Category Archives: Riviste e Periodici

Le cento città d’Italia: Udine

Supplemento illustrato al N. 9389 del Secolo, 25 Maggio 1892

UDINE STORICA

Le origini.

Delle origini della città, a dir vero, nulla havvi di accertato. Le affermazioni degli storici che se ne so no occupati basano tutte su tradizioni o congetture più o meno attendibili.
Jacopo Valvasone dice che la città fu fondata da Attila durante l’ assedio di Aquileia, è che il nome lo prese da Uldin, capitano nell’avanguardia dell’invasore. — Di tale opinione sono anche Ottone da Frisinga, Goffredo da Viterbo, Marcantonio Sabellico, il Belloni, il Sigonio e altri.
Leandro Alberti e il de Candido stanno per la origine veneta, da Atina o Utina; per l’origine gallica si pronunciarono Enrico Palladio e il Capodagli; un anonimo la vuole fondata dai cimbri; Paolo Canciani dai longobardi col nome di Odino; il Lazio da Idunum nella Scizia ; il Partenopeo dai dudini; il Grion da Oidantion nell’Illirico; Il Camavitto, sulla fede del Cluverio, vuol farne una sola cosa con Vedinum dei carni; lo Sporeno la dice una colonia di Atina città del Lazio; e finalmente il Fistulario ed il Nicoletti l’ asseriscono di origine romana.
In mezzo a tante opinioni è quindi meglio astenersi dal pronunciare un giudizio definitivo.
Comunque, ad avvalorare l’opinione che la località fosse un posto avanzato dei romani, occorse questo fatto.
Nel 1855, l’Austria, volendo fortificare il castello, fece demolire le vecchie mura. Nell’eseguire gli scavi per le nuove costruzioni sì trovarono parecchie monete, fra le quali una d’oro di Giustiniano. Questa, nel verso, ha Giustiniano con elmo e lorica; con la destra sostiene un globo sormontato da una croce; la sinistra porta uno scudo, nel quale, intorno ad un cavaliere, leggonsi queste parole: — D. N. JVSTINIANVS. PP. NG. — Nel recto vedesi una vittoria alata, in piedi, portante con la destra il lituo e la croce, con la sinistra un globo, pure sormontato dalla croce; nel campo sinistro una stella con sotto la parola CONOB., e, all’intorno, VICTORIA. AVGG. A.
Non vogliamo tacere di una tradizione popolare, poco verosimile, che dice il colle del castello eretto da Attila per poter vedere l’incendio di Aquileia, distrutta dai suoi.
Tutto quanto abbiamo narrato finora però si basa su congetture più o meno fondate.
L’esistenza di Udine prima del 600 è accertata solo dal Chiaramonti che, nella sua Storia di Cesena, ricorda un Natalis utinensis, vescovo di quella città. Più tardi, nell’11 giugno 983, l’imperatore Ottone II, con diploma firmato a Verona, conferma donati a Rodoaldo, patriarca di Aquileia, quinque caastra, fra quali quello di Udene, che quindi allora doveva avere già qualche importanza.

“Loggia San Giovanni e Castello.”

Dominio dei longobardi e dei duchi di Carinzia.

Durante il lungo dominio dei longobardi in Friuli, quasi nessuna menzione viene fatta, nella storia, della città di Udine, — Non sappiamo se tal fatto si debba attribuire alla inesistenza di materiali per costruire la storia del passato, o alla mancanza di chi voglia occuparsi a rovistare negli archivi con quella diligente cura che sola può dare risultati soddisfacenti. Di Udine, è certo, poco o nulla ne parla il friulano Paolo Diacono, stimato a ragione il Tito Livio dell’epoca longobarda.
Non v’ha dubbio che Udine, in detta epoca, non poteva competere con Cividale, prima il Forum Julii de’ romani, e, poscia, sede dei potenti duchi longobardi, fra cui di quel Berengario che fu il primo re d’Italia.
Per questo il suo sviluppo venne rallentato, quantunque la felicissima posizione topografica dovesse fatalmente influire sull’ingrandimento della futura capitale del Friuli.
Dopo i longobardi ressero la marca friulana i duchi di Carinzia. Ed anche sotto il reggimento di questi duchi non si rileva che Udine avesse un’ importanza storica degna di essere ricordata.

ll dominio dei patriarchi.

Nel 1222, o, come altri vogliono, nel 1238, venne trasportata a Udine la sede patriarcale.
Il patriarcato d’Aquileia, sorto nel 597, con la nomina a patriarca di Paolino, fatta in occasione dello scisma prodotto da una questione di precedenza tra le chiese di Grado e Aquileia, ebbe una grande importanza religiosa e politica. Ma il patriarcato, che si chiamava ancora da Aquileia, non ebbe stabile dimora in questa città che fino al 737, epoca in cui la sede venne portata a Cividale, dove rimase fino al suo trasporto a Udine, avvenuto nel 1222, come più sopra si è ricordato.
Stabilita dal patriarca Bertoldo la residenza in Udine, l’incremento della città fu rapido e continuo. Da questo momento essa acquistò e mantenne il suo posto di capitale, contrastato bensì per lunghi anni, ma con poco frutto, da Cividale.
Durante un interregno di quattro anni, che precedette l’elezione del patriarca Raimondo Della Torre, nella città venne costituito il parlamento della patria, che resse, assieme ai patriarchi, le sorti del Friuli.
In generale il governo dei patriarchi fu fiacco come tutti i governi teocratici, e non seppe mai dare stabilità ad una pace che avrebbe senza dubbio contribuito a far sviluppare maggiormente le risorse del paese.
Una lunga serie di anni irrequieti trascorsero fino alla caduta del patriarcato, che avvenne nel giugno del 1420, con la aggregazione di tutta la provincia alla repubblica di Venezia.
Oltre alle guerre che quasi continuamente mossero al Friuli i conti di Gorizia e i signori da Camino, il paese era sempre travagliato da lotte intestine provocate dai feudatari contro il patriarcato e il popolo che sosteneva quasi sempre il potere ecclesiastico.
Gli aiuti che ai patriarchi Torriani diedero gli udinesi per le lotte che la famiglia del patriarca sosteneva contro i Visconti di Milano, fecero sì che alla città venissero concessi molti privilegi che durarono, non sempre incontrastati, fino alla caduta del governo patriarcale.
Il popolo udinese, geloso custode delle franchigie ottenute, in più occasioni si mostrò fiero nel sostenerle, combattendo accanitamente contro i nemici esterni ed interni che le volevano abolite, tentando di abbattere le libertà cittadine.
Notevole fu, fra altri, l’assedio che la città sostenne valorosamente nel 1290 contro gli alleati Enrico II di Gorizia e Gerardo da Camino, durante un interregno di quattro mesi, dalla morte del patriarca Raimondo Della Torre alla elezione di Pietro Gerio, sotto il cui dominio soltanto cessò, per eccitamento del doge di Venezia Pietro Gradenigo, la guerra intrapresa dal da Camino contro il patriarcato.
Dopo la morte del Gerio, e durante un nuovo interregno del patriarcato durato tredici mesi, altre contese scoppiarono tra le comunità del Friuli di cui, una parte, capitanata da Gillone di Villalta, combatteva Udine e Cividale, allora alleate.
Una dura prova ebbe a sostenere la città durante il regno del patriarca Ottobono de’ Razzi, piacentino, nominato nel 1502 dal papa Bonifazio VII.
Si erano, in tal tempo, nuovamente alleati, ai danni di Udine e del patriarca, Rizzardo da Camino e il conte di Gorizia. Aiutati da Paolo Boiani e da Carsimano Savorgnano erano giunti con un esercito numeroso sotto le mura della città, e fingevano desiderare la pace; ma, nel 14 dicembre 1309, un nobile udinese, Nicolo Albuzio, d’ accordo col nemico, fece svellere la porta di Grazzano dai suoi cardini. E già stavano le truppe alleate per entrare nella cinta, quando i cittadini, uomini e donne, aiutati dai cividalesi e dai contadini accorsi ai segnali, resistendo con disperato valore, obbligarono gli assalitori a ritirarsi dopo aver subite perdite considerevoli.
Il da Camino, pacificato col patriarca, e riconosciutosi vassallo di quest’ultimo, venne ucciso a tradimento nel 1312 a Treviso. Un anno dopo il conte di Gorizia tornò ad assaltare Udine, che anche questa volta resistette valorosamente respingendo il nemico.
Nel periodo non breve di un nuovo interregno, le fazioni dei Savorgnani e degli Indriotti, due potenti famiglie friulane, furono in continue lotte fra di loro; lotte che non cessarono fino a che il nuovo patriarca, Pagano Della Torre (1319-1352), non ebbe, parteggiando per i Savorgnani, distrutto la famiglia Indriotti nonché i suoi fautori.
Altre e non meno sanguinose lotte ebbe a sostenere in seguito la città, che non poté godere di un po’ di tregua che nel 1332, epoca in cui, tra il patriarca Pagano Della Torre e Alberto e Mastino della Scala, venne stipulata la lega di Campardo che aveva per scopo di provvedere alla difesa delle Alpi venete.
Ma intanto, nel 1334, veniva nominato patriarca Bertrando da San Genesio che energicamente si adoperò a correggere i costumi del clero, a dare assetto al governo della regione, a ordinare l’esercito, e più che altro a pacificare gli animi dei facinorosi feudatari che dilaniavano con le loro eterne lotte l’intero paese. L’ opera benefica ed efficace del patriarca gli procurò l’affetto del popolo, che lo aiutò a portare a compimento molte riforme che arrecarono al paese benefici veramente utili e duraturi.
Ma la popolarità del patriarca era vista, di mal occhio da quei nobili ambiziosi che volevano spadroneggiare sul paese e che ne giurarono la sua perdita. E difatti, ritornando il patriarca dal concilio di Padova, nel 6 giugno 1950, presso la Richinvelda, venne proditoriamente assalito e ucciso con un colpo di spada sotto il mento, datogli, sì crede, da Enrico di Villalta.
Il successore, Nicolò di Lussemburgo, che tenne il patriarcato dal 1350 al 1258, ne vendicò la memoria, facendo uccidere sei fra i principali congiurati e distruggendo parecchi castelli del Friuli e tutti quelli della Carnia.
In quest’epoca Carlo IV, fratello del patriarca, fu accolto con gran pompa in Udline, durante il viaggio che quel sovrano fece a Roma per farsi incoronare.
Troppo lungo sarebbe il voler, anche sommariamente, tener dietro alle varie vicende che si succedettero in questi anni e fino alla durata del governo patriarcale. Fu una serie quasi continua di lotte cittadine e di guerre con i vicini. Degno di nota però è il fatto che i cittadini udinesi sostennero e salvarono la loro, guardando ai tempi, sufficiente autonomia, combattendo contro i tanti nemici che agognavano distruggerla, e specialmente contro la corte papale che la voleva restringere.

“Porta Aquileia e torre.”

Non meno degna di nota è la congiura del 1394, in cui venne giurata la morte del despota e feroce patriarca Giovanni di Moravia, avvenuta nel 13 ottobre dello stesso anno nelle vicinanze del castello di Udine per mano di Tristano di Savorgnano, eccitato dalla madre Orsina d’Este a vendicare il sangue del padre Federico di Savorgnano, morto nel 15 febbraio 1359 per opera dei sicari del malvagio patriarca.
L’energia dei cittadini udinesi venne spiegata di poi anche durante il patriarcato di Antonio Gaetano (1395-1402) sostenendo accanitamente i privilegi del popolo e respingendo gli attacchi dei nemici esterni, come aveva, anche prima, respinto gli assalti di Rodolfo d’ Austria che aveva tentato di conquistare la città e la provincia; e come respinse dopo gli attacchi di Federico di Ortenburg, vicario imperiale.
Di lunga data è quindi l’odio accanito che i friulani nutrirono e nutrono contro tutto ciò che sa di austriaco. E una prova si ebbe nelle guerre per l’indipendenza italiana ove tanti figli del forte Friuli accorsero volonterosi a combattere per liberarsi dall’abborrito giogo dell’Austria.
Il mal governo dei patriarchi tedeschi aveva tanto irritato gli udinesi che questi avevano dichiarato di volere solo un patriarca qui non sit theutonicus. Con tutto ciò furono costretti a subire Lodovico di Tech, eletto patriarca dal capitolo d’Aquileia nel 1412 e confermato sei anni dopo dal papa. E, più tardi, dovettero subire anche il dominio dell’imperatore Sigismondo che venne a visitare la città facendovi solenne ingresso nel 13 dicembre 1412.
Ma il dominio dei patriarchi era al suo fine, e nessuno lo rimpiangeva per le cattive prove che aveva dato del suo modo di governare. Il paese, danneggiato senza interruzione da lunghe e sanguinose guerre, anelava ad un’epoca di pace che gli permettesse finalmente di pensare al suo miglioramento interno.

Il dominio della repubblica veneta.

Fino dal 1412 un’armata della repubblica di Venezia, in guerra con l’imperatore Sigismondo, aveva fatto qualche scorreria in Friuli. Durante la lotta che Udine sosteneva contro Tristano di Savorgnano, i veneti, comandati da Carlo Malatesta, esercitavano una specie di pressione sulla città, e sostenevano in pectore le parti del ribelle Savorgnano che parteggiava per la potente repubblica.
Udine si preparava a difendersi dall’invasione veneta, mentre molte comunità del Friuli, fra cui Cividale, si avevano già poste sotto la protezione della Signoria di Venezia.
Questa aveva spedito un nuovo esercito comandato dal conte Filippo Arcelli, che era arrivato sotto le mura della città nell’aprile del 1419.
La lotta fu aspra e lunga, ma finalmente la vittoria sorrise alle armi de’ veneziani; tanto che gli udinesi, nel 4 giugno 1420, spedivano, al campo veneto di Pozzuolo, ambasciatori con pieni poteri per trattare la cessione della città. Nel giorno 6 dello stesso mese Filippo Arcelli e Tristano Savorgnano facevano il loro ingresso in Udine, e nel giorno 20 veniva eletto Roberto Morosini a primo luogotenente del Friuli per la veneta repubblica.
I luogotenenti duravano in carica un anno e, dopo il 1509, sedici mesi, per cui, durante il dominio di Venezia, il Friuli ebbe 286 luogotenenti.
Sotto il governo della Serenissima, Udine, divenuta una parte della repubblica veneta, perde della sua importanza; quindi la sua storia sì unisce a quella della repubblica stessa. Nei 377 anni del governo veneto una pace relativa permise alla città di ingrandirsi e di migliorare le condizioni dei cittadini.
Abbiamo detto una pace relativa perché, anche in detto periodo, la città fu assoggettata a dure prove. Difatti, dal 1470 al 1499, ben sette volte dovette difendersi dai turchi, che con facilità si introducevano nel paese dal mal difeso confine, che è poi quasi lo stesso che attualmente ci divide geograficamente dall’impero Austro-Ungarico. Non senza ragione quindi il senato veneto, in una sua ducale, si esprimeva: li passi del Friul sono aperti et largi, et dove senza alcuna difficultà poleno venir zente d’armi ed artellerie.

“Porta Villalta e torre del secolo XV.”

Ma, oltre alle incursioni dei turchi, travagliarono la città altre lotte, sollevate dai castellani del Friuli che parteggiavano per il conte di Gorizia e per l’Austria, contro la borghesia e il popolo della città che sostenevano il governo forte ed ordinato della repubblica veneta.
Le due fazioni si chiamavano degli Strumieri e dei Zambarlani: quella parteggiante per i feudatari, questa per la repubblica e per il popolo. La lotta durò oltre un secolo, ed ebbe termine con la pace conchiusa a Venezia nel 24 agosto 1568.
Una data tristamente memorabile per la città si fu quella del 27 febbraio 1511, in cui avvenne la tremenda strage detta del giovedì grasso. Il popolo udinese, aiutato da tremila contadini armati, prestando man forte al conte Antonio Savorgnano, capo dei Zambarlani, bruciò e saccheggiò le case dei nobili di parte Strumiera, molti dei quali, fra cui Teseo e Federico di Colloredo, Luigi, Isidoro e Nicolò Torriani, vennero messi a morte. II popolo, inferocito, non si ristette, ma continuò la strage nella, campagna, dove mise a sacco e smantellò sedici castelli appartenenti ai feudatari ribelli.
Nel 1511 e nel 1514 due volte Udine ricadde sotto il dominio degli imperiali, ma tutte due le volte l’esercito dell’imperatore non rimase padrone della città che per soli due mesi.
Altro avvenimento memorabile nella storia del popolo udinese è quello che ricorda la distruzione del palazzo del conte Lucio Sigismondo Della Torre, avvenuta nell’agosto del I717 per ordine della repubblica, e provocato dalle infamie che la famiglia feudale dei Torriani andava continuamente commettendo.

Dalla caduta della repubblica veneta al giorno d’oggi.

L’ultimo luogotenente della veneta Signoria a Udine fu Alvise Mocenigo, partito dalla città nel 2 maggio 1797.
Dopo varie vicende, Udine. occupata dall’esercito di Bernadotte, nel 18 maggio 1707, veniva. per il vergognoso trattato del 4 gennaio 1795, detto di Campoformio, ceduta all’Austria che vi rimase fino al 16 dicembre 1805, giorno in cui il generale Massena ne prendeva possesso a nome del primo Napoleone.
Ma l’Austria agognava sempre al possesso della vasta ed importante provincia friulana. Di fatti, combattendo in varie riprese con le truppe francesi, arrivò ad impadronirsi della città di Udine nell’aprile del 1800. Ma ne fu ricacciata un mese dopo, e vi rimase lontana fino al 25 novembre 1813, giorno in cui, ritiratosi il viceré Eugenio, il maresciallo Radivoievich vi entrava instaurando la dominazione austriaca, che la poneva in seguito a far parte del regno Lombardo-Veneto.
E veniamo al memorabile anno, in cui un soffio potente di nazionalità risvegliava da un capo all’altro l’Italia dal letargo di opprimente servitù che aveva addormentata ma non distrutta la fibra vitale del popolo italiano.
Già, durante i trentacinque anni di servitù, il patriottismo delle popolazioni friulane era tenuto desto, con imminente pericolo, da non pochi friulani ascritti alle società segrete, che cospiravano, unitamente ai patrioti delle altre provincie della penisola, per la sua redenzione.
La nuova dei moti di Vienna e le notizie che venivano dalle altre provincie d’Italia, scossero anche la popolazione udinese che fu sollecita a costituire la guardia civica, mentre il generale austriaco Auer, nel 23 marzo 1848, abbandonava la città. Sei giorni appresso, Udine, avendo fatto adesione alla repubblica di Venezia, veniva amministrata da un governo che si chiamò Comitato provvisorio del Friuli. Ma, il 22 aprile, dopo un bombardamento comandato dal generale austriaco Nugent, e una difesa eroica fatta dai cittadini alla minacciata porta Aquileia, la città, sprovvista di mezzi e di fortificazioni atti a difenderla, onorevolmente capitolava, e il dominio austriaco veniva ripristinato e vi durava fino al 24 luglio 1866.
Impossibile sarebbe il descrivere l’entusiasmo unanime della popolazione udinese all’arrivo delle truppe italiane che liberavano la città dal lungo ed aborrito giogo dell’Austria.
L’ intervento diplomatico del terzo Napoleone, se univa da una parte Udine alla grande patria, lasciava dall’altra una importante regione della provincia friulana sotto il dominio della secolare nemica degli italiani, l Austria. E nel trattato di Vienna del 3 ottobre 1866 il confine del nuovo regno italiano veniva segnato in una linea che è la negazione assoluta di ogni norma amministrativa e geografica.
Prima di chiudere questo breve ed incompleto cenno storico della città di Udine, ci sia permesso ricordare la parte presa da molti dei suoi cittadini al moto insurrezionale del 1864, preparato dal Mazzini, in cui un manipolo di generosi, abbandonati da coloro che li avevano eccitati alla rivolta, tennero in apprensione, per un tempo relativamente non breve, il potente governo dell’impero austriaco.


UDINE MONUMENTALE

Il palazzo o loggia municipale.

Il primo e più importante fra i monumenti di Udine, è senza alcun dubbio il palazzo Comunale.
Costruito nel più bel centro della città, l’elegante edificio forma, con altri monumenti non indegni, quel complesso che fa della piazza Contarena, ora, Vittorio Emanuele II, una delle più belle d’Italia.
Il consiglio della comunità. di Udine, nel 24 gennaio 1441, su proposta di Nicolò Savorgnano, deliberava la erezione di un nuovo palazzo del Comune.

“Piazza Vittorio Emanuele II e Loggia Comunale.”

Nel 4 giugno 1448 veniva accettato il progetto presentato da Nicolò Lionello, architetto ed orafo udinese, e su tale progetto si costruiva l’edificio, a cui lavorarono il capomastro Bartolomeo delle Cisterne, gli scalpellini Battista ed Elia da Lugano, Amicino da Como ed altri rinomati artisti dell’epoca. Allo scultore veneziano Bartolomeo Buono, si ordinava, nell’11 giugno 1448, di scolpire in marmo la Madonna, col castello di Udine nella mano sinistra ed il bambino Gesù nella destra.
Alla decorazione vi lavorarono pure Nicolò, pittore da Venzone, e altro pittore, Stefano da Settecastelli, tedesco.
Il palazzo però venne compiuto solo nel 1548, e pare anzi accertato che gli ultimi lavori fossero eseguiti su disegni di Giovanni Ricamatore detto Giovanni da Udine. Sotto la loggia, allora in parte chiusa, il Pordenone dipinse la Madonna, che, danneggiata dall’incendio del 1876, venne restaurata, anzi, sì può dire, ridipinta dal Ghedina. Pure sotto la loggia venne eretto il monumento al luogotenente Trevisan, contornato da figure in chiaroscuro dipinte da Pellegrino da San Daniele.
La scala che conduce al piano superiore fu compiuta nel 1559, su disegno del Sansovino. La porta che mette a detta scala venne costruita dal Palladio. Il palazzo si fece servire a vari usi: fu sede del comune, scuola di filosofia, teatro, palestra di scherma e ginnastica, quartiere di lanzichenecchi e casino di società.
Nella sera del 19 febbraio 1876, un incendio, causato da una fuga di gas, distrusse completamente il palazzo, che, per voto concorde della popolazione, venne ricostruito nel luogo e nella forma di prima. E difatti, il carattere primitivo, nella ricostruzione, diretta dal celebre architetto friulano Andrea Scala, morto giorni sono, venne conservato scrupolosamente; solo il tetto, che era piano, venne modificato. Le decorazioni interne e la figura rappresentante la Provincia, vennero eseguite dal Bianchi, fiorentino, artista giustamente rinomato per tal genere di lavori, ed ora rapito immaturamente all’arte.

“Palazzo del Comune e Loggia Municipale.”

Delle decorazioni esistenti prima dell’incendio, opera del pittore udinese Stella, nulla rimase. Solo il soffitto dello scalone, dipinto da tre artisti cittadini, il Masutti, il Simoni e lo Zilli, si salvò dall’opera distruggitrice delle fiamme. All’angolo sud est della loggia venne collocata la statua rappresentante la Patria del Friuli, scolpita da Andrea Flaibani, tanto modesto quanto valente artista udinese, i mobili e i lampadari furono fabbricati da artisti della città, sotto la direzione del conte Uberto Valentinis. Nelle sale superiori si ammirano: una statuina dipinta, posta nell’intercolonnio sopra la porta d’ ingresso alla sala dei matrimoni, due grandi quadri del Carneo, uno dell’Amalteo e uno del Floriani.
Dopo la ricostruzione il palazzo fu destinato alla residenza del comune, destinazione che, sì spera, gli sarà sempre conservata, anche per rispettare la volontà degli antenati che ne decretarono la erezione perché servir dovesse alla residenza del magistrato cittadino.

Il castello.

Dell’antico fabbricato, distrutto dal terremoto nel 1511, non resta ora che il portico a piani inclinati, collocato a sud del colle, e dal quale si può salire al castello, posto sul culmine del colle medesimo.

“Castello visto dal Palazzo Belgrado, ora della Provincia.”

L’attuale edificio, architettato da Giovanni Fontana, maestro del Palladio, sorge nel sito ove era collocato il vecchio. Si accede al castello per un arco eretto dal Palladio in onore del luogotenente veneto Domenico Bollani e chiamato anche oggidì Arco Bollani.

“Arco Bollani.”

Quantunque rovinato da restauri parziali, eseguiti con poca cura e nessun amore, l’edificio si presenta maestoso e soddisfa l’occhio anche dell’intelligente.
Per una scala esterna, doppia, costruita da Giovanni d’Udine nel 1547, si accede al salone superiore, sulle di cui pareti, una volta, si ammiravano dipinti dell’Amalteo, del Grassi e di G. B. Tiepolo, ed oggi, invece, si deplorano sgorbi orribili di qualche mal pratico restauratore, e guasti e mutilazioni fatti dai soldati che vi stanziarono.
Nel castello abitarono prima, dal 1222, epoca del trasporto della sede da Cividale, i patriarchi di Aquileia, poscia, dal 20 giugno 1420, i luogotenenti della repubblica veneta, da Roberto Morosini ad Alvise Mocenigo, che partì dalla città, come si disse nel cenno storico, nel 1797, dopo l’ obbrobriosa e sleale vendita della repubblica, fatta da Napoleone Bonaparte all’Austria. Vi fu in seguito collocato il tribunale provinciale e le preture che vi rimasero fino al loro trasporto nell’attuale palazzo in piazza Ricasoli. Attualmente vi stanzia un battaglione di fanteria, ma si parlava di ridarlo al comune, che vi avrebbe di nuovo collocati gli uffici giudiziari, rifacendo caserma nel fabbricato dove presentemente i detti uffici hanno la lor sede.

“Portico rampante al castello e campanile dell’Angelo.”

E, parlando del castello, non va dimenticato il guardafogo (guardia del fuoco), che, tutte le notti, vigila scrupolosamente sulla città da una specola posta sul tetto dell’eminente edificio.
Non vi è di certo nessun forastiero, restato a pernottare nella città, che, sorpreso, non abbia sentito il suono melanconico di una tromba venire da lassù in alto. Il suono, poco dissimile dal silenzio militare, si ripete ad ogni ora, cominciando dalle dieci, con inappuntabile precisione.
E i cittadini udinesi lo amano quel suono, ad essi indicante che un uomo è là, sentinella vigile, pronto ad avvertirli coi lugubri rintocchi della campana, se un incendio si vede rosseggiare sinistramente fra le tenebre della notte.

Il portico e la piazzetta di San Giovanni.

Anticamente, cioè prima del terremoto del 1511, sorgeva sull’attuale piazzetta una chiesa dedicata a San Giovanni. Dopo la sua demolizione, su disegno di Bernardino da Udine, parente e maestro di Giovanni Ricamatore, venne costruita la nuova chiesa, ora abbandonata, e il porticato, opera veramente commendevole, e che ottenne la ammirazione di quel genio dell’architettura che fu Andrea Palladio, La torre dell’orologio, che elevasi elegante quasi al centro del porticato, venne costruita su disegno di Giovanni da Udine. Sulla torre, due figure in rame, colossali, battono a vicenda, con puntualità, a dir vero non inappuntabile,

le fuggenti nel nulla ore fatali.

“Statua della Pace e Colonna della Giustizia.”

Gli uomini delle ore — come li chiamano gli udinesi — vennero eseguiti nel 1850 da Olimpio Ceschiutti sopra il modello del Luccardi, e vennero sostituiti ai vecchi, opera di certo maestro Adamo di nazion tedesca.
Il porticato, elegante e svelto, per molti anni abbandonato, minacciava rovinare.
Devesi all’insistenza del senatore Gabriele Luigi Pecile, per molti anni operoso ed intelligente sindaco di Udine, se un restauro completo, ultimamente e con arte perfetta eseguito, restituì la solidità e l’eleganza primitive alla graziosa costruzione.

Durante la dominazione austriaca, cioè fino al 1866, il porticato, la chiesa e i locali annessi, servirono a uso del corpo di guardia.
Sulla piazzetta, distendentesi davanti al porticato, ridotta nello stato attuale fino dal 1530 per ordine del luogotenente veneto Marco Antonio Contarini, si ergono due colonne, portanti, una la statua della giustizia. opera di Gerolamo Paliario, l’altra il leone alato, scolpito recentemente dal friulano Mondini. Vicino alle colonne sono collocate due statue colossali di Ercole e Caco, che, un tempo, ornavano lo scalone del palazzo Torriani, distrutto come fu detto nel 1717, e che sorgeva sull’area dell’attuale pazza dei Grani, detta una volta, appunto in memoria del memorabile avvenimento, piazza del Fisco, dalla voce friulana fiscà, che significa distruggere.

“Colonna del Leone.”

In fondo alla piazzetta si eleva il monumento rappresentante la Pace, scolpito dal Comolli, e destinato da Napoleone I a ornare la piazza di Campoformio, in memoria del trattato del 9 gennaio 1798 di infausta memoria. E nel mezzo, proprio davanti all’arco principale del porticato, venne innalzata la statua equestre a Vittorio Emanuele II, modellata dal Crippa, milanese, e fusa da Giovanni Battista De Poli, udinese, da poco mancato all’affetto e alla stima de’ suoi concittadini.
Sembrerà strano che, così vicini, sorgano due monumenti che ricordano avvenimenti tanto tra loro disparati. Ma le due figure, tanto diverse, ammoniscono ugualmente gli udinesi, a dare, occorrendo, il loro sangue per difendere la patria dai suoi nemici: ricordando la Pace l’obbrobrio dell’oppressione straniera, Vittorio Emanuele il lieto avvenimento dell’indipendenza e dell’unità nazionale.

Il duomo.

Non si hanno notizie sicure sulle origini della cattedrale udinese. Alcuni vogliono che il patriarca Bertoldo di Andechs vi costruisse una chiesa, nel 1235, dedicandola a Sant’Uldarico; altri, che il patriarca medesimo facesse restaurare, nel 1288, la chiesa già dedicata a Sant’Odorico.
Quello che invece si sa di sicuro è che, nel giugno 1855, il patriarca Bertrando di San Genesio, fattala ampliare ed erettavi la cappella dell’Annunziata, la inalzò al grado di collegiata.

“Via della Posta e campanile del Duomo.”

I lavori di ampliamento continuarono fino al 1562; furono interrotti per vicende guerresche e ripresi nel 1368, nella qual epoca vi lavorarono gli architetti Federico da Varmo e Pietro Paolo da Venezia. La volta del presbitero venne costruita da un maestro Zanino, nel 1369: gli archi delle navate da certo Alvise, veneziano, nel 1423; i dipinti nella volta del coro, vasto e maestoso, furono eseguiti, intorno al 1483, da certo maestro Marco, ma di questi, pur troppo, oggi nulla rimane.
Due disgrazie, una ben distante dall’altra, contribuirono a far sì che la cattedrale udinese non diventasse uno di quei monumenti artistici che fanno restar sorpreso ed ammirato il forestiero che visita l’Italia, e che sorgono anche in località molto meno importanti della capitale del Friuli.

“Portale principale del duomo.”

Vogliamo accennare alla sospensione del progetto che affidava la rifabbrica del duomo al Sansovino e a Giovanni d’Udine, e alla cattiva idea, venuta nel 1706 ai nobili Manin, di far eseguire i restauri necessari a loro spese, secondo il gusto cattivissimo dell’epoca.

“Portale laterale del duomo.”

Bellissime, e di uno stile purissimo, sono la porta principale nella facciata e l’altra vicina alla torre, e di cui si riproducono i disegni. L’interno del duomo, se non di stile corretto, è grandioso, ed ha delle opere d’arte pregevoli. Vi si trovano dipinti del Pordenone, del Tiepolo, dell’Amalteo, del Pellegrino da’ San Daniele, del Martini, di Maffeo da Verona, del Floriani, del Grassi, del Dorigny, francese, e del Novelli. Il Torretti, maestro di Canova, scolpì l’Annunziata e il patriarca Bertrando; Calderone e Picchi, udinese, eseguirono i bassorilievi in legno nel coro.
Vicino al duomo, sull’area dell’antico battistero, sorge la torre per le campane, fondata nel 1442, su disegno di Cristoforo da Milano e di Bartolomeo delle Cisterne, udinese, La sua altezza attuale è di quarantasette metri, ma, secondo il progetto, doveva elevarsi a circa settanta; al livello, cioè, dell’angelo Gabriele posto sul campanile del castello, annunziante alla vergine Maria, da collocarsi sul culmine della torre, la nascita del Messia.
Credesi però che l’angelo avrà da aspettare un bel pezzo prima di eseguire l’ambasciata.

Le chiese minori.

La Purità. — Fu eretta nel 1756 dal patriarca Daniele Delfino, sull’area del teatro Mantica, il più antico di Udine.
Vi si ammirano dipinti di G. B. e Domenico Tiepolo, e l’elegante fonte battesimale, scolpito da Giovanni de Biagio da Zuglio nel 1480.

“Chiesa dell’Ospitale.”

San Francesco dell’Ospitale. — Una delle più antiche della città, venne fondata nel 1290. La vecchia architettura vedesi ancora in parte della facciata e nel campanile. Nell’ interno trovansi dipinti dell’Amalteo, dell’Aliense, del Grassi e del Paulini.

“Fontana di Giovanni da Udine sulla piazza del Mercatonuovo.”

San Giacomo. — Questa chiesa venne cominciata nel 1370 per conto della confraternita de’ pellicciai. Nel principio del secolo decimosesto venne ampliata e costruita l’attuale bellissima facciata, su disegno di G. B. Grassi e di Bernardino da Udine.
Nella chiesa, fra altro, possonsi ammirare sculture del Contieri, e dipinti del Venier, del Rotari e del Grigoletti.
Sulla piazza, davanti alla chiesa, sorge, semplice ed elegante, una fontana innalzata nel 1552 su disegno di Giovanni d’Udine ed una elegante colonna fatta nel 1487.

“Piazza Mercatonuovo e chiesa di San Giacomo.”

San Pietro martire, — Antica chiesa del tredicesimo secolo. Di notevole in essa: il parapetto dell’altare del Rosario, scolpito dal Torretti, e dipinti del Pordenone e di Pomponio Amalteo, entrambi friulani.

San Cristoforo. — Anche questa chiesa è antica, essendo stata costruita nel 1358 dagli abitanti del borgo. Venne però completamente restaurata, meno la torre del campanile e la porta principale, che conservano ancora il loro primitivo purissimo stile.

La Madonna delle grazie. — Eretta sull’area dell’antica chiesa dei santi Gervasio e Protasio, che esisteva fino dal 1299, è opera del Massari e altri. Pure del Massari è l’altare, dove è collocata l’immagine della Madonna, proveniente da Costantinopoli e regalata dal luogotenente della repubblica Giovanni Emo, e che la tradizione vuole dipinta da San Luca.
La pala dell’altar maggiore, dipinta su legno pioppo, è una vera rarità, essendo l’unica opera di Luca Monverde morto giovanissimo. Vi sono inoltre buoni lavori di Domenico Tintoretto, del Diziani, del Lugaro e d’altri.

“Chiesa delle Grazie.”

Cappella Manin della Natività di Maria. — Venne fatta costruire dalla famiglia Manin, a cui appartenne l’ultimo doge della repubblica veneta. Ammirabilissimi i quattro bassorilievi in marmo del Torretti, di soggetto biblico, e una statua della Madonna.

Le Zitelle. — Piccola chiesuola, fondata nel 1610, annessa all’educandato dello stesso nome: ma assai ricca di dipinti pregevoli. Ricordiamo gli autori: Maffeo da Verona, Peranda, Palma il giovane, Marco Vecellio, Cosattini e Balestra.

San Nicolò. — Chiesa costruita nel 1878, in uno stile semplice ma corretto, sopral’area della vecchia, che esisteva fino dal 1305.

San Giorgio. — E la parrocchiale di Grazzano ed è di recente costruzione. Prima però, poco lungi, sorgeva altra chiesa, appartenente ai cavalieri dell’ordine gerosolomitano, e che è ricordata fino dal 1221.
Sull’altare maggiore trovasi una pregiata tavola del Florigerio.

Il Redentore. — Anche questa venne di recente costruita sopra l’area di altra anticamente esistente. Notasi un lavoro di Palma il giovane.

B. V. del Carmine. — Fu costruita dai carmelitani nel 1525, ed entro vi si conserva la tomba del beato Odorico da Pordenone, celebre viaggiatore e missionario del secolo XIV.

S. M. del castello o San Biagio. — È la più antica della città: contemporanea al castello, sul cui colle è eretta, è ricordata fino dal 903. Il patriarca Bertrando vi tenne il suo primo concilio provinciale il 29 maggio 1525. Venne ricostruita nel 1500.

Sant’Antonio abate dell’arcivescovado — Fondata nel 1554, venne assunta al grado di chiesa patriarcale nel secolo XVI, quando i patriarchi dovettero abbandonare il castello al luogotenente veneto e recarsi ad abitare nell’ospizio degli spedalieri di Sant’Antonio di Vienna, che era unito a questa chiesa.
Ridotta nella forma attuale dal patriarca Barbaro, la facciata che oggi si ammira venne fatta costruire dal patriarca Daniele Delfino.
In questa chiesa vi tennero la sinode diocesana i patriarchi: Antonio Grimani nel 1627; Giovanni Delfino nel 1669: Dionisio Delfino nel 1703; Daniele Delfino nel 1740.

“Sant’Antonio ora chiesa dell’Arcivescovado.”

Altre e molte chiese minori si trovano nella città, ed in quasi tutte vi sì conserva, qualche pregevole opera artistica dell’epoca in cui l’arte era retaggio naturale degli artisti italiani.

Monumenti a Vitt. Emanuele Il ed a Giuseppe Garibaldi.

I due monumenti sorgono sulle due piazze omonime.
Il monumento a Vittorio Emanuele è in bronzo, e venne modellato dal cav. Crippa di Milano. E la riproduzione, quasi identica, del monumento eretto alla salita del Pincio a Roma, dal lato di piazza del Popolo, opera dello stesso Crippa.
La bellissima statua equestre venne fusa dall’udinese cav. G. B. De Poli, nella sua officina, assai nota per la perfezione dei lavori che da essa vengono eseguiti, e per l’Italia e per l’estero.

“Monumento a Vittorio Emanuele II.”

Come il restauro del porticato di San Giovanni, così il monumento a Vittorio Emanuele, sono opere che Udine deve alla tenace e costante volontà del suo cessato sindaco, il senatore Gabriele Luigi Pecile.
È deplorabile però che la bellissima statua siasi dovuto, per mancanza di adeguati mezzi pecuniari, collocarla sopra un meschino piedistallo che fa una infelice figura in mezzo a quei gioielli d’arte che gli stanno da vicino.
La statua al generale Giuseppe Garibaldi è pure in bronzo, e venne fusa nella fonderia De Michieli di Venezia sopra il modello eseguito e presentato ad un concorso dal figlio del medesimo fonditore.
Il complesso del monumento non si può dire, dal lato psicologico, completamente non riuscito. Egli è certo però che, artisticamonte, il monumento è un’opera infelicissima, che non fa molto onore al giovane artista che l’ha modellato e meno al giurì che lo prescelse fra i parecchi modelli presentati al concorso.

“Monumento a Giuseppe Garibaldi.”

Ma gli udinesi, lasciando correre i difetti che una accurata critica può trovare al monumento, si fermano sempre e volentieri davanti alla figura del simpatico eroe; e il loro cuore palpita commosso ai gloriosi ricordi delle gesta leggendarie e della vita di operoso patriotismo, che resero tanto caro ed amato — fra il popolo d’Italia — il nome di Giuseppe Garibaldi.
E passino pure in santa pace i difetti artistici di un’ opera, pur che essa sappia in ogni tempo spingere la gioventù udinese a sacrificarsi con entusiasmo per conservare la libertà e aumentare la grandezza della patria.

Palazzi pubblici.

Gli uffici comunali. — Dietro al palazzo della loggia, già descritto, il comune fece edificare altro fabbricato, destinato a contenere gli uffici del magistrato cittadino. Esso venne architettato nel 1195, e compito nel secolo seguente. Un progetto grandioso per la rifabbrica sua fu presentato dal giovane architetto friulano prof. Raimondo d’Aronco, già noto favorevolmente per molti lavori da esso compiuti.
In questo edificio trovasi il gran salone, destinato fin da principio alle adunanze del maggior consiglio, e che ora, dalla statua di Ajace Oileo, bellissimo lavoro dell’udinese Luccardi, ivi collocata, è chiamato Sala dell’Ajace.
Un tempo, tutt’all’ingiro, eranvi gli stalli dei consiglieri e la tribuna degli oratori; in seguito furono costruiti dei sedili a ridosso delle pareti, alle quali sono appesi dei grandi dipinti, alcuni di qualche pregio, come una crocifissione del Bellunello, la consacrazione di Santa Ermacora e i dottori della chiesa, opera del Pellegrino da San Daniele, la ultima cena, dell’Amalteo, la manna nel deserto, del Grifloni e diversi lavori del Secanti.
In questa sala ora si tengono pubbliche riunioni, conferenze, distribuzioni di premi e altre solennità cittadine.

Il monte di pietà. — A metà della via Mercatovecchio, la più importante tra le vie di Udine, sorge il monte di pietà, edificio eretto nel 1040, e che, conservando nelle linee qualche cosa della decadente fioritura artistica, non è opera né ammirabile, né malvagia.
Nella cappella vi si ammirano bellissimi freschi del Quaglia, sulla passione del Cristo e la vita della Madonna, un gruppo del Comini ed un dipinto dell’Amalteo, rappresentanti la Pietà; inoltre dei cuori con fiori dipinti ed in rilievo di pregio non comune.

“Palazzo del Monte di Pietà.”

L’arcivescovado. — Questo grandioso fabbricato venne eretto nel 1610 per ordine del patriarca Francesco Barbaro, sulla piazza Patriarcato, ora Ricasoli.
L’edificio è di buona architettura, ma i pregi esterni non hanno nulla a che vedere con quelli interni, veramente ammirevoli.
Cominciamo intanto dal dire che il soffitto di una delle stanze è dipinto da Giovanni Ricamatore: ed è questa l’unica opera che la città conservi del suo celebrato cittadino.
Poi accenneremo ai freschi del Tiepolo che adornano le pareti della galleria ed i soffitti dello scalone e di una camera; le decorazioni della galleria fatte dal Colonna; i freschi del Fabris nel soffitto del salone.
Il palazzo è dotato di una ricchissima biblioteca, fondata dal patriarca Dionisio Delfino; sul soffitto di questa biblioteca il Bambini dipinse egregiamente la sapienza divina. Nella cappella interna vi sono due dipinti di pregio non comune: la Madonna, del Palma, e l’Assunta, del Bambini.
Nel palazzo abitarono, prima i patriarchi, poscia, dopo il trasporto della sede a Venezia, i vescovi e gli arcivescovi che ancora vi mantengono la loro sede.
Nel 14 marzo del 1867, ricorrendo l’ anniversario della nascita di Vittorio Emanuele, e celebrando Udine la festa nazionale, la prima volta dopo la partenza degli austriaci, avvenne un fatto veramente deplorevole, che, fortunatamente, non ebbe serie conseguenze. Il popolo, indignato per il rifiuto a cantare il Te deum nella cattedrale, fatto dall’arcivescovo Casasola, già, poco beneviso agli udinesi, assalito il palazzo e forzatone l’ingresso, vi penetrava con l’intenzione di infliggere al prelato una severa lezione.
Buon per lui che in tempo veniva fatto fuggire per una porticina del giardino; diversamente si avrebbe forse avuto a deplorare un fatto doloroso per una cittadinanza che può mettersi fra le più miti ed assennate d’Italia.

Palazzi privati.

Belgrado. — Vicino al palazzo degli arcivescovi, ora descritto, trovasi un altro bellissimo e grandioso fabbricato, che appartenne alla famiglia patrizia dei Belgrado, dopo essere stato di un’altra nobile famiglia udinese, quella degli Antonini. Ora è proprietà della provincia, che, con assennata deliberazione, lo acquistò per farne l’abitazione del prefetto.
Degni di visita nel palazzo sono gli affreschi del Quaglia che ornano lo scalone e il soffitto della sala.
In questa sontuosa abitazione furono ospitati in tutte le epoche gli illustri personaggi che si recarono a visitare la città. Notiamo, fra altri: il pontefice Pio VI, Paolo I di Russia, Napoleone I, Francesco I d’Austria e Vittorio Emanuele II.

“Palazzo Belgrado ora abitazione del Prefetto.”

Antonini. — Severo e maestoso edificio, architettato da Andrea Palladio, e, malauguratamente, incompleto.
La sala al piano nobile fu dipinta, e non male, da un pittore tedesco, il Fischer, nella prima metà del XVII secolo.

Cernazai. — Vicinissimo a quello Antonini, ed una volta proprietà di questa famiglia, sorge il palazzo Cernazai, di architettura semplice, ma corretta ed originale.

Florio. — Merita ricordato, non per la architettura, che non ha qualità rimarchevoli, ma per la ricca e preziosa biblioteca, in cui, oltre ad una copiosa raccolta di opere stampate e manoscritti, sì conservano, un codice membranaceo della Divina Commedia del XIV secolo, ed altro simile dell’Eneide del secolo XV, senza contare un numero discreto di incunabuli rari e perfettamente conservati.

Caiselli. — In questo palazzo, eretto in piazza San Cristoforo, si conserva, e merita d’esser visitata, una copiosa raccolta di dipinti dei due Carneo, padre e figlio.

Mangilli. — Nel palazzo, come ricorda una lapide murata sulla facciata che prospetta la piazza Garibaldi, ebbe dimora l’eroe dei due mondi, quando recossi a visitare la città.

UDINE INTELLETTUALE

L’accademia. — Nella mania di accademizzare che si lasciò dietro il Rinascimento in Italia, anche Udine ebbe la sua piccola parte. Verso il principio del secolo XVII viveva già l’Accademia degli Sventati che morì tisicamente, nella prima meta del secolo XVIII. Si ricordano anche l’Accademia Giulia, verso la fine del seicento, quella Patriarcale, l’Ecclesiastica, dei Filomazi, degli Asciti.
L’attuale Accademia di Udine, ebbe vita nel 18 marzo 1756, e registrò fra i suoi membri sempre le migliori intelligenze del Friuli, occupandosi, non in vane lustre acecademiche, ma veramente in utili e pratici studi, e curando pubblicazioni che servissero a condegnamente illustrare la città di Udine e la sua provincia, tanto ingiustamente dimenticate.

“Via Aquileia dal Ponte sulla Roggia.”

Istituti scolastici. — La città di Udine ebbe, fino dai tempi più lontani, cura per l’istruzione dei cittadini. E difatti è provato che il comune fece aprire pubbliche scuole e chiamo maestri da fuori fino dal XIII secolo. Nel 1297 si rileva che certo Pace vi teneva pubblica scuola; nel 1389 esisteva una cattedra, da cui insegnava un Giovanni da Ravenna, segretario del patriarca. In quest”epoca si possono anche ricordare i nomi dei fratelli Giovanni e Giacomo da Spilimbergo ; più tardi, nei secoli XV e XVI quelli di Antonio Baratella da Padova, di Francesco Diana. di Francesco Rolandello da Treviso, di Marco Antonio Sabellico, degli Amasei, di Bartolomeo Uranio da Brescia, del Filomuso, dello Sporeno, e di altri, non meno illustri, che insegnarono nelle scuole udinesi.
Ora Udine è ricca di scuole e di istituti dove insegnano persone di ingegno coltissimo, istruendo la gioventù ed educandola, ad una vita laboriosamente utile per sé e per la patria.
Ricordiamo il liceo-ginnasio Jacopo Stellinî, l’istituto tecnico Antonio Zanon, la scuola tecnica, la scuola normale femminile, le scuole elementari, l’istituto femminile Uccellis, uno dei primi d’Italia: poi il seminario arcivescovile, il collegio Giovanni d’Udine, le scuole del patronato, le scuole dell’orfanotrofio Tomadini, e molti educandati femminili.
Merita un speciale ricordo la scuola pratica d’ arti e mestieri, dove egregi insegnanti impartiscono l’istruzione ai giovani operai, e che diede già dei risultati soddisfacenti.

Stampa. — Tenuto conto della importanza non grande della città’ la stampa cittadina ha una rappresentanza numerosa. Oggi vi si pubblicano quattro giornali politici quotidiani, il Giornale di Udine, diretto da Pacifico Valussi, il benemerito decano della stampa italiana, la Patria delFriuli, il Friuli e il Cittadino italiano, organo della parte, diremo così, nera della provincia friulana. Altri giornali e bollettini periodici vedono la luce nella città, e sono compilati da egregie persone che lavorano con lena ed amore ad illustrare la piccola patria per farla degnamente conoscere e farle prendere quel posto che meritamente gli spetta fra le altre provincie d’Italia.

“Palazzo del Patriarcato ora Arcivescovile.”

Biblioteche. — La prima biblioteca di Udine venne instituita dal patriarca Dionisio Delfino, munifico e colto prelato. Oggi la biblioteca contiene circa trentamila volumi di opere importanti e rare, oltre a una non piccola raccolta di preziosi manoscritti e incunabuli che trattano di storia patria, di liturgia, d’arte, di letteratura, di poesia latina, italiana e dialettale.
Meritano speciale menzione alcuni manoscritti liturgici dell’abazia di Moggio, i codici in lingua ebraica, greca, latina e italiana, gli scritti archeologici, parte dei quali inediti, del conte Gerolamo Asquini, la rarissima edizione greca delle Opered’Aristolele, pubblicata da Aldo a Venezia nel 1495-98, la raccolta delle Bibbie dei SS. Padri e delle Fabbriche di Francia, opera di lusso regalata dal re Luigi XIV.
Ma la biblioteca arcivescovile, ricca, è vero, di opere e manoscritti antichi, non seguiva il movimento letterario contemporaneo, vuoi per mancanza dei mezzi occorrenti agli acquisti, e vuoi per la ripugnanza nei preti a raccogliere le opere della moderna letteratura, combattente per il trionfo di nuovi concetti filosofici, tendenti ad abbattere le dannose teocrazie ed oligarchie, tanto tenacemente sostenute dai ministri della chiesa.
Il legato di circa tremila volumi lasciati al comune dal conte Ottaviano Tartagna nel 1827, fece nascere la buona idea di fondare una biblioteca comunale, che riempisse la lamentata lacuna. In breve per doni «dei cittadini e per acquisti fatti dalla amministrazione comunale, la biblioteca fu dotata di un numero elevato di volumi e di una quantità rilevante di manoscritti e pergamene interessantissimi.
Queste ultime ascendono a circa dieci mila e cominciano dal secolo XI.
Oggi la biblioteca, frequentata assai dagli studiosi, possiede quasi trentamila opere ton circa 45 mila volumi. Gli acquisti sono fatti con giudiziosa cura dall’operosissimo ed intelligente bibliotecario, dottor Vincenzo Joppi, benemerito anche per pubblicazioni pregevolissime sulla storia della città e della provincia.
Fra le biblioteche private di qualche importanza vanno ricordate quella dei conti Florio, quella dei fratelli Antonio e Vincenzo Joppi e quella Cernazai, ora in proprietà del seminario arcivescovile.
Atti importanti per la storia della città sì conservano pure negli archivi municipale, notarile, dell’ospitale, patriarcale e del capitolo metropolitano.
A completare il cenno in questa parte, ricorderemo che Udine è dotata di una scuola di stenografia che ha dato dei buonissimi risultati, e che ottenne varie onorificenze alle mostre alle quali si presentò.
La società di ginnastica è fiorente, ed anche ultimamente, al concorso di Roma, venne meritamente premiata. L’istituto filodrammatico Teobaldo Ciconi ha unita una scuola di recitazione frequentata discretamente, e la società filarmonica e la scuola municipale di musica danno dei buonissimi allievi specialmente di strumenti ad arco.

UDINE BENEFICA E PREVIDENTE

Per persuadere sulla importanza che hanno gli istituti di beneficenza, basti il dire che Udine, con una popolazione inferiore ai trentamila abitanti, ha un patrimonio depurato di quasi otto milioni di lire, con una rendita annua di circa lire ottocentomila, che sono quasi tutte adoperate al alleviare le misere condizioni dei poverelli, mercé la disinteressata ed efficace opera di benemeriti amministratori che reggono le varie istituzioni udinesi. A prova basti il fatto, meritevole di nota, che le spese d’amministrazione ed altre, meno le imposte, per tutto il colossale patrimonio, non ammontano alla cifra di centomila lire annue!
Fra gli istituti di beneficenza meritano speciale menzione l’ospitale civile, il monte di pietà, la casa di ricovero per i vecchi, l’istituto Renati, l’istituto Micesio, l’istituto Tomadini, la casa delle zitelle e molti altri che sarebbe lungo a ricordare.
A coadiuvare l’opera benefica degli istituti ricordati, a Udine furono istituite parecchie società di mutuo soccorso, prima fra cui annoverasi quella generale fra gli operai, con un patrimonio di oltre duecento mila lire.

UDINE INDUSTRIALE

Sete. — Una delle più antiche c più diffuse industrie udinesi è certamente la serica, la cui origine risale fino al secolo passato. Molte filande a vapore funzionano entro le mura della città, occupando un numero elevato di operaie, buona parte delle quali vengono dal contado.
La seta che producono le filande udinesi, ed in genere quelle di tutto il Friuli, hanno grandissimo pregio sui mercati francesi per la loro bontà e per il perfetto sistema con cui vengono lavorate.
Non si può certamente omettere di ricordare, lodandoli, gli industriali serici udinesi che continuano a tener viva una industria, oggi, pur troppo, tanto poco rimunerativa.

Metalli. — Questa industria negli ultimi anni ha preso nella città un ben largo sviluppo.
Il primo a dare impulso alla lavorazione meccanica dei metalli fu il bresciano Antonio Fasser, venuto a stabilirsi a Udine dopo il 1547, e morto ancor giovane, pochi mesi or sono.
Oggi, oltre lo stabilimento del Fasser, ingrandito, vi sono impiantate le ferriere di Udine, stabilimento di prima importanza, che occupa oltre centocinquanta operai e che lavora ogni anno più che seicento vagoni di ferro mercantile, di eccellente qualità e che si vende tutto in Italia.
Ricordiamo inoltre le fonderie addette alle ferriere e quelle Bastanzetti, De Poli e Broili, dalle quali uscirono opere importanti e riuscitissime.
Altri laboratorii di minore importanza, ma non meno degni di lode per i loro lavori, sono quelli del Grossi, del Ceschiutti, del Malignani, del Modotti, del Bertoli, dei Santi e Grassi, ecc.

“Palazzo Antivari ora Kechler.”

Legnami. — In prima linea mettiamo la grande fabbrica dei parchetti aperta solo nel marzo del 1890, ma che giù a quest’ora ha preso uno sviluppo straordinario per la bontà dei suoi prodotti ed il loro prezzo veramente eccezionale. Poi ricorderemo le fabbriche di liste dorate e di metri di M. Bardusco, industriale degno dei maggiori encomi per la sua straordinaria intraprendenza; le fabbriche di sedie con legno curvato delle ditte Antonio Volpe e Sebastiano Nardini.
Un’industria che non mancherà certo di un vantaggioso avvenire è quella degli oggetti in vimini, per la quale sono già istituite scuole apposite ove vengono istruiti gli operai nel non facile lavoro.

Sostanze fibrose. — Vanno ricordati per la loro importanza parecchi stabilimenti dove si lavorano le materie tessili. Essi sono il cotonificio udinese, le tessiture di Marco Volpe e di Luigi Spezzotti, la fabbrica di maglie del Plateo, quella di cordaggi dei fratelli Angeli, la tessitura della seta dei fratelli Raiser.
Questi stabilimenti occupano costantemente circa un migliaio di operai d’ambo i sessi, appartenenti quasi tutti alla città ed ai villaggi contermini.

Carta e affini. — Di recente impianto è la cartiera dei fratelli Fenili, in cui si produce carta da impacco di buonissima qualità.
Le tipografie udinesi sono parecchie e meritano speciale menzione quelle del patronato, di G. B. Doretti e soci, di M. Bardusco, di Giuseppe Seitz, la Cooperativa e quella Cantoni.
Non si può omettere di fare un particolare cenno della rinomata litografia di Enrico Passero, stabilimento importante e, per la bellezza dei suoi lavori, annoverato fra i primi d’Italia, nel genere.

Sostanze alimentari. — Parecchi molini a cilindri sostituirono i vecchi sistemi della macina, producendo farine di tipo bellissimo e che vengono vendute sui mercati d’ Italia con grande facilità. Udine è poi dotato di fabbriche importanti di paste è di torchi da olii nonché di una pilatura da riso di proprietà della rinomata, ditta G. B. Degani.
Altre industrie cittadine degne di nota sono le concerie, la fabbrica di unto da carro del Marcovigh, la grande fabbrica dei fiammiferi della ditta Maddalena Coccolo, lo stabilimento pirotecnico di Giusto Fontanini, inventore di una utilissima macchina per fare i razzi, le fabbriche di birra dei fratelli Moretti e del Dormisch, e altre che lungo sarebbe il ricordare.
Abbiamo voluto fare un rapido accenno alle industrie impiantate per poter poi infine ricordare che a Udine non venne mai impiantata un’ industria senza che questa non avesse un esito felice. Questo dipende dalla laboriosità veramente rara dell’operaio, e dalla sua sobrietà, che lo fa accontentare di un salario mitissimo.
Vogliamo sperare che il fortunato esito dell’industrie impiantate invoglierà i capitalisti friulani a studiare l’istituzione di altre industrie che siano fonte di guadagno per essi e di risorsa per il paese.

MUSEO FRIULANO

Il museo è collocato nel palazzo legato al comune dalla contessa Teresa Dragoni-Bartolini.
Solo da pochi anni, alcune persone, animate dal nobilissimo scopo di dar lustro alla città e dall’amore per le arti e le scienze, si diedero, con lodevolissimo intento, a formare una raccolta di oggetti, che potessero servire agli studiosi di elemento per ricostruire la storia del passato della vasta ed importante regione friulana.
E, tenuto conto degli scarsi mezzi di cui dispone il museo, si può dire che l’ opera di questi benemeriti cittadini ha sorpassato le più rosee speranze.
Il carattere sommario e popolare di questa pubblicazione, non ci permette di dilungarci nella minuta descrizione di tutte le collezioni che adornano oggi le sale del museo.
Non vogliamo omettere però di ricordare, fra tali collezioni, quella delle ambre romane, collane, avori, ecc., legata dal conte Francesco di Toppo.
Questa raccolta, svariata e copiosa, è di tale importanza, che nessun museo del mondo può vantarsi di possederne una uguale.
Né va dimenticata una raccolta di sigilli moderni e medioevali, lasciata dal Cigoi, ed in seguito aumentata, e che può servire di base a seri ed utili lavori sulla sfragistica friulana.
Non disprezzabile è la raccolta di armi, vetri, bronzi, vasi, anfore, ecc., di tutte le età e di tutte le forme.
La pinacoteca, non notevole per abbondanza, ma pregiata per la qualità dei dipinti, contiene opere di rinomatissimi artisti; citeremo: una tela di Gerolamo d’Udine, opera unica di questo artista, altra tela di proporzioni colossali di Palma il giovane, tre quadri del Tiepolo, un ritratto di Cornelio Frangipane, copia dal Tiziano; e poi quadri del Callot, del Giuseppini, del Politi, del Grisoletti, del Darif, ecc.; alcuni schizzi originali del Tiepolo, del Caracci, di Paolo Veronese, del Parmigiano, del Pordenone, dell’Amalteo, del Palma, del Tempesta, del Rotari, ecc.: una raccolta di più che mille stampe bellissime degli autori più celebrati.
Se i friulani, come è sperabile, continueranno a circondare il museo di quell’affetto che merita, in brevi anni esso potrà contenere elementi tali da renderlo interessante agli studiosi di tutto il mondo.

DIALETTO E SUA LETTERATURA

Il Friuli, abitato un tempo da popoli celtici, venne, dopo aspre lotte, conquistato dai romani.
I vinti non tardarono a adottare la lingua dei vincitori, facendole però subire notevoli cambiamenti nella fonetica, e nella sintassi.
Le basi celtiche e romane del dialetto lo fecero annoverare, da illustri filologi moderni, fra le lingue ladine, o retoromanze, parlate nelle due provincie del Friuli, nelle alte valli dell’Adige, in parte del Bellunese e nel canton Grigioni.
Nuove modificazioni però il dialetto subì anche in seguito per le invasioni barbariche e più particolarmente per quella dei longobardi che si fermarono a lungo nel paese.
I contatti lunghi avuti più tardi coi galloispani ebbero per risultato altre modificazioni; tanto che qualche autore, e con plausibili ragioni, fece dei confronti per stabilire al friulano una fratellanza strettissima col provenzale, col francese e con lo spagnuolo.
Ultimamente del dialetto friulano si occuparono parecchi autori, fra cui ricorderemo Gartner, Czoernig e Ascoli, friulano, che lo illustrarono con competenza e diligenza massime. Le loro opinioni non sono però perfettamente concordi sull’etimologia dei vocaboli che compongono il dialetto.

“Palazzo e via Liruti.”

Noi non possiamo in questo lavoro occuparci a dimostrare quale dei tre autori sia maggiormente nel vero; ci limiteremo ad osservare che l’origine popolare del dialetto viene provata dalle sue radici quasi tutte derivate dal fermo rusticus e dal castrensis.
Tale fatto concorda pienamente con i ricordi storici che asseriscono la potenza e la floridezza delle tre colonie romane del Friuli: Aquileia, Cividale (Forum Juli) e Zuglio (Julium Carnicum).
Oggi il dialetto friulano è parlato nelle valli della Carnia e in quella del Ferro, nelle prealpi tra il Livenza e l’Isonzo, nell’alto piano fra il Tagliamento ed il Livenza e nella pianura fra il Tagliamento e l’Isonzo; meno qualche eccezione in borgate che devono la loro origine a colonie venete, come Latisana, Marano, Palmanova.
Si può quindi calcolare che le persone che lo parlano siano in numero di cinquecentomila. Questo però va sempre più assottigliandosi per la guerra che gli viene mossa da ogni parte: nelle scuole, nell’esercito, nelle famiglie.
La letteratura del dialetto friulano è ricca quanto quella dei più importanti dialetti d’ Italia. La letteratura popolare annovera in quantità fiabe, tradizioni, leggende , canti popolari o villotte, proverbi, ecc., che vennero raccolti da parecchi studiosi e pubblicati in varie edizioni.
Le villotte friulane sono la spontanea creazione della musa popolare, assai raramente il parto di un poeta vernacolo; da ciò una forma non sempre corretta, ma una originalità costante ed una efficacia di pensiero raggiunta quasi sempre con concisione e facendo spesso uso di reticenze arditissime.
La forma usata per il metro lirico delle villotte è la quartina di ottonari, le cui rime ordinariamente cadono sul secondo e sul quarto verso. Il contenuto di questi canti popolari si aggira quasi sempre sopra argomenti amorosi; il frizzo pungente, le allusioni licenziose si riscontrano raramente ; le oscenità sono sconosciute.
Il popolo friulano, cantando le sue canzoni, le riveste di un’armonia melanconica ma perfettissima, ed avente spesso frasi musicali di sublime originalità.
Il dialetto friulano ha avuto anche i suoi scrittori. Sì rinvennero composizioni dialettali che risalgono al secolo XIV; fra altre una lirica di quattro strofe di argomento erotico. Del secolo XV conservasi una canzone di tema amoroso.
La letteratura dialettale friulana, quasi nulla fino alla caduta del governo patriarcale, prende uno sviluppo importante, appena la provincia, posta sotto la protezione della potente repubblica di Venezia, comincia a godere di una tranquillità relativa, ma molto superiore a quella avuta sotto il fiacco reggimento dei patriarchi.
Di edito nel secolo XVI abbiamo: una canzone sulla vittoria di Lepanto, la versione della novella IX, giornata I, del Decameron nell’opera del Salviati, ed un madrigale in lode del luogotenente veneto N. Contarini, scritto da Gian Domenico Cancianino.
Il chiarissimo dottor Vincenzo Joppi, bibliotecario della comunale di Udine, curava la pubblicazione di alcune liriche e frammenti poetici dovuti alla musa dialettale. Fra questi ricordiamo lavori del Morlupino di Venzone, del Sini di San Daniele, del Biancone di Udine, di Luigi Amalteo di Pordenone; più un Travestiimento del I e di parte del II canto dell’OrlandoFurioso di Lodovico Ariosto, scritto da un anonimo.
Anche il seicento si distinse per una disecreta attività della letteratura dialettale friulana, che andava acquistando più correttezza grammaticale e più spigliatezza nello stile.
Nel Ragionamento sopra la poesia giocosa, pubblicato da Nicolò Villani a Venezia nel 1634, è detto che si distinsero nella poesia friulana del secolo XVII Gaspare Garabello, Gerolamo Missio, Daniello Sforza, Brunellesco Brunelleschi, Francesco de’signori di Zucco, Plutarco Sporeni, Giovanni Pietro Fabiani e Paolo Fistulario, tutti udinesi, che, come dice il Bonini nella Guida di Udine, «congiunti nel vincolo accademico, secondo portava la moda, sfogarono in rime la loro vena sull’eterno argomento dell’amore.» In una collezione di poesie, edita ad onore del Luogotenente della veneta repubblica Gabriele Marcello, figurano due sonetti del conte Ermes di Colloredo, che, dopo il Zorutti, stimasi il migliore degli altri verseggiatori friulani, e altri due sonetti ed una Cingaresca del conte Giovanni Giuseppe Della Porta. Del conte Ermes di Colloredo abbiamo un Canzoniere pubblicato in varie edizioni.
E, attraverso il XVIII secolo, ricco per numero di pubblicazioni non certo per il valore di esse, ricordando il Paciani, il Busisio con la sua traduzione dell’Eneide in versi berneschi friulani, il De Caneva, il Comini, e altri, veniamo all’epoca moderna, la che diede uno sviluppo insperato allo studio del dialetto e della sua letteratura.
In mezzo ad una schiera di valorosi cultori della letteratura friulana, fra cui ricorderemo l’Ascoli, col suo Schizzo storico-filologico sull’idioma del Friuli e sullasua affinità colla lingua valaca e con gli scritti nell’Archivio Glottologico, da questo eminente filologo diretto; l’ abate Jacopo Pirona col suo Vocabolario friulano; e poi il Brunialti, il Della Bona, lo Czoernig, il Barozzi, il Ciconi, il Gortani, il Joppi, il Leicht, lo Schneller, il Cherubini, il Cattaneo, il Flecchia, il Fornari, il Wolf, lo Simzig, l’Arboit, il Murero, sorge eminente la personalità originale di poeta vernacolo di Pietro Zorutti.
Anche per il giudizio critico su questo maggiore tra i poeti friulani, ci permettiamo di adoperare le parole dell’egregio prof. Pietro Bonini:
«Si tratta — esso scrive nella già citata Guida di Udine — d’un poeta vero. In lui completa, sino alle più lievi sfumature, la conoscenza dell’idioma friulano, spiccata l’intuizione della natura, pronto lo scherzo, spiritoso l’epigramma, il verso adatto sempre al soggetto: ricco a volte di nerbo e delizioso anche per metastasiana melodia. Egli ride e folleggia: è l’anima delle liete brigate; le sue rime burlesche di gaudente fanno buon sangue; si direbbe, leggendole, ch’ei non può assorgere alle altezze ove ha dominio il cuore. Ma no, ché La plovisine, La gnott d’avril, L’invid a Tonine, La gnott dei muarts e alcune altre liriche, rivelano chiaro che il Zorutti, ha un’altra corda nella sua cetra: quella mesta e soave della elegia e dell’idillio.»

“Nuovo stabilimento Balneario.”

Poi soggiunge: « Osservatore finissimo della umana tragicommedia, psicologo e critico, tutto a lui è argomento di poesia, ed è creatore di tipi comici e di lepidi motti che il popolo friulano non potrà dimenticare. Non sempre è casto nei versi, che danno di frequente in ischerzi scapati, ma non va fino alla sudiceria, e non sembra che si compiaccia nell’indegno trastullo.» Tale il Zorutti, e il giudizio del Bonini è veritiero in ogni sua parte. Un torto, e grave, ha però il grande poeta friulano, e il Bonini lo nota:
«Bisogna ben dirlo: il Zorutti non fu degli eletti che pugnarono colla penna pel risorgimento nazionale: se non inchinossi alla dominazione straniera, questa però non ebbe mai a sentire la punta delle sue freccie.»
E il torto del Zorutti è tanto più grave, in quanto che a Udine era numeroso lo stuolo dei patrioti che cospiravano per la redenzione della, patria.

UOMINI ILLUSTRI

Gli uomini illustri udinesi dal XIV al XIX secolo sono circa duecento, fra cui 12 medici, 11 scienziati, 16 teologi, 7 filosofi, 25 giureconsulti, 2 archeologi, 19 storici, 9 eruditi, 18 letterati, 23 poeti, 12 oratori, 5 umanisti, 25 pittori, 10 altri artisti, 6 agronomi.
Tra le famiglie che diedero più uomini illustri notansi: Caimo, Candido, Fabrizi, Montegnacco, Deciani, Cantinella, Cantone, Floriani, Nigris, Secante, Dragone, Giusti, Luisini, Sporeni, Amasei, Antonini, Asquini, Belgrado, Canciani, Colloredo, Cernazai, Florio, Liruti, Madrisio, Manini, Ottelio, Palladio, Paolini, Percoto, Treo, Venerio, Valvasone, Maniago, Marinoni, Lionello, Zanon, Zorutti, e altre.
Di alcuni illustri udinesi daremo qui in seguito un piccolo cenno biografico.

“Giovanni da Udine.”

RICAMATORE GIOVANNI detto GIOVANNI DA UDINE. — Nacque a Udine nel 1489 e morì a Roma nel 1561, o, come altri vogliono, nel 1564. Dimostrata una tendenza naturale per le arti belle, il valente pittore udinese Giovanni Martino gl’insegnò i primi elementi del disegno, mandandolo poscia a perfezionarsi a Venezia presso Giorgio Barbarelli detto il Giorgione. Passato quindi a Roma vi conobbe Raffaello Sanzio, del quale fu uno dei migliori allievi.
Giovanni d’ Udine fu superiore a qualunque nel dipingere uccelli, quadrupedi, uccelliere, colombai, viti, frutta, fiori e altri ornamenti.
Nel rappresentare il grottesco fu anche insuperabile. Le migliori sue opere si ammirano nelle gallerie vaticane.
Raffaello gli fece dipingere spesso gli accessori che ornano i quadri del sommo urbinate. Giovanni d’Udine fu anche buon architetto e stuccatore di grandi meriti,

GEROLAMO SAVORGNANO. — Famoso guerriero, fu uno dei più grandi capitani della repubblica di Venezia. Discendente di una fra le più illustri e antiche famiglie del Friuli, a venti anni cacciò i tedeschi dalla patria sua e poscia li sconfisse completamente nel Cadore. Qualche anno dopo, i tedeschi, minacciando invadere i territori della repubblica veneta, Gerolamo Savorgnano, tenne testa all’esercito invadente, obbligandolo a fermarsi davanti alla sua rocca di Osoppo. Per questo fatto, che permise alla potente regina dell’Adriatico di raccogliere un esercito e respingere il nemico, Gerolamo Savorenano fu chiamato il Fabio Massimo della veneta repubblica.

ANTONIO ZANON. — Agronomo, nato a Udine nel 1696, morto nel 1770. Introdusse nel Friuli la coltivazione del gelso e del baco da seta, apportando alla provincia i grandi benefici anche con altre sue innovazioni. Dedicò tutta la sua vita in studi e ricerche sull’agronomia ed altre scienze, raccogliendo le sue osservazioni e le cose apprese in parecchi volumi da lui pubblicati, fra cui ricordiamo: Lettera sull’agricoltura, arti e commercio, 7 volumi in-8°, Venezia, 1763; Dellaformazione e dell’uso della torba; Della cultura e dell’uso della patata; Delle marne degli altri fossili per ingrassare i terreni; Saggio storico della medicina veterinaria.

JACOPO MARINONI. — Matematico, architetto e astronomo insigne; nacque a Udine nel 1667 e morì a Vienna nel 10 gennaio 1755.
Succeduto al conte Anguissola nella cattedra di matematiche al collegio de’nobili, venne poscia creato consigliere addetto alla direzione delle fabbriche imperiali. Nel 1714 inventò uno strumento per misurare le superficie, che chiamò bilancia planimetrica.
Nel 1719 venne incaricato di eseguire il piano catastale della Lombardia. Lasciò molti scritti pregiati fra cui ricorderemo: Columna herculea geometrice construeta; Astronomica domestica specula et organico apparatu astronomico; De re ichnografica; De re ichnometrica, ecc.

PERCOTO GIAN MARIA. — Missionario instancabile, nato a Udine nel 1729. Nominato vescovo di Maxula, gli venne affidata la direzione delle missioni nell’India. Tradusse in birmano i libri dei padri della chiesa; compose un dizionario ed una grammatica latino-birmana e tradusse in italiano varie opere giavanesi. Morì ad Ava nel 1776.

PAOLO CANCIANI. — Appartenne all’ordine de’ serviti, fra i quali emerse per il suo ingegno e la seria applicazione allo studio.
Si rese celebre e benemerito delle patrie lettere per la sua opera Barbarorum leges antiquae cum notis et glossariis, pubblicata a Venezia nel 1781.
Era nato a Udine nel 1725, nella quale città morì nel 1810.

ZORUTTI PIETRO. — Nacque a Lonzano nel 1792, e fin da giovanetto abitò a Udine, dove morì nel 1867. Fu, come si disse, il sommo fra i poeti friulani. Lepido e facile allo scherzo era l’idolo delle allegre brigate, fra cui trascorse molta parte della sua vita spensierata.
Le sue poesie, raccolte in due volumi per cura dell’Accademia di Udine, sono monumento perenne della sua fibra di vero poeta vernacolo.

LA VITA ATTUALE

La vita esterna che oggidì conducono gli udinesi, è presso a poco quella che si vive in tutte le città di provincia d’Italia. L’allegra spensieratezza della prima metà di questo secolo è sparita completamente ed ha lasciato luogo ad una laboriosa serietà, causata dagli aumentati bisogni delle popolazioni.
Il carattere del cittadino udinese è piuttosto refrattario alle espansioni, che sono una caratteristica degli altri popoli veneti.
Per questo, il forestiero, appena giunto nella città, ne riceve un’impressione poco gradita; impressione che va scomparendo man mano che il suo soggiorno si prolunga, fino a che cessa totalmente, anzi si cambia in viva simpatia, quando il lungo contatto, lo ha fatto scoprire, sotto una scorza un po’ ruvida, una grande bontà di cuore ed una lealtà di sentimenti che da nessun popolo sono certamente superati.
Il friulano in generale è assai laborioso: è sobrio e modesto tanto che la sua ritrosia alla réclame lo lasciano quasi sconosciuto alla maggior parte degli italiani.
La vita esterna dei cittadini si limita a poche passeggiate diurne, ad assistere ai concerti pubblici ed alle serate teatrali, non troppo frequenti, ma, in compenso, quasi sempre eseguite da buoni elementi artistici.
In poche occasioni Udine offre motivo di allettamento al forestiero per visitare la città. Queste sono il carnevale e le feste del mese d’ agosto, nel qual mese hanno luogo grandi fiere e divertimenti pubblici, primo fra quali le corse di cavalli al trotto.
Il carnevale poi è caratteristico per la passione del ballo per il ballo che hanno gli udinesi. Per essi un ballo è un avvenimento artistico, non un’orgia, come, pur troppo, è in tutti i balli pubblici delle maggiori città italiane.
Del resto, a dimostrare quanto gli udinesi abbiano sentito l’impulso di modernità, che invade il mondo civile, basti il dire che la città ha compiuta quasi interamente la fognatura con sistemi moderni, è illuminata tutta a luce elettrica, ha un servizio interno di trama cavalli, ed è in molta parte pavimentata in legno.
Il forestiero, poi, che vi arriva, trova tutto il confortabile in numerosi e puliti alberghi, ristoranti e caffè.

A. PURASANTA.”

L’Europeo qualunque

Stati Uniti d’Europa, Europa e pace nel mondo, esercito europeo, diritto di veto alle Nazioni Unite, temi ancora attuali nella trascrizione di alcuni articoli contenuti nel primo numero dell’Europeo qualunque, rivista diretta da Guglielmo Giannini1, pubblicato il 31 dicembre 1946.

“Questa rivista è un altro passo verso la costituzione di quegli Stati Uniti d’Europa dei quali, fin dal primo numero dell’Uomo Qualunque, proclamammo l’inderogabile necessità.
I rapidi mezzi di comunicazione, il perfezionamento dei servizi-radio che consentono ormai la televisione artistica e anche la cronaca televisiva, l’invenzione di mezzi bellici d’inaudita potenza e d’un costo che pochi superstati possono pagare, spingono irresistibilmente gli antichi Stati Nazionali Europei all’Unione e alla Confederazione.
L’aviazione ha praticamente distrutto i confini geografici, il cui concetto permane nei cervelli dei politici unicamente come un rimasuglio di settecenteschi e incipriati orgogli. Che cosa valga un fiume largo poche centinaia di metri, una montagna i cui valichi saranno fra breve trasvolati dalle motociclette aeree, non si riesce a capire. Pure c’è ancora tanta gente costretta a battersi, a soffrire, a morire, perché degli sciocchi e miopi professionisti della politica vogliono piazzare una guardia confinaria un chilometro più avanti, su frontiere assurde che ormai delimitano soltanto «le regioni » di quell’unico Stato che è l’Europa.
Sia comunque ben chiaro, in Italia e fuori d’Italia, che nell’esprimere senza alcun imbarazzo questo nostro pensiero europeistico e antinazionalistico, noi non intendiamo affatto rinunziare alla nostra «nazionalità » né pretendiamo che altri rinunzi alla sua. Riteniamo però che la nazionalità possa essere espressa con mezzi e opere ben più grandi e consistenti di quelle che potrebbero essere compiute dagli eserciti nazionali e dal loro armamento: e cioè dal patrimonio artistico, culturale, scientifico, economico, produttivo, che ciascuna Nazione, degna del nome, non cessa mai d’esprimere.
Forse la nostra qualità d’europeiitaliani ci consente osservazioni e riflessioni che ad altri europei son forse più difficili. Meno d’un secolo fa l’Italia era ancora divisa in sette Stati, regni, ducati e principati, e molti italiani di certa coscienza e soda cultura ritenevano sinceramente impossibile la fusione di quei sette Stati in uno. Pure la fusione avvenne, i siciliani s’intesero con i piemontesi, i veneti con i toscani, i calabresi con i lombardi: e dalla guerra del 1915-18 contro l’Austria, l’Unità Italiana, che ancora qualcuno temeva minacciata, uscì saldissima; talché parlare oggi di separatismo e di particolarismo in Italia serve solo a far sorridere l’enorme maggioranza della gente di buon senso.
Non crediamo che le differenze linguistiche possano costituire un serio ostacolo all’Unità Europea: nella Svizzera convive una popolazione trilingue da vari secoli, originaria di tre diversi ceppi razziali. La difficoltà più grave sarà quella del problema religioso europeo, al quale ci proponiamo di dare la nostra maggiore attenzione chiamando a trattarlo gli scrittori più e meglio preparati e autorizzati. La convivenza politica di cattolici e protestanti, di ortodossi, ebrei eccetera dovrà essere studiata e preparata con la maggiore e più affettuosa diligenza, e nei limiti delle nostre cognizioni e delle nostre forze daremo il nostro modesto contributo alle discussioni che potranno semplificare e risolvere il grave problema.
Non pensiamo che la diversità di regime — monarchico in alcuni Stati, variamente repubblicano in certi altri — possa impedire l’unificazione europea. Il fatto che non si sia ancora verificato storicamente la convivenza fra monarchie e repubbliche non esclude che ciò possa verificarsi. Prima della costituzione degli Stati Uniti del Nord America nessuno pensava che degli Stati potessero unirsi: pure l’Unione Nordamericana si fece, e resistette splendidamente anche alla lunga guerra di secessione.
Iniziamo la nostra fatica con fede profonda, convinti d’essere nel giusto e nel vero, assolutamente decisi a far tutto quanto è e sarà in nostro potere per impedire che fra Stati Europei insorga una nuova guerra. Contiamo sull’amicizia dell’Uomo e della Donna qualunque d’Europa, d’ogni nazionalità e d’ogni razza, sull’appoggio e sul consiglio di ogni Amico e di ogni Amica. Sentiamo, nell’intimo del nostro cuore, che il Signore Iddio Onnipotente e Misericordioso vuole questa nostra fatica, l’approva e la benedice: e in tale sicurezza l’abbiamo iniziata, contando di proseguirla finché le nostre forze ce lo consentiranno.
Viva l’Europa !
GUGLIELMO GIANNINI”


GLI STATI UNITI D’EUROPA

“Winston Churchill lascia la Cattedrale di San Paolo a Londra dopo una celebrazione in memoria del Presidente Roosevelt.”

“Winston Churchill a Zurigo ha tracciato le basi per gli Stati Uniti d’Europa: In tutti i suoi scritti e discorsi del dopoguerra egli ritorna su questo tema fondamentale. Se una volta l’Europa si accingesse unita ad attingere alla sua comune eredità, vi sarebbe felicità, prosperità e gloria senza limiti per i suoi trecento o quattrocento milioni di abitanti.
Eppure proprio dall’Europa è scaturita quella serie di terribili conflitti nazionalistici, provocati dalle nazioni teutoniche nel corso della loro ascesa a grandi potenze. Lo abbiamo visto durante il XX secolo ed anche ai tempi nostri queste forze hanno distrutto la pace e compromettono l’avvenire di tutta l’umanità.
Ed ora a che cosa è ridotta l’Europa? Alcune delle piccole nazioni hanno sì ripreso la via della ricostruzione, ma ancora vi sono vaste zone popolate solo da una enorme massa tremante di esseri umani tormentati, affamati, preoccupati e sbalorditi, che aspettano davanti alle rovine delle loro città e dei loro focolari, scrutando ansiosamente l’orizzonte per scoprirvi i segni di una nuova forma di tirannia e di terrore.
Tra i vincitori regna una babele di voci, tra i vinti il tetro silenzio della disperazione. Ecco che cosa hanno guadagnato gli Europei, raggruppati in tanti antichi Stati e nazioni, ecco che cosa hanno guadagnato le razze germaniche per essersi dilaniate tra di loro ed aver sparso la distruzione dovunque.
Infatti, se la grande Repubblica di oltre-Oceano, una volta resasi conto che la rovina e la schiavitù dell’Europa avrebbe segnato anche il suo destino, non fosse intervenuta, offrendoci i suoi soccorsi e la sua guida, avremmo fatalmente assistiti ad un ritorno dell’oscurantismo in tutta la sua crudeltà e squallore.
Ancora non è del tutto svanita questa minaccia; eppure vi è un rimedio il quale, se adottato spontaneamente e su vasta scala, potrà trasformare tutta la situazione.
Qual è questo supremo rimedio? È la ricostruzione dell’edificio europeo, o almeno di quella parte che possiamo rifare, in base ad una struttura tale da permetterne lo sviluppo in un clima di pace, sicurezza e libertà.
Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti in Europa. Solo così le centinaia di milioni di esseri umani, faticosamente intenti a vivere, potranno riacquistare le semplici gioie e speranze che solo rendono la vita degna di essere vissuta. Il procedimento è semplice. Occorre solamente la volontà di centinaia di milioni di uomini e donne decisi ad agire per il bene anziché per il male, sì da raccogliere benedizioni invece di maledizioni.
Molto lavoro è già stato compiuto in questo senso per opera dell’unione pan-europea che tanto deve al celebre patriota e uomo di stato francese Aristide Briand che ad essa ha dedicato le sue energie. E vi è anche la Società delle Nazioni, quel grande organismo, creato tra tante speranze dopo la prima guerra mondiale. L’insuccesso della Società delle Nazioni non è dovuto ai principi o ai concetti su cui basava. La Società delle Nazioni è fallita perché quegli Stati che l’avevano ideata, hanno finito per abbandonare questi principi per non aver saputo affrontare la realtà dei fatti e non aver agito fin quando era tempo di agire. Questa catastrofe non si deve ripetere: ora abbiamo a nostra disposizione molto materiale per costruire ed anche una amara esperienza, acquistata a caro prezzo che ci farà da sprone.
Non vi è motivo perché una organizzazione regionale dell’Europa dovrebbe in qualsiasi modo contrastare con l’organizzazione mondiale delle Nazioni Unite. Al contrario, sono del parere che la grande sintesi potrà sopravvivere soltanto se basata su larghi raggruppamenti naturali.
Esiste di già nell’emisfero occidentale un tal raggruppamento naturale. Noi britannici abbiamo la nostra propria associazione di nazioni. Le nazioni che costituiscono l’Impero inglese non indeboliscono, ma al contrario rinforzano l’organizzazione mondiale. Anzi, ne sono veramente il principale sostegno.
E perché non vi dovrebbe essere un raggruppamento europeo dal quale i popoli sradicati di questo potente continente potrebbero attingere un senso di più vasto patriottismo e di una comune cittadinanza? È perché questo gruppo non dovrebbe trovare il suo giusto posto accanto ad altri grandi raggruppamenti e collaborare alla formazione di un destino degno dell’Uomo?
Per raggiungere questa meta occorre un atto di fede al quale partecipino deliberatamente e coscientemente i milioni di famiglie che parlano lingue diverse.
Tutti sappiamo che le due guerre mondiali che abbiamo subite, sono scaturite dalla vana passione della Germania, la cui unità è di recente data, di avere una parte predominante nel mondo.
Durante questo ultimo conflitto sono stati commessi crimini e massacri, come non se ne sono più verificati dopo l’invasione dei mongoli nel XIII secolo e che sono senza precedenti in tutte le epoche della storia umana.
I colpevoli vanno puniti. La Germania deve essere privata della possibilità di riarmare e di scatenare un’altra guerra di aggressione.
Ma quando tutto questo sarà stato fatto, come sarà fatto e come si sta facendo in questo momento, allora bisognerà porre fine all’applicazione della legge del tallone. Vi deve essere quello che Gladstone, anni fa, definiva un «atto benedetto di oblio». Tutti dobbiamo volgere le spalle agli orrori del passato per guardare verso l’avvenire. Non ci possiamo permettere il lusso di trascinarci dietro attraverso gli anni da venire gli odi e le vendette scaturite dalle offese del passato. Quest’atto di fede nella famiglia europea, quest’atto di oblio verso tutti i delitti e tutte le doglie del passato è indispensabile, se vogliamo risparmiare all’Europa infinite miserie e l’estrema rovina.
Potranno i popoli europei innalzarsi alle vette della anima, dell’istinto e dello spirito propri all’essere umano? Se lo potessero, i torti e le offese subite sarebbero state cancellate dappertutto dalle miserie sopportate.
È veramente necessaria un’altra ondata di agonia ? Dovrà l’unica lezione della storia essere quella che l’umanità non imparerà mai niente? Facciamo che vi sia giustizia, misericordia e libertà. I popoli non hanno che volerlo, e tutti potranno soddisfare questo desiderio.
Il primo passo nella ricostruzione della famiglia europea dovrà essere costituito da un’alleanza tra la Francia e la Germania. Solo seguendo questa via la Francia potrà ricuperare il suo posto di comando morale e culturale in Europa.
La struttura degli Stati Uniti d’Europa sarà tale da ridurre l’importanza della potenza materiale di ogni singolo Stato. Le piccole Nazioni conteranno quanto le grandi e si faranno onore contribuendo alla causa comune.
Gli antichi Stati e principati della Germania, liberamente associati per reciproca convenienza in un sistema federativo potranno singolarmente prendere il loro posto tra gli Stati Uniti d’Europa.
Non tenterò di enunciare un programma dettagliato. Vi sono centinaia di milioni di persone che desiderano la felicità e la libertà, la prosperità e la sicurezza, che anelano alle quattro libertà di cui ha parlato il grande Presidente Roosevelt e che sono desiderosi di vivere secondo i principi della Carta Atlantica.
Se ciò è il loro desiderio, se è il desiderio degli Europei dei vari Paesi, non hanno che dirlo; sicuramente si potrà trovare il mezzo e la forma per ottemperare in pieno questo desiderio.
Ma ho da darvi un ammonimento. Potrebbe darsi che i tempi stringano. Se vogliamo creare gli Stati Uniti d’Europa — o come si chiameranno — dobbiamo cominciare ora.
Nell’attuale momento stiamo vivendo una strana e precaria vita sotto l’insegna della bomba atomica.
Oggi ancora la bomba atomica è solo nelle mani di uno Stato e di una Nazione di cui sappiamo che non ne farà mai uso salvo per la causa della giustizia e della libertà, ma potrebbe ben darsi che tra qualche anno questo terribile mezzo di distruzione avrà larga diffusione. Le conseguenze del suo impiego da parte di più Nazioni in guerra tra di loro significherà non solo la fine di tutto ciò che noi chiamiamo civiltà, ma potrebbe eventualmente portare alla disintegrazione del globo stesso.
Dobbiamo costantemente mirare a costruire e rafforzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nell’orbita di questo sistema mondiale dobbiamo ricreare la famiglia europea sulla base di una struttura regionale che potrebbe chiamarsi gli Stati Uniti d’Europa.
Anche se in un primo momento non tutti gli Stati europei sono disposti o in grado di entrate a far parte di un tale sistema, dobbiamo purtuttavia procedere all’allineamento ed all’unione di quegli Stati che lo possono e lo vogliono.
La liberazione dell’uomo qualunque di ogni razza e di ogni Paese dalla guerra e dalla schiavitù deve appoggiare su fondamenta solide; la decisa volontà di ogni uomo e di ogni donna di preferire la morte alla tirannide ne deve essere l’artefice.
Tutti questi compiti urgenti devono essere presi in mano dalla Francia e dalla Germania insieme. La Gran Bretagna, l’Impero inglese, la potente America — e come spero anche la Russia Sovietica, ché in tal caso tutto sarebbe salvo — devono essere gli amici ed i promotori di questa nuova Europa e ne devono propugnare il diritto di vivere.
Perciò vi dico: «Fate che l’Europa sorga».
WINSTON CHURCHILL”


PACE IN EUROPA E PACE NEL MONDO

“Dalla lontana Cina giunge un messaggio all’Europa del Generale Ciang-Kai-Scec che vede il problema della Pace legato ad un nome: TRIESTE

“Il Generale Ciang-Kai-Scec.”

Fermamente deciso a ristabilire l’ordine e la democrazia nel mio paese che, senza confronti, può dirsi il più infelice del mondo, guardo con ansia quanto avviene tanto lontano da noi, verso l’Ovest, verso l’Europa, il continente dal quale sono partiti 1 fari luminosi del moderno progresso e le ideologie più audaci. Noi in Cina non possiamo impegnarci seriamente nella ricostruzione prima che l’ Europa abbia ritrovato se stesso, sia rientrata nell’alveo della sua millenaria civiltà abbia dato il segnale di partenza che essa soltanto può dare.
L’immane tragedia che dal principio del secolo ha sconvolto la Cina non è ben conosciuta nei paesi occidentali. Essi, in gran parte, ignorano il travaglio che le nostre genti hanno pazientemente sopportato senza mai chinare il capo nello sconforto. Ancora oggi la pace non può dirsi perfetta in Cina. Non è facile togliere le armi dalle mani di chi le ha adoperate per tanti anni. Non è cosa semplice smorzare le ambizioni improvvise o lungamente meditate di coloro che non possono ritenersi immediatamente soddisfatti della posizione in cui son venuti a trovarsi nel dopo guerra. Questo fenomeno non è soltanto cinese, esso è comune a tutti: vinti e vincitori.
Se l’Europa ha visto in meno di 30 anni due conflitti spaventosi cosa non ha visto la Cina in mezzo secolo di guerre, di epidemie, di catastrofi che hanno causato la perdita di 60 milioni di vite umane? Eppure il nostro popolo mite e silenzioso non ha mai cessato di sperare ed ha proseguito impassibile la durissima lotta contro gli uomini e gli elementi. E non è ancora finita. Quanta amarezza mi assale nel dover ammettere che non è ancora terminato il travaglio.
Dopo la vittoria delle armi sperai ardentemente che per tutti i popoli avesse inizio un’era di pace, di lavoro, di ricostruzione, di prosperità. Son trascorsi venti mesi e non è così. Passioni violente si scatenano dovunque. Gli uomini sembrano invasati da demoni perfidi che li consigliano al male col rischio di farli precipitare in un baratro senza fondo.
Ho subito rivolto gli occhi all’Europa. Mi son detto che dopo una vicenda tanto tragica, forzatamente non potevano risolversi d’un colpo certi problemi. Ma ho sperato. Sapevo che solo il benessere dell’Europa poteva riportare il benessere per tutti. Sono fermamente convinto che se c’è pace in Europa c’è pace nel mondo.
Una volta una grande nazione credette di potersi chiudere in uno splendido isolamento, pensando egoisticamente che era meglio produrre per sé che soffrire per gli altri. Pochi anni furono sufficienti per farle riconoscere l’errore enorme che aveva commesso.
Il mondo è come un corpo umano. Una piccola ferita lo fa dolere tutto. Così, oggi, quanto avviene in una nazione interessa e influenza tutte le altre.
Perché l’Europa è tanto agitata ? In essa vivono vinti e vincitori, come ieri, come sempre. Dobbiamo infierire sui vinti? Dobbiamo forse sterminarli tutti? No. Questo è impossibile. Ci siamo battuti per distruggere coloro che pervasi da una ambizione sfrenata avevano calpestato i diritti dell’uomo. Adesso dobbiamo imporre questi sacri diritti e far sì che essi possano eternamente sopravvivere a noi e rendere l’umanità felice. Se infierissimo sui vinti commetteremmo un grave errore, non faremmo altro che rimandare a domani la loro rivincita. Uomini folli che esaltano le masse, purtroppo, ne son sempre nati, altri potrebbero ritentare le avventure sanguinose.
L’Europa è il centro del nostro mondo. Quando essa è agitata, tutti si agitano. Se essa è felice tutti son prosperi.
Io vedo con profonda amarezza il profilarsi di avvenimenti che potrebbero gettarci nel caos. La fine della guerra sembra voglia lasciarci in eredità la politica dei blocchi e delle ideologie. Perché?
In Europa esiste una barriera che divide i popoli, barriera che ha un solo nome: ideologia. Possibile che una idea o dei sistemi debbano portare alla distruzione dell’umanità? Gli uni dicono: «noi siamo la luce viva e nuova dell’avvenire. Vogliamo abolire l’oscurantismo, rigenerare i popoli, uguagliare i beni». Ma è vero questo? È possibile renderci tutti uguali?
Un nostro saggio del tempo dei tempi ha detto:
«E dovere dell’uomo compiere tutti gli sforzi per elevarsi nello spirito e nei beni. Tanto più egli si eleva, tanto più egli può giovare».
Gli altri dicono: «Noi vogliamo difendere quel bene supremo che è la democrazia. Nessuno più deve imporre agli altri il proprio credo. L’uomo è nato libero e tale deve rimanere».
Non voglio giudicare, vorrei soltanto che uomini sani potessero raccogliere dalle esperienze il meglio per tutti. Se così fosse non vedremmo con timore eserciti ancora con le armi al piede. Solo le ideologie dividono Europa e ne impediscono la ripresa. La guerra non ha lasciato solchi insuperabili. I problemi politici sono minimi.
Uno, uno solo è importante: Trieste. Ma per noi cinesi esso è un punto microscopico e non possiamo considerarlo con serietà. Cosa rappresentano pochi chilometri quadrati di fronte allo spazio infinito ? La Cina non ha rivendicazioni da presentare. Essa si guarderebbe bene dal voler assoggettare anche un solo suddito di un’altra nazione.
Da Trieste giungevano sino a noi navi con la bandiera italiana e a questa lingua appartenevano i marinai. Essi parlavano sempre dell’Italia con amore e nostalgia infinita. Non è forse italiana Trieste? Se il suo porto è necessario per la vita di altri paesi, lo si renda franco, si assicuri a tutti libertà di traffico e possa esso costituire un punto di incontro tra molte genti per la felicità comune.
Che la pace ai vinti sia generosa. Venga data ad essi la certezza di rinascere e vivere da uguali nel consorzio dei popoli. Non potrei concepire una Italia, madre e diffonditrice di nobili bellezze, come una terra di miseri. Non confondiamo i capi con i popoli e questo sia detto per tutti i vinti e sia monito per i vincitori.
CIANG-KAI-SCEC”


LE FORZE ARMATE IN UNA FEDERAZIONE EUROPEA

“Il Generale Roberto Bencivenga crede che sia necessario un esercito internazionale per salvaguardare la pace in Europa.

Sacrosanto è l’apostolato per una Confederazione europea. Le difficoltà sono grandi; ma la sua realizzazione è questione di vita o di morte per il nostro Continente. Il ritmo col quale si susseguono le guerre per cause che lasciamo agli economisti ed ai filosofi di indagare, ciascuna delle quali si conclude con trattati cosiddetti di pace che sono lievito di nuove guerre, diventa impressionante, e non sarà certo quest’ultima guerra ad evitare nuovi conflitti.
Se si pensa alla formidabile forza distruttiva degli strumenti odierni di guerra, che è vano prescrivere con intese solenni, ma vuote di contenuto e pur sempre violabili con pretesti giuridici più o meno fondati, sì prospetta una fine catastrofica della nostra civiltà.
Indubbiamente la costituzione di una Confederazione europea presenta gravi difficoltà perché essa non potrebbe avere limiti ben definiti come avviene per gli Stati Uniti d’ America. Dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico l’Europa è tutta una distesa di terre, sicché una Confederazione Europea non potrebbe sperare di avere solo sicure frontiere marittime a delimitarla, ma inevitabilmente una frontiera terrestre, il che influisce sulla soluzione del problema dell’organizzazione delle forze armate della costituenda Confederazione Europea.
D’altra parte non è facile far scomparire d’un tratto le profonde divisioni di animi, né gl’interessi d’ogni genere fra le nazioni che dovrebbero entrare a far parte della nuova formazione politica.
Deriva da ciò che esisteranno diffidenze tra questi stati, il che richiederà, almeno in un primo tempo, di concedere ad ogni singolo Stato della Confederazione una forza militare tale da tranquillizzare gli animi sospettosi d’un tentativo di egemonia da parte di uno o più Stati coalizzati. La storia degli Stati Uniti d’America e la sua guerra per l’abolizione della schiavitù (problema codesto che non era soltanto sentimentale, ma coinvolgeva forti interessi economici, e quella della formazione della grande Germania degli Hohenzollern ammoniscono al riguardo.
Il problema dunque è molto complesso, almeno per quanto riguarda i primi anni di vita della Confederazione, fino cioè al momento in cui l’organizzazione politica non acquisterà, come nella Svizzera e negli Stati Uniti d’America, quella coesione che deriva dalla formazione di una coscienza unitaria.
Da tutto ciò deriva che l’organizzazione delle forze armate deve svolgersi su due piani distinti: quello confederale e quello nazionale.
Ma è ovvio che, se non si vuol correre il rischio di una guerra egemonica da parte di uno a più stati della Confederazione, sul complesso delle organizzazioni nazionali e confederali deve presiedere l’autorità dell’organo federale per eccellenza che potrà essere il Congresso. Naturalmente l’azione del Congresso sull’apparecchio militare dei singoli Stati della Confederazione dovrà limitarsi al controllo ed alla precisazione dei limiti entro i quali ciascuno Stato sarà libero di stabilire i propri armamenti.
I quali dovranno avere semplice carattere difensivo: costituire cioè quello che io chiamerei funzione di polizia confederale. Forze, cioè, limitate, nel numero e negli armamenti, per respingere tentativi di aggressione improvvisa (truppe di copertura) e costituire serbatoio di forze nell’eventualità di una formazione e mobilitazione delle forze della Confederazione per la sua propria difesa. Perché, come ho detto sopra, la Confederazione europea avrà frontiere di terra e di mare; e d’altra parte la navigazione aerea ha allargato le prospettive strategiche e tattiche della guerra moderna.
Secondo questi brevi cenni, che non vogliono essere altro che una prima deliberazione del problema che abbiamo preso in esame, io penso che la sua impostazione potrebbe così riassumersi:
a) organizzazioni militari dei singoli stati confederati aventi scopo di sicurezza immediata, e come serbatoio di forze per la eventuale formazione di grandi complessi confederali nel campo delle forze terrestri, marittime ed aeree;
b) organizzazione militare confederale per un eventuale immediato intervento inteso a prevenire conflitti armati tra gli stati confederati e per la difesa della Confederazione contro assalti esterni.
Per quanto riguarda le forze di terra, io penso che ogni singolo stato dovrebbe attenersi ad una organizzazione simile alla Svizzera, cioè a dire al tipo di «nazione armata», limitando l’esercito permanente alle forze che saranno stabilite dal Congresso federale. La caratteristica di questi eserciti, direi così «statali», dovrebbe essere nella specie e potenza degli armamenti; di natura tale cioè da escludere grandi possibilità offensive.
Analogamente per gli armamenti di mare e del cielo. Gli Stati che hanno coste dovrebbero limitare i loro armamenti navali a quanto occorre per un semplice servizio di polizia costiera; e quanto all’aviazione gli stati dovrebbero poter disporre soltanto di apparecchi da caccia e da ricognizione.
Ai singoli Stati dovrebbe essere assegnato anche il compito di impartire istruzione militare ai cittadini, sicché si possa trarre da ciascuno Stato la materia prima uomo, nell’eventualità di una mobilitazione generale ordinata dalla Confederazione, Questa, a mio parere, dovrebbe avere alle sue dipendenze dirette una forza sempre pronta, bene armata, al duplice scopo di intervenire nell’ipotesi che si accenda un conflitto tra due o più Stati della Confederazione istessa e imporre ai medesimi un arbitrato; e per una prima difesa del territorio Confederale contro assalti esterni e quando il Congresso decidesse l’intervento in un conflitto di maggiore raggio, come potrebbe essere un nuovo conflitto mondiale.
Per l’esercito e l’aviazione confederale è preferibile il sistema di reclutamento volontario cioè a dire un esercito ed una aviazione di mestiere. Particolari accorgimenti dovrebbero presiedere alla formazione ed alla dislocazione di queste unità in guisa da impedire che esse possano essere attratte ad intervenire a favore dello Stato dal quale, sia pure con arruolamento volontario, sono state tratte.
Abilità dei comandi dovrebbe essere quella di fare delle forze della Confederazione un tutto organico con una coscienza unitaria.
Per la marina da guerra il problema è più complesso e forse sarebbe consigliabile costituire una flotta con la partecipazione delle forze organizzate dai singoli Stati che si affacciano sul mare, evitando predomini di forze da parte dei singoli, e comunque a queste forze marittime adeguata dislocazione.
Abbiamo detto che le forze militari dei singoli Stati non debbono avere carattere offensivo. Deriva da ciò che gli armamenti potenti dovrebbero essere nelle mani della Confederazione. E ciò è possibile realizzare non soltanto col controllo, da parte del governo centrale della medesima, degli stabilimenti industriali adibiti a produzione di materiali di guerra o suscettibili di rapido adattamento a tale attività; ma concentrando in località adatte i depositi di armi e materiali, sicché non sia possibile ad uno degli Stati confederati di appropriarsene e comunque utilizzarli. Si tratta, in questo campo, di ricorrere all’adozione di espedienti di carattere tecnico.
Da quanto abbiamo esposto appare evidente l’importanza che acquista l’organizzazione dell’Alto Comando e degli Stati Maggiori.
Io credo che in questo campo l’organizzazione militare svizzera possa offrire utili insegnamenti. Certo è che il Capo di Stato Maggiore Generale della Confederazione, quello che deve presiedere all’organizzazione delle Forze Armate Confederali, debba essere nominato dal Congresso e così pure debba essere il Congresso a designare i Comandanti delle altre forze della Confederazione; come pure ugualmente al Congresso debba spettare il dovere d’esercitare una sorveglianza sugli ordinamenti particolari dei vari Stati, ordinamenti dei quali abbiamo fatto cenno.
Questo, in breve, il mio pensiero sulla organizzazione delle Forze Armate in una Confederazione Europea; la quale organizzazione presenta, è vero, difficoltà, ma non certo insuperabili, sopratutto man mano che si farà strada la coscienza unitaria nei popoli che concorreranno a costituire la nuova formazione politica.
Gen. ROBERTO BENCIVENGA”


LA QUINTA LIBERTÀ: EMIGRARE

“Da quando si è cominciato a parlare di libertà democratiche, molte voci si sono levate in favore della quinta libertà : quella di emigrare.

L’uomo della strada, il reduce, il disoccupato, il cittadino qualunque che ha lottato e sofferto ed è uscito dalla bufera malconcio, spinto o dal bisogno materiale o dal desiderio di evadere da una realtà opprimente per salvare almeno lo spirito, chiede gli sia concesso di lasciare la terra in cui è nato e di emigrare in qualsiasi paese dove si possa lavorare in pace guadagnando il sufficiente per vivere senza preoccupazioni.
I più non sanno dove potrebbero andare e in che modo, però si aggrappano a questa magica parola — emigrare — come ad un’ancora di salvezza, e nell’emigrazione vedono l’unico modo di risolvere la loro situazione insostenibile.
Tutti i giornali hanno detto qualcosa su questo argomento, centinaia di articoli sono stati scritti sull’emigrazione, e sono sorti persino dei periodici che si occupano esclusivamente di questo problema, però l’uomo della strada, l’individuo che desidera emigrare e va a caccia di notizie, dopo aver letto accuratamente tutto ciò che i giornali dicevano sotto titoli vistosi, è rimasto immancabilmente nelle condizioni iniziali e cioè con le idee confuse e senza apprendere nulla di concreto.
Egli ha saputo che il Brasile è immenso e che «chiederà» milioni di lavoratori all’Europa, che l’Inghilterra «ha bisogno» dei minatori italiani, che in Australia «si prevede» la richiesta di migliaia di famiglie di agricoltori, che il Canadà e il Sud Africa «hanno allo studio» il progetto di aprire l’immigrazione all’Europa. Gli fu detto anche che per alcuni paesi del Sud America l’emigrazione era libera; allora cercò di ottenere il passaporto ma il più delle volte dopo file ed anticamere gli dissero che non c’erano disposizioni; qualcuno più fortunato ottenne il passaporto, ma la legazione del paese interessato rifiutò di apporre il visto, altri invece, avuto passaporto e visto, seppero dalle agenzie di viaggi che per andare nel Sud America occorrevano 200 mila lire per via mare e più del doppio per via aerea.
In definitiva quelli che sono riusciti ad emigrare sono una minima percentuale, e sono riusciti o perché avevano amici o parenti all’estero, o perché ben forniti di denaro.
Coloro che hanno tentato tutte le strade senza ottenere nulla in gran parte si rassegnano e aspettano momenti più propizi imprecando contro il governo che non si interessa della cosa, mentre i più decisi e ì più pressati dal bisogno cercato di passare i confini clandestinamente, accecati da un miraggio che urta spesso con la dura realtà del carcere e delle privazioni.
Tutti hanno letto nei giornali degli imbarchi clandestini a Palermo per le Americhe, del periodico rimpatrio di italiani arrestati mentre cercavano di entrare negli Stati Uniti, dei velieri che partendo da Siracusa sbarcano sulle coste dell’Africa e della Palestina dei disgraziati destinati per la maggior parte a cadere nelle mani della polizia, dei frequenti arresti da parte dei doganieri francesi di operai italiani che cercavano di attraversare il confine alpino è degli incidenti spesso tragici che qualche volta pongono fine a questi tentativi: è di questi giorni la notizia della morte di una donna di venticinque anni e del figlio di tre, trovati assiderati da alcuni alpinisti nel colle della Roue a poca distanza dal confine francese.
Tutti questi fatti mostrano chiaramente quanto urgente sia la necessità di risolvere questo problema e come siano insufficienti le misure prese fattualmente dagli organi ufficiali preposti alla emigrazione.
Partendo da questi dati di fatto e da queste deduzioni, ci proponiamo con questo scritto di chiarire i due punti basilari del problema e cioè:
1) Quali sono le reali possibilità di assorbimento della emigrazione italiana da parte degli altri stati.
2) Come funziona attualmente il meccanismo della emigrazione e come dovrebbe funzionare.

I. Dove emigrare?

I fattori che influiscono sulla emigrazione e che oggi rendono a noi italiani inaccessibili i due terzi del globo sono due: fattore politico e fattore economico. Sulla base di questi procediamo per eliminazione.

Stati Uniti d’ America: Con la legge del 1924 hanno sbarrata la porta agli stranieri introducendo la quota per cui ogni anno solo un determinato numero di persone ricevono il visto di ingresso nella Confederazione. Questa legge rientrata in vigore subito dopo la guerra, trova la sua giustificazione nella economia del paese che, già scossa dalle inevitabili crisi del dopoguerra, subirebbe un peggioramento se fosse lasciata libera la immigrazione, ed è quindi naturale che il governo federale prenda le sue misure per evitarlo. In modo analogo si comporterebbe il governo italiano se folte masse di asiatici attirati dal nostro superiore livello di vita, cercassero di entrare nel nostro paese offrendo una mano d’opera di basso costo in concorrenza con quella nazionale.

Unione Sovietica: La sua situazione è molto diversa da quella degli Stati Uniti, infatti, anche la Russia è uscita vittoriosa dalla guerra, ma ha avuto enormi distruzioni nel territorio e fortissime perdite negli uomini; il suo popolo è stanco, la smobilitazione procede lentamente e il paese attraversa una crisi che una forte immigrazione straniera potrebbe far cessare. Ma qui entra in gioco il fattore politico e le frontiere restano sbarrate; è infatti evidente che il governo sovietico non veda di buon occhio l’ingresso in Russia di stranieri data la struttura sociale del paese, fondamentalmente diversa da quella di tutti gli altri Stati.

Africa: Con la perdita delle nostre Colonie tutto il continente è rimasto sotto la influenza diretta o indiretta di tre soli paesi: Inghilterra, Francia e Belgio.
La concezione coloniale di questi paesi è molto diversa dalla nostra e si basa sullo sfruttamento dei territori soggetti e non sul popolamento e sulla colonizzazione, e per questo sono sufficienti pochi bianchi per dirigere la mano d’opera indigena; inoltre l’Africa è ormai entrata nel gioco politico-militare internazionale e gli unici lavori che vi si faranno nei prossimi anni saranno probabilmente aeroporti e grandi vie di comunicazione, come la strada Cairo-Città del Capo che è in corso di esecuzione.
Questo’ significa che i molti italiani «malati d’Africa» non potranno rimettervi piede fin quando non sarà chiarita la situazione politica e non sarà stato deciso un nuovo ordinamento internazionale dei territori coloniali, e cioè per molti anni ancora.

Asia: Questo continente è in continua agitazione ed attraversa oggi una profonda crisi, per fattori interni ed esterni, senza riuscire a trovare una posizione di equilibrio. Dagli Stretti, alla Palestina, alla Persia, all’India, all’Indonesia, alla Cina sono in gioco interessi formidabili; posizioni strategiche, materie prime, contrasti religiosi e sociali sono tutti fattori che per molti decenni ancora toglieranno la pace a quel continente.
Questo stato di cose e il sovrapopolamento di quelle regioni impediscono per sempre che l’Asia possa contribuire in qualche modo all’assorbimento della nostra emigrazione.

Dominions Britannici: Con questo nome comprendiamo Australia, Canadà, Sud-Africa, Nuova Zelanda; tutte regioni immense, ricche e poco popolate, verso le quali molti si illudono si possano dirigere vaste correnti emigratorie.
Noi non siamo di questo parere: anzitutto perché tutti questi paesi danno la preferenza alla emigrazione anglosassone; poi perché in ognuno di essi si è formato un equilibrio stabile tra produzione e consumo, salari e prezzi, equilibrio che sarebbe turbato se fosse aperta la immigrazione ; infine perché questi paesi hanno cominciato durante la guerra a crearsi una attrezzatura industriale che prima non esisteva, ed ora non hanno bisogno di una immigrazione di massa, ma di una immigrazione di qualità, cioè se chiederanno dei lavoratori italiani, vorranno solo pochi elementi e specializzati.

America Centrale e Meridionale: È verso questi paesi che si dirigono le maggiori speranze nei riguardi dell’assorbimento della emigrazione italiana. Spesso però queste speranze sono superiori alla realtà dei fatti, e ciò si deve sopratutto a quello che si è scritto su questi paesi: in particolare sul Brasile e sull’Argentina. Si è detto e ripetuto che questi due paesi possono dare pane e lavoro a milioni di italiani, e questo è vero, però non si è detto se questo convenga o meno ai paesi interessati.
Sia il Brasile che l’Argentina possono se vogliono aumentare enormemente la loro produzione nel settore agricolo e quindi dar lavoro a milioni di individui, ma non lo fanno perché a questo si oppongono le leggi insopprimibili dei costi di produzione. Infatti su questi costi graverebbero in modo notevolissimo le spese di trasporto rendendo insignificante l’utile e impossibile l’esportazione; d’altra parte l’aumento dell’offerta farebbe diminuire i prezzi creando uno stato di cose analogo a quello che portò alla crisi del 1930 in cui i produttori per non abbassare i prezzi, e se lo avessero fatto sarebbero stati rovinati completamente, buttarono il caffè in mare e usarono il grano come combustibile per le locomotive.
In conseguenza, se vi sarà una immigrazione per il settore agricolo, e le notizie più recenti lo fanno pensare, sarà un fenomeno graduale e lento e non un movimento immediato di vaste proporzioni.
Un fatto nuovo però si sta delineando, ed è questo: durante la guerra tutti questi stati hanno venduto grandi quantità di viveri alle Nazioni Unite, senza poter comprare nulla. Hanno quindi accumulata molta valuta pregiata che ora è prevedibile spenderanno per creare un’attrezzatura industriale che li renda indipendenti. Buone possibilità di lavoro vi saranno quindi nel campo industriale, però anche qui il fenomeno sarà graduale e saranno sempre richiesti elementi selezionati; in questo settore si tratterà quindi solo di qualche diecina di migliaia di specializzati.

Europa: In ultimo la nostra vecchia disprezzata Europa, è quella che allo stato attuale delle cose offre maggiori possibilità di assorbimento dei nostri lavoratori. Sono sopratutto Svizzera, Belgio, Francia e forse anche Inghilterra che hanno bisogno dei nostri emigranti. In Svizzera e nel Belgio già lavorano molte diecine di migliaia di italiani e molti altri vi andranno fra breve, con la Francia si stanno per concludere le trattative, con l’Inghilterra è presumibile non tarderanno ad iniziarsi. Con l’Europa Orientale per il momento non vi è alcuna possibilità reale, e da quel lato tutto dipenderà dalla soluzione di più vasti problemi internazionali.

Tirando le somme possiamo concludere :
1) Gli unici paesi dove poter dirigere per il momento la nostra emigrazione sono quattro paesi europei e i grandi Stati dell’America Latina.
2) Questi paesi hanno bisogno sopratutto di una immigrazione di qualità e non di una immigrazione di massa.
3) Possono aspirare ad emigrare solo coloro che hanno una specializzazione, mentre l’operaio non qualificato, l’impiegato, l’insegnante, è inutile che faccia anticamere negli uffici di emigrazione e riempia moduli e questionari: per lui non vi è nessuna possibilità, si rassegni e pensi che in fondo il paese che ha più bisogno di lavoro è l’Italia.

II. Come emigrare.

L’emigrazione è regolata in Italia dal Testo Unico delle leggi sulla Emigrazione, approvato con R. Decreto 13 novembre 1919, il quale Testo Unico come norma basilare stabilisce che della emigrazione non possono occuparsi i privati, ma solo gli organi ufficiali ad essa preposti ed alcuni enti religiosi appositamente autorizzati.
Le trattative con i paesi interessati vengono iniziate per via diplomatica e quindi perfezionate da speciali commissioni che troppo spesso lavorano mesi e mesi senza concludere assolutamente nulla. Quando l’accordo è raggiunto, il Ministero del Lavoro si occupa del reclutamento e della selezione fisica e professionale dei lavoratori per mezzo dei suoi Uffici Provinciali del Lavoro, i quali provvedono pure a tutte le pratiche per il passaporto (in genere collettivo) e al viaggio fino al confine.
Gli unici accordi stipulati e messi in atto sono quello con la Svizzera e quello con il Belgio.
Il primo è molto favorevole per i nostri lavoratori, grazie sopratutto alla situazione valutaria di quel paese. Non così l’accordo con il Belgio, accordo rappresentato da un contratto collettivo di lavoro per 50.000 minatori, il quale malgrado le apparenze è nettamente sfavorevole, tanto che molti dei minatori sono rientrati in Italia prima della scadenza del contratto.
Gli inconvenienti sono dovuti sopratutto alla imprecisione di alcune clausole del contratto, alla malafede degli impresari belgi che sfruttano la situazione, e al disinteressamento delle nostre autorità diplomatiche che non sanno tutelare gli interessi dei nostri lavoratori all’estero.
Oltre questi accordi non ne sono stati stipulati altri, essendo sempre naufragati quelli tentati con le repubbliche Sud-americane, malgrado le varie commissioni inviate sul posto. Ultima disillusione è stata la missione del Conte Sforza che, dopo un viaggio durato vari mesi attraverso tutti gli Stati dell’America Latina è rientrato in Italia portando tante parole di comprensione e di simpatia, ma non un solo contratto di lavoro per un disoccupato italiano.
Questi risultati sono dovuti oltre che alle difficoltà inerenti ai costi dei trasporti, anche e sopratutto ai troppi cavilli di carattere sindacale sollevati dai nostri rappresentanti: in altri termini per cercare di tutelare troppo i nostri lavoratori si preferisce farli rimanere disoccupati. Così deve essere, altrimenti non si spiegherebbe perché vi siano in Italia dei Brasiliani e degli Argentini che, alla chetichella, ingaggiano lavoratori munendoli di contratto di lavoro e di passaporto e anticipando loro le spese di viaggio.
Tutto ciò è illegale, ma fino ad un certo punto, infatti la legge vieta a privati di occuparsi di emigrazione, e sta bene, però è in vigore anche la disposizione per cui se un individuo è in possesso di contratto di lavoro, ha diritto al passaporto. Allora quei signori Argentini e Brasiliani rilasciano all’interessato un contratto, dopo di che il lavoratore rientra nella disposizione suddetta.
Approfittando di questa situazione monopolistica dell’emigrazione, nei grandi centri sono sorte numerose organizzazioni, camuffate sotto vari aspetti, che si occupano di trovare il contratto di lavoro e di svolgere tutte le pratiche per il passaporto. È questo il settore della emigrazione semi-clandestina che dovendo lavorare sotto rischio si fa pagare profumatamente: è la borsa nera dell’emigrazione.
Tutto ciò è a conoscenza delle autorità che tollerano questo stato di cose.
Ma allora, diciamo noi, perché non dare via libera all’iniziativa privata? In tal modo si potrebbe controllarne l’operato e sorgerebbero certamente delle organizzazioni serie, capaci di sostituirsi vantaggiosamente agli arrugginiti organi statali e di collocare subito un maggior numero di lavoratori all’estero.
A tutelare gli interessi dei nostri lavoratori fuori dai confini dovrebbero pensare le nostre autorità consolari sul cui aiuto oggi l’italiano all’estero non può contare (è il parere concorde di molti rimpatriati da paesi diversi).

Concludendo :
1) Secondo le disposizioni attuali, chi aspira ad emigrare deve rivolgersi agli Uffici Provinciali del Lavoro, unici uffici autorizzati al reclutamento di lavoratori per l’estero.
2) Esistono però nelle grandi città numerose organizzazioni private a carattere semi-clandestino che si occupano dietro pagamento di svolgere tutte le pratiche riguardanti l’emigrazione.
3) Dai dati statistici risulta che il numero degli espatri organizzati dagli Uffici competenti, è molto inferiore al numero degli espatri isolati la cui reale entità d’altra parte sfugge ad ogni controllo; risulta quindi chiaramente l’insufficienza degli organi ufficiali.
In conseguenza l’unico modo di risolvere il problema sarebbe a nostro parere una revisione della vecchia legge sulla emigrazione che lasciasse mano libera all’iniziativa privata, si intende sotto opportuno controllo.
In tutti i campi la libera iniziativa privata si è dimostrata la più razionale soluzione e la più costruttiva: anche qui siamo sicuri darebbe presto i suoi frutti.
Purtroppo queste idee sono ben lontane da quelle che oggi regolano questo settore. Noi indichiamo una strada, sta ad altri studiare a fondo il problema e risolverlo senza preconcetti conservatori e sopratutto senza perdere tempo.
Un altro è lo scopo di questo scritto, ed è quello di togliere delle inutili illusioni a tanti italiani che sperano nell’emigrazione come in un toccasana di tutti i nostri mali organici; l’emigrazione non prenderà mai più lo sviluppo che aveva trent’anni fa, e la soluzione di tutti i nostri problemi sarà all’interno e non all’estero. Dobbiamo lasciare da parte queste illusioni e contare solo su noi stessi: se noi vorremo ci sarà in Italia lavoro per tutti.
MARIO SPINELLI”


IL DIRITTO DI VETO

“Grigoire Gafencu, ex ministro degli Esteri rumeno, discute il veto, che considera un pericolo per l’organizzazione formata dalle Nazioni Unite per la pace mondiale

“Il mondo rischia di essere diviso in due dall’uso del VETO che potrebbero fare le quattro grandi potenze.
(«Rome Daily Telegram»)”

L’offensiva sferrata dalle piccole potenze contro il diritto di veto avrà dunque la possibilità d’ottenere un successo? Per ora non v’è nulla di più incerto. D’altra parte, se la politica è l’arte del «possibile» attualmente sembra ancora impossibile riuscire a far crollare certe volontà ferreamente abbarbicate al diritto di veto. Pure, se l’O.N.U. non vuol finire nelle sabbie mobili in cui è sprofondata la Società delle Nazioni, le decisioni prese a maggioranza di voti debbono essere accettate da tutti. In questo concetto, ed in esso soltanto, sta la chiave del problema della pace.
I negoziati fra le Nazioni più o meno unite hanno dimostrato quanto sia difficile ottenere l’unanimità; essi hanno egualmente dimostrato come in forza dell’opposizione di una sola potenza anche i più lodevoli sforzi possano divenire del tutto sterili. In un mondo divenuto troppo ristretto, ossessionato dalla perpetua minaccia d’una distruzione totale, la pace non può più essere stabilita in grazia a un equilibrio fra forze in antagonismo e volontà divergenti. E non può neppure basarsi su garanzie fragili ed effimere offerte da uni «Società» come quella che a Ginevra aveva riunito delle Nazioni propriamente sovrane. Questa nuova pace necessita di una «organizzazione» in grado di garantire effettivamente i diritti e la sicurezza di ogni Stato e conseguentemente suscettibile di decretare norme generali, tale da costituire realmente un’autorità suprema. Una tale organizzazione deve quindi disporre in partenza di un sistema che permetta il formarsi di una comune volontà internazionale.
È in tal modo che, sul piano universale, si giustifica la regola della maggioranza. E se tale regola non viene applicata non può esservi in seno all’O.N.U. né decisione né volontà. Certo, il principio che informa questa regola è rivoluzionario; esso limita la sovranità nazionale e trasforma i rapporti tra gli Stati. Lo si può approvare o disapprovare, può far temere nuovi pericoli e presagire nuove difficoltà. Ma non si può negare l’evidenza di una cosa: nel mondo odierno, così com’è congegnato, la regola della maggioranza è necessaria per consacrare l’indispensabile unione fra gli Stati, stabilire l’ordine e realizzare la pace.
Può sembrare strano e paradossale che siano proprio le potenze occidentali a propugnare questo principio rivoluzionario laddove l’Unione Sovietica intende difendere con il suo diritto di veto l’idea della sovranità nazionale nel suo significato più assoluto e conservatore. È infatti per conservare alla sovranità nazionale la sua completa intangibilità che la Russia pretende opporre alla «tirannia delle maggioranze» la sua volontà di grande potenza indipendente. Disponendo, nel consesso delle Nazioni, di un minor numero di voti di quelli a disposizione del blocco anglo-sassone, la Russia spera eludere così le velleità di quello che essa definisce «l’Imperialismo occidentale».
Molotov, riservandosi di usare del suo diritto di veto; ha dichiarato prima di lasciare Parigi che l’U.R.S.S. non si lascerà influenzare dalla regola della maggioranza (maggioranza che la delegazione sovietica aveva tuttavia contribuito ad elevare a due terzi).
Byrnes ha replicato sostenendo che il Governo degli Stati Uniti appoggerà senz’altro le raccomandazioni della Conferenza, prese appunto in base alla maggioranza dei due terzi, anche se queste non corrispondono alle vedute del Paese.
Le cose sono dunque a questo punto. Se non cambiano — e se l’U.R.S.S. si mantiene all’opposizione circa le raccomandazioni di 21 Nazioni — i magri risultati della Conferenza di Parigi, saranno nulli e come mai esistiti. Ma quel ch’è peggio il diritto di veto avrà contribuito a mantenere nel mondo uno stato che non è certo quello di pace. Sarebbe errato concludere, da quanto sopra, che la Russia intenda sottrarsi all’attuale tendenza che ravvicina gli Stati e li lega gli uni agli altri. Più di qualsiasi altra potenza, la Russia possiede il senso dell’universale e il gusto dell’assoluto. Ma l’unità alla quale essa aspira e che si sforza di realizzare, corrisponde solo agli interessi della sua politica e ai principi della sua ideologia. Non è certo mediante manifestazioni esteriori, ma in virtù d’un lavorio nell’interno di ogni paese che essa spera di poter un giorno condurre i popoli alla sottomissione per farli poi beneficiare d’una disciplina comune. Evidentemente, questa azione unificatrice si accorda solo in apparenza con la sovranità nazionale dei piccoli stati e (per poco che la Russia si serva dei mezzi di persuasione in uso con i regimi di occupazione), crea dei «satelliti» la cui sovranità è intatta dal punto di vista esterno, mentre all’interno è completamente vuota di sostanza e priva di significato. È quindi innegabile che simili sistemi, tendenti a creare delle collettività «unanimi» possano fare a meno della regola della maggioranza. Ecco perché, se si sviscera il problema del veto che oggi pone l’Oriente contro l’Occidente, si perviene a queste diverse concezioni dell’organizzazione unitaria del mondo: la concezione sovietica, che persegue una unificazione di regimi e di ideologie, e la concezione occidentale che mira a una unione puramente politica, basata su principi federativi. Il diritto di veto diverrebbe così nelle mani del’URSS un’arma per tenere in sospeso lo sviluppo dell’O.N.U. verso la concezione occidentale, proprio quando il mondo si troverebbe ad essere convogliato su un cammino diverso.
È difficile oggi prevedere come potrà risolversi il conflitto fra due tendenze in così netto antagonismo. È certo però che sino a quando perdurerà un simile stato di cose non sarà affatto possibile stabilire una vera pace.
GRIGOIRE GAFENCU”

  1. Guglielmo Giannini (1891 – 1960) scrittore, uomo politico, giornalista drammaturgo e regista, il 27 dicembre 1944 fondò un settimanale satirico e politico, L’Uomo qualunque, che superò la tiratura di 800 mila copie nel 1945 e l’anno dopo, in seguito al successo nell’opinione pubblica, soprattutto nel Sud d’Italia portò alla creazione di un partito politico, il Fronte dell’uomo qualunque, che ebbe successo sia alle elezioni per l’Assemblea costituente sia alle amministrative in varie località del Centro-Sud. In seguito, l’incapacità di prendere posizioni definite portò alla sua scomparsa dalla scena politica italiana, arricchendo però il nostro dizionario con le parole “qualunquista” e “qualunquismo”, derivate proprio da questo movimento. ↩︎

La raffinazione dello zucchero in Francia nel 1864

da LE MONDE ILLUSTRÉ, Journal hebdomadaire N° 380 del 23 luglio 1864

Una visita alle raffinerie di zucchero del sig. Cézard, presso Nantes.

Coloro che si interessano, secondo diversi punti di vista, dell’importante questione del commercio, della fabbricazione e della raffinazione degli zuccheri, leggeranno, con interesse, noi speriamo, alcune informazioni su uno degli stabilimenti francesi che tratta questa preziosa derrata sulla più vasta scala. Le persone, e sono numerose, che consumano lo zucchero senza essere informati su come venga prodotto nelle fabbriche, troveranno in questa nostra guida un insegnamento che non dovrebbero disdegnare.
Le raffinerie che siamo andati a visitare, appartenevano al sig. Cézard, il quale si dice, si sia deciso a cederle a una potente società per azioni. Tutti gli uomini competenti sanno che, sotto la direzione del loro antico proprietario, queste officine hanno ottenuto il più alto grado di perfezione come installazione e come organizzazione del lavoro.

GRANDI INDUSTRIE FRANCESI. – Vista esterna e reparto principale della raffineria dei Récollets, di proprietà del sig. Cézard, presso Nantes.

Non c’è una sostanza alimentare più diffusa universalmente dello zucchero. Non tutti i popoli conoscono il pane e ci sono pochi paesi dove lo zucchero non rientri nell’alimentazione con una cifra bella tonda. Sotto il regno di Enrico IV, duecentosessanta anni fa, lo zucchero era così raro in Francia, che veniva venduto all’oncia presso le farmacie; più o meno come al giorno d’oggi noi compriamo la china. Nel 1700, il consumo totale in Francia non superava il milione di chilogrammi. L’apprezzamento per questo dolcificante crebbe talmente tanto durante il XVIII secolo, che nel 1789, 23 milioni di chilogrammi furono consumati. Le guerre della rivoluzione, il sistema continentale e i dazi esorbitanti posti da Napoleone I° allo zucchero esotico, ridussero di molto il consumo. Quando più tardi il paese aveva restituito una grande attività al commercio delle colonie, si è avuto, in seguito alla riduzione dei dazi e al benessere divenuto più generale, un grande incremento nella vendita dello zucchero. Ai giorni nostri, la diminuzione del prezzo ha influito sul consumo che ha grandemente contribuito ad aumentare. Nonostante il rapido aumento in Francia, siamo ancora al di sotto degli Stati Uniti e dell’Inghilterra dove la cifra di questo consumo, per individuo, è ancora doppia rispetto a quella francese. L’impego di zucchero in Francia nel 1864 non si valuta in meno di centinaia di milioni di chilogrammi. Quale immenso progresso in mezzo secolo!
La grande fabbrica del sig. Cézard conosciuta con il nome di fabbrica Launay, fonde, essa soltanto da 80 a 90.000 chilogrammi di zucchero al giorno.
La seconda fabbrica detta dei Récollets, tratta ogni gorno da 35 a 40.000 chilogrammi. Questo assicura ogni anno, tra le due fabbriche insieme, circa 36 milioni di chilogrammi, una grandissima parte, come si può vedere, dell’attuale consumo francese.

GRANDI INDUSTRIE FRANCESI. – Reparti principali della raffineria di zucchero di Launay, di proprietà del sig. Cézard, presso Nantes.

La fabbrica Launay, nella quale siamo andati a studiare il lavoro di raffinazione, ha i propri edifici costruiti su una superficie di ventimila metri quadri. Le costruzioni erette monumentalmente dominano su vasti cortili.
Le comunicazioni avvengono su larghe strade e abbastanza comode dove possono circolare e girarsi i lunghi barrocci e i pesanti carri; i primi, carichi di botti della Martinica; gli altri, piegati sotto il peso dei sacchi di giunco intrecciato dell’Avana, o i sacchi di cotone dell’isola di Cuba.
Durante tutto il giorno, i portoni aperti lasciano entrare l’ininterrotta fila di questi veicoli, che forse sostituiranno in breve tempo i vagoni della linea di Orléans, quando una ramo speciale verrà a servire la fabbrica.
Numerosi operai sfondano le botti, sventrano i sacchi e ci mostrano gli zuccheri diversamente colorati, a seconda della loro qualità e della loro provenienza. È presso le caldaie per la fusione che comincia la serie dei trattamenti ai quali lo zucchero va sottoposto. Attraverso un’atmosfera carica di vapore alla quale gli occhi fanno fatica ad abituarsi, proviamo a renderci conto di questa prima operazione. Lo zucchero viene gettato nelle caldaie contenenti dell’acqua resa bollente dal vapore di un bollitore posizionato sul fondo della vasca. Un operaio con un mouveron [spatola da raffineria] agita la massa pastosa. Questo liquido non ha niente di attraente a vedersi. É nero, ribollente e colloso; mille impurità fluttuano sulla sua superficie. Si fa fatica a immaginarsi che un giorno zucchererà il nostro caffè. Ma, pazienza! ecco che viene gettata nella caldaia dell’acqua di calce e del nero animale fino. Quando il nero viene diluito e l’ebollizione inizia, viene aggiunto del sangue di bue diluito con acqua. L’albumina del sangue si coagula al calore e trattiene il nero fino e molte sostanze estranee che impedirebbero la chiarificazione.

Ecco la seconda fase della raffinazione. Le caldaie per la chiarificazione dello zucchero sono situate ai piani superiori. Si fa passare lo zucchero fuso in miscelatori, nei quali viene introdotta una pressione di vapore. Nei chiarificatori, si lascia montare più volte il liquido fino all’ebollizione. Esso diviene via via più limpido sotto l’azione degli agenti che vi vengono mescolati. Alla sua uscita da lì, il liquido prende il nome di chiara. Questa chiara cola su una prima serie di filtri a tasca di rete che trattengono il nero fino mescolato con lo zucchero. Una seconda serie di filtri verticali contenenti, in altezza, diversi metri di nero animale in grani, ricevono la chiara all’uscita dai primi, e completano la sua chiarificazione. Il nero perde dopo un po’ di tempo il suo potere decolorante. Si deve quindi rivivificare, calcificandolo in alcuni forni. Per fare ciò, si lava il nero con acqua calda per liberarlo dai suoi elementi zuccherini. Queste acque di lavaggio dei filtri, zuccherati a un certo livello, vengono impiegati per la fusione degli zuccheri greggi.
Presso il sig. Cézard, alcuni reparti appropriati sono utilizzati per la rivivificazione del nero animale. Questo è un vantaggio che non hanno la maggior parte delle raffinerie di Francia, le quali sono costrette a inviare, con costi elevati, i loro neri per essere trattati in fabbriche specializzate.

Seguiamo ora la chiara limpida e decolorata fino alla sala delle caldaie da cottura. Questa parte della raffinazione è la più importante. L’apparato per la cottura è considerata come l’organo principale di una raffineria. Ne abbiamo contate diverse nella fabbrica di Launay, tutte installate secondo i procedimenti più moderni e mantenute in modo ammirevole. Gli addetti alla cottura sono generalmente gli uomini tra i più esperti nelle fabbriche di zucchero. Essi sopportano una grande responsabilità. L’operazione ch’essi dirigono è un’opera molto apprezzata, esige un’abitudine che non si acquisisce se non dopo un lunghissimo esercizio. I ruoli degli addetti alla cottura sono i più retribuiti nelle raffinerie.
L’apparato per cuocere nel vuoto appare come una grande pentola, leggermente bombata alla sua base, cilindrica nel mezzo e semisferica nella sua parte superiore. Sul fondo, al suo interno, è posta una serpentina a vapore. La calotta è sormontata da un corno dove una estremità è in comunicazione con una potente pompa pneumatica che crea il vuoto nel recipiente. Indotto questo vuoto, la chiara uscendo dai filtri, viene attirata fino a un certo livello. Una volta introdotto iil capore nella serpentina, la chiara viene riscaldata, e grazie al vuoto, l’evaporazione che ha luogo ha una temperatura abbastanza bassa. La pompa tira a sè i residui dell’evaporazione che sono condensati da un getto d’acqua fredda, al loro passaggio in un cilindro verticale adiacente all’apparato. Le molecole della chiara si rapprendono. Essa si addensa; e i cristalli cominciano a formarsi. L’addetto alla cottura segue l’operazione in tutte le sue fasi con un termometro, un manometro, finestrelle di cristallo, che permettono all’occhio di penetrare all’interno. Uno strumento chiamato bacchetta di prova, serve a prendere una piccola quantità di zucchero senza disturbare il vuoto del recipiente. È dunque con le dita, che si abituano a questa manovra un po’ scottante, che l’addetto alla cottura giudica il grado di tenacità e di cristallizzazione del contenuto. Se giudica terminata la cottura, opera, in contemporanea a un rubinetto di comunicazione con l’atmosfera, il rubinetto inferiore del recipiente, che si svuota in una vasca a doppio fondo chiamata riscaldatore.

Da una temperatura di 55 gradi che lo zucchero non supera mai durante il riscaldamento, viene fatto salire a 80 gradi tramite del vapore introdotto nel doppio fondo. Degli operai agitano lo sciroppo con le loro grandi spatole, facendogli perdere, sotto forma di vapore, l’acqua in eccesso che contiene ancora e gli conferiscono una consistenza più bella è più densa.
L’esercito di riempitori o di portatori di bacini circondano dunque il riscaldatore. Questi uomini mezzi nudi, che è curioso vedere incrociarsi senza scontrarsi mai, fanno un lavoro molto duro, che richiede tanto forza quanto abilità. Caricati di un fardello assai pesante, un bacino pieno di liquido bollente, percorrono senza sosta l’assai lunga distanza da un riscaldatore alla sala del riempimento, dove vengono a versare, senza perderne una goccia, il contenuto del loro bacini nelle forme a pane.
I riempimenti si fanno in vaste sale riscaldate e lastricate orizzontalmente. Degli operai chiamati piantatori allineano le forme in lunghe file. Queste forme coniche in lamiera smaltata internamente sono dotati sulla loro punta di un buco di cui diremo l’utilità. Questo buco è, durante il riempimento, coperto con un tappo.
Nonostante il numero di operazioni che ha subito, lo zucchero contiene ancora una porzione di melassa che andrà rimossa. È nelle soffitte che che si fa questo lavoro. Le soffitte della fabbrica di Launay sono immense. Ce ne sono diversi piani. Intorno ai cento mila pani di zucchero sono allineati su pannelli perforati, per ricevere la testa delle forme stappate] alla loro uscita dal riempimento. Al disotto di questi pannelli, dei canali sono disposti per trasportare gli sciroppi provenienti dallo sgocciolamento dei pani. Questi sciroppi vengono raccolti con cura e ritornano per la maggior parte alla fusione. Per sbiancare il pane di zucchero, si fa filtrare, attraverso la sua massa, uno sciroppo di zucchero ben bianco che non ne dissolve i cristalli, ma che trattiene lo sciroppo colorato trattenuto nei pori del pane.

I sciroppi bianchi o chiare, destinati a quest’uso, si ottenevano un tempo dissolvendo lo zucchero bianco raffinato nell’acqua. Ci sono oggi ingegnose macchine chiamate trottole o centrifughe che soddisfano questo scopo. Il nostro disegno grande, preso da noi dal vivo, nella grande fabbrica del sig. Cézard, rappresenta al suo primo pirano un certo numero di questi apparecchi. Questi strumenti fanno seicento giri al minuto. Vengono riempiti di zucchero impregnato di melassa. Questo viene spinto dalla forza centrifuga attraverso la rete metallica che avvolge il tamburo; viene versato dunque all’interno della chiara limpida che, venendo essa stessa spinta attraverso la massa di zucchero, trattiene con essa le ultime sostanze coloranti. Per completare la descrizione dell’immenso materiale contenuto nelle due fabbriche di Launay et dei Récollets, menzoniamo anche le sucettes. Queste macchine sono pneumatiche. Creano il vuoto nelle tubature comunicanti con gli apparecchi posizionati nelle soffitte. Questi sono dei cilindri installati orizzontalmente, sui quali sono praticate delle aperture che formano delle coppe, ripiene di guttaperca, dove si vanno ad applicare ad ogni loro giro, dalla testa della forma, tutti i pani in trattamento. Lo sciroppo che non ha potuto colare naturalmente dal pane, viene quindi aspirato fino all’ultima goccia dalla potente macchina. Finalmente il pane viene sciolto, cioè liberato della sua forma. Viene portato in forni per eliminare l’ultima umidità. Pochi giorni dopo, viene consegnato al consumatore.

Lo sciroppo nero e grasso che ci spaventava all’inizio, quelle emanazioni fetide che ci facevano esitare dall’avventurarci più all’interno nel dedalo dell’immensa fabbrica, tutto è subito dimenticato. Lo scuro è raffinato e per la sua bianchezza, per la sua brillantezza cristallina, rivaleggia con la stessa neve.
Abbiamo passato sotto silenzio alcune operazioni accessorie che non avrebbero fatto altro che deviare il nostro racconto. Saremo soddisfatti se i nostri lettori si trovassero subito edotti su ciò che chiamiamo la raffinazione dello zucchero. Non ci dimentichiamo di dire che il sig. Cézard possiede, tanto per i suoi motori, quanto per il riscaldamento dei suoi apparati, delle sue soffitte e dei suoi forni, dei generatori che formano assieme una potenza di trecento cavalli vapore. Diverse centinaia di operai sono impegati nei due stabilimenti. Dei supervisori esperti, una direzione saggia fanno di queste fabbriche l’insieme più completo. Il sig. Cézard al quale l’industria è debitrice di molti progressi è già da molto tempo cavaliere della Legione d’onore.

Nonostante le numerose e complicate operazioni che abbiamo qui descritto, sebbene sia necessario immobilizzare milioni per costruire e mantenere queste belle fabbriche che portano gloria a una nazione, non rimpiangiamo alcun sacrificio dinanzi agli splendidi risultati che queste gigantesche imprese donano ai loro audaci capi. Il sig. Cézard ha fatto molto bene. Le sue fabbriche prospereranno ancora e saranno un domani un’incessante fonte di fortuna. Questo non impedisce, e questo serve a consolare il consumatore, che il più bel zucchero raffinato oggi non costa più del 20% in più rispetto allo zucchero greggio. Questa differenza di prezzo si attestava al 40%, cinquant’anni fa. Non è questo forse il più grande onore attribuibile all’industria moderna?

ÉMILE BOURDELIN.