinato lavoro con il braccio destro, non si lavora solo con detto braccio, ma si lavora con tutto il corpo, e tutto il corpo si attaglia e si atteggia e si dispone a quella manovra, che materialmente pare eseguita solo dal braccio destro.
Da queste premesse facilmente si capisce come l’obbiettivo principale della chirurgia moderna, di una chirurgia cioè informata a precetti nobilmente scientifici ed umanitari, debba essere quello di conservare, di conservare tutto ciò che può essere risparmiato dal ferro mutilatore, anche se si tratti d’una sola falangetta d’un dito della mano, perché anche una falangetta può diventare organo di presa, se piegata ad uncino o a pinzetto, ed essere la piccola acropoli della sensibilità tattile. Sotto questo punto di vista della conservazione, possiamo dire che la chirurgia moderna – quella che è all’avanguardia del progresso scientifico, non quella che è basata sopra una meccanica da fabbri, e che per mancanza di criterio proprio non sa muoversi se non sulle logore rotaie di quello che ha visto fare dagli altri, pedestremente, macchinalmente – si è fatta più sapiente e più umanitaria. Oggi, davanti ad un individuo ferito gravemente, non si pensa solo alla sua salute fisica ma alla sua vita morale ed economica di mutilato, alla sua funzione di uomo nella società. Il chirurgo moderno, quando si trova dinanzi ad un simile individuo ferito, non si preoccupa solamente di fare presto e di praticare quindi l’operazione più spiccia, più semplice, ed anche più facile, quale p quella di tagliare, amputare, asportare, ma si prefigge anzitutto di conservare di ricostruire, di vitalizzare. La chirurgia barbarica, quella che per lo passato ha creato un esercito di mutilati – in parte risparmiabili e ricostruibili – e non vedeva che coltelli e operazioni, se non seguiva che metodi semplicisti e spicciativi, e tagliava sempre e dovunque, e sempre alla stessa maniera, come un ordigno qualsiasi, e quindi praticava amputazioni a tutto andare, senza mai curarsi se le parti ferite o malate potevano essere risparmiate al ferro distruttore, e curate altrimenti, o per lo meno mutilate con la massima economia allo scopo di sfruttare al massimo grado la mobilità e la funzionalità delle parti residuanti, una simile chirurgia primitiva e barbarica – ripeto – non è d’uso corrente che presso qualche operatore meccanico e senza ingegno e senza genialità, presso il chirurgo statico, non presso il chirurgo dinamico. Amputare un braccio è un atto operatorio che non spaventa gran cosa nemmeno lo studente degli ultimi anni di medicina, ma in molti casi una simile inconsulta sommarietà di operazione può risolversi in una pessima azione contro l’individuo e contro la società. L’attività chirurgica è bella e santa, se è positiva, e ricostruisce parti, e ridona energie funzionali; ma è deplorevole se è negativa, e, per essere sbrigativa, intacca soverchiamente l’integrità fisica dell’individuo, e lo priva di organi che potevano essere risparmiati, e di funzioni essenziali alla vita materiale e psichica. La necessità può essere invocata per giustificare molte cose; però non si deve pensare solamente alla vita materiale di un ferito, ma anche a quella morale ed economica del mutilato.
La guerra, fra i suoi tanti innumerevoli gravissimi mali, ha portato un grandissimo bene scientifico, quello di spingere il chirurgo moderno ad una indefessa ed alacre ricerca di tutti quei mezzi mediante i quali si possono conservare le parti incorporee straziate dal piombo micidiale, reintegrarle, ricostruirle, vitalizzarle nelle posizioni sfuggite alla morte irreparabile del trauma, e ciò allo scopo che il mutilato, a cui rimane una limitazione della capacità lavoratrice, possa essere rieducato a quel lavoro a cui si applicava prima della guerra.

“Fig. 4, – CECI: Doppia ansa, dorsale e ventrale, con tubi di caucciù passati in entrambi i fori delle due ante, e contenenti i lacci ai quali sono attaccati i pesi.”


La chirurgia e la protesi moderna non si accontentano più della eliminazione delle parti organiche non più vitali, e della semplice sostituzione materiale delle parti mutilate, a scopo prevalentemente statico od estetico, ma studiano i mezzi individuali di sfruttamento d’ogni parte anatomica disgraziatamente privata della sua naturale appendice, proponendosi due obiettivi: la utilizzazione di ogni valore personale – quali la intelligenza, la capacità speciale, le tendenze istintive, la propensione naturale ad un determinato lavoro – e insieme la utilizzazione di quei fattori di possibili energie muscolari e di motilità, che sono determinati dalla quantità, dal grado, dalla località della mutilazione. Dati questi intendimenti, lo studio dei mezzi scientifici capaci di utilizzare le energie soppresse dalla mancanza dell’arto diventa non solamente opera di alto valore umanitario, ma si tramuta anche in azione fattiva di alto interesse sociale, come quella che si propone di trasformare in forza viva e in lavoro produttivo quelle energie – apparentemente morte, se abbandonate a sé stesse – che ogni arto mutilato ha latenti nelle estremità muscolari e tendinee dei suoi monconi.

“Fig. 5. – DE FRANCESCO: Ansa bi-tricipite; comodo occhiello dell’ansa, entro il quale è passato un tubo da drenaggio per dimostrazione di pervietà.”

Per l’ortopedia moderna i monconi d’amputazioni non vanno più considerati come organi di adattamento di apparecchi meccanici, a scopo esclusivamente di sostegno o di correzione d’una deformità, ma come parti anatomiche vive e vitalizzabili e capaci di funzione, con le quali l’individuo può essere messo a contatto diretto con il mondo esterno, qualora con artifici chirurgici si ricerchino nelle parti anatomiche di recente mutilate gli elementi plastici per crearvi organi semoventi. Se a queste estremità libere – a questi fasci di tendini e di muscoli tagliati – l’ortopedia riuscirà ad applicare apparecchi speciali, capaci di accogliere il movimento muscolare e di tramutarlo in movimenti attivi destinati ad un determinato lavoro proficuo, si potrà dire di avere non solo ricostruita la parte mutilata, ma di averne anche ripristinata la sua funzione. Si avrà così la funzione naturale dell’arto mancante, ottenuta per mezzo di un moncone vitalizzato e di un arto artificiale.
Secondo questa concezione scientifica, il mutilato non dovrebbe più comunicare con il mondo esterno per mezzo di monconi perfettamente racchiusi entro l’involucro cutaneo e contenenti muscoli e tendini immobilizzati per il disuso e per la necessità cicatriziale di insieme, ma dovrebbe essere in contatto con l’esterno per mezzo di parti anatomiche provviste delle doti di motilità propria dei muscoli e dei tendini,e fornite di una tale energia funzionale di movimento da trasfonderla a mezzi meccanici, così da aversi in questi dei veri movimenti volontari alle dipendenze del cervello.
In tale modo la chirurgia e la protesi moderna non sopperiscono solamente alle necessità statiche della persona o alle esigenze estetiche della forma corporea, ma risarciscono in grandissima parte il mutilato della sua deficienza anatomica e funzionale, dandogli la possibilità di ripigliare il corso normale della sua vita antecedente al trauma, allora quando la interezza organica gli dava l’orgoglio di bastare a sé stesso e di dedicarsi al lavoro prescelto
Io non mi dilungherò a parlare degli apparecchi ortopedici odierni – veri capolavori di perfezione meccanica e di ingegnosità umana, nei quali il movimento è silenzioso, dolci sono gli attriti, poco pesante il materiale di costruzione, soffici le parti in contatto con il corpo, inavvertiti gli sfregamenti, elegante la forma, con sistemi perfetti e finissimi di molle, di cerniere, di funicelle d’acciaio, di snodature, di armature metalliche, con movimenti a cerniera, a scatto libero, a catenaccio, automatici, silenziosi, facili, dolcissimi, senza sfregamenti o crepitii. Io m’intratterrò invece a parlare di quella parte chirurgica della protesi moderna la quale riesce a vitalizzare queste membra artificiali, e che attraverso la via dei muscoli e dei tendini, tagliati ma ancora funzionanti, rende possibile la trasmissione al materiale ortopedico di movimenti volontari destinati ad un lavoro che è in rapporto diretto con le attività cerebrali e con le attitudini psico-fisiche dell’individuo.
Devo dire subito, e con molto orgoglio, che in questa branca scientifica il maggior progresso è stato ottenuto dagli studi italiani. All’estero la scoperta italiana viene sfruttata assai largamente, magari senza citare la scienza di casa nostra, ma ciò non toglie che la priorità della scoperta non spetti ad un modestissimo e valorosissimo medico italiano, e che il metodo di protesi cinematica per mutilati non sia metodo prettamente italiano. Poco orgogliosi e pochissimo curanti delle glorie nostre, noi italiani non abbiamo strombazzata ai quattro venti la notizia della scoperta, come avrebbe fatto qualche altra nazione europea, maestra nell’arte di insufflare ogni nuova idea mingherlina e bene spesso non conforme a verità. Noi che non sappiamo odiare i nostri e più crudeli ed accaniti nemici, e che facciamo umilianti gentilezze e magari svenevolezze ai prigionieri di guerra rapinatori, devastatori, violentatori e delinquenti, noi siamo invece famosi nell’arte del disprezzarci e dell’odiarci reciprocamente. Pronti ad acclamare a tutto ciò che ci viene dall’estero, anche se è merce scientifica avariata e d’infima lega, proclivi ad accettar senza controllo qualsiasi teoria cervellotica, che un qualsiasi panciuto professore della Kultur venga a sballare in casa nostra, noi diffidiamo sempre di noi stessi, critichiamo acremente ogni bella iniziativa nazionale, mettiamo pali nelle ruote a chi eccelle nell’arringo scientifico per altezza di ingegno, per poderosità di studi e di lavori, per attendibilità di scoperta. Ogni insulso giornaletto scientifico che veniva dalla Germania era testo di lingua in Italia, anche se compilato da gente che lavora moltissimo con i muscoli glutei, poderosissimi, e poco con il cervello, scarsissimo, mentre degniamo appena di un’occhiata anche quella eccellente produzione scientifica nazionale in cui splende tutto il genio sintetico della nostra razza…

“Figg. 6, 7, 8 – DE FRANCESCO: Applicazione di armatura metallica per esercizio di trazione; Clava in tensione elastica su staffa; Applicaz. di protesi mossa da anello cingente il collo della clava, senz’altro attacco.”

Ma lasciamo queste melanconie, e ritorniamo al metodo italiano di protesi cinematica ideato dal Vanghetti, dal modestissimo medico italiano che vive in un piccolo centro della Toscana, a Capraia di Firenze, lontano da laboratori scientifici, da biblioteche, da istituti di alta cultura.
In che cosa consiste il metodo profetico del Vanghetti? – Consiste nell’utilizzare le estremità dei muscoli e dei tendini del moncone di amputazione, unendole in modo da averne delle anse o delle clave, che, risultando fatto di tessuto muscolare, devono naturalmente essere dotate della capacità di movimenti attivi. Per mezzo di esperimenti praticati sui polli, il geniale medico italiano è riuscito in tale modo a vitalizzare i monconi d’amputazione, tramutandoli in veri motori viventi.

“Figg. 9, 10, 11, 12. – DE FRANCESCO: Bottoni gemelli pervî di De Francesco, per passaggio di lacci o tiranti della protesi. Fori passanti eseguiti sul tessuto cicatrizio terminale. – Applicazione dei detti bottoni entro rispettivi fori ed infilamento dei tiranti dentro i bottoni – Esercizi di trazione eseguiti con un peso.”

Per lo passato ogni moncone di amputazione veniva ricoperto del suo rivestimento cutaneo, entro al quale rimanevano inerti ed immobilizzati quei tendini e quei muscoli che, a dispetto della mutilazione, conservavano tutta la loro potenza funzionale di movimento. Ne risultavano così dei moncherini immobili, per i quali non esisteva altra risorsa che l’applicazione di apparecchi ortopedici a scopo – come già dissi – di statica o di estetica. Il Vanghetti si è proposto di utilizzare la motilità tendinea e muscolare dei monconi di amputazione, unendone ad ansa o a clava le estremità tendinee muscolari, così da non avere più all’estremità della parte amputata il principio inerte di un moncherino, ma da creare, alle estremità mutilate, degli organi nuovi, capaci di movimento, e quindi alle dipendenze della volontà. La estremità libera del moncone viene così trasformata non più in un moncherino inerte, ma in una parte viva e mobile, in un centro di motilità, in un organo artificiale, che essendo fatto di muscoli e di tendini è suscettibile di contrazione e di rilassamento, e può quindi trasmettere ad un apparecchio ortopedico, bene adattato alla parte, quei movimenti di flessione e di estensione che sono proprî a braccia e mani.
Il dottor Vanghetti fu il primo a concepire e a formulare nettamente il progetto di utilizzare i muscoli e i tendini rimasti illesi in un membro amputato o quelli che si sono conservati tali in un moncone d’amputazione, e ciò allo scopo di formare dei motori viventi, della forma – come già dissi – d’un anello o d’una clava. Questi motori viventi permetterebbero ai monconi di mettere in movimento una mano artificiale più o meno complicata.

“Figg. 13, 14, 15. – PUTTI: Doppia clava flessoria ed estensoria. Alle due clave, un cingolo per ciascuna; destinato a mettere in movimento il tirante delle protesi. Fiocco di cotone intermedio. – PUTTI (in preparazione): Occhiello sotto-tricipite sul ginocchio. È il 1° caso dello stesso A. rioperato dopo 5 anni. In alto è schematizzato il procedimento. In basso, l’ergografo Putti. – PUTTI (in preparaz.): Clava flessoria e altra estensoria su mutilato.”

Il tendine che sporge fuori dalla cute di un moncone d’amputazione, se abbandonato a sé stesso cade tosto in necrosi, ma se venga protetto da un rivestimento cutaneo, può conservare tutta la sua vitalità; però a questa vitalità non si associerà la funzione del tendine, perché il muscolo, da cui il tendine dipende, perderà con il tempo la facoltà di contrarsi. Ma se a questo tendine si darà una inserzione artificiale all’esterno sulla quale esso possa far presa, la funzione sarà conservata, ed il muscolo, contraendosi e rilassandosi, imprimerà al tendine i rispettivi movimenti di flessione o di estensione. Così se in un membro amputato o in un moncone d’amputazione, in luogo di abbandonare a sè stessi i muscoli e i tendini rimasti illesi, questi e quelli si utilizzeranno per inserirli fra loro a forma di anello o di clava, si avrà alla estremità libera della parte amputata un organo nuovo, che sarà un vero motore vivente, come quello che contraendosi e rilassandosi, cioè accorciandosi e allungandosi, potrà eseguire dei movimenti volontari, i quali , se raccolti e utilizzati da un adatto apparecchio ortopedico, sosterranno a meraviglia i movimenti volontari di estensione e di flessione della parte mutilata.
Dice il detto antico: breve iter per exempla, ed io credo di non potere meglio spiegare la tecnica operativa del metodo Vanghetti se non riportando la descrizione particolareggiata della prima operazione chirurgica di tal genere eseguita da un illustre operatore italiano, che adottò per il metodo italianissimo di protesi cinematica per mutilati.

“Figg. 16, 17, 18. – PUTTI: Cappuccio cinematico (ansa magna). Applicazione di peso ed indice per dimostrare l’ampiezza di escursione. – PUTTI: Occhiello sottotricipitale al ginocchio. Particolari dell’occhiello e del sistema speciale di attacco. – PUTTI: Cappuccio cinematico al ginocchio (ansa magna).
L’indice mostra l’ampiezza del movimento d’escursione.”

Il primo chirurgo che abbia messo in pratica con esito brillantissimo il metodo Vanghetti, è stato il professor Antonio Ceci dell’Università di Pisa, il quale descrisse il suo primo caso clinico di cinematizzazione al XIX Congresso Francese di Chirurgia, dichiarando d’averne ottenuto risultati meravigliosi. In un operaio, cui si dovette amputare una parte del braccio, il prof. Ceci, eseguita l’amputazione, unì insieme, mediante sutura, i tendini del muscolo bicipite (flessore del braccio) con i tendini del muscolo tricipite (estensore del braccio), così da averne un anello o ansa. Questa ansa – quando le estremità dei suddetti tendini si fossero solaamente cicatrizzate insieme – doveva formare, e difatti formò, un motore vivente ad anello, per il fatto che essendo costituita dalla unione dei tendini, poteva essere manovrata mediante i movimenti di flessione e di estensione dei muscoli relativi, e precisamente del bicipite e del tricipite. In una parola, quest’ansa tendinea, contraendosi e rilassandosi, cioè accorciandosi e allungandosi, poteva trasmettere all’apparecchio, che fosse stato messo in comunicazione immediata con essa, i movimenti volontari di estensione e di flessione. Si aveva così un apparecchio capace di movimenti dipendenti dalla volontà della persona mutilata, fornita d’una simile protesi cinematica.

“Figg. 19, 20, 21 – CODIVILLA: Doppia clava. Inferiormente la vera clava con nucleo osseo; superiormente, quella con nucleo tendineo. – CODIVILLA: Dimostrazione del movimento della protesi attaccata ad un ergografo Putti. – CODIVILLA: Doppia clava. Applicazione di protesi. Un cingolo è stretto al disopra della clava tendinea; altro più largo al disopra di quella.”

Ecco la descrizione particolareggiata dell’atto operativo, quale fu compiuto e descritto dallo stesso professor Ceci:
«Operazione (21 dic. 1900). Cloroformio-narcosi. Svuotamento dell’ascella. Laccio elastico. Amputazione cineplastica del braccio al terzo inferiore con formazione del motore ad anello (bicipite e tricipite).
a) Io feci un’incisione della pelle e del tessuto sottocutaneo a due dita traverse e al disotto della piega del gomito. La dissezione del manicotto cutaneo fu continuata fino all’unione del terzo medio col terzo superiore del braccio.
b) Distaccai accuratamente il tendine del bicipite dalla sua inserzione olecranica.
c) Praticai un’incisione circolare sull’omero, e, dopo aver preparato il manicotto periostale, segai l’osso al terzo inferiore del braccio.
d) Si tolse il laccio elastico, si fece l’emostasi con cura e la resezione dei tronchi nervosi. Suturai in seguito il tendine del bicipite a quello del tricipite formando così un’ansa o staffa.
e) Nel lungo manicotto cutaneo praticai, a 3 cm. dall’orlo libero, due incisioni laterali opposte della lunghezza di 5 cm. Soprapposto questo manicotto all’anello tendineo, suturai gli orli delle due incisioni del manicotto, in modo da formare un occhiello nel mezzo dell’ansa tendinea.
f) Infine suturai l’orlo inferiore del manicotto in direzione sagittale. Così l’ansa, o staffa, musculo-tendinea fu coperta intieramente di pelle e di tessuto sottocutaneo. L’occhiello fu riempito di garza per tenerlo aperto e disteso dopo l’operazione e nelle medicature successive. Il manicotto di pelle e di tessuto sottocutaneo che era esuberante si atrofizzò rapidamente in seguito.
Appena la cicatrice divenne solida, si cominciò gli esercizi di trazione sull’anello. L’operaio poco a poco poté sollevare con la sua contrazione dei pesi di più in più grossi, e arrivò a sollevare quello di 2 kg.
Il 30 ottobre 1905, presentando il mio operato al Congresso della Società Italiana di Chirurgia a Pisa, dissi che le condizioni del paziente erano soddisfacenti, e che il neoplasma non aveva recidivato. L’estremità del moncone è provvista di anello di trazione, cui si può applicare una corda (tirante) di apparecchio ortopedico ottimamente immaginato e fabbricato dall’ortopedico bendaggista G. Redini di Pisa. Il paziente, alla sua uscita dalla clinica, poteva sollevare facilmente un peso di due chilogrammi col suo anello vivente».
A questa prima operazione del prof. Ceci altre seguirono in Italia con esito meraviglioso. Fra i chirurgi che praticarono con fortuna il metodo italiano di protesi cinematica, devo ricordare (oltre il Ceci di Pisa) il Von Wreden di Pietrogrado, il prof. Roberto Alessandri di Roma, il prof. Donato De Francesco di Giussano, il prof. Alessandro Codivilla di Bologna, il prof. Riccardo Galeazzi di Milano, il prof. Slawinski di Varsavia, il prof. Vittorio Putti di Bologna, il prof. Roberto Dalla Vedova di Roma, il prof. Alessandro Zoppi di Venezia, il prof. Antonelli di Pavia.

“Fig. 22. – DALLA VEDOVA: Cappuccio cinematico del ginocchio (ansa magna). Radiografia dopo guarigione.”
“Fig. 25. – DALLA VEDOVA: Cappuccio cinematico del ginocchio. Pezzo anatomico corrispondente alla radiografia fig. 22.”

Al diciannovesimo Congresso di Chirurgia, tenutosi a Parigi, il prof. Ceci finiva la sua relazione con queste parole: «L’amputazione cineplastica – metodo italiano Vanghetti – non ha rapporto con alcun altro metodo operativo fino ad oggi conosciuto. Con la cineplastica si aprono dunque nuovi orizzonti alla attività e alla ingegnosità del chirurgo; in questo nuovo cammino della scienza, molti infelici sono destinati a trovare il loro sollievo».
Il Ceci non fu allora profeta, ché il metodo Vanghetti non ebbe in sull’inizio quella diffusione e quella notorietà di cui pure era degno, e che avrebbe facilmente trovato in Italia se la scoperta fosse venuta dall’estero, con tanto di marchio di fabbrica straniera. Recentemente il prof. Galeazzi, che con tanto intelletto d’amore va occupandosi di mutilati e di apparecchi protetici, scriveva:
«Grazie ai progressi dell’ortopedia, le impotenze funzionali per estesa distruzione dei nervi e dei tendini da ferite d’arma da fuoco, mercé i trapianti tendinei ed i trapianti nervosi sono curate con successo fino alla completa reintegrazione funzionale; le discontinuità delle ossa per estesa perdita di sostanza, così frequenti nelle ferite di mitraglia, le quali pochi anni or sono erano purtroppo quasi inevitabile motivo di amputazione, oggi, mercé l’innesto di tratti ossei appartenenti allo scheletro dello stesso individuo ferito, o tolti da qualche cadavere, permettono la conservazione di arti capaci di funzionare.
Le anchilosi conseguenti alle ferite d’arma da fuoco delle articolazioni principali degli arti, sono rimosse dall’ortopedia, sia con atti operativi cruenti efficaci, come l’artrolisi e il trapianto di interi estremi articolari, sia mercé il sussidio di mezzi meccanici e fisici, di cui sarebbe lunga l’enumerazione; infine incalcolabili vantaggi l’ortopedia ha apportato ai mutilati, grazie ai recenti importanti perfezionamenti che essa ha introdotti nella tecnica dell’amputazione e nella costruzione degli apparecchi di protesi….
Si è oggi sulla via per realizzare nella protesi un più grande e decisivo progresso, e questo, grazie alla genialità di un medico italiano, il Vanghetti di Empoli, che sperimentando sugli animali ha studiato con successo il problema di animare con la contrazione muscolare volontaria l’apparecchio protetico.
Io non posso qui addentrarmi nella tecnica di applicazione di questo mirabile concetto: mi basterà accennare al principio che ha ispirato il nuovo metodo di protesi.»
Allo scopo di far conoscere alle persone tecniche tutte le modalità e peculiarità operative della chirurgia cinematica, il valentissimo dottor Vanghetti ha pubblicato di questi giorni un volume coi tipi dell’ed. Hoepli, dal titolo «La vitalizzazione delle membra artificiali». In questo libro il geniale autore espone la teoria e la casistica dei motori plastici. Leggendo questo libro, i chirurgi civili potranno persuadersi, per esempio altrui, che quando l’iniziativa personale non difetti la cinematizzazione è possibile in qualunque ospedale. Alla loro volta i chirurgi militari potranno vedere meglio quale valore economico-sociale dipenda dalle mani nell’atto d’un’operazione così semplice, quale apparisce l’amputazione, od anche la così detta separazione; e come nelle amputazioni d’urgenza sia in loro facoltà conservare opportuni accessi per una possibile cinematizzazione a lunga distanza, con la tecnica usuale, poco o nulla modificata.

“Fig. 24 (in mezzo). – Ansa ed ansa-clava, omerali (Prof. Zoppi, Venezia).
Figg. 25 e 26 (a sinistra e a destra). – Due motori plastici (Prof. Antonelli, Pavia).”

Io non mi dilungherò a riassumere questo prezioso volumetto che è il più utile e il più originale che sia stato scritto sull’argomento mutilandi, mutilati e mutilazione, poiché dovrei addentrarmi in troppi o troppo minuti particolari tecnici. Mi limiterò a dire che l’autore, dopo aver dato n alcuni capitoli una chiara idea fondamentale della teoria dei motori plastici, passa ad indicare la possibilità di costruire motori plastici perfetti in base ai nuovi principi dell’alternanza e del concatenamento, per trattare poi delle amputazioni cinematiche propriamente dette e della utilizzazione, a distanza, dei monconi d’amputazione nei riguardi della protesi cinematica. L’ultimo capitolo del volume è una preziosa raccolta di casi clinici e di atti operativi eseguiti da valentissimi chirurgi allo scopo di cinematizzare le estremità mutilate. Si può dire che questo capitolo sia un compendio di lezioni pratiche di chirurgia cinematica e protetica, la cui lettura è un autorevole ed efficace ammaestramento, e quasi direi una guida pratica del chirurgo ortopedico.
Questo volumetto del Vanghetti sulla vitalizzazione delle membra artificiali – dal quale io ho tolto in gran parte le interessantissime illustrazioni per questo mio articolo; illustrazioni che dicono da sole quanto sia importante la scoperta del genialissimo medico di Capraia di Firenze – contribuirà mirabilmente a diffondere il metodo italiano di protesi cinematica per mutilati, e la sua diffusione si tramuterà in una benefica opera umanitaria e sociale. Il grande e straziante materiale chirurgico dei nostri giorni varrà certamente a vincere la naturale apatia nostra e segnerà in parte l’inizio della redenzione degli studi scientifici in Italia, fino a ieri mancipi d’un dottrinarismo straniero prevalentemente analitico, che se poteva garbare a certi nostri uomini senza ingegno e senza genialità, non era però conforme al genio eminentemente sintetico ed intuitivo della nostra razza.
Possiamo intanto dire forte e con orgoglio che mentre i professori della Kultur hanno mobilizzata la loro scienza al servizio della guerra più crudele e più barbara, e giorno per giorno vanno scervellandosi nella ricerca di nuovi e più delittuosi mezzi di distruzione e di morte, i nostri scienziati perseguono, nei loro studi, un nobile altissimo ideale di umanità e di amore altruistico. Per noi latini, la scienza – solo amore e luce ha per confine.

Nota. – Mentre stavo correggendo le bozze di stampa di questo mio articolo, ebbi notizia di un volume recentemente pubblicato all’estero dal Dott. Suaerbruch, in collaborazione con due anatomici e un chirurgo, sulla chirurgia e protesi cinematica per mutilati. Da buoni rapinatori, ligi al metodo della invasione, i citati autori non parlano di metodo italiano né di priorità italiana. Pare anzi che in tedescheria vi siano altre tre brave persone, le quali hanno alla loro volta “inventato” di sana pianta… il metodo Vanghetti. Viene in mente il famoso monologo sulla scoperta dell’ombrello. Per tutta risposta a questi bravi inventori tedeschi noi ci limiteremo a ripetere le parole del Ceci al diciannovesimo Congresso di Chirurgia tenutosi a Parigi; «L’amputazione cineplastica – metodo italiano Vanghetti – non ha rapporto con alcun altro metodo operativo fino ad oggi conosciuto». Siano queste poche parole una tiratina alle lunghe orecchie degli inventori… dell’ombrello.

Progressi dell’ortopedia moderna, Apparecchi per mutilati
Prof. Giovanni Franceschini
15 Dicembre 1916

“Protesi per l’amputazione di tre dita in una mano, con manicotto modellato in cuoio guarnito, e con dita movibili, parte in legno e parte in metallo. Data l’accurata disposizione delle falangi, in questa protesi è permesso al dito indice il completo movimento di articolazione (Marelli, Milano).”
“Udo della mano prensile Marelli.”

Per lo passato le operazioni chirurgiche, che si eseguivano su persone mutilate o mutilande, costituivano atti operativi piuttosto eccezionali, ed erano quasi sempre conseguenza di infortuni sul lavoro. Nell’ambiente sociale moderno i mutilati formavano una schiera esigua di infelici, la cui disgrazia si considerava piuttosto come una rarità. Se ciascuno di noi rivolgeva la propria attenzione entro alla cerchia delle proprie conoscenze, tosto si accorgeva che i mutilati erano pochissimi. Era quindi ben naturale che il medico non curasse gran fatto – anche per mancanza del così detto materiale clinico – questa branca della medicina operativa e protetica, e non rivolgesse i suoi studi alla ricerca assidua e al perfezionamento di strumenti e apparecchi ortopedici per mutilati. Della parte meccanica della protesi i medici non si curavano affatto, tanto rari erano i casi nei quali il loro ingegno fosse spinto – per ragioni di investigazione scientifica o per ragioni di umanità – allo studio e alla ricerca di un nuovo e più perfetto materiale ortopedico. Questa branca speciale dell’arte sanitaria era abbandonata completamente nelle mani degli ortopedici-meccanici, ai quli il chirurgo si rivolgeva nei singoli casi, affidandosi totalmente o quasi alla sua pratica manuale guidata dal criterio meccanico più o meno acuto e dalle vedute più o meno geniali ed ingegnose del fabbricatore di apparecchi per mutilati. Ed è doveroso confessare che nella ingegnosità meccanica e fabbrile di cotesti pazienti lavoratori e nella tecnica fine e squisita di alcuni intelligentissimi ortopedici, i medici trovarono un validissimo sussidio nella esecuzione dei loro intendimenti di protesi.
Per quanto riguarda i mutilati oggi le cose sono fatalmente mutate. Il mutilato non è più una dolorosa rarità ai nostri giorni. La guerra attuale ha fatto scempio di migliaia e migliaia di giovani, straziandone le membra. I mutilati oggi si contano a migliaia, e l’esercito va ingrossando di mese in mese. Nella sola Germania, al principio dell’anno corrente, i mutilati ammontavano alla cifra spaventosa di cinquantamila.

“Nuovo modello di mano prensile sistema Marelli, per motore plastico. – In mezzo, uso della mano prensile Marelli: il paziente adopera correntemente la mano meccanica nelle sue ordinarie occupazioni; con forza minima egli può sostenere pesi forti affidati non già alla contrazione, bensì al gioco meccanico regolato volontariamente dal motore plastico mentre movimenti più fini di presa, ad esempio tra pollice ed indice, sono regolati continuamente sotto la vigilanza della contrazione muscolare. – Mano prensile Marelli, aperta e chiusa. – In basso, il dito meccanico con movimenti nelle falangette.”

Da questo tristissimo stato di cose ne è venuto che il chirurgo si trova tutti i giorni dinanzi a casi clinici riflettenti mutilati e mutilazioni, e quasi ogni giorno a lui si presentano nuovi problemi da risolvere, sia nei riguardi chirurgici che nella applicazione dei consecutivi presidi ortopedici. Il chirurgo si è trovato così nella necessità di dedicarsi toto corpore a questa branca scientifica non solo come operatore, ma anche come ortopedico. E da questi studi speculativi e pratici della scienza molti vantaggi ritrasse anche l’ortopedia meccanica, come quella che ebbe dalla chirurgia tracciato un nuovo indirizzo nella costruzione la più razionale dei nuovi apparecchi protetici. Fu anzi detto assai giustamente che come l’ingegnere fa costrurre un edificio, così il medico ortopedico deve dettare le norme e sorvegliare la costruzione dell’apparecchio ortopedico. Il medico – come dice il dottor Zumaglini, che è un valentissimo specialista di ortopedia – conosce i meccanismi di locomozione, conosce le cause del male, conosce in ogni individuo, che si regge male in piedi per qualsiasi ragione, che cammina male, che è contorto nel tronco, negli arti, quali forze organiche siano lese, e conosce anche quali forze meccaniche possono in ogni singolo caso essere adoperate in sostituzione oppure in aiuto delle naturali che sono deficienti. Egli non deve naturalmente lavorare nell’officina, come l’architetto non lavora le pietre; ma egli sa come deve essere fatto l’apparecchio, e lo fa eseguire dai suoi operai; e quando ogni parte dell’apparecchio è completa, egli ne cura l’insieme, e lo prova finché risulti un apparecchio veramente utile al suo ammalato. Disse a tale proposito e giustamente il Curcio, che «paragonando le diverse risorse meccaniche alle diverse droghe della farmacia, la prescrizione d’un apparecchio ortopedico equivale a quella d’una complessa ricetta».

“Gambe e braccia artificiali articolate. (Ortopedico Federico Bernardin, Valdagno).


La varietà delle mutilazioni porta con sé di necessità la varietà degli apparecchi. Si può dire che – secondo il concetto moderno – ogni mutilato deve essere studiato diligentemente a sé, e che quasi per ogni mutilato di seve fabbricare un apparecchio speciale. È ben naturale quindi che per i mutilati sian necessari istituti specializzati nella materia, e che le stesse scuole di lavoro per gli storpi e per i mutilati debbano sorgere accanto agli ospedali e agli istituti ortopedici, dove il paziente potrà venire prima convenientemente curato, studiato, operato, e poi ortopedizzato.
Pochi anni or sono il Galeazzi calcolava che ben quindicimila infelici, non ancora quindicenni, attendono in Italia, dalla beneficenza sociale, quei provvedimenti razionali di soccorso che possono mettere una gran parte di essi in grado di provvedere, in tutto o in parte, al loro sostentamento, con il mezzo del lavoro. A quale cifra non saliranno mai i mutilati, dopo la guerra attuale, nella quale i danni del fuoco micidiale sono notevolmente aumentati per il fatto che la maggior parte dei feriti lo è per opera della mitragli, che produce le lesioni più distruttive, e perciò è causa più efficace e frequente d’inabilità? A quale numero immenso non salirà mai la moltitudine di questi infelici, dato il carattere di guerra di trincea, che in una maggiore percentuale espone alle ferite le braccia e e mani, cioè gli organi del lavoro, ed espone alla perdita, per congelamento, delle estremità?
L’esempio delle nazioni anglo-sassoni ha già da tempo dimostrato chiaramente come i mutilati, quando siano mesi in condizioni favorevoli, possano pensare da loro stessi alla propria esistenza in una proporzione veramente incoraggiante, e ha fato conoscere in questi infelici un valore sociale intrinseco e la possibilità di realizzarlo e di aumentarlo.

“Apparecchi ortopedici per lussazioni, fratture, sinovite, coxite. (Ortopedico Aniello Mele, Napoli).”

Fu in seguito a queste considerazioni d’ordine medico e umanitario, e al numero spaventosamente crescente dei mutilati di guerra, che in questi due ultimi anni sorsero in tutte le principali città d’Italia istituti ortopedici. Fra questi, sovra gli altri come aquila vola l’Istituto di Gorla Primo, nei dintorni di Milano. Perfino nei piccoli centri, per le immediate necessità locali, sorsero modesti laboratorî di ortopedia, e come esempio mi piace citare il laboratorio aperto presso la mia Vicenza, e precisamente a Valdagno, da un modestissimo e ingegnosissimo meccanico, il quale riuscì a fabbricare da solo gambe e braccia artificiali, in cui non si sa se ammirare più la tecnica perfetta o la grande praticità dell’apparecchio. Voglio alludere al laboratorio di Federico Bernardin, del quale riproduco la fine opera ortopedica in alcune illustrazioni.

“ZUMAGLINI: ginocchio articolato. Lo snodo sferico della caviglia.”

Il moderno indirizzo ortopedico tendente alla individualizzazione del lavoro, e allo sviluppo di quella meravigliosa facoltà di adattamento e di compenso che è insita nell’organismo umano, ha fatto raggiungere risultati sorprendenti nella costruzione di apparecchi ortopedici mutilati. L’ortopedia moderna non si accontenta più – come si accontentava la vecchia ortopedia – di sostituire le membra mancanti per mezzo di grossolani cilindri rigidi di metallo o di legno, sia per simulare la deficienza della parte, sia a scopo esclusivo di statica, o per ragioni di estetica. Suo principale obbiettivo era di creare al mutilato, specialmente delle gambe, un punto di appoggio, ché quanto al braccio, giudicandosi allora i monconi come incapaci di alcuna attività utile, si stimava sufficiente larvare la mutilazione con la manica del vestito.
L’apparecchio si riduceva così bene spesso ad una colonna rigida, e a tale scopo bastava un cilindro di legno, una specie di gruccia, o un bastoncino di ferro saldati al moncone della coscia o della gamba.

“ZUMAGLINI: ginocchio articolato. – L’articolazione del ginocchio (tipo alleggerito) e come si smontano i cuscinetti in legno.”

A questi informi e primitivi strumenti – i quali hanno il guaio della pesantezza e della rigidità – furono sostituite gambe e braccia di cuoio, vuote nell’interno, e quindi non soverchiamente pesanti, sorrette da sottil laminette di acciaio, e ridotte, a forza di pressione e di martellamenti, sullo stampo dell’arto mancante. I moderni apparecchi di ortopedia sono snodati – per mezzo di speciali congegni – nei punti corrispondenti alle articolazioni, così che funzionano automaticamente. Per mezzo di piccoli movimenti, che il mutilato fa eseguire al moncone della parte amputata, e che dal moncone vengono trasmessi all’apparecchio, egli può compiere in modo abbastanza perfetto e completo i movimenti di estensione e di flessione dell’arto artificiale. Il corpo di questo essendo di cuoio rigido, foggiato sulla forma anatomica del membro mancante, e le aste di sostegno e le armature di acciaio essendo ridotte alle minime dimensioni, si è ottenuto il grande pregio di ogni strumento ortopedico, la leggerezza. I movimenti sono a cerniera, a molla, a scatto libero, a catenaccio, a leva, automatici, silenziosi, facili, dolcissimi, senza sfregamenti o crepiti. Mediante speciale trazione meccanica si è riusciti a costruire braccia artificiali, che muovono automaticamente il gomito e la mano, mani con dita articolate, gambe articolate con possibilità dei movimenti di estensione e di flessione, piedi articolati con molle automatiche per alzare ed aiutare la punta del piede durante il cammino, apparecchi speciali per accorciamento della gamba, per il piede paralitico, per l’anchilosi del ginocchio, per le alterazioni traumatiche dell’articolazione coxo-femorale, per la mutilazione delle falangi delle mani. E tutto questo mirabile e abbondantissimo materiale ortopedico viene costruito di cuoio solidissimo, di acciaio, di feltro, di alluminio, e fabbricato con la tecnica la più perfetta e con la meccanica più squisita, così da aversi apparecchi leggeri, silenziosi, eleganti, facili ad applicarsi e a funzionare, e nello stesso tempo forti, resistenti, solidi, sicurissimi.

“ZUMAGLINI: ginocchio articolato; L’arto completo (tipo alleggerito). – Sezione dell’articolazione del ginocchio – Sezione. Punto morto – Sezione. Flessione completa – L’arto senza gambalino, visto di dietro (tipo alleggerito).”

Troppo dovrei dilungarmi se io volessi fare una esposizione anche sommaria dei perfezionamenti apportati in questi due ultimi anni ai varî apparecchi protetici delle dita, della mano, dell’avambraccio, del braccio, dell’anca, del ginocchio, e del piede. Mi limiterò piuttosto ad intercalare nel testo alcune figure, le quali, con la visione plastica diretta, serviranno mirabilmente ad illustrare le parole del mio articolo.

“ZUMAGLINI: ginocchio articolato; Articolazione del ginocchio (vista anteriormente) – Articolazione del ginocchio (vista lateralmente) – Articolazione del ginocchio (vista posteriormente).”

E volendo pure venire a qualche particolare, mi limiterò a dire poche parole intorno ad un apparecchio, che parmi perfetto, del dottor Antonio Zumaglini, apparecchio da lui ideato e fatto costruire in questi ultimi mesi. Voglio alludere al suo <>. Questo apparecchio del Zumaglini appartiene alla serie dei ginocchi articolati a scatto, i quali permettono di eseguire i movimenti ordinari sia nel camminare che nel curvarsi o sedersi. In esso si è ottenuto un grande vantaggio fondendo le articolazioni in un metallo conveniente. L’articolazione consta di tre parti: la parte superiore, l’inferiore, ed il legame elastico, che le unisce. La parte superiore, alla quale si inseriscono le aste del cosciale, porta di fondita due robustissimi perni, sui quali viene a gravare il peso della persona, e che poggiano su due cuscinetti portati dalla parte inferiore dell’arto. Tanto la parte superiore che l’inferiore ricopiano fedelmente un ginocchio naturale, e ciò che è più notevole è che tale somiglianza si mantiene anche per le varie flessioni, che l’arto può assumere. La parte superiore porta un dispositivo semplicissimo, mediante il quale, con la sola azione della gravità, si può rendere rigido l’arto. Il legame elastico che tiene unite le due parti, è costituito da una molla, che agisce a compressione nell’interno d’un astuccio di ottone; questo astuccio è costruito con guarnitura in ebanite ed in fibra, in tutte le parti che hanno movimento.
Alcune illustrazioni che riporto di apparecchi costruiti da ortopedici italiani, varranno a dare una idea della finezza e perfezione a cui l’arte ortopedica è arrivata ai nostri giorni, presso di noi.
Come già dissi più sopra, il segreto degli incredibili risultati che si possono ottenere dalla rieducazione dei mutilati sta nel sapere individualizzare il lavoro, educando e sviluppando una delle facoltà insite nell’organismo umano, e della quale non abbiamo quasi coscienza, cioè la facoltà di adattamento e di compenso. La visione lucida ed esatta delle condizioni psichiche intellettuali e muscolari dei singoli mutilati ha fatto sì che la ortopedia moderna- specialmente durante questi due anni di guerra – si orientasse verso sistemi costruttivi, che mirano non solamente alla costruzione dell’arto in sé stesso, ma dell’arto come strumento di lavoro. L’apparecchio ortopedico non deve essere più, secondo il concetto moderno, una sostituzione materiale statica della parte mutilata, ma un elemento dinamico, il principale e più utile ferro del mestiere. Al moncone non viene così aggiunto un corpo inerte, simulacro inoperoso dell’arto mutilato, ma una parte che può servire di strumento per il lavoro preferito, e che anzi è lo strumento vero e proprio di quel determinato lavoro. Con i sistemi modernissimi i mutilati vengono a comunicare con il mondo esterno per mezzo di ordigni del proprio mestiere, e così anche i più gravemente colpiti dalla disgrazia possono, in epoca non lontana dal loro trauma, partecipare al comune lavoro, adattando alle varie forme di lavoro il mestiere conveniente ed i mezzi per attendervi.

“Apparecchio costruito dall’ortopedico Redini di Pisa, per un mutilato delle due cosce. – A sinistra il paziente prima dell’applicazione, e a destra dopo l’applicazione dell’apparecchio.”

Né a questo si è arrestata la ortopedia moderna, la quale, nell’assidua ricerca, eminentemente umanitaria, di sfruttare tutte le attività rimaste nei monconi di mutilazione, è riuscita ad escogitare nuovi apparecchi destinati a costituire un tutto con la persona mutilata, nel senso che essi rispondono prontamente alla sua volontà perché animati dal suo cervello, e sono passivi quindi di movimenti dipendenti dalla volontà stessa.
Qualora si tratti delle braccia, si cerca che l’apparecchio sia addirittura organico, vivo, funzionante, attivo. Anche il mutilato delle braccia si vuole non sia più una creatura disutile, bisognosa sempre e dovunque dell’aiuto altrui, ma si desidera che, fornito d’una protesi ingegnosa e adatta, egli possa vestirsi, lavarsi, scrivere, portare alla bocca il cucchiaio, lavorare.
Come si vede, lo sforzo della ortopedia moderna è quello di diventare sempre più dinamica, fino ad arrivare al movimento in relazione con il cervello del mutilato.
Questo scopo fu raggiunto egregiamente mediante la protesi cinematica, invenzione genialissima d’un medico italiano, il dottor Vanghetti, di Capraia di Firenze. Il principio delle protesi cinematiche (cioè a movimento) sta nel creare delle unità chirurgiche, motrici, dei motori plastici, viventi, capaci di muovere attivamente le dita d’una mano od il piede artificiale. Secondo questo genialissimo metodo italiano vengono utilizzati i muscoli e i tendini rimasti illesi di un membro amputato, o quelli che si sono conservati tali in un moncone d’amputazione. Con questi tendini e muscoli vengono chirurgicamente formati dei motori viventi della forma d’un anello p d’una clava. Questi motori viventi permettono ai monconi d’amputazione di mettere in movimento una mano artificiale più o meno complicata, poiché essendo costituiti dalle estremità libere dei muscoli e dei tendini – ricoperti dell’involucro cutaneo – sono suscettibili di allungamento e di raccorciamento, e possono così effettuare il movimento di flessione e di estensione, qualora siano messi in comunicazione con una adatta mano artificiale.
Per ottenere questo risultato il Vanghetti ha proposto di cucire insieme i capi liberi dei muscoli e tendini della flessione, così da formare un’ansa, la quale costituirà un motore vivente, ad anello. Uguale operazione si deve praticare sulle estremità libere dei muscoli e tendini della estensione, così da aversi una seconda ansa, la quale formerà un secondo motore ad anello, vivente. Si avranno allora due anse, una che, contraendosi, per l’azione dei muscoli con i quali è collegata, estenderà la mano artificiale, raddrizzandola verso il dorso della mano stessa, ed una seconda ansa, che, contraendosi per il raccorciamento delle masse muscolari da cui dipende, fletterà la mano artificiale, ripiegandola verso il palmo. Se questi movimenti di estensione e di flessione vengono trasmessi ad un apparecchio fissato alle due anse, cioè ai due motori viventi, si avrà uno strumento capace di movimenti dipendenti dalla volontà della persona mutilata (1).
[(1) Vedere, per questo genialissimo metodo del dott. Giuliano Vanghetti, il n.° 23, anno 1916, di Scienza per Tutti.]
Con questo mirabile metodo, d’invenzione tutta italiana, si possono ricostruire mani e dita, utilizzando quelle estremità tendinee e muscolari che una volta venivano lasciate inerti entro i monconi di amputazione, e si può ridonare così, per via chirurgica e protetica, la funzionalità intera della parte perduta ad ogni moncone di amputazione, sostituendo, per mezzo di motori plastici, tutti i muscoli che in esso moncone sono racchiusi, e dando alle mani, alle dita, ai piedi artificiali, tutti o quasi tutti i movimenti naturali. A questo punto merita di essere citata la mano prensile ideata e costruita dal valentissimo ortopedico Marelli di Milano, il quale, insieme al Redini di Pisa, fu tra i primi in Italia ad occuparsi di questo nuovo genere di ortopedia cinematica. È degno pure di menzione l’ingegnosissimo braccio artificiale cinematico che il Redini di Pisa ideò e costrusse per un operaio amputato dal prof. Ceci.

“Applicazione dell’apparecchio Redini ad un mutilato.”

La scienza moderna non ha quindi solamente il vanto di avere sostituito alla vecchia, sbrigativa, barbara chirurgia mutilatrice una benefica e umanitaria arte operativa conservatrice per eccellenza, né vanta solo la gloria di avere studiato tutti i modi per risparmiare anche i più piccoli residui degli arti feriti – come organi di movimento e di senso – allo scopo di sfruttarli come elementi di moto e di tatto, ma ha anche la gloria grandissima di avere appreso a ricostruire parti corporee mancanti, assurgendo così alle altezze d’una vera arte creatrice. Così l’azione più barbare del mondo moderno, la guerra, che fa strazio dell’organismo umano, ha contribuito a far fiorire più rigogliosamente l’opera più nobile e più santa, quella di ridonare la vita della integrità fisica al moncone inerte del mutilato. Così la guerra, che è morte, ha fatto progredire la scienza, che è vita, poiché fu proprio la guerra, questo micidiale flagello sociale, residuo della più nefanda barbarie, che ha fatto sorgere in Italia, e precisamente a Milano, la più benefica istituzione moderna, l’Istituto Nazionale per gli apparecchi artificiali.
La guerra ha fatto ben comprendere come il problema dell’assistenza ai soldati mutilati in guerra sia di tale importanza umanitaria, economica, e sociale da essere doveroso che l’intera nazione porti il suo contributo ad un’opera così altamente civile. Tutta l’Italia ha risposto generosamente al nobile appello di fraternità nazionale, e numerosi comitati pro mutilati sono sorti in quasi tutte le città della penisola. Per sciogliere il grave problema della fornitura rapida di un così notevole numero di apparecchi ortopedici, fu concepito il progetto d’una grande officina nazionale dotata di macchinario moderno, organizzata industrialmente e scientificamente, diretta da un personale tecnico specializzato, composto di ortopedici e ingegneri meccanici, capace di provvedere allo Stato, per tutti i suoi soldati mutilati, gli apparecchi più perfezionati per il lavoro manuale. Milano, cha ha visto nascere la prima scuola di lavoro per i mutilati, e che per la prima fra le città italiane ha aperto una scuola di lavoro per i mutilati della presente guerra, ha già da tempo iniziata l’organizzazione d’una simile officina in modo degno delle sue tradizioni di illuminata beneficenza e di sagace provvidenza. Così dalla malefica pianta della guerra è fiorito un novello germoglio di amore altruistico e di fraternità, amore altruistico e fraternità che si propongono il raggiungimento di questo elevatissimo programma:
conservare chirurgicamente quanto è più possibile, amputando il meno che si può;
movimentare e animare i monconi d’amputazione per mezzo di una plasticità cinematica;
vitalizzare le membra artificiali.

Da sinistra a destra: un telefonista con ambedue le mani artificiali – Mani e relativi meccanismi speciali per professionisti, ammanuensi, impiegati – Braccio e mano per lavori di meccanica.”

Questi sono gli scopi nobilissimi che si prefigge la chirurgia ortopedica moderna, scopi che costituiscono una vera gloria della scienza protetica in genere, e – diciamolo con orgoglio – della ortopedica italiana in ispecie.

Le basi scientifiche della rieducazione dei mutilati in guerra(*)
Prof. Riccardo Galeazzi
1 Settembre 1917
(*) il prof. Riccardo Galeazzi – professore ordinario di ortopedia degli Istituti Clinici di perfezionamento, direttore dell’Istituto Rachitici e delle Scuole di Rieducazione dei mutilati in guerra – ha voluto rielaborare per noi, adattandola alle caratteristiche di Scienza per Tutti – la memoria da lui presentata su questo tema al Congresso delle Scienze di recente tenuto a Milano. La particolare competenza dell’A. e la dolorante attualità del tema vogliono che segnaliamo la pubblicazione ai lettori – affinché essi pongano speciale attenzione a queste risoluzioni di problemi conseguenti alla guerra che si presentano come altrettante benemerenze altissime degli uomini di scienza e come altrettante affermazioni incontrovertibili di energia nazionale. – (N. d. R.).
Un grave compito ha imposto alla scienza ed alla coscienza nostra la rieducazione dei mutilati in guerra.
Se vogliamo, se dobbiamo, con tutti i mezzi, col massimo sforzo di cui siamo capaci, stimolare dopo la guerra il lavoro industriale, commerciale, agricolo, nessuna forza ancora valida dovrà rimanere inattiva; è questa la condizione unica della futura ricchezza nazionale, per cui, se l’opera di rieducazione di questi reduci gloriosi appartiene ai problemi di indole sociale, inquantoché dalla sua soluzione non soltanto dipendono l’avvenire materiale e morale di parecchie migliaia di famiglie italiane, ma ne è influenzato altresì l’avvenire economico del nostro paese – essa è per essenza una questione tecnica e scientifica. Il mutilato, lo storpio, il cieco, possiedono una capacità di lavoro perfettamente utilizzabile, che rappresenta per l’80% di essi un valore integrale – in virtù dei compensi che la natura provvida e la rieducazione sono capaci di promuovere alle perdute o deficienti loro attitudini fisiche a patto però che una organizzazione scientifica vi presieda e guidi queste giovani vittime della guerra per vie sicure alla loro redenzione fisica, morale ed economica – compito non lieve, compito non facile, compito spettante di pieno diritto alla scienza ortopedica, che sola è in grado di assolverlo.

“Fig. 1. – Registrazione grafica del lavoro di lima: operaio sano, a sinistra, e mutilato ai primi esperimenti, a destra.”

La rieducazione degli storpi e mutilati in guerra si può schematicamente dividere in quattro fasi di sviluppo:
Un primo periodo delle cure chirurgiche ortopediche;
Un secondo periodo della rieducazione funzionale rivolta a restaurare fino ai limiti del possibili la capacità motrice dell’invalido;
Un terzo periodo in cui il mutilato è provveduto di una protesi razionale ed è educato a servirsene;
Un ultimo periodo della vera e propria rieducazione professionale per cui si viene ad organizzarne il lavoro secondo leggi fisiologiche, assegnando a ciascuno di essi la sua peculiare funzione nella macchina sociale onde possa collaborare all’opera comune di domani, mercé la utilizzazione massima delle sue forze fisiche e psichiche.
Queste molteplici funzioni dell’opera di rieducazione sono l’una all’altra strettamente collegate e per dare i massimi frutti debbono procedere armonicamente, tutte coordinate, all’unico scopo di raggiungere per ciascun mutilato quel grado massimo di capacità lavorativa a cui può aspirare e secondo quell’indirizzo che meglio risponde alle attitudini che gli sono rimaste.
Ciò è possibile soltanto quando è unica la direttiva di queste varie fasi della rieducazione e questa viene affidata ad un cultore della scienza ortopedica. Questo s’è ben compreso a Milano dove con sagge, oculate disposizioni, si è riunita sotto la unica direzione del sottoscritto tutta la complessa opera di rieducazione di questi gloriosi reduci della nostra guerra che, accolti si può dire appena operati, vengono curati ed assistiti sino a che la loro rieducazione è espletata e, ove occorra, sino al momento in cui sono collocati nel nuovo ambiente professionale.
Affinché il cortese e colto lettore abbia un’idea abbastanza completa di questa assistenza, occorrerà che egli ci segua nei vari reparti di cui è costituito il Reparto ortopedico militare.
1° Il Reparto di Concentramento. – Qui vengono accolti i soldati mutilati, o direttamente dagli Ospedali della Zona di Guerra o da quelli della Zona Territoriale, appena operati o prossimi alla guarigione. A questo scopo è destinato il Collegio Reale delle Fanciulle.
È questo un magnifico edificio in stile settecentesco, di una considerevole potenzialità, potendo ricoverare fino a 500 soldati (fig.).
Le sue vastissime sale, alte, ben illuminate ed areate sono state convertite in bellissimi dormitorii ed il parco annesso coi suoi vialoni ombreggiati da piante annose rappresenta un gradito ritrovo degli ospiti del Collegio.
Mentre attendono la loro guarigione i soldati non debbono rimanere inoperosi. alcuni frequentano le scuole: la scuola degli analfabeti e la scuola di selezione a cui accedono quelli dei soldati che, per gli studii fatti e per le loro preferenze e per il genere della mutilazione che li rende inetti ai lavori manuali, aspirano ad una carriera degli impieghi.
L’esperienza avendo dimostrato che nei reparti di concentramento l’ozio forzato è fonte di indisciplina, viene esercitato il massimo sforzo per occupare i soldati ricoverati in lavori di convalescenziario. Al Collegio reale funzionano bene i laboratorii di conterie, di scultura in legno, ecc.
2° Il Riparto Chirurgico-Ortopedico – (Istituto Rachitici: fig. 4). – Dal Reparto di Concentramento i soldati storpi e mutilati venogno inviati all’Istituto Rachitici, il grande centro ospitaliero ortopedico di Milano e provvisto di tutti i mezzi adeguati affinché i mutilati lesi nell’apparato locomotore possano essere ricostituiti fino ai limiti del possibile nella loro potenzialità.
È qui che si espletano le cure chirurgiche dettate dalla moderna ortopedia; qui che si inizia la
RIEDUCAZIONE FUNZIONALE.
Per i mutilati questa deve essere preceduta da uno studio preparatorio speciale mirante a valutare in modo preciso il grado di valore funzionale di ciascun moncone e stabilire i mezzi per aumentarlo nella misura del possibile.
Perché la mutilazione non riduce soltanto l’azione muscolare del segmento colpito nei suo fattori meccanici e dinamici – braccio di leva e potenza motoria -, ma essa ha una ripercussione sulla capacità fisiologica di tutto l’arto; ripercussione che occorre valutare con criterii scientifici per poterne dedurre un giudizio fondato sulla possibilità di adattamento del mutilato ad un lavoro proficuo.
Le deficienze funzionali di un moncone si rivelano essenzialmente:
1° Con disturbi nella sensibilità.
2° Con insufficienze motorie.
3° Con incapacità funzionale al carico, segnatamente importante per le mutilazioni degli arti inferiori.
Disturbi della sensibilità ed educazione sensitiva. – Dal punto di vista delle funzioni nervose ogni mutilato possiede nel moncone un campo di sensibilità ridotto, perché la somma delle sensazioni provenienti dalla superficie cutanea dell’arto mutilato non basta a mantenere la funzione normale delle reazioni cellulari fisiologiche; donde i disturbi trofici costanti, per la legge che i fenomeni nutritizii sono indirettamente stimolati dalle impressioni esteriori che salgono a sollecitare l’impulso nervoso motorio.
Inoltre la sensibilità dei monconi al contatto od alla pressione è indebolita ed i centri nervosi, separati dalle loro connessioni anatomiche normali, non di rado traducono falsamente le sensazioni.
È facile constatare che l’estremità dei monconi è poco sensibile al tatto: l’esplorazione con un estesiometro di Weber dimostra che talvolta bisogna allontanare le punte di 18-20 mm., per renderle percettibili, in zone cutanee dove 4-5 mm. bastano normale.
Né sono rari i fenomeni di errata localizzazione, e mi basta a questo proposito accennare al fenomeno di Weir-Mitchell, dell’illusione, cioè, che il mutilato conserva lungamente, di sentire ancora e di possedere il segmento dolorante terminale del membro asportato.
Di qui le indicazioni di una metodica rieducazione sensitiva dei monconi, diretta a perfezionar,e la sensibilità, a diminuirne le zone ipoestesiche ed a correggere gli errori di localizzazione.
Fra i mezzi che meglio ci hanno corrisposto vi ha l’uso dei monconi come organi tattili e lavorativi ed inoltre la loro educazione ad una più fine sensibilità di pressione; il che si realizza in modo molto semplice col braccialetto a pesi di Amar (fig. 7) che si fissa sull’estremità del moncone e che porta un piattello in cui si introducono dei pesi gradatamente più deboli: man mano, il mutilato impara a riconoscere le più fini variazioni di peso a cui il moncone è sottoposto.
La questione ha una grande importanza per i mutilati ciechi. Una tale rieducazione sensitiva ci ha dato in questi dolorosissimi invalidi risultati tangibili, tanto da rendere possibile ad essi la lettura della scrittura Braille col moncherino.

“Fig. 2. Il Collegio Reale delle Fanciulle – reparto di concentramento dei soldati mutilati. – In fig. 3, a sinistra: Misurazioni dinamometriche – per apprezzare lo sviluppo muscolare nei tessuti di copertura dei monconi.”

Deficiente motilità e rieducazione motoria. – È intuitivo che l’amputazione diminuisce proporzionalmente la potenza motoria dell’arto.
Quanto è più alta l’amputazione, tanto più è accorciato il braccio di leva e tanto più la forza muscolare si abbassa, anche perché tanto maggiormente rimane limitato l’intervento della sinergia muscolare dell’arto.
Quanto più l’amputazione è alta, tanto meno larga e solida è la presa dell’apparecchio di protesi, che viene così ad essere azionato co energia di adattamento affievolita.
Scopo precipuo della rieducazione funzionale dei monconi consiste nel migliorarne lo stato motore.
I movimenti normali lavorativi degli arti si possono ricondurre a tre tipi principali di movimento:
1° Il movimento di traslazione (lavoro di lima, di pialla, di sega, ecc.)
2° Il movimento di rotazione (giro di un volante, ecc.).
3° Il movimento elicoidale che risulta dalla combinazione del movimento di traslazione col movimento di rotazione (come, ad esempio, il lavoro di avvitamento).
Basta riprodurre questi movimenti del moncone nei piani dello spazio in cui normalmente hanno luogo per assicurare al suo sistema muscolare un vero allenamento fisiologico.
Questo allenamento poi ha da essere graduale, come sforzo, velocità e durata – per cui una tale rieducazione motoria dei mutilati si può realizzare colla comune tecnica meccanoterapica ed ha consigliato la creazione di apparecchi speciali costrutti con sistemi più precisi, in cui la scienza dell’ortopedico concorre e si completa colla scienza del fisiologo.
Per l’allenamento al movimento di rotazione serve bene il ciclo di Amar da noi perfezionato.
Questo apparecchio si compone di un volante che rappresenta la ruota posteriore di un biciclo di cui si sono conservati soltanto l’armatura ed i pedali. – Sulla ruota scanalata passa un nastro d’acciaio che funziona da freno e da un lato porta dei pesi, a costituire la resistenza, e dall’altro si attacca ad un dinamometro a trazione, munito di un quadrante che si può rendere registratore.
Su di questo ciclo possono allenarsi tanto mutilati degli arti inferiori muniti di gamba artificiale quanto mutilati di arto superiore mercé un braccialetto che per mezzo di una ruota dentata trasmette il movimento al volante (fig. 6).
Il percorso virtuale del volante, moltiplicato per la forza di sfregamento, ci dà la misura del lavoro del moncone. Un dispositivo speciale permette al mutilato di regolare la cadenza del movimento sul pendolo di un metronomo ed allenare così il moncone ad un ritmo regolare di lavoro.
Per l’allenamento dei monconi al movimento di traslazione ha dato utili risultati un mio ergografo (figg. 8 e 22) che permette l’allenamento dei monconi a questo movimento in tutti i piani dello spazio.
Mercé dispositivi nuovi, su cui non mi posso trattenere, è possibile misurare esattamente l’escursione degli spostamenti angolari del moncone nei singoli movimenti, e tale escursione può essere fissata e conservata in una grafica che documenta i progressi nelle due fasi del movimento di andata e ritorno del moncone.

“Fig. 4. L’Istituto Rachitici – reparto chirurgico-ortopedico per la ricostruzione della potenzialità locomotrice nei mutilati. – In fig. 5, a sinistra: L’artrodinamometro – per l’esatta misura dei risultati di rieducazione motoria.”

Il ritmo è misurato dallo scatto di una piccola molla che avviene ad ogni fase del movimento e la misura del lavoro del moncone è data dal prodotto del peso applicato al sistema per l’altezza a cui esso è portato, quale risulta dalla scala graduata annessa all’apparecchio.
In ogni momento dell’allenamento funzionale del moncone occorre assicurarsi del miglioramento che avviene nella forza dei suoi muscoli e nell’ampiezza dei movimenti dell’articolazione che lo anima; questi due fattori, che ci dànno la misura esatta dei risultati ottenuti, si determinano coll’atrodinamometro che fornisce il valore degli spostamenti angolari degli arti e la forza assoluta dei gruppi muscolari che li comandano (fig. 5).
Venendo per ultimo alla incapacità dei monconi alle funzioni di carico e loro allenamento alla gravabilità, la quale è specialmente importante per gli amputati degli arti inferiori, un moncone si ritiene gravabile quando esso da solo serve:
1° a portare senza fatica eccessiva l’apparecchio di protesi, assicurandone la presa;
2° a trasmettere all’apparecchio il peso del corpo;
3° a generare nell’apparecchio i movimenti che esso deve compiere.
Affinché monconi e protesi riproducano nel miglior modo possibile le condizioni normali, la trasmissione del peso del corpo all’apparecchio dovrebbe avvenire esclusivamente sull’estremità del moncone.
Orbene, l’esperienza insegna che per tollerare bene la pressione del corpo:
1° I monconi debbono essere rivestiti da cute spessa e sana, possibilmente già adatta a sopportare le pressioni e la sua cicatrice ha da essere lontana dal punto d’appoggio;
2° L’estremo osseo deve essere imbottito di un buon strato muscolare non soltanto mobile passivamente sul piano osseo, ma dotato altresì di mobilità volontaria in conformità alle condizioni statiche e cinematiche che la natura già realizza nei punti del nostro corpo soggetti a pressione (come la pianta del piede, le regioni ischiatiche) in cui uno spesso cuscinetto di parti molli spostabili attivamente permette di distribuire la forza premente su una larga superficie e spostarla in punti diversi del cuscinetto, mercé movimenti volontarii od istintivi.
Orbene, noi miriamo ad ottenere, tanto nei monconi dell’arto superiore quanto in quelli dell’arto inferiore, un’estesa e forte mobilizzazione di questi tessuti molli di copertura con esercizi attivi metodici della muscolatura del moncone di cui seguiamo il progresso in escursione con indicazioni al dinamometro. Si riesce così a rendere il cappuccio di parti molli idoneo a movimenti ampi e forti (fig. 3).
Quando siano eliminate le cause anatomiche di dolorabilità suscettibili di cura ortopedica e siasi creato lo spesso cuscinetto di parti molli, mobili attivamente, la gravabilità dipende in larga misura dalla sensibilità individuale, dalla costanza ed energia del carattere del mutilato, ma sopratutto dalla funzione.

“Fig. 6, 7 e 8. – Il ciclo di Amar – per l’allenamento di monconi al movimento di rotazione. Braccialetto a pesi di Amar – per la rieducazione dei monconi. L’ergografo Galeazzi – per l’allenamento dei monconi al movimento di traslazione.”

Un grande aiuto ci è dato dall’uso precoce dell’apparecchio di protesi e per questo noi ricorriamo sistematicamente, non appena lo possiamo fare, senza pericoli, alle protesi provvisori.
Ma sopratutto giova una razionale metodica educazione al cammino del mutilato munito di protesi.
E questa si raggiunge soltanto alla condizione che sia prima studiata con criteri scientifici la marcia di ogni mutilato munito di apparecchio di protesi onde scoprirne i difetti dovuti al moncone, al mutilato od alla protesi e correggerli, affinché il mutilato sia messo nelle condizioni più favorevoli ad un allenamento funzionale rapidamente progressivo.
LA PROTESI.
E vengo ora ad una delle questioni più importanti per il mutilato e la sua rieducazione – quella degli apparecchi di protesi, che non hanno più soltanto la funzione che avevano in passato della sostituzione morfologica di un arto perduto, ma oggi mirano a supplire ad una funzione abolita, per cui il massimo rendimento funzionale è qualità essenziale di un buon apparecchio protetico.
Il valore funzionale di un moncone essendo legato alla massa ed alle dimensioni degli organi protetici che deve comandare, è legge fondamentale nella costruzione di un arto artificiale di accoppiare il massimo di resistenza col minimo di massa – soprattutto nelle protesi degli arti inferiori.

“Fig. 9. – L’Officina Nazionale di Protesi (Gorla I): fornisce a prezzo di costo i più perfezionati apparecchi di protesi.”

Il problema della protesi dell’arto inferiore riposa sulle leggi che sperimentalmente la fisiologia ha stabilito nei suoi classici studi sulla marcia e sulla stazione eretta: non potendo addentrarmi nelle applicazioni di queste leggi sulla costruzione degli arti artificiali, ripeterò ancora una volta quanto già ripetutamente sono andato affermando da parecchi anni, che cioè che costruisce la protesi non può e non deve ignorare queste leggi perché è precisamente per essere stata finora la loro costruzione quasi esclusivamente affidata agli empirici, che ignorano gli studi ed i progressi delle scienze fisiologiche e gli elementi della statica del tronco, che la tecnica della protesi è rimasta così imperfetta.
Oggi fortunatamente si sta per cambiar rotta e si incomincia a studiare scientificamente questo problema, ed a questo riguardo non sarà mai abbastanza lodata l’iniziativa del comm. Tomaso Bertarelli, diretta a fondare l’Officina Nazionale di Protesi istituita in Gorla Primo e scientificamente organizzata con un laboratorio di studio e perfezionamento della protesi a cui coll’ortopedico, un fisiologo, un chirurgo ed un ingegnere meccanico, collaborano: un ente di beneficenza, che ha per còmpito di fornire a prezzo di costo ai soldati mutilati gli apparecchi di protesi più perfezionati (fig. 9).
Molto dovrei dire della protesi per mutilati negli arti superiori, e sopratutto degli arti di lavoro che maggiore importanza hanno per la rieducazione professionale – purtroppo è questo un quesito che fu sempre trascurato, essendo soltanto dopo l’inizio della presente guerra, salvo poche eccezioni, penetrata nella coscienza generale la possibilità che il mutilato dell’arto superiore si applichi a lavori manuali.
Per i mestieri di forza si costruiscono elle protesi di lavoro semplici, robuste, pratiche, adattabili ad ogni mutilazione del braccio e dell’avambraccio, fissate al torace e modellate sul moncone della spalla, articolate al gomito (nelle amputazioni del braccio) ed al polso con un’articolazione sferica che si fissa a volontà in tutti i piani dello spazio (tipo Jullen e simili), e porta avvitata al suo estremo una pinza in bronzo (tipo Lumière) come organo di prensione per tutti gli utensili necessari alle varie professioni – e che può essere sostituita nelle ore di riposo dalla mano cosmetica (figg. 10-11 e 12).
Per le professioni liberali si costruiscono delle braccia artificiali meccaniche a comando automatico colle quali si tenta di realizzare l’automatismo dei movimenti delle dita della mano artificiale rese mobili a scopo di presa. Nessuno di questi apparecchi si avvicina ancora alla perfezione: meccanici ed ortopedici di tutto il mondo studiano ora il problema, assai difficile, di sostituire la complessa funzione della mano – è a sperarsi che questi tentativi possano portare presto a tangibili perfezionamenti.
Oltre alle protesi di lavoro e alle protesi meccaniche automatiche si ha una categoria di apparecchi che hanno lo scopo precipuo di dare agli amputati delle due braccia la possibilità di afferrare gli oggetti più necessari e rendersi indipendenti per i più comuni bisogni della vita.
Devo per ultimo accennare ad un nuovo tipo di protesi automatica che stiamo studiando e costruendo nell’Officina Nazionale di Protesi e che sembra a noi possa rappresentare un sensibile passo in avanti nella protesi meccanica dell’arto superiore, in quanto mira a diminuire una delle deficienze capitali della mano artificiale che la renderebbero sempre inadatta ad una funzione per poco utile, quella di non dare al mutilato il senso della presa.
Orbene, questa mano prensile, di cui la presa è comandata dai movimenti del moncone di spalla, mercé un dispositivo speciale che permette di trasmettere ai polpastrelli delle dita ad una regione cutanea sensibile del moncone o del torace il senso di pressione, e riesce, a quanto dimostrano le prime esperienze, a realizzare per il mutilato una sensibilità indiretta della presa: noi nutriamo poi fondata speranza di riuscire, con una paziente educazione sensitiva delle zone cutanee a cui le sensazioni di pressione vengono trasmesse, a permettere ai ciechi mutilati delle due mani, il cui numero non è purtroppo trascurabile, di leggere la scrittura Braille.
Quando la rieducazione funzionale del soldato mutilato o storpio ha raggiunta la massima perfezione possibile, allora se ne inizia, come segue, la
RIEDUCAZIONE PROFESSIONALE.
La Scuola degli impieghi e la Scuola d’arte (Reparto «Marcelline»). – Qui si concentrano i mutilati che, o per il grado dell’invalidità o per le doti di coltura e di intelletto, possono aspirare ad un impiego pubblico o privato.
La Scuola ha sede nei fabbricati che le Suore Marcelline hanno fatto appositamente costruire per collegio-convitto, tenendo conto di tutte le esigenze didattiche ed igieniche.
Il fabbricato sorge in mezzo a giardini e frutteti, che offrono gradito ristoro ai soldati e conferiscono all’ambiente un quieto senso di pace e di raccoglimento.
La Scuola ha tre corsi: il Corso Commerciale, il Corso Postelegrafico (fig. 14) e la Scuola d’Arte (fig. 16).
Questa Scuola consta di un corso preparatorio di selezione a cui seguono i corsi di disegno industriale nelle branche principali (disegno meccanico, architettonico, decorativo).
Le Scuole degli impieghi e la Scuola d’arte sono ora frequentate, in totale, da 100 allievi.
I Laboratorii di mestiere. – Prima di iniziare la rieducazione professionale del soldato mutilato ad un mestiere manuale occorre conoscere la resistenza del soldato ferito alla fatica. Ora per questo non basta avere un’idea delle condizioni dei suoi organi motori, ma occorre possedere altresì una conoscenza esatta dello stato degli agenti della loro attività e dispensatori dell’energia individuale, il cuore ed i polmoni; occorre aumentare questa resistenza con un razionale allenamento. Ed è utile raccogliere documenti obiettivi di questo allenamento sotto forma di tracciati pneumografici, cardiografici, ecc., ottenuti dopo esercizi di fatica.
E siccome ad un determinato lavoro prodotto da ogni individuo corrisponde un consumo di energia prelevato dal suo apparato nervoso e muscolare ed indicato dal consumo di ossigeno respirato, che è maggiore che durante il riposo, e cresce col crescere dei progressi della fatica, è utile, prima di abbandonare questa categoria di mutilati ad un lavoro faticoso in una officina, assicurarsi che, o spontaneamente o mercé l’allenamento, il consumo dell’energia durante il lavoro di fatica è divenuto normale o quasi normale.
Riproduco delle fotografie dei nostri mutilati che si allenano sul ciclo di Amar dei quali si registrano i tracciati del polso e del respiro e si misura l’ossigeno consumato durante il lavoro, ovvero si misura la pressione sanguigna prima e dopo il lavoro compiuto (figg. 17-18-19).
Non mi posso soffermare a riprodurre né sottoporre ad un esame critico i tracciati molto istruttivi che con queste ricerche abbiamo ottenuto – i quali però ci hanno permesso di riunire elementi preziosi che rappresentano l’indice di reazione del mutilato, prima e dopo la fatica, ricchi di insegnamenti di valore per l’avviamento professionale.
Mi limito a prospettare due tracciati: il cardiogramma di un amputato recente in riposo e dopo 15 minuti di lavoro sul ciclo che documentano la mancanza di energia sistolica e l’irregolarità dell’azione cardiaca e l’aumento della frequenza del polso al minuto – il tonogramma che ne rileva, durante lo stesso esperimento, la dispnea e l’irregolarità del respiro (figg. 13 e 15).
Naturalmente nella maggior parte dei casi questi disturbi dello stato fisiologico del mutilato sono transitorii e l’allenamento funzionale razionalmente condotto lo migliora rapidamente, ridonandogli la capacità lavorativa e la resistenza alla fatica e con ciò la persuasione morale e la coscienza della propria forza.
Ma se l’opera di rieducazione professionale deve dare i migliori risultati, non basta valutare la resistenza del mutilato; occorre una tecnica rigorosa di orientamento professionale che ne disciplini gli sforzi, ne adatti i movimenti attivi residui agli organi protetici ed agli utensili, in una parola, ne mobilizzi il massimo di riserve latenti di energia individuale, ed è in questo campo che diviene decisiva l’analisi di tutti i fattori fisiologici e meccanici del lavoro.
Mancandoci un’esperienza in questa difficile materia, soltanto il procedere con rigore scientifico ci permetterà di stabilire anche per l’avvenire – quando, finita la guerra, dovremo dedicarci collo stesso amore con cui abbiamo assistito i soldati mutilati a rieducare e redimere i mutilati del lavoro civile – quale sia la condotta da seguirsi nei casi finora controversi, come, ad esempio quello essenziale se si debbano spingere o meno i mutilati o paralitici totali di un braccio ai lavori manuali.
Questo indirizzo fisiologico di rieducazione cerca di determinare le condizioni di forza, di velocità e di durata del lavoro del mutilato, registrandone graficamente gli sforzi muscolari per apprezzarne l’integrità, la regolarità, la successione nello spazio e nel tempo e questa analisi non lascia sfuggire alcuna anomalia dovuta ad un’impotenza non conosciuta prima, ovvero ad un cattivo apparecchio di protesi, o alla inabilità del soggetto o alle deficienze della sua intelligenza.
Se le circostanze difficilissime in cui il nostro studio procede, per mancanza di personale tecnico, di aiuti e di mezzi di ogni genere, non ci permettono purtroppo di dare ad esso quello sviluppo che la sua importanza reclamerebbe, tuttavia quel poco che abbiamo fatto ci ha convinti che da questi esami circostanziati possono risultare insegnamenti di alto valore pratico e che questa è la strada giusta che si deve seguire – ripeto non per tutti gli storpi e mutilati, ma segnatamente per quelli lesi gravemente negli organi essenziali del lavoro, nelle braccia, che noi dobbiamo con ogni sforzo spingere a rientrare nella società come elementi fattivi ad evitare che divengano oziosi parassiti della pensione od accattoni degli uffici.
Per quest’analisi fisiologica del lavoro del mutilato e dello storpio, nessun miglior metodo che la registrazione grafica del rendimento, applicata ai principali utensili del lavoro.
Il braccio impotente in uno dei suoi segmenti, o il moncone munito di un apparecchio protetico di lavoro ed applicato ad uno di questi utensili dinamografici, dimostra coi tracciati che ne ricaviamo in quale grado l’intensità e la regolarità degli sforzi sia diminuita, preciserà una determinata incapacità alla spinta, alla pressione od al governo dell’utensile, ci dimostrerà coll’irregolarità delle curve un’azione muscolare debole, esitante, oscillante, irregolare e questi elementi ci suggeriranno criteri sull’educabilità del mutilato e dello storpio ad un mestiere manuale mercé un conveniente allenamento o ci sconsiglieranno di seguire quell’indirizzo per il suo avviamento professionale.
Riporterò un tracciato fra i più dimostrativi ottenuti nel nostro laboratorio di orientamento professionale. La grafica in alto (V. fig. 1) segna il cronometraggio in secondi.

“Figg. 10, 11 e 12. – Mutilati muniti di protesi di lavoro. – V. in «copertina a colori» altro mutilato con protesi di lavoro

A sinistra sono segnati i tracciati grafici del lavoro di lima di un operaio sano, e cioè: dall’alto al basso, la pressione totale della lima sul metallo, la pressione della mano destra, la spinta della mano destra, la spinta della mano sinistra che si può dire nulla.
A destra il tracciato grafico (fig. 1) di un mutilato del braccio sinistro applicato al manico dell’utensile ai suoi primi esperimenti che è veramente dimostrativo. Da esso risulta che la pressione mordente totale dello strumento è enormemente minore che nell’operaio sano e poi essa è irregolare, incerta, oscillante – forte è la pressione della mano destra che esercita tutto lo sforzo, nulla la spinta del moncone mentre la mano sana esercita il massimo della trazione, ma in misura insufficiente ed irregolare.
È evidente che un tale risultato, se rapidamente non migliora nei successivi esperimenti, sconsiglia di insistere nell’indirizzare un tale mutilato ad un lavoro manuale.
Questo mezzo di rieducazione fisiologica, al lavoro offre infine al mutilato od allo storpio il mezzo di realizzare un nuovo orientamento delle braccia nel suo lavoro facendo assumere, ad esempio, al braccio destro indebolito o proteizzato, la funzione secondaria di semplice sostegno che prima aveva il sinistro ed assegnando invece al braccio sinistro la funzione principale di organo motore e governatore dell’utensile.

“Fig. 13. – Il cardiogramma di un amputato recente – in riposo e dopo 10 e 20 minuti di lavoro.”

Questa pedagogia fisiologica, diretta a creare i mancini, si realizza assai bene applicando alla rieducazione dei mutilati gli utensili registratori.
Per portare un esempio, nella pialla dinamografica i Amar (fig. 2) gli sforzi delle braccia che agiscono su di essa si decompongono negli sforzi orizzontali che spostano lo strumento e negli sforzi verticali di pressione sull’asse da piallare: gli sforzi dell’operaio in queste direzioni, nonché tutti gli errori compiuti dal mutilato maldestro nella pressione e nella spinta dell’utensile e tutte le irregolarità nel ritmo e nel rendimento, sono registrati da grafiche assai persuasive per il mutilato medesimo ed istruttive per noi.
Così il martello dinamografico (fig. 23) ci registra di ogni colpo la escursione, l’energia, il ritmo e la precisione.
A questi apparecchi di Amar, l’esperienza ci va suggerendo di aggiungerne altri.
Mentre la pialla, la lima ed il martello valgono per l’orientamento del braccio nei movimenti di traslazione e di rotazione, un ergografo da me ideato (figg. 8 e 22) vale ad allenare il mutilato al movimento elicoidale del braccio che l’operaio realizza in tutti i movimenti di avvitamento così importanti in tutte le professioni manuali.
questo ergografo elicoidale ci permette di registrare di ogni movimento di avvitamento l’ampiezza, il ritmo, il lavoro meccanico e lo sforzo di pressione: esso è un efficace strumento di allenamento al mancinismo.

“Fig. 14. – Il «corso postelegrafico» dell’Istituto di Rieducazione Professionale.”

L’organizzazione scientifica della rieducazione deve per ultimo suggerire quelle modificazioni degli utensili e delle macchine che rendono possibile mettere lo storpio ed il mutilato nelle condizioni di lavoro più favorevoli alla loro utilizzazione.
È intuitivo che se una certa operazione che esige ordinariamente l’uso delle due mani potrà effettuarsi con una mano sola, sarà possibile occupare un maggior numero di mutilati di un braccio: così,a cagion d’esempio, se in determinati lavori un motore potrà collaborare colla mano dell’uomo, si arriverà allo stesso risultato; se l’acceleratore d’una vettura automobile sarà comandato dalla mano per mezzo di una leva conveniente, invece che dai piedi, l’automobilista mutilato della gamba potrà conservare il suo mestiere.

“Fig. 15. – Il tonogramma che rileva la dispnea e l’irregolarità del respiro – durante l’esperimento di cui a fig. 13.”

Quella della sostituzione e modificazione degli utensili e del macchinario è questione ancora da studiare e se essa potrà essere facilitata dai suggerimenti degli stessi mutilati, non vi ha dubbio che anche in questo campo rigorosi criteri scientifici renderanno più facile e più perfetto il compito dell’educatore.
Farò un solo esempio:
Volendo dotare il moncone di avambraccio di un mutilato di una protesi capace di maneggiare un martello, occorre tener presente nella costruzione di essa, delle ripercussioni che ogni atto del lavoro ha sulle articolazioni vicine e modificare a seconda della lunghezza del moncone i segmenti relativi dell’apparecchio protetico e del martello, nonché preoccuparsi dell’angolo fisiologico sotto cui debbono incontrarsi l’organo di presa ed il manico del martello. Ma per riuscirvi in modo razionale è indispensabile la conoscenza delle leggi del contraccolpo e del centro di percussione.

“Fig. 16. – La «scuola d’arte» dell’Istituto di Rieducazione Professionale.”

L’organizzazione scientifica degli utensili e delle macchine è quindi un’altra delle basi fondamentali della rieducazione.

“Fig. 17, 18 e 19. – Mutilati in allenamento per la rieducazione ai mestieri manuali: si registrano i tracciati del polso e del respiro, si misurano l’ossigeno consumato durante il lavoro e la pressione sanguigna prima e dopo il lavoro compiuto.”

Con questo indirizzo si è andata organizzando la rieducazione ai mestieri manuali nei laboratorii raccolti nel grande Rifugio <> in Gorla I (fig. 20).
Dati i limiti di spazio a me imposti (1) dalle necessità tipografiche non posso addentrarmi, per quanto molto interessi, nella descrizione dettagliata di questo grandioso istituto di rieducazione professionale dei mutilati in guerra.
[(1) Il «Laboratorio Scientifico di orientamento professionale dei lavoratori storpi e mutilati», come pure «L’Officina Nazionale di protesi», potranno trovare esauriente illustrazione, al momento opportuno, nei saggi di questa Rivista su I Laboratori Scientifici Nazionali.]
Mi limiterò ad accennare che attualmente i soldati che lo frequentano raggiungono in media la cifra di 300 divisi nei seguenti laboratori di mestiere: Scuola Falegnami, Sarti, Calzolai, Viminai, Pellettieri, Intarsio e Scultura, Zoccolai, Sellai, Lavoratori in scope e spazzole, Meccanici, Ortopedici.

“Fig. 20. – Il Rifugio Fanny Finzi Ottolenghi (Gorla I) – per la rieducazione dei soldati mutilati ai mestieri manuali.”

A queste scuole di mestiere sta ora aggiungendosi la Scuola Agricola con tutti i suoi mestieri sussidiarii, con insegnamento razionale di orticoltura e giardinaggio, di apicoltura, di allevamento dei polli e degli animali da cortile, allevamento razionale del bestiame, caseificio, ecc., ecc.

“Fig. 21. – La pialla dinamografica di Amar.”
“Fig. 22. – Ergografo Galeazzi – per l’allenamento al mancinismo: registra ampiezza, ritmo, lavoro meccanico e sforzo di pressione del movimento elicoidale che si realizza in tutti i movimenti di avvitamento.”

Concludendo – le basi scientifiche della rieducazione professionale dei mutilati in guerra si possono così riassumere:
direttiva unica affidata ad un cultore dell’ortopedia;
Pronte cure ortopediche dirette ad ottenere la guarigione anatomica del moncone nelle migliori condizioni per la sua funzione;
valutazione con criterii scientifici delle capacità fisiologiche del moncone, sua educazione sensitiva e motoria con mezzi e sistemi scientificamente precisi;
organizzazione scientifica della protesi;
tecnica rigorosa di orientamento professionale fondata sulla conoscenza dei fattori fisici e psichici dell’invalido;
organizzazione fisiologica del lavoro del mutilato e dello storpio;
modificazioni razionali negli utensili e nel macchinario, fondate sulla conoscenza dei fattori meccanici del mestiere;
scelta ed organizzazione razionale dei mestieri manuali.
Questo metodo della organizzazione scientifica della rieducazione è quello che ha convertito alla rieducazione molti soldati storpi e mutilati che prima la rifiutavano – perché è il solo che rende ad essi la coscienza del loro effettivo valore lavorativo. Infonde nell’anima loro la convinzione che i nostri sforzi mirano realmente a far loro raggiungere il massimo possibile di rendimento e quindi di salario, ed essi, fidenti nella loro capacità, moralmente riconfortati e meno preoccupati dell’avvenire accedono volentieri alle scuole di rieducazione.

“Fig. 23. – Il martello dinamografico di Amar.”

Tale organizzazione soltanto è capace di mettere il più gran numero di questi reduci valorosi a quel posto nella vita sociale in cui essi possono ancora utilmente dare tutte le energie di cui sono in possesso al lavoro comune, e facendoli collaborare alla restaurazione economica del dopoguerra sarà realmente sorgente di benessere per loro e di concordia sociale. Mercé una concezione veramente scientifica ed umana ad un tempo di questa riorganizzazione, la Patria riacquisterà così elementi realmente produttivi e queste vittime gloriose della nostra santa lotta sentiranno meno la inferiorità acquistata e più alta e più completa la soddisfazione del dovere compiuto
Milano, luglio 1917.

L’esplorazione marina alla portata di tutti

Così terrestre ma al contempo così alieno ai nostri occhi, l’ecosistema marino del nostro pianeta, con la sua flora e la sua fauna bizzarra e meravigliosa, è un universo in miniatura ancora in gran parte inesplorato, un laboratorio di biologia dove la natura compie i suoi esperimenti creando, combinando, modificando organismi in infiniti modi.

Helicocranchia, o calamaro porcellino. I tentacoli all’insù e il contorno degli occhi lo fanno sembrare un curioso personaggio appena passato in sala trucco.
© Nautilus.org

L’esplorazione di questo mondo, parallelo a quello di noi esseri che calpestiamo le terre emerse, è quanto di più simile ci sia nell’esplorazione di mondi lontani in qualche galassia distante anni luce. E il canale Youtube dell’Ocean Exploration Trust e del suo Nautilus Exploration Program ci consente di poter seguire le sue attività e partecipare in tempo reale a questa esplorazione, mettendoci a disposizione canali dal vivo e un enorme archivio di video informativi e di passate sessioni esplorative.

Uno splendido esemplare di medusa Halitrephes maasi.
© Nautilus.org

L’OET nasce nel 2007 come istituzione non profit per supportare l’Ocean Exploration Program americano, che si occupa di esplorazioni oceaniche contando su fondi sia pubblici che privati.
Il fondatore di quest’istituzione è quel dottor Robert Ballard che può annoverare tra le sue molte scoperte sottomarine quelle del relitto del Titanic e della corazzata tedesca Bismarck. Pioniere nello sviluppo di veicoli sottomarini per esplorare il mare più profondo, nonostante le sopracitate storiche scoperte estremamente famose, considera come le sue più importanti le scoperte delle sorgenti idrotermali nella fossa delle Galapagos e lungo la dorsale del Pacifico orientale, con la loro esotica fauna che si nutre dell’energia della Terra tramite un processo chiamato chemiosintesi.
[Per una scheda più dettagliata sulla illustre figura di Robert Ballard: https://nautiluslive.org/about/founder]

Per una corretta definizione del progetto e del fondo che lo ha realizzato traduciamo la descrizione presente sul sito:

“L’Ocean Exploration Trust (OET) e il Nautilus Exploration Program hanno come obiettivo l’esplorazione dell’oceano, alla ricerca di nuove scoperte nei campi della geologia, della biologia, della storia marittima, dell’archeologia e della chimica espandendo nel contempo i confini dell’insegnamento, della sensibilizzazione e dell’innovazione tecnologica. Le nostre spedizioni si concentrano sull’esplorazione scientifica del fondale marino, collaborando con la più ampia comunità scientifica per identificare la priorità delle regioni e dei fenomeni, per condividere le nostre spedizioni con gli esploratori in tutto il mondo attraverso una presenza telematica.
Le spedizioni vengono avviate a bordo dell’
Exploration Vessel (E/V) Nautilus, una imbarcazione di ricerca di 68 metri equipaggiata con veicoli controllati a distanza (ROV), e da altre imbarcazioni appartenenti all’OET per dispiegare il nostro sistema mobile ROV.

Il Nautilus. Piattaforma operativa da cui partono tutte le esplorazioni del progetto.
© Nautilus.org

Durante le nostre spedizioni, offriamo a scienziati, insegnanti, studenti, e al pubblico globale un’esperienza esplorativa da remoto tramite video, audio e dati presi sul campo, e allo stesso tempo interazioni “da nave a riva” dirette a classi scolastiche e centri scientifici. Includiamo insegnanti e studenti nelle spedizioni dell’ E/V Nautilus, che possono ottenere esperienza pratica nell’esplorazione oceanica e che possono dimostrarsi come modelli di insegnamento per la prossima generazione [nel testo originale: “STEM role models”, STEM è un acronimo che sta per “science, technology, engineering and math”, scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. N.d.T.]. NautilusLive.org offre un’esperienza immersiva tutto l’anno agli esploratori per imparare di più sulle nostre spedizioni, trovare materiale per l’insegnamento, e meravigliarsi di fronte alle nuove scoperte.”

Qui i link alla pagina del progetto e al canale Youtube relativo:
https://nautiluslive.org/
https://www.youtube.com/c/EVNautilus

Un paffuto Chaunacops che sembra uscito dalla mente di un bambino.
© Nautilus.org

La possibilità di seguire in tempo reale e di partecipare alle scoperte insieme al team a bordo del Nautilus è un’occasione imperdibile, soprattutto grazie alla competenza e all’entusiasmo dell’equipe scientifica con la quale è anche possibile interagire inviando domande dal portale web.

Un Solumbellula monocephalus, avvistato per la prima volta nel Pacifico proprio durante un’esplorazione del Nautilus.
© Nautilus.org

Moltissimi sono i video esplorabili nell’archivio, dei quali si può solo fare un rapido accenno ad alcuni esseri viventi incredibili e meravigliosi che si sono incontrati nel corso delle varie sessioni esplorative, tra meduse, stelle marine, polpi, crostacei, pesci, anemoni e molto altro, senza contare le formazioni rocciose e relitti sommersi.

Un Opisthotheutis californiana, o polpo dumbo, di un bellissimo colore giallo.
© Nautilus.org

Non attendete oltre, perdetevi anche voi seguendo questo canale, attratti dalla grandiosità del progetto e dall’entusiasmo degli studiosi, magari facendovi prendere dalla voglia di approfondire e di studiare la bilogia marina e non solo, oppure di supportare concretamente il progetto Nautilus con una donazione.

Durante alcune esplorazioni si sono potuti ammirare gli incredibili mutamenti di forma delle meduse Deepstaria, con la loro enorme campana semitrasparente e delicata attraversata dalla rete di canali che porta il nutrimento sul suo sottile corpo.
© Nautilus.org

La raffinazione dello zucchero in Francia nel 1864

da LE MONDE ILLUSTRÉ, Journal hebdomadaire N° 380 del 23 luglio 1864

Una visita alle raffinerie di zucchero del sig. Cézard, presso Nantes.

Coloro che si interessano, secondo diversi punti di vista, dell’importante questione del commercio, della fabbricazione e della raffinazione degli zuccheri, leggeranno, con interesse, noi speriamo, alcune informazioni su uno degli stabilimenti francesi che tratta questa preziosa derrata sulla più vasta scala. Le persone, e sono numerose, che consumano lo zucchero senza essere informati su come venga prodotto nelle fabbriche, troveranno in questa nostra guida un insegnamento che non dovrebbero disdegnare.
Le raffinerie che siamo andati a visitare, appartenevano al sig. Cézard, il quale si dice, si sia deciso a cederle a una potente società per azioni. Tutti gli uomini competenti sanno che, sotto la direzione del loro antico proprietario, queste officine hanno ottenuto il più alto grado di perfezione come installazione e come organizzazione del lavoro.

GRANDI INDUSTRIE FRANCESI. – Vista esterna e reparto principale della raffineria dei Récollets, di proprietà del sig. Cézard, presso Nantes.

Non c’è una sostanza alimentare più diffusa universalmente dello zucchero. Non tutti i popoli conoscono il pane e ci sono pochi paesi dove lo zucchero non rientri nell’alimentazione con una cifra bella tonda. Sotto il regno di Enrico IV, duecentosessanta anni fa, lo zucchero era così raro in Francia, che veniva venduto all’oncia presso le farmacie; più o meno come al giorno d’oggi noi compriamo la china. Nel 1700, il consumo totale in Francia non superava il milione di chilogrammi. L’apprezzamento per questo dolcificante crebbe talmente tanto durante il XVIII secolo, che nel 1789, 23 milioni di chilogrammi furono consumati. Le guerre della rivoluzione, il sistema continentale e i dazi esorbitanti posti da Napoleone I° allo zucchero esotico, ridussero di molto il consumo. Quando più tardi il paese aveva restituito una grande attività al commercio delle colonie, si è avuto, in seguito alla riduzione dei dazi e al benessere divenuto più generale, un grande incremento nella vendita dello zucchero. Ai giorni nostri, la diminuzione del prezzo ha influito sul consumo che ha grandemente contribuito ad aumentare. Nonostante il rapido aumento in Francia, siamo ancora al di sotto degli Stati Uniti e dell’Inghilterra dove la cifra di questo consumo, per individuo, è ancora doppia rispetto a quella francese. L’impego di zucchero in Francia nel 1864 non si valuta in meno di centinaia di milioni di chilogrammi. Quale immenso progresso in mezzo secolo!
La grande fabbrica del sig. Cézard conosciuta con il nome di fabbrica Launay, fonde, essa soltanto da 80 a 90.000 chilogrammi di zucchero al giorno.
La seconda fabbrica detta dei Récollets, tratta ogni gorno da 35 a 40.000 chilogrammi. Questo assicura ogni anno, tra le due fabbriche insieme, circa 36 milioni di chilogrammi, una grandissima parte, come si può vedere, dell’attuale consumo francese.

GRANDI INDUSTRIE FRANCESI. – Reparti principali della raffineria di zucchero di Launay, di proprietà del sig. Cézard, presso Nantes.

La fabbrica Launay, nella quale siamo andati a studiare il lavoro di raffinazione, ha i propri edifici costruiti su una superficie di ventimila metri quadri. Le costruzioni erette monumentalmente dominano su vasti cortili.
Le comunicazioni avvengono su larghe strade e abbastanza comode dove possono circolare e girarsi i lunghi barrocci e i pesanti carri; i primi, carichi di botti della Martinica; gli altri, piegati sotto il peso dei sacchi di giunco intrecciato dell’Avana, o i sacchi di cotone dell’isola di Cuba.
Durante tutto il giorno, i portoni aperti lasciano entrare l’ininterrotta fila di questi veicoli, che forse sostituiranno in breve tempo i vagoni della linea di Orléans, quando una ramo speciale verrà a servire la fabbrica.
Numerosi operai sfondano le botti, sventrano i sacchi e ci mostrano gli zuccheri diversamente colorati, a seconda della loro qualità e della loro provenienza. È presso le caldaie per la fusione che comincia la serie dei trattamenti ai quali lo zucchero va sottoposto. Attraverso un’atmosfera carica di vapore alla quale gli occhi fanno fatica ad abituarsi, proviamo a renderci conto di questa prima operazione. Lo zucchero viene gettato nelle caldaie contenenti dell’acqua resa bollente dal vapore di un bollitore posizionato sul fondo della vasca. Un operaio con un mouveron [spatola da raffineria] agita la massa pastosa. Questo liquido non ha niente di attraente a vedersi. É nero, ribollente e colloso; mille impurità fluttuano sulla sua superficie. Si fa fatica a immaginarsi che un giorno zucchererà il nostro caffè. Ma, pazienza! ecco che viene gettata nella caldaia dell’acqua di calce e del nero animale fino. Quando il nero viene diluito e l’ebollizione inizia, viene aggiunto del sangue di bue diluito con acqua. L’albumina del sangue si coagula al calore e trattiene il nero fino e molte sostanze estranee che impedirebbero la chiarificazione.

Ecco la seconda fase della raffinazione. Le caldaie per la chiarificazione dello zucchero sono situate ai piani superiori. Si fa passare lo zucchero fuso in miscelatori, nei quali viene introdotta una pressione di vapore. Nei chiarificatori, si lascia montare più volte il liquido fino all’ebollizione. Esso diviene via via più limpido sotto l’azione degli agenti che vi vengono mescolati. Alla sua uscita da lì, il liquido prende il nome di chiara. Questa chiara cola su una prima serie di filtri a tasca di rete che trattengono il nero fino mescolato con lo zucchero. Una seconda serie di filtri verticali contenenti, in altezza, diversi metri di nero animale in grani, ricevono la chiara all’uscita dai primi, e completano la sua chiarificazione. Il nero perde dopo un po’ di tempo il suo potere decolorante. Si deve quindi rivivificare, calcificandolo in alcuni forni. Per fare ciò, si lava il nero con acqua calda per liberarlo dai suoi elementi zuccherini. Queste acque di lavaggio dei filtri, zuccherati a un certo livello, vengono impiegati per la fusione degli zuccheri greggi.
Presso il sig. Cézard, alcuni reparti appropriati sono utilizzati per la rivivificazione del nero animale. Questo è un vantaggio che non hanno la maggior parte delle raffinerie di Francia, le quali sono costrette a inviare, con costi elevati, i loro neri per essere trattati in fabbriche specializzate.

Seguiamo ora la chiara limpida e decolorata fino alla sala delle caldaie da cottura. Questa parte della raffinazione è la più importante. L’apparato per la cottura è considerata come l’organo principale di una raffineria. Ne abbiamo contate diverse nella fabbrica di Launay, tutte installate secondo i procedimenti più moderni e mantenute in modo ammirevole. Gli addetti alla cottura sono generalmente gli uomini tra i più esperti nelle fabbriche di zucchero. Essi sopportano una grande responsabilità. L’operazione ch’essi dirigono è un’opera molto apprezzata, esige un’abitudine che non si acquisisce se non dopo un lunghissimo esercizio. I ruoli degli addetti alla cottura sono i più retribuiti nelle raffinerie.
L’apparato per cuocere nel vuoto appare come una grande pentola, leggermente bombata alla sua base, cilindrica nel mezzo e semisferica nella sua parte superiore. Sul fondo, al suo interno, è posta una serpentina a vapore. La calotta è sormontata da un corno dove una estremità è in comunicazione con una potente pompa pneumatica che crea il vuoto nel recipiente. Indotto questo vuoto, la chiara uscendo dai filtri, viene attirata fino a un certo livello. Una volta introdotto iil capore nella serpentina, la chiara viene riscaldata, e grazie al vuoto, l’evaporazione che ha luogo ha una temperatura abbastanza bassa. La pompa tira a sè i residui dell’evaporazione che sono condensati da un getto d’acqua fredda, al loro passaggio in un cilindro verticale adiacente all’apparato. Le molecole della chiara si rapprendono. Essa si addensa; e i cristalli cominciano a formarsi. L’addetto alla cottura segue l’operazione in tutte le sue fasi con un termometro, un manometro, finestrelle di cristallo, che permettono all’occhio di penetrare all’interno. Uno strumento chiamato bacchetta di prova, serve a prendere una piccola quantità di zucchero senza disturbare il vuoto del recipiente. È dunque con le dita, che si abituano a questa manovra un po’ scottante, che l’addetto alla cottura giudica il grado di tenacità e di cristallizzazione del contenuto. Se giudica terminata la cottura, opera, in contemporanea a un rubinetto di comunicazione con l’atmosfera, il rubinetto inferiore del recipiente, che si svuota in una vasca a doppio fondo chiamata riscaldatore.

Da una temperatura di 55 gradi che lo zucchero non supera mai durante il riscaldamento, viene fatto salire a 80 gradi tramite del vapore introdotto nel doppio fondo. Degli operai agitano lo sciroppo con le loro grandi spatole, facendogli perdere, sotto forma di vapore, l’acqua in eccesso che contiene ancora e gli conferiscono una consistenza più bella è più densa.
L’esercito di riempitori o di portatori di bacini circondano dunque il riscaldatore. Questi uomini mezzi nudi, che è curioso vedere incrociarsi senza scontrarsi mai, fanno un lavoro molto duro, che richiede tanto forza quanto abilità. Caricati di un fardello assai pesante, un bacino pieno di liquido bollente, percorrono senza sosta l’assai lunga distanza da un riscaldatore alla sala del riempimento, dove vengono a versare, senza perderne una goccia, il contenuto del loro bacini nelle forme a pane.
I riempimenti si fanno in vaste sale riscaldate e lastricate orizzontalmente. Degli operai chiamati piantatori allineano le forme in lunghe file. Queste forme coniche in lamiera smaltata internamente sono dotati sulla loro punta di un buco di cui diremo l’utilità. Questo buco è, durante il riempimento, coperto con un tappo.
Nonostante il numero di operazioni che ha subito, lo zucchero contiene ancora una porzione di melassa che andrà rimossa. È nelle soffitte che che si fa questo lavoro. Le soffitte della fabbrica di Launay sono immense. Ce ne sono diversi piani. Intorno ai cento mila pani di zucchero sono allineati su pannelli perforati, per ricevere la testa delle forme stappate] alla loro uscita dal riempimento. Al disotto di questi pannelli, dei canali sono disposti per trasportare gli sciroppi provenienti dallo sgocciolamento dei pani. Questi sciroppi vengono raccolti con cura e ritornano per la maggior parte alla fusione. Per sbiancare il pane di zucchero, si fa filtrare, attraverso la sua massa, uno sciroppo di zucchero ben bianco che non ne dissolve i cristalli, ma che trattiene lo sciroppo colorato trattenuto nei pori del pane.

I sciroppi bianchi o chiare, destinati a quest’uso, si ottenevano un tempo dissolvendo lo zucchero bianco raffinato nell’acqua. Ci sono oggi ingegnose macchine chiamate trottole o centrifughe che soddisfano questo scopo. Il nostro disegno grande, preso da noi dal vivo, nella grande fabbrica del sig. Cézard, rappresenta al suo primo pirano un certo numero di questi apparecchi. Questi strumenti fanno seicento giri al minuto. Vengono riempiti di zucchero impregnato di melassa. Questo viene spinto dalla forza centrifuga attraverso la rete metallica che avvolge il tamburo; viene versato dunque all’interno della chiara limpida che, venendo essa stessa spinta attraverso la massa di zucchero, trattiene con essa le ultime sostanze coloranti. Per completare la descrizione dell’immenso materiale contenuto nelle due fabbriche di Launay et dei Récollets, menzoniamo anche le sucettes. Queste macchine sono pneumatiche. Creano il vuoto nelle tubature comunicanti con gli apparecchi posizionati nelle soffitte. Questi sono dei cilindri installati orizzontalmente, sui quali sono praticate delle aperture che formano delle coppe, ripiene di guttaperca, dove si vanno ad applicare ad ogni loro giro, dalla testa della forma, tutti i pani in trattamento. Lo sciroppo che non ha potuto colare naturalmente dal pane, viene quindi aspirato fino all’ultima goccia dalla potente macchina. Finalmente il pane viene sciolto, cioè liberato della sua forma. Viene portato in forni per eliminare l’ultima umidità. Pochi giorni dopo, viene consegnato al consumatore.

Lo sciroppo nero e grasso che ci spaventava all’inizio, quelle emanazioni fetide che ci facevano esitare dall’avventurarci più all’interno nel dedalo dell’immensa fabbrica, tutto è subito dimenticato. Lo scuro è raffinato e per la sua bianchezza, per la sua brillantezza cristallina, rivaleggia con la stessa neve.
Abbiamo passato sotto silenzio alcune operazioni accessorie che non avrebbero fatto altro che deviare il nostro racconto. Saremo soddisfatti se i nostri lettori si trovassero subito edotti su ciò che chiamiamo la raffinazione dello zucchero. Non ci dimentichiamo di dire che il sig. Cézard possiede, tanto per i suoi motori, quanto per il riscaldamento dei suoi apparati, delle sue soffitte e dei suoi forni, dei generatori che formano assieme una potenza di trecento cavalli vapore. Diverse centinaia di operai sono impegati nei due stabilimenti. Dei supervisori esperti, una direzione saggia fanno di queste fabbriche l’insieme più completo. Il sig. Cézard al quale l’industria è debitrice di molti progressi è già da molto tempo cavaliere della Legione d’onore.

Nonostante le numerose e complicate operazioni che abbiamo qui descritto, sebbene sia necessario immobilizzare milioni per costruire e mantenere queste belle fabbriche che portano gloria a una nazione, non rimpiangiamo alcun sacrificio dinanzi agli splendidi risultati che queste gigantesche imprese donano ai loro audaci capi. Il sig. Cézard ha fatto molto bene. Le sue fabbriche prospereranno ancora e saranno un domani un’incessante fonte di fortuna. Questo non impedisce, e questo serve a consolare il consumatore, che il più bel zucchero raffinato oggi non costa più del 20% in più rispetto allo zucchero greggio. Questa differenza di prezzo si attestava al 40%, cinquant’anni fa. Non è questo forse il più grande onore attribuibile all’industria moderna?

ÉMILE BOURDELIN.

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